
Di f.Lotta, di Mediterraneo Centrale e di persone che imparano a nuotare
Progetto Melting Pot Europa - Wednesday, September 24, 2025Navigare nel cuore di questa frontiera liquida partecipando all’azione di f.Lotta, ha significato confrontarsi con pensieri ed emozioni disordinati e non lineari, intrecciare dimensione individuale e collettiva: quella che si costruisce in barca, quella con gli altri velieri che hanno partecipato alla manifestazione, quella con le persone agli altri lati delle frontiere e così via, a rimbalzo, come un sasso che disegna cerchi concentrici sull’acqua. È stata una navigazione politica, un modo di riprendersi in mano uno spazio comune.
f.Lotta: occupare il Mediterraneo per la libertà di movimento
Dal 14 al 16 settembre una flotta indipendente attraverserà il Central Med. A bordo anche Melting Pot sulla Tanimar
Roberta Derosas
12 Settembre 2025
Ogni veliero che ha partecipato all’azione lo ha fatto accogliendo una o più campagne specifiche. Tanimar ne ha portato a bordo due: quella promossa da Mem.Med – Memoria Mediterranea, di supporto alla ricerca delle persone migranti disperse nel Mediterraneo e quella contro la tratta di Stato perpetrata da Tunisia e Libia dove i responsabili della mercificazione di altri esseri umani sono agenti di Stato 1. Ne è responsabile la politica di esternalizzazione dei confini promossa e finanziata dall’Unione Europea.





È stata un filo teso di riflessioni, una rete rammendata dalle mani abili di un pescatore che conosce il mare questa navigazione di settembre che ha ritrasformato il Mediterraneo centrale in un ricamo.
Difficile raccontarlo senza retorica, restituendo cosa significhi per chi lo attraversa, lo naviga, ci pesca, soccorre, prova a cancellarne le linee e i confini, si batte perché questo spazio ritorni ad essere quello che in un tempo lontano è stato: uno spazio di vita per tutti e non solo per i privilegiati nati all’interno di una fortezza i cui muri si spostano sempre più a sud.
Tanimar è stata uno spazio in movimento. Al suo interno, i corpi hanno convissuto stretti: c’era chi lavorava, chi fuggiva, chi sorvegliava, chi sognava, chi attendeva. Un mondo nel mondo. Fuori, un mare che non offre confini: solo linee che si spostano, acque che non trattengono. La barca è stata un luogo reale e provvisorio che accoglie e separa, salva e inghiotte, porta vicino e allontana.
Un frammento di mondo che galleggia e che non si radica mai. È stata al contempo, Tanimar, strumento di libertà e confine mobile, incorporando in sé la contraddizione di uno spazio che è al tempo stesso apertura e barriera. Foucault lo dice: una barca è l’eterotopia per eccellenza 2.
Su Tanimar, la navigazione con f.Lotta ha alimentato condivisione di spazi emotivi e intellettuali: indovinati prima di partire, ma forse davvero compresi quando ce li siamo spiegati a voce, nelle interviste fatte mentre salpavamo, o quando ne abbiamo parlato collettivamente il secondo giorno di rotta, sul ponte di questo veliero, in mare aperto. L’orizzonte al tramonto sembrava un quadro di Rothko. Privilegio bianco.


Il nostro equipaggio era composto da una capitana e un capitano, due professori universitari, un membro della redazione di “The Routes Journal”, una filmaker, un’artista, due giovanissimi attivisti vicini ad un’altra frontiera, e io, che di questa navigazione ho tentato di fare una narrazione con gli altri per il progetto Melting Pot Europa, traducendo a parole le azioni, le immagini e gli eventi che si sono compiuti.
Dieci esseri umani accomunati dal desiderio di partecipare ad un’iniziativa , forse in apparenza un po’ pretenziosa, lanciata da f.Lotta per occupare il Mediterraneo. Dieci individui su Tanimar, accomunati dalla certezza condivisa del libero movimento dovuto ad ogni essere umano, spinti dalla necessità di portare la voce di chi è inascoltato.
Eravamo convinti che aderire a questa manifestazione a favore delle persone in movimento significhi anche lasciare spazio alla loro parola: per questo, prima della partenza, abbiamo proposto di far simbolicamente partecipare al viaggio alcune tra loro, testimoni scomodi che attendono di partire, nascosti in Libia o in Tunisia.
Eravamo e restiamo certi che non esista cosa peggiore che voltare lo sguardo e rendere l’Altro invisibile, fingendo che la distanza geografica renda l’azione impossibile.
Se il rapporto “Tratta di Stato” 3 è stato redatto, lo si deve proprio a loro, che, insieme ad altri uomini e donne – ascoltati più di un anno fa da ricercatori sicuramente impreparati all’inizio alla disarmante assurdità che le persone intervistate stavano raccontando 4 – hanno spiegato le condizioni di migliaia di esseri umani respinti, violati, privati di qualunque diritto.
Hanno fatto parte del nostro equipaggio di terra e abbiamo cercato di amplificare la loro voce, di coinvolgerli nella navigazione, di evidenziare «anche la forza e la capacità collettiva delle vittime di far sentire la loro voce» 5.
Le loro parole ci hanno interpellati, motivati, messi in discussione, commossi, spaventati. “Portarli a bordo” ci è parso un dovere. Tra gli equipaggi di terra, anche una donna che vive da qualche parte, in Francia, conosciuta da migliaia di persone che aspettano le sue parole prima di imbarcarsi e durante gli attraversamenti: mama Africa, Marino Dubois.
Le sue pubblicazioni su facebook, che supportano gli aventuriers, che denunciano pubblicamente gli sfruttatori, che attaccano i cokseur e gli arnaqueurs 6, che indicano la meteo, i naufragi, le persone disperse possono lasciare sorpresi. E poi alcune radio universitarie, che hanno tessuto insieme a noi le trame di una narrazione complessa, appassionata.
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Su Tanimar, dimensioni individuali e collettive si sono intrecciate: in fondo, le storie personali di ognuno generano il nostro modo, politico, di stare in questo mondo e noi abbiamo provato a tessere insieme.
Abbiamo condiviso la paura, emozione comune, percepita prima della navigazione, verbalizzata al primo incontro, generata da ragioni diverse: per alcuni il timore di incrociare altri uomini alla deriva, per altri quella di essere intercettati, scoperti, violati da chi li ricaccia indietro. C’è stata per alcuni la paura del mare che si alza e inghiotte. O quella di tendere la mano e non riuscire a soccorrere.
Abbiamo sentito e lasciato spazio al desiderio, come motore, come strumento potente capace di farci pensare ad un’azione in cui ci si riappropria di uno spazio, lo si occupa, lo si abita.
Si dice che il Mediterraneo sia una ferita aperta, un cimitero. Eppure, così, lo si descrive solo in parte e se ne restituisce solo la più violenta, quella che ferisce, che sanguina, che ingoia corpi che troppo spesso non sono restituiti o che non hanno nomi. E poi: in un cimitero, le lapidi invitano a pregare corpi che hanno nomi e storie, mentre in quel mare non c’è spazio per la sepoltura.
Forse, proprio perché il Mediterraneo Centrale è una ferita aperta, questa decina di barche ha accettato la sfida di navigare in mezzo a quelle acque in cui, non molte settimane fa, la guardia costiera libica ha aperto il fuoco contro una nave che opera soccorso in mare, per affermare il semplice dovere di rendere assistenza, come il diritto impone.
Ma questo Mediterraneo che si è voluto occupare è molto di più.
Alla partenza dal porto commerciale le barche a vela di f.Lotta hanno fatto rumore e sorpreso i motoscafi dei vacanzieri di ritorno dopo una giornata di navigazione tra le acque trasparenti di Lampedusa. Ci hanno guardati sorpresi questi turisti che navigano quello stesso mare, con le nostre grida, con i fumogeni colorati. Li abbiamo incuriositi rompendo il loro calmo movimento di ritorno sull’isola.
Mentre abbiamo disegnato cerchi e incroci, allontanandoci dalle coste lampedusane, una nave della GF ha seguito i movimenti della navigazione, che quasi sembrava partecipasse alla danza di queste barchette dalle chiglie colorate, dissidenti eppure disciplinate disposte in cerchio e poi allineate in fila indiana. Ci ha scortati e sorvegliati fino a tarda sera.
Al tramonto le barche di f.Lotta si sono avvicinate di nuovo e i movimenti si sono ripetuti anche nel tempo successivo della navigazione. Abbiamo condiviso, con le nostre voci, slogan potenti, a sostegno della libertà di movimento, legandole a quelle del sostegno al popolo palestinese. Gridare a squarciagola in mare aperto mi ha generato fastidio all’inizio: perché pronunciare frasi che solo noi potevamo sentire?
Eppure ne ritrovo ora il valore simbolico: in fondo, in quel mare lontano e profondo, dove le vite si perdono e le tracce delle rotte di chi non sa navigare si cancellano, può sentire solo chi decide di farlo, chi ci mette, in quel gesto, tutta la cura per l’altro.
Quel gridare in mezzo al mare mi ha fatto pensare all’indecenza di un mondo che si volta altrove, a cui non interessa se ci sono persone che muoiono affogate, se le vite si spezzano con le torture, se gli stati vendono corpi considerati oro nero, merce umana da vendere a basso costo, come i nostri testimoni di terra.
Ricordarla tra noi, che crediamo a questa doverosa necessità di rendere il Mediterraneo uno spazio di vita e libera circolazione, ha avuto la strana forza di farci sentire meno soli, ma anche di ricordarci, ancora, quanto privilegio bianco esista in questo nostro mondo in cui manifestiamo in barca a vela. Ne abbiamo parlato durante la riunione che abbiamo fatto a bordo, al calare della seconda sera.
Ci siamo ripetuti, anche, che abbiamo il dovere di andare oltre la nostra cerchia di appartenenza di attivisti, militanti, “sensibili alla causa”, che sentiamo l’urgenza del desiderio di arrivare a parlare di diritti di tutti gli esseri umani. Abbiamo condiviso sulla necessità dell’uso di un linguaggio che sia chiaro, diretto, inclusivo e accessibile a tutti, per raggiungere anche chi di questi argomenti si interessa meno.
Ci siamo parlati di tempi, di quelli necessari a che le cose cambino: necessari certo, perché le azioni si facciano mature. Ma per una parte dell’equipaggio a bordo l’urgenza generata dal dolore per le vite disperse non tollera pazienza, per altri tutto sta già cambiando, solo che i cambiamenti veri arrivano con il tempo 7.
Non credo ci sia stato un momento di navigazione in cui la bellezza non sia stata una percezione dolorosa. Anche vedere i velieri di f.Lotta allineati al risveglio, nel secondo giorno di mare, in un’ora che cambia tra Italia e Tunisia, in un tempo che si sospende, ci ha spinti a pensare a chi ci muore affogato, disidratato, soffocato, ustionato davanti a troppi sguardi indifferenti.
A chi, semplicemente, non è considerato e trattato come essere umano. Perché non c’è altra spiegazione che questa. Altrimenti non si capisce come si possa torturare, vendere e guardare morire altri uomini senza provare a soccorrere.
Navigando sempre più a sud, abbiamo incontrato una delle barche che svolge operazioni di Search and Rescue. L’abbiamo circondata, in un abbraccio virtuale e marittimo, ci siamo avvicinati abbastanza da far sentire la nostra voce all’equipaggio che, qualche ora più tardi, ha svolto un’azione di soccorso in cui non ci sono solo stati sopravvissuti, ma anche una donna ivoriana morta. È restata senza nome, fino al nostro arrivo. Io non so, oggi, se qualcuno sappia come si chiamasse.




Abbiamo osservato attenti quel mare carico di lotta e di morte, tracciato dalle rotte dei mercanti, palcoscenico di miti, di storie di viaggi e approdi, tesoro di racconti, di favole e di leggende, scrutando l’orizzonte.
Abbiamo guardato i nostri tracciati sul radar la notte, ascoltandoci e sorvegliandoci alla radio, dalla nave “madre” alle altre, in un tam tam costante in cui i capitani si sono scambiati indicazioni sui percorsi, in cui ci si è tenuti svegli, in cui ci si è contattati solo per ricordarci che eravamo insieme (“Tanimar Tanimar Tanimar, ….: do you copy?”) in canali radio che cambiano di continuo.
E mentre lo abbiamo percorso, siamo restati vigili e attenti perché ci sono imbarcazioni abbandonate nel suo cuore, come fantasmi in catene, mai arrivati a destinazione. Ne abbiamo incrociata una durante la prima navigazione notturna, faticando a riconoscerne il profilo nell’ombra della notte.
Navigando, abbiamo vissuto a bordo un’altra esperienza che fa pensare al Mediterraneo non solo come una ferita aperta, ma come un taglio che si cicatrizza col sale. L’abbiamo pensato tutti ascoltando la storia di un uomo a bordo con noi, arrivato dieci anni fa in una barca come tutte le altre che sono soccorse, e che lo ha attraversato senza saper nuotare.
In quel primo viaggio, ha perso tre persone a lui care. Dopo per lui, è stato difficile pensare di poterci entrare ancora e provare a sentirsi accolto.
In questa navigazione, il secondo giorno, la capitana lo ha aiutato ad immergersi nelle acque più profonde del Mediterraneo e lui ha scelto di accettare l’invito. A bordo, siamo stati spettatori grati e silenziosi di un atto di protezione, accudimento, accoglienza che si è intrecciato a un gesto di coraggio.
Alla fine di questa navigazione, quella di f.Lotta mi pare non solo un’occupazione pacifica del Mediterraneo, ma un atto di cura carico di senso politico verso le persone che devono poter essere soccorse e accolte, che devono poter attraversare senza rischiare la vita.
Cura verso questo mare che merita di essere descritto per la sua bellezza e generosità, come una madre capace di vita.
Cura di uomini verso gli uomini, in cui l’azione non è un tanto o solo un gesto di disobbedienza civile, ma un atto di responsabilità collettiva, capace di restituire dignità a chi viene reso invisibile e di riaffermare il diritto di tutti a un mare comune.
- State of Trafficking, collettivo RR[X] ↩︎
- «…le bateau, c’est un morceau flottant d’espace, un lieu sans lieu, qui vit par lui-même, qui- est fermé sur soi et qui est livré en même temps à l’infini de la mer et qui, de port en port, de bordée en bordée, de maison close en maison close, va jusqu’aux colonies chercher ce qu’elles recèlent de plus précieux en leurs jardins, vous comprenez pourquoi le bateau a été pour notre civilisation, depuis le XVIème siècle jusqu’à nos jours, à la fois non seulement, bien sûr, le plus grand instrument de développement économique (ce n’est pas de cela que je parle aujourd’hui), mais la plus grande réserve d’imagination. Le navire, c’est l’hétérotopie par excellence. Dans les civilisations sans bateaux les rêves se tarissent, l’espionnage y remplace l’aventure, et la police, les corsaires.». M. Foucault, Des Espace Autres, Conférence au Cercle d’études architecturales, 14 mars 1967, in Architecture, Mouvement, Continuité, no 5 (1984): 46-49 ↩︎
- RR[X] (2025) The Tunisian state as a human trafficker. Evidence from the report: “State Trafficking: Expulsion and sale of migrants from Tunisia to Libya“ ↩︎
- Questo dato si desume da quanto indicato nel rapporto sopra citato: «Nel dicembre 2023, mentre l’equipe cercava di capire la vita negli accampamenti e l’organizzazione sociale del viaggio, ci siamo per la prima volta imbattuti nella parola “vendita” o “scambio”». Dalla ricerca, alla denuncia. Perché la ricerca non è solo conoscenza, ma responsabilità ↩︎
- Per usare gli stessi termini del già citato nello stesso rapporto, p.8 ↩︎
- Questi termini, indicati proprio dai testimoni del già citato rapporto, hanno contribuito alla redazione di un controdizionario della migrazione (che sarà pubblicato entro ottobre 2025) e riporta i termini utilizzati dalle persone in movimento in attesa di partire ↩︎
- Da una conversazione con un membro dell’equipaggio di mare ↩︎