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Criminalizzazione, rotte migratorie e accordi di cooperazione alla frontiera euro-africana occidentale
Nel 2025 il Mediterraneo e le rotte atlantiche verso la Spagna si confermano tra i confini più letali d’Europa. Secondo i dati raccolti dall’organizzazione Caminando Fronteras, tra gennaio e metà dicembre, almeno 3.090 persone hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere il territorio spagnolo via mare. Numeri drammatici, contenuti nel rapporto “Derecho a la Vida 2025” , pubblicato il 29 dicembre: tra le vittime si contano 192 donne e 437 bambini. Un bilancio che riaccende l’attenzione sulle politiche migratorie, sulle operazioni di soccorso e sul diritto alla vita lungo una delle rotte più pericolose al mondo. Caminando Fronteras registra
Tunisia: il nesso tra tecnologia e controllo delle frontiere
L’Unione Europea ha firmato nel 2023 un Memorandum d’intesa con la Tunisia, definita “paese terzo sicuro” , una classificazione che non riflette la realtà, come denunciato da numerose organizzazioni della società civile, tra cui Amnesty International . Questa designazione alimenta l’agenda europea di esternalizzazione delle frontiere nonché legittima i respingimenti nel Mediterraneo. Come si legge nel policy paper del Forum tunisino per i diritti economici e sociali (FTDES) di ottobre, a ciò si aggiunge un costante flusso di investimenti economici e materiali provenienti dal Ministero dell’Interno italiano e dall’UE per rafforzare la repressione delle persone in movimento. In questo contesto
Dare i numeri sulla Libia
A partire dall’ultimo Displacement Tracking Matrix (DTM) – Round 59 dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni , si propone una lettura critica dei numeri utilizzati per descrivere la presenza migrante in Libia. In un contesto segnato da violenze sistematiche, frammentazione istituzionale e accesso umanitario ridotto, la produzione stessa dei dati e la loro lettura è fondamentale perché propone una lettura della realtà. Ma se molte persone restano fuori da ogni rilevazione perché intercettate, detenute arbitrariamente, intrappolate in circuiti informali di sfruttamento o costrette a una mobilità continua cosa raccontano le cifre? E ancora: l’assenza strutturale di dati è neutra? I numeri, indispensabili,
“Corpi, diritti e memorie in lotta”
Cosa succede nel Sud Italia quando viene rinvenuto il corpo di una persona migrante? Come si procede ad identificarlo e ad avvertire la famiglia? Crediti fotografici: Silvia Di Meo; Valentina Delli Gatti Queste sono le due domande fondamentali al centro dell’ultimo rapporto di Memoria Mediterranea (MEM.MED) 1 e Clinica Legale Diritti Umani (CLEDU) di Palermo, “Corpi, diritti e memorie in lotta” 2. Prima di approfondire la questione, però, è opportuno fare un breve punto della situazione sulle politiche migratorie europee e, in particolare, italiane.  Iniziamo da un dato: dal 2014, secondo l’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni, almeno 33.220 persone sono morte o risultano disperse nel tentativo di raggiungere la riva nord del Mediterraneo 3. L’Unione Europea, con l’Italia in prima linea, continua a incrementare la collaborazione con Paesi terzi, innanzitutto Tunisia e Libia, garantendo ingenti finanziamenti per impedire alle persone migranti di spostarsi, nonostante ci siano prove di abusi e violazioni dei diritti umani in entrambi gli Stati. L’inchiesta “State Trafficking” 4, ad esempio, ha dimostrato che le forze militari tunisine sono coinvolte nelle espulsioni forzate verso la Libia, oltre che nella vendita di persone migranti ai corpi armati libici. Come se ciò non bastasse, a febbraio 2025 sono state ritrovate due fosse comuni in Libia, contenenti molti corpi di persone migranti, alcuni con segni di ferite da arma da fuoco 5.  Spostandoci al confine sud-orientale dell’Europa, è l’Albania a ricevere maggiori attenzioni. Nel novembre 2023, infatti, i presidenti dei rispettivi esecutivi, Giorgia Meloni e Edi Rama, hanno concordato un patto per il rafforzamento della collaborazione in materia migratoria, poi ratificato dal Senato italiano il 15 febbraio 2024 6. L’accordo prevede la possibilità per l’Italia di valutare domande di protezione internazionale su territorio albanese ma sotto la propria giurisdizione, tramite la detenzione delle persone migranti in dei CPR italiani situati sulle coste albanesi 7. Come sottolineano gli autori nel rapporto di MEM.MED e CLEDU:  «Questo protocollo è un altro tassello del sistema di violenza che uccide subdolamente: poco più di qualche settimana fa, il 19 maggio 2025, Hamid Badoui si è tolto la vita nel carcere di “Lorusso e Cotugno” a Torino. Il suo arrivo in carcere è stata l’ultima tappa di un ciclo infernale, che l’ha fatto passare prima nel CPR di Bari e poi in quello di Gjadër in Albania. […] Quello che viene definito sempre più spesso come “modello Albania” si rivela essere una macchina di oppressione, al quale altri leader della sfera internazionale vorrebbero ispirarsi, ma che ha conseguenze nefaste sulle vite di chi vi si ritrova intrappolato» 8. Le politiche migratorie si confermano, dunque, un “laboratorio per sperimentazioni normative a vocazione autoritaria” 9 e sono inserite in una narrazione più ampia di criminalizzazione che non riguarda solo le ONG, ma anche giornalisti, attivisti, comuni cittadini e, ovviamente, le persone migranti definite “illegali”. La colpevolizzazione esclusiva di queste ultime, inoltre, porta a una negazione delle responsabilità da parte degli Stati europei e, di conseguenza, a una negazione del problema in quanto tale.  Il rapporto di MEM.MED e CLEDU Palermo vuole essere «un diario di viaggio nelle pieghe concrete delle conseguenze di queste politiche» 10, coinvolgendo le famiglie dei migranti nelle ricerche dei propri parenti: «le loro testimonianze sono fondamentali: ci ricordano che dietro i numeri approssimativi prodotti dalle organizzazioni o dalle associazioni internazionali e nazionali, ci sono dei nomi, dei volti, delle storie, dei legami che non si spezzano con la morte o la sparizione. Anzi, queste famiglie non dimenticano, non possono dimenticare. L’oblio imposto dagli stati non è una possibilità plausibile. La creazione di nuove narrative, che specificano l’ingiustizia subita, contribuisce a formulare nuovi ricordi, nuovi modi di stare con e andare contro, insomma nuove memorie che abbracciano una dimensione collettiva, di rivendicazioni e di denuncia» 11.  Da settembre 2024 a maggio 2025 MEM.MED ha incontrato e fornito supporto a 82 famiglie di persone migranti scomparse e ha svolto attività di monitoraggio in Sicilia, Sardegna e Calabria per far luce su ciò che impedisce l’effettivo esercizio del diritto alla verità, all’identità, alla sepoltura e al lutto. La causa di ciò, oltre ad essere politica, riguarda un vero e proprio vuoto normativo nell’attuale ordinamento giuridico italiano: l’istanza di ricerca dei corpi dispersi e di identificazione delle salme non ha rango di diritto, si basa solo su mutevoli esigenze morali o religiose. Ciò si traduce, nel concreto, in una inadeguatezza del sistema burocratico che dovrebbe occuparsi della ricerca dei dispersi, dell’identificazione dei morti e del rimpatrio delle salme.  L’iter per la ricerca e l’identificazione di un corpo, infatti, è un percorso lungo e difficile, il cui peso ricade quasi interamente sulle famiglie, e costituisce un’altra forma di violenza 12. Il rapporto mostra quello che definisce un «regime della morte e della dimenticanza nel Mediterraneo» 13, in cui la gestione delle salme ricopre un ruolo fondamentale, e ricostruisce il percorso che segue il trattamento dei corpi di persone decedute in mare prendendo in considerazione diversi momenti: il soccorso, il recupero e lo sbarco, la raccolta e analisi dati, l’identificazione, il trasferimento e la sepoltura, il rimpatrio.  L’assenza di un quadro normativo chiaro si riflette innanzitutto nell’insufficienza delle risorse messe a disposizione per la ricerca e il recupero dei corpi, ma anche nel momento dell’identificazione, dato che non esiste un sistema di raccolta dati centralizzato e uniformato. La raccolta e la gestione dei dati biologici, al contrario, avvengono in modo frammentato, con prassi diverse in base a territori diversi, senza alcun coordinamento strutturale, rendendo molto difficile l’applicazione dell’identificazione forense dei corpi. Non esistono nemmeno procedure uniformi per la conservazione degli effetti personali ritrovati, che insieme ai dati biologici potrebbero essere necessari per un successivo riconoscimento. Quest’ultimo, invece, avviene principalmente tramite l’identificazione visiva da parte di un parente, qualora si trovi sul luogo, o tramite riconoscimento fotografico e, più raramente, tramite procedure di identificazione a distanza con videochiamata. Qualora le salme non vengano identificate, la situazione si complica ed emergono altri elementi problematici, tra cui assenza di tracciabilità, documentazione incompleta, competenze istituzionali confuse e mancanza di rispetto dell’identità religiosa delle persone decedute. Non c’è, infatti, una mappatura sistematica dei luoghi di sepoltura e il rispetto dei riti funebri non è garantito, soprattutto per quanto riguarda il rito musulmano. Come sottolineano le autrici, «la questione religiosa legata al trattamento e alla cura dei corpi delle persone decedute lungo le rotte migratorie è raramente presa in considerazione, e questa lacuna costituisce un’ulteriore forma di violenza».   Per quanto riguarda il rimpatrio, infine, la legge italiana prevede una serie di procedure che variano a seconda del Paese in questione, ma non esistono visti specifici che permettano ai familiari di recarsi nel luogo in cui si trovano le salme dei propri cari, e il visto turistico spesso non è sufficiente, dato il tempo richiesto da questo tipo di procedure. Inoltre, non viene fornita alcuna assistenza finanziaria alle famiglie da parte del Governo italiano e ciò aggiunge, agli ostacoli di natura politica e burocratica, anche quelli di natura economica, negando alle famiglie il diritto al lutto e alla memoria.  Se la violenza che colpisce innanzitutto chi cerca di attraversare i confini è lampante, nonostante il tentativo degli Stati di nasconderla, quella che colpisce le famiglie non è neanche presa in considerazione da questi ultimi, che vedono i migranti solo come numeri, invasori, nemici contro cui combattere per la sicurezza delle proprie popolazioni. Ma, come evidenziano MEM.MED e CLEDU, la morte alle frontiere e questo secondo tipo di violenza, meno immediata, hanno tuttavia degli effetti molto concreti e delle implicazioni significative sulle famiglie e sulle comunità di provenienza: «per ogni salma ritrovata sulle rive europee, c’è una famiglia che vive un’assenza incompresa. Per ogni corpo disperso in mare, c’è una famiglia che vive nel dubbio, nell’attesa, nella speranza di conoscere il destino del proprio caro» 14.  Dato che la maggioranza dei corpi non viene trovata o rimane non identificata, le famiglie che cercano i loro cari vivono una condizione particolare, che la psicologa Pauline Boss definisce di “perdita ambigua” 15, ovvero un tipo di perdita che non è chiara, non ha una conclusione e non permette un normale processo di lutto. È considerata una delle forme di perdita più stressanti e disfunzionali, perché manca la certezza necessaria per elaborare il dolore e “chiudere” l’esperienza. La perdita ambigua porta, infatti, alla mancanza di rituali (non c’è un funerale, né un momento di fine), a una sospensione emotiva (non si sa se “lasciare andare” o continuare ad aspettare) e a stress cronico (perché la situazione rimane irrisolta). In questa situazione, le famiglie sono abbandonate dalle istituzioni dei loro paesi d’origine e ignorate nel paese di destinazioni; si scontrano con «l’impassibile trascuratezza» 16 del sistema che gestisce le vite e le morti dei loro cari, senza riuscire a trovare un responsabile 17.  Secondo le autrici, siamo di fronte a una «strategia della dispersione della morte e dei corpi» 18 volta a evitare che le morti dei migranti acquistino troppa visibilità mediatica, estromettendo e silenziando il ruolo e le rivendicazioni delle famiglie. Il caso di Roccella Ionica 19, infatti, ha dimostrato come la dispersione dei corpi delle vittime in più ospedali e in più cimiteri abbia reso difficile un contatto diretto tra famiglie, associazioni, avvocati, facendo sì che, rispetto al caso di Cutro 20, la capacità di questi attori di essere visibili e incisivi nelle loro richieste è stata notevolmente ridotta. Rapporti e dossier NAUFRAGIO MAR IONIO, 17.6.2024. I MORTI INVISIBILIZZATI E IL SILENZIO DELLE ISTITUZIONI Un report da Roccella Jonica di Mem.Med (Memoria Mediterranea) Mem.Med 26 Giugno 2024 Il rapporto insiste, dunque, sulla necessità di far fronte a questo vuoto normativo con una proposta concreta che possa regolamentare e standardizzare procedure e modalità di intervento nei casi di morte in contesto migratorio, permettendo alle famiglie e alle comunità di appartenenza il pieno esercizio dei loro diritti. Combattere questo processo di invisibilizzazione è di primaria importanza, perché esso consente la normalizzazione di quelle morti, conducendo a una forma di assuefazione dell’opinione pubblica che rende il morire nel tentativo di attraversare i confini una conseguenza normale, accettabile e perfino prevedibile, la cui colpa viene spesso fatta ricadere sulle persone che hanno deciso di intraprendere il viaggio. Il rapporto evidenzia, quindi, il modo in cui «una narrazione umanitario-securitaria, insieme a una retorica criminalizzante, costituisce l’impalcatura ideologica e discorsiva che sostiene e legittima questo sistema di morte. Quando affiorano sulle coste meridionali italiane, accade che i corpi vengano spesso sepolti senza nome 21, sparsi tra i cimiteri. Queste vite si perdono una seconda volta nell’anonimato: alla morte fisica si aggiunge quella sociale e storica» 22. Contro questo lavoro di morte e invisibilizzazione, le testimonianze e la resistenza delle famiglie, affiancate dal lavoro di associazioni come MEM.MED e CLEDU, risultano ogni giorno necessarie e fondamentali per rivendicare giustizia a nome di coloro che non possono più farlo e per tentare di sovvertire, se non le relazioni di potere in quanto tali, almeno le narrazioni dominanti che costituiscono l’immaginario occidentale delle migrazioni.   1. La tag di Mem.Med su Melting Pot ↩︎ 2. Consulta il rapporto ↩︎ 3. Mediterranean | Missing Migrants Project (aggiornato al 22/12/2025) ↩︎ 4. Consulta il rapporto ↩︎ 5. IOM Deeply Alarmed by Mass Graves Found in Libya, Urges Action | International Organization for Migration ↩︎ 6. Protocollo di collaborazione Italia – Albania ↩︎ 7. I centri di permanenza per il rimpatrio (CPR), istituiti in Italia nel 1998, sono strutture di detenzione amministrativa nelle quali le persone migranti vengono trattenute per un tempo massimo che, dal 2023, può arrivare fino a 18 mesi cfr. L’Italia dei CPR: luoghi senza tempo, corpi senza giustizia – Memoria Mediterranea. Si veda anche Il Viminale vuole nascondere a tutti i costi che cosa succede nel Cpr di Gjadër in Albania (Altreconomia, 23 dicembre 2025) ↩︎ 8. “Corpi, diritti e memorie in lotta”, pag.8 ↩︎ 9. Decreto legge 37/2025: un laboratorio autoritario delle politiche migratorie – Asgi ↩︎ 10. “Corpi, diritti e memorie in lotta”, pag.6 ↩︎ 11. Ivi, p. 51. ↩︎ 12. Ivi, p. 20. ↩︎ 13. Ivi, p. 35. ↩︎ 14. Ivi, p. 44. ↩︎ 15. P. Boss, Ambiguous Loss: Learning to Live with Unresolved Grief, Harvard University Press, 2000 ↩︎ 16. “Corpi, diritti e memorie in lotta”, pag.46 ↩︎ 17. Appello alle istituzioni da parte di madri, sorelle e familiari di persone morte o disperse ai confini, Memoria Mediterranea (ottobre 2025) ↩︎ 18. Ivi, p. 51. ↩︎ 19. Tra il 16 e il 17 giugno 2024 un’imbarcazione partita dalle coste dal porto di Bodrum in Turchia con circa 67 persone a bordo (di cui 26 minori) è naufragata a circa 120 miglia dalle coste della Calabria. Leggi il report: Un anno dalla strage di Roccella – la stessa Memoria per verità e giustizia, Memoria Mediterranea (17 giugno 2025) ↩︎ 20. Il naufragio è avvenuto il 26 febbraio 2023 in provincia di Crotone. Partite dalla Turchia, ma provenienti da Afghanistan, Pakistan, Iran, Palestina, almeno 94 persone sono morte e decine scomparse ↩︎ 21. Dare un nome alle vittime della migrazione recuperate nel Mediterraneo centrale. La richiesta delle Ong per restituire dignità ai morti e conforto ai loro cari ↩︎ 22. “Corpi, diritti e memorie in lotta”, pag.54 ↩︎
«Il diritto allo studio contro ogni frontiera»
Studiare, per migliaia di giovani provenienti da contesti di guerra e crisi, non è solo una scelta formativa ma «un atto di resistenza». È da questa consapevolezza che nasce il rapporto annuale 2024-2025 di Yalla Study Project 1, un progetto promosso dal Forum per Cambiare l’Ordine delle Cose, che documenta le attività annuali del servizio e le barriere sistemiche all’accesso all’istruzione universitaria in Italia per studenti e studentesse provenienti da Siria, Palestina, Libano, Africa subsahariana e Asia. Scarica il rapporto completo Nei contesti di conflitto la crisi educativa è devastante. In Siria oltre 2,4 milioni di bambini sono fuori dalla scuola e più di 7.000 edifici scolastici sono stati distrutti; in Palestina, nella Striscia di Gaza, «il 100% delle università è stato annientato dai bombardamenti» e più di 625.000 studenti hanno perso l’intero anno scolastico. In Libano, i rifugiati palestinesi restano esclusi dall’istruzione secondaria e universitaria a causa di «barriere strutturali, economiche e legali» che alimentano abbandono scolastico e lavoro minorile. Non a caso, ricorda il report, «meno del 6% dei rifugiati nel mondo ha accesso all’università». Il rapporto è il risultato di un anno di accompagnamento legale e sociale: oltre 200 richieste di supporto raccolte tra novembre 2024 e il 2025, 212 persone assistite, 62 casi seguiti legalmente e 16 ricorsi contro rigetti di visto giudicati illegittimi. Un lavoro che parte dal principio che «l’istruzione è un diritto inalienabile», sancito dall’articolo 26 della Dichiarazione universale dei diritti umani, ma ancora oggi negato a intere generazioni. In questo quadro globale, l’Italia secondo Yalla Study appare marginale e miope. Le borse di studio MAECI – circa 5 milioni di euro l’anno per 480 posti – risultano fortemente squilibrate: solo 23 borse alla Siria, 12 alla Palestina e 127 all’intera Africa subsahariana, mentre Cina e India ne ricevono 60 ciascuna. Una sproporzione che il rapporto mette in relazione con le scelte di spesa pubblica: «le risorse destinate alle missioni militari all’estero superano di quattro volte quelle investite nella cooperazione educativa». Un capitolo centrale del report riguarda il sistema dei visti, definito «arbitrario e discriminatorio». I rigetti monitorati da Yalla Study si fondano spesso su «motivazioni standardizzate e prive di personalizzazione»: presunta insufficienza economica, dubbi sull’intenzione di rientro, incoerenza del percorso di studi o assenza di certificazioni linguistiche già valutate dalle università. Prassi che, secondo il dossier, violano la normativa vigente e trasformano il diritto allo studio in «un privilegio per pochi». Accanto alla denuncia, il rapporto racconta anche le risposte dal basso. In particolare, la mobilitazione della società civile italiana in sostegno agli studenti e alle studentesse palestinesi ha dato vita a reti di solidarietà, tutoraggio e accoglienza, capaci di trasformare l’indignazione in percorsi concreti di studio. Emblematico il caso di tre studentesse di Gaza ammesse all’Università di Siena: grazie a un ricorso promosso da Yalla Study, il TAR del Lazio ha imposto procedure consolari flessibili, riconoscendo che «in contesti di guerra le regole ordinarie non possono diventare ostacoli insormontabili». Il report si chiude con una serie di raccomandazioni: un osservatorio nazionale sui visti per studio, più borse di studio umanitarie, criteri economici contestualizzati, canali educativi permanenti per Palestina e Siria, e un maggiore coinvolgimento delle università. Perché, come ribadisce Yalla Study, «difendere il diritto allo studio significa difendere il diritto al futuro». 1. Scarica il rapporto completo ↩︎
Vite sacrificabili
GIOVANNA VACCARO 1 No Name Kitchen (NNK) è un movimento indipendente senza scopo di lucro che documenta e monitora la violenza alle frontiere esercitata dalla polizia e dai funzionari statali. Fondata nel 2017, l’organizzazione lavora in stretta collaborazione con le comunità colpite per raccogliere testimonianze e denunciare violazioni dei diritti umani. NNK opera a Ceuta dal febbraio 2021. Il titolo del report, pubblicato nel settembre del 2025, la cui traduzione in italiano è «Vite sacrificabili: la sofferenza dei migranti sotto le politiche UE-Marocco» 2 chiarisce fin da subito il suo contenuto. «Questo rapporto» – si spiega nell’introduzione – «intende denunciare l’impatto degli accordi strategici di esternalizzazione sulla vita dei migranti: l’esclusione, la violenza, la precarietà forzata e le morti per le quali il governo spagnolo continua a pagare milioni. Le testimonianze incluse in questo rapporto provengono dal progetto Bloody Borders, un database aperto e collaborativo che monitora la violenza alle frontiere». L’analisi si concentra sulla relazione tra le politiche migratorie europee e spagnole, i lauti finanziamenti che ne derivano a favore del Marocco, la messa a sistema della violazione dei diritti fondamentali e della violenza come elementi delle politiche di esternalizzazione e il diretto impatto che tutto questo ha sulla vita delle persone migranti che tentano di attraversare la frontiera a sud della Spagna e dell’Europa, rimanendo bloccate per mesi ed anni. Nello specifico, nel report viene analizzato quanto accade a Ceuta e Melilla evidenziando come le due enclavi spagnole siano diventate il fulcro della politica di contenimento migratorio dell’UE; rappresentando così il punto di partenza della politica di esternalizzazione verso il Marocco. Nell’analisi del contesto di tali politiche viene sottolineata, alla stregua di quanto già segnalato da Statewatch nel 2019 relativamente ai finanziamenti al Regno del Marocco da parte dell’UE e della Spagna, la difficoltà di rilevare e monitorare l’assegnazione delle spese destinate alle politiche di esternalizzazione delle frontiere 3. Le ragioni sono riconducibili sia alla molteplicità degli attori attraverso cui passano i fondi, sia alla difficoltà di tracciamento, poiché, ad esempio, anche nelle sintesi del Consiglio Europeo le indicazioni delle spese assegnate per il controllo delle frontiere non vengono distinte da quelle indirizzate ai “fondi per lo sviluppo”. In poche pagine, il report mette, dunque, in evidenza la condivisione di responsabilità tra UE, Spagna e il Marocco, partner chiave nelle politiche migratorie; nella determinazione di quello che viene definito un “regime necropolitico” che controlla la vita e la morte delle persone migranti attraverso: respingimenti a caldo, torture, trattamenti inumani e degradanti, detenzioni arbitrarie, esclusione, abusi razziali, deportazioni nel deserto del Sahara. Tutte pratiche, a cui non vengono risparmiati neanche i minori. È, inoltre, messa in luce la pericolosità dei trasferimenti delle persone in diverse città del Marocco che le allontanano dalla giurisdizione di frontiera. Anche a questo proposito vengono riportate alcune testimonianze di violenze e violazioni raccolte nell’ambito del progetto Bloody Borders. È un progetto indipendente che raccoglie testimonianze dirette di persone che hanno subito respinti illegali (pushbacks) e violenze alle frontiere europee, con l’obiettivo di portare alla luce queste pratiche, chiedere responsabilità legali e politiche, e promuovere politiche migratorie più umane e sicure. Infine, il report sottolinea come tali relazioni e finanziamenti rischino “anche di rafforzare regimi non democratici e paramilitari” e di aumentare “la dipendenza da attori non statali, aprendo la strada alla strumentalizzazione del movimento migratorio”; in quanto la creazione di vite ai margini, costrette a una precarietà forzata e al limitato accesso ai diritti e servizi essenziali, costantemente “pronte a saltare in qualsiasi momento”, risulta funzionale alla strumentalizzazione dei corpi, a fini politici. 1. Laureata in Scienze della Cooperazione Internazionale, dal 2010 mi occupo di migrazioni e politiche migratorie. Ho maturato esperienza nel settore sociale, lavorando sul monitoraggio istituzionale e indipendente del sistema di accoglienza e contribuendo con articoli e interventi pubblici. Attualmente mi dedico alla formazione tecnica per équipe di progetti sociali, alla sensibilizzazione della cittadinanza e alla formazione trasversale nell’ambito delle politiche attive per il lavoro ↩︎ 2. Consulta il rapporto ↩︎ 3. Aid, border security and EU-Morocco cooperation on migration control, StateWatch (Novembre 2019) ↩︎
I centri in Albania: uno spreco di soldi pubblici
Un dossier di 60 pagine è stato consegnato da ActionAid Italia alla Procura regionale della Corte dei conti del Lazio il 29 ottobre, chiedendo di valutare un possibile danno erariale legato al progetto dei centri di detenzione in Albania. Contestualmente, un’altra segnalazione è stata inviata all’Autorità Nazionale Anticorruzione: al centro, presunte irregolarità nell’appalto da 133 milioni di euro per la gestione delle strutture detentive. Un esposto che prova a mettere ordine nel caos amministrativo che ha segnato l’accordo tra Italia-Albania, definito una «deviazione di denaro pubblico verso attività giudicate illegittime dai tribunali italiani ed europei», e che oggi mostra i suoi conti: costi altissimi, strutture a mezzo servizio e norme piegate per tenere in vita il protocollo conosciuto anche come Meloni-Rama. Attraverso l’esposto l’organizzazione chiede di accertare: le responsabilità amministrativo-contabili per violazioni delle norme sulla gestione delle risorse pubbliche, la carenza di trasparenza negli affidamenti, l’utilizzo distorto di fondi pubblici e, infine, quanto la spesa sia inefficiente e sproporzionata rispetto ai risultati. La richiesta alla Corte dei conti è di verificare se si sia configurato un danno erariale. All’ANAC, invece, sono segnalate presunte irregolarità in un appalto che, secondo ActionAid, avrebbe richiesto una procedura più trasparente e aperta per la sua «rilevanza internazionale». LA STORIA DEI CENTRI E I COSTI TRIPLICATI La storia parte nel febbraio 2024: la legge che ratifica il Protocollo Italia-Albania stanzia 39,2 milioni di euro per allestire i due centri di Gjadër e Shëngjin. Passano dieci giorni e il Governo cambia rotta. Con il cosiddetto Decreto PNRR 2 la competenza passa alla Difesa, gli stanziamenti salgono a 65 milioni e il Genio militare assume la regia dell’operazione. Da allora – mostra la dettagliata ricostruzione di ActionAid – gli importi lievitano: la Difesa bandisce gare per 82 milioni, firma contratti per oltre 74 milioni, quasi tutti con affidamenti diretti, ed eroga 61 milioni in soli allestimenti. «Soldi pubblici sottratti alla salute, alla giustizia, al welfare e persino ai fondi per le emergenze» denuncia l’avvocato Antonello Ciervo, coordinatore del team legale composto da Giulia Crescini, Gennaro Santoro e Francesco Romeo che ha lavorato all’esposto. «Una distorsione ancora più grave, considerando l’illegittimità del modello dei centri albanesi». Mentre la macchina chiude contratti, i centri restano praticamente vuoti. Il confronto con l’Italia è utile a capire lo spreco di denaro pubblico: a Gjadër mantenere un posto per soli due mesi costa 1.500 euro, cioè quanto speso in un anno nel centro di trattenimento per richiedenti asilo di Modica, che ha ispirato la prima fase dell’esperimento albanese. E l’esperimento siciliano, ricorda ActionAid, aveva già mostrato fallimenti evidenti: «Nel 2023 a Modica non c’è stata alcuna convalida del trattenimento né alcun rimpatrio; nel 2024, tra Modica e Porto Empedocle, appena il 3% delle persone transitate è stato rimpatriato». Nonostante ciò, il Governo prosegue. «L’ostinazione nel tenere in vita un progetto inumano, inefficace e giuridicamente inconsistente» afferma Fabrizio Coresi di ActionAid «ha generato una perdita per l’erario che non può essere archiviata come un mero errore tecnico». LA NUOVA FASE: PORTATI IN ALBANIA, POI DI NUOVO IN ITALIA Da marzo 2025 si apre una fase della propaganda governativa: vengono trasferite forzatamente in Albania persone già trattenute in un CPR italiano. Dal punto di vista dell’impatto mediatico si vuole ricreare l’effetto violento delle deportazioni di Trump. Per quanto riguarda le spese i viaggi sono doppi e i costi raddoppiano. A fine 2024 il prezzo giornaliero per detenuto del CPR di Gjader è quasi tre volte quello di una struttura detentiva italiana, mentre il 20% dei posti nei CPR italiani resta inutilizzato. Il “passaggio aggiuntivo” si traduce in un’esplosione di spese accessorie: missioni, logistica, straordinari. Solo per il vitto e l’alloggio delle forze dell’ordine, tra ottobre e dicembre 2024, l’Italia ha speso 105.616 euro al giorno, contro i 5.884 euro del CPR di Macomer. «Diciotto volte di più» calcola ActionAid. «Ventotto volte rispetto a Palazzo San Gervasio». Nel frattempo il penitenziario all’interno del centro di Gjader, mai utilizzato, è stato finanziato dal Ministero della Giustizia con quasi 2 milioni di euro. Il Ministero della Salute ha speso 1,2 milioni e autorizzato altri 4,8, ma gli uffici sanitari in Albania – l’Usmaf – risultano «deserti da marzo 2025». La cosiddetta “commissione vulnerabilità”, prevista per valutare i casi fragili, si riunisce solo da remoto e solo «in presenza di evidenze oggettive». Il diritto alla salute, denuncia l’organizzazione, «non è garantito nei fatti». La ricostruzione del rapporto “Il costo dell’eccezione. I centri in Albania” – primo focus del nuovo progetto Trattenuti, realizzato con l’Università di Bari 1 – mostra una contabilità sparsa tra decine di uffici, gare non coordinate, decreti ministeriali non pubblicati e continui cambi di competenza. Al centro c’è una domanda semplice: come vengono utilizzati i soldi pubblici? Secondo l’organizzazione, manca «una guida centrale nella gestione della spesa pubblica». Fondi pensati per emergenze o finalità diverse vengono spostati su un progetto più volte giudicato non conforme al diritto. A riprova, nel fondo predisposto dal Ministero dell’Interno rimangono disponibili quasi 300 milioni di euro tra il 2024 e il 2026: risorse destinate non solo all’Albania ma anche a CPR, CAS e cooperazione migratoria, confluite in un contenitore ampliato strada facendo. Le pronunce dei tribunali italiani e della Corte di giustizia UE, insieme alla recente decisione del Consiglio di Stato sulla tutela della salute nei CPR, tracciano un quadro che ActionAid definisce «incompatibile con il diritto».  Alla fine, quello che il governo si ostina a chiamare “modello Albania” si rivela per quello che è: un’operazione costosa che ha sottratto fondi da diversi ministeri (salute, istruzione, università) e, soprattutto, ha portato avanti l’idea che i diritti fondamentali delle persone migranti non siano nemmeno l’ultimo pensiero dell’ingranaggio. «Un progetto tenuto in vita a ogni costo, anche quando fatti, numeri e giudici dicevano il contrario. In questo quadro, non abbiamo fatto altro che seguire il denaro, come ha detto di fare la stessa presidente Giorgia Meloni lo scorso 23 giugno alla camera nel contrasto all’immigrazione irregolare. Farlo ci ha portato proprio al governo e a politiche inumane, estremamente critiche da un punto di vista legale e completamente irrazionali da un punto di vista economico, con costi esorbitanti e ingiustificabili. Non si tratta solo di un uso spregiudicato delle risorse: è la duplicazione deliberata e cinica di un sistema inutile, inumano, oscuro e costoso», concludono gli autori del rapporto. Con il paradosso che più si vìolano i loro diritti, più il costo aumenta. E la nostra consapevolezza che il prezzo più alto, prima di tutto, lo pagano sempre le persone ingiustamente recluse, alle quali il micidiale sistema della detenzione amministrativa vuole negare tutto, perfino il diritto a essere trattate come esseri umani. 1. Scarica il rapporto completo ↩︎
“Nessuno ti sente quando urli”: il sistema di violenza contro le persone migranti in Tunisia
GIORGIO MARCACCIO 1 Il dossier “Nobody hears you when you scream” (Amnesty International, 2025) 2 presenta un quadro sconvolgente: la Tunisia non solo non protegge le persone migranti, ma costruisce attivamente un sistema di violenza contro di loro. Le testimonianze raccolte mostrano un modello coerente: intercettazioni brutali in mare, espulsioni nel deserto al confine con Libia e Algeria, detenzione arbitraria, abusi sessuali e tortura. Parallelamente lo Stato attacca organizzazioni e attiviste/i, escludendo ogni accesso all’asilo. Nonostante ciò, l’Unione Europea continua a finanziare la Tunisia con un Memorandum privo di garanzie sui diritti umani. L’indagine di Amnesty International, condotta tra febbraio 2023 e giugno 2025, ha esaminato le esperienze di rifugiati e migranti in Tunisia, concentrandosi su Tunisi, Sfax e Zarzis. Sono state intervistate 120 persone provenienti da diversi paesi africani e asiatici (92 erano uomini e 28 erano donne), tra cui Afghanistan, Algeria, Nigeria, Sudan, Yemen, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Congo, Costa d’Avorio, Repubblica Democratica del Congo, Gambia, Ghana, Guinea, Libia, Mali, Nigeria, Senegal, Sierra Leone, Sud Sudan 3. Nel novembre del 2025 Amnesty International ha pubblicato il rapporto “Nobody hears you when you scream”, che denuncia le condizioni disumane subite dalle persone migranti in Tunisia e mette in luce un sistema di discriminazione razziale e xenofoba rivolto soprattutto a uomini e donne dall’Africa subsahariana. Il rapporto ricostruisce in modo dettagliato un apparato repressivo che coinvolge istituzioni, forze dell’ordine e ampi settori della società civile, grazie a testimonianze dirette, missioni di indagine e dichiarazioni pubbliche di figure politiche, tra cui il presidente Kaïs Saïed. Uno dei temi centrali è la violazione sistematica e continua dei diritti umani: tortura, trattamenti inumani, detenzione arbitraria, uso eccessivo della forza durante intercettazioni in mare e sbarchi, espulsioni collettive e sommarie lungo il confine meridionale. Molte di queste violazioni sono attribuite alla National Guard, corpo dipendente dal Ministero dell’Interno, formalmente incaricato della protezione dei confini ma spesso coinvolto direttamente in violenze e abusi. > «Quando sono arrivato alla stazione di polizia, un poliziotto mi ha urlato > contro dicendo: “Voi neri create problemi” e un altro mi ha dato una > ginocchiata allo stomaco». > Milena, studentessa del Burkina Faso Parallelamente, si registra un clima politico apertamente razzista: dal febbraio 2023 il Presidente Saïed ha più volte evocato un presunto “complotto” dei migranti volto a cambiare la composizione demografica del Paese, alimentando ostilità e giustificando misure discriminatorie. Approfondimenti TUNISIA: IL CONFINE INVISIBILE D’EUROPA Il punto sulla situazione delle persone migranti tra detenzione e respingimenti Maria Giuliana Lo Piccolo 25 Novembre 2025 LA TUNISIA COME SNODO DELLA ROTTA MEDITERRANEA La Tunisia occupa una posizione strategica per le rotte migratorie provenienti dall’Africa subsahariana verso l’Europa. Le crisi politiche e umanitarie del continente spingono migliaia di persone a dirigersi verso il Nord Africa, spesso senza possibilità di proseguire immediatamente il viaggio, con il rischio di diventare irregolari sul territorio tunisino. Dal 2017, con gli accordi UE-Libia sul contenimento delle partenze, molte persone hanno iniziato a spostarsi irregolarmente dalla Libia alla Tunisia nella speranza di trovare una via più sicura verso l’Europa. Il fenomeno si è consolidato soprattutto dal 2020. Sul piano normativo, la Tunisia non ha sviluppato un sistema efficace di gestione dell’asilo: la Costituzione del 2022 garantisce il diritto d’asilo “secondo la legge”, ma la legge non esiste, creando così un vuoto che impedisce la protezione internazionale. Nonostante l’adozione nel 2018 di una legge avanzata contro discriminazione e razzismo, Amnesty documenta come essa rimanga largamente inapplicata. Le testimonianze raccolte mostrano come le persone africane siano sottoposte a violenze, estorsioni e arresti arbitrari motivati da profiling razziale. > «Hanno semplicemente detto: ‘Non vogliamo neri qui, tornate a casa vostra». > Adama, un giovane ivoriano DISCORSI PRESIDENZIALI E COSTRUZIONE DEL NEMICO INTERNO Uno degli elementi più forti del rapporto è la documentazione dell’impatto del discorso politico. Nel febbraio 2023 il presidente Kaïs Saïed parla pubblicamente di una “minaccia demografica” rappresentata dai migranti subsahariani, accusati di voler “modificare la composizione della popolazione tunisina”. Le parole alimentano un’ondata di xenofobia e violenza. Molti persone migranti raccontano che, subito dopo il discorso, i vicini hanno smesso di salutarli, proprietari di casa hanno annullato contratti d’affitto, tassisti hanno rifiutato di farli salire. > Una donna ivoriana testimonia: > «Dopo quel discorso, era come se tutti avessero ricevuto il permesso di farci > del male». Nessuna istituzione tunisina ha preso pubblicamente le distanze da questa retorica: al contrario, la sicurezza interna ha intensificato controlli, arresti ed espulsioni. 4 INTERCETTAZIONI IN MARE: MANOVRE PERICOLOSE, OPACITÀ ISTITUZIONALE Uno dei capitoli più gravi riguarda le intercettazioni dei migranti in mare, condotte con tattiche pericolose e violente. Da giugno 2024 la Tunisia ha smesso di diffondere i propri dati ufficiali e il 19 giugno 2024 ha notificato all’IMO (International Maritime Organization) l’istituzione di una vasta area SAR (SRR), che consente intercettazioni in una zona molto ampia. Le ONG documentano manovre aggressive come urti volontari, uso di cavi, spray urticanti, violenze fisiche e sequestri di motori. Tali pratiche violano la Convenzione internazionale sul salvataggio marittimo e il Protocollo ONU contro il traffico di migranti. > «Continuavano a colpire la nostra barca con lunghi bastoni con estremità > appuntite, l’hanno bucata… C’erano almeno due donne e tre bambini senza > giubbotti di salvataggio. Li abbiamo visti annegare…» > Céline, una donna camerunese Un ulteriore aspetto critico riguarda la mancata valutazione individuale delle persone in movimento: documenti e beni personali vengono spesso confiscati o distrutti, rendendo impossibile richiedere protezione internazionale. ESPULSIONI COLLETTIVE VERSO LIBIA E ALGERIA Sul fronte terrestre Amnesty documenta migliaia di espulsioni collettive verso Algeria e Libia dall’estate 2023 in avanti. Si tratta di pratiche che violano apertamente il principio di non-refoulement, cardine della Convenzione del 1951 sui rifugiati. Le espulsioni avvengono spesso tramite cooperazione – anche informale – con gruppi armati libici e algerini. Molte persone vengono portate in centri di detenzione illegali e sottoposte a violenze, perquisizioni degradanti e confisca dei documenti. In Algeria si verifica frequentemente il chain refoulement, con respingimenti ulteriori verso Niger o Mali. Il contesto libico è ancora più drammatico, segnato da violenze sistematiche riconosciute dalle Nazioni Unite. > «Avevo un visto valido, ma non ci hanno spiegato nulla né chiesto documenti di > identità… Ci hanno ammanettato con una corda nera e ci hanno messo su un > autobus che ci ha portato in Algeria. Ci hanno solo detto: “Non vogliamo neri > qui, tornate a casa vostra”». ABUSI SESSUALI E TORTURA COME STRUMENTI DI CONTROLLO Numerose donne raccontano di aver subito violenze sessuali da parte di membri della National Guard durante intercettazioni, detenzioni ed espulsioni. Si tratta di abusi che Amnesty classifica esplicitamente come tortura, vietata dalla Convenzione ONU del 1984 5. Anche uomini e minori riportano pestaggi, bruciature, scariche elettriche e violenze degradanti. La discriminazione razziale emerge come fattore strutturale in questi abusi 6. > «Mi hanno presa in tre. Uno mi teneva ferma, gli altri mi toccavano ovunque. > Ho urlato, ma ridevano». ATTACCO ALLE ONG E CHIUSURA DELLO SPAZIO CIVICO Di fronte alle accuse, il governo tunisino nega ogni responsabilità, ma parallelamente porta avanti una strategia di repressione verso ONG e difensori dei diritti umani. Dal maggio 2024 diverse organizzazioni locali e internazionali sono state ostacolate, alcune costrette a chiudere; membri di ONG partner dell’UNHCR sono stati arrestati. Il Presidente Saïed ha alimentato questa campagna definendo le organizzazioni “agenti stranieri” e “traditori”. La situazione è peggiorata quando il governo ha imposto la sospensione delle attività di registrazione dei richiedenti asilo svolte dall’UNHCR dal 2011. Migliaia di persone si sono ritrovate senza possibilità di accedere alla protezione internazionale. > Una volontaria tunisina riferisce: > «Ci trattano come criminali solo perché aiutiamo persone che stanno morendo». IL MEMORANDUM UE–TUNISIA: COOPERAZIONE SENZA TUTELE Il 16 luglio 2023 l’Unione Europea e la Tunisia hanno firmato un Memorandum d’intesa che prevede grandi investimenti europei per contrasto ai trafficanti, controllo dei confini e rimpatri. Secondo Amnesty, il Memorandum è privo di garanzie vincolanti sul rispetto dei diritti umani: non prevede soglie da rispettare né condizioni che limitino l’accesso ai fondi in caso di violazioni. La Tunisia non può essere considerata un “paese terzo sicuro”: non esiste un sistema d’asilo funzionante, il non-refoulement viene violato, e le istituzioni stesse sono responsabili di violenze strutturali contro le persone migranti 7. Il dossier di Amnesty descrive una realtà in cui la Tunisia costruisce un sistema istituzionale e operativo che mira non a gestire le migrazioni, ma a renderle impossibili, attraverso violenza, paura e abbandono. Il titolo del rapporto – Nessuno ti sente quando urli – non è una metafora: è la descrizione puntuale della condizione vissuta da migliaia di persone che, in Tunisia, non hanno alcuna protezione né possibilità di far valere i propri diritti. 1. Studente presso UniPD del corso di Scienze politiche, Relazioni internazionali e Diritti umani al terzo anno, sto svolgendo un tirocinio curricolare presso Melting Pot. Sono appassionato di attualità internazionale e storia delle relazioni internazionali, materia in cui sto scrivendo una tesi di laurea triennale. Ho un diploma di liceo classico ottenuto a Bergamo, e dal liceo in poi ho fatto attività di volontariato locale e in città ↩︎ 2. Tunisia: “Nobody hears you when you scream”: Dangerous shift in Tunisia’s migration policy ↩︎ 3. Metodologia del dossier a pag. 15 ↩︎ 4. Discorsi presidenziali e razzismo istituzionale a pag.25 del rapporto ↩︎ 5. Da pag. 62 del rapporto ↩︎ 6. Sexual violence and torture, da pag. 61 del dossier ↩︎ 7. Le conclusioni di Amnesty da pag. 82 ↩︎
Le politiche migratorie in Messico: tutela dei diritti o strumento di controllo?
Un recente rapporto analizza le politiche migratorie del Messico e il loro impatto sui diritti umani. Il Paese si trova a bilanciare la promozione di strategie dichiaratamente umanitarie con la pressione costante degli Stati Uniti a limitare il transito delle persone. La realtà mostra un quadro complesso, in cui misure repressive e restrizioni convivono con iniziative apparentemente umanitarie, sollevando dubbi sull’effettiva protezione delle persone in movimento. INTRODUZIONE Questo documento è stato redatto dal Global Detention Project 1, a cura di Matthew B. Flinn, professore di Studi internazionali e Sociologia presso la Georgia Southern University, e di Chris-Ortiz Gonzalez, laureato alla Maxwell School of Citizenship and Public Affairs della Syracuse University. Global Detention Project (GDP) è un centro di documentazione internazionale il cui scopo è porre fine alle pratiche arbitrarie e dannose di detenzione legate alla migrazione in tutto il mondo e a garantire il rispetto dei diritti umani fondamentali di tutti i migranti, i rifugiati e i richiedenti asilo. Il rapporto mira a indagare in che misura il Messico agisca come estensione delle politiche repressive anti-migratorie degli Stati Uniti, nonostante il discorso umanitario che il governo ha cercato di promuovere, soprattutto durante la presidenza di Andrés Manuel López Obrador (AMLO) tra il 2018 e il 2024. Oggi alla guida del Paese c’è Claudia Sheinbaum, espressione della stessa area politica. Nel maggio 2024 il governo ha presentato una nuova strategia sulla migrazione, definita come un approccio umanitario e basato sui diritti nella gestione della migrazione irregolare. Il fulcro di questa strategia è la creazione dei “Centri multiservizi per l’inclusione e lo sviluppo dei migranti e dei rifugiati” (Estrategia Mexicana de Movilidad Humana: un modelo único 2), concepiti per offrire un’ampia gamma di servizi di sostegno. Sebbene le autorità insistano sul fatto che tali centri non saranno utilizzati per la detenzione, la storia del controllo migratorio in Messico – in particolare il suo ruolo di esecutore delegato delle politiche statunitensi – alimenta legittimi dubbi e giustifica lo scetticismo. Quando Andrés Manuel López Obrador (AMLO) è stato eletto presidente nel 2018, ha dichiarato di voler adottare una politica migratoria incentrata sui diritti umani. In questa prospettiva, nel maggio 2024 la sua amministrazione ha presentato una nuova strategia sulla gestione della migrazione irregolare, descritta come un approccio umanitario e basato sui diritti. Il fulcro del piano è la creazione dei “Centri multiservizi per l’inclusione e lo sviluppo dei migranti e dei rifugiati”, strutture che dovrebbero offrire un’ampia gamma di servizi di sostegno. Tuttavia, sebbene le autorità assicurino che questi centri non avranno finalità detentive, la storia del controllo migratorio in Messico – e in particolare il suo ruolo di esecutore delegato delle politiche statunitensi – invita a un giusto scetticismo. Come mette in evidenza questo documento di lavoro, fin dagli anni ’80, sotto la pressione degli Stati Uniti a implementare politiche migratorie più rigide, il Messico ha spesso adottato un linguaggio eufemistico per presentare pratiche coercitive come umanitarie, finendo di fatto per occultare violazioni degli obblighi in materia di diritti umani. IL QUADRO STORICO Per comprendere al meglio le politiche migratorie della presidenza AMLO, è necessario disegnare un quadro storico-contestuale del rapporto tra Messico e Stati Uniti. Sin dagli anni 80’ il rapporto tra i due Paesi è diventato molto forte. Fu in questo periodo che il Messico iniziò ad attuare una serie di politiche neoliberiste sotto la presidenza di Carlos Salinas de Gortari (1988-1994). La sua amministrazione smantellò le politiche economiche stataliste fondate sull’industrializzazione per sostituzione delle importazioni, promuovendo invece riforme orientate al mercato e una maggiore integrazione nell’economia globale. Tra i cambiamenti più significativi vi fu l’incentivazione degli investimenti diretti esteri, in particolare attraverso l’espansione delle maquiladoras: stabilimenti di assemblaggio situati lungo il confine tra Messico e Stati Uniti, dove componenti importati venivano assemblati e riesportati. Successivamente, lo storico accordo NAFTA (1994) 3, firmato da Messico, Stati Uniti e Canada, si inserì nello stesso quadro teorico neoliberista. Tra i suoi principali obiettivi vi erano l’eliminazione delle barriere alle importazioni, la facilitazione della circolazione di beni e servizi tra i tre Paesi e la promozione di condizioni di leale concorrenza all’interno dell’area di libero scambio. Gli eventi dell’11 settembre sconvolsero poi molti equilibri, inaugurando la cosiddetta “guerra al terrore”, terreno propagandistico che accelerò il processo di securitizzazione negli Stati Uniti e spinse il dibattito sull’immigrazione e le politiche migratorie verso logiche di militarizzazione ed espulsione. Quando Felipe Calderón assunse la presidenza nel 2006, ribadì l’impegno del Messico a controllare la cosiddetta “immigrazione clandestina” lungo il confine meridionale del Paese. L’anno successivo, Stati Uniti e Messico lanciarono l’Iniziativa Mérida, un programma di cooperazione in materia di sicurezza volto a combattere la criminalità organizzata e rafforzare lo Stato di diritto. Tra il 2008 e il 2021, gli Stati Uniti stanziarono circa 3 miliardi di dollari nell’ambito di questa iniziativa, destinati alla riduzione della criminalità, allo sviluppo delle comunità e alla creazione di quello che veniva definito “un confine del XXI secolo” 4. TRA IDEOLOGIA E REALTÀ: LE POLITICHE DEL GOVERNO AMLO Le elezioni presidenziali messicane del 2018 hanno rappresentato la prima occasione in cui la questione migratoria è diventata un tema centrale nel dibattito elettorale. AMLO, che alla fine avrebbe vinto le elezioni, ha sottolineato la necessità di proteggere i cittadini centroamericani in transito nel Paese e di difendere i diritti umani delle persone migranti. Pur affrontando anche le esigenze dei migranti messicani negli Stati Uniti e la necessità di maggiori opportunità economiche in Messico, ha ribadito l’importanza di collaborare con il vicino settentrionale, piuttosto che limitarsi a svolgere il cosiddetto “lavoro sporco” 5. Oltre alla promozione di percorsi sicuri e legali basati sui diritti umani e sulle vie di ingresso legali, l’approccio “umanitario” del Messico ha anche posto l’accento sugli investimenti economici per combattere i fattori che spingono alla migrazione dall’America centrale. In questo contesto, l’amministrazione Obrador ha firmato il Piano di sviluppo globale per El Salvador, Guatemala, Honduras e Messico, volto a intervenire sulle cause profonde della migrazione e a ridurre i flussi verso il Messico meridionale. A titolo di esempio, il Messico si è impegnato a fornire a El Salvador 30 milioni di dollari per la creazione di posti di lavoro nel settore agricolo. Questo cambiamento di politica ha segnato il passaggio da un approccio centrato sull’applicazione della legge – spesso intrecciato con razzismo e xenofobia – a un modello di maggiore integrazione con l’America centrale, finalizzato a contrastare disuguaglianze, povertà e carenze di sviluppo. La nuova amministrazione ha inoltre iniziato a rilasciare un maggior numero di visti umanitari (Tarjeta de Visitante por Razones Humanitarias – TVRH 6). Secondo la legislazione messicana in materia di migrazione e rifugiati, le autorità competenti possono concedere questi visti a loro discrezione alle persone più vulnerabili, permettendo loro di circolare liberamente nel Paese e di lavorare legalmente per un periodo limitato. Il documento protegge i migranti dalla detenzione e dall’espulsione, offrendo al contempo la possibilità di percorrere rotte più sicure sul territorio nazionale. Il numero di visti umanitari rilasciati è aumentato costantemente, passando da 623 nel 2014 a 17.722 nel 2018, grazie sia all’incoraggiamento delle organizzazioni della società civile a richiedere tali visti, sia alle nuove iniziative promosse dall’amministrazione. Tuttavia, a fare da contraltare alla politica migratoria promossa dalla presidenza AMLO rimane l’indubbia dipendenza economica e politica del Messico dagli Stati Uniti. Dall’adesione al NAFTA, il principale partner commerciale del Messico è stato proprio il vicino settentrionale, con esportazioni e importazioni che oggi ammontano a circa 728,2 miliardi di dollari. Oggi, il 79,6% delle esportazioni messicane è destinato agli Stati Uniti 7. Tuttavia, il cedimento alle pressioni statunitensi contrasta con la posizione di AMLO sulla migrazione e con la retorica decoloniale che aveva caratterizzato la sua campagna presidenziale del 2018. Un’altra iniziativa significativa dei primi anni della presidenza AMLO, evidenziata nell’accordo congiunto con gli Stati Uniti, è stata il programma MPP, meglio noto come politica “Rimani in Messico”. Questa politica obbligava i richiedenti asilo a rimanere in Messico in attesa della decisione sulle loro domande. Di conseguenza, il Paese ha registrato l’afflusso di circa 71.000 richiedenti asilo rimandati al confine settentrionale, generando una crisi umanitaria in cui molti si sono trovati bloccati in condizioni pericolose, vulnerabili a estorsioni, rapimenti e stupri, e privi di accesso a servizi essenziali come assistenza sanitaria e istruzione 8. Questa politica ha anche comportato un accesso limitato all’assistenza legale e alla consulenza per i richiedenti asilo. Gli organismi internazionali hanno sollevato numerose preoccupazioni sulle condizioni all’interno dei centri di detenzione, rilevando che funzionari e agenti dell’immigrazione hanno avuto un ruolo significativo nelle violazioni dei diritti umani, con segnalazioni di torture e maltrattamenti ai danni dei detenuti. Nel 2024, il Comitato sui lavoratori migranti ha osservato che le autorità non hanno rispettato il limite di 36 ore di detenzione, che bambini e adolescenti continuano a essere trattenuti nei centri di detenzione e che queste strutture risultano prive dei servizi di base e regolarmente sovraffollate. Il comitato ha inoltre evidenziato l’assenza di azioni efficaci contro la corruzione e l’impunità, la discriminazione e la xenofobia, nonché la crescente militarizzazione del sistema migratorio 9. Il Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria ha inoltre osservato che i funzionari messicani, comprese le forze di sicurezza, continuano a estorcere tangenti ai migranti, che vengono poi detenuti se non le pagano. L’aumento dei controlli e della militarizzazione ha contribuito ad aumentare la violenza e le violazioni dei diritti umani nei confronti delle persone migranti. Alcuni esempi dei problemi segnalati dai gruppi della società civile e riportati nella tabella della Migrant Law Clinic dell’Università Iberoamericana includono: 10: * Al confine settentrionale, la Guardia Nazionale ha inseguito e arrestato con la forza i migranti che tentavano di attraversare il confine, agendo di fatto come una pattuglia di frontiera statunitense. * Al confine meridionale, la Guardia Nazionale ha usato manganelli, scudi, gas lacrimogeni, pietre e bastoni per picchiare i migranti nel tentativo di arrestarli. * Le operazioni di contenimento sono state condotte di notte con equipaggiamento antisommossa, compreso l’irruzione in chiese e abitazioni private senza un’adeguata autorizzazione per inseguire e arrestare persone migranti. * Sono stati documentati casi di separazione delle famiglie durante gli arresti. * Sono stati segnalati atti di tortura contro uomini migranti detenuti nella stazione di immigrazione Siglo XXI e contro migranti di origine africana nella stazione di immigrazione Cupapé a Tuxtla * La Guardia Nazionale ha sparato contro un furgone a Pijijiapan, in Chiapas, causando la morte sul posto di un uomo cubano, mentre un altro è morto in ospedale e altri tre sono rimasti feriti. CONCLUSIONI Il report è ricco di dati, talvolta contrastanti tra loro, a testimonianza della complessità della gestione dei flussi migratori da parte del Messico. Un dato, però, appare chiaro: gli Stati Uniti esercitano da tempo pressioni sul Messico affinché limiti il transito di migranti, rifugiati e richiedenti asilo attraverso il proprio territorio. Invece di promuovere azioni diplomatiche volte a incoraggiare il rispetto degli impegni internazionali del Paese, gli Stati Uniti hanno spinto il vicino a impiegare ogni mezzo necessario per bloccare migranti e richiedenti asilo. Il Messico ha risposto adottando politiche più incentrate sul controllo dei flussi, sulla realizzazione di obiettivi quantificabili e sulla detenzione, piuttosto che sulla protezione delle persone in movimento. Come estensione delle leggi sull’immigrazione statunitensi, il Messico ha sviluppato uno dei più grandi complessi di detenzione al mondo, incarcerando centinaia di migliaia di persone ogni anno. Nonostante le evidenze mostrino che tali misure non scoraggiano la migrazione, continuano a provocare gravi danni alle persone in movimento. I governi messicani recenti, pur dichiarandosi a favore dei diritti dei migranti, hanno spesso utilizzato un linguaggio ambiguo per mascherare politiche restrittive. Anche i leader populisti di sinistra più recenti hanno sostenuto i diritti dei migranti, cercando partnership regionali per affrontare le sfide migratorie e intervenendo sulle cause profonde della migrazione. Sebbene siano stati introdotti alcuni cambiamenti, come l’aumento temporaneo dei visti umanitari e dei tassi di approvazione delle richieste di asilo, permangono ampi margini di miglioramento. Gli esperti sottolineano che la COMAR (Comisión Mexicana de Ayuda a Refugiados 11) dovrebbe disporre di un budget più consistente e che il governo messicano dovrebbe adottare un riconoscimento di massa dei rifugiati, simile a quello concesso dalla Colombia ai venezuelani, offrendo loro lo status di protezione temporanea. Tuttavia, anziché adottare un vero approccio umanitario alla migrazione, il Messico ha fatto ricorso a vari eufemismi che gli consentono di presentare tali politiche come tali, mentre continua ad attuare misure repressive volte a placare le preoccupazioni degli Stati Uniti. Questo ha permesso a Washington di esternalizzare la gestione delle frontiere e di sottrarsi a responsabilità internazionali per le violazioni dei diritti umani. Con il ritorno di Trump al potere e l’introduzione di nuovi dazi, la storia sembra ripetersi, con nuove ondate di repressione e abusi. 1. Qui il documento pubblicato il 31 luglio 2025 ↩︎ 2. Secretaría de Relaciones Exteriores, “La Comisión Intersecretarial de Atención Integral en Materia Migratoria adopta el Modelo Mexicano de Movilidad Humana,” 2024 ↩︎ 3. 11 W. Cornelius, “Mexico: From Country of Mass Emigration to Transit State,” Inter-American Development Bank, 2018 ↩︎ 4. S. Brewer, “The Bicentennial Framework: Opportunities and challenges as U.S.-Mexico security cooperation begins a new chapter,” WOLA, 2021; C. R. Seelke, and K. Finklea, “U.S.-Mexican Security Cooperation: The Mérida Initiative and Beyond,” Congressional Research Service, 2017 ↩︎ 5. 33 S. Leutert, “Andrés Manuel López Obrador’s Migratory Policy in Mexico,” LBJ School of Public Affairs, 2020 ↩︎ 6. E. T. Cantalapiedra, “Las tarjetas de visitante por razones humanitarias: Una política migratoria de protección ¿e integración?” EntreDiversidades, 8(2(17)), Article 2(17), 2021 ↩︎ 7. Export Import Data, “Top Mexico Trade Partners in 2025: Key Trends and Opportunities,” 2025; D. Workman, “Mexico’s Top Exports 2023,” World Stop Exports, 2023 ↩︎ 8. Human Rights Watch, “Submission to the Universal Periodic Review of Mexico | Human Rights Watch,” 18 July 2023 ↩︎ 9. UN Committee on Migrant Workers, “Observaciones finales sobre el cuarto informe periódico de México,” April 2025 ↩︎ 10. PRAMI, “La Guardia Nacional en el control migratorio: Consecuencias de su integración a la Sedena,” Programa de Assuntos Migratorios Universidad Iberoamerican, 2022 ↩︎ 11. Qui il sito web ↩︎
I decreti flussi favoriscono lo sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici migranti
Nel Dossier Statistico Immigrazione 2025 del Centro Studi e Ricerche IDOS emerge un altro quadro allarmante: cresce lo sfruttamento lavorativo delle persone migranti e proliferano le truffe legate alle procedure di ingresso. Domani 4 novembre la presentazione nazionale a Roma. Gli anacronistici decreti flussi, nati per “regolare” l’ingresso dei lavoratori stranieri in Italia, si sono ormai da tempo consolidati come un canale di sfruttamento e tratta. È quanto denuncia la nuova edizione del Dossier Statistico Immigrazione 2025 curato da Idos, che dedica uno dei suoi capitoli alla Relazione 2024 del Numero verde nazionale Antitratta (800 290 290). Secondo l’analisi, il fenomeno della tratta sta cambiando volto: «Oggi interessa meno che in passato lo sfruttamento di donne e minori a fini sessuali, ma coinvolge soprattutto uomini migranti risucchiati in forme di occupazione irregolare e spesso para-schiavistica». Attivo dal 2000, il Numero verde Antitratta rappresenta uno degli strumenti contro il grave sfruttamento degli esseri umani, introdotto nel 1998 con l’articolo 18 del Testo unico sull’immigrazione. Le segnalazioni raccolte tra il 2014 e il 2024 (oltre 800 in media ogni anno), pur nella consapevolezza che intercettano solo la punta dell’iceberg di un fenomeno complesso e ramificato, raccontano un cambiamento profondo: le prese in carico di donne e minori sono diminuite rispettivamente del 9,8% e del 63,6%, mentre quelle riguardanti uomini adulti sono raddoppiate. In undici anni lo sfruttamento sessuale è sceso dal 50% al 24%, mentre quello lavorativo è salito fino al 38,2%. Un segnale inequivocabile è arrivato nel 2024, definito nella stessa Relazione come «l’anno degli inganni». Nel secondo semestre è emersa una rete di truffe legate ai decreti flussi, orchestrate da intermediari che dietro compenso seguivano i lavoratori stranieri lungo tutta la procedura per il rilascio del visto, dalla chiamata nominativa fino al nulla osta, per poi sparire una volta ottenuti i documenti. Solo tra luglio e dicembre, 139 potenziali lavoratori migranti – provenienti soprattutto da Tunisia, Marocco, India ed Egitto – si sono trovati senza un impiego e in condizioni di estrema vulnerabilità. Secondo Idos, si tratta soltanto «della parte emersa di un fenomeno molto più ampio». Nello stesso periodo, l’80% delle prese in carico attivate dal Numero verde riguardava lo sfruttamento lavorativo, contro il 16% per quello sessuale. Il Dossier denuncia anche «le storture del sistema attivato dai decreti flussi», segnalando «l’eccessivo carico di burocrazia, i tempi dilatati in modo insostenibile e la scarsa efficacia nel rispondere alle esigenze delle imprese». Proprio la questione dello sfruttamento e della tratta sarà uno dei tre approfondimenti della presentazione nazionale del Dossier Statistico Immigrazione 2025, in programma martedì 4 novembre al Nuovo Teatro Orione di Roma, a partire dalle 10.30. All’incontro interverranno l’avvocata Francesca Nicodemi, esperta di tutela delle vittime di tratta; Valeria Taurino, direttrice generale di Sos Mediterranee Italia; e il blogger e attivista italo-palestinese Karem Rohana. La giornata sarà aperta dal sociologo Paolo De Nardis, presidente dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”, e moderata dal direttore di Confronti, Claudio Paravati. La presentazione sarà a cura del presidente del Centro Studi e Ricerche Idos, Luca Di Sciullo, mentre le conclusioni spetteranno alla moderatrice della Tavola Valdese, Alessandra Trotta. Il Dossier è realizzato grazie ai fondi dell’8xmille della Chiesa Valdese e sarà presentato in contemporanea in tutte le regioni e province autonome italiane (qui i luoghi e i programmi). L’evento centrale sarà trasmesso in streaming sul canale YouTube di Idos.