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L’architettura del rifiuto
YLENIA BOBBO 1 INTRODUZIONE Le recenti autorizzazioni amministrative e legali, che hanno permesso l’ampliamento della lista dei Paesi di Origine Sicura (POS), rendono quanto mai urgente una nuova analisi critica del Nuovo Patto Europeo sulla migrazione e l’asilo. Tale riforma, infatti, comporta implicazioni profonde, capaci di scardinare le garanzie fondamentali dei richiedenti asilo. Notizie NON ESISTONO “PAESI SICURI” E con le nuove regole UE su migrazione e asilo siamo tutti più in pericolo  Nicoletta Alessio 12 Febbraio 2026 Tuttavia, l’estensione dei Paesi sicuri non è l’unica criticità introdotta: sebbene sia la più recente, essa si inserisce in un quadro ben più complesso e non privo di problematicità. In questo report verranno analizzati gli aspetti controversi ereditati dal vecchio Sistema di Dublino e la conseguente struttura basata sulla cosiddetta “finzione di non ingresso“; la preoccupante contrazione dei diritti dei minori stranieri non accompagnati; la progressiva criminalizzazione delle ONG, nonché il ruolo controverso di Frontex e della Guardia Costiera Libica. Doveroso è, inoltre, dedicare uno spazio specifico all’introduzione dei sistemi di Intelligenza Artificiale (AI) per la profilazione biometrica e la sorveglianza. Si tratta di tecnologie che rischiano di trasformare il confine in uno spazio di discriminazione automatizzata: un tema cruciale al quale, finora, è stata riservata troppa poca attenzione. LA SOLIDARIETÀ APPARENTE DEGLI STATI Com’è evidente, l’Europa ha approvato il nuovo pacchetto legislativo con l’obiettivo di creare un sistema più organizzato e capace di rispondere alle emergenze attraverso una maggiore celerità. A differenza del passato, chi arriva oggi viene sottoposto a una procedura di screening immediata, seguita da iter burocratici estremamente rapidi 2. Di conseguenza, le persone migranti hanno pochissimi giorni a disposizione per presentare ricorso qualora la loro domanda venisse respinta, sollevando dubbi sull’effettiva possibilità di difesa. Il nodo principale rimane tuttavia legato al principio del Paese di primo ingresso, pilastro del vecchio Sistema di Dublino III 3. Approfondimenti CHE COS’È IL NUOVO PATTO UE SU ASILO E MIGRAZIONE? Una scheda informativa in vista del 10 aprile 2025, giornata di azione transnazionale "This Pact kills!" 2 Aprile 2025 Sebbene quel modello sia stato formalmente superato dal Regolamento (UE) 2024/1351 4, molte delle sue criticità strutturali sembrano persistere. Con questo nuovo regolamento, l’Unione Europea punta a ovviare alla cronica mancanza di meccanismi di condivisione dell’onere migratorio; tuttavia, nonostante il tentativo di introdurre criteri di solidarietà, è opportuno evidenziare la natura spesso flessibile dei meccanismi di ricollocazione. In termini pragmatici, la responsabilità principale continua a gravare sui Paesi di frontiera 5, poiché la possibilità per gli altri Stati membri di optare per contributi finanziari anziché per l’accoglienza fisica dei richiedenti asilo rischia di lasciare invariato il peso logistico e umano sui Paesi di primo approdo. LA FINZIONE DI NON INGRESSO E IL REGIME DETENTIVO Per quanto riguarda il cosiddetto principio di non ingresso, esso rappresenta uno dei pilastri del Regolamento (UE) 2024/1359 6. Questa norma priva il migrante, da un punto di vista strettamente giuridico, del riconoscimento della sua presenza fisica sul territorio dell’Unione Europea 7. In pratica, pur trovandosi effettivamente entro i confini dell’UE (spesso in zone di transito o centri di frontiera), i richiedenti asilo sono considerati legalmente come se non vi avessero mai fatto ingresso. Questa “finzione” è funzionale a giustificare l’applicazione di procedure accelerate e standard di tutela ridotti, comprimendo di fatto il diritto a un ricorso effettivo sancito dall’Articolo 47 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE 8. In questo scenario, l’uso sistematico delle liste dei “Paesi di origine sicura” (secondo la proposta COM(2025) 101 9) agisce come un filtro di inammissibilità quasi automatico: la presunzione generica di sicurezza prevale sulla valutazione individuale dei rischi, rischiando di trasformare il diritto d’asilo in un mero processo burocratico finalizzato al rimpatrio. I DIRITTI DEI MINORI NON ACCOMPAGNATI Come se non bastasse, all’interno di questo quadro repressivo, i minori stranieri non accompagnati rimangono i soggetti più vulnerabili. Nonostante la Direttiva 2013/33/UE ponga al centro il “superiore interesse del minore” 10, il Nuovo Patto ne consente il trattenimento nelle zone di frontiera, equiparandoli di fatto agli adulti nelle procedure accelerate se provenienti da Paesi considerati sicuri. La rapidità di tali iter impedisce spesso una corretta nomina del tutore e una difesa legale adeguata. Inoltre, questa contrazione temporale – che prima delle riforme veniva loro risparmiata – non lascia il tempo materiale necessario per identificare traumi o bisogni specifici, con il reale rischio che i minori finiscano in regimi di fatto detentivi. Destano altrettanta preoccupazione le modalità di determinazione dell’età, che potrebbero portare a trattare erroneamente dei minori come adulti, privandoli di ogni forma di protezione 11. Sotto il regime di Dublino III, i minori godevano di esenzioni più ampie, poiché la priorità era il ricongiungimento familiare rapido o l’accoglienza protetta. Significativo è anche il cambiamento riguardante la raccolta dei dati biometrici (impronte e foto): se in precedenza era prevista dai 14 anni, ora la soglia scende ai 6 anni, istituzionalizzando una forma di sorveglianza digitale fin dall’infanzia. Infine, sebbene il Nuovo Patto introduca meccanismi di monitoraggio dei diritti fondamentali, vi è ragione di dubitare della loro reale efficacia e indipendenza, temendo che restino semplici procedure formali prive di un impatto concreto sulla tutela dei minori. I PAESI DI ORIGINE SICURA Tornando agli aggiornamenti più recenti, il concetto di Paese di Origine Sicura (POS) è oggi al vertice delle politiche migratorie in Italia e in Europa. Non si tratta di un semplice elenco geografico, ma di un meccanismo legale che cambia radicalmente il destino di chi chiede protezione 6. Se una persona migrante proviene da un Paese inserito in questa lista (come Tunisia, Albania o Bangladesh), lo Stato presume automaticamente che non abbia diritto all’asilo: la sua domanda non è più un “foglio bianco” da esaminare con cura, ma viene etichettata come “probabilmente infondata“. In questa circostanza, il richiedente deve fornire prove eccezionali in tempi strettissimi (spesso meno di una settimana) per ribaltare tale presunzione. Ad aggravare il meccanismo interviene il fatto che, se la domanda è respinta come “manifestamente infondata“, la persona non ha il diritto automatico di restare sul territorio in attesa della sentenza di appello: potrebbe essere rimpatriato prima ancora che un giudice legga le sue carte 12. L’Italia utilizza questa lista per attivare le procedure accelerate di frontiera, che prevedono il trattenimento in centri chiusi (inclusi quelli in Albania) mentre si decide sulla domanda in poche ore. Il rischio è evidente: che la velocità prevalga sulla giustizia. Appare chiaro il tentativo del legislatore di “blindare” la lista dei POS inserendola in norme di rango primario (legge ordinaria), nel tentativo di limitare il potere di disapplicazione dei giudici. Inoltre, l’inserimento delle “Schede Paese” in contesti legislativi legati alle relazioni internazionali rischia di precludere l’accesso a informazioni cruciali, indebolendo il diritto di difesa. Tuttavia, è opportuno ricordare che, qualora venga meno il presupposto di “sicurezza” (anche per una sola parte del territorio o per specifiche categorie di persone), deve essere ripristinata la procedura ordinaria, con il conseguente effetto sospensivo del provvedimento di espulsione. L’applicazione rigida del concetto di “Paese sicuro” rischia infatti di entrare in rotta di collisione con il Diritto Internazionale e il principio di non-refoulement. Lo Stato, infatti, resta responsabile della tutela dei diritti umani di chiunque si trovi sotto il suo controllo effettivo, anche in zone extraterritoriali o in alto mare, come confermato dalla giurisprudenza della Corte EDU nei celebri casi Hirsi Jamaa 13 e Medvedyev. L’ESTERNALIZZAZIONE E GLI ACCORDI BILATERALI: IL MODELLO LIBIA L’esternalizzazione non rappresenta solo lo spostamento fisico dei controlli oltre i confini dell’Unione, ma costituisce una vera e propria strategia giuridica volta a prevenire il contatto tra il migrante e la giurisdizione europea. L’obiettivo principale è impedire che scatti l’obbligo di protezione internazionale, il quale sorge nel momento esatto in cui un individuo entra nella sfera di controllo di uno Stato membro 14. In questo contesto, il principio di non-refoulement (non respingimento) vieta tassativamente di ricondurre una persona in luoghi dove rischi la vita o trattamenti disumani; una realtà che, purtroppo, caratterizza in modo oggettivo l’attuale situazione in Libia. Tutte le principali organizzazioni internazionali concordano infatti sul fatto che la Libia non possa essere considerata un “porto sicuro“. Delegando le intercettazioni e il conseguente ritorno forzato a un soggetto terzo, gli Stati europei attuano quello che la dottrina definisce un respingimento per procura. Questa pratica rappresenta un tentativo di aggirare la storica sentenza Hirsi Jamaa contro Italia (2012), con la quale la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo condannò il nostro Paese per i respingimenti diretti in mare, stabilendo che la responsabilità dei diritti umani segue l’autorità dello Stato ovunque essa venga esercitata. LA RESPONSABILITÀ DELLA GUARDIA COSTIERA Sulla scorta di tale logica, attraverso accordi bilaterali come il Memorandum d’intesa Italia-Libia 15, l’Unione Europea ha di fatto delegato la funzione di controllo delle frontiere alla Guardia Costiera libica. Questo meccanismo di responsabilità delegata è strategicamente finalizzato ad evitare il contatto fisico delle persone migranti con le giurisdizioni europee, frapponendo un attore terzo tra il richiedente asilo e gli obblighi di protezione degli Stati membri. La cooperazione tecnica e finanziaria con autorità di Paesi terzi che non garantiscono standard minimi di tutela configura una violazione indiretta, ma sistematica, del principio di non-refoulement. La persona intercettata in mare viene infatti ricondotta nei centri di detenzione libici – luoghi di documentata tortura e sfruttamento – aggirando deliberatamente gli obblighi internazionali di sbarco in un “porto sicuro” (Place of Safety). In questo scenario, la responsabilità delle autorità nazionali europee emerge con chiarezza nel finanziamento, nella fornitura di mezzi e nel coordinamento di operazioni che sfociano in violazioni dei diritti umani: abusi che l’Europa, qualora avvenissero sul proprio suolo o sotto la propria bandiera, sarebbe giuridicamente obbligata a prevenire e sanzionare. LA RESPONSABILITÀ DI FRONTEX E LA CRIMINALIZZAZIONE DELLE ONG Parallelamente a quanto finora esposto, il ruolo di Frontex 16– l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera – ha subito un’evoluzione verso una funzione di sorveglianza avanzata che spesso entra in conflitto con gli obblighi di ricerca e soccorso (SAR). La dottrina solleva seri dubbi sulla responsabilità legale dell’Agenzia nei casi di cosiddetto respingimento per omissione: ciò accade, ad esempio, quando le coordinate dei migranti vengono condivise prioritariamente con le autorità di Paesi terzi invece che con le navi di soccorso più vicine, facilitando di fatto il ritorno forzato in Libia. In questo scenario, si assiste a una sistematica criminalizzazione delle ONG 17. Le navi della società civile, intervenute per colmare il vuoto lasciato dalle missioni istituzionali, vengono ostacolate attraverso una serie di strumenti amministrativi e giudiziari. Tra questi spiccano l’assegnazione di porti di sbarco estremamente distanti – una pratica che svuota l’area SAR di presidi di soccorso per lunghi periodi – e l’apertura di inchieste per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, che spesso si risolvono in un nulla di fatto dopo anni di sequestri. Questa strategia mira a ridefinire il soccorso in mare: da obbligo giuridico e morale, sancito dalle convenzioni internazionali, a presunto fattore di attrazione (pull factor). L’aiuto umanitario viene così etichettato come un’interferenza con le politiche di sicurezza, trasformando una missione di salvataggio in un atto potenzialmente illecito agli occhi dell’opinione pubblica. LA DISCRIMINAZIONE DEI MIGRANTI NEL CONTESTO DELL’AI In ultima analisi, una delle evoluzioni più inquietanti della riforma riguarda l’impiego massiccio delle nuove tecnologie e dell’Intelligenza Artificiale nella gestione migratoria. Il Regolamento (UE) 2024/1359, unitamente al potenziamento della banca dati Eurodac, istituzionalizza la raccolta capillare di dati biometrici, estendendola persino ai minori. L’adozione di algoritmi per la profilazione dei flussi, l’analisi predittiva del rischio o il riconoscimento facciale ai confini, introduce una nuova e insidiosa forma di discriminazione algoritmica. Questi sistemi, spesso caratterizzati da un’estrema opacità e privi di una supervisione umana effettiva 18, rischiano di riflettere “bias” intrinseci capaci di penalizzare sistematicamente determinate nazionalità o tratti somatici. In questo modo, si automatizzano decisioni che hanno un impatto devastante sulla vita delle persone, basandole su parametri statistici anziché su fatti concreti. La tecnologia viene così piegata a rafforzare la “finzione di non ingresso“, erigendo un confine digitale invisibile ma invalicabile. In questo spazio, la decisione sull’ammissibilità di un individuo non è più affidata a un esame umano, empatico e dignitoso della sofferenza, ma a calcoli di probabilità che rischiano di deumanizzare definitivamente il diritto d’asilo. CONCLUSIONE In conclusione, non si tratta, dunque, di una semplice riforma tecnica, ma di una scelta politica che sposta il fulcro dell’accoglienza verso il rimpatrio e la sorveglianza. Quella che un tempo era considerata una protezione inderogabile della dignità umana sembra essersi trasformata in una gestione del rischio, dove l’efficienza burocratica e la sicurezza dei confini prevalgono sistematicamente sulle garanzie individuali. Così facendo l’Unione Europea rischia di svuotare di significato le proprie radici costituzionali e le convenzioni internazionali. 1. Ho 27 anni e sono iscritta al secondo anno della Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali all’Università di Siena. Vivo in provincia di Venezia e da ottobre 2025 svolgo volontariato per l’Osservatorio, centro di ricerca dell’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra, per cui redigo brevi report periodici. Collaboro inoltre con l’associazione Avvocato di Strada, offrendo supporto nell’assistenza a persone senza dimora ↩︎ 2. De Pasquale, P. (2020). Il Patto per la migrazione e l’asilo: più ombre che luci. In I Post di AISDUE, vol. II, Focus “La proposta di Patto su immigrazione e asilo”, n. 1, pp. 1-13. ISSN 2723-9969 ↩︎ 3. Balsamo, O. (2024). The residence document criterion in the revised Dublin system, today, between EU secondary law and the jurisprudence of the Court of Justice. In Eurojus, Fascicolo n. 3 – 2024, pp. 81-106. ISSN 2384-9169 ↩︎ 4. Regolamento (UE) 2024/1351 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 14 maggio 2024, sulla gestione dell’asilo e della migrazione, che modifica i regolamenti (UE) 2021/1147 e (UE) 2021/1060 e che abroga il regolamento (UE) n. 604/2013 ↩︎ 5. Nascimbene, B. (2024). Le “sfide” ai diritti fondamentali e alle garanzie giurisdizionali nell’ambito delle procedure introdotte dal nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo. In Quaderni AISDUE, Anticipazione fascicolo Convegno Forum IFA del 6 dicembre 2024, pp. 1-7. ISSN 2975-2698 ↩︎ 6. Regolamento (UE) 2024/1359 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 14 maggio 2024, concernente le situazioni di crisi e di forza maggiore nel settore della migrazione e dell’asilo e che modifica il regolamento (UE) 2021/1147 ↩︎ 7. Perin, G. (2024). Se questo è un Patto. Prime riflessioni a seguito dell’approvazione del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. In Questione Giustizia, Speciale “Immigrazione in Europa e diritti fondamentali“, luglio 2024, pp. 28-45. ISSN: 1972-5531 ↩︎ 8. Art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, Convenzione di Aarhus e domanda diretta a ottenere la qualità di parte in un procedimento giurisdizionale da parte di un’organizzazione per la tutela dell’ambiente ↩︎ 9. Proposta di REGOLAMENTO DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO che istituisce un sistema comune per il rimpatrio dei cittadini di paesi terzi il cui soggiorno nell’Unione è irregolare e che abroga la direttiva 2008/115/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, la direttiva 2001/40/CE del Consiglio e la decisione 2004/191/CE del Consiglio ↩︎ 10. Direttiva 2013/33/UE del Parlamento europeo e del Consiglio ↩︎ 11. Morgese, G., Limitati sviluppi del nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo in materia di percorsi legali di ingresso, in I. Caracciolo, G. Cellamare, A. Di Stasi, P. Gargiulo (a cura di), Migrazioni internazionali: questioni giuridiche aperte, Napoli, Editoriale Scientifica, 2022, pp. 271-295 ↩︎ 12. Asilo: via libera alle nuove norme sui paesi terzi e paesi di origine sicuri, comunicato stampa del Parlamento UE (10 febbraio 2026) ↩︎ 13. Cfr. Corte EDU, Grande Camera, 23 febbraio 2012, Hirsi Jamaa e altri c. Italia, in cui la Corte ha sancito la responsabilità extraterritoriale dello Stato per violazione del divieto di espulsioni collettive e del principio di non-refoulement ↩︎ 14. ASGI (Crescini, G., et al.) (2020). L’attività delle organizzazioni internazionali in Libia e le problematiche ripercussioni sull’esternalizzazione del diritto di asilo. In Questione Giustizia, n. 1/2020, pp. 178-189 ↩︎ 15. Previatello, M. (2024). La nuova dimensione esterna della politica di immigrazione e asilo dell’Unione europea: dalla collaborazione bilaterale ai meccanismi unilaterali di pressione. In Quaderni AISDUE, Anticipazione fascicolo Convegno Forum IFA del 6 dicembre 2024, pp. 1-28 ↩︎ 16. Cardenio, G. (2025). Se Frontex vigilerà sulle nostre frontiere, chi vigilerà su Frontex? Una lettura combinata delle conclusioni degli Avvocati Generali della Corte di Giustizia dell’Unione europea nei casi Hamoudi contro Frontex e WS e altri contro Frontex. In Eurojus, Fascicolo n. 3 – 2025, pp. 165-180 ↩︎ 17. Masera, L. (2018). L’incriminazione dei soccorsi in mare: dobbiamo rassegnarci al disumano? In Questione Giustizia, n. 2/2018, pp. 225-236 ↩︎ 18. Palazzi, A. (2025). Quando l’intelligenza artificiale (IA) contribuisce a decidere in materia di asilo: prospettive e questioni aperte nel diritto dell’Unione Europea. In Diritto, Immigrazione e Cittadinanza, fasc. n. 3/2025. ISSN: 1972-4799 ↩︎
Sospeso il fermo della Humanity 1
Il tribunale di Chieti ha sospeso l’efficacia del fermo amministrativo e della sanzione pecuniaria inflitti alla nave di soccorso Humanity 1. La decisione 1, adottata il 12 marzo 2026, rappresenta un nuovo passaggio giudiziario che mette in discussione l’uso sistematico di provvedimenti amministrativi contro le organizzazioni impegnate nelle operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. La nave era stata fermata nel porto di Ortona nel dicembre 2025 per venti giorni 2. La contestazione delle autorità riguardava la mancata comunicazione con le autorità marittime libiche durante un’operazione di soccorso. Notizie/In mare HUMANITY 1 TRATTENUTA A ORTONA: L’ENNESIMO FERMO CONTRO IL SOCCORSO CIVILE «Incompatibile con il diritto internazionale» Redazione 3 Dicembre 2025 Un’accusa che si inserisce nel quadro delle politiche italiane ed europee che tentano di subordinare le operazioni delle ONG al coordinamento con il cosiddetto centro di coordinamento libico. Secondo l’alleanza Justice Fleet, di cui fa parte la Humanity 1, la richiesta di contatto con le autorità libiche non solo è problematica dal punto di vista operativo, ma contrasta con decisioni già adottate dalla magistratura italiana. Diversi tribunali hanno infatti riconosciuto che la cosiddetta Guardia Costiera libica non può essere considerata un attore legittimo nel sistema internazionale di ricerca e soccorso. Numerose inchieste e rapporti internazionali hanno documentato, negli anni, il coinvolgimento delle autorità libiche in gravi violazioni dei diritti umani ai danni di migranti e richiedenti asilo intercettati in mare e riportati forzatamente nei centri di detenzione in Libia. Per questo motivo le organizzazioni della Justice Fleet hanno scelto di non intrattenere comunicazioni operative con il centro di coordinamento libico, ritenendo che tale collaborazione possa contribuire a respingimenti verso un paese considerato non sicuro. Approfondimenti/In mare JUSTICE FLEET ALLIANCE: LE ONG DEL MEDITERRANEO INTERROMPONO I CONTATTI CON TRIPOLI «Non è solo moralmente giusto, ma anche giuridicamente necessario» Giulia Stella Ingallina 17 Novembre 2025 La decisione del tribunale di Chieti si inserisce in una serie di pronunce giudiziarie che negli ultimi mesi hanno progressivamente ridimensionato l’impianto repressivo contro le navi umanitarie. Nel febbraio 2026 il tribunale di Catania aveva già revocato il fermo della nave Sea-Watch 5, mentre altri provvedimenti simili sono stati dichiarati illegittimi anche in relazione alla Sea-Eye 5. Nonostante queste decisioni, la pressione amministrativa sulle ONG continua. Nel febbraio 2026 un nuovo ordine di fermo è stato notificato alla Humanity 1 nel porto di Trapani e la nave risulta tuttora bloccata. L’organizzazione SOS Humanity ha già presentato ricorso contro questo provvedimento, aprendo un ulteriore fronte giudiziario. Notizie/In mare LA HUMANITY 1 BLOCCATA PER 60 GIORNI A TRAPANI PER AVER OBBEDITO ALLA LEGGE DEL MARE Secondo Piantedosi non hanno collaborato con le milizie libiche Redazione 14 Febbraio 2026 Per la Justice Fleet, la sospensione decisa dal tribunale di Chieti rappresenta comunque un segnale significativo. «Il tribunale di Chieti ha sospeso il fermo e la multa a carico della nostra nave di soccorso nel dicembre dello scorso anno: un’altra vittoria per la Justice Fleet dopo che i fermi della Sea-Watch 5 e della Sea-Eye 5 sono stati dichiarati illegittimi. Ciò dimostra ancora una volta che le politiche ostruzionistiche dei governi violano il diritto internazionale, mentre la Justice Fleet continua a resistere con forza». Il contenzioso tra autorità e organizzazioni di soccorso resta quindi aperto. Da una parte, governi che continuano a utilizzare strumenti amministrativi per limitare la presenza delle ONG nel Mediterraneo centrale; dall’altra, una rete di organizzazioni e avvocati che porta queste misure davanti ai tribunali, ottenendo sempre più spesso pronunce che richiamano il rispetto del diritto internazionale del mare e dell’obbligo di soccorso. Nel frattempo, nel Mediterraneo centrale continua a essere una delle rotte migratorie più letali al mondo. E il ruolo delle navi civili resta, nonostante tutti gli ostacoli, uno degli ultimi presìdi di soccorso per chi tenta la traversata. 1. Puoi consultare la decisione qui ↩︎ 2. La nave di soccorso Humanity 1 è stata detenuta a Ortona, SOS Humanity (10 dicembre 2025) ↩︎
Bologna, sabato 14 marzo: in piazza contro i CPR e il governo Meloni
Sabato 14 marzo, a partire dalle 15.30, piazza XX Settembre a Bologna sarà il punto di convergenza di una manifestazione regionale che si preannuncia ampia e trasversale. Sotto lo slogan “No al governo Meloni in tutti i modi possibili – Insieme battiamo il tempo della libertà“, scendono in piazza realtà sociali, associazioni, sindacati e movimenti dell’Emilia-Romagna e non solo. Il corteo nasce dall’assemblea regionale del 20 febbraio al TPO, convocata contro qualsiasi ipotesi di costruzione di un Centro di Permanenza per Rimpatrio in regione e contro la nuova stagione repressiva. A fare da innesco era stato il presidente della Regione De Pascale, che aveva chiesto al Viminale l’avvio di un confronto sui temi della sicurezza urbana: il ministro Piantedosi aveva colto l’occasione per annunciare l’intenzione di realizzare un CPR proprio in Emilia-Romagna, a Bologna. Le dichiarazioni di De Pascale avevano inoltre scatenato una contestazione in aula da parte di attivistə, che avevano costretto a sospendere la seduta. La lettura comune della fase politica, frutto dell’assemblea, è riassunta nell’appello: «Stiamo assistendo a una deriva autoritaria senza precedenti. Il nostro governo ha emanato un ennesimo decreto sicurezza da cui trapela la volontà di arginare qualsiasi tipo di dissenso. Fanno leva sulla paura, emanano decreti che ci trascinano in uno stato di polizia, colpiscono le seconde generazioni e le persone migranti sempre più marginalizzate in ambienti punitivi, creano zone rosse, prevedono blocchi navali per le Ong che operano nel Mediterraneo, vogliono costruire nuovi CPR anche in Emilia-Romagna, fanno fermi preventivi per chi manifesta». «Ci sono centinaia di persone – prosegue il testo dell’indizione – che da Bologna a Ferrara, ma anche da Trento a New York si sono riunite per dire che un Cpr è un lager e non potrà mai essere aperto in Emilia-Romagna, a Bologna né altrove». Una lettura che, inevitabilmente, in questi giorni si è allargata ad altri temi centrali quali la guerra, il reddito, la casa e quanto è successo all’ospedale di Ravenna.  Sulla vicenda dei medici indagati per aver rilasciato certificati di inidoneità alla detenzione nei CPR, il Centro F. Lorusso invita alla partecipazione dietro lo slogan “La cura non è reato”: «I medici inquisiti di Ravenna, accusati e calunniati da esponenti del ceto politico di destra, sono innocenti. Hanno esercitato correttamente la loro professione e meritano un encomio». La manifestazione di Bologna è al tempo stesso un tassello di un percorso più ampio: «I nostri No sono intersezionalità delle lotte e non sono solo slogan, non sono sommatorie di percorsi ma sono semi che piantiamo oggi per la realizzazione di un mondo nuovo, contro i re dei nostri tempi e le guerre che conducono in nome del loro profitto». L’appuntamento del 14 marzo guarda già alla data nazionale del 27 e 28 marzo a Roma: «Per questo lanciamo la sfida di comporre insieme la manifestazione del 14 marzo a Bologna, per poi andare in migliaia di persone a Roma il 28 marzo per la manifestazione Together, dopo aver votato No al referendum. Partiamo dalla resistenza delle città e dei territori ribelli per fare la primavera e costruire il mondo nuovo». > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da No Kings Italy (@nokingsitaly)
Simo Said: morto a 26 anni nel buco nero dei CPR
Simo Said è nato in Marocco il 16 giugno del 2000 ed è morto in Italia, nel Centro di Permanenza per i Rimpatri di Bari Palese l’11 febbraio del 2026. Simo Said Non aveva ancora compiuto 26 anni quando la sua vita si è spenta. Ora la moglie e il figlio chiedono di sapere cosa è accaduto quel maledetto giorno nel Centro di Bari. Ufficialmente il giovane marocchino è deceduto a causa di un arresto cardiocircolatorio. Una formula medica che poco e niente ci dice sulle reali cause del decesso. Alcuni chiarimenti probabilmente arriveranno dai risultati dell’autopsia e dell’esame tossicologico, forse, anche l’incidente probatorio previsto per il 19 marzo aiuterà a fissare alcuni punti fermi. Ma la strada per arrivare alla verità è ancora lunga e tortuosa. Non sarà facile infatti superare il muro di gomma e di silenzio che da subito si è alzato sulla vicenda. Un muro creato da chi ha tutto l’interesse a celare la verità di quanto accaduto e a liquidare l’intera vicenda come un semplice incidente. Ciò non di meno è necessario lottare per la verità e per dare risposte a chi oggi piange la morte di un marito e di un padre. Notizie/CPR, Hotspot, CPA CPR: SI CONTINUA A MORIRE A Bari un’altra vittima; a Torino arriva una condanna per il caso Balde, mentre il governo prosegue la stretta repressiva Redazione 12 Febbraio 2026 Ma quanto accaduto nel Centro di Permanenza di Bari, la tragica morte di Simo Said a soli ventisei anni, deve rappresentare anche un momento di riflessione su questioni che possono apparire distanti e distinte, ma che non lo sono. PERCHÉ LA MORTE DI SIMO SAID NON HA DESTATO LA DOVUTA INDIGNAZIONE? La tragica fine di Simo Said, non ha avuto le prime pagine dei giornali e non ha destato clamore mediatico. Non è argomento su cui la politica e l’opinione pubblica nazionale hanno interesse a concentrarsi e confrontarsi. D’altra parte le sorti di chi viene catapultato nell’abisso dei CPR italiani interessano solamente quando sono funzionali a certa propaganda. Eppure, ogni singolo trattenuto che varca i cancelli di un CPR, non è soltanto un numero da statistica ma una persona in carne ed ossa con una storia, fatta di alti e di bassi, fatta anche di errori, ma questi errori non cancellano il fatto che si tratta pur sempre di esseri umani. Presidio del 20 febbraio davanti al CPR di Bari Palese Veramente siamo così indifferenti alle vicende che riguardano gli stranieri che muoiono nei CPR? È talmente diffusa l’indifferenza verso le sorti di chi viene ristretto in un CPR da non interessarci nulla di quanto accade dentro queste strutture? Il singolo cittadino, proprio come le istituzioni, sono diventate completamente disinteressate alla vita umana da accettare come normale la morte di un ragazzo di 26 anni. Rapporti e dossier/CPR, Hotspot, CPA REPORT SULL’ACCESSO ISPETTIVO AL CPR DI BARI-PALESE DEL 13 FEBBRAIO 2026 A cura dell'on. Rachele Scarpa 23 Febbraio 2026 PERCHÉ INVECE LA MORTE DI SIMO SAID MERITA ATTENZIONE? Innanzitutto Simo Said non è il primo ragazzo che muore in un CPR durante la detenzione amministrativa. Questo dato dovrebbe iniziare a farci riflettere e dovrebbe spingere le istituzioni a domandarsi come mai questo è possibile. Persone che vengono trattenute in strutture create per una permanenza temporanea in vista della concreta esecuzioni dell’espulsione, non solo trascorrono il loro periodo di detenzione senza poi mai essere rimpatriate, ma spesso, troppo spesso, finiscono per terminare questa “esperienza” drammaticamente. Se poi aggiungiamo ai decessi avvenuti nei CPR, i numeri dei tanti soggetti fragili che in questi Centri vedono peggiorare le loro condizioni, allora abbiamo un quadro più onesto e completo della situazione. Un quadro che dovrebbe essere di aiuto per una seria riflessione sul fenomeno della detenzione amministrativa. LA MORTE DI SIMO SAID E, IN GENERALE, LA SOFFERENZA CHE RISERVIAMO A MOLTISSIMI STRANIERI IRREGOLARI, POTEVA E PUÒ ESSERE EVITATA? La morte di Simo Said era evitabile per tante ragioni. In primo luogo, perché il numero di rimpatri di cittadini marocchini eseguiti negli ultimi anni è talmente basso da non giustificarne il trattenimento nei CPR. Si tratta di un dato da cui non si può continuare a scappare. Continuiamo infatti a riempire i Centri di tutta Italia di cittadini che non verranno mai rimpatriati e lo facciamo consapevolmente. Lo sa benissimo il Ministro Piantedosi, lo sanno i prefetti e i questori, lo sanno i giudici che continuano a convalidare richieste di trattenimento che hanno solamente uno scopo punitivo ma che non porteranno mai al rimpatrio. Facciamo tutto questo solamente per perseguire un fine politico e propagandistico che non è giustificato e giustificabile. Non è una critica dettata dal buonismo, ma una semplice analisi dei numeri e della realtà. Riempire i Centri di permanenza di persone che non vengono poi espulse, significa avere delle ricadute sociali ed economiche drammatiche per il nostro Paese. Innanzitutto si peggiora la situazione di chi viene sottoposto al trattenimento. Si peggiora lo stato di salute di queste persone, vengono spezzati legami familiari e lavorativi, si crea maggiore marginalizzazione. Insomma, chi esce da un CPR dopo un inutile periodo di trattenimento, ne esce più debole, più fragile, più indifeso. In secondo luogo, le spese che lo Stato affronta per mantenere in piedi questo sistema sono abnormi e potrebbero essere utilizzate decisamente meglio, per politiche migratorie diverse, più umane, più efficaci. CHI È COLPEVOLE PER LA MORTE DI SIMO SAID? L’idea che la morte di Simo Said (ma non solo la sua) sia da addebitare ad un unico soggetto, non farebbe giustizia per quanto accaduto. Ad essere messo sul banco degli accusati infatti deve essere un intero sistema fatto di connivenze, di cattiva amministrazione, di disprezzo per le regole. La morte di Simo è, dunque, il risultato di una responsabilità diffusa. Perché, se è vero che le responsabilità penali che dovranno essere accertate dal Tribunale di Bari sono personali, è altrettanto vero che esiste anche una responsabilità morale che riguarda una pluralità di soggetti. Attori coinvolti a vario titolo nel sistema CPR che non possono continuare a rimanere immuni da critiche. Simo Said è, allora, il simbolo di una battaglia contro lo scellerato sistema della detenzione amministrativa, anche per una stranissima coincidenza temporale. Tornano in questa vicenda questioni mai risolte che riguardano le carenze strutturali dei CPR italiani. La precarietà dell’assistenza sanitaria, la privatizzazione della gestione di queste strutture, l’abuso di psicofarmaci che viene fatto all’interno dei Centri. Queste, insieme ad altre importanti questioni, sono state ampiamente denunciate negli anni da più parti, ma senza ottenere interventi e soluzioni. QUELLA STRANA COINCIDENZA Nelle stesse ore in cui si consumava la tragedia nel CPR di Bari, nei media italiani rimbalzava la notizia delle perquisizioni a Ravenna nei confronti di alcuni medici colpevoli di non aver concesso l’idoneità al trattenimento per alcuni stranieri. Medici colpevoli di aver “disobbedito” alla Questura. Medici colpevoli di aver fatto valere le loro prerogative e di aver messo al primo posto la salute del paziente. Quanto accaduto a Ravenna è strettamente collegato a quanto accaduto a Bari. Notizie/CPR, Hotspot, CPA MEDICI INDAGATI A RAVENNA, CHIESTA LA SOSPENSIONE Per la Rete Mai più lager - No ai CPR: «Un attacco che rischia di incidere sull’autonomia professionale dei medici» Redazione 7 Marzo 2026 Esiste una connessione tra le due vicende. Solamente se medici e giudici decidono di abdicare alle loro prerogative e alle loro funzioni per allinearsi al volere dell’autorità, è possibile riempire i Centri di Permanenza di soggetti fragili, di persone affette da malattie psichiche e fisiche. Soltanto ignorando principi cardine del nostro sistema politico, sociale e giuridico, si può consentire al disgustoso sistema della detenzione amministrativa di funzionare. Sempre più spesso i CPR si riempiono di persone fragili e malate che vedono peggiorare la loro condizione a causa della precarietà dei servizi di assistenza sanitaria offerti all’interno di queste strutture di detenzione. Nel buco nero dei CPR finiscono persone malate che non ricevono adeguata cura e assistenza, persone che non resistono e vengono schiacciate come è successo a Simo Said e, ancora prima, a Oussama Darkaoui. Assistiamo allora al tentativo di mettere sotto accusa i medici di Ravenna, perché senza la connivenza dei medici, i cancelli dei CPR non potrebbero mai aprirsi per tantissimi stranieri che, pur presentando malattie e fragilità, incompatibili con lo stato di detenzione, vengono spediti in buchi neri in cui manca tutto. Ad essere denunciati invero dovrebbero essere non i medici che fanno il loro dovere, ma tutti quei medici che si limitano a firmare un pezzo di carta senza verificare la reale condizione di salute della persona che ha davanti. Medici che ignorano il giuramento fatto e che non onorano il codice deontologico. Medici che consentono che nel buco nero dei CPR finiscano, ad esempio, persone con “cardiopatia ischemica post infartuale”, o persone con “disturbo della personalità NAS – con tratti antisociali e paranoidi”. Persone insomma che avrebbero bisogno di ben altri percorsi di assistenza. Lo stesso discorso vale per i tanti giudici che pensano che il problema della salute delle persone sulle quali sono chiamati a decidere sia un fronzolo. Giudici che non considerano importante la certificazione medica, giudici che ritengono il trattenimento amministrativo una misura ordinaria da applicare regolarmente ed indiscriminatamente. Giudici che restringono paurosamente le garanzie dei trattenuti e i diritti di difesa. Giudici che in un CPR non sono mai entrati e che non conoscono le condizioni reali in cui mandano a vivere le persone per le quali convalidano o prorogano il trattenimento. Oggi più che mai, torna di attualità una frase del filosofo Vladimir Jankelevitch che parafrasando il Vangelo dice “Padre, non li perdonare, perché sanno quello che fanno”. Non può esserci perdono quando il male viene compiuto consapevolmente e senza alcun pentimento.
«Qui ogni giorno la gente vuole suicidarsi»
> «Siamo 20 persone e siamo nella peggiore condizione perché il trattamento qui > è pessimo. Per favore, aiutateci. Non possiamo sopportare qui: ogni giorno la > gente vuole suicidarsi». Così inizia la denuncia contenuta in un comunicato stampa firmato da Assemblea No CPR Macomer e LasciateCIEntrare, che riporta le testimonianze di 16 internati del CPR di Macomer. Le parole raccontano una realtà di sofferenza estrema e rappresentano un grido d’aiuto rivolto alla società tutta: «Oggi sembra un anno [i giorni scorrono tanto lenti da sembrare lunghi come un anno]. Anche il nostro stato psicologico è pessimo. Anche il cibo non è buono e qui non tutto è buono, ci sono otto persone gravemente malate e non c’è personale medico. Hanno bisogno di cure il prima possibile. C’è molto razzismo: persone che non hanno fatto nulla di male sono qui nelle loro condizioni peggiori. Sono state portate qui direttamente dal mare. Non hanno fatto nulla di male. Non c’è personale medico, c’è molto razzismo. Vogliamo cambiare questo centro. Vogliamo andare in un altro centro. Per favore e grazie mille». Il comunicato denuncia condizioni gravissime: cibo insufficiente, tutela sanitaria e giuridica carente, deprivazione, disorientamento e disperazione fino all’autolesionismo. Alcune delle otto persone in condizione medica urgente potrebbero mostrare segni di autolesionismo o patologie trascurate, probabilmente aggravate dalle pratiche del centro. Notizie/CPR, Hotspot, CPA DA MACOMER A PALAZZO SAN GERVASIO, PASSANDO PER BARI: IL FILO AUTORITARIO DEI CPR Intanto a Bologna si rilancia la mobilitazione contro nuovi centri Redazione 18 Febbraio 2026 Emergono anche gravi criticità nella gestione: persone trattenute senza diritto, ostacolo agli accertamenti medici e informazioni carenti sullo status giuridico degli internati. Come scrivono gli stessi detenuti: «Vogliamo andare in un altro centro», «Vogliamo cambiare questo centro», frasi che tradiscono l’inconsapevolezza della propria condizione, amplificata dal pressappochismo dei gestori e delle forze dell’ordine. Le testimonianze raccolte dalle organizzazioni firmatarie confermano un contesto di privazione dei diritti, violenza e indifferenza. Recentemente, un giovane tunisino ha ingerito delle batterie ed è stato trasportato al Pronto Soccorso. Lunedì scorso, gli avvocati che dovevano incontrare gli internati hanno visto le visite improvvisamente annullate a causa di “problemi” con due persone trattenute. Le condizioni sanitarie sono drammatiche: da settimane mancano cerotti, garze, bende e disinfettanti. Un internato ha raccontato di essere stato medicato con acqua e nastro isolante dopo un infortunio alla mano. Il personale infermieristico è sottoposto a turni massacranti, spesso saltando quelli di assistenza, con stipendi arretrati fino a due mesi. Il medico del CPR si presenta solo mezz’ora al giorno e la psicologa non effettua colloqui. Contattare la direttrice per far valere i propri diritti risulta estremamente difficile. In un contesto segnato da indifferenza, insulti razzisti e stereotipi che dipingono i reclusi come criminali pericolosi, il comunicato offre una testimonianza diretta di violenza psicologica sistematica. Persone trattenute senza aver commesso alcun reato reclamano il diritto alla propria umanità, chiedendo di essere ascoltate. Le organizzazioni firmatarie concludono con un appello chiaro: «Tutti i CPR devono essere chiusi! Cominciamo da Macomer».
“Diritti contro il razzismo”, un podcast di Lunaria
“Diritti contro il razzismo” è un podcast in quattro puntate di Lunaria, parte del progetto Sportello contro il razzismo 1, che offre strumenti legali pratici per capire e contrastare il razzismo quotidiano, intervistando esperti su immigrazione, sicurezza e discorsi d’odio. Lunaria ha interrogato tre avvocati e un’attivista impegnati su queste materie per capire la legislazione, farsi raccontare come viene applicata e come le reti e i singoli possono usarla per segnalare discriminazioni o difendersi da norme che penalizzano le persone di origine straniera, ma anche chi decide di partecipare alla vita pubblica manifestando. Nella prima puntata, uscita il 12 febbraio, l’avvocata e ricercatrice Federica Borlizzi spiega il DDL sicurezza del 2025 (e sulle anticipazioni relative a quello del 2026), norme al limite della legittimità costituzionale che hanno come obiettivo quello di scoraggiare la partecipazione e che colpiscono spesso persone di origine straniera. Nella seconda puntata, online il 19 febbraio, si parla di hate speech (o discorso d’odio) con l’avvocato Alberto Guariso socio di ASGI. Che cos’è il discorso d’odio e come è trattato nel diritto italiano, quando è il caso di agire legalmente e che succede se a pronunciarlo sono gli eletti e le elette? Nella terza puntata, uscita il 26 febbraio, l’avvocata Paola Fierro socio di ASGI parla delle discriminazioni nell’accesso ai servizi di welfare. Come, quando e perché avvengono? In quali casi si è fatto ricorso e ottenuto che queste venissero superate? Quali sono gli strumenti giuridici disponibili? Nella quarta e ultima puntata, online il 5 marzo, l’attivista e volontaria del Servizio Civile a Lunaria Lisa Zorzella parla di come contrastare l’hate speech online: cosa può fare concretamente chi legge un commento d’odio, come funzionano le segnalazioni e perché gli algoritmi dei social spesso ne amplificano la diffusione. 1. Il progetto è finanziato dall’8×1000 della Chiesa Valdese. ↩︎
Medici indagati a Ravenna, chiesta la sospensione
Nuovo capitolo nella vicenda giudiziaria e nella propaganda mediatica che coinvolge alcuni medici di Ravenna finiti sotto indagine per non aver certificato l’idoneità sanitaria al trattenimento di alcune persone straniere destinate ai Centri di Permanenza per il rimpatrio (CPR). Secondo quanto emerso negli ultimi giorni dalla stampa, oltre alle indagini e alle perquisizioni già rese note, la procura avrebbe chiesto anche la sospensione cautelare dall’esercizio della professione per un anno nei confronti dei sanitari coinvolti. La misura interdittiva, che si aggiungerebbe agli accertamenti investigativi già in corso – comprese intercettazioni ambientali date in pasto ai media – riguarda l’attività di quei medici che avevano certificato l’incompatibilità delle persone di essere trattenute nei CPR. La vicenda, fin dal primo momento, ha suscitato la reazione di associazioni e realtà che si occupano di diritti delle persone migranti e di salute nei contesti di frontiera, con una raccolta firme online tuttora in corso (“La cura non è reato”) e con un partecipato presidio-flash mob che si era svolto il 16 febbraio davanti all’ospedale Santa Maria delle Croci. Notizie/CPR, Hotspot, CPA MEDICI SOTTO INDAGINE A RAVENNA PER LE NON IDONEITÀ AI CPR. L’APPELLO: «LA CURA NON È UN REATO» In corso un attacco all'autonomia medica, la risposta degli Ordini dei Medici e della Fnomceo Redazione 14 Febbraio 2026 In un comunicato diffuso giovedì, la Rete Mai più lager – No ai CPR evidenzia come questa nuova “caccia alle streghe” rischia nella realtà di incidere sull’autonomia professionale dei medici. Secondo la Rete, i provvedimenti richiesti dalla magistratura rischiano di avere effetti che vanno oltre la singola indagine. «Se la libera valutazione clinica della compatibilità con la detenzione amministrativa diventa oggetto non solo di indagini, ma anche di pesanti provvedimenti cautelari interdittivi», si legge nel comunicato, «ciò determina inevitabilmente un fortissimo condizionamento che rischia di compromettere l’indipendenza di chi opera in quei contesti». L’allarme riguarda soprattutto il clima che potrebbe crearsi tra i professionisti chiamati a valutare le condizioni di salute delle persone destinate alla detenzione amministrativa. «Il rischio è che il timore di ingiuste conseguenze personali e professionali finisca per condizionare l’autonomia diagnostica», scrive la rete, sottolineando che «il medico risponde solo alla coscienza e alla salute del paziente». Nel testo si richiama anche la campagna per fare luce sulle condizioni della detenzione amministrativa nei CPR, promossa negli ultimi anni da associazioni e operatori sanitari che lavorano nei contesti migratori. Il punto centrale, spiegano, è che certificare l’incompatibilità con la detenzione amministrativa è un atto clinico e non politico. Del resto, è lo stesso governo che con la circolare del 20 gennaio 2026 del Ministero dell’Interno spinge affinché la visita medica di idoneità venga effettuata solo dopo l’ingresso della persona nel CPR. Comunicati stampa e appelli/CPR, Hotspot, CPA LA SALUTE NON È UNA VARIABILE DELL’ORDINE PUBBLICO Appello dei professionisti della salute per la tutela delle persone migranti, in risposta alla Circolare del Ministero dell’Interno del 20/01/2026 28 Gennaio 2026 «Sospendere un medico dalla professione perché ha rilevato l’incompatibilità di una persona con la detenzione amministrativa è un paradosso pericoloso quanto illegittimo», afferma la Rete. «Non si può “sospendere” la tutela della salute in nome di una gestione securitaria delle frontiere». Secondo gli attivisti e i professionisti coinvolti nella campagna, provvedimenti di questo tipo rischiano di produrre un effetto di medicina difensiva nei luoghi più delicati del sistema migratorio. «Questi provvedimenti finiscono per creare un clima di paura, spingendo i clinici verso una medicina difensiva che ignora la sofferenza e la cura della persona». La presa di posizione collega inoltre la vicenda di Ravenna a una critica più ampia del sistema dei CPR. «La detenzione amministrativa è intrinsecamente patogena», afferma il comunicato, in quanto l’isolamento, l’incertezza e la privazione della libertà senza reato «producono attivamente malattia mentale e fisica». Un giudizio che trova riscontro anche in studi e posizioni istituzionali. Viene citato anche il recente materiale informativo diffuso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e alcune pronunce del Consiglio di Stato che hanno messo in discussione l’adeguatezza delle condizioni sanitarie nei centri. Per questo, sostiene la Rete, quando un medico certifica l’incompatibilità con la detenzione «non sta compiendo un atto ideologico», ma «una diagnosi basata su evidenze scientifiche». «La tutela della vita e della dignità umana non può essere messa sotto inchiesta», conclude la Rete Mai più lager – No ai CPR, avvertendo che la posta in gioco va oltre il singolo procedimento giudiziario: «Se certificare la verità clinica diventa un rischio professionale, è l’intera tenuta democratica del nostro sistema sanitario a essere in pericolo».
Smisurata preghiera
Questo contributo assume la forma di una lettera aperta rivolta a chi opera, studia e attraversa le frontiere contemporanee. A partire dall’incontro con una giovane donna migrante, il testo ricostruisce una traiettoria migratoria segnata da violenze strutturali, detenzione arbitraria, pratiche di riscatto e forme di schiavitù contemporanea in Libia. La storia mette in luce il nesso tra controllo dei confini, sistemi detentivi informali, attori criminali e logiche di profitto che trasformano le persone migranti in “oro nero”, merce scambiabile lungo una filiera che va dalla cattura allo sfruttamento lavorativo e sessuale. Il testo interroga anche la posizione di chi fa ricerca sul campo nelle aree di frontiera, problematizzando la distanza tra osservazione e coinvolgimento, tra denuncia e protezione effettiva. La frontiera emerge così non solo come linea geopolitica o dispositivo di esclusione, ma come spazio politico e morale in cui si ridefiniscono valore, dignità e libertà delle vite in movimento. La storia di Victoire rende tangibile la permanenza di forme di schiavitù ancora presenti nel nostro mondo  e tenta, in questo modo, di interrogare profondamente la responsabilità etica e politica di ogni singolo essere umano. Questa è una lettera aperta. Un invito a tutti gli operatori di frontiera che agiscono con il corpo, l’anima e il sudore ogni giorno in quel contesto senza pace e senza limite che è un confine. A tutte le ricercatrici e ricercatori: per questioni legate ai loro studi, finiscono per ficcare il naso in temi che non sono oggetti di studio, ma vite, spogliate di dignità e di valore. Anche loro oltrepassano un confine, che li porta fuori dall’accademia. Si spostano nel campo fino a trovarsi invischiati nel terreno melmoso di vite che ancora respirano ma non hanno spazio di esistere, anche quando vorrebbero ancora. È una lettera alle persone che lavorano nel sociale. A chi si ritrova legato a uomini e donne che vivono tra le frontiere, le attraversano, le subiscono, le bruciano, le incarnano. Persone che troppo spesso si incastrano nella loro carne, come spine che penetrano e ci si incistano dentro. A chi sceglie di starci ed esserci, senza sapere che agisce nelle frontiere che stanno “fuori” per capire le proprie, che stanno “dentro”. I confini configurano il mondo, delimitano territori, eppure sono costantemente soggetti a cambiamenti apparendo e scomparendo, qualche volta cristallizzandosi nella forma di muri che rompono e riordinano spazi politici un tempo unificati, attraversano la vita di milioni di uomini e donne che se li portano addosso. In luoghi come il Mediterraneo centrale, sono liquidi, fluidi, intersezione tra pratiche di attraversamento e di chiusura; non luoghi in cui si scontrano tensioni politiche e sociali, sito di esclusione, ma anche spazio di resistenza e di contestazione.  Il limine è uno spazio politico, un modo di vivere.  È una lettera aperta, questa, che chiama a raccolta il dolore e la rabbia. Nomina la fatica che si incastra nell’anima, nell’eterna ricerca della giusta distanza con chi si incontra, in un movimento talvolta estenuante perché come un pendolo si agita tra un troppo vicino che brucia e un troppo lontano che non è abbastanza. So che tutte queste persone che agiscono nelle frontiere combattendo per affermare il sacrosanto diritto di ogni singolo essere vivente, capiranno la storia che segue.  Parla di una donna di 21 anni, madre di un bambino di appena due mesi. La chiamerò Victoire qui. Ovviamente non è il suo vero nome. Le attribuisco questo, perché sa di lotta e di gloria. Sa di storia che ha un lieto fine.  Victoire è giovane; nei pochi anni che ha dietro di sé, c’è già troppa violenza.  Nata in un paese dell’Africa dell’est, è rimasta orfana molto presto. L’ha crescita una zia che l’ha obbligata a sposarsi quando aveva diciassette anni con un uomo che aveva più del doppio della sua età. “Era un modo per liberarsi di me”, mi ha detto. Victoire non voleva. Ha implorato, ma questo le era destinato. Allora ha scelto di andarsene, sola. Ha avuto il coraggio della lotta e dell’avventura.  Del suo percorso attraverso l’Africa non so molto, non ne abbiamo parlato oggi. La ascolterò se avrà voglia di raccontarmelo un’altra volta. Deciderà lei. Oggi mi ha raccontato che è finita in Libia e che qui viveva con un uomo incontrato durante l’avventura. Lo definisce così, il suo percorso, come fanno le persone migranti.  È in Libia che ha dato alla luce il figlio di questo uomo e compagno. Non l’ha fatto in ospedale, ma da sola, nella casa che condivideva con altre venti persone. Per andare in una clinica ci vogliono soldi e poi, è pur sempre vero che troppo spesso le persone migranti dell’Africa sub sahariana si fanno respingere come cose sgradite. Certe volte, le cacciano proprio anche lì. Ha partorito da sola all’inizio di dicembre 2025. Una sera, nella casa in cui viveva, in una città sulla costa, un gruppo di sette persone armate e incappucciate è entrato con la forza. Li chiamano Asma boys o Isma Boys. Gruppi criminali attivi in Libia, composti prevalentemente da giovani uomini e spesso collegati, in modo diretto o indiretto, a milizie locali o a reti informali di controllo del territorio. Non si tratta di un’organizzazione formalmente strutturata. Sono banditi che intervengono nella gestione informale delle strutture, nei trasferimenti dei detenuti e in pratiche connesse allo sfruttamento lavorativo o sessuale, in attività riconducibili al traffico di esseri umani. Sono criminali armati e violenti che operano all’interno di un sistema frammentato e caratterizzato da un forte legame tra poteri ufficiali e attori informali. Non hanno scrupoli: non vedono persone davanti a loro, ma merce di scambio, da sfruttare, da vendere. Le chiamano or noir, oro nero, sottolineandone il valore economico. E in questa prospettiva, le persone diventano una fonte di profitto paragonabile a una risorsa preziosa: ogni passaggio – dalla detenzione al trasporto, fino allo sfruttamento lavorativo o sessuale – genera guadagni per chi controlla il sistema. L’aspetto paradossale e drammatico è proprio questo: i migranti vengono considerati “preziosi” in quanto merce redditizia, non in quanto esseri umani. Il loro valore è calcolato esclusivamente in termini monetari, mentre sul piano umano sono privati di diritti, dignità e tutela. Così, pur essendo trattati come una risorsa economica di grande pregio, nella pratica quotidiana subiscono violenze, abusi e condizioni di totale spersonalizzazione e reificazione. La loro vita non ha valore in sé, in quanto vita. Ha valore in quanto merce. È un bene scambiabile, stimata per il profitto che può generare. Victoire è oro nero. E poi è giovane e donna: vale di più sul mercato. Gli asma boys, in dicembre, l’hanno arrestata insieme agli altri con cui viveva, l’hanno caricata su un camion chiuso insieme agli altri compagni, stipati come animali, scaricati in una prigione che lei non sa identificare.  Chissà dov’è quel luogo, dalle stanze ampie, in cui le donne, sole e con figli sono detenute insieme, senza materassi per terra, senza teli, con una sola finestra che non si può raggiungere, perché troppo in alto. Dove sarà questo centro di detenzione nel cui cortile ci sono altalene per far giocare i bambini, ma in cui lei e nessun altro detenuto ha avuto diritto di andare, messe li, ad ingannare gli osservatori dei diritti umani o le organizzazioni che ogni tanto hanno l’autorizzazione di entrare? È in Libia certo, questo inferno recintato dove lei, come tutte le persone che ci sono arrivate insieme, prima di entrare nella stanza, sono state denudate davanti a tutti e perquisite, che si sono viste infilare le dita in ogni pertugio, perché -si sa- il corpo è un nascondiglio, la cachette più efficace. Perquisiscono anche i bambini, ché non si sa mai che nel pannolino ci siano beni preziosi nascosti, sfuggiti alle infinite precedenti perquisizioni. Suo figlio aveva due settimane quando è entrata lì dentro.  Victoire ha provato a descrivermi il luogo e si è soffermata negli angoli dello stanzone, in cui, ad ondate, nuove donne sono arrivate e altre sono riuscite ad uscire perché qualcuno ne ha pagato il riscatto. Si è soffermata su quelli, perché è lì che le donne sono violentate. Generalmente ne prendono due o tre e le portano in quegli angoli. E le obbligano ad avere rapporti orali, davanti alle altre detenute. Poi c’è un bagnetto. Uno solo. Piccolo, con escrementi e poca acqua. E spesso, se manca, devono bere quella dello scarico. Allora se una donna viene portata lì dietro, sarà sodomizzata.  È stata cruda, nel suo racconto Victoire: mi ha fatto entrare in quel luogo, mi ha fatto guardare gli angoli di quella stanza e ha usato le parole sporche della violenza, taglienti, rudi, ruvide.  In un attimo, le ho sentite insinuarsi dentro, mi hanno investita, travolta, sopraffatta le grida di quelle donne, le suppliche di smettere e di lasciarle andare, i pianti dei figli che vedono. Lei, è stata risparmiata dal subirle, non dall’obbligo di esserne spettatrice. Ha visto donne entrare e uscire, fino a quando un uomo in contatto con le guardie, un “fratello nero”, un intermediario tra la prigione e il mondo, le ha proposto di acquistare per lei la sua liberazione. Ha comprato la sua libertà, insieme a quella di altre otto persone. Perché funziona così: da una prigione in Libia si esce perché qualcuno paga il riscatto o perché si muore.  Quell’uomo le ha promesso che l’avrebbe liberata. L’ha pagata 7000 dinari. Quasi mille euro. In cambio, Victoire doveva lavorare per lui o per chi lui avrebbe deciso. Lei ha accettato.  Due settimane fa, è arrivata in una nuova prigione che assomiglia ad una casa. Ci sono le finestre con sbarre, c’è un bagno. Ogni sera va a lavorare da una ricca donna libica che parla solo arabo e la tratta male, come mi dice. Esce alle sei e finisce a mezzanotte. Sempre rigorosamente scortata. Talvolta è la stessa padrona libica che la riaccompagna nella sua “casa”.  Lavoro a parte, Victoire non può uscire quando vuole e se lo fa, qualcuno, che lavora per l’uomo che se l’è comprata, la accompagna e la sorveglia.  Il venerdì non lavora: in fondo è gentile questo suo proprietario che domanda a tutta la sua merce umana cosa vogliano fare del giorno libero che lui benevolmente accorda.  Io oggi, prima di parlarle, non lo sapevo che fosse una schiava. Io provo a fare una ricerca che tenta di comprendere come vivano le persone migranti  prima di attraversare il mare per arrivare in Europa e quali siano le dinamiche di solidarietà che che si sviluppano lungo il percorso migratorio. Ho ascoltato persone che vivono nei campi di insediamento informale alle periferie di Zawiya e Zuwara, quelle che lavorano nelle case in costruzione a Tripoli. Alcune che vivono negli Zitounes in Tunisia. Io, oggi, non mi aspettavo di parlare con una schiava. Perché questo è Victoire: una persona di fatto privata della libertà, controllata, sfruttata come oggetto per trarne profitto, attraverso coercizione, violenza, abuso di vulnerabilità o inganno. Questo pensiero non mi dà pace, mi tormenta. Ho avuto a che fare con donne che erano state sfruttate, ma libere quando le ho incontrate o ancora coatte, ma con reali ed effettive possibilità di protezione, di liberazione, di riacquisizione della libertà. Victoire è schiava. Ora.  Il suo valore ammonta a 7000 dinari. Quasi 1000 euro. In Europa, molti potrebbero comprarla. Non riesco a smettere di pensare che oggi nel mondo in cui vivo, c’è chi tira a campare, chi si compra una macchina e chi acquista un essere umano e lo rivende.  Oggi ho ascoltato Victoire. Mi ha detto cose che non avevo previsto di sentire: mi ha parlato della sua sorte di schiava.  Non mi ha chiesto i soldi per ridurre i tempi della sua detenzione, ma di raccontare la sua storia, proprio la sua.  Allora tengo fede alla promessa. Oggi, ascoltando la sua storia, mi chiedo che valore abbia denunciare che tutto questo accade ancora. Perché la mia denuncia non la protegge e non le restituisce la libertà che lei, come tutte le altre persone vendute devono avere di diritto.  Per questo lascio che la sua storia sia una lettera aperta. Destinata a chi, come me, opera in frontiera, a chi l’ha attraversata, ci lavora, la difende, la calpesta. A tutti quelli che la immaginano come una linea, come un corpo che incarna, come un muro da erigere o abbattere. A chi pensa che vada difesa o a chi ne dichiara l’assoluta e ingiusta esistenza. A chi vorrà consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità. Ad ogni essere umano che si fermerà, anche solo un istante per incontrare Victoire, proprio quella di questa storia. Che la immaginerà fragile e forte, sola e spaventata. Isolata, stanca, persa. Ancora viva. E schiava, come l’ho incontrata io. 
Uniti contro il Regolamento UE sulle deportazioni
Oltre 90 organizzazioni europee chiedono ai legislatori dell’UE di respingere il regolamento UE sulle espulsioni (noto come “Regolamento sui rimpatri” 1). In una dichiarazione congiunta 2, denunciano i rischi e i danni che questa legge comporterebbe per milioni di persone in tutta Europa: dalle retate contro gli immigrati al profiling razziale, fino agli obblighi di segnalazione che coinvolgerebbero anche i servizi pubblici 3. Molte di queste preoccupazioni sono state ribadite da 16 esperti ONU per i diritti umani in una lettera inviata alle istituzioni europee 4. Firma la petizione: Dire no alle deportazioni di massa in Europa Come sottolinea la petizione pubblicata da WeMove Europe, un’organizzazione indipendente di cittadini europei che si batte per trasformare le politiche dell’Unione Europea: “Il regolamento distruggerebbe le famiglie, aumenterebbe le detenzioni e trasformerebbe la migrazione in un business per società private di sicurezza e sorveglianza”. > «Tutte e tutti noi vogliamo vivere in sicurezza e contribuire alle nostre > comunità. Chiediamo all’UE di scegliere cura, dignità e diritti – non paura e > profitto». COSA PREVEDE IL REGOLAMENTO Il progetto di regolamento: * Amplia ed estende la detenzione di persone senza documenti, inclusi minori, riducendo le garanzie procedurali * Consente agli Stati membri di istituire centri di espulsione poco trasparenti fuori dall’UE * Obbliga gli Stati membri ad adottare “misure di individuazione” ampie e indefinite, trasformando potenzialmente spazi quotidiani, servizi pubblici e interazioni comunitarie in strumenti di controllo dell’immigrazione Lo scorso dicembre, il Consiglio dell’UE ha introdotto un nuovo articolo che autorizza perquisizioni in abitazioni private e altri “locali pertinenti”, comprese le strutture gestite da organizzazioni di beneficenza e le case di cittadini sospettati di ospitare persone senza documenti 5. Un comunicato congiunto pubblicato da PICUM e da oltre 90 organizzazioni avverte che il regolamento: abilita raid domiciliari senza mandato, controlli in spazi pubblici e obblighi di segnalazione nei servizi; spinge le persone vulnerabili a evitare servizi essenziali come sanità, istruzione e assistenza sociale per paura di essere individuate e segnalate; normalizza una sorveglianza generalizzata, consolidando un sistema punitivo basato su sospetto e controllo, piuttosto che su diritti e protezione. Notizie/Regolamenti UE RIMPATRI, LA NUOVA STRETTA DELL’UE: «UN REGOLAMENTO DISUMANO CHE VA RESPINTO» Oltre 200 organizzazioni firmano un appello contro il regime di detenzione e deportazione Redazione 16 Settembre 2025 Le organizzazioni denunciano anche che il regolamento distrugge la fiducia tra operatori dei servizi pubblici e comunità, alimentando discriminazione, isolamento e marginalizzazione. Le retate e le misure di individuazione scoraggiano l’accesso a servizi essenziali, intrappolano le persone nella violenza e nello sfruttamento e rompono i legami sociali. > “Milioni di noi – sottolineano gli attivisti – assistono alle scene che > arrivano dagli Stati Uniti: agenti che trascinano le persone fuori dalle loro > case all’alba, famiglie spezzate… Ora immagina questa scena nella tua strada. > Possiamo fermare tutto questo. Ma solo se agiamo adesso”. «Chiediamo ai responsabili politici, alle autorità pubbliche, ai lavoratori dei servizi pubblici, alle organizzazioni della società civile e alle comunità di tutta Europa di rifiutare ogni forma di individuazione», ribadiscono le organizzazioni. 1. Article 6, Proposal for a Regulation of the European Parliament and the Council, establishing a common system for the return of third-country nationals staying illegally in the Union, and repealing Directive 2008/115/EC of the European Parliament and the Council, Council Directive 2001/40/EC and Council Decision 2004/191/EC ↩︎ 2. Leggi la dichiarazione in eng-fra-ita-esp ↩︎ 3. Perché il regolamento UE sui rimpatri va respinto. Appello delle associazioni alle istituzioni europee, Asgi (settembre 2025) ↩︎ 4. Leggi la lettera ↩︎ 5. Articolo 23(a), “Misure investigative”, Orientamento generale del Consiglio sulla proposta di regolamento sui rimpatri ↩︎
Una regolarizzazione spinta dal basso cambia la Spagna
La misura, promossa dalla piattaforma Regularización Ya! e portata in discussione nel Parlamento spagnolo dopo aver raccolto più di 700.000 firme, potrebbe beneficiare circa 840.000 persone che si trovano in situazione amministrativa irregolare nel Paese. Oltre il 90% di questi individui proviene dall’America Latina e il 58% sono donne. Tra le persone beneficiarie potrebbero esserci 150.000 minori di 10 anni. Ora si attende la pubblicazione definitiva nella Gazzetta Ufficiale dello Stato (BOE), prevista per marzo 2026. La misura, approvata mediante Real Decreto-Ley lo scorso 27 gennaio 1 durante il Consiglio dei ministri 2, è stata promossa dalla piattaforma Regularización Ya insieme a quasi un migliaio di organizzazioni della società civile 3. «Senza dubbio l’aspetto più importante di questo annuncio è che la misura è stata concepita per il beneficio delle persone migranti in Spagna in un momento in cui questi diritti vengono messi in discussione a livello globale», dichiarava Redwan Baddouh, attivista e membro della piattaforma, durante una conferenza stampa 4. La misura prevede un totale di tre requisiti, dei quali sarà necessario soddisfarne almeno uno per poterne beneficiare. Questi sono: trovarsi in situazione di vulnerabilità, essere entrati in Spagna prima del 31 dicembre 2025 e poter dimostrare una permanenza pari o superiore a cinque mesi nel territorio. Allo stesso tempo, le persone dovranno dimostrare di rispettare anche gli altri requisiti ordinari propri di un processo di regolarizzazione. Al 1° gennaio 2025, il totale delle persone straniere residenti in Spagna in situazione amministrativa irregolare rappresentava il 17,2% della popolazione straniera proveniente da Paesi non comunitari 5. Nella maggior parte dei casi, le persone sono arrivate in situazione regolare, ritrovandosi successivamente in una condizione amministrativa irregolare. Questo fenomeno è noto come irregolarità sopravvenuta. «A partire dal 2020, grazie alla ricerca promossa da enti del terzo settore come Fundación porCausa, abbiamo potuto ottenere un quadro più completo del profilo di queste persone», riconosce Edith Espinola, anch’essa membro della piattaforma. «Un elemento sicuramente positivo è che la misura favorisce per quasi il 60% le donne, molte delle quali madri sole in una situazione di enorme precarietà», sottolinea Espinola. «Senza dubbio stiamo parlando di un salto di qualità nella vita di queste persone. Come persona che è arrivata in questo Paese per lavorare come collaboratrice domestica convivente, conosco le condizioni di violenza e semischiavitù a cui molte mie colleghe sono esposte quotidianamente», continua Espinola, evidenziando che quasi 200.000 donne impiegate nel settore dell’assistenza e della cura in Spagna beneficeranno della misura. Per i rappresentanti della piattaforma Regularización Ya, l’aspetto più importante è poter sperimentare la sensazione di libertà che comporta camminare per strada senza paura di retate della polizia. > «Quando si lascia alle spalle la situazione irregolare, si torna a sentirsi > una persona con dignità», afferma Baddouh. «Vivere in Spagna senza documenti equivale a vivere in una prigione invisibile», commenta Lamine Sarr, rappresentante del collettivo dei venditori ambulanti di Barcellona. «Stiamo parlando di qualcosa di così umano come poter accedere al mercato del lavoro con diritti. Grazie a questa misura, persone che lavorano più di 12 o 14 ore al giorno raccogliendo fragole a Huelva potranno aspirare a qualcosa di tanto basilare quanto avere un tetto sotto cui vivere», sottolinea Sarr. «Voglio lanciare un messaggio a tutte quelle persone di questo Paese che dicono con orgoglio di essere razziste. Se lo siete davvero, smettete di consumare qualsiasi prodotto che sia stato manipolato da persone migranti durante la sua fase di produzione. Oggi è impossibile vivere ignorando le persone straniere in questo Paese», conclude Sarr. UN’INIZIATIVA POPOLARE CHE DIVENTA NORMA Il movimento Regularización Ya è nato nel 2020 durante la pandemia di COVID, di fronte alla situazione straordinaria che migliaia di persone migranti in situazione irregolare stavano vivendo in quel momento in Spagna. Nell’aprile di quell’anno è stata lanciata la prima campagna pubblica della piattaforma, sostenuta da quasi 900 collettivi, in maggioranza composti da persone migranti. Non è stato fino al 2022 che un movimento di quasi un migliaio di organizzazioni guidate da Regularización Ya ha avviato la campagna denominata Esenciales per promuovere un’Iniziativa Legislativa Popolare (ILP) con cui portare la proposta di regolarizzazione davanti al Congresso. Nell’aprile 2024 tutti i gruppi parlamentari, ad eccezione del partito di estrema destra Vox, hanno votato a favore della sua trattazione. Da allora, la piattaforma doveva solo attendere che il governo ne annunciasse l’approvazione definitiva. A differenza delle regolarizzazioni promosse da governi precedenti, la novità in questa occasione risiede nel fatto che la proposta arriva attraverso una mobilitazione cittadina. Allo stesso tempo, a differenza del meccanismo del Real Decreto, che può essere contestato da altri partiti e inviato alla Terza Sezione del Tribunale Supremo, trattandosi di un’iniziativa che emana dalla società civile nessuna formazione politica può metterla in discussione. Grazie alla misura, il governo spagnolo prevede di raccogliere più di 3.500 euro annui di contributo aggiuntivo per persona attraverso imposte dirette e contributi previdenziali; inoltre, si prevede che contribuisca a riequilibrare la piramide demografica, poiché meno dell’1% delle persone che potranno beneficiarne supera i 65 anni, età media di pensionamento in Spagna. Nel caso dell’Italia, l’ultima regolarizzazione straordinaria annunciata dal governo è avvenuta il 19 maggio 2020. Conosciuta come Sanatoria 2020, è stata approvata mediante il Decreto Rilancio durante la prima fase della pandemia. Delle oltre 200.000 domande presentate, un totale di 85.000 persone ha beneficiato della misura. 1. A seguito di un accordo tra PSOE e Podemos ↩︎ 2. Leggi anche: El Consejo de Ministros aprueba la tramitación urgente del Real Decreto para regularizar a personas migrantes, El Salto (27 gennaio 2026) ↩︎ 3. La storia del Movimiento #RegularizacionYa ↩︎ 4. Leggi anche: La regularización extraordinaria de migrantes o cómo la calle le marcó el camino a las instituciones, El Salto (4 febbraio 2026) ↩︎ 5. La población extranjera en situación irregular en España a comienzos de 2025: una estimación, Funcas (gennaio 2026) ↩︎