Lo prendo come un primo volume

Comune-info - Thursday, December 18, 2025

Rosa Mordenti ha lavorato per undici anni nel settimanale Carta, di cui Marco Calabria è stato tra i fondatori. Ha scritto questo testo dopo aver letto Gridare, fare, pensare mondi nuovi (ed. Elèuthera), il libro che raccoglie articoli, interviste, reportage, brevi saggi di Marco Calabria. Il legame di amicizia con Marco e con Comune diventa una magnifica lente di ingrandimento per riconoscere in quel libro tracce di un giornalismo diverso, nel quale il raccontare è prima di tutto un gesto profondamente politico

Marco Calabria in un seminario con studenti e studentesse dell’Università di Macerata (Dipartimento di studi umanistici) su giornalismo e guerra (ottobre 2019): al centro del suo intervento, il racconto dei giorni trascorsi nel gennaio 1994 a Sarajevo durante il noto assedio in cui morirono 12.000 persone

È andato in ristampa a poche settimane dalla pubblicazione, questo piccolo libro che raccoglie alcuni degli scritti di Marco Calabria curati con amore da Gianluca Carmosino; l’ennesima prova di come, nel corso della sua vita, Marco abbia saputo costruire intorno a sé una comunità partecipe di amici, compagni, collaboratori, lettori. Lo prendo come un primo volume, in attesa degli altri: perché di Marco c’è ancora tantissimo da leggere e che merita di essere stampato, ristampato e letto.

Raúl Zibechi, nella prefazione, suggerisce l’idea di Marco come di un artigiano, uno che lavorava alle parole con il gesto semplice e lento di un falegname. Lento sì, anzi verrebbe da dire lentissimo, perché disinteressato al flusso del tempo che scorre («Devo rispondere a una mail urgentissima da due settimane»). Semplice mai, nemmeno nella scrittura. Ma la cura e il gusto della parola necessaria gli venivano dal suo essere giornalista e poeta insieme, anzi dal suo esserlo insieme anche al disprezzo, in ognuna delle due attitudini al racconto, delle forme facili e ipocrite.

Artigiano della parola, dunque, cioè giornalista e poeta; poi c’era il resto. Il resto è stato tutto quello che Marco ha fatto per tenere vivi prima Carta e poi Comune-info. Tra le cose che restano di Marco c’è il fatto che per tutta la sua vita ha voluto raccontare come atto politico; perciò ha costruito giornali, riviste, siti, case piccole ma libere e comode per i suoi “racconti di movimento” e per i nostri. È per questo che di Carta si è assunto il ruolo di presidente – un ruolo che gli ha comportato solo rotture di palle, guai molto seri, soprattutto tantissima fatica. Di Carta, Marco ha negli anni curato la pubblicità (anomala e cioè etica – frutto della sua ricerca maniacale, come della tigna e della tessitura di relazioni profonde) e ha diretto l’amministrazione, i rapporti con i soci e i lavoratori. Si è portato sulle spalle molti pesi e molte responsabilità. Lo ha fatto con generosità e dedizione. Ha pagato prezzi altissimi da solo. (So che si è sentito solo e pensavo che avrei avuto il tempo per poterne parlare con lui una sera, dopo cento telefonate per trovare il giorno e l’ora e il luogo, bevendo infine qualche bicchiere fumando mille sigarette mangiando qualcosa di buono senza cipolla).

Qualcuno ha detto che bisognerebbe far leggere le interviste e i reportages di Marco nelle scuole di giornalismo, ed è assolutamente vero. Le interviste di Marco sono sempre molto belle. Era sempre lui a scegliere il suo interlocutore, a costruire un dialogo che veniva dalla conoscenza profonda e dalla curiosità e dallo studio: per questo richiedevano moltissimo tempo di preparazione meticolosa. Ma è nei reportages che Marco sapeva portare i suoi lettori con sé in luoghi lontanissimi e amati e meravigliosi, ed è lì che con maggiore potenza e nostalgia sento risuonare la sua voce. Tra i saggi brevi segnalerei Senza dominio, che era anche il nome di quello che avrebbe dovuto essere il nuovo progetto collettivo nato da un pezzo della redazione subito dopo la fine dolorosa di Carta.

Ricordo molto bene quel momento della nostra amicizia e del nostro collettivo. Ci incontravamo nelle case e non più in redazione. Affrontavamo, ognuno a modo suo, la fine del giornale e gli scontri che sempre accompagnano le crisi; gli ultimi mesi erano stati faticosi, in più eravamo tutti senza un soldo ma avevamo i debiti del giornale da ripagare. Eravamo spersi e avevamo bisogno di progetti concreti. Provavamo a rilanciare oltre il pessimismo delle nostre intelligenze. Marco ci propose questo suo breve saggio (lo trovate a pag. 21), che comincia così:

“Si potrebbe pensare di restar fermi, come fa il viandante esausto quando si accovaccia accanto al muro a secco in attesa che la tormenta si calmi. Bisogna muoversi, invece, di continuo. Occorre riprendere un cammino impervio, lastricato di domande e privo di certezze. Quel che probabilmente ci serve, per tentare di dare nuova linfa e restituire dignità alla nostra immaginazione, è qualcosa che non esiste. E concludeva: Abbiamo bisogno di leggerezza. Vivere senza dominio non significa reprimere un istinto. Avete mai fatto caso ai bambini quando cominciano a giocare senza sapere di farlo?“.

Adesso il pensiero di Marco mi sembra molto chiaro, in quel momento – era il dicembre 2012 – invece mi disorientò. Forse ero stanca di cammini impervi e la mia immaginazione non era all’altezza. Gli dissi che quello che aveva scritto era bellissimo, perché lo era, poi basta. Credo di averlo nuovamente molto deluso. Invece quella era una proposta di lavoro e da quel ragionamento immaginifico poi è nata Comune; sono felice che Gianluca e Riccardo abbiano saputo comprendere il sogno di Marco e abbiano ripreso con lui il cammino impervio dei viandanti, insieme sulla stessa strada.

Rosa Mordenti ha lavorato per 11 anni per il settimanale Carta. È autrice, con altri, di Guida alla Roma ribelle (Voland) e Al centro di una città antichissima (Edizioni Alegre).

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