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Vertice della SCO. Il mondo multipolare si consolida
Il vertice dei ministri finanziari del G20 negli Stati Uniti non è riuscito a produrre un comunicato congiunto per l’opposizione al testo finale da parte della Cina. Anche la foto immagine finale ha avuto dei sussulti per la presenza al vertice del ministro dell’economia russo invitato dagli USA. Alla fine […] L'articolo Vertice della SCO. Il mondo multipolare si consolida su Contropiano.
September 3, 2026
Contropiano
Presidio a Brandizzo
> Perchè non si ripeta un’altra strage operaia BRANDIZZO (TO) 30 AGOSTO 2026 – In memoria dei cinque compagni di lavoro e colleghi uccisi da un sistema di appalti e subappalti che disprezza la vita umana e sdogana il “modello Brandizzo”. Per non dimenticare, e lanciare iniziative di mobilitazione e di lotta a difesa della sicurezza e della salute in tutti i luoghi di lavoro, a partire dai nostri cantieri ferroviari. Invitiamo tutti i soggetti sociali in forma singola e associata, che hanno a cuore i temi della salute e sicurezza sul lavoro ad aderire al nostro appello e a partecipare al presidio che si terrà presso la stazione di Brandizzo. Per adesioni: redazione@inmarcia.org APPUNTAMENTO DALLE ORE 10.15 alle ore 13 presso la stazione di BRANDIZZO (TO) Assemblea Nazionale Lavoratori Manutenzione; CUB trasporti; SGB; Cub Rail ; Ancora in Marcia; Associazione familiari Viareggio “Il mondo che vorrei”; Assemblea 29 giugno; Coordinamento 12 ottobre – per sicurezza, salute, contro la repressione; Cassa di solidarietà tra ferrovieri; Ferrovieri contro la guerra. L'articolo Presidio a Brandizzo proviene da Ancora in Marcia!.
August 24, 2026
Ancora in Marcia!
Il ministro delle fandonie
di Salvatore Turi Palidda Il Dossier Viminale celebra il calo dei reati e l’efficienza delle polizie, ma i numeri raccontano soprattutto milioni di controlli, stranieri colpiti in modo sproporzionato e …
Colleferro, il boato che riapre la questione sicurezza: la Valle del Sacco non può vivere di economia di guerra
Un boato sordo e prolungato, avvertito anche nei Comuni vicini, ha riportato in primo piano una questione che Colleferro e l’intera Valle del Sacco, nella provincia di Roma, conoscono da tempo: la sicurezza in un’area dove sono presenti lavorazioni industriali ad alto rischio. Lo stabilimento coinvolto è quello della KNDS Ammo Italy — la storica Simmel Difesa — specializzato nella produzione di munizionamento di medio e grosso calibro, componenti e materiali esplosivi destinati al settore della difesa. L’azienda dichiara di esportare i propri prodotti in oltre quaranta Paesi. Secondo le prime ricostruzioni, l’allarme è scattato dopo lo sviluppo di un incendio nell’area di un miscelatore industriale, all’interno del reparto di lavorazione delle polveri. Al rogo è seguita una violenta deflagrazione che ha interessato una parte dello stabilimento. Il dato più importante è che i lavoratori presenti sono riusciti a mettersi in sicurezza e non risultano vittime né feriti. Le procedure di emergenza e la tempestività dell’evacuazione hanno evitato conseguenze ben più gravi. Spetta ora alla magistratura e agli organismi competenti ricostruire con precisione le cause e la dinamica dell’incidente, ma quanto accaduto lascia aperte domande che riguardano la sicurezza, il futuro industriale e il modello di sviluppo della Valle del Sacco. Per la comunità di Colleferro è inevitabile tornare con la memoria all’ottobre del 2007, quando un’esplosione nello stesso complesso industriale provocò la morte dell’operaio Roberto Pignalberi e il ferimento di numerosi lavoratori. A quasi diciannove anni di distanza, un nuovo incidente ricorda una realtà che non può essere aggirata: lavorare polveri da sparo, esplosivi e sostanze detonanti comporta rischi intrinsechi e richiede standard molto elevati di prevenzione, manutenzione e controllo. Nel frattempo l’industria europea degli armamenti è entrata in una fase di forte espansione, sostenuta dall’aumento delle commesse e della spesa militare. KNDS, gruppo franco-tedesco nato dall’integrazione delle attività di Krauss-Maffei Wegmann e Nexter, è uno dei protagonisti di questo processo. È proprio questo scenario a rendere necessaria una verifica: capire se e in quale misura siano cresciuti i carichi produttivi dello stabilimento di Colleferro e se a eventuali aumenti della produzione siano corrisposti maggiori investimenti nella prevenzione, nella manutenzione e nella sicurezza. Questo non significa sostenere che il riarmo abbia provocato l’incidente. Allo stato attuale non ci sono elementi per sostenerlo. Significa porre una domanda molto più concreta: se sono aumentati i ritmi produttivi, sono aumentati nella stessa misura anche controlli, manutenzione e garanzie per chi lavora? È uno degli aspetti che andrebbe accertato insieme allo stato degli impianti e dei macchinari, all’organizzazione dei turni, agli interventi di manutenzione e al rispetto delle procedure previste per lavorazioni ad alto rischio. Ma non basta stabilire che cosa abbia provocato l’esplosione. C’è una questione più grande che riguarda il rapporto tra lavoro e industria militare. Un territorio non può essere messo di fronte alla scelta tra occupazione e sicurezza e la difesa dei posti di lavoro non può diventare l’argomento con cui considerare inevitabile una crescita continua della produzione bellica. Nell’immediato servirebbe una campagna straordinaria di controlli negli stabilimenti ad alto rischio presenti nella Valle del Sacco, coinvolgendo l’Ispettorato Nazionale del Lavoro e gli organismi statali, regionali e territoriali competenti in materia di sicurezza, prevenzione industriale e tutela ambientale. Ma c’è anche una domanda che riguarda il futuro: quale industria vogliamo costruire a Colleferro e nella Valle del Sacco? Serve aprire un confronto che coinvolga governo, Regione Lazio, enti locali, organizzazioni sindacali e rappresentanze dei lavoratori. Sarebbe però illusorio pensare che una scelta di questo tipo possa arrivare spontaneamente dall’alto. Gli attuali orientamenti verso l’aumento della spesa militare e il rafforzamento dell’industria della difesa vanno nella direzione opposta. Una prospettiva di diversificazione e progressiva riconversione produttiva può nascere soltanto se attorno ad essa cresce una spinta dal basso, a partire dai lavoratori e dalle organizzazioni sindacali, insieme alle associazioni, ai movimenti e alle comunità della Valle del Sacco. La riconversione deve diventare una vertenza del territorio: non per chiudere gli stabilimenti o sacrificare l’occupazione, ma per rivendicare investimenti pubblici, garanzie per i lavoratori e una politica industriale capace di costruire alternative concrete alla dipendenza dalle commesse militari. Significa difendere il lavoro di oggi e nello stesso tempo creare le condizioni per il lavoro di domani. Colleferro possiede competenze industriali, tecnologiche e professionali che sarebbe assurdo disperdere e che possono essere utilizzate anche in produzioni civili ad alto contenuto tecnologico: transizione energetica, sicurezza delle infrastrutture, mobilità sostenibile, ricerca e tecnologie ambientali. Una trasformazione del genere non avviene dall’oggi al domani. Richiede investimenti pubblici, formazione, ricerca, politica industriale e garanzie occupazionali, ma soprattutto rapporti di forza capaci di portare questa alternativa nell’agenda politica. Senza una domanda organizzata che venga dai lavoratori e dal territorio, il rischio è che la crescente dipendenza dalle commesse militari venga presentata come l’unico futuro possibile. La Valle del Sacco, del resto, porta già sulle proprie spalle una lunga e difficile storia industriale e ambientale. È un territorio alle prese da anni con bonifiche, contaminazioni e necessità di risanamento. Pensare che il suo futuro possa dipendere soprattutto dall’espansione delle produzioni più rischiose significherebbe non fare i conti con quella storia. Quanto accaduto a Colleferro si è concluso fortunatamente senza vittime, ma proprio perché questa volta è andata così, sarebbe sbagliato aspettare il prossimo incidente per tornare a discutere degli stessi problemi. Bisogna fare piena chiarezza sulle cause dell’esplosione, rafforzare i controlli e garantire la sicurezza dei lavoratori, ma bisogna anche affrontare la domanda politica che il boato di Colleferro lascia sul tavolo: vogliamo davvero che il futuro industriale e occupazionale della Valle del Sacco dipenda sempre di più dall’economia di guerra? La sicurezza dei lavoratori, la tutela del territorio e il diritto all’occupazione non sono interessi contrapposti. Una politica industriale degna di questo nome dovrebbe riuscire a tenerli insieme. Giovanni Barbera
August 14, 2026
Pressenza
Esplosione a Colleferro: rischi industria bellica e domande per la sicurezza della cittadinanza
COMUNICATO STAMPA L’esplosione avvenuta ieri, intorno alle 14:30, nello stabilimento KNDS Ammo Italy di Colleferro, impone una riflessione non più rinviabile sulla sicurezza degli impianti industriali legati alla produzione di materiale bellico. L’esplosione ha interessato l’area dello stabilimento di KNDS di Colleferro. Sono in corso gli interventi dei Vigili del Fuoco e degli altri soccorritori, mentre saranno le autorità competenti ad accertare dinamica, cause ed eventuali conseguenze dell’incidente. Quanto successo a Colleferro pone una domanda inevitabile: cosa sarebbe successo se un incidente di questa natura fosse avvenuto ad Anagni, nello stabilimento KNDS in località La Macchia, con la produzione di nitrogelatina? È esattamente lo scenario che l’Assemblea No War Valle del Sacco denuncia da tempo. Quello che è accaduto dimostra che parlare di sicurezza, prevenzione e rischio industriale non significa fare allarmismo, ma interrogarsi prima che accada un incidente, non dopo. Se fosse successo ad Anagni in questo periodo, con le attività che si prospettano per quello stabilimento, quali sarebbero state le conseguenze? E soprattutto: il territorio sarebbe realmente pronto a fronteggiare un’emergenza di questo tipo? Sono domande alle quali le istituzioni devono rispondere pubblicamente, con dati e informazioni verificabili. A Colleferro esiste un presidio locale dei Vigili del Fuoco e, nell’emergenza di ieri, risultano coinvolte anche squadre provenienti da altri territori. Ad Anagni quale sarebbe il presidio di riferimento in caso di un incidente grave alla KNDS? Quali sarebbero i tempi effettivi di arrivo dei Vigili del Fuoco? Quali mezzi e quali squadre specialistiche sarebbero immediatamente disponibili? E cosa accadrebbe nel caso in cui, contemporaneamente, i mezzi del territorio fossero impegnati in un’altra emergenza, come un incendio di vaste proporzioni nella zona della Macchia o un grave incidente sull’autostrada? Non è sufficiente sapere che esiste, in astratto, una rete di soccorso. Quando si parla di un impianto che tratta materiale altamente esplosivo, bisogna sapere esattamente chi interviene, in quanto tempo, con quali mezzi e secondo quali procedure. L’Assemblea No War Valle del Sacco ribadisce quindi la propria contrarietà alla trasformazione della Valle del Sacco in un polo della produzione bellica e di materiali esplosivi. Non accetteremo che alla storica emergenza ambientale si aggiunga una nuova dimensione di rischio industriale e militare, senza un confronto pubblico trasparente e senza garanzie sulla sicurezza delle popolazioni. L’esplosione di ieri a Colleferro ci ricorda che il rischio non è un’ipotesi astratta. E allora la domanda resta: se fosse successo ad Anagni, oggi, cosa sarebbe successo alla Valle del Sacco? Teniamo alta l’attenzione, seguiranno aggiornamenti. Assemblea No War Valle del Sacco Disarmiamoli – Valle del Sacco Pubblicato anche su https://infoinrete.blogspot.com/. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Tecnopolitica, svolta totalitaria
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Shamsudeen Adedokun su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- La politica serve a governare e a decidere, quindi deve avere la capacità di interpretare e gestire gli eventi, oltre la mera autoreferenzialità. Quando il contributo avviene dall’esterno – l’associazionismo, fino ai movimenti rivoluzionari -, oltre i partiti, con la partecipazione propulsiva delle varie anime presenti nella società essa si arricchisce culturalmente e socialmente. Questo tipo di coinvolgimento, in larga parte, è morto da tempo. I partiti, a loro volta, dopo l’intrinseca crisi di riconoscimento a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, trasformati in qualcosa di diverso, attraversati da fenomeni di portata globale, e da essi dominati, rimangono gruppi di interesse particolare, distanti dalla materialità delle esistenze, e idonei solo a salvare forme anacronistiche mentre la sostanza cambia. Con l’arrivo di personalità forti, che concentrano il potere economico e indirizzano la comunicazione, capaci, a modo loro, di interpretare lo spirito dei tempi e comunque di influenzare le masse (Berlusconi, Trump, i sovranisti), meglio di chi si erge dall’alto di un sapere tecnocratico (Draghi, Lagarde, von der Leyen, Cottarelli, et similia), post-democrazia e post-verità sono diventate la normalità da fronteggiare per salvare la democrazia e la politica stessa. Da quando la tecnologia ha fatto passi da gigante, rimodellando il quotidiano di ognuno, un presente inevitabile che avvilisce le facoltà umane, essa è diventata strumento di potere a disposizione del potere. Una nuova Weltanschauung. Questo reazionari e tecnocrati lo sanno bene. Le innovazioni applicate in qualsiasi ambito economico, invece di snellire le attività non rappresentano altro che manifestazioni aggiornate di servilismo. E creano una nuova forma di burocrazia (digitale). Da un lato chi le distribuisce e padroneggia (sviluppatori, datori di lavoro) e dall’altro chi le subisce (gli utenti, i lavoratori). Un processo di alienazione continua con in più l’ansia da prestazione e la dipendenza da contenuti e app. La tecnica al servizio di altri settori, come quello militare o legato alla gestione dell’ordine pubblico, diviene mezzo di annichilimento oltre le regole giuridiche nel primo caso, e corre il rischio di mutare, in senso autoritario, i rapporti tra i consociati, nel secondo caso. Se i soggetti che dovrebbero avere ruoli di autorevolezza e responsabilità (genitori, educatori, esponenti delle istituzioni e delle forze armate, operatori sanitari, titolari di azienda) abdicano al loro ruolo viene a crearsi un vuoto difficile da colmare. Questa è una ferita aperta che ci trasciniamo dal momento in cui certe incombenze sono state delegate, acriticamente, alla tecnica. E adesso vengono a galla tutte le distorsioni prodotte. Pensiamo all’uso dei telefonini sin dalla tenera età. Oramai il danno è fatto. Correre ai ripari, attraverso le limitazioni, anche se tardive, può servire a recuperare quelle facoltà cognitive disperse nel buco nero della rete informatizzata. La crescita (anormale) velocizzata e mediata dalla tecnologia, ma che rallenta l’apprendimento, e modifica le relazioni e le esperienze di vita. Quando poi determinati episodi si verificano con una certa frequenza, sono i casi di bullismo, omofobia, intolleranza, accoltellamenti, risse, e chiamano in causa chi dovrebbe vigilare sui discenti, allora viene a concretizzarsi quella ibridazione con la macchina, che sopperisce all’affettività e trasforma le esistenze di quanti non sono in grado di padroneggiare gli stati d’animo. L’educazione, il rispetto, sembrano essere qualcosa di un’altra epoca, perdute nei meandri dell’odierna distopia. E con esse anche la prevenzione, l’invito al dialogo e all’ascolto. Sostituiti dall’uso della forza, che per mezzo delle leggi e dell’interventismo dei corpi dello Stato, disconosce le ragioni altrui, imponendo un modello che criminalizza e punisce ciò che è considerato devianza. Così, avviene in ambito di sicurezza e gestione dell’ordine pubblico. Tutto appartiene al calderone securitario, che si tratti di singoli cittadini che vanno in escandescenza o di qualche fanatico religioso, fino alle manifestazioni dal basso e non eterodirette, che turbano maggioranza ed opposizione parlamentare, unite nel preservare il decoro dell’élite, e per questo incapaci di spiegare le ragioni delle lotte sociali. Per tale motivo il potere politico-mediatico tende a concentrarsi sui fatti di cronaca, per evidenziare la violenza dei sudditi (i manifestanti) ma non quella degli apparati e di chi dovrebbe tutelarli, ed oltre ad essere l’ennesima operazione di distrazione di massa con dati gonfiati (quanti agenti feriti) e opinabili, approfitta del clima di tensione creato ad hoc per far passare provvedimenti legislativi di restrizione delle libertà. Fermi preventivi, misure cautelari, utilizzo di dispositivi e mezzi tecnologici (i droni, l’intelligenza artificiale, le telecamere, i controlli biometrici) che, da strumenti da utilizzare in via eccezionale per garantire la sicurezza, rendono normale, in nome di un astratto pericolo, l’osservazione delle masse. Alla fine la tecnica serve a potenziare gli interessi che ci girano intorno: quelli economici, che da una società in pieno stato emergenziale (reale o creato) trovano beneficio (le tante piattaforme web, le strutture di tracciamento e quelle detentive), e quelli di una ridefinizione del fare politico pensato come reazione dell’uomo solo al comando. Dietro la retorica della sicurezza si delinea la svolta totalitaria che conduce alla dissoluzione della società. --------------------------------------------------------------------------------
August 8, 2026
Comune-info
Aeroporto Ridolfi di Forlì
Recentemente è stato pubblicato dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e dall’ENAC il Piano Nazionale degli Aeroporti, relativo al periodo 2026-2035, che individua 41 aeroporti di interesse nazionale e 13 sistemi integrati. Il Ridolfi di Forlì è stato inserito come aeroporto di interesse nazionale, grazie anche alla sua integrazione nel sistema aeroportuale regionale. Rispetto agli scali romagnoli il Piano assegna a Rimini e Forlì specializzazioni diverse: Rimini risulta focalizzato prevalentemente sul traffico passeggeri e sul supporto al turismo commerciale e internazionale della Riviera, mentre il Ridolfi si distingue per la sua vocazione tecnologica e formativa grazie al Polo Tecnologico Aeronautico, ritenuto un’eccellenza per la sinergia tra mondo universitario e settore aeronautico. In merito poi al rilascio del certificato EASA 139 per l’aeroporto di Forlì, ricevuto il 3 luglio e presentato alla collettività come il più prestigioso riconoscimento europeo della qualità e della sicurezza dell’aeroporto Ridolfi, il Comitato Sorvolati ed il Tavolo delle Associazioni Ambientaliste di Forlì (TAAF) sottolineano che Forlì, dei 41 aeroporti nazionali, era tra gli 8 che ancora non l’avevano. Tale certificazione, oggetto di sorveglianza continua e controlli periodici da parte di Enac, è obbligatoria a livello nazionale ed europeo per poter operare, pena la sospensione delle attività aeroportuali. Per il Ridolfi era obbligatorio ottenerla in quanto la precedente temporanea autorizzazione, rilasciata a livello nazionale, scadeva il 5 luglio. Il Ridolfi si è limitato a seguire le procedure previste dalle normative EASA, ICAO ed ENAC, per la conversione da certificato nazionale a certificato europeo e la necessaria autorizzazione a continuare ad operare. Inoltre la normativa di riferimento prevede che sia attuata la “protezione delle aree limitrofe degli aeroporti” e su questo piano le carenze del Ridolfi, come il Comitato e il TAAF da tempo denunciano, sono macroscopiche. Come si proteggono le aree limitrofe se mancano le mappe di vincolo che censiscono e aggiornano gli ostacoli in prossimità della pista ed evidenziano i siti sensibili ? Come si protegge la sicurezza ed incolumità delle circa 2.500 persone che frequentano le scuole del Polo Tecnologico, se mancano l’analisi del carico antropico e le curve di isorischio e non è operativo il Piano di Emergenza Esterno? Come si protegge la salute dei cittadini sottoposti al rumore se non esiste la zonizzazione acustica e la Commissione incaricata non si riunisce? Anche questi aspetti, la cui tutela è obbligo di legge nazionale, europea ed internazionale, andrebbero finalmente assunti da ENAC e dagli altri soggetti coinvolti:  Comune di Forlì, Regione Emilia Romagna, Arpae, FA. Tavolo Associazioni Ambientaliste Forlì Redazione Romagna
August 7, 2026
Pressenza