
“Corpi, diritti e memorie in lotta”
Progetto Melting Pot Europa - Saturday, January 3, 2026Cosa succede nel Sud Italia quando viene rinvenuto il corpo di una persona migrante? Come si procede ad identificarlo e ad avvertire la famiglia?
Crediti fotografici: Silvia Di Meo; Valentina Delli GattiQueste sono le due domande fondamentali al centro dell’ultimo rapporto di Memoria Mediterranea (MEM.MED) 1 e Clinica Legale Diritti Umani (CLEDU) di Palermo, “Corpi, diritti e memorie in lotta” 2.
Prima di approfondire la questione, però, è opportuno fare un breve punto della situazione sulle politiche migratorie europee e, in particolare, italiane.
Iniziamo da un dato: dal 2014, secondo l’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni, almeno 33.220 persone sono morte o risultano disperse nel tentativo di raggiungere la riva nord del Mediterraneo 3.
L’Unione Europea, con l’Italia in prima linea, continua a incrementare la collaborazione con Paesi terzi, innanzitutto Tunisia e Libia, garantendo ingenti finanziamenti per impedire alle persone migranti di spostarsi, nonostante ci siano prove di abusi e violazioni dei diritti umani in entrambi gli Stati.
L’inchiesta “State Trafficking” 4, ad esempio, ha dimostrato che le forze militari tunisine sono coinvolte nelle espulsioni forzate verso la Libia, oltre che nella vendita di persone migranti ai corpi armati libici. Come se ciò non bastasse, a febbraio 2025 sono state ritrovate due fosse comuni in Libia, contenenti molti corpi di persone migranti, alcuni con segni di ferite da arma da fuoco 5.
Spostandoci al confine sud-orientale dell’Europa, è l’Albania a ricevere maggiori attenzioni. Nel novembre 2023, infatti, i presidenti dei rispettivi esecutivi, Giorgia Meloni e Edi Rama, hanno concordato un patto per il rafforzamento della collaborazione in materia migratoria, poi ratificato dal Senato italiano il 15 febbraio 2024 6.
L’accordo prevede la possibilità per l’Italia di valutare domande di protezione internazionale su territorio albanese ma sotto la propria giurisdizione, tramite la detenzione delle persone migranti in dei CPR italiani situati sulle coste albanesi 7. Come sottolineano gli autori nel rapporto di MEM.MED e CLEDU:
«Questo protocollo è un altro tassello del sistema di violenza che uccide subdolamente: poco più di qualche settimana fa, il 19 maggio 2025, Hamid Badoui si è tolto la vita nel carcere di “Lorusso e Cotugno” a Torino. Il suo arrivo in carcere è stata l’ultima tappa di un ciclo infernale, che l’ha fatto passare prima nel CPR di Bari e poi in quello di Gjadër in Albania. […] Quello che viene definito sempre più spesso come “modello Albania” si rivela essere una macchina di oppressione, al quale altri leader della sfera internazionale vorrebbero ispirarsi, ma che ha conseguenze nefaste sulle vite di chi vi si ritrova intrappolato» 8.
Le politiche migratorie si confermano, dunque, un “laboratorio per sperimentazioni normative a vocazione autoritaria” 9 e sono inserite in una narrazione più ampia di criminalizzazione che non riguarda solo le ONG, ma anche giornalisti, attivisti, comuni cittadini e, ovviamente, le persone migranti definite “illegali”.
La colpevolizzazione esclusiva di queste ultime, inoltre, porta a una negazione delle responsabilità da parte degli Stati europei e, di conseguenza, a una negazione del problema in quanto tale.
Il rapporto di MEM.MED e CLEDU Palermo vuole essere «un diario di viaggio nelle pieghe concrete delle conseguenze di queste politiche» 10, coinvolgendo le famiglie dei migranti nelle ricerche dei propri parenti: «le loro testimonianze sono fondamentali: ci ricordano che dietro i numeri approssimativi prodotti dalle organizzazioni o dalle associazioni internazionali e nazionali, ci sono dei nomi, dei volti, delle storie, dei legami che non si spezzano con la morte o la sparizione. Anzi, queste famiglie non dimenticano, non possono dimenticare. L’oblio imposto dagli stati non è una possibilità plausibile. La creazione di nuove narrative, che specificano l’ingiustizia subita, contribuisce a formulare nuovi ricordi, nuovi modi di stare con e andare contro, insomma nuove memorie che abbracciano una dimensione collettiva, di rivendicazioni e di denuncia» 11.
Da settembre 2024 a maggio 2025 MEM.MED ha incontrato e fornito supporto a 82 famiglie di persone migranti scomparse e ha svolto attività di monitoraggio in Sicilia, Sardegna e Calabria per far luce su ciò che impedisce l’effettivo esercizio del diritto alla verità, all’identità, alla sepoltura e al lutto.
La causa di ciò, oltre ad essere politica, riguarda un vero e proprio vuoto normativo nell’attuale ordinamento giuridico italiano: l’istanza di ricerca dei corpi dispersi e di identificazione delle salme non ha rango di diritto, si basa solo su mutevoli esigenze morali o religiose.
Ciò si traduce, nel concreto, in una inadeguatezza del sistema burocratico che dovrebbe occuparsi della ricerca dei dispersi, dell’identificazione dei morti e del rimpatrio delle salme.
L’iter per la ricerca e l’identificazione di un corpo, infatti, è un percorso lungo e difficile, il cui peso ricade quasi interamente sulle famiglie, e costituisce un’altra forma di violenza 12.
Il rapporto mostra quello che definisce un «regime della morte e della dimenticanza nel Mediterraneo» 13, in cui la gestione delle salme ricopre un ruolo fondamentale, e ricostruisce il percorso che segue il trattamento dei corpi di persone decedute in mare prendendo in considerazione diversi momenti: il soccorso, il recupero e lo sbarco, la raccolta e analisi dati, l’identificazione, il trasferimento e la sepoltura, il rimpatrio.
L’assenza di un quadro normativo chiaro si riflette innanzitutto nell’insufficienza delle risorse messe a disposizione per la ricerca e il recupero dei corpi, ma anche nel momento dell’identificazione, dato che non esiste un sistema di raccolta dati centralizzato e uniformato.
La raccolta e la gestione dei dati biologici, al contrario, avvengono in modo frammentato, con prassi diverse in base a territori diversi, senza alcun coordinamento strutturale, rendendo molto difficile l’applicazione dell’identificazione forense dei corpi.
Non esistono nemmeno procedure uniformi per la conservazione degli effetti personali ritrovati, che insieme ai dati biologici potrebbero essere necessari per un successivo riconoscimento.
Quest’ultimo, invece, avviene principalmente tramite l’identificazione visiva da parte di un parente, qualora si trovi sul luogo, o tramite riconoscimento fotografico e, più raramente, tramite procedure di identificazione a distanza con videochiamata.
Qualora le salme non vengano identificate, la situazione si complica ed emergono altri elementi problematici, tra cui assenza di tracciabilità, documentazione incompleta, competenze istituzionali confuse e mancanza di rispetto dell’identità religiosa delle persone decedute.
Non c’è, infatti, una mappatura sistematica dei luoghi di sepoltura e il rispetto dei riti funebri non è garantito, soprattutto per quanto riguarda il rito musulmano.
Come sottolineano le autrici, «la questione religiosa legata al trattamento e alla cura dei corpi delle persone decedute lungo le rotte migratorie è raramente presa in considerazione, e questa lacuna costituisce un’ulteriore forma di violenza».
Per quanto riguarda il rimpatrio, infine, la legge italiana prevede una serie di procedure che variano a seconda del Paese in questione, ma non esistono visti specifici che permettano ai familiari di recarsi nel luogo in cui si trovano le salme dei propri cari, e il visto turistico spesso non è sufficiente, dato il tempo richiesto da questo tipo di procedure.
Inoltre, non viene fornita alcuna assistenza finanziaria alle famiglie da parte del Governo italiano e ciò aggiunge, agli ostacoli di natura politica e burocratica, anche quelli di natura economica, negando alle famiglie il diritto al lutto e alla memoria.
Se la violenza che colpisce innanzitutto chi cerca di attraversare i confini è lampante, nonostante il tentativo degli Stati di nasconderla, quella che colpisce le famiglie non è neanche presa in considerazione da questi ultimi, che vedono i migranti solo come numeri, invasori, nemici contro cui combattere per la sicurezza delle proprie popolazioni.
Ma, come evidenziano MEM.MED e CLEDU, la morte alle frontiere e questo secondo tipo di violenza, meno immediata, hanno tuttavia degli effetti molto concreti e delle implicazioni significative sulle famiglie e sulle comunità di provenienza: «per ogni salma ritrovata sulle rive europee, c’è una famiglia che vive un’assenza incompresa. Per ogni corpo disperso in mare, c’è una famiglia che vive nel dubbio, nell’attesa, nella speranza di conoscere il destino del proprio caro» 14.
Dato che la maggioranza dei corpi non viene trovata o rimane non identificata, le famiglie che cercano i loro cari vivono una condizione particolare, che la psicologa Pauline Boss definisce di “perdita ambigua” 15, ovvero un tipo di perdita che non è chiara, non ha una conclusione e non permette un normale processo di lutto.
È considerata una delle forme di perdita più stressanti e disfunzionali, perché manca la certezza necessaria per elaborare il dolore e “chiudere” l’esperienza. La perdita ambigua porta, infatti, alla mancanza di rituali (non c’è un funerale, né un momento di fine), a una sospensione emotiva (non si sa se “lasciare andare” o continuare ad aspettare) e a stress cronico (perché la situazione rimane irrisolta).
In questa situazione, le famiglie sono abbandonate dalle istituzioni dei loro paesi d’origine e ignorate nel paese di destinazioni; si scontrano con «l’impassibile trascuratezza» 16 del sistema che gestisce le vite e le morti dei loro cari, senza riuscire a trovare un responsabile 17.
Secondo le autrici, siamo di fronte a una «strategia della dispersione della morte e dei corpi» 18 volta a evitare che le morti dei migranti acquistino troppa visibilità mediatica, estromettendo e silenziando il ruolo e le rivendicazioni delle famiglie.
Il caso di Roccella Ionica 19, infatti, ha dimostrato come la dispersione dei corpi delle vittime in più ospedali e in più cimiteri abbia reso difficile un contatto diretto tra famiglie, associazioni, avvocati, facendo sì che, rispetto al caso di Cutro 20, la capacità di questi attori di essere visibili e incisivi nelle loro richieste è stata notevolmente ridotta.
Naufragio Mar Ionio, 17.6.2024. I morti invisibilizzati e il silenzio delle istituzioni
Un report da Roccella Jonica di Mem.Med (Memoria Mediterranea)
Mem.Med
26 Giugno 2024
Il rapporto insiste, dunque, sulla necessità di far fronte a questo vuoto normativo con una proposta concreta che possa regolamentare e standardizzare procedure e modalità di intervento nei casi di morte in contesto migratorio, permettendo alle famiglie e alle comunità di appartenenza il pieno esercizio dei loro diritti.
Combattere questo processo di invisibilizzazione è di primaria importanza, perché esso consente la normalizzazione di quelle morti, conducendo a una forma di assuefazione dell’opinione pubblica che rende il morire nel tentativo di attraversare i confini una conseguenza normale, accettabile e perfino prevedibile, la cui colpa viene spesso fatta ricadere sulle persone che hanno deciso di intraprendere il viaggio.
Il rapporto evidenzia, quindi, il modo in cui «una narrazione umanitario-securitaria, insieme a una retorica criminalizzante, costituisce l’impalcatura ideologica e discorsiva che sostiene e legittima questo sistema di morte. Quando affiorano sulle coste meridionali italiane, accade che i corpi vengano spesso sepolti senza nome 21, sparsi tra i cimiteri. Queste vite si perdono una seconda volta nell’anonimato: alla morte fisica si aggiunge quella sociale e storica» 22.
Contro questo lavoro di morte e invisibilizzazione, le testimonianze e la resistenza delle famiglie, affiancate dal lavoro di associazioni come MEM.MED e CLEDU, risultano ogni giorno necessarie e fondamentali per rivendicare giustizia a nome di coloro che non possono più farlo e per tentare di sovvertire, se non le relazioni di potere in quanto tali, almeno le narrazioni dominanti che costituiscono l’immaginario occidentale delle migrazioni.
- La tag di Mem.Med su Melting Pot ↩︎
- Consulta il rapporto ↩︎
- Mediterranean | Missing Migrants Project (aggiornato al 22/12/2025) ↩︎
- Consulta il rapporto ↩︎
- IOM Deeply Alarmed by Mass Graves Found in Libya, Urges Action | International Organization for Migration ↩︎
- Protocollo di collaborazione Italia – Albania ↩︎
- I centri di permanenza per il rimpatrio (CPR), istituiti in Italia nel 1998, sono strutture di detenzione amministrativa nelle quali le persone migranti vengono trattenute per un tempo massimo che, dal 2023, può arrivare fino a 18 mesi cfr. L’Italia dei CPR: luoghi senza tempo, corpi senza giustizia – Memoria Mediterranea. Si veda anche Il Viminale vuole nascondere a tutti i costi che cosa succede nel Cpr di Gjadër in Albania (Altreconomia, 23 dicembre 2025) ↩︎
- “Corpi, diritti e memorie in lotta”, pag.8 ↩︎
- Decreto legge 37/2025: un laboratorio autoritario delle politiche migratorie – Asgi ↩︎
- “Corpi, diritti e memorie in lotta”, pag.6 ↩︎
- Ivi, p. 51. ↩︎
- Ivi, p. 20. ↩︎
- Ivi, p. 35. ↩︎
- Ivi, p. 44. ↩︎
- P. Boss, Ambiguous Loss: Learning to Live with Unresolved Grief, Harvard University Press, 2000 ↩︎
- “Corpi, diritti e memorie in lotta”, pag.46 ↩︎
- Appello alle istituzioni da parte di madri, sorelle e familiari di persone morte o disperse ai confini, Memoria Mediterranea (ottobre 2025) ↩︎
- Ivi, p. 51. ↩︎
- Tra il 16 e il 17 giugno 2024 un’imbarcazione partita dalle coste dal porto di Bodrum in Turchia con circa 67 persone a bordo (di cui 26 minori) è naufragata a circa 120 miglia dalle coste della Calabria. Leggi il report: Un anno dalla strage di Roccella – la stessa Memoria per verità e giustizia, Memoria Mediterranea (17 giugno 2025) ↩︎
- Il naufragio è avvenuto il 26 febbraio 2023 in provincia di Crotone. Partite dalla Turchia, ma provenienti da Afghanistan, Pakistan, Iran, Palestina, almeno 94 persone sono morte e decine scomparse ↩︎
- Dare un nome alle vittime della migrazione recuperate nel Mediterraneo centrale. La richiesta delle Ong per restituire dignità ai morti e conforto ai loro cari ↩︎
- “Corpi, diritti e memorie in lotta”, pag.54 ↩︎