L’uomo nell’alto castello – seconda puntataIl Teatro di Pompeo, malgrado il suo splendore ancora visibile all’epoca di
Teodorico, era considerato un luogo maledetto. Il grande quadriportico di
ingresso, corrispondente più o meno all’attuale teatro Argentina, ospitava sale
conferenze, nella principale delle quali si riuniva nelle occasioni più
affollate il Senato. Qui fu assassinato Cesare e Ottaviano la fece chiudere per
un certo tempo come locus sceleratus. Chissà se la maledizione si estende anche
ai resti della cavea, oggi accessibile nei locali sotterranei di alcuni
ristoranti della pregiata zona fra Argentina e Campo de’ Fiori, compreso quello
in cui è stata scattata la foto del campo largo a quattro su cui tanto si è
ciarlato nelle ultime settimane.
Chiacchiere che si sono concentrate sulla composizione della leadership del
campo largo più che sul suo programma e del suo rapporto con un’idea alternativa
di Paese, contrapposta a quel mondo dominato degli sconfitti della Seconda
guerra mondiale, come nella distopia dickiana dove solo l’uomo nell’alto
castello conserva una versione alternativa della storia – cioè quella reale,
dove avevano vinto Stalin, Roosevelt e Churchill. Ma, appunto, senza un
programma di lotta e di governo (per ora soltanto promesso, con tempi che più
rilassati non potrebbero essere in confronto all‘attivismo tambureggiante della
PdC) non riusciamo a immaginarci un uomo o una donna che oggi possa trasmettere
una versione alternativa della storia, mettersi alla testa di una rete di
cospiratori e rovesciare l’incubo fascista. Non possiamo attendere a tempo
indefinito un programma dai partiti di opposizione, dobbiamo cominciare a
buttare giù alcuni punti e sollecitare su questo un confronto, prima che parta
il tormentone del voto utile e delle gloriose liste indipendenti.
DA DOVE VENGONO I VOTI
Cominciamo a constatare che in misura minima vengono da spostamenti interni
agli attuali votanti alle consultazioni amministrative e politiche. Qui (e nei
monotoni e ossessivi sondaggi) gli spostamenti sono infinitesimali e restano per
lo più nel campo delle due maggiori coalizioni o nel nido di vipere del famoso
“centro”: quel non luogo sfigatissimo dove si dovrebbero “vincere” le elezioni e
dal quale sarebbe immancabile “ripartire”.
> I voti si pigliano, lavorandoci bene, dove stanno ovvero nell’area degli
> astenuti per delusione o per indolenza. Prendiamo esempio dal nemico,
> dall’orrido Vannacci, che si costruisce pazientemente il suo (oggi) 6% e via
> un altro punto al mese rosicchiando dalla Lega in sfacelo e dai FdI ma anche
> attingendo sempre più dalla feccia razzista e squadrista che stava a destra di
> Meloni e dall’inevitabile cassa di risonanza di pacifici “benpensanti”
> spaventati da donne, queer e migranti. conservatori per istinto – quelli che
> emergono con tanta naturalezza al bar o in treno, senza che debbano andare a
> bruciare le roulotte degli zingari e sfilare facendo il saluto romano.
Lui pesca a destra e noi dovremmo pescare a sinistra, fra quei milioni di
votanti che sono andati a votare NO al referendum e precipitosamente si sono
dileguati dopo manco un mese alla prima tornata amministrativa, visti i
candidati decotti e le parole d’ordine proposte dal campo largo – Venezia fa
scuola per tutti.
Voto fluttuante, instabile? Te credo! È un corpo elettorale post-partitico, mica
la Guardia rossa che marcia alla riscossa e scuote dalla fossa la schiava
umanità… E comunque fisicamente sono gli stessi che hanno manifestato per Gaza,
parte della moltitudine che su scala mondiale ha ribaltato l’agenda politica,
creato nuove verità effettuali come il genocidio e la critica dell’Occidente,
contribuito a quell’isolamento dell’Israele sionista che oggi è diventato un
fattore importante nei conflitti dell’Asia occidentale e nei movimenti
dell’opinione pubblica statunitense.
> Da quel bacino verranno i voti contro la coalizione Meloni – verranno se sarà
> loro offerto un programma coerente con la loro indignazione e con le lotte che
> hanno condotto. Non verranno certo con prediche di pragmatismo e
> rassegnazione, esibendo giochini di primarie aperte o chiuse, battibeccando su
> chi ce l’ha più lungo o (per dirlo pomposamente) sull’accountability.
Meloni l’ha capito benissimo e punta a distrarre l’elettorato dai suoi
fallimenti nazionali e internazionali, invischiando la controparte sulla legge
elettorale, costringendola in tempi raccorciati a designare un candidato leader
– quindi instaurando per legge ordinaria un premierato di fatto che avrebbe
invece il rango di una riforma costituzionale e che, in caso di anticipo del
voto, sarebbe perfino sottratta a un controllo tempestivo della Consulta.
Ci sarebbe la possibilità per il campo largo di ribaltare questa insidiosa
agenda – laddove passasse la nuova legge elettorale. Per esempio puntando tutto
sulla denuncia dell’incostituzionalità della legge e aggirando l’obbligo
farlocco di indicazione di un candidato con un nome simbolico, che nulla
costringerebbe poi a mettere alla guida effettiva del governo.
Però una manovra del genere comporta, oltre che un elevato livello di unità
interna e fiducia reciproca, un programma di contenuti, che fornisca materia
concreto a un’opzione istituzionale così radicale. Torniamo così al programma,
cioè all’opposto della sciagurata photo op in grotta.
DA DOVE VENGONO LE IDEE PROGRAMMATICHE?
Ovviamente dallo stesso luogo da dove vengono i voti, la generazione Gaza chiede
innanzi tutto la rimozione dei limiti al diritto di manifestazione che è stato
il suo punto di forza, il meccanismo per ridefinire l’agenda politica.
Quindi il primo punto di ogni programma immaginabile è il ritiro dei decreti
Sicurezza con il loro turbine di aggravanti, divieti, sanzioni amministrative e
sgomberi e il contesto più generale è il rifiuto della guerra, l’alt alle
politiche genocide di Usa e Israele nell’Asia occidentale (ex-Medio Oriente) e
anche all’aggressione russa in Ucraina e alle provocazioni Nato che si
intrecciano con quelle pretese imperiali neo-zariste. Il riarmo non è soltanto
un costo insopportabile in una situazione di crisi economica ed energetica, ma
anche un incubo per le generazioni che sarebbero destinate al sacrificio della
vita nel prevedibile esito di una scellerata corsa alla guerra.
Gli effetti disastrosi prodotti dalla violenta repressione delle proteste
giovanili per la giustizia climatica, insieme al negazionismo sul riscaldamento
globale e alla retromarcia italiana ed europea sul timido green deal li stiamo
sperimentando oggi sulla nostra pelle in modo tale che è superfluo parlarne.
> Il movimento transfemminista Non Una di Meno ha sviluppato, nel corpo di
> impressionanti maree, una propria agenda politica, imponendo nel dibattito e
> nella legislazione una serie di obiettivi ed è un buon esempio di una capacità
> di “mettere a terra” in modo autonomo alcune istanze di lotta, indicendo
> inotre sul linguaggio e sul senso comune in modo durevole. Un esempio da
> generalizzare.
Tuttavia, chi manifesta per la pace, la giustizia internazionale e contro il
patriarcato – e anche chi non manifesta – una volta tornato a casa deve trovare
un reddito dignitoso che gli consenta di uscire da povertà e precarietà. Il
salario minimo e la cancellazione dei contratti pirati e del caporalato, senza
distinzioni di cittadinanza, sono per fortuna un punto di convergenza, almeno in
principio, di tutte le opposizioni e del sindacato maggioritario. Insieme a una
vaga richiesta di adeguamento dell’Italia alle condizioni normative e salariali
europee correnti, rispetto a cui ora esiste uno scarto intollerabile, tamponato
da un pulviscolo di bonus e in sostanza dai sussidi familistici (cioè dalle
pensioni dell’ultima generazione che le ha avute).
Se l’esigenza di un ritorno ai livelli pre-Covid è largamente condivisa, non
altrettanto sentita è l’urgenza (particolarmente avvertita dalla nuove
generazioni) di una riduzione dell’orario di lavoro e la prevalenza del ricorso
allo smart working rispetto a quello in presenza nella settimana lavorativa –
eppure sono proprio i primi utilizzi positivi che si possono fare del progresso
tecnologico nelle comunicazioni e nell’applicazione dell’IA, che altrimenti
diventa soltanto uno strumento per la riduzione degli organici e la
svalorizzazione della forza lavoro.
> Ben poco rilievo , malgrado le pratiche di occupazione e il gravissimo
> problema degli affitti in tutte le maggiori città, ha avuto finora nei
> programmi elettorali la questione abitativa, che invece risulta centrale (cioè
> è considerata produttiva di voti) in altri punti alti del mondo capitalistico
> – vogliamo citare la New York di Zohran Mamdani? Calmiere sugli affitti,
> regolamentazione degli Aitbnb e costruzione massiccia di case popolari (non
> housing sociale) sono i pilastri di un diritto alla città.
Le proposte su scuola, università e sanità non mancano, anche se nei primi due
campi si privilegiano ancora le toppe sul degrado più che la necessità di una
riforma radicale del sistema, e nel terzo campo resta formulata sotto voce la
richiesta preliminare. Il ritorno a una competenza nazionale e non più
regionale nella gestione del SSN, di pari passo con la difesa del carattere
pubblico e non privatistico e assicurativo del sistema. Gli attivisti che hanno
determinato l’esito del referendum hanno bisogno anche loro di servizi sanitari
e soprattutto cominciano a fare figli e a rendersi conto del problema. Il
Covid-19, d’altronde, ha suonato campanelli d’allarme intergenerazionali e anche
le destre si sono fatte e continuano a farsi riconoscere, in Italia e in Usa,
per negazionismo e inefficienza.
DA DOVE VENGONO LE RISORSE?
A questo punto – definiti gli obiettivi di spesa, cioè fatta la sintesi su
bisogni e desideri (che spingono gli elettori a votare e a scegliere i partiti)
– ci si può porre il problema di dove reperire le risorse, fuori da una logica
di “chi far piangere”, che di regola spaventa quelli che finora hanno pianto. E
qui si pone il problema di un’imposta patrimoniale temporanea ad anticipazione
di una riforma fiscale complessiva, che restauri il dettato costituzionale della
progressività, liquidi la flat tax e ricalibri le differenze scandalose fra
redditi di lavoro e rendite finanziarie e di capitale (per non parlare
dell’evasione ed elusione fiscale e delle relative responsabilità penali, come
in Germania e Usa). Più introito fiscale dai ricchi, meno dai salariati e
pensionati a reddito fisso, e soprattutto dove mettere quei soldi, con quali
vantaggi generali.
Nell’individuare gli obiettivi di spesa e intervento legislativo e nel reperire
le risorse non si possono accontentare tutti, ma occorre puntare sui settori che
fanno la differenza per conseguire la maggioranza in un Paese spaccato in due e
questo coincide con il puntare sulla parte attiva del Paese, che manifesta molto
e vota poco, ma è la sola base possibile per bloccare le forze del declino,
della reazione e della guerra
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Immagine di copertina di Marta Davanzo
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