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Scuola di giornalismo Lelio Basso: aperte le iscrizioni alla XXII edizione
Svolto in 600 ore di lezioni frontali, 30 ore di seminari e 300 ore di tirocinio formativo presso una testata giornalistica convenzionata, il corso annuale comincerà lunedì 19 ottobre prossimo e si concluderà a giugno 2027. Gli open day sono a calendario il 10, 18 e 24 settembre. Il termine per l’iscrizione è il 25 settembre. Vengono ammessi 25 partecipanti, i cui requisiti sono di aver compiuto la maggiore età, conseguito un diploma di scuola media superiore e disporre di un computer portatile, che supereranno l’esame, consistente nella redazione di un elaborato su un argomento di attualità e un colloquio individuale. Chi ha un ISEE inferiore a 20 mila € può candidarsi all’assegnazione di una delle due borse di studio da 1.900 euro ciascuna. Nella presentazione della XXII edizione, l’annualità 2026/2027, la Scuola di giornalismo Lelio Basso spiega che il corso “fornisce gli strumenti teorici e tecnici indispensabili per il giornalismo del XXI secolo nelle sue diverse declinazioni e gli approfondimenti culturali per interpretare il mondo contemporaneo” e in specifico: > Il percorso formativo è incentrato sull’inchiesta giornalistica e il > reportage, con particolare attenzione all’utilizzo di tutti gli strumenti e > linguaggi multimediali necessari alla gestione e al racconto della notizia: > scrittura, ripresa video e montaggio, fotografia, data journalism, radio e > podcast, web, social media. > > Il corso affronta inoltre il tema dei diritti nelle aree del mondo di > particolare rilevanza geopolitica, approfondendone gli aspetti storici, > giuridici, politici e culturali. Lezioni e seminari si terranno presso la sede della Fondazione Lelio e Lisli Basso (Roma – via Dogana Vecchia 5) e i tirocini formativi verranno svolti presso le testate giornalistica convenzionate, tra cui: Altreconomia, Associated Press, Atlante delle guerre, CeSPI, CityNews, Collettiva, Confronti, Domani, Euronews, Facta/Pagella Politica, Il Fatto Quotidiano, il Foglio, il Manifesto, Il Resto del Carlino, Internazionale, IRPIMedia, Left, Legambiente, L’Espresso, Open Migration, Oxfam, Radio Popolare, Radio Vaticana, RAI, Staffetta quotidiana e 9colonne agenzia giornalistica. Le informazioni su programmi e modalità di iscrizione sono pubblicate online: https://www.scuolagiornalismoleliobasso.it/bando-2026-2027/ Redazione Italia
July 20, 2026
Pressenza
La “giusta misura” della propaganda di la Repubblica per Telt
Confessiamo una certa invidia. Non capita tutti i giorni di vedere un reportage trasformarsi, senza quasi che il lettore se ne accorga, in un opuscolo promozionale. Nell’articolo che Repubblica dedica […] The post La “giusta misura” della propaganda di la Repubblica per Telt first appeared on notav.info.
July 13, 2026
notav.info
Digital News Report Italia 2026: il complicato rapporto tra italiani e informazione giornalistica
Si affievoliscono la fiducia nei media e l’interesse per le notizie, in particolare di politica, che tuttavia italiane e italiani continuano a cercare. Quella tra gli italiani e l’informazione giornalistica è una relazione fragile e intermittente, spesso mediata da piattaforme e algoritmi e segnata da forme di consumo incidentale, in cui si accentua il “paradosso italiano” di un pubblico sempre meno appassionato e coinvolto, ma fortemente esposto al flusso informativo. È quanto certifica la terza edizione del Digital News Report Italia 2026 realizzato dal Master in giornalismo “Giorgio Bocca” di Torino fondato dall’Università degli Studi di Torino e dall’Ordine dei Giornalisti del Piemonte e gestito dal Corep -Consorzio per la Ricerca e l’Educazione Permanente di Torino. Il report curato da Alessio Cornia, Marco Ferrando, Paolo Piacenza e Celeste Satta descrive un pubblico meno appassionato e meno fiducioso, ma non indifferente; più distante da alcuni canali tradizionali, ma ancora raggiungibile; più esposto alle piattaforme, ma ancora interessato a fonti credibili, spiegazioni accessibili e relazioni informative riconoscibili. “I dati dell’indagine realizzata tra il 6 gennaio e il 20 febbraio 2026 da YouGov per il Digital News Report indicano un ulteriore indebolimento del rapporto tra italiani e informazione giornalistica – si legge nello studio – La quota di chi si dichiara ‘estremamente interessato’ alle notizie scende al 9% (era il 10% nel 2025), mentre quella di chi si dice ‘molto interessato’ cala dal 28% al 25%. A crescere è invece la fascia di chi si considera ‘abbastanza interessato’, che raggiunge il 49% rispetto al 46% dello scorso anno. Restano stabili al 12% coloro che si dichiarano ‘non molto interessati’, mentre crescono dal 2 al 3% le italiane e gli italiani che dicono di non essere affatto interessati alle notizie”. L’interesse per le notizie continua, in buona sostanza, a indebolirsi: quest’anno solo il 34% degli italiani si dichiara molto o estremamente interessato, contro il 74% del 2016. Resta più alto tra uomini, persone con reddito elevato, livelli di istruzione più alti e, sul piano politico, tra chi si colloca a sinistra o nel centro-sinistra. L’interesse per le notizie di politica si conferma ancora più debole: solo il 16% si dichiara molto o estremamente interessato, e l’Italia si colloca all’ultimo posto tra i 48 paesi inclusi nell’indagine globale del Reuters Institute. Emerge però una parziale eccezione tra i 18-24enni, tra cui il 28% si dichiara molto o estremamente interessato alla politica, indicando una domanda giovanile di informazione politica non sempre intercettata dall’offerta attuale. L’uso dei chatbot di IA per informarsi resta ancora circoscritto: riguarda il 6% degli italiani, un’avanguardia digitale rilevante, composta soprattutto da giovani e persone con livelli di istruzione elevati. Per quanto riguarda l’uso dei social media, che torna a crescere, nonostante la bassa fiducia nelle notizie attinte da queste piattaforme, la rilevazione mostra che vengono settimanalmente impiegati per informarsi dal 45% degli italiani, 6 punti in più rispetto all’anno scorso, e come fonte principale raggiungono il 22%, dopo tre anni in cui erano stati fermi al 17%. Da Facebook, TikTok e Instagram le notizie sono spesso attinte in modo incidentale: più che perché riconoscono questi ambienti come strumenti utili per informarsi, gli utenti le leggono mentre usano le piattaforme per altri scopi. X è la piattaforma più chiaramente percepita come informativa. Tuttavia, il suo uso limitato ne riduce la centralità nella dieta informativa degli italiani. YouTube mostra un maggiore equilibrio tra fruizione incidentale e uso intenzionale per ottenere notizie. L’età incide in modo significativo sulla percezione del valore informativo delle piattaforme: gli under 35 le considerano più spesso strumenti utili per ottenere notizie. Il divario è particolarmente marcato per YouTube, considerata utile dal 65% dei più giovani contro il 40% degli over 35, confermandone il ruolo di spazio rilevante per approfondimenti e spiegazioni video. Quanto al ruolo informativo del servizio pubblico, prevale un giudizio tiepido. In Italia la quota di valutazioni positive si ferma al 23%, mentre il 45% non esprime giudizi, né positivo né negativo. Il dato colloca il nostro Paese tra i più critici nel confronto internazionale, con valutazioni negative leggermente superiori a quelle positive. I giudizi sul ruolo informativo del servizio pubblico variano soprattutto in base all’autocollocazione politica: l’apprezzamento è più basso a sinistra e più alto a destra. I giudizi positivi sono inoltre più diffusi tra chi mostra maggiore interesse per le notizie, raggiungendo il 40% tra gli ‘estremamente interessati’. Tra chi valuta positivamente il ruolo informativo del servizio pubblico, gli aspetti più riconosciuti sono la capacità di garantire a tutti l’accesso a notizie nazionali e regionali importanti (48%) e quella di fornire notizie affidabili (43%). Tra chi esprime giudizi negativi, la critica prevalente riguarda la percezione che il servizio pubblico sia influenzato da interessi politici o di altro tipo (72%): una valutazione piuttosto trasversale e nettamente più frequente rispetto ad altre criticità. https://mastergiornalismotorino.it/wp-content/uploads/2026/06/DIGITAL_NEWS_REPORT_ITALIA_2026.pdf Giovanni Caprio
June 23, 2026
Pressenza
Cestinata una intervista a Lavrov su Europa, Ucraina e sicurezza, di nuovo
Il livello del degrado professionale e culturale è dimostrato anche da episodi in fondo minimi. E’ accaduto che la redazione europea della testata Politico – di proprietà dell’editore conservatore tedesco Axel Springer, che controlla anche la Bild, Die Welt e il polacco Fakt, nonché i siti americani Business Insider – […] L'articolo Cestinata una intervista a Lavrov su Europa, Ucraina e sicurezza, di nuovo su Contropiano.
June 23, 2026
Contropiano
Il titolo e il programma dell’incontro con i ‘fuoriclasse’ del giornalismo
La festa di fine anno che conclude la XXI edizione del corso riunirà docenti, studentesse e studenti ed ex-allievi della Scuola di giornalismo d’inchiesta e reportage ‘Lelio Basso’ insieme a professionisti dell’informazione e referenti di media, centri studio e associazioni cooperanti alle attività del centro formativo. Il titolo dell’evento, Fuoriclasse, fa riferimento alle attività didattiche svolte fuori dalle aule scolastiche. L’iniziativa infatti si terrà in uno spazio davvero alternativo, la sala convegni della Città dell’Altra Economia e, quest’anno alla seconda edizione, si articola in una serie di momenti che, come spiega il suo programma, “affianca alla dimensione formativa del corso un’occasione di confronto aperto sui temi che attraversano il giornalismo e la società contemporanea”. Nella giornata infatti sono proposti due workshop, gratuiti e a partecipazione libera: – Giulio Rubino, condirettore di IrpiMedia, terrà un laboratorio dedicato agli strumenti per il tracciamento dei traffici marittimi utili a ricostruire i flussi del contrabbando di armi e droga e i movimenti dei grandi interessi economici internazionali; – Maurizio Franco e Filippo Poltronieri, collaboratori del Centro di giornalismo permanente, attraverso il racconto dell’esperienza del collettivo giornalistico e l’esplorazione delle opportunità legate a grant e finanziamenti approfondiranno i temi critici della sostenibilità economica del giornalismo freelance. Quindi verranno presentati gli elaborati realizzati dagli iscritti al corso annuale 2025-2026. Insieme al fondatore dell’agenzia giornalistica indipendente Next New Media, Andrea Battistuzzi, le studentesse e gli studenti –  25 allievi – mostreranno una rassegna di anticipazioni dei lavori video e dei pitch d’inchiesta che hanno progettato e realizzato dall’ottobre scorso fino a questi giorni in cui hanno frequentato il ciclo di lezioni frontali tenute da professionisti esperti di giornalismo d’inchiesta, partecipato a seminari e svolto tirocini formativi nelle redazioni di Altreconomia, Associated Press, Atlante delle guerre, CeSPI, CityNews, Collettiva, Confronti, Domani, Euronews, Gruppo GEDI, Il Fatto Quotidiano, il Foglio, il Manifesto, Il Resto del Carlino, Internazionale, IRPIMedia, Left, Legambiente, L’Espresso, Open Migration, Oxfam, Radio popolare, Radio Vaticana, RAI, SkyTG24, Staffetta quotidiana, 9colonne agenzia giornalistica e molte altre. Infine si svolgerà l’incontro sul tema Dissenso, censura, giornalismo, che inizierà alle 19 e verrà moderato dalla direttrice della Scuola di giornalismo e d’inchiesta ‘Lelio Basso’, Marina Forti. Sui crescenti episodi di repressione violenta delle proteste, in Italia e nel mondo, e sui meccanismi di censura e autocensura a cui sono sottoposti i cronisti interverranno * Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale e autrice di Divieto di protestare (Einaudi, 2026); * Domenico Chirico, direttore della Human right impact division di Amnesty International; * Sofia Nardacchione, giornalista esperta di mafie e criminalità e membro dell’Ufficio di presidenza di Libera; * Gabriele Nunziati, il giornalista freelance recentemente protagonista delle cronache proprio perché è stato licenziato dall’Agenzia Nova dopo che a una conferenza stampa della Commissione Europea aveva chiesto delucidazioni sul ruolo di Israele nei progetti per la ricostruzione della Striscia di Gaza. Il titolo della festa di fine anno accademico della Scuola di giornalismo e d’inchiesta, il centro formativo interno alla Fondazione Lelio e Lisli Basso che è stato concepito e generato da Linda Bimbi, di cui quest’anno ricorre il decennale della scomparsa, allude anche al significato del vocabolo fuoriclasse come aggettivo che qualifica professionisti molto competenti ed esperti, anche dotati di un talento speciale, la capacità di realizzare ciò che la maggior parte dei loro colleghi invece non sa o non vuole fare, come i giornalisti che non si lasciano ‘imbrigliare’ e non si fanno ‘imbavagliare’. Maddalena Brunasti
June 11, 2026
Pressenza
«Silenzio stampa» – l’inchiesta sullo squadrismo sionista a Roma
L’inchiesta descrive in dettaglio le continue minimizzazioni da parte degli organi stampa e istituzionali delle violenze perpetrate ai danni di militanti e attiviste antifasciste e antifascisti in contesti di manifestazioni di protesta contro il genocidio perpetrato a Gaza dall’esercito israeliano o in generale in solidarietà con la causa palestinese. Negli ultimi due anni infatti le intimidazioni e le violenze verso chi esprime solidarietà con il popolo palestinese si sono fatte sempre più frequenti. Questo fenomeno, presente in tutto il mondo, si è verificato con particolare intensità nella città di Roma, soprattutto nel quadrante sud orientale della capitale. Il documentario ha l’obiettivo di far luce su quanto accaduto, per non lasciare queste violenze sotto silenzio. Pubblichiamo inoltre un’intervista esclusiva fatta al collettivo Restiamo umani, autore del documentario «Silenzio stampa». Di seguito il video integrale della docu-inchiesta realizzata da Restiamo umani e l’intervista di DinamoPress al collettivo promotere del progetto. -------------------------------------------------------------------------------- Perché avete sentito la necessità di realizzare questo documentario? Abbiamo sentito la necessità di realizzare questo documentario innanzitutto perché nessuno/a lo aveva ancora fatto al posto nostro. Lo spazio che le aggressioni di matrice sionista hanno trovato nella narrazione pubblica è sempre stato troppo poco e anche per questo abbiamo pensato che invece fosse necessario porre fine a questo silenzio. Noi siamo ragazzi e ragazze che, come tanti e tante altre/i, negli ultimi anni hanno attraversato e animato le mobilitazioni per la Palestina e ci siamo presto accorti/e che attorno a questa questione si respira, soprattutto nella città di Roma, un clima intimidatorio, che abbiamo sentito l’esigenza di raccontare. L’impunità di cui godono questi soggetti si manifesta in modo sistematico su tre livelli differenti. Il primo è quello istituzionale e politico: esponenti di diversi schieramenti hanno scelto la via del silenzio o, in alcuni casi, hanno offerto una sponda esplicita agli aggressori. Pensiamo alle dichiarazioni di Salvini sui fatti del 25 aprile, o a quelle di Lollobrigida dopo l’aggressione davanti al Liceo Caravillani; interventi che hanno di fatto legittimato la violenza, arrivando addirittura ad invertire le responsabilità tra aggrediti ed aggressori. Come si è manifestata “l’impunità” di cui godono i soggetti autori delle aggressioni? L’impunità di cui godono questi soggetti si manifesta in modo sistematico su tre livelli differenti. Il primo è quello istituzionale e politico: esponenti di diversi schieramenti hanno scelto la via del silenzio o, in alcuni casi, hanno offerto una sponda esplicita agli aggressori. Pensiamo alle dichiarazioni di Salvini sui fatti del 25 aprile, o a quelle di Lollobrigida dopo l’aggressione davanti al Liceo Caravillani; interventi che hanno di fatto legittimato la violenza, arrivando addirittura ad invertire le responsabilità tra aggrediti ed aggressori. Il secondo livello è quello dei media generalisti, che hanno taciuto o ribaltato la dinamica degli eventi, operando sulle cronache cittadine la stessa mistificazione che applicano al racconto del genocidio in Palestina. Infine, c’è un piano di agibilità pratica e fisica sul campo: la condotta delle forze dell’ordine, infatti, in diverse occasioni ha permesso a queste frange radicali di muoversi e colpire, molto spesso senza subire alcuna conseguenza giudiziaria e senza essere nemmeno identificate. Se i media “mainstream” hanno depistato e coperto le aggressioni di matrice fascio-sionista, quale deve essere il ruolo della stampa indipendente di fronte a quanto accaduto? Il ruolo della stampa indipendente e della contro-informazione deve essere non solo quello di denunciare l’omissione dei grandi media, ma anche quello di spezzare l’unilateralità del racconto pubblico e smontarne i meccanismi di funzionamento. Come diciamo proprio nei minuti finali della nostra inchiesta, infatti, il compito diventa quello di portare le prove dove si vorrebbe imporre il silenzio e di dare voce a una verità che i fatti non permettono più di ignorare. Se l’informazione generalista tende a derubricare queste forme di violenza politica ad anonimi scontri fra facinorosi e, come avviene ancora più spesso, ad invertire i ruoli tra aggrediti e aggressori, il giornalismo indipendente deve riuscire ad imporre un principio di realtà attraverso un lavoro d’inchiesta rigoroso, basato sulle testimonianze e sui riscontri oggettivi, per dimostrare che non siamo di fronte a episodi isolati ma a una strategia precisa. Inoltre crediamo che la forza del giornalismo indipendente risieda anche nel fatto che la realtà documentata sul campo è dotata di una forza intrinseca: quando si ricostruiscono i fatti con rigore, la verità diventa così solida e dirompente da riuscire a bucare la narrazione ufficiale. Il fine ultimo della contro-informazione deve essere proprio quello di trasformare la verità dei fatti, storpiata dal discorso dominante, in una consapevolezza diffusa e in un senso comune non più manipolabile. La copertina è a cura di Restiamo umani Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo «Silenzio stampa» – l’inchiesta sullo squadrismo sionista a Roma proviene da DINAMOpress.
May 29, 2026
DINAMOpress
El País: Cuba e la narrativa confezionata a Washington
Sostenere che l’informazione stia giocando un ruolo importantissimo nelle odierne crisi internazionali, crisi che spesso sono il frutto di ingegneria politica, appare ingenuo. Sappiamo benissimo come una notizia veicolata in certi modi serva per creare un nemico o per portare avanti una determinata narrativa. In questa guerra cognitiva non poteva sfuggire Cuba. Da tempo la stampa internazionale, diretta sapientemente da Washington, dipinge l’isola come un Paese al collasso, prossimo al fallimento e governato da una classe politica inetta e inefficiente. Gli articoli pubblicati enfatizzano questa retorica oramai stantia, ma sempre attuale che crea nell’opinione pubblica l’idea che gli Stati Uniti siano l’ancora di salvezza del popolo cubano oppresso e vessato dai suoi governanti. Un interessante studio condotto dall’Osservatorio sui Media del sito Cubadebate prende in esame 24 articoli che hanno per tema Cuba pubblicati tra il 18 e il 24 maggio. Lo studio mostra come il quotidiano spagnolo El País abbia costruito una Cuba sull’orlo del collasso e trasformato il discorso del governo degli Stati Uniti in un’architettura giornalistica precisa. Nell’ultima settimana, mentre il governo degli Stati Uniti intensificava la sua pressione su Cuba attraverso sanzioni, accuse giudiziarie, schieramenti militari e messaggi di nuove relazioni condizionate, il quotidiano ha pubblicato una serie di 24 articoli in cui l’isola appare come tema diretto o indiretto. Secondo l’autore dell’articolo di Cubadebate letti insieme, questi testi non costituiscono una semplice copertura informativa, ma formano un’operazione narrativa precisa. Una narrativa che riprende le affermazioni dello stesso Donald Trump, che in varie occasioni ha descritto Cuba come un Paese che in tempi brevissimi sarebbe caduto da solo senza la necessità di un intervento militare per arrivare al cambio di governo. El País non costruisce la sua copertura su Cuba da un’osservazione situata sull’isola, ma dal dispositivo politico-mediatico che Washington ha articolato intorno ad essa; traduce quel copione nel linguaggio sofisticato del giornalismo liberale occidentale e lo riveste di fonti, contesto apparente e tono analitico, pur mantenendo intatta l’architettura ideologica di fondo. Esaminando i titoli degli articoli ci accorgiamo che non sono isolati, ma pezzi della stessa catena semantica: i termini ricorrenti sono decomposizione, collasso, disperazione, regime, sanzioni, portaerei, CIA, GAESA (Grupo de Administración Empresarial S.A). La reiterazione produce un effetto di chiusura: Cuba appare come un sistema senza futuro proprio, mentre Washington è rappresentata come la forza che accelera, condiziona o gestisce il risultato. Nella copertura, Washington non è un altro attore: è colui che produce eventi. Sanziona. Accusa. Dispiega una portaerei. Offre una “nuova via”. Attiva i tribunali. Segna le condizioni. Trasforma GAESA in un obiettivo. Mette Raúl Castro al centro di un caso giudiziario. Proietta su Cuba l’antecedente venezuelano. Cuba, invece, di solito si trova in una posizione reattiva: denuncia, avverte, resiste. Anche quando viene raccolta la voce del governo cubano, quella voce appare molte volte l’atto del potere prodotto dagli Stati Uniti: Washington si muove e L’Avana risponde. La linea del governo degli Stati Uniti – crisi interna, élite militare, sanzioni selettive, transizione possibile, “nuova relazione” a determinate condizioni – diventa una struttura giornalistica riconoscibile. El País la impacchetta come sequenza: prima la diagnosi di collasso, poi l’identificazione dei colpevoli, poi la pressione e infine la promessa di una via d’uscita condizionata. Le immagini che accompagnano gli articoli contribuiscono a enfatizzare la narrativa che Cuba è uno Stato fallito prossimo alla capitolazione. Le foto privilegiano volti di leader, scene di oscurità, simboli militari, immagini di archivio di conflitti, spazi di crisi urbana e rappresentazioni di strutture economiche sospettate. L’immagine che ne deriva è soprattutto una Cuba notturna, invecchiata, bloccata e sorvegliata. L’immagine non solo illustra, ma conferma. Un blackout non accompagna una nota sull’elettricità, ma diventa una metafora del Paese. Un ritratto di un leader cubano non solo identifica un’autorità, ma funziona come volto di una Rivoluzione esausta. Una portaerei non si limita a riferire sul dispiegamento, ma introduce la possibilità dell’uso della forza. L’analisi per Paese dei 24 articoli scritti mostra che 11 sono stati elaborati dagli Stati Uniti, che rappresentano il 45,8% del totale; 9 dalla Spagna, equivalenti al 37,5%; 3 dal Messico , che rappresentano il 12,5% e 1 dal Venezuela, equivalente al 4,2%. Insieme, gli Stati Uniti e la Spagna concentrano l’83,3% degli articoli analizzati. Non appare nessuna nota elaborata da Cuba. Chissà perché? Questo dato rafforza una conclusione centrale della ricerca: la copertura di El País su Cuba non è costruita da un’osservazione situata sull’isola, ma da una rete esterna, articolata principalmente da Miami, New York, Washington e Madrid. L’assenza di reportage inviati da Cuba condiziona l’approccio, le fonti disponibili e i quadri interpretativi che organizzano la rappresentazione del Paese. Secondo Cubadebate l’analisi permette di concludere che la copertura di El País su Cuba non risponde a un semplice accumulo di articoli, ma a un’architettura narrativa coerente e politicamente distorta. Questa rappresentazione non si costruisce attraverso la complessità interna della società cubana, ma dall’agenda che Washington promuove nella sua politica nei confronti dell’isola: sanzioni, pressione giudiziaria, minaccia militare, messa in discussione delle sue strutture economiche e promessa di una “transizione” condizionata. La caratteristica centrale della copertura è la sua dipendenza dalla narrazione statunitense. El País non agisce solo come un media che riporta le decisioni di Washington, ma come un operatore editoriale che converte quelle decisioni in un senso giornalistico. Il giornale prende gli assi della politica estera degli Stati Uniti, li organizza in titoli, profili, rapporti, analisi e grafici e li presenta come una lettura ragionevole della realtà cubana. In questo modo, il discorso di Washington cessa di apparire come una posizione politica interessata e si trasforma nel quadro dominante: gli Stati Uniti sanzionano, accusano, dispiegano, condizionano e propongono. Cuba è ridotta quasi sempre a essere interpretata da altri. Le fonti sono sempre statunitensi, mai cubane, come se queste fossero incapaci di spiegare la propria realtà e questo rafforza la narrativa proposta ai lettori. Il Paese è narrato più come oggetto di diagnosi esterna che come società con attori, conflitti, risposte e razionalità proprie. In sintesi, si costruisce una Cuba spiegata da Washington, narrata dall’esterno e scarsamente contrastata con fonti locali. La copertura non nega i problemi reali (blackout, difficoltà economiche, migrazione, tensioni politiche o carenze), ma li ordina all’interno di un’interpretazione funzionale alla storia del crollo. www.occhisulmondo.info Andrea Puccio
May 27, 2026
Pressenza
“La guerra fredda culturale” di Frances Stonor Saunders
Torna in libreria in una nuova edizione il classico del giornalismo storico, tradotto in oltre venti lingue, con cui la giornalista inglese ha rivelato per la prima volta come, nel secondo dopoguerra, gli Stati Uniti – attraverso la CIA – abbiano sostenuto e orientato una vasta rete di iniziative culturali in Europa, con l’obiettivo di contrastare l’influenza sovietica e influenzare il dibattito intellettuale occidentale. Dopo i due decenni caratterizzati da nazismo, fascismo e seconda guerra mondiale, gran parte degli intellettuali europei era su posizioni critiche anticapitaliste. Per arginare il richiamo del comunismo e la crescita delle sinistre, la CIA, con finanziamenti occulti, promosse fondazioni, riviste, premi e istituzioni artistiche, trasformando la cultura in uno dei principali terreni di confronto tra i due blocchi. Dalle grandi manifestazioni musicali del dopoguerra – come la Conferenza internazionale della musica del ventesimo secolo a Roma nel 1954 – alle tournée della Boston Symphony Orchestra nelle capitali europee; dalle mostre sull’espressionismo astratto americano alla diffusione di un’estetica celebrata come “arte della libera impresa”, emerge così una strategia capillare, volta a ridefinire l’immaginario dell’Europa occidentale. Al centro di questo sistema vi fu il Congress for Cultural Freedom, una copertura della CIA che sostenne riviste come «Encounter», «Preuves», «Der Monat» e, in Italia, «Tempo Presente», diretta da Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte. In questo intreccio furono coinvolti molti dei più influenti intellettuali del Novecento, da Isaiah Berlin a Hannah Arendt, da George Orwell ad Arthur Koestler, da Raymond Aron allo stesso Silone. La «battaglia per la conquista delle menti» – come la definì Edward W. Barrett, sottosegretario di Stato per i Servizi informativi internazionali – è il cuore di questo libro, rigoroso e sorprendentemente avvincente. La guerra fredda culturale è uno strumento indispensabile per comprendere non solo la storia del dopoguerra, ma anche le forme contemporanee del potere culturale, tra soft power, propaganda e guerra cognitiva. Giornalista, scrittrice e documentarista, un membro della Royal Society of Literature, Frances Stonor Saunders vive a Londra, scrive per «London Review of Books», ha lavorato per «The New Statesman» e ha collaborato con BBC Radio, «The Guardian», «Los Angeles Times» e altre testate. È anche autrice di Hawkwood: Diabolical Englishman, La donna che sparò a Mussolini e The Suitcase: Six Attempts to Cross a Border, vincitore del PEN Ackerley Prize. Con La guerra fredda culturale, tradotto in venti lingue, ha vinto il Gladstone Book Prize della Royal Historical Society.   Redazione Italia
May 26, 2026
Pressenza
Informazione libera: le querele temerarie sono tabù
Ci sarebbe il «Media Freedom Act» ma l’Italia (guarda un po’) si è distratta Lettera aperta a Carlo Nordio, ministro della Giustizia,                         della Coalition Against SLAPPs in Europe (CASE)                         E’ scaduto il 7 maggio il termine UE
A Gaza, in Cisgiordania e in Libano la guerra continua… quotidianamente
Nella notte tra l’11 e il 12 maggio l’esercito israeliano ha distrutto con la dinamite diverse abitazioni, già diroccate, ad est di Gaza città. Bombardamenti all’alba di oggi su Khan Younis e Rafah. Secondo i nostri contatti a Gaza, sono stati uccisi stamattina, in due attacchi diversi, 4 civili tra i quali un bambino di 7 anni. Il rapporto del ministero della sanità informa che ieri sono stati uccisi 3 civili e feriti altri 16, secondo i dati forniti dagli ospedali. Un giovane, Ayman Rafiq Muhammad al-Hashlamoun, di 30 anni, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco dalle forze di occupazione israeliane in Cisgiordania durante un raid nel campo profughi di Qalandia, a nord di Gerusalemme occupata. Le truppe israeliane hanno fatto irruzione nell’istituto di formazione professionale di fronte al campo, lanciando gas lacrimogeni, granate stordenti e proiettili veri. Questo ha provocato il ferimento di al-Hashlamoun alla testa. I soccorritori palestinesi non sono riusciti a raggiungerlo in tempo e il giovane è stato dichiarato morto. Inoltre la Mezzaluna Rossa Palestinese ha riferito che nell’intervento è stata prestata assistenza a un ragazzo di 15 anni ferito da un proiettile di gomma. Poi il corpo del ragazzo ucciso è stato sequestrato dalle truppe israeliane che in seguito, durante il raid al perimetro dell’istituto, hanno sparato proiettili veri contro i giornalisti e compiuto un rastrellamento di diversi giovani all’interno del campo. Nella serata di lunedì 11 maggio inoltre le forze di occupazione israeliane hanno iniziato la demolizione di decine di strutture industriali e commerciali nella zona di Al-Mushtal, ad Al-Eizariya, a sud-est di Gerusalemme occupata. La devastazione riguarda 50 strutture delle quali 20 sono state distrutte e le operazioni di demolizione con i bulldozer proseguono. I proprietari sono stati avvisati soltanto verbalmente. Loro hanno fatto ricorso e l’udienza è stata fissata per metà maggio, ma l’esercito ha anticipato le demolizioni, rendendo vacua la falsa procedura giudiziaria israeliana. Un vero e proprio apartheid giuridico. L’operazione mira a usare i terreni dei palestinesi per il progetto coloniale denominato E1, un mega insediamento ebraico che cancellerà ogni collegamento diretto tra nord e sud della Cisgiordania. Distruggere l’economia palestinese per costringere la popolazione alla deportazione. Dalla mezzanotte dell’11 maggio l’esercito di occupazione israeliano ha effettuato circa 40 raid contro villaggi nel Libano meridionale, in concomitanza con il proseguimento dei bombardamenti di artiglieria e delle operazioni di demolizione e bombardamento di abitazioni nelle città meridionali. Il portavoce militare israeliano ha lanciato ieri minacce alla popolazione di 9 villaggi libanesi di abbandonare le case e allontanarsi di almeno un km. Un’ora dopo è stato scatenato l’inferno. L’esercito israeliano ha preso di mira un salone per le cerimonie. Le squadre della Protezione Civile, accompagnate dall’esercito libanese, sono riuscite a recuperare i corpi dei due uccisi, Rida Ali Jaber e suo figlio Mahdi di 7 anni, caduti per il raid aereo nella città di Kfar Tibnit. Il governo libanese ha annunciato di aver preparato un dossier sui crimini di guerra compiuti da Israele, da presentare al consiglio di sicurezza e alla corte penale internazionale. Entro questa settimana si dovrebbe tenere l’incontro a Washington tra le due delegazioni libanese e israeliana, per il cessate il fuoco. Non è stata ancora fissata la data. Netanyahu ha già informato che le operazioni militari in Libano cesseranno soltanto dopo il disarmo di Hezbollah. Obiettivo che non è stato raggiunto dalle aggressioni israeliane in 40 anni e che Tel Aviv vuole addossare al governo libanese, per innescare una guerra civile libanese. L’empasse israeliana riguarda anche l’alto costo che viene pagato per mantenere le proprie truppe in Libano. La resistenza libanese ha continuato a prendere di mira le truppe degli invasori, con droni e razzi di artiglieria, causando morti e feriti, che l’esercito di Tel Aviv non rende note se non dopo un certo periodo di tempo. UNA GIORNATA ‘SPECIALE’ PER I GIORNALISTI Ieri, 11 maggio, era il 4° anniversario dell’assassinio mirato della giornalista palestinese e cittadina statunitense Shireen Abu Aqileh da parte dell’esercito israeliano. Un assassinio impunito. L’indagine sul suo assassinio langue nei meandri della giustizia USA, sebbene le inchieste giornalistiche abbiano individuato il nome dell’esecutore dell’ordine di assassinio, un cecchino delle truppe scelte, Alon Scagio, che ha sparato con un fucile di precisione con cannocchiali dopo aver individuato la giubba della giornalista con la scritta Press e l’ha colpita al collo. Nello stesso giorno a Bruxelles si è svolta la cerimonia di consegna del Premio Shireen Abu Aqileh 2026 “Per il coraggio e l’impegno delle giornaliste” promosso dalla Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) e l’Unione Internazionale della Stampa Francofona (UPF). Il riconoscimento è stato assegnato a Zareefa Abou Qoura, una giornalista palestinese che ha ampiamente trattato l’impatto della guerra sul popolo palestinese. Ha raccontato la vita quotidiana degli abitanti di Gaza, come gli attacchi ai centri di distribuzione alimentare, e ha svolto inchieste sulle torture inflitte ai medici palestinesi nei centri di detenzione israeliani e sull’uso di cani poliziotto come armi contro i civili. Inoltre, il più alto riconoscimento professionale internazionale per un fotoreporter, il prestigioso Premio Pulitzer per la fotografia di cronaca, è stato conferito al palestinese Saher al-Gharra, collaboratore per il New York Times [autore della fotografia in testa a questo articolo] che ha immortalato i dettagli di due anni di devastante invasione israeliana nella Striscia di Gaza trasformando la sofferenza umana in testimonianze visive che hanno scosso le coscienze del mondo. ANBAMED
May 12, 2026
Pressenza