Perché il Venezuela ci riguarda

Comune-info - Tuesday, January 6, 2026

La frase di Simone Weil, «la forza ubriaca chi la possiede» accompagna le notizie di questi giorni come una domanda che non trova pace, scrive Emilia De Rienzo. Il bombardamento del 3 gennaio in Venezuela ha ucciso un centinaio di persone e ne ha trasformate migliaia di altre in cose. Non solo: come ricorda Weil, le aggressioni militari fanno sempre perdere il senso del limite in chi le esercita. Ma quando la violenza prende il posto della politica resta una solitudine che comanda e molte solitudini che delegano completamente, smettono di interrogarsi sui mezzi del fare politica, si adeguano. È un processo che fa poco rumore, ma lascia tracce profonde. “Per questo la questione non riguarda solo i leader, le guerre lontane, gli equilibri geopolitici. Riguarda noi. Riguarda la disponibilità a non cedere alla semplificazione…”

Roma, 5 gennaio: malgrado la pioggia, tante persone in piazza Barberini a sostegno della libertà e dei diritti del popolo venezuelano. Foto di Rita Coco

La frase di Simone Weil, «La forza ubriaca chi la possiede» accompagna le notizie di questi giorni come una domanda che non trova pace. Azioni militari decise in poche ore, il diritto internazionale trattato come un ostacolo, non come un limite condiviso. Il linguaggio della cronaca scivola verso l’inevitabile, come se la forza fosse una scorciatoia necessaria, come se l’eccezione potesse diventare regola senza conseguenze.

Quando la forza non incontra resistenza, smette presto di essere uno strumento. Si allarga, si giustifica, chiede consenso. Viene presentata come risposta razionale, come atto di responsabilità, mentre in realtà restringe lo spazio del pensiero, restringe ogni forma di libertà.

Molti giustificano, per esempio, l’uso della forza contro il Venezuela da parte del presidente degli Stati Uniti con una formula che sembra chiudere ogni discussione: Maduro era un dittatore. Come se questo bastasse. Come se nominare il male autorizzasse qualunque mezzo. Ma è proprio qui che lo sguardo si ferma sul dito e non vede la luna.

Perché la questione decisiva non è solo chi viene colpito, ma che cosa si legittima colpendo. Se il diritto internazionale può essere sospeso perché il nemico è giudicato indegno, allora il diritto diventa condizionale. Vale solo quando conviene. Vale solo per alcuni. E smette di essere diritto.

Si indica il colpevole, si semplifica il quadro, si sceglie in fretta. Così il principio viene messo tra parentesi e la violazione appare accettabile, persino ragionevole. Il pericolo più grande non è il singolo atto, ma il precedente che produce.

Se una potenza può agire fuori dalle regole, perché non dovrebbero farlo le altre? E perché possono farlo solo quelli che hanno “la forza militare” e non qualcuno che la forza non ha, ma subisce quella degli altri? Simone Weil ci aiuta a comprendere la natura profonda di questo slittamento. La forza, dice, non è solo violenza fisica. È ciò che trasforma l’altro in cosa. Ma la sua intuizione più inquietante è un’altra: la forza non distrugge solo chi la subisce. Corrompe anche chi la esercita. Ubriaca. Fa perdere il senso del limite, della responsabilità, della misura. Chi dispone della forza comincia a credere che il fatto stesso di poter fare qualcosa lo renda giusto.

Hannah Arendt aveva messo in guardia da questo slittamento: la violenza può imporsi, ma non crea un mondo comune. Arendt distingue con nettezza ciò che spesso viene confuso: potere e violenza non sono la stessa cosa. Il potere nasce dal consenso, dall’agire insieme, dalla legittimità condivisa. La violenza, invece, è strumentale, muta, immediata. Può distruggere il potere, ma non può crearne uno nuovo. Dove prende il posto della politica, il dialogo si interrompe e resta una solitudine che comanda e molte solitudini che si adeguano. È un processo che non fa rumore, ma lascia tracce profonde. Per questo la questione non riguarda solo i leader, le guerre lontane, gli equilibri geopolitici. Riguarda noi. Riguarda la disponibilità a non cedere alla semplificazione, a non barattare la pace con una sicurezza apparente, a non confondere la forza con il coraggio.

Tenere aperto un orizzonte diverso richiede fatica, e soprattutto richiede fedeltà: alla misura che abbiamo scelto per la nostra vita, al senso che le abbiamo voluto dare.

E qui la domanda si sposta inevitabilmente su di noi. Abbiamo davvero le idee chiare come cittadini? Sappiamo che tipo di mondo vogliamo abitare, o ci accontentiamo di soluzioni rapide, forti, semplificate? Molti oggi non scelgono consapevolmente la legge del più forte. La accettano perché promette ordine, sicurezza, decisioni nette. Ma Arendt ci avverte: quando i cittadini rinunciano al giudizio, quando delegano completamente, quando smettono di interrogarsi sui mezzi, la strada dell’autoritarismo è già aperta.

Forse l’unica forza che non ubriaca è quella che sa trattenersi. Tenere aperto l’orizzonte della pace, oggi, non è ingenuità: è il gesto più radicale contro una violenza che pretende di chiamarsi giustizia.

«Il bene è fragile, ma solo il bene è reale».

In solidarietà con il popolo venezuelano

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