Tag - Solidarietà e attivismo

Grecia. Assolti a Lesvos 24 volontari impegnati nel soccorso in mare
Dopo sette anni di limbo legale, il 15 gennaio 2025 la Corte di appello di Lesbo (Grecia) ha finalmente assolto i 24 operatori umanitari legati all’organizzazione Emergency Response Centre International (ERCI), ponendo fine ad un procedimento che li vedeva accusati di favoreggiamento all’immigrazione irregolare, riciclaggio di denaro e associazione a delinquere. In caso di condanna, avrebbero rischiato pene detentive fino a venti anni per la loro attività di salvataggio di vite umane svolte nell’ambito delle operazioni di ricerca e soccorso (SAR). Al termine dell’udienza, durata ben più di undici ore e contrassegnata da frequenti e prolungate pause, il pubblico ministero
Criminalizzazione, rotte migratorie e accordi di cooperazione alla frontiera euro-africana occidentale
Nel 2025 il Mediterraneo e le rotte atlantiche verso la Spagna si confermano tra i confini più letali d’Europa. Secondo i dati raccolti dall’organizzazione Caminando Fronteras, tra gennaio e metà dicembre, almeno 3.090 persone hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere il territorio spagnolo via mare. Numeri drammatici, contenuti nel rapporto “Derecho a la Vida 2025” , pubblicato il 29 dicembre: tra le vittime si contano 192 donne e 437 bambini. Un bilancio che riaccende l’attenzione sulle politiche migratorie, sulle operazioni di soccorso e sul diritto alla vita lungo una delle rotte più pericolose al mondo. Caminando Fronteras registra
Nei CPR le violazioni non vanno in vacanza, anzi aumentano
Nel periodo natalizio, mentre l’attenzione pubblica si abbassa e anche l’intervento di monitoraggio è reso più difficile, nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio non ci sono feste e regali. Anzi, è proprio quando cala lo sguardo esterno che diventa più facile che avvengano le violazioni più gravi e che queste restino nascoste. I fatti dimostrano, effettivamente, quanto sia dura la realtà della detenzione ammnistrativa tra abusi, fragilità ignorate e nuove odiose strette sull’uso dei telefoni personali delle persone trattenute. Chi sicuramente non è andato in vacanza è la Rete “Mai più lager – NO ai CPR” che ha proseguito
Strage di Cutro: ONG e familiari chiedono verità e giustizia
Si sarebbe dovuto aprire domani, 14 gennaio, davanti al Tribunale di Crotone il processo penale sul naufragio avvenuto al largo di Steccato di Cutro nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023, una delle stragi più gravi della storia recente italiana. In quel naufragio persero la vita almeno 94 persone, mentre il numero dei dispersi non è mai stato accertato. Solo 80 persone riuscirono a sopravvivere. Nel procedimento sono imputati sei ufficiali tra Guardia Costiera e Guardia di Finanza, accusati di naufragio colposo e omicidio colposo plurimo. A costituirsi parte civile sono Emergency, Louise Michel, Mediterranea Saving Humans,
Nella Bolzano del turismo centinaia di persone lasciate al gelo
L’Alto Adige e in particolare il suo capoluogo Bolzano non possono essere raccontati come un territorio “impreparato” alle migrazioni. Da almeno un decennio, a partire dal 2016, la provincia autonoma, e tra le più ricche d’Europa, è un crocevia strutturale delle rotte migratorie europee: da sud arrivano persone che hanno attraversato il Mediterraneo, spesso con l’obiettivo di raggiungere altri Paesi dell’Unione; da nord tornano invece coloro che vengono respinti o “dublinati” da Germania e Austria, oppure persone in transito lungo l’asse che collega la rotta balcanica al corridoio alpino del Brennero. Il Brennero, oggi trasformato in una posticcia cartolina alpina
Richiedenti asilo senza riscaldamento nel CAS di Vaccamozzi
Sessanta richiedenti asilo e un operatore sono senza riscaldamento dal 24 dicembre nel Centro di accoglienza straordinaria (CAS) di Vaccamozzi nel comune di Erbezzo, in provincia di Verona, a oltre 1.100 metri di altitudine. A denunciarlo è l’Osservatorio Migranti Verona, che il 4 gennaio ha inviato una lettera al prefetto di Verona segnalando una situazione definita «di estrema gravità» che nel momento in cui scriviamo non si è ancora risolta. Secondo quanto riportato, nelle settimane di Natale e Capodanno le temperature nella zona hanno raggiunto «punte minime di meno 5,3 gradi con previsioni di meno 6 gradi nella notte tra il 4 e il 5 gennaio». In queste condizioni, scrive l’Osservatorio, «il riscaldamento è una cosa seria, molto seria». La causa del disservizio sarebbe la mancanza di gasolio necessario al funzionamento dell’impianto. Una responsabilità che, secondo l’Osservatorio, ricade direttamente sulla Prefettura: «La fornitura del gasolio nel Cas demaniale di Erbezzo è competenza con costo a carico della Prefettura». Da qui la richiesta urgente: «Chiediamo immediatamente di rifornire di gasolio il Cas di Vaccamozzi e, nell’impossibilità, di trasferire immediatamente gli ospiti in centri di accoglienza degni di questo nome». La lettera non si limita solo a chiedere un intervento immediato, ma solleva interrogativi sulle responsabilità e sulle eventuali negligenze: «La Prefettura, i funzionari incaricati non ne erano a conoscenza? E dopo che lo hanno saputo perché non si sono attivati in modo urgente e indifferibile, prima di andare in ferie?». Secondo informazioni raccolte informalmente, la necessità di un nuovo rifornimento di gasolio sarebbe stata segnalata già a novembre. Il “CAS di Vaccamozzi” è situato in una ex base militare nel comune montano di Erbezzo, nel Parco Naturale Regionale della Lessinia. E’ definito il CAS più isolato del Veneto e, fin dalla sua apertura, l’Osservatorio Migranti Verona ha denunciato la gestione problematica, evidenziando l’isolamento della struttura tanto da chiederne la chiusura e il trasferimento di tutte le persone accolte. Una situazione che, secondo l’Osservatorio, non sarebbe un caso isolato. «Era già successo negli anni scorsi – e anche nell’ultimo recente autunno – che i riscaldamenti nel Cas di Vaccamozzi venissero accesi oltre un mese dopo quelli degli abitanti di Erbezzo», sempre per mancanza di gasolio. Una responsabilità che viene attribuita nuovamente alla Prefettura. Nel documento vengono richiamate anche le regole europee sulle condizioni di accoglienza: già nel 2016 le linee guida EASO (oggi EUAA) prevedevano che «in tutti gli spazi della struttura è disponibile un sistema di regolazione della temperatura adeguato», stabilito in base alle condizioni climatiche locali. L’Osservatorio denuncia da anni «l’inadeguatezza del Cas di Vaccamozzi», una struttura isolata che oggi ospita il doppio delle persone rispetto al passato. «Ora la Prefettura da tempo ne ha collocate il doppio in condizione logistica isolata ed inaccettabile». Particolarmente critica anche la gestione quotidiana del centro. Secondo quanto riportato, «a gestire la struttura c’è in presenza 24 ore su 24 un unico operatore della cooperativa Stella di Varese, un ex ospite, senza alcuna formazione professionale». Un contesto in cui il «clima relazionale è estremamente problematico» e in cui chi segnala problemi «si vede spesso minacciato di ritorsioni». La segnalazione del freddo sarebbe arrivata all’esterno solo la sera del 2 gennaio. Nel frattempo, racconta l’Osservatorio, agli ospiti veniva promesso che il problema sarebbe stato risolto di giorno in giorno. Dopo una telefonata ai funzionari, riferisce ancora la lettera, «come primo effetto c’è stata l’immediata attivazione dell’operatore della cooperativa che si è messo alla ricerca dell’ospite informatore». L’Osservatorio arriva a ipotizzare una discriminazione: «Abbiamo il sospetto che quanto è successo rappresenti un atto discriminatorio, possibile solo perché chi è ospitato a Vaccamozzi non è considerato una persona». Le persone accolte, si legge, hanno «profili giuridici fragili e quindi facilmente ricattabili», motivo per cui «l’accoglienza dovrebbe essere rigorosamente più rispettosa». Per questo la segnalazione è stata inviata anche al Garante regionale dei diritti della persona e al sindaco di Erbezzo, ricordando che «persone costrette al freddo certo non sono in condizioni sanitarie adeguate».
“Corpi, diritti e memorie in lotta”
Cosa succede nel Sud Italia quando viene rinvenuto il corpo di una persona migrante? Come si procede ad identificarlo e ad avvertire la famiglia? Crediti fotografici: Silvia Di Meo; Valentina Delli Gatti Queste sono le due domande fondamentali al centro dell’ultimo rapporto di Memoria Mediterranea (MEM.MED) 1 e Clinica Legale Diritti Umani (CLEDU) di Palermo, “Corpi, diritti e memorie in lotta” 2. Prima di approfondire la questione, però, è opportuno fare un breve punto della situazione sulle politiche migratorie europee e, in particolare, italiane.  Iniziamo da un dato: dal 2014, secondo l’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni, almeno 33.220 persone sono morte o risultano disperse nel tentativo di raggiungere la riva nord del Mediterraneo 3. L’Unione Europea, con l’Italia in prima linea, continua a incrementare la collaborazione con Paesi terzi, innanzitutto Tunisia e Libia, garantendo ingenti finanziamenti per impedire alle persone migranti di spostarsi, nonostante ci siano prove di abusi e violazioni dei diritti umani in entrambi gli Stati. L’inchiesta “State Trafficking” 4, ad esempio, ha dimostrato che le forze militari tunisine sono coinvolte nelle espulsioni forzate verso la Libia, oltre che nella vendita di persone migranti ai corpi armati libici. Come se ciò non bastasse, a febbraio 2025 sono state ritrovate due fosse comuni in Libia, contenenti molti corpi di persone migranti, alcuni con segni di ferite da arma da fuoco 5.  Spostandoci al confine sud-orientale dell’Europa, è l’Albania a ricevere maggiori attenzioni. Nel novembre 2023, infatti, i presidenti dei rispettivi esecutivi, Giorgia Meloni e Edi Rama, hanno concordato un patto per il rafforzamento della collaborazione in materia migratoria, poi ratificato dal Senato italiano il 15 febbraio 2024 6. L’accordo prevede la possibilità per l’Italia di valutare domande di protezione internazionale su territorio albanese ma sotto la propria giurisdizione, tramite la detenzione delle persone migranti in dei CPR italiani situati sulle coste albanesi 7. Come sottolineano gli autori nel rapporto di MEM.MED e CLEDU:  «Questo protocollo è un altro tassello del sistema di violenza che uccide subdolamente: poco più di qualche settimana fa, il 19 maggio 2025, Hamid Badoui si è tolto la vita nel carcere di “Lorusso e Cotugno” a Torino. Il suo arrivo in carcere è stata l’ultima tappa di un ciclo infernale, che l’ha fatto passare prima nel CPR di Bari e poi in quello di Gjadër in Albania. […] Quello che viene definito sempre più spesso come “modello Albania” si rivela essere una macchina di oppressione, al quale altri leader della sfera internazionale vorrebbero ispirarsi, ma che ha conseguenze nefaste sulle vite di chi vi si ritrova intrappolato» 8. Le politiche migratorie si confermano, dunque, un “laboratorio per sperimentazioni normative a vocazione autoritaria” 9 e sono inserite in una narrazione più ampia di criminalizzazione che non riguarda solo le ONG, ma anche giornalisti, attivisti, comuni cittadini e, ovviamente, le persone migranti definite “illegali”. La colpevolizzazione esclusiva di queste ultime, inoltre, porta a una negazione delle responsabilità da parte degli Stati europei e, di conseguenza, a una negazione del problema in quanto tale.  Il rapporto di MEM.MED e CLEDU Palermo vuole essere «un diario di viaggio nelle pieghe concrete delle conseguenze di queste politiche» 10, coinvolgendo le famiglie dei migranti nelle ricerche dei propri parenti: «le loro testimonianze sono fondamentali: ci ricordano che dietro i numeri approssimativi prodotti dalle organizzazioni o dalle associazioni internazionali e nazionali, ci sono dei nomi, dei volti, delle storie, dei legami che non si spezzano con la morte o la sparizione. Anzi, queste famiglie non dimenticano, non possono dimenticare. L’oblio imposto dagli stati non è una possibilità plausibile. La creazione di nuove narrative, che specificano l’ingiustizia subita, contribuisce a formulare nuovi ricordi, nuovi modi di stare con e andare contro, insomma nuove memorie che abbracciano una dimensione collettiva, di rivendicazioni e di denuncia» 11.  Da settembre 2024 a maggio 2025 MEM.MED ha incontrato e fornito supporto a 82 famiglie di persone migranti scomparse e ha svolto attività di monitoraggio in Sicilia, Sardegna e Calabria per far luce su ciò che impedisce l’effettivo esercizio del diritto alla verità, all’identità, alla sepoltura e al lutto. La causa di ciò, oltre ad essere politica, riguarda un vero e proprio vuoto normativo nell’attuale ordinamento giuridico italiano: l’istanza di ricerca dei corpi dispersi e di identificazione delle salme non ha rango di diritto, si basa solo su mutevoli esigenze morali o religiose. Ciò si traduce, nel concreto, in una inadeguatezza del sistema burocratico che dovrebbe occuparsi della ricerca dei dispersi, dell’identificazione dei morti e del rimpatrio delle salme.  L’iter per la ricerca e l’identificazione di un corpo, infatti, è un percorso lungo e difficile, il cui peso ricade quasi interamente sulle famiglie, e costituisce un’altra forma di violenza 12. Il rapporto mostra quello che definisce un «regime della morte e della dimenticanza nel Mediterraneo» 13, in cui la gestione delle salme ricopre un ruolo fondamentale, e ricostruisce il percorso che segue il trattamento dei corpi di persone decedute in mare prendendo in considerazione diversi momenti: il soccorso, il recupero e lo sbarco, la raccolta e analisi dati, l’identificazione, il trasferimento e la sepoltura, il rimpatrio.  L’assenza di un quadro normativo chiaro si riflette innanzitutto nell’insufficienza delle risorse messe a disposizione per la ricerca e il recupero dei corpi, ma anche nel momento dell’identificazione, dato che non esiste un sistema di raccolta dati centralizzato e uniformato. La raccolta e la gestione dei dati biologici, al contrario, avvengono in modo frammentato, con prassi diverse in base a territori diversi, senza alcun coordinamento strutturale, rendendo molto difficile l’applicazione dell’identificazione forense dei corpi. Non esistono nemmeno procedure uniformi per la conservazione degli effetti personali ritrovati, che insieme ai dati biologici potrebbero essere necessari per un successivo riconoscimento. Quest’ultimo, invece, avviene principalmente tramite l’identificazione visiva da parte di un parente, qualora si trovi sul luogo, o tramite riconoscimento fotografico e, più raramente, tramite procedure di identificazione a distanza con videochiamata. Qualora le salme non vengano identificate, la situazione si complica ed emergono altri elementi problematici, tra cui assenza di tracciabilità, documentazione incompleta, competenze istituzionali confuse e mancanza di rispetto dell’identità religiosa delle persone decedute. Non c’è, infatti, una mappatura sistematica dei luoghi di sepoltura e il rispetto dei riti funebri non è garantito, soprattutto per quanto riguarda il rito musulmano. Come sottolineano le autrici, «la questione religiosa legata al trattamento e alla cura dei corpi delle persone decedute lungo le rotte migratorie è raramente presa in considerazione, e questa lacuna costituisce un’ulteriore forma di violenza».   Per quanto riguarda il rimpatrio, infine, la legge italiana prevede una serie di procedure che variano a seconda del Paese in questione, ma non esistono visti specifici che permettano ai familiari di recarsi nel luogo in cui si trovano le salme dei propri cari, e il visto turistico spesso non è sufficiente, dato il tempo richiesto da questo tipo di procedure. Inoltre, non viene fornita alcuna assistenza finanziaria alle famiglie da parte del Governo italiano e ciò aggiunge, agli ostacoli di natura politica e burocratica, anche quelli di natura economica, negando alle famiglie il diritto al lutto e alla memoria.  Se la violenza che colpisce innanzitutto chi cerca di attraversare i confini è lampante, nonostante il tentativo degli Stati di nasconderla, quella che colpisce le famiglie non è neanche presa in considerazione da questi ultimi, che vedono i migranti solo come numeri, invasori, nemici contro cui combattere per la sicurezza delle proprie popolazioni. Ma, come evidenziano MEM.MED e CLEDU, la morte alle frontiere e questo secondo tipo di violenza, meno immediata, hanno tuttavia degli effetti molto concreti e delle implicazioni significative sulle famiglie e sulle comunità di provenienza: «per ogni salma ritrovata sulle rive europee, c’è una famiglia che vive un’assenza incompresa. Per ogni corpo disperso in mare, c’è una famiglia che vive nel dubbio, nell’attesa, nella speranza di conoscere il destino del proprio caro» 14.  Dato che la maggioranza dei corpi non viene trovata o rimane non identificata, le famiglie che cercano i loro cari vivono una condizione particolare, che la psicologa Pauline Boss definisce di “perdita ambigua” 15, ovvero un tipo di perdita che non è chiara, non ha una conclusione e non permette un normale processo di lutto. È considerata una delle forme di perdita più stressanti e disfunzionali, perché manca la certezza necessaria per elaborare il dolore e “chiudere” l’esperienza. La perdita ambigua porta, infatti, alla mancanza di rituali (non c’è un funerale, né un momento di fine), a una sospensione emotiva (non si sa se “lasciare andare” o continuare ad aspettare) e a stress cronico (perché la situazione rimane irrisolta). In questa situazione, le famiglie sono abbandonate dalle istituzioni dei loro paesi d’origine e ignorate nel paese di destinazioni; si scontrano con «l’impassibile trascuratezza» 16 del sistema che gestisce le vite e le morti dei loro cari, senza riuscire a trovare un responsabile 17.  Secondo le autrici, siamo di fronte a una «strategia della dispersione della morte e dei corpi» 18 volta a evitare che le morti dei migranti acquistino troppa visibilità mediatica, estromettendo e silenziando il ruolo e le rivendicazioni delle famiglie. Il caso di Roccella Ionica 19, infatti, ha dimostrato come la dispersione dei corpi delle vittime in più ospedali e in più cimiteri abbia reso difficile un contatto diretto tra famiglie, associazioni, avvocati, facendo sì che, rispetto al caso di Cutro 20, la capacità di questi attori di essere visibili e incisivi nelle loro richieste è stata notevolmente ridotta. Rapporti e dossier NAUFRAGIO MAR IONIO, 17.6.2024. I MORTI INVISIBILIZZATI E IL SILENZIO DELLE ISTITUZIONI Un report da Roccella Jonica di Mem.Med (Memoria Mediterranea) Mem.Med 26 Giugno 2024 Il rapporto insiste, dunque, sulla necessità di far fronte a questo vuoto normativo con una proposta concreta che possa regolamentare e standardizzare procedure e modalità di intervento nei casi di morte in contesto migratorio, permettendo alle famiglie e alle comunità di appartenenza il pieno esercizio dei loro diritti. Combattere questo processo di invisibilizzazione è di primaria importanza, perché esso consente la normalizzazione di quelle morti, conducendo a una forma di assuefazione dell’opinione pubblica che rende il morire nel tentativo di attraversare i confini una conseguenza normale, accettabile e perfino prevedibile, la cui colpa viene spesso fatta ricadere sulle persone che hanno deciso di intraprendere il viaggio. Il rapporto evidenzia, quindi, il modo in cui «una narrazione umanitario-securitaria, insieme a una retorica criminalizzante, costituisce l’impalcatura ideologica e discorsiva che sostiene e legittima questo sistema di morte. Quando affiorano sulle coste meridionali italiane, accade che i corpi vengano spesso sepolti senza nome 21, sparsi tra i cimiteri. Queste vite si perdono una seconda volta nell’anonimato: alla morte fisica si aggiunge quella sociale e storica» 22. Contro questo lavoro di morte e invisibilizzazione, le testimonianze e la resistenza delle famiglie, affiancate dal lavoro di associazioni come MEM.MED e CLEDU, risultano ogni giorno necessarie e fondamentali per rivendicare giustizia a nome di coloro che non possono più farlo e per tentare di sovvertire, se non le relazioni di potere in quanto tali, almeno le narrazioni dominanti che costituiscono l’immaginario occidentale delle migrazioni.   1. La tag di Mem.Med su Melting Pot ↩︎ 2. Consulta il rapporto ↩︎ 3. Mediterranean | Missing Migrants Project (aggiornato al 22/12/2025) ↩︎ 4. Consulta il rapporto ↩︎ 5. IOM Deeply Alarmed by Mass Graves Found in Libya, Urges Action | International Organization for Migration ↩︎ 6. Protocollo di collaborazione Italia – Albania ↩︎ 7. I centri di permanenza per il rimpatrio (CPR), istituiti in Italia nel 1998, sono strutture di detenzione amministrativa nelle quali le persone migranti vengono trattenute per un tempo massimo che, dal 2023, può arrivare fino a 18 mesi cfr. L’Italia dei CPR: luoghi senza tempo, corpi senza giustizia – Memoria Mediterranea. Si veda anche Il Viminale vuole nascondere a tutti i costi che cosa succede nel Cpr di Gjadër in Albania (Altreconomia, 23 dicembre 2025) ↩︎ 8. “Corpi, diritti e memorie in lotta”, pag.8 ↩︎ 9. Decreto legge 37/2025: un laboratorio autoritario delle politiche migratorie – Asgi ↩︎ 10. “Corpi, diritti e memorie in lotta”, pag.6 ↩︎ 11. Ivi, p. 51. ↩︎ 12. Ivi, p. 20. ↩︎ 13. Ivi, p. 35. ↩︎ 14. Ivi, p. 44. ↩︎ 15. P. Boss, Ambiguous Loss: Learning to Live with Unresolved Grief, Harvard University Press, 2000 ↩︎ 16. “Corpi, diritti e memorie in lotta”, pag.46 ↩︎ 17. Appello alle istituzioni da parte di madri, sorelle e familiari di persone morte o disperse ai confini, Memoria Mediterranea (ottobre 2025) ↩︎ 18. Ivi, p. 51. ↩︎ 19. Tra il 16 e il 17 giugno 2024 un’imbarcazione partita dalle coste dal porto di Bodrum in Turchia con circa 67 persone a bordo (di cui 26 minori) è naufragata a circa 120 miglia dalle coste della Calabria. Leggi il report: Un anno dalla strage di Roccella – la stessa Memoria per verità e giustizia, Memoria Mediterranea (17 giugno 2025) ↩︎ 20. Il naufragio è avvenuto il 26 febbraio 2023 in provincia di Crotone. Partite dalla Turchia, ma provenienti da Afghanistan, Pakistan, Iran, Palestina, almeno 94 persone sono morte e decine scomparse ↩︎ 21. Dare un nome alle vittime della migrazione recuperate nel Mediterraneo centrale. La richiesta delle Ong per restituire dignità ai morti e conforto ai loro cari ↩︎ 22. “Corpi, diritti e memorie in lotta”, pag.54 ↩︎
La Questura di Trieste ostacola l’accesso alla procedura d’asilo
GIULIA STELLA INGALLINA E ARIANNA LOCATELLI Le associazioni del territorio pubblicano un report che denuncia le prassi illecite, i diritti negati e il sistematico abbandono delle persone in movimento. La conferenza stampa: in rilievo il diritto d’asilo Mercoledì 17 dicembre 2025 a Trieste, al Circolo della Stampa, è stato presentato il rapporto “Accesso negato. Rapporto sugli ostacoli nell’accesso alla procedura per il riconoscimento della protezione internazionale e alle misure di accoglienza a Trieste” 1, frutto di un lavoro di ricerca e monitoraggio durato diversi mesi, condotto congiuntamente dalle associazioni ICS, IRC, Diaconia Valdese, Linea d’Ombra, No Name Kitchen, Goap, Fondazione Luchetta e Cdcp. Il documento denuncia le persistenti difficoltà di accesso alla Questura di Trieste e mette in luce un insieme di prassi illegittime e tecniche di deterrenza adottate in modo sistematico nel corso del 2025. Tali pratiche risultano funzionali nell’allontanare i richiedenti asilo e a ostacolare l’accesso alla procedura per il riconoscimento della protezione internazionale, in aperta elusione del diritto nazionale ed europeo. Alla conferenza stampa sono intervenuti Gianfranco Schiavone (ICS), Alessandro Papes (IRC), Marta Pacor (Diaconia Valdese), Arianna Locatelli (No Name Kitchen), Lorena Fornasir (Linea d’Ombra) Gianfranco Schiavone, presidente di ICS 2, ha aperto la conferenza stampa richiamando le fonti del diritto, chiarendo fin da subito l’illegittimità delle prassi adottate per negare l’accesso alla procedura di protezione internazionale. «La normativa è di una lampante semplicità; non c’è nessuna ipotesi per cui la domanda d’asilo possa non essere accolta.» In queste poche parole è implicito il rimando a quelli che dovrebbero essere gli obblighi giuridici: l’art. 10, comma 3, della Costituzione 3 sancisce il diritto d’asilo, mentre l’obbligo per lo Stato di accogliere e registrare le domande di asilo è chiaramente illustrato nella normativa ordinaria, al Decreto legislativo 28 gennaio 2008, n. 25 4 (attuazione della direttiva UE sulle procedure di asilo). All’articolo 6 “Presentazione della domanda”, la norma stabilisce che: * ogni cittadino straniero ha diritto di presentare domanda di protezione internazionale, * le autorità competenti hanno l’obbligo di riceverla e registrarla, anche quando la domanda è presentata alla frontiera o sul territorio, * la registrazione deve avvenire senza ritardo 5 In conferenza stampa, al richiamo dei principi giuridici fa immediatamente seguito la denuncia delle prassi con cui le Questure di Trieste e Gorizia disattendono gli obblighi previsti dalla legge. «Negli ultimi mesi abbiamo assistito all’aumento delle prassi illegittime con l’obiettivo di non registrare le domande. Le persone si accumulano così nell’attesa in strada; la maggior parte hanno manifestato la volontà di chiedere asilo, ma la loro richiesta non è stata accolta.» Gianfranco Schiavone, dalla conferenza stampa del 17.12.2025 UNA SGUARDO AL REPORT: L’“ACCESSO NEGATO” E LE STRATEGIE CON CUI VIENE OSTACOLATO IL DIRITTO D’ASILO L’elaborato nasce da un anno di monitoraggio congiunto da parte delle associazioni che lavorano quotidianamente sul territorio in supporto alle persone in movimento e ai richiedenti asilo. Nel corso del 2025 sono state raccolte centinaia di testimonianze che hanno coinvolto oltre 1.400 persone tramite una presenza costante e attiva negli spazi fulcro della vicenda: la questura di Trieste, la piazza della Libertà 6, gli edifici dismessi del porto vecchio 7 e il Centro Diurno 8. Le osservazioni condotte davanti alla questura, fin dalle prime ore del mattino, hanno mostrato come decine di persone si mettano quotidianamente in fila nella speranza di essere selezionate per formalizzare la richiesta di protezione internazionale. Ogni giorno tra le 70 e le 140 persone attendono all’esterno dell’Ufficio Immigrazione; negli ultimi mesi, tuttavia, solo 10–15 di esse vengono selezionate per accedere agli uffici e, spesso, solo circa la metà riesce effettivamente a formalizzare la domanda. Tale selezione avviene in maniera del tutto casuale e arbitraria: vengono chiamate alcune nazionalità, alle quali le persone in attesa devono rispondere per alzata di mano. In un secondo momento viene selezionato un numero limitato di persone, generalmente una dozzina, mentre tutte le altre, dopo ore di attesa, vengono immediatamente allontanate senza ricevere alcuna informazione. Queste ultime sono quindi costrette a ripresentarsi nei giorni successivi, con un’elevata probabilità di trovarsi nella medesima situazione. Le discriminazioni sistematiche vengono perpetrate sia a livello individuale sia collettivo, basandosi, ad esempio, sulla nazionalità. Emblematico è il caso dei cittadini nepalesi, che risultano essere costantemente respinti reiteratamente, senza che venga fornita alcuna spiegazione di natura logica o legale. «Io sono del Nepal, da un mese sono in Italia, vado ogni giorno ma non vengo selezionato mai. Andiamo tutti i giorni davanti alla questura però in genere noi nepalesi veniamo discriminati». Testimonianza contenuta nel video – “Accesso negato”: alcune testimonianze 9 (minuto 5:40). Anche i tempi medi di registrazione risultano allarmanti per la loro imprevedibilità: attualmente la formalizzazione della richiesta di protezione internazionale avviene, in media, circa tre settimane dopo il primo tentativo, con picchi che arrivano fino a 60 giorni. Il modello di selezione non trasparente genera insicurezza e incertezza tra le persone interessate, ledendo un loro diritto fondamentale in assenza di qualsiasi garanzia. È inoltre necessario ricordare che, prima della formalizzazione della domanda di protezione internazionale, le persone si trovano in una condizione di totale invisibilità giuridica, nella quale non hanno accesso ad alcuna forma di tutela. L’arbitrarietà di tale situazione produce inoltre un’ulteriore grave conseguenza: le operatrici e gli operatori attivi quotidianamente sul campo si trovano nell’impossibilità di fornire risposte chiare alle persone interessate, con il conseguente progressivo indebolimento della fiducia non solo nei servizi, ma anche nei loro confronti. LE PRASSI ATTUATE DALLA QUESTURA DI TRIESTE E LA LORO ILLEGITTIMITÀ, ALLA LUCE DEL REPORT La raccolta di testimonianze e i monitoraggi hanno evidenziato una serie di azioni informali messe in atto quotidianamente dal personale in servizio presso la Questura; prassi illegittime che non seguono alcuna normativa ma che mostrano la volontà di allontanare le persone attraverso una serie di strategie politiche di deterrenza. * Richiesta di documenti: Nonostante la legge sia, ancora una volta, estremamente chiara: “la volontà di chiedere asilo può essere espressa oralmente e indipendentemente dalla disponibilità di documenti di identità” (art. 6 D.Lgs. 25/2008 e art. 8 Direttiva 2013/32/UE) Le persone in fila davanti alla questura di Trieste vengono selezionate sulla base del possesso di un passaporto originale. Chi non è in possesso di un documento viene invitato a denunciare lo smarrimento dello stesso presso altri uffici di Polizia e costretto ad allontanarsi. I documenti non costituiscono però in alcun caso un requisito per l’avvio della procedura, poiché il legislatore, evidentemente più lungimirante dell’odierno personale amministrativo, ha pienamente considerato come i viaggi affrontati comportino spesso lo smarrimento, il sequestro o altre circostanze che lasciano la persona priva di documenti. «Mi hanno chiesto dove sia il mio passaporto, io l’ho perso durante il viaggio; mi hanno detto di uscire fuori e fare la denuncia di smarrimento. […] Sono andato alla polizia però […] mi hanno detto che non si può fare la denuncia di smarrimento qua perché l’hai perso in un altro paese». Testimonianza contenuta nel video – “Accesso negato”: alcune testimonianze 10 (minuto 2:18). * Mancato riconoscimento delle segnalazioni via PEC: Viste le difficoltà di accesso alla questura, molte persone, dopo aver fallito nel tentativo di manifestare la volontà di fare richiesta d’asilo davanti alle autorità, si rivolgono alle associazioni del territorio, in particolare allo sportello legale di ICS e di Diaconia Valdese aperto tutte le mattine al Centro Diurno. Sulla base dei principi di collaborazione tra autorità e organismi di tutela 11, le operatrici legali hanno la facoltà e l’onere di inviare via PEC, a nome dell’interessato, le segnalazioni relative alle volontà di richiedere la protezione internazionale. Anche questi interventi vengono però ignorati da parte della questura di Trieste, le segnalazioni non vengono prese in considerazione eludendo nuovamente gli obblighi di registrazione imposti dal diritto. * Controlli informali dei cellulari: «Sono da un mese in Italia vado ogni giorno a fare richiesta di asilo […] il problema è che il telefono era spaccato dalla polizia serba e rotto, e quindi mi hanno detto di riparare il telefono e venire qua. Senza riparare il telefono non mi faranno la domanda d’asilo». Testimonianza contenuta nel video – “Accesso negato”: alcune testimonianze (minuto 1:10) Diverse persone hanno riferito di essere state sottoposte, all’ingresso della Questura, al controllo del proprio telefono cellulare, con l’obiettivo apparente di raccogliere informazioni da utilizzare contro il loro diritto di richiedere asilo. Alcuni testimoni hanno segnalato l’uso di dispositivi in grado di scaricare la cronologia di tutte le applicazioni, google maps, app di trasporti pubblici oltre che fotografie. Le persone vengono poi respinte bruscamente, con l’indicazione di presentare la domanda di asilo in altre città in cui sarebbero transitate; tale rifiuto di presa in carico dovrebbe essere comunicato con atto scritto e motivato, e invece viene trasmesso informalmente a voce. Inoltre, le modalità informali di controllo non rispettano le garanzie previste dalla legge 12: la persona ha diritto ad essere presente e di poter fruire della traduzione di un mediatore, l’operazione deve essere verbalizzata indicando finalità, criteri, dati controllati ed esito, e il verbale deve essere inviato al giudice di pace entro 48 ore per la convalida, che deve avvenire con provvedimento motivato nelle successive 48 ore. Alla persona devono essere consegnati verbale e provvedimento; in caso di mancata o parziale convalida, i dati acquisiti sono inutilizzabili e devono essere cancellati. * Raccolta e conservazione informale di fotografie: Diverse persone hanno riferito che, mentre si trovano in fila all’ingresso della Questura, vengono fotografate dal personale presente (ufficiali di Polizia e mediatori culturali). «La seconda volta mi hanno fatto entrare, hanno controllato il loro telefono, mi hanno mostrato la foto mia dicendomi sei questo ero io, gli ho detto “si sono io” e mi hanno detto vai via». Testimonianza contenuta nel video – “Accesso negato”: alcune testimonianze (minuto 3:00). Tali immagini sembrerebbero essere raccolte e conservate in un “archivio” impiegato, con finalità illecite, per selezionare o escludere determinate persone. Privato di fondamento giuridico e privo di criteri espliciti, questo procedimento solleva gravi criticità in termini di protezione dei dati personali, trasparenza e non discriminazione, incidendo direttamente sulle garanzie di accesso alla protezione internazionale. * Assenza di tutela per le persone in condizioni di vulnerabilità: L’accesso in Questura risulta estremamente complesso anche per le persone in condizioni di salute visibilmente critiche, che per legge dovrebbero essere considerate “vulnerabili”: queste vengono spesso costrette a lunghe attese o addirittura allontanate, in violazione degli obblighi di protezione e assistenza previsti dalla normativa vigente e in aperta contraddizione con le indicazioni del Ministero dell’Interno – Dipartimento della Pubblica Sicurezza – riportate nel Vademecum per la rilevazione, il referral e la presa in carico delle persone portatrici di vulnerabilità in arrivo sul territorio e inserite nel sistema di protezione e di accoglienza. Tra le pratiche più preoccupanti vi sono le modalità con cui vengono allontanati in maniera assolutamente arbitraria i dichiaranti di minore età. Ai ragazzi viene chiesto di dimostrare la propria età tramite il passaporto o altri documenti d’identità originali (come certificati di nascita); quando vengono presentate fotocopie o fotografie di tali atti, queste sono spesso ritenute false o non attendibili. In assenza di prove considerate valide, invece di seguire la procedura prevista dalla legge, si ricorre frequentemente a un semplice “esame visivo”, che nella maggior parte dei casi si conclude con il rifiuto dell’accesso all’assistenza. «Non è su base discrezionale […] esistono delle norme, e le norme vanno seguite; anche quando non piacciono». Gianfranco Schiavone, dalla conferenza stampa del 17.12.2025 Anche in questo caso però le previsioni normative sono specifiche ed estremamente chiare. La Legge 7 aprile 2017 n. 47, cosiddetta Legge Zampa, definisce le modalità con cui l’identità di un MSNA deve essere accertata dalle autorità di pubblica sicurezza, coadiuvate da mediatori culturali, alla presenza del tutore e comunque solo in seguito a un’immediata assistenza fornita al minore. In casi di dubbia identità, è oltremodo disciplinata la procedura relativa all’accertamento socio-sanitario dell’età svolto da professionisti, e con la presenza di un mediatore culturale. Qualora i risultati siano ambigui, si presume la minore età ad ogni effetto di legge (art. 19-bis, comma 8, d.lgs. 142/2015). * Mancata attivazione del Regolamento Dublino III: «Mi hanno fatto entrare una volta, dopo aver controllato nel sistema mi hanno detto “Hai le impronte in Francia, devi tornare in Francia.» Testimonianza contenuta nel video – “Accesso negato”: alcune testimonianze (minuto 4:38) Durante i primi colloqui alle porte della Questura emerge frequentemente che le persone hanno attraversato altri Paesi europei; tale informazione viene immediatamente utilizzata come ulteriore motivo per negare l’accesso alla protezione internazionale. In questi casi, invece di attivare la procedura prevista dal Regolamento Dublino III (UE) n. 604/2013 – secondo cui l’Italia dovrebbe comunque accogliere la richiesta di protezione internazionale e, solo successivamente, comunicare con il Paese di primo ingresso per un eventuale trasferimento di competenza – la persona viene invitata informalmente e oralmente a recarsi nel presunto Paese. Se confermata, questa prassi costituirebbe una violazione del diritto dell’Unione europea, compromettendo le garanzie riconosciute al richiedente asilo. * Emissione di provvedimenti di espulsione: La situazione diventa particolarmente allarmante se si considera che, oltre all’impossibilità di accedere alla Questura, si genera anche un clima di paura: proprio mentre le persone tentano di esercitare un diritto fondamentale, rischiano di essere soggette all’obbligo di allontanarsi dal territorio. Alcuni cittadini stranieri riferiscono di essere usciti dalla Questura con la notifica di un provvedimento di espulsione dopo essersi presentati spontaneamente per richiedere protezione internazionale. Tale modalità annulla il diritto d’asilo e le garanzie ad esso connesse, come ricordato dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 32070 del 20 novembre 2023, secondo cui deve essere considerato richiedente asilo chiunque manifesti anche semplicemente la volontà di farlo. Inoltre, ai sensi dell’articolo 7 del d.lgs. 25/2008, lo status di richiedente asilo attribuisce il diritto a rimanere nel territorio nazionale fino alla conclusione della procedura. Pertanto, una persona che si presenti in Questura per richiedere protezione internazionale deve essere considerata richiedente asilo e non può essere espulsa per tutta la durata della procedura. Prima di formulare pareri di manifesta infondatezza, espressi discrezionalmente e talvolta sulla base di profilazioni razziali o supposizioni legate a caratteristiche somatiche e presunti Paesi di provenienza sicuri, la richiesta deve essere presa in carico e valutata adeguatamente secondo quanto previsto dalla normativa europea e nazionale. «Quando sono andato in questura di Trieste a fare domanda d’asilo gli ho mostrato il mio visto scaduto e anche il passaporto e loro non mi hanno dato la domanda di asilo però mi hanno dato l’espulsione dall’Italia. […] Sono arrivato qua ho chiesto aiuto a delle associazioni, abbiamo trovato un avvocato, abbiamo fatto ricorso il tribunale ha dato ragione a me poi al seguito hanno preso la mia domanda di asilo in carico». Testimonianza contenuta nel video – “Accesso negato”: alcune testimonianze (minuto 5:40) DA TRIESTE A GORIZIA: FUORI DALLA PROCEDURA D’ASILO O DALL’ACCOGLIENZA Con il tempo, tra gli aspiranti richiedenti asilo presenti e in arrivo sul territorio, si è diffusa la consapevolezza delle difficoltà nell’accesso alla Questura di Trieste. Negli ultimi mesi, questo fenomeno si è intensificato, intrecciando le risposte spontanee messe in atto dalle persone di fronte all’inefficienza degli uffici pubblici con le conseguenze a catena che ne derivano: nuovi vuoti istituzionali, soluzioni alternative improvvisate e continui diritti negati. «Se viene sistematizzato il respingimento a Trieste, di conseguenza le persone si spostano». Marta Pacor, durante l’incontro in questura del 18.12.2025 Durante la conferenza, l’operatrice legale di Diaconia Valdese, Marta Pacor, ha descritto la prassi che porta allo spostamento dei richiedenti asilo dalla Questura di Trieste a quella di Gorizia. In un primo momento, questo spostamento consentiva una maggiore probabilità di vedere accolta la domanda d’asilo e di essere formalmente riconosciuti come richiedenti. Tuttavia, tale riconoscimento, anche a Gorizia, è stato svuotato delle garanzie a esso connesse, a partire dal diritto all’accoglienza. La Direttiva Accoglienza dell’Unione Europea (2013/33/UE) stabilisce norme minime per l’accoglienza, imponendo agli Stati di garantire condizioni di vita dignitose fin dalla presentazione della domanda e per tutta la durata della procedura. Recepita nell’ordinamento italiano dal d.lgs. 142/2015, tale normativa impone allo Stato l’obbligo di assicurare l’accoglienza ai richiedenti asilo. Nonostante ciò, Gorizia non riesce a garantire la presa in carico sociale e, a causa della grave mancanza di coordinamento tra Questura e Prefettura, non vengono individuate soluzioni alternative di accoglienza. Questa situazione rende necessario un ulteriore spostamento verso Trieste, dove, pur essendo disponibili posti presso strutture come Casa Malala e Campo Sacro, le persone non possono accedere al sistema di accoglienza essendo la loro domanda di protezione internazionale formalizzata presso la Questura di Gorizia e quindi la competenza per l’inserimento in accoglienza resta in capo alla Prefettura di Gorizia. L’unica alternativa disponibile sono edifici abbandonati al Porto Vecchio di Trieste, dove, come osserva Gianfranco Schiavone, le persone si accumulano a causa della progressiva inefficienza istituzionale. «A Gorizia non avendo nessuno servizio io sono costretto a dormire qua a Trieste in porto vecchio e non è una condizione umana perchè dormo fuori. […] Devo andare ogni giorno a chiedere l’accoglienza, prendo il treno, vado là [a Gorizia] e torno vado là e torno ma non c’è nessuna risposta» Testimonianza contenuta nel video – “Accesso negato”: alcune testimonianze (minuto 0:45) Nei mesi più recenti, anche chi attende la formalizzazione della domanda presso la Questura di Gorizia ha segnalato prassi informali ormai ricorrenti. Pur risultando relativamente veloce il primo accesso, i tempi per la formalizzazione tramite modulo C3 si dilatano a causa di appuntamenti continuamente rimandati. La Questura rilascia al primo accesso un appuntamento per la formalizzazione, che al momento della presentazione della persona viene spesso cancellato manualmente e rinviato a una data successiva. Numerose testimonianze riportano che sul medesimo foglio di convocazione risultino annotati anche più di cinque rinvii consecutivi, con date cancellate e riscritte a penna, determinando un prolungamento dell’attesa e collocando le persone in un limbo apparentemente senza fine: «Quello che mi sento dire da dieci mesi è sempre “ritorna…”» Testimonianza di un ragazzo incontrato a porto vecchio. LA RISPOSTA DELLA QUESTURA E DEI SINDACATI DI POLIZIA Il giorno successivo alla conferenza stampa e alla presentazione pubblica del report, si è svolto un incontro tra le associazioni coinvolte e la Questura di Trieste, con la partecipazione della questora dott.ssa Fredella e del dirigente dell’Ufficio Immigrazione, dott. Montina. Già in conferenza stampa era stata dichiarata la volontà di un confronto sui fatti, dei quali la Questura era ovviamente già a conoscenza, considerando che durante l’anno le operatrici legali di ICS avevano inviato circa 34 segnalazioni collettive e diverse PEC individuali. Durante l’incontro, il report è stato nuovamente presentato, evidenziando le difficoltà di accesso al diritto d’asilo. Si è instaurato un apparente dialogo, ma la Questura ha costantemente dirottato la discussione sulle difficoltà organizzative e sui tentativi di strutturare il procedimento di accesso agli uffici, menzionando un progetto avanzato, non ancora condiviso, volto a creare un sistema di “prenotazione facile” simile a quello sperimentato a Milano. Pur essendo rilevante l’aspetto organizzativo della prenotazione, le principali criticità segnalate dalle testimonianze riguardano non tanto l’accesso agli uffici, quanto ciò che avviene successivamente: numerosi soggetti vengono fatti allontanare con modalità illegittime senza poter formalizzare la domanda di protezione internazionale. Le associazioni hanno cercato di riportare il dibattito sul nucleo centrale della problematica, ossia l’impedimento strutturale alla registrazione della domanda, determinato dall’adozione di prassi operative irregolari. Su questo punto il dialogo si è fatto più difficile. La questura ha tentato di giustificare alcune pratiche con argomentazioni vaghe, facendo riferimento alla necessità di possedere “determinate caratteristiche” o di presentarsi con “determinati documenti”; e così la richiesta illegittima di poter fare accesso solo con un documento rispecchierebbe “solo la volontà di avere un lavoro più rapido e semplice”, mentre non sarebbe vero che i minori vengono valutati grossolanamente e visivamente e nemmeno che le persone vengono reindirizzate verso altre questure. L’accusa sulla credibilità delle testimonianze delle persone in movimento però risulta poco efficace quando al tavolo di confronto sono presenti operatori e operatrici che hanno assistito alla messa in atto di queste pratiche illecite in prima persona durante i diversi accompagnamenti. Anche i numeri risultano chiarificatori: secondo il dott. Montina, nel 2025 sono stati registrati circa 1.080 C3 (e 1.500 richieste del 2024), un numero estremamente basso rispetto alle oltre tremila persone che hanno manifestato la volontà di chiedere asilo alle associazioni. L’incontro si è concluso con l’augurio della questora di lavorare insieme con spirito costruttivo per “risolvere il problema” e portare avanti processi di organizzazione. Le associazioni hanno mantenuto un’apertura al dialogo, sottolineando tuttavia come queste prassi illegittime minino il “livello reputazionale e giuridico” dell’ente, richiedendo un impegno concreto per farle cessare. In seguito alla conferenza, non si è fatta attendere anche la replica dei due sindacati di polizia, SAP e SIULP 13. La risposta ha assunto la forma di un rimpallo di responsabilità, con accuse rivolte alle associazioni autrici del report, in particolare ICS e Gianfranco Schiavone, caratterizzate da toni risentiti e da una totale mancanza di analisi della situazione. Francesco Marino, segretario provinciale del SIULP, ha paragonato le critiche alle forze di polizia a quelle rivolte al personale medico-sanitario durante la pandemia di Covid-19. Accuse sono state mosse anche alla gestione dell’accoglienza diffusa, sistema promosso da anni da ICS in città. Tali critiche non hanno lasciato spazio a un confronto sulle reali difficoltà di accesso alla Questura, dimostrando come il report sia stato letto superficialmente e rivelando la mancata volontà di intervenire per migliorare una situazione seriamente problematica, come attestano le centinaia di testimonianze raccolte nel corso del 2025. Ciò che emerge è una diffusa mancanza di volontà, da parte delle istituzioni e delle forze di polizia, di analizzare in maniera strutturale le criticità legate all’accesso alla Questura e al sistema di accoglienza a Trieste. Il problema viene frequentemente minimizzato, mentre le associazioni vengono accusate di avanzare critiche aprioristiche nei confronti della Questura, senza riconoscere che la questione non può essere affrontata con interventi di natura emergenziale. Tali misure, infatti, finiscono spesso per aumentare la precarietà delle persone coinvolte o, nella migliore delle ipotesi, tamponano temporaneamente la situazione, placando le tensioni per pochi giorni prima che le persone siano nuovamente costrette ad affrontare l’inverno triestino in condizioni di estrema vulnerabilità. L’IMPATTO CONCRETO DI QUESTE PRASSI SULLE PERSONE IN MOVIMENTO Uno degli edifici di Porto Vecchio Come già sottolineato, il periodo precedente alla formalizzazione della domanda di protezione internazionale rappresenta un vero e proprio limbo di totale invisibilità e, di conseguenza, di sistematica violazione dei diritti umani. A Trieste, le persone si trovano costrette a ricorrere a soluzioni emergenziali, in attesa di regolarizzarsi sul territorio e di poter accedere al sistema di accoglienza, con ritardi ingiustificati imputabili alle istituzioni. Nel frattempo, sperano di ottenere uno dei pochi posti disponibili nei dormitori attivati per l’“emergenza freddo”o, in alternativa, trascorrono le notti sulle sedie di Spazio 11 14, nei magazzini occupati del Porto Vecchio o sotto i portici dell’autostazione, accanto a Piazza della Libertà. Quello che si viene a configurare è un vero e proprio abbandono organizzato delle persone in movimento che avrebbero diritto a chiedere asilo ed essere accolte. Alla conferenza stampa del 17 dicembre, le parole di Lorena Fornasir, fondatrice di Linea d’Ombra, mettono in evidenza in forma lampante la violazione dei diritti fondamentali di queste persone, come il diritto alla salute (articolo 32 della Costituzione), da intendersi in relazione all’assistenza sanitaria, ma ancor prima ad un ambiente salutare in cui vivere. In assenza di adeguate misure di accoglienza, le persone sono costrette a sopravvivere per mesi in condizioni degradanti, abbandonate tra gli edifici dismessi del Porto Vecchio e gli spazi stradali, in una situazione di sistematica esclusione che incide direttamente e gravemente sulla tutela della salute e della dignità umana. Ad essere negato dalle istituzioni diventa lo stesso diritto alla vita (Articolo 2 CEDU): in pochi mesi 4 ragazzi (in Friuli Venezia-Giulia e in Veneto) sono morti a causa dell’abbandono istituzionale di cui sono stati vittime. * Hishem Bilal Magoura, 32 anni, Algeria. Morto il 3 dicembre 2025 a Trieste in porto vecchio. * Shirzai Farhdullah, 25 anni, Afganistan. Morto il 29 Novembre 2025 a Pordenone in un casolare abbandonato. * Nabi Ahmad, 35 anni, Pakistan. Morto a Udine il 25 novembre 2025 in un casolare abbandonato. * Muhammad Baig, 38 anni, Pakistan. morto a Udine il 25 novembre 2025 in un casolare abbandonato. «Volevano solo vivere, invece sono morti, morti di abbandono.» Lorena Fornasir – 16.12.2025, alla conferenza “Un sussulto di Dignità” Lorena Fornasir non tarda a sottolineare che mentre la città spende migliaia di euro per recintare la statua di Sissi in piazza, innaffiare ogni sera (anche d’inverno) le aiuole e circa 1 milione e 300 mila euro per le decorazioni natalizie, non interviene mai nella situazione di in-accoglienza, che risulta quindi sempre più intenzionale. «E’ costruita a tavolino, come strategia di deterrenza per cacciare queste persone. […] Li trattano come piccioni che devono essere mandati via. […] Li vuole cacciare, ma dove vanno?» Lorena Fornasir, dalla conferenza stampa del 17.12.2025 Le uniche operazioni organizzate consistono nei continui sgomberi. Dalla chiusura del Silos nel 2024 si sono susseguiti interventi simili, di minore intensità, fino all’ultimo “maxi trasferimento” del 3 dicembre 2025. Notizie ENNESIMA OPERAZIONE DI SGOMBERO IN ALCUNI MAGAZZINI DEL PORTO VECCHIO DI TRIESTE Le associazioni denunciano le logiche emergenziali, securitarie e dettate da urgenze mediatiche Redazione 4 Dicembre 2025 In quella giornata, l’ultimo sgombero a cui Trieste ha assistito, le forze di polizia sono entrate a Porto Vecchio con l’obiettivo di chiudere due magazzini, il 2 e il 2A. Molte persone sono state trasferite in altre regioni o portate in Questura, ma decine sono rimaste escluse dalle operazioni. Le associazioni umanitarie non erano state avvisate dello sgombero, indicando un apparente intento di ostacolare il loro intervento. Questo episodio testimonia la continuità di una gestione, o meglio di un’in-gestione, della situazione. Dalla chiusura del Silos non si è registrata alcuna modifica nelle modalità di intervento istituzionale. Con lo spostamento delle persone nei vari edifici del Porto Vecchio, come osserva Gianfranco Schiavone paragonando la situazione al sistema di accoglienza, si è verificato un passaggio: «dal Silos al Silos diffuso». Gianfranco Schiavone – 16.12.2025, alla conferenza “Un sussulto di Dignità” Questo fenomeno mette in luce una disfunzionalità sistemica delle autorità, che sembrano più interessate a spostare, trasferire, nascondere e rendere invisibili le persone, piuttosto che tutelarne i diritti, evidenziando come: «La gestione della crisi migratoria a Trieste segua logiche emergenziali, securitarie e dettate da urgenze mediatiche. […] Il problema, creato artificialmente dalle istituzioni, non viene quindi risolto e si ripresenterà nei prossimi mesi, con una responsabilità politica sempre più pesante» Dal sito di ICS 15 Per concludere, giungendo quasi all’assurdo, alcune persone, costrette dall’inefficienza istituzionale a ricorrere a soluzioni alternative all’accoglienza e a vivere in condizioni di sopravvivenza a Porto Vecchio, hanno addirittura ricevuto – secondo alcune testimonianze – una denuncia per occupazione: «Ieri è arrivata la polizia a porto vecchio, hanno fatto un controllo, ci hanno portato in questura e ci hanno dato questa denuncia per aver occupato un posto […] io sono costretto a dormire lì perché non mi danno l’accoglienza, se me l’avessero data sarei stato da qualche altra parte». Testimonianza contenuta nel video – “Accesso negato”: alcune testimonianze (minuto 3:45) Fotografia della denuncia per occupazione di suolo privato ai sensi dell’art. 633 c.p., consegnata durante uno sgombero avvenuto nel luglio 2025. La modalità appare tuttora immutata e il ricorso a tali denunce risulta sempre più frequente. RIFLESSIONI CONCLUSIVE La situazione attuale dell’accesso alla procedura di protezione internazionale a Trieste non rappresenta una semplice disfunzione amministrativa, ma la costruzione consapevole di un vuoto giuridico che produce, a cascata, la sistematica violazione di diritti fondamentali: dal diritto d’asilo a quello all’accoglienza, dalla tutela della salute fino al diritto alla vita. Condizione, peraltro, emblematica di quanto avviene in numerose questure su tutto il territorio italiano1, a dimostrazione che non si tratta di un’emergenza, ma del risultato di scelte politiche e amministrative che negano i diritti come deterrenza. Le persone che chiedono protezione sono relegate in un limbo giuridico e costrette a vivere in condizioni in spazi inadeguati come l’ex Porto Vecchio di Trieste. Tali condizioni, secondo la giurisprudenza italiana ed europea, possono configurare trattamenti inumani e degradanti in violazione dell’articolo 3 CEDU.Il diritto d’asilo non è una concessione discrezionale, né può essere sospeso in nome dell’efficienza, della sicurezza o della gestione dei flussi: è un obbligo giuridico preciso, che vincola lo Stato e i suoi apparati. Finché questo obbligo continuerà a essere sistematicamente disatteso, Trieste resterà il simbolo di una frontiera interna, dove il diritto viene sospeso e la dignità umana lasciata deliberatamente ai margini. Giurisprudenza italiana/Guida legislativa RICHIEDENTI ASILO: CONDANNATA LA QUESTURA DI TORINO PER DISCRIMINAZIONE DIRETTA, INDIVIDUALE E COLLETTIVA ASGI: «Un'importante vittoria, la Questura dovrà anche strutturare un nuovo modello organizzativo» Redazione 12 Agosto 2025 Guida legislativa/Notizie ASILO IMPOSSIBILE A MILANO. UNA CLASS ACTION CONTRO LA QUESTURA «Ritardi sistematici nella domanda d’asilo violano i diritti fondamentali» Redazione 23 Ottobre 2025 1. Consulta il rapporto ↩︎ 2. Consorzio Italiano di Solidarietà-Ufficio Rifugiati Onlus: ICS – Consorzio Italiano di Solidarietà – Ufficio Rifugiati Onlus ↩︎ 3. Qui l’articolo ↩︎ 4. Consulta il DL ↩︎ 5. Questa disposizione traduce concretamente il diritto costituzionale d’asilo in un obbligo giuridico procedurale per lo Stato che, per completezza, discende anche da: convenzione di Ginevra del 1951 sullo status dei rifugiati, ratificata dall’Italia con legge n. 722/1954, che impone agli Stati di consentire l’accesso alla procedura di asilo; Direttiva 2013/32/UE (direttiva “Procedure”), da cui deriva proprio il d.lgs. 25/2008; d.lgs. 142/2015, che disciplina l’accoglienza dei richiedenti asilo una volta presentata la domanda ↩︎ 6. Piazza della Libertà, situata di fronte alla stazione ferroviaria, rappresenta un punto nevralgico della realtà migratoria triestina. Lo spazio è animato durante tutto l’arco della giornata, soprattutto nelle stagioni più miti, e si trasforma in luogo di aggregazione intorno alle ore 19.00, quando iniziano le distribuzioni – da parte delle associazioni – di pasti rivolte sia alle persone di passaggio a Trieste sia a chi vive in città al di fuori dei circuiti ufficiali di accoglienza ↩︎ 7. Il 21 giugno 2024, a Trieste, il Silos – una struttura adiacente alla stazione centrale che per anni aveva rappresentato un rifugio spontaneo per le persone in esilio arrivate lungo la Rotta balcanica – è stato sgomberato. A seguito dello sgombero, alcuni edifici adiacenti al Silos, i magazzini abbandonati del Porto Vecchio, sono stati occupati, dando vita al nuovo Khandwala – dal pashto “casa rotta” – che ospita diverse centinaia di persone non inserite nei circuiti ufficiali di accoglienza. ↩︎ 8. Centro diurno – ChaiKhana: chiamato così dalle persone in movimento – letteralmente “sala da tè” in pashto -, è uno spazio aperto dalle 7.30 alle 19,00, dove è possibile bere un chai, ricaricare il telefono, fare le docce, utilizzare il servizio di lavatrici e sostare in compagnia. Qui, quotidianamente, è possibile incontrare le operatrici legali di ICS e di Diaconia Valdese, mediatori culturali e personale sanitario, che forniscono supporto nelle pratiche burocratiche e legali ↩︎ 9. “Accesso negato”: alcune testimonianze ↩︎ 10. “Accesso negato”: alcune testimonianze ↩︎ 11. Art. 3 Dir. 2013/33/UE e art. 2 Cost. ↩︎ 12. Art. 15 Cost., art. 8 CEDU, D.L. 145/2024 ↩︎ 13. “Polizia lasciata sola a gestire tutto”: SIULP denuncia lo scaricabarile su immigrazione a Trieste – Schiavone attacca la questura, i sindacati di polizia: “Pensi ai finanziamenti pubblici che riceve” ↩︎ 14. Spazio gestito da DONC e UNHCR, aperto nel febbraio 2024, non come dormitorio ma come “sala di attesa solidale”. Servizio a bassa soglia e accesso rapido, con l’obiettivo di creare un posto in cui le persone potessero ripararsi nell’attesa della notte ↩︎ 15. Sgombero in Porto Vecchio: almeno 40 persone escluse, nessun coinvolgimento delle organizzazioni umanitarie (3 Dicembre 2025) ↩︎
Sar sickness, la malattia della SAR e le stragi di Stati
Silence fini 1 è il racconto di tre settimane nel Mediterraneo centrale a bordo del veliero Nadir 2di RESQSHIP, in cui ho vissuto il soccorso in mare e osservato da vicino le vite delle persone migranti e dell’equipaggio, tra responsabilità, vulnerabilità e privilegio, in un mare che resta coerente e implacabile. Attraverso la mia esperienza personale, esploro cosa sia un soccorso e come frontiere, norme e gerarchie si manifestino nei corpi, nei gesti, nelle decisioni e negli sguardi. Silence fini vuole aprire ad una riflessione sulle contraddizioni etiche e politiche del Mediterraneo contemporaneo. Il racconto della navigazione a bordo di questo veliero della Civil fleet che opera monitoraggio e soccorso nel central med, vuole ricordare la violenza strutturale che colpisce chi attraversa, tra respingimenti, detenzioni e pratiche di Stati che negano sicurezza e diritti fondamentali. PROLOGO ALL’ULTIMO EPISODIO Screenshot di un video ricevuto da Alarm Phone che mostra come i pescatori hanno trovato il sopravvissuto Una piccola doverosa precisazione. L’episodio numero 5, l’ultimo di questo reportage, è stato scritto a inizio dicembre. Oggi è il 25 e la sera del 18, un’imbarcazione di legno blu ha lasciato le coste di Zuwara, con a bordo 117 persone. Non si sa chi fosse il fabbricante, chi il cokseur che ha raccolto i soldi, chi l’arabo 3 che poi ha incastrato a bordo le persone, strette strette perchè più ne salgono e più il guadagno è alto. Maglie di una catena, organizzazione che esiste grazie ai finanziamenti e alle politiche migratorie pensate e applicate dall’Europa.  Le persone sono fatte partire la sera. E’ inverno. Fa freddo anche in Libia.  La sera del 18 dicembre, pare il mare sia cresciuto, il vento aumentato. Alarm Phone 4 ha perso quasi subito il contatto con la barca. Ha chiamato tutte le autorità competenti, tutti quelli che avrebbero dovuto soccorrere. Pare che la Guardia Costiera italiana “abbia interrotto la chiamata” e quella libica “comunicato telefonicamente di non aver soccorso né intercettato alcuna imbarcazione il 18 o 19 dicembre”. Ha provato a cercarla inutilmente Seabird, uno degli aerei della flotta civile. Il 21 dicembre, alcuni pescatori tunisini hanno soccorso un uomo, che derivava a bordo di una barca blu in mezzo al Mediterraneo. Ha raccontato di essere l’unico sopravvissuto: a bordo c’erano 117 esseri umani.  Forse, se ne parlerà forse nei prossimi giorni. Si parlerà di tragedia. Sarà l’ennesima narrazione deviante. Non è una tragedia. È una strage.  Non si tratta di un evento doloroso e inevitabile, ma di un omicidio collettivo causato da un’omissione di soccorso. Strage di Stati che sacrificano, come in quest’ultimo caso, donne, uomini, bambini.  Penso a queste persone, a tutti i dispersi, a tutti i morti, ai loro cari. E a tutti i compagni che continuano ad amare il Mediterraneo, nonostante sia pieno di cadaveri. EPISODIO 5. SAR SICKNESS, LA MALATTIA DELLA SAR E LE STRAGI DI STATO Quando si torna dalla SAR, il mare non è più lo stesso.  Sono passate tre settimane dalla fine di questa rotation #10 e io non lo guardo più con gli stessi occhi. Al mio arrivo a casa a metà novembre, ne ho parlato con un amico. Il nickname che si è scelto dice molto di lui: Nemo. Era meccanico in una barca che svolgeva operazioni di ricerca e soccorso e a gennaio di questo anno quasi trascorso, ha portato a bordo della “sua” nave un gruppo di esseri umani: alcuni sono affogati davanti ai suoi occhi, altri sono morti a bordo. Tra loro un bambino.  Era fine gennaio quando è accaduta questa tragedia. Da allora, ha smesso di partecipare alle operazioni che la nave per cui lavorava ha continuato a compiere nei mesi dopo quel tragico naufragio. Non riesce più a salire a bordo. Mi dice: “Il Mediterraneo è pieno di cadaveri, eppure io continuo ad amarlo”. Anche per lui, il mare non è più lo stesso: il Search and Rescue lo ha obbligato a vedere ciò che in fondo già sapeva: la dissonanza tra la perfezione di quel cobalto liquido e i morti causati dall’assenza di risposte politiche adeguate. Lo sanno tutti i volontari e operatori che svolgono azioni di soccorso in mare; lo sospettano. Poi, ne diventano certi partecipando alle prime operazioni e se lo riconfermano nelle volte che seguono. Un semplice passaggio: dal dubbio alla certezza che esistano vite interrotte e corpi che scompaiono. I cadaveri del Central Med sono fantasmi. Non perché tutti si perdano nei fondali. Ce ne sono alcuni che derivano fino alle coste, gonfi, ma li vedono solo i soccorritori e i pescatori che li raccolgono incagliati nelle loro reti e mai chi continua a rafforzare la fortezza europea spingendone le mura sempre più a sud. Per questo, il Mediterraneo Centrale è una nuova Tebe: in scena, nel dramma, persone che, come moderne Antigoni non credono ai fantasmi ed esigono la ricerca e la sepoltura dei loro fratelli. Nemo mi ha raccontato di quella notte lacerata nella sua memoria, del soffio gelido di panico che ha attraversato la barca. Tutto l’equipaggio per un tempo che ora lui non sa dire, si è paralizzato: il ponte si è riempito di un’improvvisa tensione, coperto di corpi, come se la barca vivesse trattenendo il respiro. La morte, cruda, rigida e incontestabile, aveva conquistato la notte.  Molti membri dell’equipaggio, dopo l’approdo a terra, sono stati incapaci di risalire a bordo. Quando si torna dalla SAR, il mondo che ci accoglie, nelle nostre case, non è più lo stesso, come se la terra fosse un urto a cui bisogna resistere. Le città sembrano continuare il loro rumore, le conversazioni la loro indispensabile banalità. Sarà forse perché nei soccorsi a cui ho partecipato i migranti acquistano volti e nomi, sarà perché le barche di cui mi avevano parlato non sono fotografie prese da internet, sarà perché ho ascoltato il Mayday relay annunciato dalla radio e ne ho trascritto io le coordinate. O chissà: sarà perché la Garde Nationale tunisina ci ha affiancati minacciosamente per riprendersi a bordo persone dopo che le avevamo soccorse. Allora le morti non sono più un concetto astratto: sono uomini, donne, bambini che non arrivano, che non saranno mai riconosciuti. O forse sarà che, chi sopravvive e sale a bordo porta tracce indelebili: la paura, la fatica, le cicatrici e quell’odore di acqua salata, vestiti fradici, gasolio ed escrementi.  La SAR si insinua come una malattia silente, cronica, latente. Una forma ostinata di Eros che agisce dentro uno spazio governato da Thanatos. Entra nella vita di chi partecipa ai soccorsi, anche quelli che generano un porto sicuro e lascia come cicatrice indelebile la coscienza ostinata.  Ci vorrebbe un gruppo anonimo fatto di volontari, capitani, meccanici, anime perse o ritrovate che vi operano che si raduna una volta alla settimana. Per condividere ciò che non può essere detto fuori, ciò che rimane tra te, il mare e quelle persone che hanno guardato la morte in faccia. Io, questa volta, sono stata graziata dall’assenza di morti. Se così non fosse stato, forse non vorrei andare in mare di nuovo.  Sono tornata dalla SAR, ma le piattaforme di petrolio e di gas non sono immagine lontana, come non lo è il mare, né Sfax, le KK islands, Sabratah, Zaouia, Tripoli.  Libia, Tunisia. Qualche giorno fa, l’otto dicembre, il Consiglio UE ha approvato una proposta che modifica il concetto di “paese terzo sicuro” e ha dato il via libera alla prima lista comune di “paesi di origine sicuri”. Tra gli Stati inclusi nella lista figurano Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia: una scelta che avrà effetti diretti sulle modalità di esame delle richieste di protezione internazionale nell’Unione. Secondo il testo approvato a Bruxelles, l’istituzione dell’elenco permetterà agli Stati membri di applicare procedure di asilo più rapide nei confronti delle persone provenienti da questi Paesi, sulla base dell’assunto che essi siano considerati “sufficientemente sicuri” per rifiutare una domanda di protezione senza esaminarne il merito. Questa svolta arriva nel quadro più ampio del Patto europeo su migrazione e asilo e potrebbe influenzare in modo significativo le pratiche applicative anche in Italia, dove il tema dei paesi considerati a basso rischio di persecuzione ha già alimentato dibattiti politici e giuridici.  Io penso all’ultimo soccorso in mare, quando la GN tunisina ci ha accostati minacciosamente per tentare di riprendersi a bordo le persone. Penso anche alle testimonianze di persone migranti che hanno raccontato come, durante i viaggi per arrivare in Europa, le motovedette della suddetta guardia costiera si avvicinano alle barche che partono, già sgonfie e sovraccariche e fanno in modo di increspare il mare per ribaltarle. Quando le persone finiscono in acqua, le osservano affogare. Poi, quelle che sopravvivono, sono portate a terra, picchiate, caricate negli autobus, portate al confine con la Libia. Vendute. Una volta in Libia sono detenute e liberate sotto riscatto.  Ma la Tunisia è un Paese di origine sicuro. Le persone di origine sub sahariana che ci arrivano sono chiamate oro nero e diventano merce di scambio. Per questo la Tunisia è un Paese di origine sicuro. Perché vende in modo sicuro alla Libia. Anche la Libia fra poco sarà considerato un luogo pacifico per le persone in movimento, anche se la so called guardia costiera spara anche a chi effettua i soccorsi in mare e le persone detenute nelle prigioni escono solo previo pagamento di un riscatto. Non ha importanza che i soldi della liberazione siano estorti alle famiglie facendo loro ascoltare le suppliche dei loro cari sotto tortura o perché qualche ricco estraneo ricompra queste persone per utilizzarle come meglio desidera. Non è più questione di diritti umani violati: è proprio l’umanità che manca. Ci sono migliaia di persone che vivono nascoste nei campo’ -come molte chiamano gli insediamenti abusivi in cui vivono a Zouara o Zouaia o chissà, quale altro snodo di case in Libia, destinati ai migranti deportati dalla Libia e usciti di prigione-, o negli Zitounes sulle coste della Tunisia. Vivono appese, sopravvivendo mentre aspettano di arrivare in Europa.  Ne conosco alcune, che hanno voluto condividere con me la loro storia.  Qualche giorno fa, dieci dicembre, due uomini mi hanno detto che stavano per lasciare la Libia. Tripoli. Uno ce l’ha fatta. Finalmente al sicuro, riconosciuto rifugiato da UNHCR, è stato accompagnato all’aeroporto. Un visto in tasca, al polso un braccialetto con un codice a barre. Nella valigia, qualche vestito. Sull’aereo, aveva un posto numerato per sedersi, un assistente di volo lo ha accolto a bordo. Gli ha offerto da bere. All’aeroporto d’arrivo in Italia, lo ha accolto una delegazione: politici e associazioni che hanno costruito per mesi un corridoio umanitario per farlo arrivare insieme ad altri. Ora, lo aspetta un nuovo paese, una nuova lingua, una nuova frontiera. Il secondo mi ha scritto, mentre aspettava in un hangar. Il pavimento era freddo, le pareti ruvide, la porta chiusa. Di giorno, era andato alla ricerca di un giubbotto di salvataggio. Ha aspettato. So che ha già tentato l’avventura e l’ultima volta, quando la sua barca era già nelle acque internazionali, sono arrivate le motovedette della Garde Nationale Tunisina a fingere di prestare soccorso dopo aver generato il rovesciamento della barca su cui era a bordo. Sono morti in molti. Lui è sopravvissuto “par la grace de Dieu”. Dopo essere stato torturato e venduto. Il dieci dicembre 2025 era pronto, con un giubbotto salvataggio appena comprato e il numero di Alarm Phone da contattare.  Di lui non ho notizie. Forse non è riuscito a partire. Spero che il suo telefono sia muto solo perché la batteria si è scaricata e non perché è stato ingoiato dal mare, ennesima vittima di una strage di Stati. 1. Leggi gli altri episodi: Introduzione; Il deserto dei Tartari; Silence et regards: Anchise, Odisseo, Telemaco; Il silenzio complice ↩︎ 2. Nadir è un veliero che svolge operazioni di search and rescue nel Mediterraneo e fa parte della Civil Fleet ↩︎ 3. Col termine arabo si indica la persona che ha materialmente messo a bordo le persone. Si definisce anche bananier o organisateur. Si veda EQUIPAGGIO DELLA TANIMAR, Controdizionario del confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale, Tamu, Napoli 2025 ↩︎ 4. Alarm Phone fears yet another deadly shipwreck in the Central Mediterranean ↩︎
CPR di Milano, prima condanna per un gestore
C’è una prima condanna contro un ente gestore del CPR a Milano, ma per Naga ODV e la rete Mai più Lager – No ai CPR il risultato lascia «molto amaro in bocca». L’ex direttore del Centro di permanenza per il rimpatrio di via Corelli, Alessandro Forlenza, ha patteggiato una pena di due anni e tre mesi e una multa di 2.000 euro per i reati di frode nelle pubbliche forniture e turbativa d’asta. Anche la società Martinina S.r.l., che formalmente gestiva la struttura, ha patteggiato una sanzione di 30.000 euro e un’interdittiva dall’esercizio di impresa per un anno e otto mesi. Il procedimento giudiziario prosegue ora nei confronti della madre di Forlenza, amministratrice della Martinina, con una nuova udienza fissata per marzo. All’udienza di ieri il Naga ha partecipato come parte civile, in un processo avviato grazie a un lavoro di documentazione durato anni: immagini e video diffusi sui social dalla rete Mai più Lager – No ai CPR, testimonianze raccolte all’interno del centro e il dossier Al di là di quella porta, pubblicato nell’ottobre 2023, che aveva contribuito ad attirare l’attenzione della magistratura. Reportage e inchieste/CPR, Hotspot, CPA IL CPR DI VIA CORELLI A MILANO SOTTO INDAGINE DELLA PROCURA Indagati gli amministratori di Martinina srl, Consiglia Caruso e Alessandro Forlenza Nicoletta Alessio 2 Dicembre 2023 Si tratta della prima condanna pronunciata contro un gestore del CPR milanese, un fatto che le due associazioni definiscono «di alto valore simbolico». Ma è proprio il perimetro della decisione giudiziaria a sollevare le critiche più dure. «Il giudizio ha potuto cogliere solo gli aspetti amministrativi della vicenda», sottolineano Naga e Mai più Lager, «lasciando sullo sfondo le drammatiche conseguenze che quelle irregolarità hanno avuto sulla vita delle persone detenute». Secondo le associazioni, l’irregolarità dei documenti presentati per ottenere l’appalto e la mancata erogazione dei servizi promessi hanno prodotto «violazioni sistematiche di diritti fondamentali, dal diritto alla salute a quello alla difesa, fino alla libertà personale». Un piano che, almeno per ora, resta fuori dall’accertamento giudiziario. Particolarmente criticata è la scelta del Ministero dell’Interno di costituirsi parte civile nel processo. «È un’ammissione che ci risulta indigesta e persino beffarda», affermano le due realtà, «perché il gestore è stato selezionato dalla Prefettura di Milano, sulla base di documenti che oggi si assumono essere falsificati, e senza che vi fossero controlli adeguati quando i servizi non venivano erogati». Nel mirino delle critiche anche il Comune di Milano. Naga e Mai più Lager condannano la decisione del sindaco di non costituirsi parte civile, nonostante un ordine del giorno approvato dal Consiglio comunale. «Sarebbe stato un segnale politico chiaro – scrivono – di contrarietà alla presenza, sul territorio cittadino, di un luogo teatro di violazioni di diritti fondamentali, anche di rango costituzionale». Per le organizzazioni, quanto emerso nel CPR di via Corelli non rappresenta un’eccezione, ma la regola. «Quello che sta venendo alla luce a Milano è ciò che accade in tutti i CPR d’Italia, fin dalla loro istituzione oltre 27 anni fa», denunciano. Anzi, proprio perché più esposto all’attenzione mediatica e al monitoraggio del centralino SOS CPR, il centro di via Corelli sarebbe uno di quelli dove la violenza riesce meno a rimanere invisibile. «Nei CPR del Sud Italia o in Albania – ricordano – il sequestro dei telefoni impedisce che escano immagini e testimonianze». A dimostrarlo, secondo NAGA e Mai più Lager, è anche l’avvicendamento di ben quattro gestori nello stesso centro milanese dal 2020 a oggi, oltre a un anno di commissariamento della Procura di Milano. «Nonostante i cambi di gestione, abbiamo denunciato sempre le stesse brutalità e gli stessi abusi», affermano, respingendo l’idea che il problema sia riconducibile al singolo operatore. La radice della violenza è strutturale: «La detenzione amministrativa è un’istituzione totalizzante fondata sull’inflizione di una violenza sistematica di Stato a danno di persone trasformate in capri espiatori della propaganda securitaria, colpevoli solo di non avere un documento che la legge, nei fatti, rende impossibile ottenere». Un monito che le due realtà sociali rilanciano mentre si avvicina l’entrata in vigore del Patto europeo su Migrazione e Asilo. «È importante ricordarlo ora – concludono – perché quel Patto rischia di fare della detenzione amministrativa e della deportazione in paesi terzi senza garanzie il principale strumento di gestione dei flussi migratori». Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA PATTO MIGRAZIONE E ASILO 2026, A CHE PUNTO SIAMO? Come l'Unione Europea sta riscrivendo il diritto d'asilo e normalizzando l'eccezione Dario Ruggieri 23 Dicembre 2025 Naga ODV e Mai più Lager – No ai CPR chiedono che la condanna non resti un episodio isolato, ma diventi l’occasione per mettere in discussione l’intero sistema dei CPR e il suo impatto sui diritti fondamentali delle persone migranti.