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Deportazioni al tempo di Trump (II parte)
Dopo la storia di Leo, con la “piccola” storia di Joaquín continua lo sguardo veloce sul dramma delle deportazioni nel primo anno dell’era Trump, nel contesto delle politiche anti-immigrati che flagellano il continente americano e dell’ostinata resistenza di chi difende il diritto alla vita ed alla libertà di movimento.   Reportage e inchieste/Racconti di vita DEPORTAZIONI AL TEMPO DI TRUMP La storia di Leo, nato in El Salvador, tra violenza e resistenza Mara Girardi 10 Marzo 2026 LA VITA PRECOCE DI JOAQUÍN Città del Messico – Joaquín ha appena 19 anni, ma una vita già segnata dalla violenza. Cresce senza padre né madre, affidato ad una nonna con troppi nipoti e poco tempo da dedicare loro: «Ho conosciuto mia madre e mio padre a due anni. Poi mia madre è andata in Spagna quando avevo 5 anni e mio padre è stato ucciso dalle pandillas a San Miguel quando ne avevo 7». Cresce in un quartiere dove circola molto fumo e in cui la polizia arresta chiunque senza badare all’età: «Non ero un fannullone, studiavo, andavo a scuola, ma mi piaceva stare per strada… quando mi hanno arrestato la prima volta avevo 8 anni. Ho conosciuto la “Casa Grande”: si suppone sia una struttura per minori, ma è un carcere. Se ti beccano a fumare, è lì che ti rinchiudono». A 12 anni, nel 2018, lascia il suo paese natale con zio e fratello maggiore, fuggendo dalla violenza. A Chihuahua, alla frontiera con gli Stati Uniti, lo zio viene assassinato e lui rimane solo con il fratello. Rifugiati in una casa del migrante, conoscono un uomo che li aiuta a passare il confine attraverso un tunnel, gli procura documenti messicani falsi e li aiuta a trovare lavoro. Così, Joaquín perde la propria infanzia, ma impara a lavorare: lavapiatti, pittore, consegne… già a 13 anni si mantiene da solo. SCOPRENDO UN MONDO NUOVO, CERCANDO NEL MONDO UNA VITA Dopo alcuni anni in Nuovo Messico (frontiera con lo stato di Chihuahua), Joaquín si sposta verso la zona sud di Los Angeles e poi a Santa Monica, dove si separa dal fratello, perdendone ogni traccia. Successivamente si trasferisce a Las Vegas. La sua prima deportazione avviene alla fine del 2023, a seguito di un piccolo incidente in un parcheggio: guidava senza patente. Chiede il “ritorno volontario” in Messico, dichiarando di essere messicano e di avere parenti a Reynosa, dove effettivamente viene rimandato. Dopo alcuni mesi, la polizia messicana lo ferma con altri centroamericani e lo consegna all’INM (Instituto Nacional de Migración), che lo rimanda a Tapachula. Qui, poco dopo, si unisce a una carovana e trascorre tutto il 2024 in Messico, cercando più volte di raggiungere la frontiera nord, ma viene puntualmente respinto: «A Reynosa la polizia mi ha acchiappato con altri centroamericani e ci ha consegnato a migrazione locale, che ci ha respinto verso sud, lasciandoci a Tapachula. Non avevo niente, allora mi sono unito a una carovana, e nel 2024 ho continuato a fare su e giù per il Messico: ogni volta che riuscivo ad avvicinarmi alla frontiera nord, mi ricacciavano il più a sud possibile». All’inizio del 2025, già con la seconda amministrazione Trump, tenta il tutto per tutto e riesce a entrare negli Stati Uniti attraverso Nuovo Laredo. Si stabilisce a Laredo, Texas, e lavora in vari mestieri: pittura, elettricità, manovalanza, consegne. Trova rifugio temporaneo nel parcheggio di un Walmart, finché a inizio aprile viene catturato durante una retata: «Hanno fatto una retata a Walmart, ci hanno intervistati uno a uno. Mostravo il mio permesso di soggiorno messicano (falso) e mi hanno chiesto dove fosse la mia famiglia. Ho detto che era a Città del Messico. Poi mi hanno messo su un aereo e riportato qui, era il 22 aprile». Joaquín torna così a Città del Messico. Dopo alcuni mesi, trova ospitalità a Casa Tochan, un centro d’accoglienza della società civile che già conosceva e dove, qualche settimana più tardi, arriva anche Leo. LA GUERRA CONTRO LE PERSONE MIGRANTI NEGA L’UMANO Le storie di Leo e Joaquín mostrano come funzionano le politiche migratorie del “trumpfascismo”: * Criminalizzazione dei migranti, etichettati come “terroristi”. * Deportazioni verso carceri in paesi terzi. * Violazioni dello status di città e stati santuario, che dovrebbe proteggere persone migranti, cittadini/e e funzionari/e pubblici dalle imposizioni delle politiche federali anti immigrati. * Retate nei luoghi di vita quotidiana: scuole, posti di lavoro, parcheggi, case. * Detenzioni eseguite senza ordini ufficiali, quindi veri e propri sequestri, e deportazioni veloci, senza la possibilità di recuperare documenti o beni, o di vedere la famiglia, dopo processi lampo senza possibilità di difesa. * Autodeportazione come unica alternativa per evitare punizioni più severe, come condanne ad anni di carcere e lunghe proibizioni di entrata negli Stati Uniti. I bambini e gli adolescenti subiscono un trattamento particolarmente crudele. Joaquín, arrivato negli USA nel 2019, non ha mai visto attivarsi meccanismi di protezione, a cui aveva diritto, anzi le autorità hanno ignorato la sua presenza o hanno cercato di disfarsi di lui. La vicenda di Liam Conejo, cinque anni, uno di quattro minori arrestati nello stesso distretto scolastico in poche settimane, ha riacceso l’indignazione globale già suscitata dalle immagini del primo mandato Trump, di bambini rinchiusi in gabbie. MESSICO, LA PRIMA FRONTIERA DELL’ESTERNALIZZAZIONE I recenti accordi con Bukele ed altri regimi permettono agli Stati Uniti di trasferire “all’estero il lavoro sporco” della deportazione e del castigo alle persone migranti, calpestando norme nazionali e internazionali. È emblematico l’uso del CECOT per detenere persone di qualsiasi nazionalità, sottoponendole a torture e maltrattamenti, e a desaparición forzata, facilitata dalle modalità illegali di arresto, deportazione e detenzione praticate 1. Sono però i governi messicani, ormai da decenni, gli esecutori più fedeli dei diktat migratori degli USA, prestandosi a fare del proprio territorio la lunga frontiera sud del suo vicino, con il compito prioritario di contenere i movimenti migratori, funzionando come paese tappo ed impedendo agli “aliens”, come Trump definisce le persone migranti, di toccare suolo statunitense. Questo ha determinato una gestione dei flussi migratori sempre più repressiva: * Bloccare chi si avvicina alla frontiera nord e respingerlo ripetutamente a sud. * Restringere le aree di movimento e opportunità di lavoro. * Suggerire il “ritorno volontario” a chi è ormai stremato, anche proponendo voli umanitari offerti da paesi d’origine e da organismi internazionali. * Smantellare accampamenti informali, distruggendo strutture precarie tirate su con molto sforzo, offrendo in alternativa solo sistemazioni di breve durata che, tra l’altro, non restituiscono gli spazi “familiari” distrutti dalle ruspe del governo. LA SOLIDARIETÀ RADICALE: CASA TOCHAN Leo e Joaquín trovano sostegno in centri come Casa Tochan. Gabriela Hernández, direttrice del centro, racconta: «Stiamo cercando di riconfigurarci, conservando sempre i nostri obiettivi di integrazione ed autonomia. Nel contesto attuale le priorità sono casa e documenti, perché chi non ha un permesso di soggiorno perde opportunità di lavoro e subisce maggiori livelli di precarietà e sfruttamento, oltre ad affrontare difficoltà sempre maggiori per coprire i costi di un alloggio, in costante aumento». Casa Tochán, il cui nome significa “casa nostra” in náhuatl, è un rifugio per persone migranti situato a Città del Messico, nell’alcaldia Álvaro Obregón. Offrono assistenza psicologica, medica e legale, oltre a servizi di orientamento per l’inserimento lavorativo e attività culturali e ricreative a chi transita nel paese. «Da parte nostra, – continua la Hernández – offriamo ai migranti tochaneros orientamento al lavoro ed appoggio legale, anche per ottenere documenti di residenza, consentiamo permanenze più lunghe e inseriamo alcuni ospiti nella gestione del centro. E abbiamo rafforzato l’area di sostegno psicologico, più essenziale che mai perché ansie, problemi del sonno, depressioni, ed anche dipendenze, si sono aggravate. La nostra sfida è formare tutta l’equipe per gestire situazioni assai complesse, pur sapendo che in alcuni casi dovremo ricorrere al trasferimento in strutture di accoglienza specializzate». Un altro problema serio in questa fase è una generale diminuzione degli appoggi esterni, ci spiega Gabriela: «i tagli dei finanziamenti destinati alle associazioni di difesa dei diritti dei migranti creano serie difficoltà a tutti i centri. Anche noi ne risentiamo, e stiamo puntando ad una maggiore generazione di fondi propri, per esempio potenziando i laboratori esistenti di falegnameria e di serigrafia». IL DEBITO STORICO DELLO STATO MESSICANO E DEL TRUMPFASCISMO Il Messico mostra così il suo “debito storico” nei confronti dei migranti: da una parte repressione, deportazioni, mano libera alla criminalità organizzata; dall’altra, delega di fatto a collettivi, associazioni e movimenti di solidarietà delle politiche umanitarie, dell’accoglienza e del sostegno a percorsi di integrazione e di autonomia. Le persone migranti che oggi si trovano in Messico hanno visto troncati i propri progetti; alcuni/e hanno visto frustrate le speranze di raggiungere gli USA, ma chi è stato deportato ha perso tutto ciò che era riuscito a costruire, in pochi mesi, in pochi anni, o in decenni. L’intento delle politiche di Trump è cancellare ogni speranza di un futuro migliore. Eppure la capacità di resistenza non muore: molti, come Leo e Joaquín, sono lacerati ma non distrutti, sfiniti ma non finiti. Pazienti, continuano a guardare a nord, adattandosi alle circostanze e pianificando la prossima mossa. Leo aspira a tornare a Mexicali, Joaquín a Monterrey, cercando opportunità di lavoro migliori che nel centro del paese, e soprattutto avvicinandosi a quella frontiera che sperano di superare di nuovo, non importa quanto dovranno aspettare. È come il tormento di Sisifo: ogni perdita è uno sforzo da iniziare di nuovo, ma ogni risalita dimostra una forza straordinaria. Trump ha accumulato un debito storico verso bambini come Joaquín, giovani come Leo e adulti, costringendoli a vivere nello sradicamento e nella precarietà, negando loro un luogo sicuro da chiamare casa. IL RE NUDO: LA CRISI DEL REGNO DI TRUMP Anche negli USA il momento è critico. Le proteste contro Trump, – le più clamorose quelle del gennaio di Minneapolis-, interrompono la sua corsa sfrenata e mostrano la resistenza dei cittadini contro la violenza dell’ICE. La mobilitazione non si ferma: temperature sotto lo zero, aggressioni, sparatorie, niente spegne il clamore delle strade. Una vasta alleanza sociale e politica sfida la presidenza con manifestazioni, scioperi e protezione delle comunità migranti. Nuovi movimenti, come un rinato Black Panther Power, partecipano attivamente. Sondaggi di diverse testate mostrano un calo costante dell’approvazione di Trump: New York Times 40%, CBS 41%, Reuters 41%, Wall Street Journal 45%. Le autorità locali, da Minneapolis a New York, ed alle altre città e stati santuario, contrastano apertamente le politiche dell’ICE, e la battaglia giudiziaria contro le violazioni costituzionali della presidenza torna protagonista. Voci critiche emergono anche all’interno del partito repubblicano, mostrando che le pratiche brutali di Trump non sono più accettate senza discussione. Tuttavia, la sostituzione a caldo di Bovino -come responsabile delle operazioni in Minnesota – con Tom Homan, falco della frontiera, poi quella più recente di Kristi Noem, Segretaria della Sicurezza Nazionale (DHS) con Markwayne Mullin, indicano che il cambio di facciata non significa una vera moderazione, mentre la strategia rimane aggressiva. Il numero di deportazioni, poco più di 600.000 nel 2025, resta inferiore all’obiettivo a sei cifre sbandierato in campagna e al tempo dei decreti di gennaio 2025, ma secondo Keith Ellison, Procuratore Generale del Minnesota, non si tratta di numeri, perché l’operazione non è tecnica, ma politica: colpire il modello democratico dello stato santuario. IL FUTURO NELLE NOSTRE MANI Non è una battaglia facile, ma la speranza risiede nella partecipazione attiva delle e dei cittadini. Le masse indignate continuano a sfidare la violenza, abbassando progressivamente l’indice di gradimento di Trump prima delle elezioni di metà periodo. Intanto, le persone migranti in Messico e le loro famiglie seguono con ansia gli avvenimenti negli USA: sanno che il loro futuro dipende anche dall’esito di queste lotte. Pur marginalizzate e private di diritti, possono resistere, trovare supporto nelle organizzazioni e nei collettivi, e stringere legami con chi lotta dall’altro lato del muro per un mondo senza frontiere. Al di là del silenzio stampa seguito agli avvenimenti di gennaio in Minnesota, la resistenza continua, con un’organizzazione comunitaria capillare contro l’ICE, che si infittisce e si fa sempre più efficace 2. Ma si preparano anche nuove manifestazioni di massa convocate dal movimento NO KINGS 3 che, nato a febbraio del 2025, riunisce circa 300 organizzazioni: alla prima protesta, il 14 giugno 2025, hanno partecipato 5 milioni di persone e alla seguente, il 18 ottobre, 7 milioni. Attualmente il movimento sta organizzando una terza manifestazione per il prossimo 28 marzo, quando si prevede una partecipazione ancora maggiore. Il 28 marzo anche il Messico si mobiliterà contro le politiche anti immigranti dell’amministrazione Trump e anche dell’amministrazione Sheinbaum, per iniziativa di organizzazioni e collettivi di persone messicane deportate, ritornate, con doppia nazionalità e statunitensi. Sono le stesse organizzazioni che hanno convocato a protestare di fronte all’ambasciata degli Stati Uniti il 30 gennaio scorso a Città del Messico, in solidarietà e a difesa della comunità migrante. È chiaro, nulla garantisce che le iniziative in Messico possano invertire le politiche di pulizia migratoria o scardinare l’alleanza con gli Stati Uniti. Ma la società civile non tace. La sfida è far convergere i processi in diversi paesi, mobilitare solidarietà e protezione, e riaccendere la fiducia in un mondo umano, dove nessun budget sia destinato a guerre contro i movimenti sociali e le popolazioni in lotta. Per Leo, Joaquín e migliaia di altre persone, la resistenza quotidiana è la prova che, anche di fronte a perdite ripetute, il futuro non è deciso: può essere costruito, passo dopo passo, con coraggio e solidarietà. 1. Arresti eseguiti come veri e propri sequestri, voli frettolosi, isolamento completo con l’impossibilità di comunicare all’esterno, con la famiglia o con un/a legale ↩︎ 2. Así se organiza la comunidad ante las detenciones de ICE, Conexion Migrante (6 marzo 2026) ↩︎ 3. Sul movimento No Kings: Visita il sito; No Kings 2026: Encuentra la protesta más cercana a ti para este 28 de marzo ↩︎
Deportazioni al tempo di Trump
Città del Messico – Le grandi città degli Stati Uniti, con Minneapolis in prima linea, restano teatro di proteste contro l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) anche nell’ambito di un conflitto istituzionale tra autorità locali e governo federale sulle modalità di controllo dell’immigrazione. Per il 28 marzo 2026 è prevista una nuova giornata nazionale di protesta chiamata “No Kings”, con evento principale proprio nelle Twin Cities 1. L’inquilino della Casa Bianca, con un’aggressiva disperazione, tenta di dare corpo alle promesse di annientamento dei “nemici interni” – da lui stesso fabbricati – mentre televisioni e reti sociali trasmettono immagini dei suoi robocop che sfondano porte, invadono abitazioni, massacrano esseri umani armati solo del desiderio di vivere con giustizia e dignità 2. L’artefice del caos vuole dimostrare al mondo cosa significhi che il suo pensiero e il suo agire – e dunque i destini della terra – non abbiano altri limiti se non la sua morale e la sua volontà: invade un paese, ne minaccia molti altri, applaude ai genocidi, celebra i suoi “tiranni minori” e li rende più letali che mai. Intanto, le comunità e i movimenti sociali si organizzano per resistere insieme, migranti e non, con o senza documenti. Questi eventi scrivono la Storia con la esse maiuscola. Eppure, nello stesso tempo, ha senso volgere lo sguardo verso le storie minori, verso vite giovani vissute in fretta e con intensità. Sono le storie di Leo e Joaquín, entrambi originari di un Centroamerica esplosivo, spesso invivibile. Oggi si trovano in Messico, una delle possibili destinazioni per chi viene deportato dagli Stati Uniti e rifiuta di tornare a un destino di angoscia e morte nel proprio paese d’origine. Nel nostro presente, governato dalla violenza e da una minacciosa incertezza, loro – come molti altri – non si lasciano travolgere. Si salvano, si rialzano, lottano per una vita che possa davvero chiamarsi tale, fatta di rispetto e dignità. Un filo rosso li lega alle vicende del vicino del nord, a quegli eventi convulsi e a quella guerra interna di cui siamo spettatori, e dai cui esiti dipende anche il loro futuro. Dividiamo questo reportage in due parti. La prima racconta l’esperienza migratoria di Leo, che lascia il Salvador nel 2011 a 18 anni. La seconda, che pubblicheremo la prossima settimana, è dedicata alla “piccola” storia di Joaquìn, partito da un paese centroamericano nel 2018, a 12 anni, e colloca le vite di entrambi nel contesto di quanto sta succedendo nelle Americhe dove tante persone migranti, come loro, si ostinano a difendere e rivendicare il diritto alla libertà di movimento. I SOMMERSI E I SALVATI È il 4 ottobre del 2025 quando Leo viene rilasciato dopo ore di interrogatorio in un commissariato di San Salvador. Era arrivato all’aeroporto di Comalapa deportato dagli Stati Uniti insieme ad altre quattro persone: tre uomini e una donna. Tutti marchiati dalla stessa etichetta – “terrorista” – e incatenati mani, piedi e vita con un unico dispositivo che, come denunciano numerosi organismi per i diritti umani, potrebbe costare la vita in caso di emergenza durante il volo. Per tutti, il destino sembrava già scritto: il CECOT, Centro di Confinamento del Terrorismo, il mega-carcere di massima sicurezza che Nayib Bukele, presidente del Salvador, esibisce con orgoglio come monumento alla sua guerra senza quartiere contro le pandillas 3, scatenata nel 2022. Invece, prima del carcere, ci fu una tappa intermedia. «Sembrava che ci stessero portando al CECOT. Invece no: ci hanno portato in una stazione di polizia per interrogarci. Quando hanno visto due dei ragazzi del nostro gruppo, quelli a cui si vedevano “i numeri”, non hanno fatto neppure una domanda. Direttamente al CECOT.» Rimasero in tre. Un altro ragazzo non aveva tatuaggi, come Leo, e nemmeno la donna del gruppo. Ma quando Leo parla di tatuaggi, precisa che si riferisce a quelli delle pandillas. Anche lui, negli anni, aveva inciso sulla pelle alcuni segni che ora doveva spiegare a una serie di agenti decisi a incastrarlo. «Per quel 503 ti sei già guadagnato un posto al CECOT, è la firma delle maras 4», gli dicevano. In realtà, il 503 è semplicemente il prefisso telefonico del Salvador. E quelle due bare tatuate non erano trofei di un sicario, ma un omaggio alle due figure adulte più importanti della sua infanzia e adolescenza: il padre e la nonna, entrambi morti. Un’agente lo insultava e lo minacciava con la sicurezza di chi si sa impunito: «Gli Stati Uniti dicono che sei un terrorista… ci pensiamo noi ad ammazzarti, ti faremo desaparecer». Eppure, contro ogni previsione, Leo riuscì a convincere i suoi aguzzini di non appartenere alle maras. Si salvò. Non così i due compagni di viaggio, anche loro estranei al mondo della criminalità, condannati a sprofondare nel pantano del sistema carcerario salvadoregno. Il rilascio non significò libertà. Mentre lo lasciavano andare, uno degli agenti continuava a riempirlo di insulti e minacce: «Ti verremo a scovare a casa tua, infame figlio di puttana». Leo capì che quella sarebbe stata una libertà assediata. Ebbe la certezza che, per sopravvivere, doveva allontanarsi di nuovo dal paese in cui era nato – un paese in cui la violenza senza freni era ormai concentrata nelle mani delle istituzioni, una guerra dichiarata contro giovani ed emarginati. DALLE STRADE DI SAN SALVADOR ALLE STRADE CHE PORTANO A NORD Leo non ha ricordi della madre, emigrata a New York quando lui era ancora bambino. A quindici anni, nel 2008, perde il padre – ex militare, guardia del corpo di impresari cinesi – assassinato dalle pandillas. Rimasto senza casa, insieme al fratello maggiore, cerca rifugio in un centro per minori che, più che un luogo di protezione, si rivela un carcere. Eppure, in quel momento, gli sembra l’unica possibilità: «Pensavo: almeno potrò studiare, avrò un posto dove dormire e mangiare, non dovrò vivere per strada». Dal 2009 vive per tre anni con la nonna materna. Misura quel periodo attraverso la scuola: settimo, ottavo e nono grado. È lì che termina la sua adolescenza. A diciotto anni, nel 2011, comincia il primo viaggio verso il nord. In tre giorni arriva a Tapachula, Chiapas, la porta d’ingresso al Messico. Vi rimane un mese, poi continua a spostarsi: Arriaga, sempre in Chiapas; Città del Messico; Querétaro; di nuovo Tapachula; ancora Città del Messico; infine Mexicali, in Baja California. In ciascuno di questi luoghi Leo entra in contatto con le case del migrante. Fin dall’inizio collabora alla loro gestione, costruisce relazioni di fiducia con attiviste e attivisti, stringe amicizie profonde. Per alcune e alcuni diventa un pupillo, quasi uno di famiglia. Parallelamente lavora nei classici impieghi “da migrante”: spesso sfruttato, sempre precario. Ma la sua serietà e affidabilità gli aprono porte che restano spalancate anche quando ritorna, mesi o anni dopo, negli stessi luoghi. È così che riesce a ottenere un permesso di soggiorno: prima annuale, poi permanente. Negli anni trascorsi in Messico, Leo mette su famiglia. Quando la relazione finisce, resta suo figlio Donovan, che oggi ha otto anni. LA TENTAZIONE DELLA LUNGA FRONTIERA Nel 2021 si trasferisce a Mexicali, in Baja California. È qui che dal Salvador arrivano due notizie devastanti. La prima riguarda una sorella adolescente, desaparecida per aver rifiutato le avances di un pandillero: «Nel Salvador, quando un pandillero dice qualcosa e tu ti rifiuti… sei morto. Questa è la conclusione a cui siamo arrivati: che mia sorella è morta. Ma in realtà nessuno sa niente di lei». La seconda notizia riguarda un cugino arrestato e incarcerato con l’accusa infondata di legami con le pandillas, proprio il giorno prima dell’arrivo di Leo, che stava per tornare in Salvador per portarlo in Messico e metterlo in salvo dallo stalking della polizia: «Era giovedì. Sabato avevo il volo per il Salvador. Ma venerdì, prima che facesse giorno, lo hanno buttato giù dal letto e gli hanno appiccicato l’etichetta di “pandillero”». La stessa sorte tocca anche a una cugina. Entrambi restano in carcere senza diritto a visite, pur non avendo nulla a che fare con la delinquenza. Lei ha una figlia che aveva un anno e mezzo quando è stata arrestata; oggi ne ha quasi sette. A Mexicali Leo è soddisfatto del lavoro in una compagnia di sicurezza privata. Ma tra lui e gli Stati Uniti c’è una linea sottile e lunghissima: la frontiera. Una tentazione costante. «Il mio obiettivo non era andare negli Stati Uniti. Sono rimasto lì due anni e volevo restarci. Ma perché? Perché non c’è mai stato nessuno che mi aiutasse. Se qualcuno mi avesse detto: “ti pago un coyote”, io sarei andato subito, perché so che lì la vita è diversa». DALL’ALTRO LATO Spinto da un amico, Leo scarica l’app CBP One 5. Dopo molte difficoltà riesce a ottenere un appuntamento. Il 27 giugno 2023 affronta l’intervista di “paura credibile”. Un’amica che vive a Los Angeles lo aiuta prima a raccogliere i requisiti necessari per entrare negli Stati Uniti e poi a sistemarsi in California. All’inizio tutto sembra procedere bene. Leo si presenta regolarmente alle udienze in tribunale e racconta delle persone care assassinate o fatte sparire dalle pandillas. Ma non ha prove documentali. Non riesce a dimostrare formalmente il pericolo concreto che correrebbe tornando in Salvador. Non vedendo vie d’uscita, smette di presentarsi alle udienze. Diventa, a tutti gli effetti, “un illegale”. A Los Angeles affitta una stanza. Lavora duramente, ma non riesce a risparmiare nulla. Così decide di rinunciare all’affitto – 900 dollari al mese – e di vivere in strada con alcuni amici. In meno di due mesi mette insieme 1.600 dollari, con cui compra una macchina: indispensabile in una città dove le distanze sono enormi e il trasporto pubblico quasi inesistente. L’auto, però, resta sua solo tredici giorni. Una notte di settembre del 2025 la sua vita cambia di nuovo, radicalmente: «Era domenica, verso l’una di notte. Avevo appena riparato la macchina: perdeva un tubo e l’ho cambiato. Tornavo dal bagno, dove avevo lavato gli attrezzi – cacciavite e tenaglia – quando mi è piombata addosso la polizia. Mi hanno picchiato… va bene, lo dovevano fare, no? Poi mi hanno detto: “se sei pulito, ti lasciamo andare”». Viene liberato mentre dorme sul pavimento del commissariato. Ma all’uscita trova ad aspettarlo gli agenti dell’ICE, il Servizio di Immigrazione e Controllo delle Dogane. «Immagino che siano stati i poliziotti a chiamarli… a quel punto doveva esserci già un ordine di deportazione a mio nome». La cosa più strana è che Leo non aveva mai ricevuto alcuna notifica ufficiale. Nessuna comunicazione a casa dell’amica dove riceveva la posta, nessun documento, nessuna firma. La macchina resta abbandonata in strada. Con l’auto, Leo perde tutto: vestiti, attestati di studio, documenti, persino il permesso di soggiorno messicano. In un attimo, il suo ultimo progetto di vita va in frantumi. E lui viene rispedito nel paese che lo aveva visto nascere. VITE SOTTO TIRO: TRA BUKELE E LE PANDILLAS Sin dal 2014, Nayib Bukele, candidato a sindaco di San Salvador, aveva stretto un patto segreto con le pandillas: vantaggi economici e impunità in cambio del loro sostegno elettorale. Questo accordo lo aiutò a vincere le elezioni comunali e, cinque anni dopo, le presidenziali. Bukele ha sempre negato l’esistenza del patto, sostenendo che la diminuzione degli omicidi fosse un “miracolo”. Ma nel marzo 2022 il presidente rompe l’intesa. Dopo una reazione violenta che provoca 87 omicidi in due giorni, approva uno stato d’eccezione sospendendo le garanzie costituzionali. Nei primi nove giorni si registrano 6.000 arresti; nel secondo mese 35.000; nel terzo mese 42.000. Le pandillas, che avevano permesso la scalata politica di Bukele, diventano il nemico pubblico numero uno. La repressione colpisce però indiscriminatamente: persone comuni, oppositori politici, associazioni, mezzi di comunicazione. Tra questi ultimi, la rivista digitale El Faro diventa bersaglio, costretta all’autoesilio ad aprile 2023. Tra giugno 2023 e metà 2025, El Faro raccoglie 27 testimonianze di persone sopravvissute ad arresti e reclusioni arbitrarie nel CECOT 6, il mega-carceri di massima sicurezza. Emergono abusi sistematici: * Arresti basati su quote da raggiungere, senza alcuna prova concreta. * Irruzioni nelle case senza mandato. * Rapporti sugli operativi pieni di falsità e montature. * Pestaggi “di benvenuto” ai nuovi arrivati, tortura, sovraffollamento estremo, mancanza di cibo, igiene e cure mediche. * Proroghe arbitrarie delle detenzioni, anche dopo assoluzioni o ordini di scarcerazione. * Autopsie che ignorano segni di tortura e denutrizione, registrando cause di morte generiche. * Condanne collettive e accuse “di gruppo”, negando un processo giusto e individuale. Queste pratiche denunciano l’involuzione autocratica della democrazia salvadoregna sotto Bukele, dove il CECOT diventa simbolo e strumento di un sistema carcerario di brutalità legalizzata. NON HO UN POSTO DOVE TORNARE Quindici anni dopo aver lasciato il Salvador, Leo torna in catene. Ha “scampato” il lager, ma sa di essere preso di mira. La deportazione, insieme all’incarcerazione di cugini innocenti, lo rende un sospettato e candidato a finire tra gli 88.000 detenuti stimati dall’associazione Soccorso Giuridico Umanitario (SJH) a ottobre 2025, di cui circa 30.000 innocenti. Leo decide di ripartire subito, ma attende la madre che, finalmente con permesso di soggiorno statunitense, sta per tornare per la prima volta in Salvador. Per motivi di sicurezza, durante un paio di settimane deve dormire ogni notte in una casa diversa, ed abituarsi ad una madre che non conosce, arrivata con sorella e fratello anche loro sconosciuti. Il giorno dopo la loro partenza, però, prende anche lui un aereo e, finalmente, raggiunge il Messico, che sarà di nuovo il suo territorio rifugio. 1. L’area metropolitana composta da due città principali del Minnesota: Minneapolis e Saint Paul. Una manifestazione nazionale della rete No Kings è prevista anche a Roma il 28 marzo ↩︎ 2. Top Border Patrol official and other federal agents being investigated by Minneapolis prosecutors office – Reuters (3 marzo 2026) ↩︎ 3. Le pandillas (o maras) sono organizzazioni criminali giovanili latinoamericane, trapiantate negli Stati Uniti e diffuse a livello transnazionale, note per la loro estrema violenza e il coinvolgimento in attività illecite ↩︎ 4. Le Maras sono bande criminali transnazionali nate negli USA e diffuse in America Centrale (Honduras, El Salvador, Guatemala), note per estrema violenza, gerarchie rigide (clicas), tatuaggi identificativi ed estorsioni ↩︎ 5. L’app CBP One (ora nota come CBP Home) è uno strumento digitale del governo statunitense, scaricabile gratuitamente, che permetteva a migranti e viaggiatori di fissare appuntamenti per richiedere asilo, scansionare documenti e inviare informazioni in anticipo al confine USA-Messico. L’amministrazione Trump ha sospeso la funzionalità di appuntamento il 20 gennaio 2025, annullando le prenotazioni in corso e creando incertezza. È stata riproposta a marzo 2025 come “CBP Home”, con l’obiettivo dichiarato di facilitare il “rimpatrio volontario” (self-deportation). L’applicazione è gestita dal U.S. Customs and Border Protection (.gov) ed è parte delle strategie per migliorare la sicurezza e gestire i flussi migratori; App CBP One sospesa in America: rischi per migliaia di persone migranti, MSF (21 gennaio 2025) ↩︎ 6. In questa indagine il giornale salvadoregno raccoglie 27 testimonianze di persone arrestate durante lo stato d’eccezione e poi rilasciate perché innocenti. Le interviste sono state raccolte a partire da giugno 2023 e raccontano arresti arbitrari, torture, fame e maltrattamenti nelle carceri salvadoregne. ↩︎
Tra la foresta e il mare: la ricerca di una vita migliore
VIAN MIRZA PARTE PRIMA: IL VIAGGIO NELLA FORESTA Fotografia tratta dal rapporto Brutal Barriers Il momento in cui decisi di lasciare tutto, tutto ciò che avevo conosciuto nella mia vita, fu un punto di svolta. Non fu una decisione facile; era una scommessa sulla vita stessa. Avevo solo due opzioni: arrendermi alla dura realtà in cui vivevo oppure cercare un’altra vita, una vita che potesse essere migliore o, forse, una che avrebbe potuto condurmi alla morte. Scegliere di partire fu difficile, ma inevitabile di fronte alla realtà crudele che mi circondava. La vita che conducevo era priva di speranza, come se fossi intrappolato in un ciclo infinito senza alcun segno di una nuova alba. Per questo decisi di affrontare l’ignoto e rischiare tutto ciò che avevo. La foresta fu il punto di partenza, e dovevo attraversarla per prima. La foresta era un luogo spietato. Fin dai primi momenti ebbi la sensazione di aver perso tutto, come se fossi uno straniero in un mondo sconosciuto. Gli alberi si facevano sempre più fitti a ogni passo, come se cercassero di inghiottirci uno a uno. Più ci addentravamo, più il terreno diventava scivoloso e pericoloso. L’oscurità avvolgeva ogni cosa, come se la notte avesse deciso di prolungarsi anche quando il sole era ancora nel cielo. Attraversare la foresta era come camminare in un labirinto senza fine. Non c’erano segnali a indicarci la strada giusta; dovevamo affidarci solo all’istinto. A volte eravamo costretti ad aspettare per ore, incerti su quale direzione prendere o su come affrontare ciò che ci attendeva. La fame ci divorava e la sete logorava i nostri corpi. Alcuni di noi cercavano acqua nei piccoli ruscelli, pur sapendo che spesso era sporca. Eppure non avevamo scelta: dovevamo bere. All’inizio la fame era sopportabile, ma col passare dei giorni divenne insostenibile. Non avevamo cibo, se non ciò che riuscivamo a raccogliere dagli alberi o dal suolo. A volte le foglie erano il nostro unico nutrimento; altri giorni mangiavamo erbe senza sapere se fossero commestibili. Spesso sembrava di vivere in un mondo senza pietà, dove ogni passo poteva essere l’ultimo. I piedi ci facevano male e il cuore sembrava sgretolarsi dentro di noi. Eppure non c’era tempo per arrendersi. Le difficoltà si susseguivano senza tregua e le tempeste ci inseguivano da ogni lato. La pioggia cadeva a torrenti, bagnando i nostri corpi tremanti senza alcun riparo dal freddo. Il vento ululava con furia e i rovi ci intrappolavano i piedi, come se volessero impedirci di andare avanti. Spesso incontravamo altre persone – migranti come noi – che affrontavano lo stesso destino. La loro presenza rendeva il viaggio meno solitario. Vivevamo in uno stato di profonda connessione umana. Ognuno cercava di sostenere l’altro, anche nelle condizioni più dure. Quando qualcuno cedeva alla stanchezza, ci aiutavamo a portare i bambini e i bagagli. Nemmeno gli anziani venivano lasciati indietro; camminavano con noi nonostante le immense sofferenze. Le nostre emozioni erano intrecciate: dolore, paura, speranza e un bisogno travolgente di sopravvivere. Negli occhi delle persone intorno a me vedevo la debolezza, ma anche la speranza. Ed era proprio quella speranza a spingerci a continuare. Nessuno parlava molto; le parole erano rare. Ma dentro ognuno di noi c’era una fede silenziosa, la convinzione che potessimo superare l’impossibile. La foresta ci minacciava, ma allo stesso tempo forgiava qualcosa di nuovo dentro di noi: la resilienza. Era come se ci stesse insegnando che la vita vale la pena di essere vissuta, ma solo da chi ha la pazienza di resistere. In quei giorni imparai che gli esseri umani non si arrendono facilmente, nemmeno nelle circostanze più difficili. Vidi persone perdere la speranza, ma ognuna di loro lottava per restare forte. Sapevamo che non c’era modo di tornare indietro. Avevamo attraversato la foresta, consapevoli che la strada davanti a noi non sarebbe stata più facile. Ma nei nostri cuori una fiamma di speranza ardeva sempre più forte a ogni passo. Ogni giorno in quella foresta era una sfida alla follia. Il dubbio e la paura tremolavano nei nostri occhi, ma noi ci rifiutavamo di abbandonare il cammino. La pioggia cadeva senza sosta, il terreno diventava sempre più duro, la fame quasi ci divorava e la sete ci lacerava. Ma non ci fermavamo. Continuavamo a ripeterci: > “Non permetteremo alla morte di essere la nostra scelta.” PARTE SECONDA: ATTRAVERSARE IL MARE PH: Roberta Derosas (Mediterraneo centrale, ottobre 2025) Dopo aver attraversato la foresta, convinti di aver superato la parte più dura del viaggio, pensavamo che il mare sarebbe stato un percorso più rapido e semplice verso la nostra destinazione. Ma non sapevamo che il mare nascondeva un altro tipo di tormento, una sofferenza sconosciuta, non meno crudele delle prove della foresta, forse persino più amara. Quando vedemmo per la prima volta la barca, una scintilla di speranza brillò nei nostri occhi, ma la paura si insinuò nei nostri cuori. Era una barca piccola, appena sufficiente a contenere metà delle persone presenti. Tra le trenta e le cinquanta persone, tutte pronte a stiparsi in un’imbarcazione fragile, in mezzo al mare, dove c’erano solo onde che si infrangevano con forza incessante davanti a noi. In quei momenti il mare sembrava un inferno spietato, pronto a inghiottirci ad ogni onda. Eravamo lì, nel mezzo di un mare senza fine. L’acqua infinita tutt’intorno ci faceva sentire prigionieri in un mondo lontano da tutto ciò che conoscevamo. Tutti cercavano di restare calmi, ma il silenzio era pesante, carico dell’ansia di ogni persona a bordo. Le onde si alzavano e poi si abbattevano su di noi, come se stessero lottando contro di noi, come a dire: «Non vi lascerò passare così facilmente».” I nostri cuori battevano all’impazzata e la mente era invasa dal pensiero della morte, sempre vicina. I movimenti sulla barca erano limitati. Dovevamo restare stretti gli uni agli altri, non solo per lo spazio ridotto, ma perché qualsiasi movimento improvviso avrebbe potuto mettere tutti in pericolo. Le onde agitavano l’imbarcazione, sollevandola e scaraventandola verso il basso, come se fossimo nel cuore di una tempesta. Ogni secondo era estenuante, con i nervi tesi al limite. Gli occhi scrutavano continuamente il mare, mentre un senso di minaccia aleggiava nell’aria. La fame e la sete rendevano tutto ancora più difficile. Non c’era abbastanza acqua e chi aveva un po’ di cibo cercava di condividerlo. Ma sapevamo tutti che non era il momento di cedere. I nostri corpi si indebolivano, le mani tremavano per il freddo pungente del mare, nonostante il sole fosse ancora all’orizzonte. I volti impallidivano e le ossa dolevano per la fame. Ma dentro di noi c’era una determinazione incrollabile. Non si trattava solo di raggiungere l’altra sponda; si trattava di vivere il momento che avevamo sognato così a lungo. Eppure il mare metteva alla prova ogni briciolo di speranza, come se volesse insegnarci una lezione di pazienza e resistenza. Ci furono momenti, nel cuore del mare, in cui sentii di star perdendo la lucidità. Il mare era spietato e tutto intorno a noi sembrava immenso e insopportabile. Paura e sfida si scontravano continuamente. Ovunque guardassi, vedevo occhi pieni di terrore ma anche di speranza. Nonostante tutto, le persone continuavano a parlarsi, scambiandosi parole gentili e incoraggiandosi a resistere. Col passare del tempo, la stanchezza ci sopraffece. Le onde diventavano più forti e la barca tremava senza sosta. Era costante la sensazione che potessimo affondare da un momento all’altro. Ma, nonostante la paura, condividevamo una speranza comune: “Non ci arrenderemo” era la frase che continuavamo a ripeterci. Non sapevamo quanto tempo fosse passato. Le ore si confondevano l’una nell’altra, con solo il mare infinito intorno a noi. La barca oscillava violentemente e i passeggeri sussurravano per nascondere il terrore. Dentro di me continuavo a ripetere: “Nessuna resa. Nulla può fermarci ora.” Quando finalmente intravedemmo una costa all’orizzonte, la speranza di sopravvivere cominciò a prendere forma. Il mare si calmò leggermente, ma il cuore continuava a battere forte. Fu un momento decisivo: la terra era lì, a portata di mano. Avvicinandomi lentamente alla salvezza, ebbi la sensazione che la vita stesse ricominciando. PARTE TERZA: RAGGIUNGERE LA RIVA – UN NUOVO INIZIO Dopo lunghi e durissimi giorni in mare, raggiungemmo finalmente la terra. Ma non era una terra qualunque: era la terra della speranza. Quella che avevamo sognato dopo tutti quei momenti terribili. Le onde si erano calmate e la barca si avvicinò alla riva. Tuttavia, nessuno sapeva cosa ci aspettasse. Sarebbe stato davvero un rifugio o le difficoltà avrebbero continuato a perseguitarci? Il primo passo sulla sabbia fu indimenticabile. Uno dopo l’altro scendemmo dalla barca. I nostri piedi esausti e le mani gelate trovarono finalmente sollievo sulla terra ferma. Appena toccammo la spiaggia, molti di noi scoppiarono in lacrime. Non sapevamo se fossero lacrime di gioia o di stanchezza, ma sapevamo che quel momento segnava una svolta nelle nostre vite. In piedi sulla riva, lavammo il sale dai nostri volti e respirammo profondamente per la prima volta dopo giorni. La sensazione di sicurezza era indescrivibile. L’aria era fresca e il sole illuminava i nostri volti stanchi. Sapevamo però che il viaggio non era ancora finito: c’erano i campi, l’aiuto, un riparo da trovare. Ma avevamo una cosa preziosa che mancava da tempo: la speranza. In quel momento capii che il viaggio non era solo uno spostamento geografico. Era una lotta per la sopravvivenza, per una vita che sembrava perduta ed ora era di nuovo possibile. Raggiungere quel luogo non era la fine, ma l’inizio di qualcosa di nuovo. Il cammino era stato lungo, ma avevamo imparato che la sofferenza forgia la forza. Ciò che rese quel momento ancora più potente fu il fatto che non ero solo. Tutti intorno a me avevano vissuto la stessa prova. Non eravamo più estranei: eravamo diventati una famiglia insolita, unita dalla sofferenza e rafforzata da essa. Nei giorni successivi cominciammo lentamente a riprenderci. Le cose migliorarono poco a poco. Riuscimmo a entrare in contatto con alcune organizzazioni umanitarie e ad avere cibo e acqua. Ma i piccoli momenti più pieni di speranza. Quando riuscii finalmente a chiamare la mia famiglia, le parole non bastavano e gli occhi si riempirono di lacrime. Ogni parola era vita. Ci furono molti momenti in cui ero sul punto di arrendermi. Ma ora posso dire di essere diventato più forte. La forza non è solo superare le difficoltà, ma continuare nonostante esse. Attraversando il mare, ogni onda sembrava colpire i nostri sogni. Ma non ci siamo fermati. E quando raggiungemmo la riva, non fu solo una conquista, ma il simbolo della forza interiore che avevamo acquisito. UN MESSAGGIO DAL CUORE DI UN MIGRANTE A chi insegue i propri sogni, a chi sente che la vita offre solo difficoltà, a chi cerca una vita migliore e più sicura, dico: non siete soli, e ciò che state vivendo non è la fine del cammino. Ho vissuto ciò che molti di voi stanno vivendo: fallimenti, dolore, paura e dubbi. Spesso mi sono sentito immerso nell’oscurità, con solo l’ignoto davanti a me. Ma ho imparato che la vita non ci regala ciò che vogliamo facilmente; ci offre ciò che meritiamo quando dimostriamo di saper resistere e di non volerci arrendere. La vita non è solo un viaggio da un punto all’altro. È un percorso fatto di prove che ci plasmano. Le difficoltà sono ciò che ci rende più forti. La vita non si misura con la ricchezza o la bellezza, ma con la determinazione e la volontà che portiamo dentro. Ogni sogno comporta ostacoli. Ci saranno giorni di fame, sete e dolore. Ma ricordate: in ogni momento difficile c’è una nuova possibilità. Il fallimento non è la fine, è l’inizio di qualcosa di più grande. Non arrendetevi. L’oscurità non dura per sempre. C’è sempre un’alba pronta a sorgere. Il successo appartiene a chi non smette di lottare. FINE Quando raggiungerete ciò che avete sognato, capirete che il viaggio è valso ogni istante di dolore. Non guardate indietro. Il passato è solo una parte della vostra storia. Il presente e il futuro devono essere pieni di speranza. Siete più forti di quanto crediate. Continuate ad andare avanti. State percorrendo la strada giusta.