
Sicurezza e monopolio della forza
Comune-info - Sunday, March 8, 2026
pixabay.comNegli ultimi anni la sicurezza in Italia è stata trasformata in dispositivo centrale di governo. Non si tratta semplicemente di un incremento della repressione, ma di una saldatura strutturale tra campagna propagandistica martellante, produzione normativa e ristrutturazione dell’uso della forza. La retorica precede la legge; la legge consolida la retorica.
La costruzione mediatica dell’emergenza produce un campo simbolico nel quale alcune figure sociali vengono stabilmente collocate nella categoria del rischio: migranti, spacciatori, marginali urbani, manifestanti. Questa selezione non è casuale. La criminologia critica e gli studi sul controllo sociale hanno mostrato come la sicurezza contemporanea tenda a concentrarsi sulla gestione preventiva delle cosiddette “nuove classi pericolose”, ossia segmenti vulnerabili della popolazione. L’insicurezza non è soltanto una condizione da affrontare, ma una categoria da governare politicamente (Palidda 2000; 2021).
La propaganda sicuritaria opera per accumulo: casi isolati vengono generalizzati, la cronaca viene narrativizzata come prova di un degrado strutturale, il conflitto sociale viene tradotto in minaccia all’ordine. In questo quadro, la figura del “nemico interno” diventa funzionale alla semplificazione politica. La costruzione del nemico non è un eccesso discorsivo: è il presupposto per l’anticipazione della coercizione.
Questa produzione simbolica trova una traduzione diretta nei decreti sicurezza. L’estensione del porto d’armi fuori servizio agli agenti di pubblica sicurezza, con il superamento dell’obbligo di dimostrare il “bisogno” previsto dal TULPS, introduce una presunzione legale di autotutela. L’arma privata, anche più occultabile, diventa componente permanente della funzione. Non è un dettaglio tecnico: è un ampliamento strutturale della disponibilità della forza. La funzione non è più confinata allo spazio-tempo del servizio; si diffonde nello spazio civile.
Parallelamente, la cosiddetta “difesa rafforzata” – pur formalmente generalizzata – produce un segnale politico chiaro: l’uso della forza da parte di chi rappresenta lo Stato deve essere circondato da una protezione anticipata rispetto al controllo giudiziario ordinario. Non occorre un’immunità esplicita per generare uno slittamento culturale. È sufficiente affermare, reiteratamente, che chi indossa una divisa merita una presunzione di liceità più forte. In questo modo l’eccezione viene normalizzata attraverso micro-modifiche legislative e macro-legittimazioni mediatiche.
Il nesso tra narrazione e architettura legislativa è diretto. La campagna propagandistica sulla necessità di “proteggere chi ci protegge” prepara il terreno a interventi che attenuano il controllo esterno sull’uso della forza. Non è un riflesso emotivo, ma un disegno coerente. La funzione di polizia, come mostrano gli studi sulla sua genealogia e sulla sua configurazione contemporanea, è intrinsecamente politica: traduce in pratica operativa le priorità dell’ordine politico (Campesi 2024; Di Giorgio 2024). Se la priorità diventa la neutralizzazione preventiva del conflitto, la configurazione giuridica della funzione si adegua.
In questo quadro, la retorica della “mela marcia” non è solo empiricamente fragile: è funzionale. Trasformare l’abuso in deviazione individuale consente di isolare il caso, di personalizzare la colpa e di preservare intatto l’assetto istituzionale. È ciò che è avvenuto anche a Rogoredo. Dopo settimane di narrazione assolutoria e di difesa preventiva della divisa, l’arresto dell’agente ha prodotto una rapida torsione discorsiva: da eroe perseguitato a mostro isolato. Prima si protegge l’istituzione blindando la legittima difesa; poi, quando l’evidenza giudiziaria diventa insostenibile, si sacrifica l’individuo per salvare il corpo.
Le ricostruzioni sulle relazioni tra politica, sindacati di polizia e apparati investigativi mostrano come questa dinamica non sia occasionale ma strutturale (Preve 2014). Analogamente, le ricerche sulle interazioni quotidiane tra forze dell’ordine e soggetti marginalizzati evidenziano che pratiche discriminatorie e uso sproporzionato della forza non emergono nel vuoto, ma dentro routine operative sedimentate e culture organizzative che tendono a legittimarle (Scalia 2021). Rogoredo diventa così un paradigma: non perché dimostri la colpevolezza di un singolo, ma perché rende visibile il doppio movimento sistemico tra presunzione politica di liceità e successiva individualizzazione della colpa. In entrambi i casi resta fuori campo la domanda sulle condizioni che rendono possibili certe condotte e sulla debolezza strutturale dei controlli interni ed esterni.
La produzione istituzionale dell’impunità non si manifesta necessariamente attraverso immunità formali. Può operare attraverso la rarefazione dei controlli, la mancanza di statistiche trasparenti sugli operatori incriminati, la debolezza dei meccanismi disciplinari, le promozioni nonostante condanne definitive. Le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo su Genova 2001, sulle morti in custodia e sui maltrattamenti in caserma hanno sottolineato non solo la violenza in sé ma l’inadeguatezza delle inchieste e la carenza di strumenti efficaci contro la tortura.
In questa prospettiva, la critica che invita ad “abolire la sicurezza” come parola d’ordine politica non mira a negare i bisogni di protezione, ma a smontare l’uso della sicurezza come categoria totalizzante che legittima l’estensione della coercizione (Collettivo Anti-security 2023). L’insicurezza moderna è innanzitutto insicurezza sociale, ossia perdita di protezioni collettive legate a lavoro, welfare e cittadinanza. La sicurezza reale coincide con la ricostruzione di garanzie sociali, non con l’espansione della forza (Castel 2004).
La questione assume una portata costituzionale se riletta alla luce della definizione weberiana dello Stato come detentore del monopolio legittimo dell’uso della forza. In un ordinamento costituzionale, la legittimità di quel monopolio non deriva dalla mera titolarità della coercizione, ma dalla sua regolazione giuridica e dalla sua sottoposizione a controllo. Il monopolio è una delega condizionata.Quando si interviene per ampliare la disponibilità della forza senza rafforzare in modo simmetrico i meccanismi di responsabilità effettiva, si altera l’equilibrio interno del monopolio stesso. Rogoredo rende visibile questo punto di tensione: la narrazione politica della legittima difesa ha preceduto l’accertamento giudiziario, tentando di collocare l’evento dentro una presunzione di liceità già data. Solo l’esistenza di un controllo investigativo indipendente ha impedito che la narrazione si consolidasse come verità istituzionale.
Il monopolio della forza non è semplicemente un dato tecnico dell’organizzazione statuale. È il risultato di una lunga storia in cui la polizia si è configurata come strumento di governo dell’ordine sociale prima ancora che come garanzia dei diritti. Nella tradizione continentale, la funzione di polizia nasce per disciplinare, classificare, normalizzare, non per emancipare. In questa genealogia, la forza non è un residuo patologico, ma una risorsa strutturale del potere.
Per questo la sua legittimità non può mai essere data per presupposta. Non basta affermare che la coercizione è “sottoposta alla legge”: occorre interrogare continuamente chi produce quella legge, quali rapporti sociali protegge, quali conflitti neutralizza e quali soggetti colpisce in modo selettivo. Quando propaganda sicuritaria, ampliamento normativo della discrezionalità coercitiva e attenuazione dei controlli convergono, il monopolio della forza smette di essere presentato come problema democratico e torna a essere ciò che storicamente è stato: uno strumento di stabilizzazione dei rapporti di potere esistenti.
In questa prospettiva, casi come Rogoredo non sono anomalie che incrinano un sistema altrimenti sano. Sono momenti di verità che rendono visibile la struttura. E la domanda non è soltanto se la forza sia stata esercitata illegittimamente, ma quale modello di ordine politico stia prendendo forma quando la coercizione viene continuamente espansa e culturalmente giustificata. Se la sicurezza diventa il principio supremo, la democrazia diventa subordinata. E quando la forza si emancipa dal conflitto sociale per trasformarsi in sua gestione preventiva, non è solo lo Stato di diritto a essere in gioco: è la qualità stessa del patto costituzionale.
Bibliografia
Campesi, Giuseppe, Che cos’è la polizia?, Derive Approdi, 2024
Castel, Robert L’insicurezza sociale. Einaudi, 2004
Collettivo Anti-security 2023 Abolire la sicurezza, Ombre Corte 2023
Di Giorgio, Michele Il braccio armato del potere Saggi nottetempo 2024
Fabini Giulia, Gargiulo Enrico, Tuzza Simone (a cura di), Polizia. Un vocabolario dell’ordine Mondadori Univ. 2023
Fassin, Didier La forza dell’ordine, Feltrinelli 2013
Gargiulo, Enrico, “Ordine pubblico, regole private. Rappresentazioni della folla e prescrizioni comportamentali nei manuali dei Reparti mobili”, in Etnografia e Ricerca Qualitativa, 3/2015
Palidda Salvatore Polizia postmoderna, Feltrinelli 2000
Palidda, Salvatore Polizie, sicurezza e insicurezze Meltemi 2021
Preve Marco Il partito della polizia, Chiarelettere 2014
Scalia Vincenzo Incontri troppo ravvicinati? Manifesto libri 2022
Weber, Max, La politica come professione, 1919 (in Il lavoro intellettuale come professione, Einaudi, 2004)
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