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Deportazioni al tempo di Trump (II parte)
Dopo la storia di Leo, con la “piccola” storia di Joaquín continua lo sguardo veloce sul dramma delle deportazioni nel primo anno dell’era Trump, nel contesto delle politiche anti-immigrati che flagellano il continente americano e dell’ostinata resistenza di chi difende il diritto alla vita ed alla libertà di movimento.   Reportage e inchieste/Racconti di vita DEPORTAZIONI AL TEMPO DI TRUMP La storia di Leo, nato in El Salvador, tra violenza e resistenza Mara Girardi 10 Marzo 2026 LA VITA PRECOCE DI JOAQUÍN Città del Messico – Joaquín ha appena 19 anni, ma una vita già segnata dalla violenza. Cresce senza padre né madre, affidato ad una nonna con troppi nipoti e poco tempo da dedicare loro: «Ho conosciuto mia madre e mio padre a due anni. Poi mia madre è andata in Spagna quando avevo 5 anni e mio padre è stato ucciso dalle pandillas a San Miguel quando ne avevo 7». Cresce in un quartiere dove circola molto fumo e in cui la polizia arresta chiunque senza badare all’età: «Non ero un fannullone, studiavo, andavo a scuola, ma mi piaceva stare per strada… quando mi hanno arrestato la prima volta avevo 8 anni. Ho conosciuto la “Casa Grande”: si suppone sia una struttura per minori, ma è un carcere. Se ti beccano a fumare, è lì che ti rinchiudono». A 12 anni, nel 2018, lascia il suo paese natale con zio e fratello maggiore, fuggendo dalla violenza. A Chihuahua, alla frontiera con gli Stati Uniti, lo zio viene assassinato e lui rimane solo con il fratello. Rifugiati in una casa del migrante, conoscono un uomo che li aiuta a passare il confine attraverso un tunnel, gli procura documenti messicani falsi e li aiuta a trovare lavoro. Così, Joaquín perde la propria infanzia, ma impara a lavorare: lavapiatti, pittore, consegne… già a 13 anni si mantiene da solo. SCOPRENDO UN MONDO NUOVO, CERCANDO NEL MONDO UNA VITA Dopo alcuni anni in Nuovo Messico (frontiera con lo stato di Chihuahua), Joaquín si sposta verso la zona sud di Los Angeles e poi a Santa Monica, dove si separa dal fratello, perdendone ogni traccia. Successivamente si trasferisce a Las Vegas. La sua prima deportazione avviene alla fine del 2023, a seguito di un piccolo incidente in un parcheggio: guidava senza patente. Chiede il “ritorno volontario” in Messico, dichiarando di essere messicano e di avere parenti a Reynosa, dove effettivamente viene rimandato. Dopo alcuni mesi, la polizia messicana lo ferma con altri centroamericani e lo consegna all’INM (Instituto Nacional de Migración), che lo rimanda a Tapachula. Qui, poco dopo, si unisce a una carovana e trascorre tutto il 2024 in Messico, cercando più volte di raggiungere la frontiera nord, ma viene puntualmente respinto: «A Reynosa la polizia mi ha acchiappato con altri centroamericani e ci ha consegnato a migrazione locale, che ci ha respinto verso sud, lasciandoci a Tapachula. Non avevo niente, allora mi sono unito a una carovana, e nel 2024 ho continuato a fare su e giù per il Messico: ogni volta che riuscivo ad avvicinarmi alla frontiera nord, mi ricacciavano il più a sud possibile». All’inizio del 2025, già con la seconda amministrazione Trump, tenta il tutto per tutto e riesce a entrare negli Stati Uniti attraverso Nuovo Laredo. Si stabilisce a Laredo, Texas, e lavora in vari mestieri: pittura, elettricità, manovalanza, consegne. Trova rifugio temporaneo nel parcheggio di un Walmart, finché a inizio aprile viene catturato durante una retata: «Hanno fatto una retata a Walmart, ci hanno intervistati uno a uno. Mostravo il mio permesso di soggiorno messicano (falso) e mi hanno chiesto dove fosse la mia famiglia. Ho detto che era a Città del Messico. Poi mi hanno messo su un aereo e riportato qui, era il 22 aprile». Joaquín torna così a Città del Messico. Dopo alcuni mesi, trova ospitalità a Casa Tochan, un centro d’accoglienza della società civile che già conosceva e dove, qualche settimana più tardi, arriva anche Leo. LA GUERRA CONTRO LE PERSONE MIGRANTI NEGA L’UMANO Le storie di Leo e Joaquín mostrano come funzionano le politiche migratorie del “trumpfascismo”: * Criminalizzazione dei migranti, etichettati come “terroristi”. * Deportazioni verso carceri in paesi terzi. * Violazioni dello status di città e stati santuario, che dovrebbe proteggere persone migranti, cittadini/e e funzionari/e pubblici dalle imposizioni delle politiche federali anti immigrati. * Retate nei luoghi di vita quotidiana: scuole, posti di lavoro, parcheggi, case. * Detenzioni eseguite senza ordini ufficiali, quindi veri e propri sequestri, e deportazioni veloci, senza la possibilità di recuperare documenti o beni, o di vedere la famiglia, dopo processi lampo senza possibilità di difesa. * Autodeportazione come unica alternativa per evitare punizioni più severe, come condanne ad anni di carcere e lunghe proibizioni di entrata negli Stati Uniti. I bambini e gli adolescenti subiscono un trattamento particolarmente crudele. Joaquín, arrivato negli USA nel 2019, non ha mai visto attivarsi meccanismi di protezione, a cui aveva diritto, anzi le autorità hanno ignorato la sua presenza o hanno cercato di disfarsi di lui. La vicenda di Liam Conejo, cinque anni, uno di quattro minori arrestati nello stesso distretto scolastico in poche settimane, ha riacceso l’indignazione globale già suscitata dalle immagini del primo mandato Trump, di bambini rinchiusi in gabbie. MESSICO, LA PRIMA FRONTIERA DELL’ESTERNALIZZAZIONE I recenti accordi con Bukele ed altri regimi permettono agli Stati Uniti di trasferire “all’estero il lavoro sporco” della deportazione e del castigo alle persone migranti, calpestando norme nazionali e internazionali. È emblematico l’uso del CECOT per detenere persone di qualsiasi nazionalità, sottoponendole a torture e maltrattamenti, e a desaparición forzata, facilitata dalle modalità illegali di arresto, deportazione e detenzione praticate 1. Sono però i governi messicani, ormai da decenni, gli esecutori più fedeli dei diktat migratori degli USA, prestandosi a fare del proprio territorio la lunga frontiera sud del suo vicino, con il compito prioritario di contenere i movimenti migratori, funzionando come paese tappo ed impedendo agli “aliens”, come Trump definisce le persone migranti, di toccare suolo statunitense. Questo ha determinato una gestione dei flussi migratori sempre più repressiva: * Bloccare chi si avvicina alla frontiera nord e respingerlo ripetutamente a sud. * Restringere le aree di movimento e opportunità di lavoro. * Suggerire il “ritorno volontario” a chi è ormai stremato, anche proponendo voli umanitari offerti da paesi d’origine e da organismi internazionali. * Smantellare accampamenti informali, distruggendo strutture precarie tirate su con molto sforzo, offrendo in alternativa solo sistemazioni di breve durata che, tra l’altro, non restituiscono gli spazi “familiari” distrutti dalle ruspe del governo. LA SOLIDARIETÀ RADICALE: CASA TOCHAN Leo e Joaquín trovano sostegno in centri come Casa Tochan. Gabriela Hernández, direttrice del centro, racconta: «Stiamo cercando di riconfigurarci, conservando sempre i nostri obiettivi di integrazione ed autonomia. Nel contesto attuale le priorità sono casa e documenti, perché chi non ha un permesso di soggiorno perde opportunità di lavoro e subisce maggiori livelli di precarietà e sfruttamento, oltre ad affrontare difficoltà sempre maggiori per coprire i costi di un alloggio, in costante aumento». Casa Tochán, il cui nome significa “casa nostra” in náhuatl, è un rifugio per persone migranti situato a Città del Messico, nell’alcaldia Álvaro Obregón. Offrono assistenza psicologica, medica e legale, oltre a servizi di orientamento per l’inserimento lavorativo e attività culturali e ricreative a chi transita nel paese. «Da parte nostra, – continua la Hernández – offriamo ai migranti tochaneros orientamento al lavoro ed appoggio legale, anche per ottenere documenti di residenza, consentiamo permanenze più lunghe e inseriamo alcuni ospiti nella gestione del centro. E abbiamo rafforzato l’area di sostegno psicologico, più essenziale che mai perché ansie, problemi del sonno, depressioni, ed anche dipendenze, si sono aggravate. La nostra sfida è formare tutta l’equipe per gestire situazioni assai complesse, pur sapendo che in alcuni casi dovremo ricorrere al trasferimento in strutture di accoglienza specializzate». Un altro problema serio in questa fase è una generale diminuzione degli appoggi esterni, ci spiega Gabriela: «i tagli dei finanziamenti destinati alle associazioni di difesa dei diritti dei migranti creano serie difficoltà a tutti i centri. Anche noi ne risentiamo, e stiamo puntando ad una maggiore generazione di fondi propri, per esempio potenziando i laboratori esistenti di falegnameria e di serigrafia». IL DEBITO STORICO DELLO STATO MESSICANO E DEL TRUMPFASCISMO Il Messico mostra così il suo “debito storico” nei confronti dei migranti: da una parte repressione, deportazioni, mano libera alla criminalità organizzata; dall’altra, delega di fatto a collettivi, associazioni e movimenti di solidarietà delle politiche umanitarie, dell’accoglienza e del sostegno a percorsi di integrazione e di autonomia. Le persone migranti che oggi si trovano in Messico hanno visto troncati i propri progetti; alcuni/e hanno visto frustrate le speranze di raggiungere gli USA, ma chi è stato deportato ha perso tutto ciò che era riuscito a costruire, in pochi mesi, in pochi anni, o in decenni. L’intento delle politiche di Trump è cancellare ogni speranza di un futuro migliore. Eppure la capacità di resistenza non muore: molti, come Leo e Joaquín, sono lacerati ma non distrutti, sfiniti ma non finiti. Pazienti, continuano a guardare a nord, adattandosi alle circostanze e pianificando la prossima mossa. Leo aspira a tornare a Mexicali, Joaquín a Monterrey, cercando opportunità di lavoro migliori che nel centro del paese, e soprattutto avvicinandosi a quella frontiera che sperano di superare di nuovo, non importa quanto dovranno aspettare. È come il tormento di Sisifo: ogni perdita è uno sforzo da iniziare di nuovo, ma ogni risalita dimostra una forza straordinaria. Trump ha accumulato un debito storico verso bambini come Joaquín, giovani come Leo e adulti, costringendoli a vivere nello sradicamento e nella precarietà, negando loro un luogo sicuro da chiamare casa. IL RE NUDO: LA CRISI DEL REGNO DI TRUMP Anche negli USA il momento è critico. Le proteste contro Trump, – le più clamorose quelle del gennaio di Minneapolis-, interrompono la sua corsa sfrenata e mostrano la resistenza dei cittadini contro la violenza dell’ICE. La mobilitazione non si ferma: temperature sotto lo zero, aggressioni, sparatorie, niente spegne il clamore delle strade. Una vasta alleanza sociale e politica sfida la presidenza con manifestazioni, scioperi e protezione delle comunità migranti. Nuovi movimenti, come un rinato Black Panther Power, partecipano attivamente. Sondaggi di diverse testate mostrano un calo costante dell’approvazione di Trump: New York Times 40%, CBS 41%, Reuters 41%, Wall Street Journal 45%. Le autorità locali, da Minneapolis a New York, ed alle altre città e stati santuario, contrastano apertamente le politiche dell’ICE, e la battaglia giudiziaria contro le violazioni costituzionali della presidenza torna protagonista. Voci critiche emergono anche all’interno del partito repubblicano, mostrando che le pratiche brutali di Trump non sono più accettate senza discussione. Tuttavia, la sostituzione a caldo di Bovino -come responsabile delle operazioni in Minnesota – con Tom Homan, falco della frontiera, poi quella più recente di Kristi Noem, Segretaria della Sicurezza Nazionale (DHS) con Markwayne Mullin, indicano che il cambio di facciata non significa una vera moderazione, mentre la strategia rimane aggressiva. Il numero di deportazioni, poco più di 600.000 nel 2025, resta inferiore all’obiettivo a sei cifre sbandierato in campagna e al tempo dei decreti di gennaio 2025, ma secondo Keith Ellison, Procuratore Generale del Minnesota, non si tratta di numeri, perché l’operazione non è tecnica, ma politica: colpire il modello democratico dello stato santuario. IL FUTURO NELLE NOSTRE MANI Non è una battaglia facile, ma la speranza risiede nella partecipazione attiva delle e dei cittadini. Le masse indignate continuano a sfidare la violenza, abbassando progressivamente l’indice di gradimento di Trump prima delle elezioni di metà periodo. Intanto, le persone migranti in Messico e le loro famiglie seguono con ansia gli avvenimenti negli USA: sanno che il loro futuro dipende anche dall’esito di queste lotte. Pur marginalizzate e private di diritti, possono resistere, trovare supporto nelle organizzazioni e nei collettivi, e stringere legami con chi lotta dall’altro lato del muro per un mondo senza frontiere. Al di là del silenzio stampa seguito agli avvenimenti di gennaio in Minnesota, la resistenza continua, con un’organizzazione comunitaria capillare contro l’ICE, che si infittisce e si fa sempre più efficace 2. Ma si preparano anche nuove manifestazioni di massa convocate dal movimento NO KINGS 3 che, nato a febbraio del 2025, riunisce circa 300 organizzazioni: alla prima protesta, il 14 giugno 2025, hanno partecipato 5 milioni di persone e alla seguente, il 18 ottobre, 7 milioni. Attualmente il movimento sta organizzando una terza manifestazione per il prossimo 28 marzo, quando si prevede una partecipazione ancora maggiore. Il 28 marzo anche il Messico si mobiliterà contro le politiche anti immigranti dell’amministrazione Trump e anche dell’amministrazione Sheinbaum, per iniziativa di organizzazioni e collettivi di persone messicane deportate, ritornate, con doppia nazionalità e statunitensi. Sono le stesse organizzazioni che hanno convocato a protestare di fronte all’ambasciata degli Stati Uniti il 30 gennaio scorso a Città del Messico, in solidarietà e a difesa della comunità migrante. È chiaro, nulla garantisce che le iniziative in Messico possano invertire le politiche di pulizia migratoria o scardinare l’alleanza con gli Stati Uniti. Ma la società civile non tace. La sfida è far convergere i processi in diversi paesi, mobilitare solidarietà e protezione, e riaccendere la fiducia in un mondo umano, dove nessun budget sia destinato a guerre contro i movimenti sociali e le popolazioni in lotta. Per Leo, Joaquín e migliaia di altre persone, la resistenza quotidiana è la prova che, anche di fronte a perdite ripetute, il futuro non è deciso: può essere costruito, passo dopo passo, con coraggio e solidarietà. 1. Arresti eseguiti come veri e propri sequestri, voli frettolosi, isolamento completo con l’impossibilità di comunicare all’esterno, con la famiglia o con un/a legale ↩︎ 2. Así se organiza la comunidad ante las detenciones de ICE, Conexion Migrante (6 marzo 2026) ↩︎ 3. Sul movimento No Kings: Visita il sito; No Kings 2026: Encuentra la protesta más cercana a ti para este 28 de marzo ↩︎
Deportazioni al tempo di Trump
Città del Messico – Le grandi città degli Stati Uniti, con Minneapolis in prima linea, restano teatro di proteste contro l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) anche nell’ambito di un conflitto istituzionale tra autorità locali e governo federale sulle modalità di controllo dell’immigrazione. Per il 28 marzo 2026 è prevista una nuova giornata nazionale di protesta chiamata “No Kings”, con evento principale proprio nelle Twin Cities 1. L’inquilino della Casa Bianca, con un’aggressiva disperazione, tenta di dare corpo alle promesse di annientamento dei “nemici interni” – da lui stesso fabbricati – mentre televisioni e reti sociali trasmettono immagini dei suoi robocop che sfondano porte, invadono abitazioni, massacrano esseri umani armati solo del desiderio di vivere con giustizia e dignità 2. L’artefice del caos vuole dimostrare al mondo cosa significhi che il suo pensiero e il suo agire – e dunque i destini della terra – non abbiano altri limiti se non la sua morale e la sua volontà: invade un paese, ne minaccia molti altri, applaude ai genocidi, celebra i suoi “tiranni minori” e li rende più letali che mai. Intanto, le comunità e i movimenti sociali si organizzano per resistere insieme, migranti e non, con o senza documenti. Questi eventi scrivono la Storia con la esse maiuscola. Eppure, nello stesso tempo, ha senso volgere lo sguardo verso le storie minori, verso vite giovani vissute in fretta e con intensità. Sono le storie di Leo e Joaquín, entrambi originari di un Centroamerica esplosivo, spesso invivibile. Oggi si trovano in Messico, una delle possibili destinazioni per chi viene deportato dagli Stati Uniti e rifiuta di tornare a un destino di angoscia e morte nel proprio paese d’origine. Nel nostro presente, governato dalla violenza e da una minacciosa incertezza, loro – come molti altri – non si lasciano travolgere. Si salvano, si rialzano, lottano per una vita che possa davvero chiamarsi tale, fatta di rispetto e dignità. Un filo rosso li lega alle vicende del vicino del nord, a quegli eventi convulsi e a quella guerra interna di cui siamo spettatori, e dai cui esiti dipende anche il loro futuro. Dividiamo questo reportage in due parti. La prima racconta l’esperienza migratoria di Leo, che lascia il Salvador nel 2011 a 18 anni. La seconda, che pubblicheremo la prossima settimana, è dedicata alla “piccola” storia di Joaquìn, partito da un paese centroamericano nel 2018, a 12 anni, e colloca le vite di entrambi nel contesto di quanto sta succedendo nelle Americhe dove tante persone migranti, come loro, si ostinano a difendere e rivendicare il diritto alla libertà di movimento. I SOMMERSI E I SALVATI È il 4 ottobre del 2025 quando Leo viene rilasciato dopo ore di interrogatorio in un commissariato di San Salvador. Era arrivato all’aeroporto di Comalapa deportato dagli Stati Uniti insieme ad altre quattro persone: tre uomini e una donna. Tutti marchiati dalla stessa etichetta – “terrorista” – e incatenati mani, piedi e vita con un unico dispositivo che, come denunciano numerosi organismi per i diritti umani, potrebbe costare la vita in caso di emergenza durante il volo. Per tutti, il destino sembrava già scritto: il CECOT, Centro di Confinamento del Terrorismo, il mega-carcere di massima sicurezza che Nayib Bukele, presidente del Salvador, esibisce con orgoglio come monumento alla sua guerra senza quartiere contro le pandillas 3, scatenata nel 2022. Invece, prima del carcere, ci fu una tappa intermedia. «Sembrava che ci stessero portando al CECOT. Invece no: ci hanno portato in una stazione di polizia per interrogarci. Quando hanno visto due dei ragazzi del nostro gruppo, quelli a cui si vedevano “i numeri”, non hanno fatto neppure una domanda. Direttamente al CECOT.» Rimasero in tre. Un altro ragazzo non aveva tatuaggi, come Leo, e nemmeno la donna del gruppo. Ma quando Leo parla di tatuaggi, precisa che si riferisce a quelli delle pandillas. Anche lui, negli anni, aveva inciso sulla pelle alcuni segni che ora doveva spiegare a una serie di agenti decisi a incastrarlo. «Per quel 503 ti sei già guadagnato un posto al CECOT, è la firma delle maras 4», gli dicevano. In realtà, il 503 è semplicemente il prefisso telefonico del Salvador. E quelle due bare tatuate non erano trofei di un sicario, ma un omaggio alle due figure adulte più importanti della sua infanzia e adolescenza: il padre e la nonna, entrambi morti. Un’agente lo insultava e lo minacciava con la sicurezza di chi si sa impunito: «Gli Stati Uniti dicono che sei un terrorista… ci pensiamo noi ad ammazzarti, ti faremo desaparecer». Eppure, contro ogni previsione, Leo riuscì a convincere i suoi aguzzini di non appartenere alle maras. Si salvò. Non così i due compagni di viaggio, anche loro estranei al mondo della criminalità, condannati a sprofondare nel pantano del sistema carcerario salvadoregno. Il rilascio non significò libertà. Mentre lo lasciavano andare, uno degli agenti continuava a riempirlo di insulti e minacce: «Ti verremo a scovare a casa tua, infame figlio di puttana». Leo capì che quella sarebbe stata una libertà assediata. Ebbe la certezza che, per sopravvivere, doveva allontanarsi di nuovo dal paese in cui era nato – un paese in cui la violenza senza freni era ormai concentrata nelle mani delle istituzioni, una guerra dichiarata contro giovani ed emarginati. DALLE STRADE DI SAN SALVADOR ALLE STRADE CHE PORTANO A NORD Leo non ha ricordi della madre, emigrata a New York quando lui era ancora bambino. A quindici anni, nel 2008, perde il padre – ex militare, guardia del corpo di impresari cinesi – assassinato dalle pandillas. Rimasto senza casa, insieme al fratello maggiore, cerca rifugio in un centro per minori che, più che un luogo di protezione, si rivela un carcere. Eppure, in quel momento, gli sembra l’unica possibilità: «Pensavo: almeno potrò studiare, avrò un posto dove dormire e mangiare, non dovrò vivere per strada». Dal 2009 vive per tre anni con la nonna materna. Misura quel periodo attraverso la scuola: settimo, ottavo e nono grado. È lì che termina la sua adolescenza. A diciotto anni, nel 2011, comincia il primo viaggio verso il nord. In tre giorni arriva a Tapachula, Chiapas, la porta d’ingresso al Messico. Vi rimane un mese, poi continua a spostarsi: Arriaga, sempre in Chiapas; Città del Messico; Querétaro; di nuovo Tapachula; ancora Città del Messico; infine Mexicali, in Baja California. In ciascuno di questi luoghi Leo entra in contatto con le case del migrante. Fin dall’inizio collabora alla loro gestione, costruisce relazioni di fiducia con attiviste e attivisti, stringe amicizie profonde. Per alcune e alcuni diventa un pupillo, quasi uno di famiglia. Parallelamente lavora nei classici impieghi “da migrante”: spesso sfruttato, sempre precario. Ma la sua serietà e affidabilità gli aprono porte che restano spalancate anche quando ritorna, mesi o anni dopo, negli stessi luoghi. È così che riesce a ottenere un permesso di soggiorno: prima annuale, poi permanente. Negli anni trascorsi in Messico, Leo mette su famiglia. Quando la relazione finisce, resta suo figlio Donovan, che oggi ha otto anni. LA TENTAZIONE DELLA LUNGA FRONTIERA Nel 2021 si trasferisce a Mexicali, in Baja California. È qui che dal Salvador arrivano due notizie devastanti. La prima riguarda una sorella adolescente, desaparecida per aver rifiutato le avances di un pandillero: «Nel Salvador, quando un pandillero dice qualcosa e tu ti rifiuti… sei morto. Questa è la conclusione a cui siamo arrivati: che mia sorella è morta. Ma in realtà nessuno sa niente di lei». La seconda notizia riguarda un cugino arrestato e incarcerato con l’accusa infondata di legami con le pandillas, proprio il giorno prima dell’arrivo di Leo, che stava per tornare in Salvador per portarlo in Messico e metterlo in salvo dallo stalking della polizia: «Era giovedì. Sabato avevo il volo per il Salvador. Ma venerdì, prima che facesse giorno, lo hanno buttato giù dal letto e gli hanno appiccicato l’etichetta di “pandillero”». La stessa sorte tocca anche a una cugina. Entrambi restano in carcere senza diritto a visite, pur non avendo nulla a che fare con la delinquenza. Lei ha una figlia che aveva un anno e mezzo quando è stata arrestata; oggi ne ha quasi sette. A Mexicali Leo è soddisfatto del lavoro in una compagnia di sicurezza privata. Ma tra lui e gli Stati Uniti c’è una linea sottile e lunghissima: la frontiera. Una tentazione costante. «Il mio obiettivo non era andare negli Stati Uniti. Sono rimasto lì due anni e volevo restarci. Ma perché? Perché non c’è mai stato nessuno che mi aiutasse. Se qualcuno mi avesse detto: “ti pago un coyote”, io sarei andato subito, perché so che lì la vita è diversa». DALL’ALTRO LATO Spinto da un amico, Leo scarica l’app CBP One 5. Dopo molte difficoltà riesce a ottenere un appuntamento. Il 27 giugno 2023 affronta l’intervista di “paura credibile”. Un’amica che vive a Los Angeles lo aiuta prima a raccogliere i requisiti necessari per entrare negli Stati Uniti e poi a sistemarsi in California. All’inizio tutto sembra procedere bene. Leo si presenta regolarmente alle udienze in tribunale e racconta delle persone care assassinate o fatte sparire dalle pandillas. Ma non ha prove documentali. Non riesce a dimostrare formalmente il pericolo concreto che correrebbe tornando in Salvador. Non vedendo vie d’uscita, smette di presentarsi alle udienze. Diventa, a tutti gli effetti, “un illegale”. A Los Angeles affitta una stanza. Lavora duramente, ma non riesce a risparmiare nulla. Così decide di rinunciare all’affitto – 900 dollari al mese – e di vivere in strada con alcuni amici. In meno di due mesi mette insieme 1.600 dollari, con cui compra una macchina: indispensabile in una città dove le distanze sono enormi e il trasporto pubblico quasi inesistente. L’auto, però, resta sua solo tredici giorni. Una notte di settembre del 2025 la sua vita cambia di nuovo, radicalmente: «Era domenica, verso l’una di notte. Avevo appena riparato la macchina: perdeva un tubo e l’ho cambiato. Tornavo dal bagno, dove avevo lavato gli attrezzi – cacciavite e tenaglia – quando mi è piombata addosso la polizia. Mi hanno picchiato… va bene, lo dovevano fare, no? Poi mi hanno detto: “se sei pulito, ti lasciamo andare”». Viene liberato mentre dorme sul pavimento del commissariato. Ma all’uscita trova ad aspettarlo gli agenti dell’ICE, il Servizio di Immigrazione e Controllo delle Dogane. «Immagino che siano stati i poliziotti a chiamarli… a quel punto doveva esserci già un ordine di deportazione a mio nome». La cosa più strana è che Leo non aveva mai ricevuto alcuna notifica ufficiale. Nessuna comunicazione a casa dell’amica dove riceveva la posta, nessun documento, nessuna firma. La macchina resta abbandonata in strada. Con l’auto, Leo perde tutto: vestiti, attestati di studio, documenti, persino il permesso di soggiorno messicano. In un attimo, il suo ultimo progetto di vita va in frantumi. E lui viene rispedito nel paese che lo aveva visto nascere. VITE SOTTO TIRO: TRA BUKELE E LE PANDILLAS Sin dal 2014, Nayib Bukele, candidato a sindaco di San Salvador, aveva stretto un patto segreto con le pandillas: vantaggi economici e impunità in cambio del loro sostegno elettorale. Questo accordo lo aiutò a vincere le elezioni comunali e, cinque anni dopo, le presidenziali. Bukele ha sempre negato l’esistenza del patto, sostenendo che la diminuzione degli omicidi fosse un “miracolo”. Ma nel marzo 2022 il presidente rompe l’intesa. Dopo una reazione violenta che provoca 87 omicidi in due giorni, approva uno stato d’eccezione sospendendo le garanzie costituzionali. Nei primi nove giorni si registrano 6.000 arresti; nel secondo mese 35.000; nel terzo mese 42.000. Le pandillas, che avevano permesso la scalata politica di Bukele, diventano il nemico pubblico numero uno. La repressione colpisce però indiscriminatamente: persone comuni, oppositori politici, associazioni, mezzi di comunicazione. Tra questi ultimi, la rivista digitale El Faro diventa bersaglio, costretta all’autoesilio ad aprile 2023. Tra giugno 2023 e metà 2025, El Faro raccoglie 27 testimonianze di persone sopravvissute ad arresti e reclusioni arbitrarie nel CECOT 6, il mega-carceri di massima sicurezza. Emergono abusi sistematici: * Arresti basati su quote da raggiungere, senza alcuna prova concreta. * Irruzioni nelle case senza mandato. * Rapporti sugli operativi pieni di falsità e montature. * Pestaggi “di benvenuto” ai nuovi arrivati, tortura, sovraffollamento estremo, mancanza di cibo, igiene e cure mediche. * Proroghe arbitrarie delle detenzioni, anche dopo assoluzioni o ordini di scarcerazione. * Autopsie che ignorano segni di tortura e denutrizione, registrando cause di morte generiche. * Condanne collettive e accuse “di gruppo”, negando un processo giusto e individuale. Queste pratiche denunciano l’involuzione autocratica della democrazia salvadoregna sotto Bukele, dove il CECOT diventa simbolo e strumento di un sistema carcerario di brutalità legalizzata. NON HO UN POSTO DOVE TORNARE Quindici anni dopo aver lasciato il Salvador, Leo torna in catene. Ha “scampato” il lager, ma sa di essere preso di mira. La deportazione, insieme all’incarcerazione di cugini innocenti, lo rende un sospettato e candidato a finire tra gli 88.000 detenuti stimati dall’associazione Soccorso Giuridico Umanitario (SJH) a ottobre 2025, di cui circa 30.000 innocenti. Leo decide di ripartire subito, ma attende la madre che, finalmente con permesso di soggiorno statunitense, sta per tornare per la prima volta in Salvador. Per motivi di sicurezza, durante un paio di settimane deve dormire ogni notte in una casa diversa, ed abituarsi ad una madre che non conosce, arrivata con sorella e fratello anche loro sconosciuti. Il giorno dopo la loro partenza, però, prende anche lui un aereo e, finalmente, raggiunge il Messico, che sarà di nuovo il suo territorio rifugio. 1. L’area metropolitana composta da due città principali del Minnesota: Minneapolis e Saint Paul. Una manifestazione nazionale della rete No Kings è prevista anche a Roma il 28 marzo ↩︎ 2. Top Border Patrol official and other federal agents being investigated by Minneapolis prosecutors office – Reuters (3 marzo 2026) ↩︎ 3. Le pandillas (o maras) sono organizzazioni criminali giovanili latinoamericane, trapiantate negli Stati Uniti e diffuse a livello transnazionale, note per la loro estrema violenza e il coinvolgimento in attività illecite ↩︎ 4. Le Maras sono bande criminali transnazionali nate negli USA e diffuse in America Centrale (Honduras, El Salvador, Guatemala), note per estrema violenza, gerarchie rigide (clicas), tatuaggi identificativi ed estorsioni ↩︎ 5. L’app CBP One (ora nota come CBP Home) è uno strumento digitale del governo statunitense, scaricabile gratuitamente, che permetteva a migranti e viaggiatori di fissare appuntamenti per richiedere asilo, scansionare documenti e inviare informazioni in anticipo al confine USA-Messico. L’amministrazione Trump ha sospeso la funzionalità di appuntamento il 20 gennaio 2025, annullando le prenotazioni in corso e creando incertezza. È stata riproposta a marzo 2025 come “CBP Home”, con l’obiettivo dichiarato di facilitare il “rimpatrio volontario” (self-deportation). L’applicazione è gestita dal U.S. Customs and Border Protection (.gov) ed è parte delle strategie per migliorare la sicurezza e gestire i flussi migratori; App CBP One sospesa in America: rischi per migliaia di persone migranti, MSF (21 gennaio 2025) ↩︎ 6. In questa indagine il giornale salvadoregno raccoglie 27 testimonianze di persone arrestate durante lo stato d’eccezione e poi rilasciate perché innocenti. Le interviste sono state raccolte a partire da giugno 2023 e raccontano arresti arbitrari, torture, fame e maltrattamenti nelle carceri salvadoregne. ↩︎
L’ultima spiaggia dell’Unione Europea
ELENA D’ONOFRIO 1 In un tratto di terra francese incastrato tra un supermercato e un’autostrada a 20 minuti di macchina dal confine con il Belgio, un ammasso eterogeneo di tende e teli di plastica blu emerge dalla copertura degli alberi. In un qualsiasi momento, tra le mille e le duemila persone vivono in queste tende e in rifugi di fortuna costruiti con teloni e lamiere, con scarso accesso ad acqua potabile, bagni, docce e pasti. Stanno tutti aspettando di attraversare il canale della Manica per arrivare in Inghilterra, chiedere asilo e ricostruire la propria vita, molti per l’ennesima volta.  Veicoli della polizia francese durante uno sgombero nell’area intorno a Dunkirk A novembre sono arrivata a Dunkirk per fare volontariato con un’organizzazione che fornisce servizi alle persone che vivono nei campi informali intorno a Dunkirk e Grande-Synthe. Ho già fatto esperienze simili in Grecia, a Lesbo e ad Atene, ma questo luogo è completamente diverso: il primo giorno in cui arrivo al campo la polizia ha appena sgomberato un accampamento in una zona dove risiedono famiglie con donne e bambini, e c’è una lunga fila di persone che si muove verso un altro gruppo di alberi, portandosi dietro tende, sacchi a pelo, zaini e borsoni. La camminata è lunga e fangosa, e la scena sembra uscita da un servizio televisivo su un disastro ambientale come un’alluvione o un terremoto; queste sono però scene quotidiane in questa zona della Francia, dove la polizia distrugge spessissimo gli accampamenti e gli averi delle persone. Solo a novembre ci sono stati 12 sgomberi nell’area di Dunkirk e 16 intorno a Calais, per un totale di quasi uno al giorno (dati disponibili sul sito di Human Rights Observers, un’associazione francese che si occupa di monitorare la situazione nei campi informali). Più tardi, la polizia torna e rade al suolo la zona dei negozi, un ammasso di tende dove si vendono bibite e merendine, ma che ospita anche una grande quantità di scafisti che organizzano la traversata verso l’Inghilterra. La polizia circonda anche i nostri veicoli e il nostro “hub”, un gazebo con prese elettriche che costruiamo ogni mattina dove i residenti del campo possono ricaricare i loro telefoni. Ci circondano, ci chiedono i documenti e ci impediscono di andarcene per qualche ora. Nel frattempo, molte persone si avvicinano per parlarci dello sgombero di stamattina: un ragazzo palestinese che fatico a credere sia maggiorenne mi dice che la polizia gli ha preso lo zaino con i soldi e il telefono, mentre una famiglia con bambini ci racconta che la loro tenda è stata distrutta e che non ne hanno un’altra dove dormire stanotte. Solchi sulla sabbia lasciati dai veicoli nelle dune a Gravelines, dove molte persone si nascondono mentre aspettano l’arrivo della barca verso l’Inghilterra Molte persone sono qua da mesi e hanno subìto decine di sgomberi e violenze da parte della polizia, ma rimangono nella speranza di raggiungere presto l’Inghilterra. Questi sgomberi sono direttamente pagati dal governo inglese, che ha firmato un patto di finanziamento con la Francia di 541 milioni di euro tra il 2023 e il 2026 per prevenire gli attraversamenti verso il Regno Unito. > «Non ho altra scelta», mi dice Fatima, dalla Somalia. «Io e la mia famiglia abbiamo lasciato le nostre impronte digitali in Bulgaria, e quando abbiamo chiesto asilo in Francia ci hanno detto che ci avrebbero rimandato lì», racconta. «Non possiamo vivere in Bulgaria. C’è molto razzismo e la polizia è estremamente violenta». Moltissime persone qui hanno una storia simile, e vogliono andare in Inghilterra per scappare dalla burocrazia del Regolamento di Dublino, per cui il primo stato europeo di entrata è responsabile della gestione della domanda di asilo di un richiedente. Questo significa che se una persona arriva, per esempio, in Grecia, è obbligata a richiedere asilo lì e potrà essere riportata indietro se prova a fare domanda in un altro paese membro dell’Unione Europea. Per motivi geografici, i paesi europei “di frontiera” come Italia, Grecia, Spagna e Bulgaria ricevono quindi la maggior parte delle richieste, nonostante molte persone vogliano poi spostarsi in paesi dell’Europa occidentale come Francia e Germania. ORGANIZZAZIONI CHE OPERANO IN LOCO Human Rights Observers. Organizzazione indipendente che monitora e documenta la violenza di Stato contro persone migranti e sfollate al confine tra Francia e Regno Unito. Utopia 56. Associazione che mobilita la società civile per sostenere le persone colpite dalle politiche di confine e dalla crisi abitativa, e per difendere diritti e dignità. Charitable Roots. Piccola ONG che fornisce servizi essenziali e sostenibili alle persone migranti e sfollate che vivono a Grande-Synthe, nel nord della Francia. Anche se riesci a rimanere nel paese che hai scelto, ad esempio tramite il ricongiungimento familiare o dimostrando che il paese in cui verresti espulso non è attrezzato per gestire la tua richiesta di asilo, la situazione non diventa comunque più facile.  Abdul è afghano, ma è arrivato in Germania quando aveva nove anni. Ci parla in tedesco perfetto, e mi spiega che non ricorda quasi più la lingua Dari afghana. Ha studiato medicina e lavorava come anestesista in una città nel sud della Germania, ma ha dovuto lasciare il paese quando gli è stata negata la cittadinanza. > «Le mie sorelle hanno ottenuto il passaporto tedesco, perché sono donne e non > possono tornare in Afghanistan», mi spiega. «La mia domanda invece è stata rifiutata. Mi hanno detto che secondo loro posso tornare e unirmi ai talebani, che adesso il paese è sicuro per gli uomini». La Germania non riconosce ufficialmente il governo talebano, ma già la scorsa estate aveva stipulato accordi con Kabul e cominciato a rimandare indietro alcuni richiedenti asilo a cui aveva negato la richiesta. Dopo il mancato rinnovo del suo permesso di soggiorno, Abdul ha quindi deciso di provare ad andare in Inghilterra.  «So che la traversata è pericolosa, e la vita qui a Dunkirk è disumana. Ma quale altra scelta ho? Non posso tornare in Afghanistan, e tutti gli altri paesi europei mi deporterebbero di nuovo in Germania, e da lì direttamente nelle braccia dei talebani». La sua storia non è unica: ci sono moltissime famiglie con bambini nati in Austria e in Germania che non hanno diritto alla cittadinanza perché questi paesi non seguono il principio dello ius soli. Nonostante siano nati e cresciuti parlando tedesco a Vienna o a Berlino, sono costretti a lasciare tutto nella speranza di arrivare in Inghilterra e ricominciare da capo. Nel campo, quasi tutti parlano perfettamente almeno una lingua europea, soprattutto il tedesco e l’italiano. Nei giorni successivi incontro molti ragazzi che hanno vissuto per mesi o anni in Italia: sono principalmente sudanesi, e mi raccontano di essere passati dalla Libia ed essere arrivati a Lampedusa. Alcuni di loro mi spiegano che stavano aspettando una decisione sulla loro richiesta di asilo, ma che le condizioni nei centri d’accoglienza e l’idea di non riuscire a costruire una vita in Italia li hanno spinti a viaggiare fino in Francia. Molti sono passati da Ventimiglia, dove la polizia francese respinge violentemente le persone in Italia, o da Oulx, dove la camminata su un sentiero di alta montagna per raggiungere il confine francese può durare anche 8 ore. Una volta arrivati in Francia, alcuni si sono ritrovati a vivere per strada: nonostante il governo francese sia legalmente tenuto a fornire alloggio ai richiedenti asilo, una grave carenza di posti letto fa sì che molte persone rimangano senza casa, soprattutto nella capitale. Hassan, un ragazzo sudanese appena maggiorenne, ha attraversato la Libia, l’Italia e la Francia da solo, per poi ritrovarsi a vivere in una tenda nelle strade di Parigi.  «Il mio avvocato mi ha detto che le possibilità di ottenere l’asilo in Francia erano alte, ma che ci sarebbe voluto quasi un anno per avere una risposta. Nel frattempo, non c’erano alloggi disponibili, quindi ho dormito per strada». Ad agosto, oltre 200 richiedenti asilo hanno protestato contro la mancanza di alloggio a Parigi dormendo in tende piantate davanti al comune: tra di loro si contavano almeno 90 minori, tra cui molti non accompagnati. Nonostante questo, la legge di bilancio francese del 2025 ha tagliato 69 milioni di euro dal budget per i centri di accoglienza, eliminando 6500 posti letto. Si stima che in Francia ci siano più di 50mila richiedenti asilo senza casa. «Non parlando la lingua trovare lavoro è molto difficile, e non riuscivo a concentrarmi durante le lezioni di francese», continua Hassan. «Avevo sempre paura che qualcuno mi rubasse la tenda o il sacco a pelo». È quindi così che le persone si ritrovano a Dunkirk, a vivere in una tenda in mezzo al fango senza bagni né docce e con accesso ad un solo pasto al giorno, pagando fino a €2000 a testa per la possibilità di salire su una barca strapiena senza salvagente. Tutte le persone che finiscono qui hanno vissuto il fallimento dell’accoglienza europea sulla loro pelle e sono costrette ad affrontare le conseguenze delle norme anti-immigrazione che si fanno sempre più restrittive in tutta Europa. Tra queste, l’ultimo patto tra Francia e Inghilterra firmato ad agosto stipula che il Regno Unito ha il diritto di rimandare in Francia fino a 50 migranti a settimana senza esaminare la loro richiesta d’asilo. In cambio, l’Inghilterra ha aperto una via di entrata legale nel paese, per cui accetterà un numero di persone pari a quelle espulse. Tuttavia, i requisiti per qualificarsi a questo programma includono essere in possesso di un documento valido e non aver provato ad arrivare in Inghilterra in modo irregolare; molte persone al campo non possiedono però nessun documento. Notizie/Confini e frontiere L’ACCORDO “UNO A UNO” TRA FRANCIA E REGNO UNITO Un ulteriore passo verso la deumanizzazione delle persone migranti Maria Giuliana Lo Piccolo 7 Agosto 2025 Inoltre, secondo la Convenzione di Ginevra sui diritti dei rifugiati del 1951, il metodo di entrata nel paese non deve influire sull’eventuale richiesta di asilo di una persona. Per moltissime nazionalità non esistono effettivamente metodi regolari per entrare in Inghilterra come visti o programmi di scambio, lasciando pochissime opzioni “legali” alle persone che vogliono chiedere asilo nel paese.  La mancanza di canali legali e il fallimento delle politiche di accoglienza nei paesi europei sono all’origine delle condizioni disumane a Dunkirk e Calais 2, dove le ONG sono necessarie per fornire servizi che dovrebbero essere garantiti dallo stato. Non so se Fatima, Abdul e Hassan siano riusciti a raggiungere l’Inghilterra, né quali altri ostacoli li attendano nel loro cammino verso la sicurezza e l’asilo. A Dunkirk nulla è mai certo: quando qualcuno che conosco scompare dal campo per qualche giorno dopo un attraversamento, posso solo sperare che quella barca lo abbia portato oltre la Manica, anche se il suo posto viene subito preso da un’altra persona che attende di lasciare l’ultima spiaggia dell’Unione Europea. La spiaggia di Gravelines, da dove partono molte barche verso l’Inghilterra Fonti: * Human Rights Observers, dati su sgomberi e violenze da parte della polizia nelle aree di Calais e Dunkirk * Deutsche Welle, articolo sulla deportazione di immigrati afghani e sugli accordi tra Berlino e Kabul * InfoMigrants, articolo sulle proteste dei richiedenti asilo senza casa contro il comune di Parigi * Asylum Information Database e ECRE, ultimo rapporto sulla situazione di richiedenti asilo e rifugiati in Francia * Portale per richiedere asilo tramite il programma “one-in-one-out” del governo britannico  * Convenzione di Ginevra sui diritti dei rifugiati del 1951  * House of Commons Library, riepilogo sulla collaborazione tra Inghilterra e Francia sulla migrazione 1. Sono laureata in magistrale in giornalismo d’inchiesta alla Montfort University a Leicester (in Inghilterra) e vivo in Olanda e lavoro in un’ONG che si occupa di migrazione e diritto all’asilo. Ho collaborato con alcune pubblicazioni italiane ed olandesi, scrivendo spesso di migrazione ↩︎ 2. Calais Appeal unisce 6 organizzazioni (L’Auberge des Migrants with their two projects Channel Info Project and Woodyard, Calais Food Collective, La Capuche Mobilisée, Project Play, Refugee Women’s Centre, e Utopia 56 Calais & Grande-Synthe) che forniscono cibo, riparo e supporto e chiedono: Percorsi sicuri; Libertà di movimento; Fine della violenza al confine; Accesso ai servizi di base ↩︎
Sar sickness, la malattia della SAR e le stragi di Stati
Silence fini 1 è il racconto di tre settimane nel Mediterraneo centrale a bordo del veliero Nadir 2di RESQSHIP, in cui ho vissuto il soccorso in mare e osservato da vicino le vite delle persone migranti e dell’equipaggio, tra responsabilità, vulnerabilità e privilegio, in un mare che resta coerente e implacabile. Attraverso la mia esperienza personale, esploro cosa sia un soccorso e come frontiere, norme e gerarchie si manifestino nei corpi, nei gesti, nelle decisioni e negli sguardi. Silence fini vuole aprire ad una riflessione sulle contraddizioni etiche e politiche del Mediterraneo contemporaneo. Il racconto della navigazione a bordo di questo veliero della Civil fleet che opera monitoraggio e soccorso nel central med, vuole ricordare la violenza strutturale che colpisce chi attraversa, tra respingimenti, detenzioni e pratiche di Stati che negano sicurezza e diritti fondamentali. PROLOGO ALL’ULTIMO EPISODIO Screenshot di un video ricevuto da Alarm Phone che mostra come i pescatori hanno trovato il sopravvissuto Una piccola doverosa precisazione. L’episodio numero 5, l’ultimo di questo reportage, è stato scritto a inizio dicembre. Oggi è il 25 e la sera del 18, un’imbarcazione di legno blu ha lasciato le coste di Zuwara, con a bordo 117 persone. Non si sa chi fosse il fabbricante, chi il cokseur che ha raccolto i soldi, chi l’arabo 3 che poi ha incastrato a bordo le persone, strette strette perchè più ne salgono e più il guadagno è alto. Maglie di una catena, organizzazione che esiste grazie ai finanziamenti e alle politiche migratorie pensate e applicate dall’Europa.  Le persone sono fatte partire la sera. E’ inverno. Fa freddo anche in Libia.  La sera del 18 dicembre, pare il mare sia cresciuto, il vento aumentato. Alarm Phone 4 ha perso quasi subito il contatto con la barca. Ha chiamato tutte le autorità competenti, tutti quelli che avrebbero dovuto soccorrere. Pare che la Guardia Costiera italiana “abbia interrotto la chiamata” e quella libica “comunicato telefonicamente di non aver soccorso né intercettato alcuna imbarcazione il 18 o 19 dicembre”. Ha provato a cercarla inutilmente Seabird, uno degli aerei della flotta civile. Il 21 dicembre, alcuni pescatori tunisini hanno soccorso un uomo, che derivava a bordo di una barca blu in mezzo al Mediterraneo. Ha raccontato di essere l’unico sopravvissuto: a bordo c’erano 117 esseri umani.  Forse, se ne parlerà forse nei prossimi giorni. Si parlerà di tragedia. Sarà l’ennesima narrazione deviante. Non è una tragedia. È una strage.  Non si tratta di un evento doloroso e inevitabile, ma di un omicidio collettivo causato da un’omissione di soccorso. Strage di Stati che sacrificano, come in quest’ultimo caso, donne, uomini, bambini.  Penso a queste persone, a tutti i dispersi, a tutti i morti, ai loro cari. E a tutti i compagni che continuano ad amare il Mediterraneo, nonostante sia pieno di cadaveri. EPISODIO 5. SAR SICKNESS, LA MALATTIA DELLA SAR E LE STRAGI DI STATO Quando si torna dalla SAR, il mare non è più lo stesso.  Sono passate tre settimane dalla fine di questa rotation #10 e io non lo guardo più con gli stessi occhi. Al mio arrivo a casa a metà novembre, ne ho parlato con un amico. Il nickname che si è scelto dice molto di lui: Nemo. Era meccanico in una barca che svolgeva operazioni di ricerca e soccorso e a gennaio di questo anno quasi trascorso, ha portato a bordo della “sua” nave un gruppo di esseri umani: alcuni sono affogati davanti ai suoi occhi, altri sono morti a bordo. Tra loro un bambino.  Era fine gennaio quando è accaduta questa tragedia. Da allora, ha smesso di partecipare alle operazioni che la nave per cui lavorava ha continuato a compiere nei mesi dopo quel tragico naufragio. Non riesce più a salire a bordo. Mi dice: “Il Mediterraneo è pieno di cadaveri, eppure io continuo ad amarlo”. Anche per lui, il mare non è più lo stesso: il Search and Rescue lo ha obbligato a vedere ciò che in fondo già sapeva: la dissonanza tra la perfezione di quel cobalto liquido e i morti causati dall’assenza di risposte politiche adeguate. Lo sanno tutti i volontari e operatori che svolgono azioni di soccorso in mare; lo sospettano. Poi, ne diventano certi partecipando alle prime operazioni e se lo riconfermano nelle volte che seguono. Un semplice passaggio: dal dubbio alla certezza che esistano vite interrotte e corpi che scompaiono. I cadaveri del Central Med sono fantasmi. Non perché tutti si perdano nei fondali. Ce ne sono alcuni che derivano fino alle coste, gonfi, ma li vedono solo i soccorritori e i pescatori che li raccolgono incagliati nelle loro reti e mai chi continua a rafforzare la fortezza europea spingendone le mura sempre più a sud. Per questo, il Mediterraneo Centrale è una nuova Tebe: in scena, nel dramma, persone che, come moderne Antigoni non credono ai fantasmi ed esigono la ricerca e la sepoltura dei loro fratelli. Nemo mi ha raccontato di quella notte lacerata nella sua memoria, del soffio gelido di panico che ha attraversato la barca. Tutto l’equipaggio per un tempo che ora lui non sa dire, si è paralizzato: il ponte si è riempito di un’improvvisa tensione, coperto di corpi, come se la barca vivesse trattenendo il respiro. La morte, cruda, rigida e incontestabile, aveva conquistato la notte.  Molti membri dell’equipaggio, dopo l’approdo a terra, sono stati incapaci di risalire a bordo. Quando si torna dalla SAR, il mondo che ci accoglie, nelle nostre case, non è più lo stesso, come se la terra fosse un urto a cui bisogna resistere. Le città sembrano continuare il loro rumore, le conversazioni la loro indispensabile banalità. Sarà forse perché nei soccorsi a cui ho partecipato i migranti acquistano volti e nomi, sarà perché le barche di cui mi avevano parlato non sono fotografie prese da internet, sarà perché ho ascoltato il Mayday relay annunciato dalla radio e ne ho trascritto io le coordinate. O chissà: sarà perché la Garde Nationale tunisina ci ha affiancati minacciosamente per riprendersi a bordo persone dopo che le avevamo soccorse. Allora le morti non sono più un concetto astratto: sono uomini, donne, bambini che non arrivano, che non saranno mai riconosciuti. O forse sarà che, chi sopravvive e sale a bordo porta tracce indelebili: la paura, la fatica, le cicatrici e quell’odore di acqua salata, vestiti fradici, gasolio ed escrementi.  La SAR si insinua come una malattia silente, cronica, latente. Una forma ostinata di Eros che agisce dentro uno spazio governato da Thanatos. Entra nella vita di chi partecipa ai soccorsi, anche quelli che generano un porto sicuro e lascia come cicatrice indelebile la coscienza ostinata.  Ci vorrebbe un gruppo anonimo fatto di volontari, capitani, meccanici, anime perse o ritrovate che vi operano che si raduna una volta alla settimana. Per condividere ciò che non può essere detto fuori, ciò che rimane tra te, il mare e quelle persone che hanno guardato la morte in faccia. Io, questa volta, sono stata graziata dall’assenza di morti. Se così non fosse stato, forse non vorrei andare in mare di nuovo.  Sono tornata dalla SAR, ma le piattaforme di petrolio e di gas non sono immagine lontana, come non lo è il mare, né Sfax, le KK islands, Sabratah, Zaouia, Tripoli.  Libia, Tunisia. Qualche giorno fa, l’otto dicembre, il Consiglio UE ha approvato una proposta che modifica il concetto di “paese terzo sicuro” e ha dato il via libera alla prima lista comune di “paesi di origine sicuri”. Tra gli Stati inclusi nella lista figurano Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia: una scelta che avrà effetti diretti sulle modalità di esame delle richieste di protezione internazionale nell’Unione. Secondo il testo approvato a Bruxelles, l’istituzione dell’elenco permetterà agli Stati membri di applicare procedure di asilo più rapide nei confronti delle persone provenienti da questi Paesi, sulla base dell’assunto che essi siano considerati “sufficientemente sicuri” per rifiutare una domanda di protezione senza esaminarne il merito. Questa svolta arriva nel quadro più ampio del Patto europeo su migrazione e asilo e potrebbe influenzare in modo significativo le pratiche applicative anche in Italia, dove il tema dei paesi considerati a basso rischio di persecuzione ha già alimentato dibattiti politici e giuridici.  Io penso all’ultimo soccorso in mare, quando la GN tunisina ci ha accostati minacciosamente per tentare di riprendersi a bordo le persone. Penso anche alle testimonianze di persone migranti che hanno raccontato come, durante i viaggi per arrivare in Europa, le motovedette della suddetta guardia costiera si avvicinano alle barche che partono, già sgonfie e sovraccariche e fanno in modo di increspare il mare per ribaltarle. Quando le persone finiscono in acqua, le osservano affogare. Poi, quelle che sopravvivono, sono portate a terra, picchiate, caricate negli autobus, portate al confine con la Libia. Vendute. Una volta in Libia sono detenute e liberate sotto riscatto.  Ma la Tunisia è un Paese di origine sicuro. Le persone di origine sub sahariana che ci arrivano sono chiamate oro nero e diventano merce di scambio. Per questo la Tunisia è un Paese di origine sicuro. Perché vende in modo sicuro alla Libia. Anche la Libia fra poco sarà considerato un luogo pacifico per le persone in movimento, anche se la so called guardia costiera spara anche a chi effettua i soccorsi in mare e le persone detenute nelle prigioni escono solo previo pagamento di un riscatto. Non ha importanza che i soldi della liberazione siano estorti alle famiglie facendo loro ascoltare le suppliche dei loro cari sotto tortura o perché qualche ricco estraneo ricompra queste persone per utilizzarle come meglio desidera. Non è più questione di diritti umani violati: è proprio l’umanità che manca. Ci sono migliaia di persone che vivono nascoste nei campo’ -come molte chiamano gli insediamenti abusivi in cui vivono a Zouara o Zouaia o chissà, quale altro snodo di case in Libia, destinati ai migranti deportati dalla Libia e usciti di prigione-, o negli Zitounes sulle coste della Tunisia. Vivono appese, sopravvivendo mentre aspettano di arrivare in Europa.  Ne conosco alcune, che hanno voluto condividere con me la loro storia.  Qualche giorno fa, dieci dicembre, due uomini mi hanno detto che stavano per lasciare la Libia. Tripoli. Uno ce l’ha fatta. Finalmente al sicuro, riconosciuto rifugiato da UNHCR, è stato accompagnato all’aeroporto. Un visto in tasca, al polso un braccialetto con un codice a barre. Nella valigia, qualche vestito. Sull’aereo, aveva un posto numerato per sedersi, un assistente di volo lo ha accolto a bordo. Gli ha offerto da bere. All’aeroporto d’arrivo in Italia, lo ha accolto una delegazione: politici e associazioni che hanno costruito per mesi un corridoio umanitario per farlo arrivare insieme ad altri. Ora, lo aspetta un nuovo paese, una nuova lingua, una nuova frontiera. Il secondo mi ha scritto, mentre aspettava in un hangar. Il pavimento era freddo, le pareti ruvide, la porta chiusa. Di giorno, era andato alla ricerca di un giubbotto di salvataggio. Ha aspettato. So che ha già tentato l’avventura e l’ultima volta, quando la sua barca era già nelle acque internazionali, sono arrivate le motovedette della Garde Nationale Tunisina a fingere di prestare soccorso dopo aver generato il rovesciamento della barca su cui era a bordo. Sono morti in molti. Lui è sopravvissuto “par la grace de Dieu”. Dopo essere stato torturato e venduto. Il dieci dicembre 2025 era pronto, con un giubbotto salvataggio appena comprato e il numero di Alarm Phone da contattare.  Di lui non ho notizie. Forse non è riuscito a partire. Spero che il suo telefono sia muto solo perché la batteria si è scaricata e non perché è stato ingoiato dal mare, ennesima vittima di una strage di Stati. 1. Leggi gli altri episodi: Introduzione; Il deserto dei Tartari; Silence et regards: Anchise, Odisseo, Telemaco; Il silenzio complice ↩︎ 2. Nadir è un veliero che svolge operazioni di search and rescue nel Mediterraneo e fa parte della Civil Fleet ↩︎ 3. Col termine arabo si indica la persona che ha materialmente messo a bordo le persone. Si definisce anche bananier o organisateur. Si veda EQUIPAGGIO DELLA TANIMAR, Controdizionario del confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale, Tamu, Napoli 2025 ↩︎ 4. Alarm Phone fears yet another deadly shipwreck in the Central Mediterranean ↩︎
Il silenzio  complice
Silence fini 1 è il racconto di tre settimane nel Mediterraneo centrale a bordo del veliero Nadir 2 di RESQSHIP, in cui ho vissuto il soccorso in mare e osservato da vicino le vite delle persone migranti e dell’equipaggio, tra responsabilità, vulnerabilità e privilegio, in un mare che resta coerente e implacabile. Attraverso la mia esperienza personale, esploro cosa sia un soccorso e come frontiere, norme e gerarchie si manifestino nei corpi, nei gesti, nelle decisioni e negli sguardi. Silence fini vuole aprire ad una riflessione sulle contraddizioni etiche e politiche del Mediterraneo contemporaneo. Il racconto della navigazione a bordo di questo veliero della Civil fleet che opera monitoraggio e soccorso nel central med, vuole ricordare la violenza strutturale che colpisce chi attraversa, tra respingimenti, detenzioni e pratiche di Stati che negano sicurezza e diritti fondamentali. IL SILENZIO  COMPLICE Nel linguaggio della navigazione, “silence fini” è una formula che segna un confine. Durante un’emergenza, la radio del mare impone il silenzio: solo chi coordina il soccorso può parlare. Tutto il resto tace. È un silenzio tecnico: lo spazio vuoto in cui una voce sola deve essere ascoltata. Siamo alla fine di questa nostra missione, dopo l’ultimo soccorso, ci dirigiamo ancora una volta a sud in direzione delle isole KK, al largo della SAR tunisina e maltese.  Martedì 11 novembre. Abbiamo ripreso il mare lunedì, dopo aver consegnato a terra gli uomini del precedente soccorso. Entro mercoledì dobbiamo ricominciare a salire verso Malta, dove siamo di base. A Gozo, la nostra barca sarà a riposo per qualche mese prima di riprendere a navigare:  richiede manutenzione dopo mesi di mare. Si chiude ora con i soccorsi e a partire da marzo si ricomincia. Siamo stanchi. Tutti. Con il desiderio di un soccorso per strappare in salvo persone e con le ore di sonno che si contano sulle dita della mano accumulate negli ultimi giorni.  Sono da poco passate le nove di mattina di questo 11 novembre. La radio VHF gracchia: “Mayday relay Maday relay Mayday relay. EAGLE 1 EAGLE 1 EAGLE 1”. L’aereo di Frontex. La voce dello speaker è chiara, liscia, lineare. Sembra quella  di un annuncio in un supermercato, quando si chiede supporto alle casse perché ci sono troppi clienti che aspettano in fila. Ci dirigiamo verso il target. Ci vogliono poco più di due ore per raggiungerlo, indovinandone la traiettoria. Questa volta si tratta di un gommone mezzo sgonfio, come il primo, coi motori che tossiscono inquinandone la direzione. Come accade spesso, le persone a bordo, non reagiscono ai nostri cenni, come se fossimo degli sconosciuti incontrati per caso a cui si guarda con diffidenza. Ci vuole sempre un tempo perché le persone a bordo comprendano  che chi si avvicina loro non è un nemico che cerca di riportarli all’inferno.  Salutiamo a grandi cenni ancora e ancora. Finalmente rispondono e la comunicazione si instaura così. Ci avviciniamo sempre di più fino a mettere il RHIB in acqua coi gilet salvagente per prestare il primo soccorso. Sono 29 persone a bordo. La consueta danza tra la barca madre e il nostro Rigid Hull Inflatable Boat  che raggiunge l’imbarcazione migrante comincia via radio. Prima si cerca una persona che parli la stessa lingua e possa tradurre e poi si inizia con le comunicazioni di rito. “Siamo qui per prestare soccorso. Siamo N, una barca europea. Non vi lasciamo soli” E poi le domande: “Quanti siete? Quante donne? Quante sono incinta? quanti bambini? Quanti minori da soli? quanti uomini?” e ancora, la domanda che temo sempre: “Qualcuno dorme? Da quanto tempo?” per evitare, almeno all’inizio, la parola morte, che sempre aleggia.  La risposta che ci arriva dai colleghi ci gela il sangue. “Una donna incosciente, da due giorni”. Con la dottoressa a bordo, prepariamo il letto per procedere alla rianimazione, come il protocollo prevede. Rimugino, tra me e me, che prima o poi doveva succedere. Mi ripeto che su tre soccorsi, due sono andati a buon fine, che non abbiamo visto né gente annegare, né persone morire tra le nostre braccia, come é successo a molti che io conosco. Poi per fortuna i tre membri dell’equipaggio che stanno vicino al gommone richiamano dicendo che sono riusciti a svegliarla. Tiriamo tutti un respiro di sollievo, ringraziamo tutti i nostri dei personali. E poi come sempre il trasbordo: prima le cime lanciate da poppa e da prua verso l’imbarcazione sgonfia e poi le persone che con disciplina seguono le istruzioni. Prima le donne, otto, tutte velate, poi un ragazzino, evidentemente minore, poi tutti gli uomini. Venti.  Salgono a bordo, come sempre, in questa rapida danza in cui seguono le nostre istruzioni, a cui indichiamo chi deve salire, a cui spieghiamo di alzare le braccia perché possiamo aiutarli ad entrare in un mondo sicuro. Uno alla volta, con calma, pazienza, chiarezza. Ci proviamo almeno. Ma è un momento delicato: sia perché le barche rischiano sempre di capovolgersi, ma anche perché nelle aree di sovrapposizione con le aree SAR libiche e tunisine, si teme spesso l’arrivo delle cosiddette guardie costiere. Tunisia e Libia sono paesi  finanziati dall’UE per tenere a freno gli arrivi.  A qualunque costo.  Riusciamo a portare a bordo tutti, seguiamo le procedure come la legge prevede. Le mail sono inviate prima del trasbordo  a tutte le MRCC delle zone SAR coinvolte: Tunisina, Maltese, Italiana, tedesca per informazione. Seguono le telefonate. Malta non risponde: c’è sempre una segreteria telefonica che chiede di lasciare un messaggio. La Tunisia accetta la nostra offerta di soccorso già comunicata per iscritto. Come nel precedente soccorso, propongo di parlare in inglese o in francese. Scelgono quest’ultima lingua e accettano, come richiesto per mail, di lasciare le persone a bordo. Eppure qualcosa funziona in modo diverso. Una motovedetta tunisina si avvicina a noi a tutta velocità. Si accosta minacciosa. Tre individui a bordo. Uno, giovane, si rivolge a noi con fare aggressivo. Presuntuoso, nella sua divisa cucita dai poteri accordati da stati europei che si lavano la coscienza finanziando mercenari in divisa.  Gli parlo io, traduco il capitano. Ci chiede le nazionalità delle persone a bordo. Sono tutti somali, ad eccezione di due persone egiziane e un ragazzo sudanese. Ma l’ufficiale tunisino non lo sa. Li indica e  mi dice “prendiamo noi i due della Tunisia”. Gli spiego che non vengono dal suo paese. Il colore della loro pelle lo inganna. E se anche lo fossero davvero, gli accordi scritti proteggono loro e noi. Siamo fermi. Con una finta e tesa gentilezza che non lascia posto alla negoziazione. Le persone sono a bordo di N e su N restano. Che vergogna questo mondo in cui si negoziano le vite umane in questo modo, come merce di poco valore.  Si allontanano, ma solo dopo averci affiancato ancora per qualche miglia, nello stupido tentativo di farci sentire la loro forza, il loro potere. In realtà, mi lasciano solo la certezza che il diritto umanitario e quello marittimo in questo Mediterraneo centrale sono come le scie che in acqua che non lasciano segno. A bordo, le donne sono all’interno della N, gli uomini a prua. Cominciamo a lavarle. Tutti gli ospiti sono zuppi di acqua, sale e benzina. Le donne molto di più, perché nel gommone erano all’interno, che si impregna presto della miscela che rode la carne. Sono timide queste ragazze. Tutte minorenni. La più giovane ha solo 15 anni. Si denudano a fatica, scoprono il capo timide. Le laviamo. Passiamo le nostra dita, puliamo con cura le piaghe di pelle corrosa.  Mi resta impresso il colore rosso vivo, la consistenza di questa carne viva e macerata sotto le mie mani coperte dai guanti. Gli sguardi esprimono smorfie di dolore. Ma l’unico modo perché abbiano pace é proprio questo. Acqua, sapone, vaselina, vestiti asciutti e puliti.  Si rilassano poco alla volta. Si lasciano andare al sonno, dopo aver bevuto un the caldo e mangiato crackers che servono a smorzare per un attimo i morsi della fame. Il ponte si copre di mantelline termiche dorate. Come sempre, lo stesso rumore stropicciato degli altri soccorsi. Lo stesso odore che mescola urina, gasolio, mare, vomito. A qualche miglia da Lampedusa, il risveglio di chi si era appisolato. La vicinanza della terra ci spinge a dare loro qualche certezza momentanea e qualche informazione sicura. Non possiamo promettere protezione e documenti, perché queste sono previsioni che non possiamo emettere. Abbiamo però la certezza di sapere cosa aspetta loro a terra. Chi sarà al molo commerciale ad accoglierli: medici, polizia, frontex, guardia costiera, croce rossa, associazioni del forum lampedusano. Un trasporto rapido all’hot spot per 24 ore e poi di nuovo a bordo per raggiungere la Sicilia e poi il continente. Cosa accadrà dopo, non lo sa nessuno. In fondo, Lampedusa è solo un’altra frontiera. Ne seguiranno molte altre, come vene e capillari di un corpo in cui si diramano strade, limiti, passaggi. Spieghiamo con l’aiuto di due mediatori spontanei che fanno parte delle persone soccorse: l’unico sudanese a bordo parla inglese e arabo. Condividiamo la prima lingua con lui che traduce nella seconda ad un ragazzo somalo, che trasmette i messaggi alle persone della sua stessa origine.  Persone attrici del loro percorso. Soggetti, non solo vittime, ma anche. Prima di tutto, di un sistema assurdo che vieta il movimento a una grande parte delle persone che vivono in questo mondo, in cui i privilegiati stanno sempre dallo stesso lato, racchiusi in una fortezza.  Quello che sento è un insieme di compassione, rabbia, ammirazione. Queste persone viaggiano da anni, molte sono state arrestate, torturate e vendute in Libia. Il viaggio nel mediterraneo, che li rende avventurieri per un tempo, nel loro caso è durato 24 ore. Anche in questo caso, il prezzo della traversata è stato tra i 5000 e i 7000 euro. E’ una vergogna questo mondo.  Lampedusa diventa terra, molo, approdo, nuovo inizio di un percorso, di un viaggio.  Il piccolo Egiziano prima di scendere, con l’aiuto del ragazzo sudanese che parla arabo, mi chiede se potrà andare a scuola. Si illumina quando gli dico che potrà farlo. Vorrei vedere lo stesso sorriso nei ragazzi della mia città, per cui ogni diritto è un privilegio scontato. Non è colpa loro se non sanno che non è così per tutti. Fa parte delle responsabilità che noi adulti abbiamo. Scendono a terra, con l’aiuto mio e di M., mentre la polizia a terra comincia il conto: “Uno, donna, minore; due, donna, minore”; e così ancora e ancora…..sette, otto, “nove, uomo, minore”, fino al numero ventinove. “uomo”.  Uomini, donne. Non numeri, non distress cases, clandestini, invasori, merce. Soggetti. Quando sono tutti a terra e abbiamo risposto alle domande di rito fatte dagli agenti di Frontex e della polizia, spediamo per email il messaggio: “silence fini”. Significa che il silenzio può terminare, che le comunicazioni ordinarie riprendono. Niente di solenne: una frase breve, funzionale, precisa.  Una parola del mare, nella cui semplice eleganza francese resta il peso di ciò che è appena passato: la comunicazione può riprendere normale.  Ma anormale è questo silenzio politico dei governi europei, l’assente indignazione dell’Unione Europea che finge di lottare contro la criminalità organizzata e il traffico di esseri umani, mentre finanzia Libia e Tunisia perché facciano scomparire le tracce di chi cerca di attraversare, che riconosce l’operato di GC che usano armi e violenza per ricacciare le persone indietro. Non é vero che l’UE ignora cio’ che accade perché, finanziando l’azione dei militari di Libia e Tunisia, lo rende possibile. Silence fini, ma solo alla radio. Quello degli Stati continua.  1. Leggi gli altri episodi: Introduzione; Il deserto dei Tartari; Silence et regards: Anchise, Odisseo, Telemaco ↩︎ 2. Nadir è un veliero che svolge operazioni di search and rescue nel Mediterraneo e fa parte della Civil Fleet ↩︎
Harraga: sparizioni e detenzioni tra Marocco, Mediterraneo e zone di frontiera
FEDERICO MASSARO 1 L’11 ottobre, negli spazi della confederazione democratica del lavoro di Béni Mellal, si è tenuto, grazie all’organizzazione della Rete Marocchina dei Giornalisti delle Migrazioni (RMJM), all’Association Marocaine d’Aide aux Migrants en Situation Vulnerable (AMSV), e alla Fondazione Heinrich Böll di Rabat, l’evento “Casi di scomparsa di migranti marocchini in mare o alle frontiere: mobilitazione mediatica e cittadina per la verità”. Béni Mellal (in arabo بني ملال‎, Banī Mallāl; in berbero ⴰⵢⵜ ⵎⵍⵍⴰⵍ, Aït Mellal) è una città del Marocco situata al centro del Paese, capoluogo dell’omonima provincia e della regione del Béni Mellal-Khénifra. Sorge a 625 m s.l.m. in un’oasi ai piedi del Jbel Tassemit, fra i rilievi del Medio Atlante e la pianura. Dalle città vicine di Souk Sebt, Khouribga, Attaouia e Kelâat Sraghna si sono raccolte le famiglie delle persone scomparse e insieme hanno potuto condividere, in un “rituale” collettivo 2, le proprie testimonianze sulla scomparsa delle loro figlie e dei loro figli, fratelli/sorelle, mariti e parenti. Le loro voci, accomunate da una lacerante ferita causata dalla perdita di una persona a loro cara, reclamano giustizia e verità. «Non smetteremo di mobilitarci finché non avremo risposte sulla sorte dei nostri figli» 3. PH: Federico Massaro (Beni Mellal – 11.11.25) La sofferenza e la rabbia che le famiglie provano da anni trovano nell’Association Marocaine d’Aide aux Migrants en Situation Vulnerable un canale di supporto giuridico, amministrativo ed organizzativo. Eventi come questo, uniti alle attività 4 svolte dall’associazione di Oujda 5, gettano le basi di una denuncia organica all’intero edificio coloniale europeo 6. Le rivendicazioni di giustizia e verità mosse dai famigliari delle persone scomparse e dall’AMSV si muovono in questo senso a favore di una completa rottura del silenzio delle istituzioni nazionali e internazionali. A favore di una piena e approfondita conoscenza delle sorti e del destino delle persone a loro care. SCOMPARSE E INCARCERAZIONI Il presidente dell’associazione, Hassan Ammari, ha presentato diversi casi di persone scomparse, detenute, bloccate o trattenute sulle rotte migratorie. «Ogni giorno riceviamo tra tre e quattro segnalazioni di sparizioni durante i tentativi di migrazione. Ad oggi, l’associazione ha registrato più di 560 dossier riguardanti marocchini presumibilmente detenuti in Algeria, dei quali 260 sono attualmente in corso di deportazione, oltre a decine di altri in Libia e in Tunisia» 7. Come riportato dalla testata giornalistica ENASS 8 in caso di arresto su suolo algerino 9 le persone migranti marocchine si trovano ad essere condannate per pene lievi per un periodo che va da 6 a 12 mesi. Se il loro rilascio avviene rimangono bloccate in Algeria per mancanza di mezzi e documenti di viaggio o, nella peggiore delle ipotesi, in caso questo non avvenga si trovano costrette ad abitare il limbo dei centri di detenzione in attesa di un rimpatrio per il Marocco. SPARIBILITÀ E PRECARIETÀ Stando al report di Caminando Fronteras 10, nel periodo che va dal 1 gennaio al 31 maggio 2025, al confine euro-africano occidentale 1.865 persone sono morte/disperse e 38 imbarcazioni sono scomparse. I dati dell’anno precedente 11 riflettono lo stesso andamento: 10.457 persone sono cadute vittime del regime di frontiera, con cifre che toccano le 30 morti giornaliere. Le partenze registrate dall’Algeria nel Mediterraneo fanno della rotta algerina, con le sue 517 vittime complessive, la seconda in termini di mortalità. Il concetto di “sparibilità” (disappearability), così come definito da Laakkonen in quanto “potenzialità” e “condizione che si riferisce alle sparizioni, ai destini ignoti e ai corpi non identificati, o al pericolo di incontrare tale sorte”, ci viene in aiuto per mostrare quei meccanismi di violenza e precarietà che designano le diverse “forme e strategie di sparizione” 12. In continuità con tale visione, vediamo come la violenza coloniale e razziale caratteristica dell’impianto securitario rappresenti il filo rosso che unisce, tra passato e presente, relazioni diseguali Nord-Sud e dinamiche di classe 13. Storicizzare la seguente definizione ed analizzarla in quanto inserita all’interno di una struttura di potere, che si è costruita e continua a costruirsi su dinamiche di classe e razza, è essenziale per mostrare nella sua interezza l’intero apparato dei regimi frontalieri europei. Tutto ciò ci dà la possibilità di guardare alle sparizioni in quanto somma di “costellazioni cumulative di precarietà” 14 a cui lɜ migranti devono giornalmente far fronte. Forme di pericolo, controllo, ed eliminazione che si materializzano e gettano le basi di un sistema in grado di creare soggettività precarie e vulnerabili alle sparizioni 15. Prendono importanza in questo contesto gli harraga. Il termine, che “deriva dal verbo arabo harraqa (bruciare), nel doppio significato di ‘bruciare le frontiere’ e di ‘bruciare i documenti di identità’”, viene qui utilizzato per descrivere “i migranti maghrebini che sfidano le leggi proibizioniste per entrare in Europa” 16. Gli harraga si trovano a dover confrontare, da una parte, una costante de-soggettivazione e sfigurazione delle menti e dei corpi 17 mentre, dall’altra, una continua sovra-mediatizzazione degli sbarchi (sulle coste del Mediterraneo) e invisibilizzazione delle scomparse. «Per chi è in attesa dei propri cari, una persona scomparsa lascia una situazione irrisolta, un dolore senza una fine: non c’è un corpo da seppellire né un luogo della memoria da visitare – solo incertezza e dubbio» 18. La mancanza di informazione relativamente i propri cari trasporta le famiglie in una condizione di liminalità 19 tra la vita e la morte. Ciò le espone ulteriormente al pericolo di estorsione e false informazioni da parte di gruppi, organizzazioni e persone che professano di avere notizie relativamente la persona a loro cara 20. L’AMSV rappresenta pertanto, ad oggi, una delle poche ONG marocchine a riuscire a fornire un sostegno concreto ai famigliari nella ricerca delle loro persone care scomparse o detenute nei paesi della costa sud del mediterraneo. PH: Enass BENI MELLAL-KHÉNIFRA: TRA MIGRAZIONI E DEPORTAZIONI Non è un caso che si sia scelta la città di Beni Mellal come sede dell’evento. La zona attorno alla città mostra una storia importante in termini di migrazioni e ritorno da e verso i paesi europei 21. La regione ai piedi dell’Atlante centrale, comprendente al proprio interno le province di Beni Mellal, Khouribga e Fkih Ben Saleh, viene da tempo ribattezzata, a causa dei numerosi decessi nelle rotte migratorie verso l’Europa, il “triangolo della morte” 22. Il termine, riflesso delle dinamiche politiche e migratorie dell’area, dimostra come dal 2019 in poi l’ampio fenomeno migratorio si sia intersecato sempre più con le sparizioni in mare di migranti marocchinɜ. Emblematica in questo senso la giornata del 27 marzo 2022 dove, in un naufragio al largo delle coste di Laâyoune, persero la vita una decina di giovani originarɜ delle città di Beni Mellal, Kelaa Seraghna e Fkih Ben Saleh 23. A queste dinamiche vanno ad aggiungersi le “deportazioni interne” 24 o “spostamenti interni forzati” 25: pratiche adottate dalle autorità marocchine “volte ad allontanare i presunti candidati all’emigrazione irregolare dalle zone di frontiera” 26. Secondo il report “Expulsions gratuites” di GADEM 27, la violenza delle politiche di controllo dei corpi e dello spazio obbliga la persona migrante a far fronte ad arresti, reclusioni e spostamenti forzati. Le città nella zona centro-sud del Marocco, lontane rispetto ai luoghi di frontiera, vengono così coinvolte e inserite in una costellazione di spostamenti con cui la persona in movimento deve orientarsi. In questa cornice le città di Beni Mellal e Khouribga si fanno testimoni di vere e proprie operazioni di pratiche di confine 28. Le deportazioni e sparizioni, sia all’interno di dinamiche di frontiera che in territorio nazionale marocchino, si intersecano e intrecciano, mutuando – seppur con pratiche di polizia differenti – la stessa matrice di controllo dei corpi e della mobilità. È in questo contesto che la necropolitica 29 attuata nei confronti delle persone deportate internamente, se osservata da una visione che guarda alle sue pratiche come intrinsecamente coloniali e razzializzanti, è in grado di svelare l’attuale “razionalità moderna di governo” 30. Quella stessa matrice che in Italia deporta e crea, materialmente ed epistemicamente, l’illegalità 31 e la “deportabilità” 32 si trova così strettamente connessa alle pratiche che sull’altra sponda del Mediterraneo producono incertezza, vulnerabilità e sparizione. Riconoscere queste connessioni ci dà la possibilità di guardare alle strette relazioni tra l’apparato frontaliero, la mobilità delle persone e il sistema securitario europeo. In questo modo, si può vedere come le differenti modalità di potere e controllo dialogano e si autoalimentano tra loro all’interno di dinamiche nazionali e transnazionali. In tal senso acquisiscono importanza le parole di Wael Garnoui che, citando direttamente “I dannati della terra” di Frantz Fanon, mostrano come l’immobilità dell’harrag assomigli sempre più a quella del colonizzato descritto dallo psichiatra e militante martinicano. «La prima cosa che l’indigeno impara è a stare al suo posto, a non oltrepassare i limiti. Perciò i sogni dell’indigeno sono muscolari, sogni di azione, sogni aggressivi. Sogno di saltare, di nuotare, di correre, di arrampicarsi» 33. È il razzismo sistemico e la “colonialità del potere” 34, così definita da Anibal Quijano, cheagendo simultaneamente estromettono dallo spazio e dal tempo il corpo della persona in movimento. Riportare e leggere gli spostamenti degli harraga e le relazioni che questi hanno con la memoria, lo spazio e i legami famigliari ci aiuta a osservare le modalità di stare al mondo ed esistere di una moltitudine di soggettività in grado di scardinare la struttura securitaria europea 35. MEMORIA E COLLETTIVITÀ È necessario allontanarsi, dunque, da una visione umanitaria o da etichette giuridiche che riconducono la persona in movimento unicamente ad una condizione di necessità e/o mancanza: in quanto priva di agency, risorse, cultura, legami sociali etc 36. Notiamo come la mobilità degli harraga e la memoria delle famiglie di quest’ultimi vadano a scontrarsi direttamente con l’attuale sistema di obliterazione ed eliminazione della soggettività migrante. L’atto migratorio e le voci delle famiglie delle persone scomparse si fanno, pertanto, atto di rottura nei confronti “di quella sorta di ‘delirio securitario’” 37 caratteristico del sistema istituzionale europeo. La memoria, le rivendicazioni politiche delle famiglie delle persone scomparse e le attività dell’associazione AMSV vanno a dar forma, plasmare ed aggiungersi ad una cosmologia di pratiche capaci di mettere in crisi il regime di frontiera europeo 38. I famigliari in cerca delle persone care ritrovano così nell’associazione, megafono delle loro voci, una modalità di condivisione, confronto e ripoliticizzazione del costante dolore (hasra) provocato dalla scomparsa. In darija (dialetto marocchino), la parola “hasra” (حسرة) significa rimpianto, dispiacere o “nostalgia dolorosa” per qualcosa che non si ha più o che non si è realizzato. Il termine viene spesso utilizzato per esprimere un sentimento di perdita o di tristezza interiore. In questo caso riflette la condizione di profondo dolore delle famiglie nella scomparsa delle persone care. UNA MOBILITAZIONE TRANSNAZIONALE In occasione della giornata del 6 febbraio 2026, “Giornata mondiale in solidarietà alle vittime delle frontiere e ai dispersi nelle rotte migratorie”, l’Association Marocaine d’aide aux Migrants en Situation Vulnérable terrà 3 giornate di incontro e confronto – 5, 6 e 7 febbraio – a Oujda 39. L’evento, parte della mobilitazione transnazionale «Commémor’Action», riunirà, sotto lo slogan “Per una revisione totale della legge 02/03 che garantisca tutti i diritti dei migranti e delle famiglie dei dispersi, dei prigionieri e dei detenuti sulle rotte migratorie”, le famiglie marocchine delle persone scomparse o detenute, attiviste e reti/collettivi nazionali e internazionali. La giornata di CommemorAzione nasce in memoria della strage di Tarajal a Ceuta (enclave spagnola in Marocco), contro la militarizzazione delle frontiere e la libertà di circolazione. Il 6 febbraio del 2014 14 persone migranti morirono annegate nel tentativo di entrare a nuoto in Europa dal Marocco attraverso la spiaggia di Tarajal. Da allora, andando ad unirsi alla “Marcha por la Dignitad” di Ceuta, la mobilitazione ha preso adesioni in tutto il mondo acquisendo un respiro sempre più transnazionale. Queste giornate uniranno in unico grido la memoria e la richiesta di giustizia e verità dei famigliari delle persone inghiottite dal sistema securitario delle frontiere. Un modo in più per costruire una solidarietà collettiva multi-paese in grado di incrinare le dinamiche dei dispositivi di controllo transnazionali. Saidia, 2020 (PH: CommemorAction) 1. Mi sono laureato in Scienze Internazionali all’Università di Torino, con una tesi che indaga l’intreccio tra lavoro, settore delle costruzioni e colonialismo d’insediamento in Palestina. Oggi frequento il Master GEMPRAI dell’Università Federico II e mi interrogo sulle relazioni tra migrazioni, forme di violenza, colonialità ed agentività delle persone in movimento ↩︎ 2. Il seguente termine viene adottato in contrapposizione a quei “rituali di confine” (border rituals) così definiti da Khosravi. Per un approfondimento vedasi: Khosravi, S. (2007), The ‘illegal’ traveller : An auto-ethnography of borders, “Social Anthropology”, 15(3), 321–334 ↩︎ 3. Migrant·e·s disparu·e·s en mer : le cri des familles face à un drame silencieux, Enass (ottobre 2025) ↩︎ 4. Accompagnare e assistere le famiglie dellɜ migranti mortɜ, detenutɜo scomparsɜ alle frontiere e in mare; Lottare per la libertà di circolazione di ogni persona migrante e contro la chiusura e l’esternalizzazione delle frontiere; Contrastare la criminalizzazione della migrazione e della solidarietà; Favorire l’autonomia giuridica di individui e comunità vulnerabili (legal empowerment ), spesso collocati in situazioni di esclusione temporanea o permanente, per accompagnarli nelle difficoltà incontrate e aiutarli a far valere i propri diritti; Combattere l’esclusione, la discriminazione e gli stereotipi nei confronti delle persone migranti vulnerabili. Fonte: AMSV (2024), brochure informativa. ↩︎ 5. L’associazione, nata a Oujda nel 2017, a partire dal luglio 2023 è entrata a far parte della rete euro-africana Migreurop ↩︎ 6. Per uno sguardo sulla “colonialità” dell’Unione Europea in quanto “progetto politico ed economico” vedasi: Mellino, M. (2019), Governare la crisi dei rifugiati. Sovranismo, neoliberalismo, razzismo e accoglienza in Europa, DeriveApprodi, p.15 ↩︎ 7. Migrant·e·s disparu·e·s en mer : le cri des familles face à un drame silencieux, Enass (ottobre 2025) ↩︎ 8. Migration : Les Haraga optent pour l’Algérie, Enass (maggio 2024) ↩︎ 9. Loi algérienne 08-11 du 25 juin 2008 « relative aux conditions d’entrée, de séjour et de circulation des étrangers en Algérie ». Nel primo decennio del 2000 si è registrato, in conformità alle politiche di securitizzazione europee, un allineamento giuridico dei paesi del Maghreb. Vedasi anche: loi marocaine 02/03 de 2003 « relative à l’entrée et du séjour des étrangers au Royaume du Maroc, à l’émigration et l’immigration irrégulières » ; République tunisienne, loi n° 2004-6 du 3 février 2004, modifiant la loi n°75-40 du 14 mai 1975, relative aux passeports et aux documents de voyage ↩︎ 10. Consulta il rapporto ↩︎ 11. Consulta il rapporto ↩︎ 12. Laakkonen, V. (2022), Deaths, disappearances, borders: Migrant disappearability as a technology of deterrence, “Political Geography”, 99 (102767): 1–9 ↩︎ 13. Ibid., p.2 ↩︎ 14. Tali forme comprendono al proprio interno: “navi non idonee alla navigazione, sanzioni imposte alle compagnie di trasporto, regimi di violenza e sorveglianza delle frontiere, operazioni di intercettazione e respingimento, minacce di deportazione e detenzione, passaggio attraverso terreni accidentati o in veicoli non sicuri, tratta di esseri umani e condizione di irregolarità, costretti a muoversi clandestinamente”.Ibid ↩︎ 15. Irrintracciabili Pratiche di frontiera e scomparse forzate in Marocco, ASGI (marzo 2025), p. 10 ↩︎ 16. Garnoui, W. (2024), Harraga bruciare per l’Europa. Indagine e psicanalisi dei migranti nel Mediterraneo. Per un pensiero decolonizzato delle frontiere, Poiesis, p. 259 ↩︎ 17. Ibid., p.93 ↩︎ 18. Laakkonen, V. (2022), Op. Cit., p. 3 ↩︎ 19. Huttunen, L. (2016), Liminality and missing persons: Encountering the missing in postwar Bosnia-Herzegovina,“Conflict and Society”, 2(1): 201–218 ↩︎ 20. Guía para Familias Víctimas de la Frontera, Caminando Fronteras (maggio 2021) ↩︎ 21. Mghari M., Fassi Fihri M. (2010), Cartographie des flux migratoires des Marocains en Italie, Organisation Internationale pour les Migrations ↩︎ 22. Migration irrégulière des Marocains: au royaume des enfants disparus en mer, En toutes lettres Mag (ottobre 2025) ↩︎ 23. À Beni Mellal, les familles de migrants exigent la vérité, Enass (marzo 2023) ↩︎ 24. ASGI (marzo 2025), Op. Cit. ↩︎ 25. Situation des personnes non ressortissantes marocaines à Rabat. Note d’analyse des données recueillies à Rabat entre janvier 2021 et décembre 2022, GADEM (marzo 2023) ↩︎ 26. Ibid. ↩︎ 27. Consulta il report ↩︎ 28. Le destinazioni delle pratiche di deportazione interne sono diverse. Spaziano dalle città di Beni Mellal, Casablanca, Errachidia, Safi, Fès, Kenitra, Oujda, Marrakech, Rabat e Settat fino ad arrivare a Tiznit, Agadir e Dakhla. Coûts et blessures Rapport sur les opérations des forces de l’ordre menées dans le nord du Maroc entre juillet et septembre 2018 – Éléments factuels et analyse, GADEM (2018) ↩︎ 29. Il termine indica l’uso del potere politico e sociale per determinare chi può vivere e chi deve morire. “La sovranità in questi luoghi equivale alla capacità di definire chi conta e chi non conta, chi è eliminabile e chi non lo è”. Per una definizione completa di “necropolitica” vedasi: Mbembe, A. (2003). Necropolitics, “Public Culture”, Duke University Press, Durham, 15 (1), 11–40. Tr. it. Necropolitica (2016), Ombre Corte ↩︎ 30. Mellino, M. (2019), Op. Cit., p.26 ↩︎ 31. Per uno sguardo sulla “costruzione dell’illegalità all’interno dei regimi di frontiera” vedasi: Bachelet S., Hagan M. (2023), Migration, race, and gender: the policing of subversive solidarity actors in Morocco, “L’Année du Maghreb”, 30 ↩︎ 32. De Genova, N. (2002),Migrant “illegality” and deportability in everyday life, “Annual Review of Anthropology”, 31: 419–447 ↩︎ 33. Fanon, F. (2007), I dannati della terra, Einaudi In Garnoui, W. (2024), Op. Cit., p. 233 ↩︎ 34. Quijano, A. (2000), Coloniality of Power, Eurocentrism, and Latin America, “Nepantla: Views from South”, 1 (3): 533 –580 ↩︎ 35. Gilroy, P. (1984), There Ain’t No Black in the Union Jack, Routledge, London in Mellino, M. (2019), Op. Cit., p. 85 ↩︎ 36. Sorgoni, B. (2022), Antropologia delle migrazioni. L’età dei rifugiati, Carocci, Roma, p. 25 ↩︎ 37. Mellino, M. (2019), Op. Cit., p. 36 ↩︎ 38. Ibid., p. 47 ↩︎ 39. Per ulteriori informazioni vedasi la pagina dell’associazione ↩︎
Silence et regards: Anchise, Odisseo, Telemaco
Silence fini è il racconto di tre settimane nel Mediterraneo centrale a bordo del veliero Nadir 1 di RESQSHIP, in cui ho vissuto il soccorso in mare e osservato da vicino le vite delle persone migranti e dell’equipaggio, tra responsabilità, vulnerabilità e privilegio, in un mare che resta coerente e implacabile. Attraverso la mia esperienza personale, esploro cosa sia un soccorso e come frontiere, norme e gerarchie si manifestino nei corpi, nei gesti, nelle decisioni e negli sguardi. Silence fini vuole aprire ad una riflessione sulle contraddizioni etiche e politiche del Mediterraneo contemporaneo. Il racconto della navigazione a bordo di questo veliero della Civil fleet che opera monitoraggio e soccorso nel central med, vuole ricordare la violenza strutturale che colpisce chi attraversa, tra respingimenti, detenzioni e pratiche di Stati che negano sicurezza e diritti fondamentali. SILENCE ET REGARDS: ANCHISE, ODISSEO, TELEMACO Approdo. Pulizia della nave, burocrazia. Carte, mail da inviare, libera pratica sanitaria, spesa. Sono distrutta. Mi salva il vento feroce che ci da una tregua di 24 ore. Se Eolo esistesse, lo ringrazierei in persona, perché solo lui ci salva alla foga di questo capitano che ci farebbe ripartire subito, senza concedere riposo.  Invece il vento inclemente ci regala ventiquattro ore ancorati e poi di nuovo a sud, verso Miskar.  Il secondo soccorso non ci trova impreparati. È solo preceduto da una notte senza fine in cui partiamo alla ricerca di una barca che non troveremo mai segnalata da AP con più di 60 persone a bordo. Le cerchiamo per ore senza successo. Reportage e inchieste/In mare IL DESERTO DEI TARTARI Silence fini. Il racconto di una navigazione a bordo del veliero Nadir Roberta Derosas 4 Dicembre 2025 Il Mediterraneo è un colabrodo. Una rete dalle maglie molto larghe, talvolta. Troppo. Ritorniamo a dormire senza aver rispettato nessuno dei nostri turni, ci svegliamo qualche ora dopo, la mattina, distrutti dalla fatica. Ai limiti della zona Sar tunisina e maltese ci arriva la comunicazione di una barca. Dista a sole due ore da noi e decidiamo di dirigerci verso le persone che hanno tentato l’avventura.  Vige calma a bordo. Siamo molto disciplinati. Ultimi preparativi: radio VHF, caschi, giacche. E ugualmente: funzioni, ruoli, attività. Chi deve stare a prua e chi a poppa, chi dentro N. e chi fuori. Poi finalmente li avvistiamo e loro ci vedono. Esitano, esultano. Parliamo a gesti, col corpo. Una danza si genera: il RHIB si muove attorno. Le informazioni a bordo ci arrivano via radio dai tre membri dell’equipaggio che li hanno avvicinati col RHIB. 47 uomini. nessuno di loro parla inglese bene e nessuno francese. A bordo in arabo sappiamo solo dire poche parole. Sono ordinati e seduti in una barca in vetroresina nera. È sovraffollata, ma è un viaggio di lusso il loro: hanno  un satellitare e navigano su una barca più resistente di quelle in metallo, gomma o in legno. Non hanno i giubbotti salvataggio, ma li portiamo loro e li indossano. Con calma. Vige il silenzio. Finalmente iniziamo il trasbordo.  Salgono: uno e poi ancora e ancora. Fino all’ultimo essere umano. Provo di nuovo ammirazione per l’ultimo che sale a bordo. Sarei terrorizzata al suo posto, con l’idea di non riuscire a salire, di vedere il soccorso allontanarsi inspiegabilmente . Come nel soccorso precedente, mentre entrano, indico loro dove devono sedersi.  Sono felici ed è un sentimento condiviso questo.  Fradici, d’acqua e viaggio. Tremanti di freddo.  Poi di nuovo la parte più delicata di comunicazione con le autorità, scritta e inviata per mail prima, poi per telefono.  “Oui Bonjour, ici N. Vous préférez que je parle anglais ou Français?” Chiedo a MRCC Tunisi. “ Gli ospiti sono con noi, provengono dalla Libia.” L’ufficiale di servizio da Tunisi  mi risponde: “Certo, va bene. Grazie mille per la vostra collaborazione“. Assurdo. Da quando queste GC che strappano al soccorso, che riportano a terra persone, che, nei racconti degli aventuriers che ho ascoltato provocano volontariamente il capovolgimento delle toba, ringraziano per la collaborazione? Loro, che di solito riportano in Tunisia i migranti, per poi imprigionarli e venderli, in un ciclo che si ripete e si arresta solo con un soccorso o un naufragio. Persone scambiate per una tanica di benzina o per droga. O vendute per un centinaio di euro. Le donne più care degli uomini: ça va sans dire, valgono di più perché destinate al mercato del sesso.  Sono a bordo al sicuro, ora questi uomini. 47: dal Bangladesh, Pakistan, Eritrea e Egitto. Pare che un uomo venga dall’Afganistan. Il più giovane ha 17 anni. Viaggia con altri che hanno più o meno la stessa età. Il più anziano ne ha 65 e arriva dal Pakistan. Partiti da Zwara, Libia, hanno pagato il viaggio 5000 euro.75 000 in totale è stato il guadagno del trafficante. Era un viaggio di lusso: barca in vetroresina, due motori Yamaha che poi hanno smesso di funzionare e gps satellitare a bordo.  Di questi uomini, mi restano gli sguardi silenziosi: quello dell’uomo più anziano. È di una tristezza più grande di questo mare che attraversa, il suo dolore più remoto del luogo da cui proviene. Sta seduto composto, trema di freddo. Lo copriamo dopo avergli dato vestiti asciutti. Ringrazia e quella parola è l’unica che conosce in inglese. Non dirà niente altro che “thank you” durante il viaggio. Ho voglia di abbracciarlo, di consolarlo. Mi commuove. Mi mostra la mano aprendola e chiudendola, fa un segno di dolore. Chiedo al nostro medico di verificare se non sia rotta. Forse, sono solo le manette con cui qualche verme gli ha stretto i polsi. Resta docile per tutta la traversata, con quello sguardo triste che si confonde con l’orizzonte . Vorrei talmente sapere da dove venga e quale sia la sua storia. Non abbiamo un briciolo di lingua comune. Mi fa pensare ad Anchise,  padre che Enea si carica sulle spalle quando abbandona la sua terra in cerca di salvezza. Un altro uomo, che pare avere tra i 40 e i 50 anni, trema: i denti battono, le mani, le braccia e le gambe. Un compagno dell’equipaggio, M., lo aiuta a spogliarsi e a indossare vestiti caldi. Gli diamo una mantellina termica e a poco a poco il tremore si calma, mentre M. gli strofina la schiena per aiutarlo a scaldarsi. Il suo sguardo, occhi neri profondi, è pieno di gratitudine. Ci guarda, mi attraversa.  È un Odisseo stremato, quest’uomo. M. si commuove. Gli scendono le lacrime mentre si allontana da lui. Lo abbraccio mentre mi dice “è così ingiusto”. Lo stringo forte. Ha ragione: siamo spettatori dell’ingiustizia umana, dell’assoluta assenza di compassione, dell’annullamento della pietà verso esseri umani che non valgono, a cui si può destinare l’oblio in questo mare.  E poi questo giovane egiziano. Il suo è uno sguardo pieno di vita, di energia, di gioia. Si fa selfie appena sale a bordo, ride, mi saluta, mi osserva e sorride senza sosta. E fuma: gli diciamo di smettere e lui getta le sigarette fuori bordo con due occhi finto contriti, per poi riniziare appena distogliamo lo sguardo. È accattivante, furbo, veloce. Mi fa pensare che in quei 17 anni deve aver vissuto esperienze e pericoli che non corrispondono alla sua età. Lui è Telemaco,  quello in cui l’esuberanza e la paura convivono. Durante i soccorsi c’è un punto comune: quando scende la notte , le persone si lasciano andare sfinite al sonno. La prua e la poppa si ricoprono di corpi stretti che respirano.  Poi, ancora una volta, il risveglio e l’attesa: Lampedusa è un’isola che si ingrandisce. Un approdo prima del nostro ci ritarda al largo fino alle due di notte. Poi, finalmente arriva abbiamo l’accordo di entrare e ancorare.  Io e M. tocchiamo terra per primi: aiutiamo le persone a passare dal ponte della N alla pietra pungente del molo.  C è un dislivello, quindi le dobbiamo proprio sostenere perché le gambe arrivino al molo. Siamo veloci: uno dopo l’altro toccano terra mentre dedichiamo loro parole di benvenuto. “Goodbye my brother“ dice M. Una pacca sulla spalla in cui conteniamo il desiderio di un abbraccio più caloroso. “Welcome in Italy”. Ci sfuggono via veloci. A terra, sono messi in fila indiana mentre gli agenti di Frontex e polizia cominciano le loro domande.  Il nostro ponte è vuoto ora. Dei nostri ospiti rimangono solo vestiti fradici chiusi in sacchi di plastica nera, le mantelline dorate stropicciate e una kefiah che porto in salvo, feroce ricordo di un altro dolore imposto da esseri umani ad altri esseri umani.  Che il nostro sia un mondo miserabile è un pensiero che non mi dà pace.  Fumiamo in silenzio, chiudiamo gli occhi dopo le 3. Lampedusa è spazzata da un vento che non può sollevare l’indecenza e la vergogna che sento.  Reportage e inchieste/In mare SILENCE FINI Il racconto di una navigazione a bordo del veliero Nadir Roberta Derosas 27 Novembre 2025 1. Nadir è un veliero che svolge operazioni di search and rescue nel Mediterraneo e fa parte della Civil Fleet ↩︎
Il deserto dei Tartari
Silence fini è il racconto di tre settimane nel Mediterraneo centrale a bordo del veliero Nadir 1 di RESQSHIP, in cui ho vissuto il soccorso in mare e osservato da vicino le vite delle persone migranti e dell’equipaggio, tra responsabilità, vulnerabilità e privilegio, in un mare che resta coerente e implacabile. Attraverso la mia esperienza personale, esploro cosa sia un soccorso e come frontiere, norme e gerarchie si manifestino nei corpi, nei gesti, nelle decisioni e negli sguardi. Silence fini vuole aprire ad una riflessione sulle contraddizioni etiche e politiche del Mediterraneo contemporaneo. Il racconto della navigazione a bordo di questo veliero della Civil fleet che opera monitoraggio e soccorso nel central med, vuole ricordare la violenza strutturale che colpisce chi attraversa, tra respingimenti, detenzioni e pratiche di Stati che negano sicurezza e diritti fondamentali. SILENCE ET ATTENTE. IL DESERTO DEI TARTARI Se mi chiedessero quanto tempo dura un soccorso, potrò dire che può durare 26 minuti e che quei minuti ovviamente perdono dimensione: si dilatano, allungano, sparpagliano.  Notte insonne o quasi.  Alle dieci di mattina del 5 novembre, riceviamo un Mayday relay forte e chiaro da Eagle 1, Frontex: un gommone sgonfio con a bordo circa 70 persone. Siamo a solo due ore dal target, o poco più.  Ci prepariamo, con calma, con ordine: sappiamo che siamo in SAR Libica e che la segnalazione di frontex via radio arriva a tutti, compresa alla so called Libyan GC. Siamo, quasi, poco convinti… in questi giorni le segnalazioni sono state numerose, ma alla fine qualcosa ci ha sottratto al soccorso: un’altra barca della civil fleet nella migliore delle situazioni, un naufragio o una cattura da parte di GC tunisine o libiche, nelle altre. Nel frattempo arriva la comunicazione via VHF anche da SB, aereo che fa parte della flotta civile. Ci conferma le informazioni di E1, ma aggiunge che i libici si stanno dirigendo veloci verso quella direzione e che sono armati fino ai denti. Lascio che questa informazione mi scivoli addosso, come molte di quelle che arriveranno nelle ore che seguono: giusto parole, una dopo l’altra, che non si aggrappano al cervello. Non trattengo, non “processo”, non registro. Quanto di più tipico durante un’azione d’urgenza. Mi ci soffermerò dopo, ad operazione finita, lo farò nei prossimi giorni. Una certezza: chi presta soccorso, non è e non deve essere armato, se non di forza, coraggio, speranza, desiderio, cura e molto altro. Ma no, nella lista le armi non sono previste.  Ci dirigiamo e continuiamo la corsa.  Poi, li avvistiamo e ci facciamo riconoscere. L’immagine che si profila e che appare poco a poco più netta, mi sembra quella tipica di un soccorso, come se ne vedono molte: le persone sono a bordo di un gommone mezzo sgonfio, sovraffollato. Sono dentro e a cavalcioni di questa cosa che galleggia. Ovunque persone: sui lati, all’interno. Piedi nudi,  gambe sospese nel vuoto.  Niente di rosso ci appare: nessun gilet di salvataggio, solo qualche pneumatico nero attorno alle braccia di quelli che sono più esterni, seduti sui bordi.  Facciamo segno, ci riconoscono, esultano. L’accoglienza che ci riservano, le benedizioni che ci inviano è bella ma pericolosa: il loro equilibrio è talmente precario che in un attimo lacosachegalleggia potrebbe capovolgersi. Li invitiamo alla calma. Con le parole, coi gesti.  Le procedure standard, su cui siamo formati, prevederebbero di mettere in mare il nostro RHIB. Ma la corsa contro il tempo non lo consente e quindi ci limitiamo ad avvicinarci e a comunicare in modo chiaro e forte chi siamo, che li porteremo a bordo e come lo faremo. Il resto non so spiegarlo. Come un film al rallentatore,  una serie di gesti che si incollano un pezzo alla volta. Noi dell’equipaggio funzioniamo come un corpo a cui la testa ha dato i comandi. Io a prua e un’altra persona a poppa dobbiamo lanciare una cima che le persone a bordo di quella cosa sgonfia dovranno tenere, dall’inizio alla fine, senza mai lasciarla. Due persone devono stare all’interno, per accogliere chi entrerà a bordo, due alla porta d’ingresso per farle passare dalla zattera alla nostra nave, primo porto sicuro. Il capitano al comando di questa manovra.  Iniziamo e da questo momento fino al termine dell’operazione sono concentrata su quello che devo fare senza avere una completa visibilità su quello che i miei compagni compiono. Eppure siamo coordinati. Scoprirò alla fine che per far salire a bordo tutte le 71 persone, ci abbiamo messo soltanto 26 minuti. Lancio loro la cima. Non ricordo se sono la prima a farlo o il mio compagno a poppa. Reportage e inchieste/In mare SILENCE FINI Il racconto di una navigazione a bordo del veliero Nadir Roberta Derosas 27 Novembre 2025 Lancio e la prendono, la afferrano, la stringono. Se potessero, mi sembra che se la legherebbe attorno. Dall’altro lato è uguale. Il gommone nero si attacca alla chiglia della nostra N. Le braccia si tendono. La maggior parte delle persone è adulta: dalla posizione in cui mi trovo, mi ricordano i miei figli quando da piccoli mi tendevano le braccia. Vedo i visi, gli occhi, gli sguardi.  E ancora le braccia tese.  Si appendono alle cime, cercano di arrampicarsi, mentre gridiamo per farci sentire: è pericoloso quello che che accade. Il loro barcone ondeggia mentre sono tutti in piedi nel suo ventre sgonfio e bagnato. Grida di paura, grida di ordine, di comando, di indicazioni, di pretese e richieste di essere accolti per primi.  Sollevano i bambini, vogliono passarceli, salvarli. D’istinto ne prendo uno che qualcuno mi passa.  Penso a quella celebre frase che ricorda che nessun genitore affronterebbe quel viaggio se avesse un’altra scelta. Nessuno metterebbe in mare i propri figli dandoli in pasto alla morte, prima del tempo.  Comincia il trasbordo: cerchiamo di far passare prima le donne e i bambini. Ma non sempre è possibile. le persone si pressano, accalcano: la paura di non farcela li rende aggressivi tra loro all’inizio. Uno, due, tre, quattro… “mantenete la calma, salirete a bordo tutti”.  Cinque, sei, sette, otto…  “Non lasciate le cime”  Nove, dieci, undici e ancora, ancora, ancora, uno di più, senza smettere, senza pace né tregua, correndo per portarli tutti a bordo.  E mentre alcuni salgono, altri aspettano il loro turno, chi con calma, chi con ansia, mentre li rassicuriamo. A gesti e a parole.  Un ragazzo di fronte a me, un minore che viaggia da solo. Mi guarda e mantengo il contatto con lo sguardo, gli sorrido, lo rassicura. Potrebbe avere l’età di mia figlia. Tra i 16 e i 17 anni. Lei è al caldo, a quest’ora è a scuola. Le persone salgono a bordo e io indico agli uomini che salgono sul ponte dove sedersi a prua. Le donne e i bambini all’interno. Il gommone nero si svuota. Ne restano a bordo tre, due, uno. Nessuno.  Sono tutti qui ora nella nostra barca.  Tutti al sicuro.  La procedura prevede mail e chiamate, compreso la MRCC libica. Tocca a me, fa parte delle mie funzioni a bordo. Al primo e secondo numero non risponde nessuno. Al terzo, mi rispondono. “No english, only arabic”. Ripeto e provo anche in francese. La risposta è la stessa. Silenzio. Riagganciano. Da MRCC Malta non risponde nessuno. Solo una segreteria telefonica. Da Roma invece qualcuno all’altro capo del filo. L’ufficiale di servizio conferma di aver ricevuto la mail. Sudo. Questa è la parte che mi fa più timore, eppure ho sempre l’appoggio del capitano. Ma basta una mail mandata al momento sbagliato, una parola non precisa che si rischia l’arresto delle operazioni da parte delle autorità. Nel frattempo, la N si trasforma: non esiste uno spazio vuoto. Le nostre cabine sono piene di oggetti. Altrove, persone ovunque.  E poi odore di urina, di escrementi, di paura, di mare bagnato.  Gente che vomita ovunque.  Le persone sono fradice: di viaggio, di fatica, di anni di lotta ed erranza. Se mi chiedessero quale odore associo alla migrazione di chi arriva dall’Africa attraverso il mare, è questo. Lo stesso che ho sentito ai moli durante gli approdi.  Cominciamo ad aiutare le donne a lavarsi, a mettere vestiti asciutti. Ancora una volta: una, due, tre, quattro…. Ci vuole qualche ora perché siano tutte coi vestiti asciutti. I sacchi si riempiono di panni bagnati pieni di vomito, urina, dolore.  Siamo in tre donne a prenderci cura di loro. Le aiutiamo a lavarsi, a passare il sapone su schiene, seni, ventri che hanno cicatrici di colpi e smagliature dei parti. Corpi nudi, indifesi. A cui cerchiamo di restituire ciò che mi sembra sia stato tolto per anni. Non smetto di pensare a come mi sentirei se una sconosciuta mi guardasse nuda. Cerco di essere discreta, a me non piacerebbe. Credo vorrei solo chiudermi da qualche parte lontano da tutto. Chiediamo loro se vogliano essere aiutate. Nessuna rifiuta. Metto tenerezza in quel gesto, la stessa cura che userei verso i miei figli, verso me stessa, verso chi conosco e amo. Alcune parlano, altre distolgono lo sguardo, altre ancora raccontano la loro storia. Una donna nigeriana mi dice che è rimasta in Libia oltre un anno dopo aver restituito il debito alla madam. “Ho continuato a lavorare per conto mio, mi sono pagata il viaggio”. Ha una grossa ferita sul seno. Mi dice che le è esplosa una bombola di gas addosso mentre cucinava. Non faccio domande, ascolto chi ha voglia di raccontare. Osservo i corpi, in silenzio: i lividi, le cicatrici, le scarificazioni, la forma, le macchie; Siamo tutti sfiancati:  le persone a bordo sono stanche, gli ospiti si addormentano, adattando i corpi ai posti disponibili. Noi ci diamo i turni per avere qualche ora di riposo. Il ponte è dorato dalle coperte termiche; fa lo stesso rumore della carta di una caramella. Solo che le caramelle qui sono persone. 49 uomini. Dentro 26 donne. 5 bambini, tra cui una neonata di soli 21 giorni, che una madre sfinita allatta senza sosta ad ogni risveglio. Per fortuna, non ricorderà nulla di questa notte senza fine.  Avrà memoria degli anni che arriveranno, delle procedure, dei centri, dei cambiamenti di case e paesi. Forse.  Ma non dei 26 minuti di questo soccorso. 1. Nadir è un veliero che svolge operazioni di search and rescue nel Mediterraneo e fa parte della Civil Fleet ↩︎
Silence fini
Silence fini è il racconto di tre settimane nel Mediterraneo centrale a bordo del veliero Nadir 1 di RESQSHIP, in cui ho vissuto il soccorso in mare e osservato da vicino le vite delle persone migranti e dell’equipaggio, tra responsabilità, vulnerabilità e privilegio, in un mare che resta coerente e implacabile. Attraverso la mia esperienza personale, esploro cosa sia un soccorso e come frontiere, norme e gerarchie si manifestino nei corpi, nei gesti, nelle decisioni e negli sguardi. Silence fini vuole aprire ad una riflessione sulle contraddizioni etiche e politiche del Mediterraneo contemporaneo. Il racconto della navigazione a bordo di questo veliero della Civil fleet che opera monitoraggio e soccorso nel central med, vuole ricordare la violenza strutturale che colpisce chi attraversa, tra respingimenti, detenzioni e pratiche di Stati che negano sicurezza e diritti fondamentali. SILENCE, ATTENTION. C’è molto da raccontare dopo tre settimane a bordo della Nadir: le vite che l’hanno attraversata e abitata, il dovere dei soccorsi a cui ho preso parte, il dolore, la miseria. E non penso solo a quella di chi parte e sale al sicuro: quella è una povertà facile.  Mi riferisco a quella sporca, di esseri umani che infliggono tortura e degradazione ad altri, quella di chi nega diritti,  quella in cui gli Stati bianchi e protetti da una fortezza pagano complici a sud per ricacciare indietro uomini, donne, bambini: vite che hanno diritti di cui si tenta di ignorare l’esistenza, vittime di un’indecenza a cui si tenta di rispondere. Tre settimane in un veliero, eterotopia per eccellenza in cui si rende onore al dovere di soccorso e in cui navigare è pratica politica. Ventuno giorni che, nel loro dispiegarsi, hanno disegnato, affermato, cancellato e sospeso frontiere. Il mare continua a essere perfetto anche quando tutto il resto non lo è, fa il suo mestiere con coerenza millimetrica: ospita, custodisce, trasporta, ingoia, mentre gli uomini sembrano smarrire il proprio compito, quando cercano senza trovare o ignorano ciò che si vede.  L’attesa talvolta è stata una compagna complessa, faticosa, che mi si è attorcigliata come un filo mal teso. Durante la navigazione, il mare mi è apparso, talvolta,  come una superficie uniforme. Più spesso, mi ha rivelato correnti, decisioni, ruoli, movimenti. Sono stata a bordo con sette persone  che lo hanno vissuto per il tempo sospeso della rotation #10. Quattro uomini e tre donne che, nel tempo di questa navigazione tra il 25 ottobre e il 15 novembre, sono stati marinai, volontari, ricercatori, giuristi, film maker, fotografi, esperti di logistica, sia rivestendo ruoli già conosciuti perché parte del loro quotidiano nel loro paese di origine, ma altrettanto nuovi e differenti nello spazio marino.  Abbiamo abitato l’ordine mobile imposto dall’acqua e dal vento,  nel ritmo altalenante delle onde, nel perimetro stretto delle manovre, nel silenzio che precede le comunicazioni radio, nel gracchiare di un canale VHF connesso h 24 rumoroso nei momenti più inopportuni. Ogni gesto quotidiano – tra nodi, scelta delle rotte, controllo di motori, mail, cibo cucinato e condiviso, soccorsi – ha disegnato una coreografia ripetuta eppure varia.  Per tre settimane ho osservato il mare e suoi i movimenti, chi lo lo abita e lo traversa, chi lo confina o ne apre i varchi e, allo stesso tempo, me  stessa lì dentro: ciò che che ho temuto, affrontato, invocato, curato. Quello che mi ha suscitato domande e quello che ha generato certezze, in un costante movimento di relazione all’Altro. Etnografia e auto etnografia del mare. Ho condiviso un tempo e uno spazio con altre persone a cominciare dalla crew. L’equipaggio aveva, in parte, esperienze pregresse di SAR nel Mediterraneo Centrale. Tutti provenienti dalla Germania tranne due persone, la comunicazione a bordo è sempre stata l’inglese, ma talvolta una lingua ibrida si è usata tra i membri, un broken english, sporcato da accenti diversi e parole tedesche, italiane e francesi, a seconda delle lingue comuni. Il capitano, I., tedesco, oltre che essere uno dei fondatori di questa OnG, lo è stato anche di un’altra, da cui si è allontanato nel 2019. Meccanico in pensione, ha profonde conoscenze dei salvataggi in mare, in cui opera come capitano volontario da oltre dieci anni. Il meccanico di bordo, ma anche responsabile degli ospiti, M.,  ha già partecipato con diverse organizzazioni a missioni di soccorso. In Germania si occupa a domicilio di persone paraplegiche, con un ruolo che prevede la cura fisica e quella amministrativa.  Il medico, una donna, ha una lunga esperienza nei contesti di emergenza in Germania, ma era alla sua prima navigazione. Il fatto di partecipare a questa rotazione è un’idea che si è fatta strada, per lei, nel corso del 2025. Come Filmmaker e Official Media Communicator oltre che RHIB driver, T., un altro tedesco appassionato di fotografia, ma di mestiere operatore sanitario nei contesti di urgenza da più di 25 anni nella sua città, nel nord della Germania. Di operazioni di soccorso, ne ha fatte molteplici. Come guest care un altro tedesco, J, che ha partecipato, anche lui, a molte operazioni. In Germania è avvocato penalista. Poi D, una ragazza greca che vive in Francia come me: è stata co- skipper e nel RHIB si è occupata di avere il primo contatto con le persone migranti. È la più giovane del gruppo e si affaccia alla search and rescue bubble, ma ha al suo attivo una forte esperienza di militanza con persone migranti. Naviga per mestiere. E poi ci sono io, a metà tra Italia e Francia, a metà tra lavoro sociale e ricerca. Ho il compito di comunicare con le autorità sia per scritto che via radio VHF e telefono, ma anche degli ospiti a bordo insieme a J., sia per la distribuzione di vestiti e cibo quando le persone saranno soccorse che per spiegare loro cosa significa arrivare in Europa. Questa è la seconda operazione a cui partecipo: ciò non fa di me una grande esperta, solo una persona cosciente di cosa mi aspetta. Le motivazioni che ci hanno spinti a bordo sono molteplici e col denominatore comune di pensare al soccorso in mare come un atto doveroso quando le persone attraversano. Ne abbiamo parlato in queste tre settimane di vita comune, ma più sono aumentati i giorni di navigazione che hanno trasformato la terra in un miraggio alle nostre spalle, meno sono stati gli spazi condivisi di discussione sulle motivazioni che ci avevano spinti a bordo: abbiamo vissuto in un sistema di shift in cui, due alla volta, ci siamo divisi le giornate a spicchi e quando non siamo stati di watch, spesso abbiamo cercato di dormire. La fatica  e il sonno rendono silenziosi. Il tempo in barca si ritesse come la frontiera che abbiamo percorso senza sosta.  Accanto alla relazione a me stessa e all’equipaggio di cui ho fatto parte, si è aggiunta quella con tutti gli altri attori del Mediterraneo, dalle persone in movimento, ai pescatori, dagli altri membri della civil fleet marina, aerea e terrestre, a quelli istituzionali, compagni talvolta imposti dal mare e dal diritto che lo regola, ma profondamente temuti e indesiderati, come le GC Tunisina e Libica. Nelle note che seguono, il Mediterraneo centrale è al contempo attore e scenario: con la sua bellezza ha accolto e accompagnato la nostra azione e la navigazione di questa barca, accentuando il contrasto indecente tra la perfezione della natura – che mi stupisce sempre – e l’assoluta assenza di logica che abita talvolta il soccorso in mare, tra barche segnalate che non si trovano e altre cariche solo di oggetti lasciati a macerare, ma prive di persone di cui non si conosce il destino. Siamo partiti da Malta, dove la barca è ancorata tra un’operazione e l’altra, isola che scopro per la prima volta. Mi fa pensare a Lampedusa, che arrivando dall’aereo, appare piccola piccola. Il maltese mi sembra un insieme strano di inglese, siciliano, arabo. Una lingua vecchia di rapporti e dominazione, di parole eleganti e suoni duri, un archivio di incontri, ferite, scambi, compromessi. Nelle parole si sente chi è arrivato dal mare e chi dal deserto. Mi fa pensare a chi, nei secoli, attraverso questa lingua, ha perso una patria o ne ha conquistata una, chi ha scelto di rimanere e chi è stato costretto a farlo. In fondo, un idioma è più onesto delle politiche che si applicano in migrazione: non c’è lingua che resta pura, né confine che rimane intatto. Le vocali sono un prestito, le consonanti diventano testimoni di un movimento umano: di lavoro, di fuga, di desiderio, di sopravvivenza. Le lingue si sporcano e tessono di incontri: sono testimoni del fatto che nessun popolo è mai stato solo e isolato. A bordo, navigando, si sono tessute conversazioni. A volte, il mondo si è apparentemente diviso tra noi e loro, The migrants come li chiamano nella bubble SAR: Corpi bruciati, carne ossidata dal sale, mare, gasolio che laviamo con acqua e sapone quando salgono a bordo. Persone, cicatrici, dolore, movimento, oggetto, soggetto, vittime, attori. Ossimoro vivente, continuamente riprodotto dal mare e dallo sguardo di chi lo attraversa. Io faccio fatica, all’inizio della navigazione, a usare questa parola per indicare le persone che si incontrano perché mi pare di ridurle al solo fatto della migrazione, di dimenticare che sono molto altro che il viaggio che affrontano. Penso a Sayed quando dice che l’immigrato, per definizione, non é jamais tout à fait un homme: il est d’abord immigré, un’identità che cancella la biografia, una parola che descrive la persona solo attraverso una lente e lo riduce, esclusivamente, a soggetto in movimento. Ma quante storie esistono dentro queste persone che si muovono? Penso a H. Arendt e a Judith Butler che invita a riflettere a come il linguaggio crei una frontiera tra “noi” e “loro”. Se loro sono “migranti da soccorrere”, allora automaticamente noi siamo “soccorritori”. Siamo categorie: i salvati da una parte, i salvatori dall’altra, come se non esistessero alternative. E invece la realtà è meno ordinata di così. Il viaggio ci mette tutti in una condizione vulnerabile, solo in forme diverse. C’è chi ha perso la terra da cui viene, chi si misura con la frattura tra ciò che vede e ciò che il mondo finge di non vedere e il movimento non lascia nessuno intatto. Cosa significa essere soccorsi o soccorrere, essere tratti dall’acqua, riconosciuti come persone? Cosa significa avere il diritto a esistere senza dover giustificare la propria esistenza? Le frontiere non sono solo nel mare o tra le terre, ma cominciano dalle parole e dagli sguardi.  Durante la navigazione, in mare, non esistono confini tracciati a vista o muri fatti di reti, eppure ogni tratto d’acqua ha qualcuno che ne ascolta le voci. Nella zona SAR, quando un’emergenza appare, la centrale di coordinamento di quell’area deve intervenire e distribuire i ruoli: chi si avvicina, chi rimane in attesa, chi osserva. Non si tratta di approvare o giudicare, ma di mantenere l’ordine necessario perché le vite sull’acqua non vadano disperse nella confusione. Nel soccorso in mare il paese “proprietario” di quelle acque è destinato ad averne il controllo e  riportare nella propria terra, nei propri porti. Ma da quando la Libia è un porto sicuro? E la Tunisia lo è? Perché in questi luoghi gli esseri umani sono venduti, torturati e liberati solo a condizione di pagare un riscatto. Il principio di non refoulement, che detto in francese suona elegante,  e il duty to render assistance sono solo parole inanellate le une alle altre. Il Mediterraneo Centrale è un’Odissea moderna, popolata da creature strane, luoghi, farabutti, avventurieri, eroi, protagonisti e personaggi che fanno da sfondo. Abbiamo navigato percorrendo la banana route, derivato accanto alla piattaforma di Miskar nel Golfo di Gabes: una struttura innaturale che, eppure, si confonde col paesaggio. Un sistema di piani, scale e tubature che lavora per catturare ciò che si nasconde sotto il fondale. Di giorno, il metallo sembra un’anima priva di vita; di notte, le luci la rendono una presenza spettrale. Miskar non è soltanto metallo. È anche una specie di frontiera: tra l’uomo e il mare, tra ciò che si estrae dal profondo e ciò che resta in superficie, in una sorta di dimensione sospesa. Senza essere un luogo, lo diventa, come una barca ancorata in eterno. Ne ho sentito parlare senza sosta da chi ha già navigato nel Mediterraneo Centrale partecipando a operazioni di soccorso e ne ho memoria dai racconti di un amico etiope, che lasciando la Libia nel 2006, l’ha incrociata di notte e confusa con una nave insieme ai compagni d’avventura. Mi ha raccontato dell’entusiasmo, mentre navigava con gli altri, nel vedere le luci in lontananza, ma poi della delusione alla certezza che non si trattasse di una barca.  Nel cuore di questo sud liquido, abbiamo incontrato imbarcazioni: piene di persone, vuote. Di lamiera, di gomma, di legno, di vetroresina. Blu, nere, azzurre, grigie, ruggine. Anonime o col marchio di fabbrica: una tra tutte quella incontrata  dopo qualche giorno di navigazione. Dieci metri di lamiera stridenti incollata con lo sputo e il sudore destinate ad accogliere almeno ottanta persone. Sulla chiglia, a prua, il marchio di chi l’ha prodotta: King 24. Di questo mostro di metallo, Marinetti avrebbe riprodotto una serie di suoni sinistri. È un affronto alle leggi della fisica. Dentro, qualche scarpa, qualche pneumatico nero, uno zaino da bambino, due macchinine giocattolo, distrazione infantile durante un viaggio insensato. Abbiamo tentato di affondarlo, questo mostro, ma ci ha resistito cigolando in modo sinistro.  In ventuno giorni, abbiamo perlustrato, derivato, corso, veleggiato, usato il motore: ci siamo imbattuti per caso in barche abbandonate, ci siamo diretti verso mezzi di fortuna segnalati che non abbiamo mai trovato. Certi giorni abbiamo lottato, altri abbiamo dovuto riporre la speranza. Penso al giorno in cui siamo andati la mattina in direzione di un target che non abbiamo mai raggiunto e di cui, la sera, abbiamo conosciuto il triste epilogo: uomini che, partiti dalla Libia, sono rimasti troppo vicini alle coste e entrati nella SAR tunisina. Sottratti al mare dalla GC Tunisina, sono stati immediatamente detenuti. L’epilogo si conosce: saranno portati alla frontiera tra Tunisia e Libia, incarcerati, trasferiti e poi venduti dagli agenti di Stato Tunisini ai miliziani libici. Ne parlano anche i testimoni del rapporto State Trafficking del collettivo RRX. Si sa; è storia nota che si vuole tenere all’oscuro. C’è un privilegio che ho sentito dolorosamente a bordo: quello della bellezza costante di questo mare, quella della navigazione su un veliero, quella di essere bianchi e nati dentro la fortezza e non al di fuori, quella di scegliere sempre da che parte stare.  1. Nadir è un veliero che svolge operazioni di search and rescue nel Mediterraneo e fa parte della Civil Fleet ↩︎
Il governo spagnolo apre due centri di detenzione per migranti in Mauritania
PABLO FERNÁNDEZ, JOSÉ BAUTISTA, FUNDACIÓN PORCAUSA Questa inchiesta, pubblicata da El Salto, ricostruisce la recente apertura di due centri di detenzione per persone migranti in Mauritania da parte del governo spagnolo, analizzando gli accordi, i finanziamenti e le implicazioni delle politiche migratorie esternalizzate. Ringraziamo la redazione di El Salto 1 e gli autori dell’inchiesta per averci concesso l’autorizzazione a tradurre e pubblicare il loro lavoro in italiano. La traduzione è stata curata da Juan Torregrosa. Entrambi i centri di detenzione sono stati costruiti dall’agenzia di cooperazione spagnola FIAP, del Ministero degli Affari Esteri, e riservano spazi e persino culle per privare della libertà anche i migranti minorenni. Dizionario della RAE: Carcere: 1.f. Luogo destinato alla detenzione dei prigionieri. Dal 17 ottobre scorso la Mauritania dispone di due nuovi centri di detenzione per migranti, uno situato a Nouakchott, capitale del Paese, e l’altro a Nouadhibou, al confine con il Sahara occidentale occupato illegalmente dal Marocco. Entrambi i centri sono stati avviati dalla Fondazione per l’Internazionalizzazione delle Amministrazioni Pubbliche (FIAP), un’agenzia di cooperazione del governo spagnolo che dipende dal Ministero degli Affari Esteri. Le autorità spagnole affermano che questi spazi sono ispirati ai Centri di Assistenza Temporanea per Stranieri (CATE) delle Isole Canarie e ammettono che, a differenza della Spagna, priveranno della libertà anche i minori, compresi i neonati in fase di allattamento, cosa che la legislazione spagnola proibisce. Una fonte spagnola coinvolta nella creazione di questi centri afferma che, nonostante il loro nome ufficiale, “si tratta ovviamente di centri di detenzione” e precisa che i bambini saranno trattenuti lì solo se accompagnati da un familiare. Due fonti mauritane confermano questa affermazione. La FIAP, il governo mauritano e la Delegazione dell’Unione Europea in Mauritania non rispondono a nessuna delle domande formulate per questo articolo. Il centro di detenzione costruito dal governo spagnolo a Nouakchott dispone di almeno 107 posti, comprese due culle per neonati, secondo i documenti della FIAP a cui ha avuto accesso questa indagine, mentre quello di Nouadhibou avrà almeno 76 posti, oltre ad altre due culle. I lavori e le forniture per la realizzazione di questi edifici sono stati finanziati con fondi spagnoli e del Fondo fiduciario di emergenza dell’Unione Europea, attraverso il progetto di polizia Associazione Operativa Congiunta (POC, acronimo francese), guidato dalla FIAP. Il presidente della Repubblica Islamica di Mauritania, Mohamed Ould El Ghazouani, accoglie il presidente Pedro Sánchez all’aeroporto di Nouakchott. Fernando Calvo MONCLOA LA SPAGNA ESTERNALIZZA I PROPRI CONFINI IN MAURITANIA Per comprendere la storia dietro le carceri per migranti che la Spagna ha aperto in Mauritania, bisogna risalire al 15 maggio 2024, quando 15 governi dell’Unione Europea hanno inviato una lettera alla presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, chiedendo di seguire l’esempio di Giorgia Meloni, presidente del governo italiano, che ha avviato un centro di detenzione per migranti in Albania. Il governo spagnolo non ha firmato quella missiva, ma una settimana prima, l’8 maggio 2024, aveva assegnato all’impresa edile CADG i lavori per allestire due centri di detenzione per migranti in Mauritania. Tre mesi dopo, nell’agosto 2024, il presidente spagnolo e la presidente europea si sono recati in Mauritania e hanno promesso di inviare oltre 500 milioni di euro al governo militare del generale Mohamed Ould El Ghazouani. > La FIAP non specifica se abbia messo in atto alcun meccanismo o protocollo per > impedire alle autorità mauritane di maltrattare e torturare i detenuti. Negli ultimi anni, l’esecutivo presieduto da Pedro Sánchez ha anche aumentato il trasferimento di intelligence e attrezzature di polizia al regime mauritano con l’obiettivo di reprimere la partenza di imbarcazioni dirette alle Isole Canarie. Questo subappalto del controllo migratorio a paesi terzi, noto come “esternalizzazione delle frontiere” e attuato attraverso la FIAP, ha portato la Mauritania a raddoppiare i raid per arrestare i migranti. Agenti della Guardia Civil e della Polizia Nazionale Spagnola dispiegati nel paese partecipano a queste operazioni, che includono perquisizioni domiciliari senza autorizzazione giudiziaria e arresti arbitrari per motivi razziali. L’apertura di due centri di detenzione per migranti ha comportato una spesa totale di almeno 1.080.625 euro di fondi europei, secondo i documenti ufficiali a cui ha avuto accesso questa indagine. Tutti i contratti sono stati assegnati senza gara pubblica da parte della FIAP e hanno beneficiato di finanziamenti europei. La Mauritania è diventata una delle priorità finanziarie della FIAP in coincidenza con l’aumento del flusso migratorio sulla “rotta delle Canarie”. Senza andare oltre, il 1° novembre questa agenzia ha erogato 160.000 euro (senza gara d’appalto) per acquistare un numero indeterminato di veicoli 4×4 e droni con visori notturni per la polizia mauritana. In una comunicazione della FIAP successiva alla pubblicazione di questo articolo, l’agenzia nega categoricamente che l’appalto sia stato aggiudicato senza gara pubblica e sostiene che i contratti sono stati aggiudicati con “procedura pubblica” in base alla prima disposizione aggiuntiva della legge sugli appalti pubblici che regola i contratti all’estero. Questa agenzia di cooperazione del Ministero degli Affari Esteri, coinvolta nello scandalo di corruzione noto come “caso Mediador” o “caso Tito Berni”, non specifica se abbia messo in atto alcun meccanismo o protocollo per impedire alle autorità mauritane di maltrattare e torturare i detenuti, né fornisce il regolamento che ne disciplinerà il funzionamento. Sul suo sito web, la FIAP riconosce che questi centri contribuiranno a “determinare se [i migranti detenuti] sono vittime di tratta, minori non accompagnati, persone vulnerabili o richiedenti protezione internazionale” e assicura che i detenuti rimarranno in custodia per un massimo di 72 ore. Questa agenzia di cooperazione spagnola non ha risposto a nessuna delle domande poste, sostenendo che porCausa non è un mezzo di comunicazione. Inaugurazione del centro di detenzione per migranti a Nouakchott (Mauritania) – Foto Delegazione dell’UE in Mauritania L’inaugurazione di entrambi gli spazi ha avuto luogo lo scorso 17 ottobre alla presenza di agenti della Polizia Nazionale spagnola, rappresentanti dell’Unione Europea e del ministro dell’Interno mauritano. La Spagna conta più di 80 funzionari e agenti della Guardia Civil, della Polizia Nazionale e del CNI dispiegati in modo permanente in Mauritania. Tre fonti con accesso a questi centri di detenzione affermano che le carceri per migranti della FIAP in Mauritania sono già pronte ma non sono ancora entrate in fase operativa, quindi nessun migrante detenuto avrebbe pernottato in esse per il momento. Inizialmente era prevista anche la partecipazione all’inaugurazione del commissario Abdel Fattah, capo dell’Ufficio per la lotta contro l’immigrazione clandestina e la tratta di esseri umani della polizia mauritana. Fattah, incaricato di ricevere e gestire i dispositivi per il controllo dei flussi migratori che la Spagna fornisce alla Mauritania attraverso la FIAP, alla fine non ha partecipato alla cerimonia perché è stato sollevato dal suo incarico dopo che si è scoperto che riceveva tangenti dai trafficanti di esseri umani che organizzano i cayucos dirette alle Canarie, in cambio di informazioni errate fornite alla Guardia Civil, come rivelato da un’indagine di porCausa e dai quotidiani El País e Le Monde. Nel 2022 Fattah è stato insignito della medaglia al merito di polizia dal ministro dell’Interno, Fernando Grande-Marlaska. Questo ufficiale della polizia mauritana, cugino dell’ex presidente Mohamed Ould Abdel Aziz, è libero e non ha accuse a suo carico. Il commissario mauritano destituito, Abdel Fattah, riceve la medaglia al merito di polizia dalle mani del ministro dell’Interno, Fernando Grande-Marlaska, nel 2022. PH: Agenzia Mauritana di Informazione LE AZIENDE COINVOLTE Falcon Consultores, la società che ha redatto lo studio tecnico di queste carceri, non ha risposto alle domande poste per questo articolo. CADG, che ha realizzato i lavori e fornito anche arredi e attrezzature, sottolinea di avere “regole severe” per evitare pratiche corrotte e conflitti di interesse in conformità con le “norme etiche internazionali” e chiede di risolvere le questioni relative a queste carceri per migranti con la FIAP. In Mauritania entrambe le società sono anche aggiudicatrici di diversi contratti di TRAGSA, un’azienda di proprietà dello Stato spagnolo. Da quando Pedro Sánchez è arrivato alla Moncloa, TRAGSA è responsabile di diversi contratti relativi al controllo dell’immigrazione, come i lavori di ammodernamento delle recinzioni di confine di Ceuta e Melilla. Essendo costituita come società privata, i giornalisti non possono richiedere informazioni sui suoi contratti e sulle sue attività ai sensi della legge sulla trasparenza. In risposta alle domande poste, TRAGSA riconosce di aver ricevuto «un incarico dalla FIAP per la realizzazione del progetto costruttivo e l’esecuzione dei lavori dei centri di detenzione temporanea a Nouakchott e Nouadhibou» e chiarisce che successivamente, su richiesta della FIAP, «è stato deciso» e alla fine non ha eseguito tali lavori. FIAP sostiene che la risoluzione del contratto sia avvenuta in termini amichevoli e ha inviato il fascicolo che lo dimostra successivamente alla pubblicazione dell’articolo su El Salto. Il team di giornalisti che ha redatto questa informazione ha inviato alcune domande anche alle autorità della Mauritania, tramite il Ministero dell’Interno e l’ambasciata a Madrid. Il governo mauritano non ha risposto a nessuna delle domande poste né ha chiarito cosa intende fare con i migranti privati della libertà nelle due prigioni costruite dalla Spagna. ABBANDONI NEL DESERTO SPONSORIZZATI DALLA SPAGNA E DALL’UE Il regime mauritano effettua retate – con il sostegno e le informazioni fornite dalla Guardia Civil, dalla Polizia Nazionale e dal CNI – per arrestare arbitrariamente persone di colore, compresi bambini in età lattante. Le autorità mauritane utilizzano quad, veicoli 4×4, droni e dispositivi tecnologici forniti dalla FIAP per effettuare questi arresti. I migranti arrestati vengono privati di tutti i loro effetti personali (compresi documenti d’identità e telefoni), condotti in carcere e sottoposti a soggiorni di diversi giorni in condizioni disumane, senza cibo, acqua né accesso ai servizi igienici. Almeno due agenti della Polizia Nazionale spagnola si recano settimanalmente in questi centri, a Nouakchott e Nouadhibou, per rilevare le impronte digitali e scattare fotografie ai detenuti. L’ottenimento di questi dati non è banale: dal 2003 la Spagna e la Mauritania hanno un accordo in base al quale le autorità spagnole possono espellere cittadini di paesi terzi verso la Mauritania. > Ogni settimana la Polizia Nazionale spagnola di stanza in Mauritania riceve > liste con i nomi e cognomi delle persone che gli agenti mauritani abbandonano > in zone remote. Infine, i detenuti vengono abbandonati in zone remote come Gogui, al confine desertico con il Mali, un territorio con un’alta presenza dell’organizzazione jihadista JNIM, affiliata ad Al Qaeda nel Sahel. Tra i migranti che subiscono questi abbandoni nel deserto spiccano persone con profilo di richiedenti asilo in fuga dalla guerra in paesi come il Mali o il Niger e dalla violenza politica in nazioni come la Guinea Conakry. Ogni settimana la Polizia Nazionale spagnola di stanza in Mauritania riceve liste con i nomi e cognomi delle persone che gli agenti mauritani abbandonano in zone remote. Le prove a sostegno di queste informazioni sono contenute in un’inchiesta giornalistica coordinata da Lighthouse Reports, con la partecipazione di porCausa, e in un ampio rapporto dell’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch. L’UNHCR, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni sono a conoscenza di questi abusi, secondo documenti interni a cui porCausa ha avuto accesso. Tra queste vittime ci sono giovani come Sady Traoré, un giovane musicista maliano fuggito da Bamako (Mali) dopo aver ricevuto minacce per aver organizzato concerti contro il colpo di Stato militare nel suo Paese. Traoré ha deciso di stabilirsi temporaneamente in Mauritania, ma dopo essere stato abbandonato due volte nel deserto dalle forze mauritane, ha deciso di emigrare in Spagna. Questo giovane è arrivato alle Canarie nel gennaio 2024 e da allora non ha potuto esercitare il suo diritto di chiedere asilo. Traoré attualmente dorme sotto un ponte in una località vicino a Valencia e sopravvive svolgendo lavori occasionali come bracciante nel settore agricolo. Il Comitato spagnolo di aiuto ai rifugiati (CEAR) sta cercando di aiutarlo a ottenere un appuntamento per richiedere l’asilo. -------------------------------------------------------------------------------- Fundación porCausa Il giornalismo è una professione rischiosa in Mauritania. Un professionista dell’informazione che ha collaborato a questo reportage ha deciso di non firmare per paura di ritorsioni. Per motivi di sicurezza, questa informazione omette anche il nome e i dettagli di diverse fonti umane, tra cui diversi migranti vittime di questo schema e una mezza dozzina di funzionari delle forze di sicurezza spagnole e mauritane. Questa indagine è stata condotta con il sostegno del Pulitzer Center. La Fondazione porCausa è un’organizzazione indipendente di giornalismo e ricerca sulle migrazioni. Il lavoro di porCausa è reso possibile dalla sua comunità di soci. Anche tu puoi unirti a noi tramite questo link. 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