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La costruzione politico-giuridica dello “scafista”
Come funziona la criminalizzazione delle persone migranti, in particolare tramite l’individuazione della figura dello “scafista”? Il report “Dal mare al carcere” 1, redatto dal circolo Arci Porco Rosso di Palermo e borderline-europe, cerca di rispondere a questa domanda. I dati raccolti mostrano che durante il 2025, in Italia, sono avvenuti 467 arresti per il reato di “facilitazione dell’immigrazione irregolare” previsto all’art. 12 del Testo Unico Immigrazione (TUI) e 97 persone sono state arrestate appena sbarcate. Secondo i dati raccolti nel report, «non esiste carcere in cui non ci sia qualcuno criminalizzato per aver facilitato la libertà di movimento» 2.  Cerchiamo di chiarire il contesto giuridico e politico. L’art. 12 del TUI, innanzitutto, disciplina i reati legati al favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, prevedendo pene severe per chi organizza, finanzia o facilita l’ingresso illegale di stranieri in Italia, causando volontariamente o involontariamente lesioni o morte alle persone migranti coinvolte. Le pene previste vanno dai 10 ai 30 anni, in base alla gravità della situazione, a cui si aggiungono aumenti di pene in caso di aggravanti e il divieto di bilanciamento tra circostanze aggravanti e attenuanti, salvo limitate eccezioni. Quest’ultimo aspetto è il più problematico, in contrasto con l’art. 3 della Costituzione, che impone che il legislatore non introduca discipline irragionevoli o discriminatorie: in questo caso, tuttavia, una condotta caratterizzata da involontarietà può comportare pene prossime a quelle previste per l’omicidio volontario 3. Inoltre, sembra non venir rispettato neanche l’art. 27 della Costituzione, che prevede una pena volta alla rieducazione del condannato mentre qui, al contrario, l’intento è eminentemente repressivo. Il punto più delicato riguarda proprio i cosiddetti “scafisti”: accade spesso che vengano identificati con coloro che reggono il timone dell’imbarcazione, che magari sono costretti a farlo come forma di pagamento della traversata.  Un altro termine usato in questo caso è quello di “capitano”. Nel Contro dizionario del confine gli autori – ricercatori e ricercatrici dell’Università di Genova e di Parma riuniti sotto il nome collettivo di Equipaggio della Tanimar – spiegano che è un termine polisemico, dato che viene utilizzato sia da viaggiatori senza documenti, sia dai funzionari europei. Rapporti e dossier “DAL MARE AL CARCERE”: REPORT SEMESTRALE 2025 DI ARCI PORCO ROSSO Arresti, processi e rimpatri nella macchina della criminalizzazione Benedetta Cerea 9 Settembre 2025 Per i primi, coloro che cercano di raggiungere le coste italiane, il termine fa riferimento a una figura su cui fare affidamento, che si spera non essere un impostore e sappia davvero portare avanti la traversata. Altre volte, invece, è un passeggero, obbligato a prendere il timone, spesso contro la sua volontà; in tutti i casi, comunque, rimane un viaggiatore. Per le istituzioni, al contrario, il capitano è solo un trafficante, uno “scafista” per l’appunto, da punire in base alle leggi contro l’immigrazione “illegale”. Egli diventa il responsabile da individuare e punire in modo esemplare, a volte solo a causa del fatto che viene trovato con in mano una chiave inglese, una candela del motore, senza nessuna altra prova a suo carico. Secondo gli autori del Contro dizionario, «la criminalizzazione del capitano mostra come le logiche repressive europee si riproducono sull’altra sponda del mediterraneo: esperienze lavorative pregresse o gesti contingenti diventano prove di colpevolezza. Per questo una volta che le barche sono in vista del soccorso i capitani tornano a confondersi nell’equipaggio, protetti spesso dai passeggeri» 4. In questi casi, quindi, il soggetto non organizza il traffico, non appartiene a strutture criminali e non gestisce l’operazione, ma è l’unico «che le autorità riescono a individuare, così su di lui si riversa tutta la domanda collettiva di repressione» 5, diventando un vero e proprio capro espiatorio. Tutto questo avviene, ovviamente, in accordo col più generale clima di repressione e controllo securitario italiano ed europeo. Il DDL sicurezza del governo Meloni 6 prevede, oltre ad un ruolo sempre più centrale per i CPR 7, il cosiddetto “blocco navale”, cioè la possibilità che, in caso di minaccia grave all’ordine pubblico o alla sicurezza nazionale, il governo possa impedire l’ingresso nelle acque territoriali italiane a imbarcazioni sospettate di trasportare migranti e fermare le navi in mare, trasferendo i migranti a bordo in Paesi terzi, se disponibili e “sicuri”. Come sottolinea l’associazione Antigone, questo provvedimento mira a «trasformare il diritto penale e amministrativo in uno strumento di gestione del consenso e dell’ordine pubblico, mettendo insieme categorie eterogenee – persone migranti, minorenni, attivisti, autori di reati comuni – come se fossero un unico problema di sicurezza» 8. Lungi dal rappresentare un’eccezione, il DDL si colloca in perfetta continuità con i più recenti regolamenti europei. A partire da giugno 2026, infatti, entrerà in vigore il Patto sulla migrazione e l’asilo dell’Unione Europea, approvato nel maggio 2024 9. Approfondimenti L’ARCHITETTURA DEL RIFIUTO Il nuovo Patto UE e il confine estremo dei diritti umani 16 Marzo 2026 Esso comprende dieci provvedimenti che mirano a modificare il sistema di accoglienza dei richiedenti asilo e a facilitare il rimpatrio di coloro che si ritiene non abbiano il diritto di rimanere in Europa. Sono previste, ad esempio, procedure più rapide per le domande di asilo e i rimpatri alle frontiere, con l’obiettivo di prendere decisioni entro 12 settimane, e la creazione di centri di accoglienza nei Paesi di primo ingresso. Al di là dei proclami di responsabilità e solidarietà, esso «si colloca all’interno di un processo più ampio di ristrutturazione dei principi fondanti della democrazia costituzionale europea» 10 e porta avanti l’esternalizzazione e la militarizzazione delle frontiere.  Non è solo l’Italia, tra l’altro, che inasprisce le misure repressive e criminalizzanti nei confronti delle persone in movimento. Human Rights Legal Project (HRLP) e Legal Centre Lesvos (LCL), che operano a Samo e Lesbo, supportando e difendendo migranti accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, hanno redatto un altro report 11 che dimostra che la situazione è critica anche in Grecia. Numerose persone identificate come “scafisti” all’arrivo in Grecia hanno riferito di essere state costrette, o sotto la minaccia delle armi da membri di reti di contrabbando, o perché non potevano pagare, o potevano pagare solo un prezzo ridotto (che di solito varia da diverse centinaia di euro a migliaia di euro, secondo i rapporti delle persone in movimento); in altri casi, le persone dovevano guidare la barca per necessità dopo essere state abbandonate in mare. Il report dimostra, attraverso casi studio e processi in corso, come anche in questo caso «le autorità greche stiano usando la legislazione contro il favoreggiamento dell’immigrazione illegale per perseguire proprio le persone che dovrebbero essere protette» 12. Queste misure si basano sul Protocollo ONU contro il Traffico di Migranti via Terra, Mare e Aria, detto Protocollo di Palermo e redatto nel 2000. Esso mira a prevenire e combattere il traffico di migranti, nonché promuovere la cooperazione tra gli Stati Parte a tal fine, tutelando al contempo i diritti dei migranti oggetto di traffico clandestino 13 . Il «traffico di migranti» (smuggling) si riferisce all’ingresso illegale di una persona in uno Stato Parte di cui la persona non è cittadina o residente permanente, al fine di ricavare, direttamente o indirettamente, un vantaggio finanziario o materiale (sarebbe quindi in Italia il reato di favoreggiamento dell’immigrazione illegale). A differenza della tratta di esseri umani, che è il reclutamento, il trasporto, il trasferimento, l’ospitalità o la ricezione di persone, tramite minaccia o uso della forza o altre forme di coercizione allo scopo dello sfruttamento, il traffico di migranti è concepito dal Protocollo principalmente come un crimine contro lo Stato e il controllo delle sue frontiere. Gli Stati Parte, infatti, devono perseguire il traffico come reato penale, ma il Protocollo specifica che i migranti oggetto del traffico non andranno incontro a procedimenti penali.  Come notano gli autori del report greco, la confusione dei due termini non solo demonizza chi viene accusato di favoreggiamento dell’immigrazione, ma non considera nemmeno il contesto in cui le persone sono costrette ad attraversare i confini, nel quale le reti di traffico sono l’unico mezzo per facilitare il passaggio di frontiere sempre più militarizzate e ostili. In assenza di leggi migratorie non discriminatorie che permettano alle persone di attraversare i confini in modo sicuro e legale, infatti, continueranno a esistere reti di questo tipo. La confusione deliberata tra tratta di esseri umani e favoreggiamento della migrazione, soprattutto quando i migranti vengono criminalizzati per facilitare il proprio movimento, rafforza le narrazioni anti-migranti che dipingono questi ultimi, in particolare gli uomini, come minacce criminali violente 14. Approfondimenti GRECIA: SALVARSI DA UN NAUFRAGIO È SEMPRE PIÙ SPESSO UN CRIMINE Operatori umanitari e persone in movimento sotto accusa per smuggling Ludovica Mancini 5 Marzo 2026 Inoltre, Il Protocollo è alla base del “Facilitators Package”, costituito dalla Direttiva UE 2002/90/CE (di seguito ‘Direttiva sulla Facilitazione’) e dalla Decisione Quadro 2002/946/JA, adottata nel 2002, che imponeva a tutti gli Stati membri di creare legislazioni che rendessero reato penale per chiunque prestare assistenza a una persona nell’ingresso o nel transito del territorio di uno Stato membro dell’UE in violazione della legge nazionale 15. Il requisito che questo aiuto sia fornito per guadagno materiale è stato però rimosso dalla definizione europea, così come l’esenzione per i migranti che attraversano i confini, rendendo significativamente più facile per gli Stati membri criminalizzarli 16. Le conseguenze, ovviamente, ricadono proprio sulle vite delle persone migranti: gli autori del report sulla situazione greca notano che a settembre 2025, il 45,8% delle persone incarcerate in Grecia per favoreggiamento della migrazione irregolare stava scontando pene che vanno da 15 anni all’ergastolo, mentre il 31,6% dei detenuti da 5 a 10 anni 17. Anche per l’Italia la situazione è simile: le persone migranti quasi inevitabilmente finiscono per essere rinchiuse nei CPR, dato che «l’etichetta amministrativa della “pericolosità sociale”, attribuita automaticamente come conseguenza del reato, porta con sé la promessa di una detenzione senza una fine certa» 18. Gli autori del report Dal mare al carcere raccontano, ad esempio, che attualmente seguono i casi di 147 persone accusate o condannate come “scafisti”, di cui circa la metà sono ancora in carcere. Quattro persone – D., A., M. e L. – sono detenute da mesi nei CPR di Caltanissetta, Milo e Ponte Galeria, nonostante tutti abbiano richiesto asilo, e nonostante per due di loro che provengono da Russia e Ciad, la deportazione non sia nemmeno effettivamente praticabile.  Un altro caso menzionato è quello di Mouad, nome di fantasia di un giovane ragazzo guineano che, nonostante abbia prodotto documentazione proveniente dal Paese di origine che prova il suo essere minorenne, è stato condannato a 3 anni e mesi 4 di reclusione 19. Inoltre, nonostante le dichiarazioni di solidarietà nei confronti dei civili iraniani, ci sono stati processi contro tre persone provenienti dall’Iran: Maysoon Majidi, attivista e regista curdo-iraniana, Marjan Jamali, e Babai Amir, coimputato di quest’ultima. Quest’anno sia Maysoon che Marjan sono state assolte, a seguito di forti campagne di solidarietà avviate sia al livello locale che nazionale. Purtroppo, pur con una storia molto simile, Babai Amir ha subito una condanna a sei anni, a seguito della quale ha tentato di togliersi la vita. I giudici hanno concesso le attenuanti generiche, riducendo la pena ma confermando la responsabilità penale già stabilita in primo grado 20.  «Nel clima di guerra e di odio razzista che ci circonda, può essere facile cedere al pessimismo e avere la sensazione che tutto sia perduto», notano in conclusione gli autori del rapporto. Tuttavia, «le parole chiare e potenti di Maysoon, Alaa e di tante altre persone criminalizzate, insieme alla determinazione di attivist3 e politicə che scelgono di schierarsi apertamente in solidarietà, ci ricordano che arrendersi non è un’opzione e che continuare a lottare per ciò che è giusto è una responsabilità collettiva» 21.  1. La criminalizzazione dei cosiddetti scafisti nel 2025, 15/02/2026 ↩︎ 2. Consulta il rapporto ↩︎ 3. Art. 12-bis TUI: morte o lesioni nei reati di immigrazione clandestina alla Corte Costituzionale, Avv. Massimo Ferrante ↩︎ 4. Equipaggio della Tanimar, Controdizionario del confine. Parole alla deriva del Mediterraneo centrale, Tamu Edizioni, 2025, p. 62 ↩︎ 5. Lo “scafista” come artefatto giuridico e sociale, Il Manifesto (9 febbraio 2024) ↩︎ 6. Patto migrazione e asilo, governo approva ddl per attuazione (12 febbraio 2026) ↩︎ 7. Tra le misure previste il divieto di avere cellulari o fare riprese nei centri di detenzione e la forte limitazione alle visite degli assistenti parlamentari: Blocco navale delle ong, la destra torna alla carica, Il Manifesto (12 febbraio 2026) ↩︎ 8. Pacchetto sicurezza. Antigone: “un nuovo e grave attacco allo Stato di diritto. Non sono questi i provvedimenti che portano benefici sulla sicurezza” (16 gennaio 2026) ↩︎ 9. Patto sulla migrazione e l’asilo, Commissione EU (21 maggio 2024) ↩︎ 10. Da diritto a ricatto, la capriola della Ue, Il Manifesto (14 febbraio 2026) ↩︎ 11. Report: The Exemption from Criminalisation: A Real Safeguard or an Illusion? (novembre 2025) ↩︎ 12. The Exemption from Criminalisation: A Real Safeguard or an Illusion? p. 8. ↩︎ 13. Protocollo addizionale  della Convenzione delle Nazioni Unite contro la Criminalità organizzata transnazionale per combattere il traffico di migranti via terra, via mare e via aria ↩︎ 14. The Exemption from Criminalisation: A Real Safeguard or an Illusion?, pp. 11-12. ↩︎ 15. Il 13 settembre 2023, la Presidente von der Leyen ha proposto di rinforzare gli strumenti a disposizione dell’UE per contrastare il traffico di migranti aggiornando questa direttiva. Cfr. qui il link ↩︎ 16. The Exemption from Criminalisation: A Real Safeguard or an Illusion?, pp. 9-10. ↩︎ 17.  The Exemption from Criminalisation: A Real Safeguard or an Illusion? p. 10. ↩︎ 18. La criminalizzazione dei cosiddetti scafisti nel 2025 ↩︎ 19. Migranti, la storia del ragazzino scambiato per maggiorenne e da due anni nel carcere con gli adulti, La Repubblica (maggio 2025) ↩︎ 20. Sbarco di migranti a Roccella Ionica, ridotta la pena per Amir Babai: la difesa annuncia ricorso in Cassazione, La Gazzetta del Sud (13 marzo 2026) ↩︎ 21. La criminalizzazione dei cosiddetti scafisti nel 2025 ↩︎
Boza: il paradiso dopo l’inferno
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie/Arti e cultura CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Boza. Città Invisibile I corrispondenti del Giornale delle rotte, avventurieri raccolti dai sud, hanno composto insieme la poesia che segue, per insegnarci il suo significato. Boza: nome di strada, percorso incerto, attraversamento rischioso verso un sogno di vite appese a un filo sottile    Boza:  grido del cuore, di migranti alla ricerca di un domani migliore, ma il percorso è spesso molto lungo.   Boza:  spazio sospeso, di passaggio e di crepe, di vento, di reti e di brecce. Non ha muri, ma passaggi, attese al posto dei luoghi. Sulle mappe, è il punto esatto al confine tra  fragile e solido.  Boza:  suono di rabbia, ostinazione, speranza, fiducia e Insh’Allah mescolati a preghiere.  Boza:  tempo di un istante, tempo di un passo in più. E poi tutto diventa visibile a tutti. Poi Boza si dissolve, lasciando dietro di sé una scia di vita che ricomincia. BOZA a cura  di Luca Queirolo Palmas, Università di Genova Boza è un termine che punteggia in modo ricorrente le rotte e il linguaggio di chi è in viaggio. Proviene dall’area geografica delle ex colonie francesi dell’Africa Occidentale e porta dentro di sé diversi significati; nel quadro di una metafora bellica, l’espressione allude all’idea di vittoria/riuscita – il bruciare/bucare la frontiera e arrivare dall’altro lato, inscritto anche nella parola harga (si veda Harraga) – ma anche al tentativo ripetuto, a volte riuscito a volte fallimentare, di passare, di andare oltre. Il suono, il suo grido, lasciano emergere da un lato un sapore di celebrazione, dall’altro un invito performativo, un’esortazione ad avere coraggio e agire che è anche il riconoscimento della caparbietà e dell’insistenza, doti necessarie per chi viaggia senza i giusti documenti. Dal termine deriva anche un sostantivo che agglutina coloro che si iscrivono in quella pratica, e in un certo ethos: i bozayeur. In questa parola, quindi, la dimensione etica rinvia da un lato all’autoattribuzione del coraggio necessario alla vita (senza coraggio si sopravvive e basta, si resta inermi, si ferma il viaggio della vita), e dall’altro all’autoattribuzione di gloria per avere sconfitto coloro che impediscono la vita e la sua riuscita.  Il grido dalle reti di Ceuta e Melilla, e dai passaggi in mare verso le isole Canarie e lo stretto di Gibilterra, si è presto diffuso grazie al passaparola e ai social media lungo tutta la sponda sud della Fortezza Europa (in Algeria, Libia, Tunisia) ed è strettamente correlato ai tentativi della diaspora black di superare la frontiera. In tale senso è una parola propria del Mediterraneo nero (si veda Black). Nella circolazione vorticosa della parola, l’origine linguistica si è persa fra gli stessi parlanti e il termine è divenuto una specie di esperanto fra gli aventurier, gli harraga, i soldats di molte e diverse nazionalità.  Infine, più in generale, il termine costituisce un grido di orgoglio e resistenza rispetto al piano delle discriminazioni subite lungo le rotte e nei paesi di transito, una rivendicazione di libertà e diritto al movimento.  ESEMPI DAL CAMPO Quando a bordo di Nadir soccorriamo una barca nelle acque internazionali circostanti Lampedusa, c’è un momento di celebrazione ed euforia: le persone cantano, si filmano, battono le mani. Amen, boza, Lampedusa è il jingle lanciato dalle donne e seguito da tutti.  Estratto dai diari di campo, aprile 2023  Boza è un grido di gioia, una vittoria, una riuscita. Da tanto tempo. Io l’ho sentito per la prima volta in Marocco dieci anni fa quando ho iniziato l’avventura… Questo grido di gioia. Ma non è facile fare boza. Vuole dire ho vinto, ci sono riuscito. Quando riesci in qualcosa che non è facile e ti genera gioia, gridi boza. Non so da dove viene, forse è spagnolo. Dal Marocco poi a forza di sentirlo nei video di chi arrivava, si è diffuso ovunque… Tunisia e anche Libia.  Intervista con Tala, corrispondente del Giornale delle rotte, ora in libia  Boza è un termine che utilizzano i subsahariani. È un po’ come dire goal! Il pallone è entrato. Vuole dire siamo entrati in Europa, goal! Il goal dei migranti, senza soldi e senza visti. Liberi. E quando diciamo boza free, significa che ha funzionato, che il goal all’Europa lo abbiamo fatto veramente. È un termine di noi migranti! Lo diciamo anche per dissimulare la cosa, per non farci capire di fronte a chi non deve sapere… Oggi provo a fare boza.  Intervista con William, corrispondente del Giornale delle rotte, ora in Tunisia   Boza è un segno di vittoria contro la violenza dei maghrebini su noi neri, una resistenza contro il regime tunisino e il suo razzismo. Ti racconto… Quando nel villaggio dove organizzavamo la partenza, vicino a Sfax, è venuta la polizia a distruggere il nostro accampamento durante il Ramadan, abbiamo cantato in massa boza ramadan!!  Centinaia di persone lo gridavano per sottolineare la vergogna dell’uso della violenza contro di noi, persino durante il mese sacro.  Intervista con Moussa, corrispondente del giornale delle rotte, ora in Tunisia
Sea Watch 5 approda a Trapani per emergenza sanitaria con a bordo 57 persone
È attraccata il pomeriggio di mercoledì 18 marzo al porto di Trapani la nave Sea Watch 5 con a bordo 57 persone migranti soccorse nei giorni scorsi nel Mediterraneo centrale. All’imbarcazione era stato inizialmente assegnato dalle autorità il porto di Marina di Carrara, a oltre mille chilometri di distanza, ma le condizioni di salute delle persone a bordo hanno reso quella destinazione incompatibile con la loro sicurezza. I 57 naufraghi a bordo erano il risultato di due operazioni di soccorso condotte nei giorni precedenti in condizioni meteo estreme. Il 16 marzo l’equipaggio aveva prima recuperato 54 persone, poi un secondo gommone in difficoltà con altre 40 circa. Una notte drammatica: tra i casi medici più gravi quello di una bambina di due anni in severa ipotermia, le cui condizioni avevano fatto temere per la vita. La stessa notte, 9 persone – tra cui la bambina- erano state evacuate dalla Guardia Costiera e trasferite a Lampedusa. Nei giorni precedenti il quadro nel Mediterraneo centrale era già tragico: un bambino risultava disperso, un ragazzo di 21 anni era arrivato morto a Lampedusa. > Nel Mediterraneo la tempesta è già iniziata, ma sappiamo di oltre 225 persone > in mare aperto, che non sono ancora state soccorse [Thread 1/3 🧵] > pic.twitter.com/LK0OAmWvta > > — Sea-Watch Italy (@SeaWatchItaly) March 16, 2026 È in questo contesto che le autorità italiane hanno assegnato alla nave il porto di Marina di Carrara: quattro giorni di navigazione supplementare per persone stremate, con mare mosso e bisogno urgente di assistenza medica a terra. A comunicare passo dopo passo la scelta di non rispettare l’assegnazione di un porto così lontano è stata la stessa organizzazione tedesca. Tra le persone soccorse erano presenti persone esauste, colpite dal mal di mare e con ustioni da carburante, oltre a una donna incinta e diversi casi bisognosi di cure mediche urgenti, per scongiurare il rischio di infezioni e possibili sepsi. Di fronte ad una situazione sempre più difficile, Sea Watch già da ieri aveva dichiarato lo stato di necessità. «La nave Sea Watch 5 dichiara lo stato di necessità: l’irresponsabile blocco imposto dall’Italia mette in pericolo i 57 sopravvissuti, che sono esausti, soffrono di mal di mare e hanno ustioni da carburante. Hanno bisogno di cure mediche immediate per prevenire infezioni e possibili casi di sepsi. A bordo c’è una donna incinta. La sordità delle autorità italiane ai loro bisogni è un’offesa ai diritti umani». La nave si trovava già nel Canale di Sicilia, davanti alla costa trapanese, quando l’equipaggio ha scelto di deviare la rotta assegnata e puntare su Trapani. Una decisione presentata dall’Ong non come una scelta, ma come l’unica strada percorribile. «Non sottoporremo le 57 persone a bordo di Sea Watch 5 a un viaggio di altri 1.100 km per raggiungere Marina di Carrara. È tortura di Stato. Disobbediamo a questo ordine assurdo e facciamo rotta verso Trapani». Anche dopo aver comunicato questa decisione e con persone a bordo sempre più stremate, però, la nave ha dovuto attendere ore prima di ricevere l’autorizzazione ad entrare in porto. Un’attesa che Sea Watch ha definito intollerabile. «Avrebbero potuto risparmiare un altro giorno di sofferenza alle 57 persone a bordo di SeaWatch 5. Invece, da ieri notte, siamo al largo di Trapani in una situazione di stallo. Chiediamo di poter entrare in porto adesso. Basta con questo muro politico sulla pelle dei più deboli». Solo dopo questo ulteriore stallo è arrivato il via libera all’attracco. «La SeaWatch5 sta entrando in porto a Trapani, nel rispetto dei diritti delle persone a bordo – ha scritto al momento dell’ingresso in porto – . Non abbiamo permesso che le 57 persone a bordo pagassero il prezzo delle manovre strumentali del Governo italiano sulla loro pelle. Ogni ulteriore ritardo sarebbe irresponsabile». Ora c’è da aspettarsi l’ennesimo provvedimento repressivo da parte del Viminale. Il caso della Sea Watch 5 riporta tuttavia al centro del dibattito una pratica consolidata delle autorità italiane e prevista dal decreto Piantedosi: l’assegnazione sistematica di porti lontani, che allunga i tempi di permanenza in mare per persone già provate da traversate spesso drammatiche. Una scelta che le organizzazioni della flotta civile – insieme a diversi giuristi e alle sentenze di numerosi tribunali – considerano in contrasto con i principi fondamentali del diritto del mare e con la tutela della vita umana. Nelle stesse ore in cui andava in scena l’ennesimo braccio di ferro tra le autorità italiane e una Ong del soccorso, Alarm Phone segnalava un nuovo episodio di cattura e respingimento da parte della cosiddetta Guardia costiera libica. Secondo quanto denunciato, il naufragio sarebbe avvenuto proprio nel momento in cui i libici tentavano di salire a bordo dell’imbarcazione. Diciassette persone hanno perso la vita. I loro corpi, secondo le testimonianze raccolte, sarebbero stati abbandonati in mare invece di essere portati a terra per essere identificati e sepolti. > 🆘 ~62 people in distress at sea in the central Mediterranean! > > The people on board, who are trying to escape from #Libya, report of high > waves and we fear for their lives. Relevant authorities are informed: Rescue > these people to safety before it is too late! pic.twitter.com/COATUu0Euz > > — @alarmphone (@alarm_phone) March 15, 2026 Nel Mediterraneo centrale, la guerra per procura degli Stati europei, e dell’Italia in prima fila, contro le persone migranti non si ferma mai.
Sospeso il fermo della Humanity 1
Il tribunale di Chieti ha sospeso l’efficacia del fermo amministrativo e della sanzione pecuniaria inflitti alla nave di soccorso Humanity 1. La decisione 1, adottata il 12 marzo 2026, rappresenta un nuovo passaggio giudiziario che mette in discussione l’uso sistematico di provvedimenti amministrativi contro le organizzazioni impegnate nelle operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. La nave era stata fermata nel porto di Ortona nel dicembre 2025 per venti giorni 2. La contestazione delle autorità riguardava la mancata comunicazione con le autorità marittime libiche durante un’operazione di soccorso. Notizie/In mare HUMANITY 1 TRATTENUTA A ORTONA: L’ENNESIMO FERMO CONTRO IL SOCCORSO CIVILE «Incompatibile con il diritto internazionale» Redazione 3 Dicembre 2025 Un’accusa che si inserisce nel quadro delle politiche italiane ed europee che tentano di subordinare le operazioni delle ONG al coordinamento con il cosiddetto centro di coordinamento libico. Secondo l’alleanza Justice Fleet, di cui fa parte la Humanity 1, la richiesta di contatto con le autorità libiche non solo è problematica dal punto di vista operativo, ma contrasta con decisioni già adottate dalla magistratura italiana. Diversi tribunali hanno infatti riconosciuto che la cosiddetta Guardia Costiera libica non può essere considerata un attore legittimo nel sistema internazionale di ricerca e soccorso. Numerose inchieste e rapporti internazionali hanno documentato, negli anni, il coinvolgimento delle autorità libiche in gravi violazioni dei diritti umani ai danni di migranti e richiedenti asilo intercettati in mare e riportati forzatamente nei centri di detenzione in Libia. Per questo motivo le organizzazioni della Justice Fleet hanno scelto di non intrattenere comunicazioni operative con il centro di coordinamento libico, ritenendo che tale collaborazione possa contribuire a respingimenti verso un paese considerato non sicuro. Approfondimenti/In mare JUSTICE FLEET ALLIANCE: LE ONG DEL MEDITERRANEO INTERROMPONO I CONTATTI CON TRIPOLI «Non è solo moralmente giusto, ma anche giuridicamente necessario» Giulia Stella Ingallina 17 Novembre 2025 La decisione del tribunale di Chieti si inserisce in una serie di pronunce giudiziarie che negli ultimi mesi hanno progressivamente ridimensionato l’impianto repressivo contro le navi umanitarie. Nel febbraio 2026 il tribunale di Catania aveva già revocato il fermo della nave Sea-Watch 5, mentre altri provvedimenti simili sono stati dichiarati illegittimi anche in relazione alla Sea-Eye 5. Nonostante queste decisioni, la pressione amministrativa sulle ONG continua. Nel febbraio 2026 un nuovo ordine di fermo è stato notificato alla Humanity 1 nel porto di Trapani e la nave risulta tuttora bloccata. L’organizzazione SOS Humanity ha già presentato ricorso contro questo provvedimento, aprendo un ulteriore fronte giudiziario. Notizie/In mare LA HUMANITY 1 BLOCCATA PER 60 GIORNI A TRAPANI PER AVER OBBEDITO ALLA LEGGE DEL MARE Secondo Piantedosi non hanno collaborato con le milizie libiche Redazione 14 Febbraio 2026 Per la Justice Fleet, la sospensione decisa dal tribunale di Chieti rappresenta comunque un segnale significativo. «Il tribunale di Chieti ha sospeso il fermo e la multa a carico della nostra nave di soccorso nel dicembre dello scorso anno: un’altra vittoria per la Justice Fleet dopo che i fermi della Sea-Watch 5 e della Sea-Eye 5 sono stati dichiarati illegittimi. Ciò dimostra ancora una volta che le politiche ostruzionistiche dei governi violano il diritto internazionale, mentre la Justice Fleet continua a resistere con forza». Il contenzioso tra autorità e organizzazioni di soccorso resta quindi aperto. Da una parte, governi che continuano a utilizzare strumenti amministrativi per limitare la presenza delle ONG nel Mediterraneo centrale; dall’altra, una rete di organizzazioni e avvocati che porta queste misure davanti ai tribunali, ottenendo sempre più spesso pronunce che richiamano il rispetto del diritto internazionale del mare e dell’obbligo di soccorso. Nel frattempo, nel Mediterraneo centrale continua a essere una delle rotte migratorie più letali al mondo. E il ruolo delle navi civili resta, nonostante tutti gli ostacoli, uno degli ultimi presìdi di soccorso per chi tenta la traversata. 1. Puoi consultare la decisione qui ↩︎ 2. La nave di soccorso Humanity 1 è stata detenuta a Ortona, SOS Humanity (10 dicembre 2025) ↩︎
Bouteille: più del vetro che galleggia, più che un posto per la traversata
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie/Arti e cultura CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Tra gli aventuriers, bouteille indica il passeggero delle toba dirette a Lampedusa. Per estensione, il posto sulla barca. La bottiglia è un oggetto leggero, affidato alle correnti, che può arrivare oppure no, raggiungere una destinazione, un porto, una spiaggia, una costa.. E’ un’immagine che contiene l’attesa e il caso. Come una bottiglia, il corpo parte, galleggia se può, resiste finché regge. L’arrivo non è garantito. Una bottiglia non è solo vetro che galleggia. Contiene un messaggio: un nome, una data, una richiesta di aiuto, una prova di esistenza, un messaggio di vita. Come chi parte: un corpo che contiene una storia, la traccia di un passaggio, la domanda di essere riconosciuto, soccorso, accolto. Quando la usano gli organizzatori del viaggio, cambia forma: la persona diventa unità di carico, posto venduto, corpo trasportato. Da soggetto in movimento a oggetto di scambio. “Bouteille” nasce anche come codice, per parlare del viaggio senza nominarlo in un contesto di sorveglianza crescente. È una parola che protegge finché resta opaca. Poi si consuma, si corrode. Intanto resta nel lessico quotidiano di chi parte, dentro un mercato della traversata che esiste perché le vie legali sono chiuse. BOUTEILLE Parola a cura di Luca Queirolo Palmas (Università di Genova) e Franck Yotedjie (Università di Genova) Per gli aventuriers in Tunisia il termine bouteille (bottiglia) designa i passeggeri sui toba (si veda Toba) e per estensione un posto/biglietto per la traversata verso Lampedusa.  Il termine simbolizza un corpo galleggiante, capace di prendere il mare senza affondare, ma designa anche il vettore potenziale di un messaggio di speranza o di un SOS: nonostante le intemperie, prima o poi, le bottiglie arriveranno su una qualche costa e quanto contengono verrà raccolto da sconosciuti, come una testimonianza che unisce e viaggia fra le diverse sponde del Mediterraneo.  Il legame fra il destino di una bottiglia in mare e quello di chi prova la traversata risiede nella speranza e nella casualità: speranza che la testimonianza sia raccolta; casualità che i corpi arrivino dall’altro lato e si salvino nonostante le condizioni di estremo rischio e di insicurezza del viaggio. Sulla scia di questo legame fra un oggetto in balia delle intemperie e l’esperienza del viaggio verso Lampedusa, la parola bouteille è così associata alla condizione del passeggero che si accinge a prendere il mare. Al tempo stesso, dal lato degli organizzatori dei viaggi, questa stessa parola riduce l’aventurier a un oggetto, a un corpo passivo che viene spostato in cambio di una tariffa, togliendo così soggettività ai protagonisti del viaggio.  L’uso del termine è anche connesso all’intensificazione dei controlli e della sorveglianza sulla comunicazione e sulle forme di organizzazione degli aventuriers da parte delle autorità tunisine. Migranti e rifugiati presenti nel paese hanno così sviluppato un linguaggio parallelo, criptato, e spazi comunitari dedicati quali chat, forum, gruppi digitali di ogni tipo, fra cui ad esempio African market. Su questi canali sono pubblicati annunci di diversa natura: dalla vendita di beni alle offerte di lavoro e di alloggi, da servizi finanziari di trasferimento di denaro alla composizione degli equipaggi e la disponibilità di posti. In questo quadro parole come «bottiglia» nascono dall’intenzione di proteggere le comunicazioni relative al viaggio. Tuttavia, divenendo velocemente riconoscibili agli occhi delle autorità, se da un lato perdono la loro dimensione di segretezza, dall’altro si sedimentano nel linguaggio dei viaggiatori. Altre parole nascoste e altrettanto effimere sono inventate nel tentativo di eludere una sorveglianza digitale sempre più pervasiva. Il termine è così utilizzato quotidianamente dai passeggeri e trasformato altrettanto quotidianamente dagli organizzatori della traversata che vendono i loro servizi sul mercato dei viaggi; un mercato che è figlio del proibizionismo migratorio dell’Unione Europea esercitato contro chi è povero e ha la pelle scura.  ESEMPI DAL CAMPO  È una parola in codice, per evitare che la polizia sappia di cosa parliamo. Se gli organizzatori del viaggio usano il termine «passeggeri» al telefono, la Garde Nationale capisce e sa in anticipo che il viaggio è in preparazione. Ma si potrebbe anche dire angurie, pomodori o qualunque altra cosa. Non è mai un nome fisso.  Intervista con William, corrispondente del Giornale delle Rotte  Domani raduno per l’Italia. Bisogno di due bottiglie urgenti.  Post su un gruppo facebook, dicembre 2022  6 bottiglie per completare un convoi che parte la settimana prossima (2500 dinari), capitano competente, buona attrezzatura.  Post su un gruppo facebook, dicembre 2023  Chi porta 5 bottiglie paganti avrà un posto libero Post su un gruppo facebook, marzo 2023
Smisurata preghiera
Questo contributo assume la forma di una lettera aperta rivolta a chi opera, studia e attraversa le frontiere contemporanee. A partire dall’incontro con una giovane donna migrante, il testo ricostruisce una traiettoria migratoria segnata da violenze strutturali, detenzione arbitraria, pratiche di riscatto e forme di schiavitù contemporanea in Libia. La storia mette in luce il nesso tra controllo dei confini, sistemi detentivi informali, attori criminali e logiche di profitto che trasformano le persone migranti in “oro nero”, merce scambiabile lungo una filiera che va dalla cattura allo sfruttamento lavorativo e sessuale. Il testo interroga anche la posizione di chi fa ricerca sul campo nelle aree di frontiera, problematizzando la distanza tra osservazione e coinvolgimento, tra denuncia e protezione effettiva. La frontiera emerge così non solo come linea geopolitica o dispositivo di esclusione, ma come spazio politico e morale in cui si ridefiniscono valore, dignità e libertà delle vite in movimento. La storia di Victoire rende tangibile la permanenza di forme di schiavitù ancora presenti nel nostro mondo  e tenta, in questo modo, di interrogare profondamente la responsabilità etica e politica di ogni singolo essere umano. Questa è una lettera aperta. Un invito a tutti gli operatori di frontiera che agiscono con il corpo, l’anima e il sudore ogni giorno in quel contesto senza pace e senza limite che è un confine. A tutte le ricercatrici e ricercatori: per questioni legate ai loro studi, finiscono per ficcare il naso in temi che non sono oggetti di studio, ma vite, spogliate di dignità e di valore. Anche loro oltrepassano un confine, che li porta fuori dall’accademia. Si spostano nel campo fino a trovarsi invischiati nel terreno melmoso di vite che ancora respirano ma non hanno spazio di esistere, anche quando vorrebbero ancora. È una lettera alle persone che lavorano nel sociale. A chi si ritrova legato a uomini e donne che vivono tra le frontiere, le attraversano, le subiscono, le bruciano, le incarnano. Persone che troppo spesso si incastrano nella loro carne, come spine che penetrano e ci si incistano dentro. A chi sceglie di starci ed esserci, senza sapere che agisce nelle frontiere che stanno “fuori” per capire le proprie, che stanno “dentro”. I confini configurano il mondo, delimitano territori, eppure sono costantemente soggetti a cambiamenti apparendo e scomparendo, qualche volta cristallizzandosi nella forma di muri che rompono e riordinano spazi politici un tempo unificati, attraversano la vita di milioni di uomini e donne che se li portano addosso. In luoghi come il Mediterraneo centrale, sono liquidi, fluidi, intersezione tra pratiche di attraversamento e di chiusura; non luoghi in cui si scontrano tensioni politiche e sociali, sito di esclusione, ma anche spazio di resistenza e di contestazione.  Il limine è uno spazio politico, un modo di vivere.  È una lettera aperta, questa, che chiama a raccolta il dolore e la rabbia. Nomina la fatica che si incastra nell’anima, nell’eterna ricerca della giusta distanza con chi si incontra, in un movimento talvolta estenuante perché come un pendolo si agita tra un troppo vicino che brucia e un troppo lontano che non è abbastanza. So che tutte queste persone che agiscono nelle frontiere combattendo per affermare il sacrosanto diritto di ogni singolo essere vivente, capiranno la storia che segue.  Parla di una donna di 21 anni, madre di un bambino di appena due mesi. La chiamerò Victoire qui. Ovviamente non è il suo vero nome. Le attribuisco questo, perché sa di lotta e di gloria. Sa di storia che ha un lieto fine.  Victoire è giovane; nei pochi anni che ha dietro di sé, c’è già troppa violenza.  Nata in un paese dell’Africa dell’est, è rimasta orfana molto presto. L’ha crescita una zia che l’ha obbligata a sposarsi quando aveva diciassette anni con un uomo che aveva più del doppio della sua età. “Era un modo per liberarsi di me”, mi ha detto. Victoire non voleva. Ha implorato, ma questo le era destinato. Allora ha scelto di andarsene, sola. Ha avuto il coraggio della lotta e dell’avventura.  Del suo percorso attraverso l’Africa non so molto, non ne abbiamo parlato oggi. La ascolterò se avrà voglia di raccontarmelo un’altra volta. Deciderà lei. Oggi mi ha raccontato che è finita in Libia e che qui viveva con un uomo incontrato durante l’avventura. Lo definisce così, il suo percorso, come fanno le persone migranti.  È in Libia che ha dato alla luce il figlio di questo uomo e compagno. Non l’ha fatto in ospedale, ma da sola, nella casa che condivideva con altre venti persone. Per andare in una clinica ci vogliono soldi e poi, è pur sempre vero che troppo spesso le persone migranti dell’Africa sub sahariana si fanno respingere come cose sgradite. Certe volte, le cacciano proprio anche lì. Ha partorito da sola all’inizio di dicembre 2025. Una sera, nella casa in cui viveva, in una città sulla costa, un gruppo di sette persone armate e incappucciate è entrato con la forza. Li chiamano Asma boys o Isma Boys. Gruppi criminali attivi in Libia, composti prevalentemente da giovani uomini e spesso collegati, in modo diretto o indiretto, a milizie locali o a reti informali di controllo del territorio. Non si tratta di un’organizzazione formalmente strutturata. Sono banditi che intervengono nella gestione informale delle strutture, nei trasferimenti dei detenuti e in pratiche connesse allo sfruttamento lavorativo o sessuale, in attività riconducibili al traffico di esseri umani. Sono criminali armati e violenti che operano all’interno di un sistema frammentato e caratterizzato da un forte legame tra poteri ufficiali e attori informali. Non hanno scrupoli: non vedono persone davanti a loro, ma merce di scambio, da sfruttare, da vendere. Le chiamano or noir, oro nero, sottolineandone il valore economico. E in questa prospettiva, le persone diventano una fonte di profitto paragonabile a una risorsa preziosa: ogni passaggio – dalla detenzione al trasporto, fino allo sfruttamento lavorativo o sessuale – genera guadagni per chi controlla il sistema. L’aspetto paradossale e drammatico è proprio questo: i migranti vengono considerati “preziosi” in quanto merce redditizia, non in quanto esseri umani. Il loro valore è calcolato esclusivamente in termini monetari, mentre sul piano umano sono privati di diritti, dignità e tutela. Così, pur essendo trattati come una risorsa economica di grande pregio, nella pratica quotidiana subiscono violenze, abusi e condizioni di totale spersonalizzazione e reificazione. La loro vita non ha valore in sé, in quanto vita. Ha valore in quanto merce. È un bene scambiabile, stimata per il profitto che può generare. Victoire è oro nero. E poi è giovane e donna: vale di più sul mercato. Gli asma boys, in dicembre, l’hanno arrestata insieme agli altri con cui viveva, l’hanno caricata su un camion chiuso insieme agli altri compagni, stipati come animali, scaricati in una prigione che lei non sa identificare.  Chissà dov’è quel luogo, dalle stanze ampie, in cui le donne, sole e con figli sono detenute insieme, senza materassi per terra, senza teli, con una sola finestra che non si può raggiungere, perché troppo in alto. Dove sarà questo centro di detenzione nel cui cortile ci sono altalene per far giocare i bambini, ma in cui lei e nessun altro detenuto ha avuto diritto di andare, messe li, ad ingannare gli osservatori dei diritti umani o le organizzazioni che ogni tanto hanno l’autorizzazione di entrare? È in Libia certo, questo inferno recintato dove lei, come tutte le persone che ci sono arrivate insieme, prima di entrare nella stanza, sono state denudate davanti a tutti e perquisite, che si sono viste infilare le dita in ogni pertugio, perché -si sa- il corpo è un nascondiglio, la cachette più efficace. Perquisiscono anche i bambini, ché non si sa mai che nel pannolino ci siano beni preziosi nascosti, sfuggiti alle infinite precedenti perquisizioni. Suo figlio aveva due settimane quando è entrata lì dentro.  Victoire ha provato a descrivermi il luogo e si è soffermata negli angoli dello stanzone, in cui, ad ondate, nuove donne sono arrivate e altre sono riuscite ad uscire perché qualcuno ne ha pagato il riscatto. Si è soffermata su quelli, perché è lì che le donne sono violentate. Generalmente ne prendono due o tre e le portano in quegli angoli. E le obbligano ad avere rapporti orali, davanti alle altre detenute. Poi c’è un bagnetto. Uno solo. Piccolo, con escrementi e poca acqua. E spesso, se manca, devono bere quella dello scarico. Allora se una donna viene portata lì dietro, sarà sodomizzata.  È stata cruda, nel suo racconto Victoire: mi ha fatto entrare in quel luogo, mi ha fatto guardare gli angoli di quella stanza e ha usato le parole sporche della violenza, taglienti, rudi, ruvide.  In un attimo, le ho sentite insinuarsi dentro, mi hanno investita, travolta, sopraffatta le grida di quelle donne, le suppliche di smettere e di lasciarle andare, i pianti dei figli che vedono. Lei, è stata risparmiata dal subirle, non dall’obbligo di esserne spettatrice. Ha visto donne entrare e uscire, fino a quando un uomo in contatto con le guardie, un “fratello nero”, un intermediario tra la prigione e il mondo, le ha proposto di acquistare per lei la sua liberazione. Ha comprato la sua libertà, insieme a quella di altre otto persone. Perché funziona così: da una prigione in Libia si esce perché qualcuno paga il riscatto o perché si muore.  Quell’uomo le ha promesso che l’avrebbe liberata. L’ha pagata 7000 dinari. Quasi mille euro. In cambio, Victoire doveva lavorare per lui o per chi lui avrebbe deciso. Lei ha accettato.  Due settimane fa, è arrivata in una nuova prigione che assomiglia ad una casa. Ci sono le finestre con sbarre, c’è un bagno. Ogni sera va a lavorare da una ricca donna libica che parla solo arabo e la tratta male, come mi dice. Esce alle sei e finisce a mezzanotte. Sempre rigorosamente scortata. Talvolta è la stessa padrona libica che la riaccompagna nella sua “casa”.  Lavoro a parte, Victoire non può uscire quando vuole e se lo fa, qualcuno, che lavora per l’uomo che se l’è comprata, la accompagna e la sorveglia.  Il venerdì non lavora: in fondo è gentile questo suo proprietario che domanda a tutta la sua merce umana cosa vogliano fare del giorno libero che lui benevolmente accorda.  Io oggi, prima di parlarle, non lo sapevo che fosse una schiava. Io provo a fare una ricerca che tenta di comprendere come vivano le persone migranti  prima di attraversare il mare per arrivare in Europa e quali siano le dinamiche di solidarietà che che si sviluppano lungo il percorso migratorio. Ho ascoltato persone che vivono nei campi di insediamento informale alle periferie di Zawiya e Zuwara, quelle che lavorano nelle case in costruzione a Tripoli. Alcune che vivono negli Zitounes in Tunisia. Io, oggi, non mi aspettavo di parlare con una schiava. Perché questo è Victoire: una persona di fatto privata della libertà, controllata, sfruttata come oggetto per trarne profitto, attraverso coercizione, violenza, abuso di vulnerabilità o inganno. Questo pensiero non mi dà pace, mi tormenta. Ho avuto a che fare con donne che erano state sfruttate, ma libere quando le ho incontrate o ancora coatte, ma con reali ed effettive possibilità di protezione, di liberazione, di riacquisizione della libertà. Victoire è schiava. Ora.  Il suo valore ammonta a 7000 dinari. Quasi 1000 euro. In Europa, molti potrebbero comprarla. Non riesco a smettere di pensare che oggi nel mondo in cui vivo, c’è chi tira a campare, chi si compra una macchina e chi acquista un essere umano e lo rivende.  Oggi ho ascoltato Victoire. Mi ha detto cose che non avevo previsto di sentire: mi ha parlato della sua sorte di schiava.  Non mi ha chiesto i soldi per ridurre i tempi della sua detenzione, ma di raccontare la sua storia, proprio la sua.  Allora tengo fede alla promessa. Oggi, ascoltando la sua storia, mi chiedo che valore abbia denunciare che tutto questo accade ancora. Perché la mia denuncia non la protegge e non le restituisce la libertà che lei, come tutte le altre persone vendute devono avere di diritto.  Per questo lascio che la sua storia sia una lettera aperta. Destinata a chi, come me, opera in frontiera, a chi l’ha attraversata, ci lavora, la difende, la calpesta. A tutti quelli che la immaginano come una linea, come un corpo che incarna, come un muro da erigere o abbattere. A chi pensa che vada difesa o a chi ne dichiara l’assoluta e ingiusta esistenza. A chi vorrà consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità. Ad ogni essere umano che si fermerà, anche solo un istante per incontrare Victoire, proprio quella di questa storia. Che la immaginerà fragile e forte, sola e spaventata. Isolata, stanca, persa. Ancora viva. E schiava, come l’ho incontrata io. 
Black: nero non è solo un colore
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie/Arti e cultura CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 La terza parola del Contro Dizionario del Confine esprime molto di più di una sfumatura cromatica: è una presa di posizione, è l’incarnazione di una soggettività. «Nous les blacks» è l’espressione con cui molti soggetti razzializzati si autodefiniscono lungo la rotta tunisina e nel Maghreb, trasformando uno stigma in emblema di orgoglio e fratellanza. Nello sguardo dominante, “nero” è marchio di inferiorizzazione, ma gli aventuriers gli attribuiscono solidarietà, appartenenza, riconoscimento reciproco che va oltre l’appartenenza allo stesso Paese o l’uso comune di una lingua. “Noi neri” è un soggetto plurale non privo di tensioni: dentro le violenze delle frontiere, le gerarchie di classe e le eredità della tratta transahariana, Black attraversa tanto la migrazione quanto lo spazio della cittadinanza, affrontando le sfide di essere riconosciuti come cittadini in una società che esclude e discrimina. Black è allora una parola che racconta insieme oppressione, resistenza e ambivalenze delle relazioni di potere lungo le rotte degli aventuriers. BLACK Questa parola è stata curata da Filippo Torre, Luca Queirolo Palmas e Franck Yotedjie dell’Università di Genova. Filippo Torre ha, inoltre, curato l’edizione del Contro Dizionario del confine. Ogni identità collettiva si costruisce come posizionamento dentro uno spazio di relazioni. Nous les blacks è un’espressione ricorrente attraverso cui soggetti razzializzati si autodefiniscono lungo le diverse tappe dell’avventura migratoria dentro lo spazio tunisino e del Maghreb più in generale. Se per la società ospitante l’etichetta di «nero» è un segno di inferiorizzazione (si veda Jebri) che può operare fra i soggetti razzializzati in chiave di autocensura, delimitando ciò che si può dire, fare o rivendicare, nous les black si articola dentro una dimensione di orgoglio, di trasformazione di uno stigma in emblema. In qualità di autodefinizione si contrappone a or noir, che incarna lo sguardo espresso dai locali – les chefs arabes – che nei blacks vedono una risorsa da sfruttare (si veda Or noir). Eppure colore, oppressione, migrazione e solidarietà si depositano in contesti sociali e politici che sono attraversati essi stessi da dibattiti, presenze, lotte per il riconoscimento agite dai maghrebini neri; cittadini la cui presenza porta il segno di un passato legato alla schiavitù domestica, a secoli di tratta transahariana. La linea del colore nella migrazione si sovrascrive ed entra in frizione con la linea del colore dentro lo spazio della cittadinanza nel Maghreb. In particolare il processo attraverso cui si «diventa neri» lungo la rotta tunisina è stato alimentato dall’eredità storica della tratta di schiavi transahariana, dalla crescente delega del controllo delle frontiere europee al regime tunisino, dalla circolazione di discorsi e legittimazioni di tipo etno-nazionalista e sovranista che hanno raggiunto la loro massima espressione nel discorso del presidente Kaïs Saïed del febbraio 2023, con cui evocava «un piano criminale ordito all’alba di questo secolo per modificare la composizione demografica della Tunisia, al fine di trasformarla in un paese solo africano e offuscare il suo carattere arabo e musulmano». Il noi nero degli aventurier se da un lato agisce come denominatore di una fratellanza possibile, da attivare, dall’altro occulta lo spazio soggiacente delle disuguaglianze, di classe e di potere. Arnaqueur, kidnappeur, falsi cokseur, guardiani di prigioni e torturatori sono spesso predatori neri che agiscono contro altri neri; inoltre chi fa il viaggio attraverso il deserto è in termini di classe distinto da quanti arrivano con visti e aerei per iscriversi nelle università del Maghreb. Quanti sono in solidarietà durante il viaggio afferiscono allora a cerchie più ristrette, di frères e soeurs (si veda Frères/soeurs), di amici e parenti, di boys e uncles, di relazioni dettate spesso dall’anzianità e dalla protezione. Infine, questa dimensione binaria – nous les blacks, loro les arabes – nasconde gli incontri solidali e di interesse che spesso mettono insieme locali e aventurier. Per fare la traversata c’è sempre bisogno di un arab che procura il materiale necessario e che provi a corrompere le guardie; e ancora, durante le marce per attraversare le frontiere e il deserto ed evitare le deportazioni, sono spesso gli abitanti locali che, mossi da una solidarietà fondata sulla religione, offrono cibo e riparo ai viaggiatori nonostante i rischi della repressione a opera delle autorità. ESEMPI DAL CAMPO Noi parliamo di noi con il colore. Noi siamo gli africani neri, loro, gli arabi, sono gli africani bianchi. È un termine che usiamo fra noi. Non ci stanno designando altri, non è razzismo. Lo usiamo noi per chiamare noi che siamo qui. È la solidarietà fra noi neri, anche un sudanese è un nero, non c’entra la lingua. È la fratellanza, fratellanza di pelle, di colore. Non conta la nazionalità. I sudanesi, i senegalesi, sono black come noi, anche se parliamo lingue diverse. Black per noi è una parola universale, vuol dire fratello. Gli arabi invece li chiamiamo in diversi modi, suraka, mukala, mbozo, mkassa. Intervista con William, Corrispondente del Giornale delle rotte Quando diciamo nous les blacks è un modo per elevare il nostro colore, perché qui in Tunisia, e ovunque nel Maghreb, noi neri siamo discriminati, visti come meno di niente, noi soffriamo il loro razzismo. Intervista con Popina, Corrispondente del Giornale delle rotte Sono storie di fughe, di caccia, di torture, di violenze e anche di piccoli incontri solidali in cui devi decidere se fidarti o meno di chi hai di fronte. Perché nel viaggio c’è sempre chi conosce la strada e chi non la conosce; e i primi dipendono dai secondi, o attraverso la solidarietà o attraverso la compra-vendita di servizi. Quando chiedo a Buba se usava l’espressione we the blacks, quando stava in viaggio o negli accampamenti in Tunisia, ride. Sono i neri che mi hanno sequestrato, sono i neri che mi hanno torturato. Lui parla invece come leader di un gruppo in viaggio, usando spesso l’espressione my boys o attraverso il titolo attraverso cui veniva chiamato dai suoi boys: uncle. Il suo racconto è la storia di come il gruppo in viaggio sia l’unità di base della solidarietà, quasi l’unica, di come i boys si perdano e si reincontrino lungo le diverse stazioni che dal Gambia conducono alle coste del Mediterraneo. Estratto dei diari di campo, marzo 2025
Aventure: “Come viene, viene, e continuare comunque”
Sono 42 le voci del “Contro Dizionario del Confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale”. Il volume è edito da Tamu. È il risultato di una ricerca collettiva avviata dal 2021 nel Mediterraneo centrale e firmata da un autore plurale: l’equipaggio di ricerca della Tanimar.  Ogni giovedì, una voce accompagna lettrici e lettori dentro uno spazio di confine dove le frontiere non sono linee, ma pratiche che attraversano corpi, lingue e relazioni.  Perché in un viaggio segnato da rotte, pattugliamenti, respingimenti e attese, il linguaggio diventa strumento di sopravvivenza e un possibile modo di resistere alla narrazione dominante sulla mobilità. Notizie CONTRO DIZIONARIO DEL CONFINE. PAROLE ALLA DERIVA NEL MEDITERRANEO CENTRALE Ogni giovedì, per quarantadue settimane, una parola. A partire dal 19 febbraio 2026 Roberta Derosas 12 Febbraio 2026 Nelle rotte dell’Africa occidentale e del Mediterraneo centrale una parola viene usata da chi attraversa o tenta di farlo: “avventura“. È un termine che restituisce una mobilità esistenziale e sociale fatta di coraggio quotidiano, violenza strutturale, disuguaglianze radicali e solidarietà necessarie. Parla di sopravvivenza, desiderio di futuro e forza di spirito. Descrive donne e uomini che sfidano l’ingiunzione all’immobilità per provare, semplicemente, a vivere, per continuare a farlo con dignità, con forza. La parola, in questo Contro Dizionario del Confine, è stata redatta da Franck Yotedje, Vincenza Pellegrino e Luca Queirolo Palmas che l’hanno raccolta e ripensata insieme agli avventurieri.  Loro, ci regalano una poesia collettiva che hanno redatto insieme e che trova spazio nel The Routes Journal. Avventura Per me, l’avventura è la scuola della vita. È uscire dalla propria zona di comfort, aprire la porta all’ignoto, all’incertezza, al rischio, alla scoperta. Per me, l’avventura è un’esperienza che racconta i sentieri che ci si prepara a percorrere ancora prima di sapere dove conducono. È una destinazione sconosciuta, un futuro che si spera migliore, con tutte le difficoltà lungo il cammino, le cadute, le deviazioni, i colpi duri che ti spezzano e allo stesso tempo ti rendono più forte per continuare ad andare avanti. Per me, l’avventura è un evento inatteso, sorprendente, dal finale incerto, spesso rischioso. È la scoperta dell’ignoto, un impegno prezioso, una scommessa fatta con la speranza di costruire qualcosa di migliore. Per me, l’avventura è scoprire una vita nuova, è credere che, nonostante le prove, un giorno andrà meglio. L’avventura è partire senza una destinazione, lasciare la famiglia alle spalle, andare avanti, attraversare il deserto senza acqua, con la fame, il vento, il caldo e poi il Mar Mediterraneo. Camminare dicendosi nella testa: «come viene, viene» e continuare comunque. Perché l’avventura è reale. È vissuta. È una preistoria fatta di fatti veri. E questa storia, andrebbe insegnata, trasmessa, raccontata alle generazioni future. AVENTURE Migrante/immigrato è ormai una parola abusata nel linguaggio mainstream – sia quello accademico sia quello comune – ed è carica di controindicazioni: pietrifica una condizione, la rende eredità, attraverso un participio passato, o inchioda in un presente continuo che non lascia scampo al cambiamento, a risoggettivarsi sotto un’altra luce che non sia quella del movimento passato o del movimento perpetuo. Raramente abbiamo ascoltato la parola migrante/immigrato facendo ricerca fra coloro che provano ad attraversare il Mediterraneo centrale. I nostri interlocutori provenienti dall’Africa Occidentale e che abbiamo imparato a conoscere nelle loro peripezie fra Marocco, Algeria, Libia, Tunisia, ne privilegiano altre. Una fra tutte è avventura, e il modo soggettivo di definirsi è quindi quello di avventurieri. Con questo termine si allude a un campo di situazioni e significati che eccede il movimento in sé e mette in rilievo la dimensione del rischio, la sua assunzione volontaria, l’investimento personale, la gioia della scoperta e la trasformazione dello sguardo attraverso il viaggio e gli incontri, la costruzione di un sapere utile a destreggiarsi, l’aleatorietà e imprevedibilità delle situazioni. La parola aventure restituisce quindi, nei molti casi in cui viene citata, l’idea del movimento nello spazio come principale dinamica della mobilità esistenziale e sociale, principale concreto strumento di sottrazione all’inedia e allo sfruttamento, dimensione necessaria alla sopravvivenza ancor prima psichica e culturale che materiale per chi nasce e cresce in contesti dove la precarietà è tanta e il contesto aleatorio (in Africa come in tutto il mondo, verrebbe da dire). Ma in questo contesto la violenza è sempre dietro l’angolo (e maggiore è la necessità di nascondersi maggiore sarà la violenza derivante dalla non visibilità forzata), e diventa spesso violenza sessuale quando l’avventura è quella delle donne. Si tratta quindi di conservare tutta la portata semantica del termine avventura nel senso di «ingiunzione alla vita» (provare a vivere è un dovere), mettendo in secondo piano invece la dimensione romantica ed esotica che spesso viene evocata da questa parola, che in questo contesto non ha nulla della eccezionalità di eroismi individuali e si pone invece come epopea collettiva, come forza vitale dell’uomo e della donna comune davanti all’insufficiente e all’avverso. In tal senso altri sostantivi attraverso i quali le persone interdette al movimento identificano il proprio gruppo sociale (si veda Soldat) non sono (sol)tanto alternativi a quello di aventurier, quanto piuttosto integrati a esso, come due facce della stessa medaglia. Da un lato l’aventurier cerca di aprirsi una via di vita, cerca di darsi una vita altrimenti impossibile in contesti di origine fortissimamente disuguali, dall’altro il soldat è la figura di una base piramidale in cui il singolo aventurier vale poco o niente se non si unisce ad altri, non potrà sopravvivere se non ubbidisce, sa di avere poche speranze di riuscita. Se boza si riferisce all’atto di sfidare la frontiera, di tirare i dadi in una partita che si vince o si perde (si veda Boza), l’aventure inizia quando si lascia casa e ci si mette in una situazione di ricerca, senza una destinazione fissa, predeterminata. Il termine opera come un fattore distintivo che rimanda a due elementi: la dimensione generazionale, perché la popolazione degli aventurier è composta nella stragrande maggioranza da persone giovani dotate di una cospicua dotazione di capitale corporeo (forza fisica, resistenza, agilità, ecc.); e la classe sociale di appartenenza. Così da un lato troviamo gli aventurier (a volte anche designati come «quelli del deserto»), dall’altro gli studenti, quelli che si muovono con i visti e gli aerei. Una composizione sociale che ci permette di capire come le condizioni di mobility injustice configurino percorsi geografici e condizioni sociali di movimento radicalmente differenti già a partire dal paese di origine. Questa distinzione, se riafferma a volte un orgoglio subalterno, dall’altro offusca gli spazi di scambio e solidarietà che si danno in un contesto come quello tunisino in cui il razzismo di stato contro la popolazione black (si veda Black) non fa molti sconti in relazione ai documenti che si hanno in tasca. Sono tutti «oro nero» e in quanto tali vittime di deportazioni e tratta di stato verso la Libia (si veda Or noir). Capita allora che gli studenti e i loro spazi quotidiani divengano a volte un rifugio provvisorio per i loro fratelli più poveri, mettendo a disposizione abitazioni e relazioni. Gli stessi studenti quando prendono il mare divengono aventurier e bozayeur (si veda Boza). Aventure infine è riaffermare una sete di conoscenza e una forza dello spirito che spinge soggetti subalterni e razzializzati in una sfida continua al fine di cambiare la propria vita e quella delle proprie famiglie. Il termine, diffuso lungo tutte le rotte terrestri e marine nel Maghreb e in Africa subsahariana, è stato registrato dalla letteratura socio-antropologica più attenta sin dai primi anni 2000. ESEMPI DAL CAMPO Un viaggio ha una meta, l’avventura non ha destinazione. Cerchi solo una vita migliore, anche senza risorse ti metti in avventura. L’avventura è uno spirito, la capacità di far fronte all’ignoto. C’è il sogno, l’eldorado, per intraprendere il cammino, c’è la speranza che con la forza della volontà e la benedizione del cielo si arriverà in un luogo in cui i giorni saranno migliori. È uno stato dell’animo, più che un itinerario che si può descrivere. Prevede anche un pensiero da soldato, perché il cammino, si sa, è difficile. Come dice una canzone, «Io vado avanti con gli occhi chiusi» e un’altra ancora «La marcia indietro è rotta». Se sei aventurier non puoi che andare avanti. Intervista con il testimone numero 5 del rapporto State trafficking L’aventure è la stessa per le donne e per gli uomini. Ma alle donne viene chiesto di donare il corpo per ottenere qualche cosa. La donna ha più rischi dell’uomo quando decide di andare in avventura. Io stessa sono stata vittima di violenza sessuale. E se non sei sostenuta finanziariamente, la tua avventura è molto difficile. Dall’inizio della mia avventura non ho mai avuto sostegno, mi sono retta da sola, mi sono battuta da sola per arrivare sino in Tunisia. Per le donne è impossibile evitare la violenza sessuale, soprattutto nel deserto. E poi c’è la prostituzione, la donna si prostituisce per avere un po’ di denaro. La donna se non ha nessuno che la sostiene ha bisogno della prostituzione per avanzare nel cammino… Intervista con la testimone numero 2 del rapporto State trafficking  L’avventura? Il mio viaggio è stato… Andare verso nulla e senza niente e, quasi per magia, arrivare a una destinazione imprevista. Intervista con Kamto, una volta arrivato in Italia
Dal Tarajal a Cutro: le frontiere che uccidono
ALESSIA ALBANO E FRANCESCA FUSARO, NO NAME KITCHEN Ogni anno, sulla spiaggia del Tarajal a Ceuta (Spagna), si svolge una marcia che è molto più di una commemorazione. Qui, il 6 febbraio 2014, decine di persone morirono tentando di attraversare a nuoto il confine tra Marocco e Unione Europea verso l’enclave spagnola. La Guardia Civil spagnola rispose con gas lacrimogeni e proiettili di gomma; alcuni corpi non furono mai recuperati. Quel tratto di mare, pur largo poche decine di metri, rimane un simbolo della violenza delle frontiere. «Tarajal, nunca más. El racismo mata, la memoria resiste» (Il razzismo uccide, la memoria resiste) è stato il tema della XIII Marcha che si svolge ogni anno per ricordare una delle stragi più crudeli mai avvenute. Quest’anno, a causa delle condizioni meteorologiche avverse, la tradizionale manifestazione sulla spiaggia del Tarajal non si è svolta. Il programma è stato rimodulato in una forma più raccolta: una tavola rotonda di confronto pubblico e un incontro in moschea hanno sostituito il corteo lungo il confine. Un cambiamento forzato, che non ha però indebolito il senso politico dell’iniziativa. L’assenza della manifestazione fisica sulla spiaggia ha reso ancora più evidente quanto il Tarajal non sia solo un luogo simbolico da attraversare una volta all’anno, ma una ferita aperta che parla al presente. Nelle parole condivise durante gli incontri è emersa con forza la continuità tra il 6 febbraio 2014 e l’oggi: le persone che ancora tentano di superare quella frontiera, i respingimenti, le violenze, le sparizioni che si consumano lontano dai riflettori. La connessione tra la giornata di Ceuta e le iniziative parallele in Marocco e in tante altre città evidenzia un altro aspetto importante: le politiche migratorie europee non si fermano alla linea del confine. Si estendono ben oltre, fino ai luoghi in cui le partenze vengono intercettate, gestite o bloccate dalle autorità locali in collaborazione con l’Unione Europea. E si estendono fino dentro al cuore dell’Unione Europea. Questo contesto di controllo esteso produce violenze quotidiane che raramente compaiono nei grandi titoli dei media. Rapporti e dossier/Confini e frontiere VITE SACRIFICABILI Un rapporto di No Name Kitchen sulle violenze, l’esclusione e il regime di frontiera contro le persone in transito a Ceuta e Melilla Giovanna Vaccaro 19 Dicembre 2025 FRONTIERE CHE UCCIDONO – OLTRE IL TARAJAL Ricordare il Tarajal significa inevitabilmente guardare all’intero Mediterraneo come teatro di morti e sparizioni sistematiche. La stessa logica di violenza che ha prodotto le vittime di Ceuta continua in altre rotte: quella atlantica verso le Canarie, l’Egeo orientale, il Mediterraneo centrale. Come denunciato anche negli appelli di inizio anno, si profila un altro anno segnato da morti in mare se non cambiano le politiche. Le tragiche immagini di Cutro, dove nel febbraio 2023 1 decine di persone persero la vita in un naufragio vicino alle coste calabresi, restano un monito doloroso 2. Quelle bare allineate negli spazi del palazzetto dello sport hanno scosso l’opinione pubblica italiana e internazionale. Notizie/Confini e frontiere NAUFRAGI NEL CANALE DI SICILIA: «IDENTIFICARE I CORPI E DARE RISPOSTE ALLE FAMIGLIE» Mem.Med, ASGI, Mediterranea e Alarm Phone hanno inviato formale richiesta alle autorità italiane Redazione 21 Febbraio 2026 Ma il rischio è che questa indignazione si dissolva con il tempo, proprio come succede per altri drammi meno visibili. Negli ultimi mesi, nuove stragi si sono registrate ancora al largo della Libia: almeno 53 persone morte, tra cui neonati, in un altro naufragio che evidenzia quanto pericolose siano le rotte, anche quando manca un sistema di ricerca e soccorso efficace e coordinato. PERCHÉ RICORDARE FA PARTE DELL’OGGI La memoria non è un rito vacuo: è uno strumento politico. La Marcha por la Dignidad (nome ufficiale della marcia a Ceuta anche se a volte erroneamente ci si riferisce ad essa come Marcha del Tarajal) non si limita a commemorare il 6 febbraio 2014, ma lo collega all’attualità delle frontiere europee che continuano a uccidere e far sparire persone in movimento. Richiamare quei nomi è un modo per rifiutare la normalizzazione delle morti in frontiera. Nell’ambito delle frontiere iberiche, anche il 2026 è già stato segnato da respingimenti e violenze in frontiera, e da numerose morti: a Ceuta hanno già perso la vita 36 minori e adolescenti nell’intento di entrare nuotando nel mare. Inoltre, le espulsioni collettive dalla Spagna verso il Marocco, spesso operate in piena notte e senza garanzie procedurali, sollevano preoccupazioni sulle violazioni delle norme internazionali. Rapporti e dossier/Confini e frontiere  «RESISTERE AD UN ALTRO ANNO DI MASSACRO NEL MEDITERRANEO»  Il rapporto sul 2025 di Memoria Mediterranea Maria Giuliana Lo Piccolo 9 Febbraio 2026 LA SITUAZIONE OGGI A CEUTA La doppia barriera metallica che separa Ceuta dal Marocco è sempre più alta, sempre più sorvegliata. Telecamere, sensori, pattugliamenti congiunti rafforzano un confine che non è naturale, ma costruito. Le persone intercettate prima di raggiungere la barriera subiscono spesso violenze e abusi da parte della polizia marocchina e poi messi in grandi autobus che li abbandonano nel sud del Marocco o nel deserto del Sahara. Chi invece riesce a raggiungere il suolo spagnolo rischia sempre di essere respinto con procedure sommarie che spesso ignorano il diritto di chiedere protezione internazionale. I minori stranieri non accompagnati presenti nell’enclave vivono in uno stato di precarietà strutturale: in molti casi senza accesso adeguato a istruzione, alloggi decenti o assistenza legale. Tutti i centri di prima accoglienza, tanto per adulti che per minori, sono sovraffollati con centri, con picchi del 300% dello spazio consentito. PH: Greta Cassanelli/NO NAME KITCHEN IL LAVORO DI UNA NNK A CEUTA: 24/7 IN FRONTIERA Come NNK siamo arrivate ufficialmente a Ceuta nel febbraio 2021, un anno dopo la chiusura della frontiera tra Ceuta e Marocco. Dopo un’analisi iniziale dei bisogni, l’entrata massiva di persone nel maggio 2021 ha reso evidente la necessità di una presenza stabile a lungo termine. Ceuta, insieme a Melilla, rappresenta l’unica frontiera terrestre tra Africa ed Europa ed è un punto chiave nella gestione dei flussi migratori. In questo contesto, come NNK osserviamo da anni numerose forme di violenza contro le persone migranti – fisica, psicologica e amministrativa – che continuiamo a denunciare pubblicamente 3. Molte persone, inclusi minori, rischiano la vita per lasciare Ceuta con la pratica del “risky”, nascondendosi sotto i camion diretti ai traghetti o tentando la traversata in barca. Il lavoro in frontiera è mutevole e ciò che accade a Ceuta spesso rimane invisibile. Per questo cerchiamo di creare spazi sicuri, offriamo assistenza umanitaria e supporto legale, raccogliamo testimonianze e documentiamo le violazioni dei diritti umani. Molte persone migranti, soprattutto minori, vivono in strada. Alcune non vogliono entrare nei centri di accoglienza per mancanza di fiducia nelle autorità, per le condizioni disastrose di questi centri e per gli abusi subiti da parte del personale; altri desiderano raggiungere rapidamente la Penisola per lavorare o riunirsi alla famiglia. A Ceuta il team NNK opera per accompagnare le persone, coprire i bisogni di base nei limiti delle proprie possibilità e denunciare le violazioni in atto. Inoltre, a Ceuta, grazie alla presenza costante di un team legale, lottiamo anche con dei litigi strategici: lavorare su dei casi legali specifici con l’obiettivo non solo di risolvere la singola disputa, ma di creare un precedente per ottenere un cambiamento strutturale. Nel 2025, assieme a SJM e Coordinadora de Barrio abbiamo vinto un importante caso davanti al TSJA (Tribunal Superior de Justicia de Andalucia) con il giudice che ha dichiarato che i respingimenti in mare sono illegali. GUARDARE AVANTI: MEMORIA E LOTTA Collegare il Tarajal alle stragi di Cutro e alle continue morti nel Mediterraneo non è un semplice esercizio narrativo. È un modo per far emergere un filo rosso: le frontiere uccidono, nonostante slogan e politiche che si presentano come “umanitarie” o “di ordine pubblico”. Collegare tutto ciò e ribadire l’impegno quotidiano di tante e tanti singoli e Associazione e Collettivi è la maniera di portare avanti la memoria e di lottare nel quotidiano. Ogni barriera più alta, ogni pattugliamento intensificato, ogni accordo di esternalizzazione con Paesi terzi spinge le rotte verso percorsi più lunghi, più pericolosi, più mortali. I momenti di ricordo – come la Marcha por la Dignidad – sono fondamentali, ma non possono restare rituali senza domande politiche. Aprire canali legali e sicuri, garantire sistemi di ricerca e soccorso efficaci, denunciare i respingimenti collettivi, costruire reti di accoglienza dignitose sono scelte non solo possibili ma urgenti. 1. Non dimenticheremo. Di ritorno da Crotone, Redazione Melting Pot (15 marzo 2023) ↩︎ 2. Cutro, ricostruite le 3 ore fatali prima della strage, Il Manifesto (18 febbraio 2026) ↩︎ 3. Si veda il progetto Burorrepression ↩︎
Naufragi nel Canale di Sicilia: «Identificare i corpi e dare risposte alle famiglie»
Dopo i naufragi avvenuti tra il 14 e il 21 gennaio 2026 nel Canale di Sicilia, in coincidenza con il passaggio del ciclone “Harry”, Mem.Med – Memoria Mediterranea, ASGI, Mediterranea Saving Humans e Alarm Phone hanno inviato formali comunicazioni alle autorità italiane 1 per sollecitare interventi urgenti sulle operazioni di identificazione dei corpi riaffiorati lungo le coste e la necessità di garantire procedure rigorose per restituire le vittime alle famiglie. Secondo quanto ricostruito dalle organizzazioni Refugees in Libya-Tunisia, Mediterranea e Alarm Phone, nel mese di gennaio centinaia di persone sono partite dalla Tunisia, in particolare da Sfax, nel tentativo di attraversare il Mediterraneo centrale. Le partenze si sono concentrate proprio nei giorni in cui il ciclone “Harry” ha reso estremamente difficili le condizioni in mare, compromettendo le rotte e aumentando il rischio di naufragi. Le organizzazioni stimano che «sarebbero state oltre dieci le imbarcazioni partite in quel periodo», per un totale di almeno mille dispersi. Notizie CICLONE HARRY: FORSE 1.000 LE PERSONE DISPERSE IN MARE Refugees in Libya - Tunisia e Mediterranea: silenzio e inazione di Italia e Malta Redazione 2 Febbraio 2026 Ad oggi, solo una di queste imbarcazioni sarebbe riuscita a raggiungere Lampedusa, mentre delle altre non si hanno notizie certe. Nelle settimane successive, alcuni corpi sono stati recuperati: uno dalla nave Ocean Viking, altri lungo le coste siciliane – tra Trapani, Marsala e Pantelleria – e calabresi, nei territori di Tropea, Amantea, Scalea e Paola. Si teme che nei prossimi giorni possano emergere ulteriori salme, spesso in condizioni tali da rendere difficile il riconoscimento. Le associazioni riferiscono anche di aver ricevuto numerose segnalazioni da parte di familiari alla ricerca dei propri cari dispersi. In questo contesto, Mem.Med ha già attivato canali legali per chiedere alle autorità competenti verifiche puntuali sulle salme rinvenute. Al centro delle richieste c’è il rispetto dei protocolli per il prelievo e la comparazione del DNA, oltre alla tracciabilità certa delle sepolture. L’obiettivo è garantire alle famiglie il diritto di conoscere la sorte dei propri congiunti. «Al fine di restituire un’identità ed una storia alle persone scomparse e dare risposte certe alle famiglie in attesa abbiamo sollecitato l’adozione di procedure rigorose e coordinate», dichiarano le organizzazioni, chiedendo che tutte le operazioni siano svolte «con tempestività e nel pieno rispetto dei protocolli previsti». Nel comunicato viene sottolineato come il riconoscimento delle vittime non sia solo un passaggio tecnico, ma un principio fondamentale di civiltà giuridica: «Ribadiamo che il riconoscimento ufficiale è un atto di civiltà giuridica dovuto a chiunque perda la vita attraversando le frontiere». Le organizzazioni insistono quindi sulla necessità di un intervento immediato e coordinato da parte delle autorità nazionali e locali, affinché sia possibile identificare il maggior numero possibile di corpi e restituirli alle famiglie, interrompendo almeno in parte l’incertezza che accompagna queste tragedie. 1. Le lettere inviate: – alle autorità nazionali e di Siracusa – alle autorità di Trapani – alle autorità calabresi ↩︎