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Sea Watch 5 approda a Trapani per emergenza sanitaria con a bordo 57 persone
È attraccata il pomeriggio di mercoledì 18 marzo al porto di Trapani la nave Sea Watch 5 con a bordo 57 persone migranti soccorse nei giorni scorsi nel Mediterraneo centrale. All’imbarcazione era stato inizialmente assegnato dalle autorità il porto di Marina di Carrara, a oltre mille chilometri di distanza, ma le condizioni di salute delle persone a bordo hanno reso quella destinazione incompatibile con la loro sicurezza. I 57 naufraghi a bordo erano il risultato di due operazioni di soccorso condotte nei giorni precedenti in condizioni meteo estreme. Il 16 marzo l’equipaggio aveva prima recuperato 54 persone, poi un secondo gommone in difficoltà con altre 40 circa. Una notte drammatica: tra i casi medici più gravi quello di una bambina di due anni in severa ipotermia, le cui condizioni avevano fatto temere per la vita. La stessa notte, 9 persone – tra cui la bambina- erano state evacuate dalla Guardia Costiera e trasferite a Lampedusa. Nei giorni precedenti il quadro nel Mediterraneo centrale era già tragico: un bambino risultava disperso, un ragazzo di 21 anni era arrivato morto a Lampedusa. > Nel Mediterraneo la tempesta è già iniziata, ma sappiamo di oltre 225 persone > in mare aperto, che non sono ancora state soccorse [Thread 1/3 🧵] > pic.twitter.com/LK0OAmWvta > > — Sea-Watch Italy (@SeaWatchItaly) March 16, 2026 È in questo contesto che le autorità italiane hanno assegnato alla nave il porto di Marina di Carrara: quattro giorni di navigazione supplementare per persone stremate, con mare mosso e bisogno urgente di assistenza medica a terra. A comunicare passo dopo passo la scelta di non rispettare l’assegnazione di un porto così lontano è stata la stessa organizzazione tedesca. Tra le persone soccorse erano presenti persone esauste, colpite dal mal di mare e con ustioni da carburante, oltre a una donna incinta e diversi casi bisognosi di cure mediche urgenti, per scongiurare il rischio di infezioni e possibili sepsi. Di fronte ad una situazione sempre più difficile, Sea Watch già da ieri aveva dichiarato lo stato di necessità. «La nave Sea Watch 5 dichiara lo stato di necessità: l’irresponsabile blocco imposto dall’Italia mette in pericolo i 57 sopravvissuti, che sono esausti, soffrono di mal di mare e hanno ustioni da carburante. Hanno bisogno di cure mediche immediate per prevenire infezioni e possibili casi di sepsi. A bordo c’è una donna incinta. La sordità delle autorità italiane ai loro bisogni è un’offesa ai diritti umani». La nave si trovava già nel Canale di Sicilia, davanti alla costa trapanese, quando l’equipaggio ha scelto di deviare la rotta assegnata e puntare su Trapani. Una decisione presentata dall’Ong non come una scelta, ma come l’unica strada percorribile. «Non sottoporremo le 57 persone a bordo di Sea Watch 5 a un viaggio di altri 1.100 km per raggiungere Marina di Carrara. È tortura di Stato. Disobbediamo a questo ordine assurdo e facciamo rotta verso Trapani». Anche dopo aver comunicato questa decisione e con persone a bordo sempre più stremate, però, la nave ha dovuto attendere ore prima di ricevere l’autorizzazione ad entrare in porto. Un’attesa che Sea Watch ha definito intollerabile. «Avrebbero potuto risparmiare un altro giorno di sofferenza alle 57 persone a bordo di SeaWatch 5. Invece, da ieri notte, siamo al largo di Trapani in una situazione di stallo. Chiediamo di poter entrare in porto adesso. Basta con questo muro politico sulla pelle dei più deboli». Solo dopo questo ulteriore stallo è arrivato il via libera all’attracco. «La SeaWatch5 sta entrando in porto a Trapani, nel rispetto dei diritti delle persone a bordo – ha scritto al momento dell’ingresso in porto – . Non abbiamo permesso che le 57 persone a bordo pagassero il prezzo delle manovre strumentali del Governo italiano sulla loro pelle. Ogni ulteriore ritardo sarebbe irresponsabile». Ora c’è da aspettarsi l’ennesimo provvedimento repressivo da parte del Viminale. Il caso della Sea Watch 5 riporta tuttavia al centro del dibattito una pratica consolidata delle autorità italiane e prevista dal decreto Piantedosi: l’assegnazione sistematica di porti lontani, che allunga i tempi di permanenza in mare per persone già provate da traversate spesso drammatiche. Una scelta che le organizzazioni della flotta civile – insieme a diversi giuristi e alle sentenze di numerosi tribunali – considerano in contrasto con i principi fondamentali del diritto del mare e con la tutela della vita umana. Nelle stesse ore in cui andava in scena l’ennesimo braccio di ferro tra le autorità italiane e una Ong del soccorso, Alarm Phone segnalava un nuovo episodio di cattura e respingimento da parte della cosiddetta Guardia costiera libica. Secondo quanto denunciato, il naufragio sarebbe avvenuto proprio nel momento in cui i libici tentavano di salire a bordo dell’imbarcazione. Diciassette persone hanno perso la vita. I loro corpi, secondo le testimonianze raccolte, sarebbero stati abbandonati in mare invece di essere portati a terra per essere identificati e sepolti. > 🆘 ~62 people in distress at sea in the central Mediterranean! > > The people on board, who are trying to escape from #Libya, report of high > waves and we fear for their lives. Relevant authorities are informed: Rescue > these people to safety before it is too late! pic.twitter.com/COATUu0Euz > > — @alarmphone (@alarm_phone) March 15, 2026 Nel Mediterraneo centrale, la guerra per procura degli Stati europei, e dell’Italia in prima fila, contro le persone migranti non si ferma mai.
Sospeso il fermo della Humanity 1
Il tribunale di Chieti ha sospeso l’efficacia del fermo amministrativo e della sanzione pecuniaria inflitti alla nave di soccorso Humanity 1. La decisione 1, adottata il 12 marzo 2026, rappresenta un nuovo passaggio giudiziario che mette in discussione l’uso sistematico di provvedimenti amministrativi contro le organizzazioni impegnate nelle operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. La nave era stata fermata nel porto di Ortona nel dicembre 2025 per venti giorni 2. La contestazione delle autorità riguardava la mancata comunicazione con le autorità marittime libiche durante un’operazione di soccorso. Notizie/In mare HUMANITY 1 TRATTENUTA A ORTONA: L’ENNESIMO FERMO CONTRO IL SOCCORSO CIVILE «Incompatibile con il diritto internazionale» Redazione 3 Dicembre 2025 Un’accusa che si inserisce nel quadro delle politiche italiane ed europee che tentano di subordinare le operazioni delle ONG al coordinamento con il cosiddetto centro di coordinamento libico. Secondo l’alleanza Justice Fleet, di cui fa parte la Humanity 1, la richiesta di contatto con le autorità libiche non solo è problematica dal punto di vista operativo, ma contrasta con decisioni già adottate dalla magistratura italiana. Diversi tribunali hanno infatti riconosciuto che la cosiddetta Guardia Costiera libica non può essere considerata un attore legittimo nel sistema internazionale di ricerca e soccorso. Numerose inchieste e rapporti internazionali hanno documentato, negli anni, il coinvolgimento delle autorità libiche in gravi violazioni dei diritti umani ai danni di migranti e richiedenti asilo intercettati in mare e riportati forzatamente nei centri di detenzione in Libia. Per questo motivo le organizzazioni della Justice Fleet hanno scelto di non intrattenere comunicazioni operative con il centro di coordinamento libico, ritenendo che tale collaborazione possa contribuire a respingimenti verso un paese considerato non sicuro. Approfondimenti/In mare JUSTICE FLEET ALLIANCE: LE ONG DEL MEDITERRANEO INTERROMPONO I CONTATTI CON TRIPOLI «Non è solo moralmente giusto, ma anche giuridicamente necessario» Giulia Stella Ingallina 17 Novembre 2025 La decisione del tribunale di Chieti si inserisce in una serie di pronunce giudiziarie che negli ultimi mesi hanno progressivamente ridimensionato l’impianto repressivo contro le navi umanitarie. Nel febbraio 2026 il tribunale di Catania aveva già revocato il fermo della nave Sea-Watch 5, mentre altri provvedimenti simili sono stati dichiarati illegittimi anche in relazione alla Sea-Eye 5. Nonostante queste decisioni, la pressione amministrativa sulle ONG continua. Nel febbraio 2026 un nuovo ordine di fermo è stato notificato alla Humanity 1 nel porto di Trapani e la nave risulta tuttora bloccata. L’organizzazione SOS Humanity ha già presentato ricorso contro questo provvedimento, aprendo un ulteriore fronte giudiziario. Notizie/In mare LA HUMANITY 1 BLOCCATA PER 60 GIORNI A TRAPANI PER AVER OBBEDITO ALLA LEGGE DEL MARE Secondo Piantedosi non hanno collaborato con le milizie libiche Redazione 14 Febbraio 2026 Per la Justice Fleet, la sospensione decisa dal tribunale di Chieti rappresenta comunque un segnale significativo. «Il tribunale di Chieti ha sospeso il fermo e la multa a carico della nostra nave di soccorso nel dicembre dello scorso anno: un’altra vittoria per la Justice Fleet dopo che i fermi della Sea-Watch 5 e della Sea-Eye 5 sono stati dichiarati illegittimi. Ciò dimostra ancora una volta che le politiche ostruzionistiche dei governi violano il diritto internazionale, mentre la Justice Fleet continua a resistere con forza». Il contenzioso tra autorità e organizzazioni di soccorso resta quindi aperto. Da una parte, governi che continuano a utilizzare strumenti amministrativi per limitare la presenza delle ONG nel Mediterraneo centrale; dall’altra, una rete di organizzazioni e avvocati che porta queste misure davanti ai tribunali, ottenendo sempre più spesso pronunce che richiamano il rispetto del diritto internazionale del mare e dell’obbligo di soccorso. Nel frattempo, nel Mediterraneo centrale continua a essere una delle rotte migratorie più letali al mondo. E il ruolo delle navi civili resta, nonostante tutti gli ostacoli, uno degli ultimi presìdi di soccorso per chi tenta la traversata. 1. Puoi consultare la decisione qui ↩︎ 2. La nave di soccorso Humanity 1 è stata detenuta a Ortona, SOS Humanity (10 dicembre 2025) ↩︎
Grecia: salvarsi da un naufragio è sempre più spesso un crimine
In Grecia, il secondo gruppo più numeroso della popolazione detenuta è costituito da individui accusati di smuggling (traffico di esseri umani): un detenuto su cinque si trova in carcere per tale imputazione. Un dato che non si limita a restituire una mera statistica penitenziaria, ma rivela una precisa tattica giuridico-politica, funzionale a classificare tanto la società civile impegnata nelle attività di search-and-rescue quanto le stesse persone in movimento non solo quali nemici dello Stato, ma anche delle stesse persone in movimento, quindi di sé stesse. In questa prospettiva, le dichiarazioni del Ministro greco dell’Immigrazione e dell’Asilo, Thanos Plevris, rilasciate dopo il naufragio del 3 febbraio al largo di Chios 1, assumono una rilevanza ancora più inquietante 2: un esplicito appello alla “guerra contro i migranti assassini, unici responsabili di quanto sta accadendo”, nel contesto di un Mar Egeo che, nel 2025, ha registrato circa 40 naufragi documentati e più di 600 morti dall’inizio del 2026 3. PH: Aegean Boat Report Inoltre, secondo PICUM 4, l’84% delle persone perseguite per attraversamento irregolare delle frontiere è accusato di aver guidato un’imbarcazione o un veicolo al momento dell’ingresso nel Paese, o di aver assistito, anche solo offrendo dell’acqua, i passeggeri a bordo. I processi durano in media dieci minuti, con avvocati nominati pochi minuti prima dell’udienza. Nella maggior parte dei casi gli imputati sono uomini soli, per lo più sudanesi 5. Una procedura che comprime in modo evidente le garanzie procedurali e sostanziali previste dallo stato di diritto, vanificando di fatto il diritto di difesa. Da gennaio 2026 si sono tenuti sette processi per smuggling nella sola Creta, affermano gli attivisti di De:criminalize 6. E, come se non bastasse, gli avvocati che assumono la difesa delle persone in movimento accusate di smuggling sono esposti a vere e proprie intimidazioni pubbliche. È il caso della ONG Human Rights Legal Project (HRLP) di Samos, che ha scelto di difendere la persona alla guida della barca coinvolta nel naufragio di Chios di febbraio 2026. Il Ministro greco della Migrazione non si è limitato a criticare: ha addirittura paragonato il lavoro di difesa dei diritti fondamentali svolto dall’ONG a quello di un’associazione a tutela dei diritti delle donne che difende lo stupratore 7. Tuttavia, il 21 febbraio, il quotidiano greco Ριζοσπάστης ha pubblicato la testimonianza di un ex comandante di un’unità navale della Guardia Costiera Ellenica (HCG), che fornisce un quadro dettagliato sull’operato della HCG, contrapponendosi alla narrazione del Ministro Plevris. “L’ordine è di ‘fermarli a ogni costo’. […] Soprattutto gli ufficiali di orientamento fascista trattano i migranti come nullità, come se fossero sotto-uomini, quasi animali. Non provano alcun rimorso. […] Sono convinti che questo sia il modo giusto per servire il loro Paese. […] In situazioni particolarmente critiche, cinque o sei membri delle unità speciali (KEA) intervengono: arrivano armate e con i cappucci neri, e picchiano i migranti” 8. Due elementi rendono il ricorso sistematico a procedimenti penali per smuggling particolarmente allarmante. Il primo è la severità della pena prevista dalla Legge 5038/2023: fino a dieci anni di reclusione per ciascuna persona trasportata, estendibili fino a quindici anni se sussiste pericolo per la vita delle persone a bordo. Il secondo elemento riguarda il requisito soggettivo del profitto economico, spesso ignorato nella prassi giudiziaria: la mera fuga o l’aver condotto un’imbarcazione al fine di salvare la propria vita viene qualificata come illecito penale, nonostante manchi il necessario intento di lucro o vantaggio economico. È il caso del signor Z., cittadino palestinese, il quale rischiava venticinque anni di detenzione per smuggling, dopo diciassette mesi di custodia cautelare ad Atene. Finalmente assolto il 21 gennaio sull’isola di Rodi, egli ha dichiarato: “Dal momento in cui sono arrivato in Europa, invece di trovare giustizia, sono stato vittima della più grande ingiustizia. Sono stato accusato di un crimine che non ho commesso e imprigionato. Ogni giorno in carcere sembra durare un anno e vivo nella paura e nell’angoscia costante per la mia famiglia, che ho lasciato sotto i bombardamenti a Gaza” 9. Oltre a trasformare la fuga in reato, l’uso abusivo del procedimento penale per smuggling e della detenzione preventiva genera un vero e proprio cortocircuito giuridico: impedisce l’accesso effettivo alla procedura di asilo e contravviene al principio di non-penalizzazione sancito dall’art. 31 della Convenzione di Ginevra, nonché dai Protocolli delle Nazioni Unite di Palermo. Esemplare è il caso Pylos 9: nove cittadini egiziani sopravvissuti al naufragio al largo di Pylos, in cui persero la vita oltre 650 persone nel giugno 2023, furono inizialmente accusati di smuggling e associazione a delinquere, prima di essere assolti per mancanza di giurisdizione. Pur avendo presentato domanda di asilo durante la detenzione, la loro istanza non fu mai trasmessa al Servizio di Asilo; conseguentemente, non poterono invocare la clausola di esenzione prevista dall’art. 3, comma 3, della Legge 5038/2023, che, recependo la Convenzione di Ginevra, esclude la responsabilità penale per smuggling dei richiedenti asilo e dei beneficiari di protezione internazionale. Come opporsi quindi a questo dispositivo giuridico sistematico, totalmente illegittimo? Un mese fa si è concluso a Lesbo il processo – o forse sarebbe più corretto definirlo una vera e propria molestia giudiziaria – contro i 24 operatori umanitari della ERCI, accusati, tra l’altro, di smuggling. Dopo sette anni di limbo giuridico, durante i quali ogni attività di search-and-rescue nel Mar Egeo è stata di fatto paralizzata, gli imputati sono stati finalmente assolti. Notizie GRECIA. ASSOLTI A LESVOS 24 OPERATORI UMANITARI IMPEGNATI NEL SOCCORSO IN MARE Una sentenza contro la criminalizzazione della solidarietà Ludovica Mancini 19 Gennaio 2026 Tuttavia, il rispetto dei diritti degli accusati è stato garantito solo grazie alla presenza di osservatori internazionali. Senza un monitoraggio esterno, il sistema giudiziario probabilmente non avrebbe assicurato né la piena tutela dei diritti fondamentali né il rispetto delle garanzie procedurali. Bisogna quindi agire: moltiplicare gli sforzi per difendere chi è ingiustamente accusato di smuggling; monitorare ogni processo, garantire la presenza di osservatori indipendenti, rendere pubbliche le pratiche delle corti; ricorrere al contenzioso strategico, costruire reti transnazionali di tutela, coordinare difese legali e iniziative di advocacy. Solo così si può trasformare l’eccezione abusiva in un’occasione di pressione legale e di responsabilizzazione dello Stato. Azioni come il CoSaH Database – un registro dei crimini contro la solidarietà e l’azione umanitaria a livello globale, pensato per individuare strategie legali di difesa e promuovere una advocacy internazionale – rappresentano un esempio concreto di questa strategia. Ma non è sufficiente: occorre estendere questo lavoro anche alle persone in movimento. Se la criminalizzazione è sistemica, anche la risposta deve esserlo: non episodica, non emergenziale, ma strutturata, coordinata, pubblica. Solo così sarà possibile sottrarre la solidarietà all’arbitrio e riportare il diritto alla sua funzione primaria: garantire libertà e diritti, non reprimerli. 1. Chios, Greece: Deadly tragedy following collision between Coast Guard vessel and boat carrying refugees – RSA (4 febbraio 2026) ↩︎ 2. Chios, 3 February 2026: A Collision, Fifteen Deaths, and a Growing Web of Contradictions, Aegean Boat Report ↩︎ 3. Ekathimerini-com (2025). Minister attributes Chios boat tragedy to ‘killer smugglers’ opposition demands full probe. ↩︎ 4. At least 142 people criminalised for helping migrants in Europe in 2024 – Picum (aprile 2025) ↩︎ 5. From War to Prison: The Criminalization of Sudanese Refugees in Greece – de criminalize (14 novembre 2025); PICUM (2025). At least 142 people criminalised for helping migrants in Europe in 2024 ↩︎ 6. Per ulteriori informazioni: De:criminalize ↩︎ 7. Per ulteriori informazioni: Public statement on the targeting and intimidation of HRLP and our staff ↩︎ 8. Ριζοσπάστης (2025). Μια αποκαλυπτική μαρτυρία που ρίχνει φως στα σκοτεινά γεγονότα στη Χίο [A revaling testimony that sheds light on the dark events in Chios] ↩︎ 9. De:criminalize (2025). Ziad is free – he has been acquitted. ↩︎
La Humanity 1 bloccata per 60 giorni a Trapani per aver obbedito alla legge del mare
La nave di soccorso Humanity 1 è stata fermata per 60 giorni nel porto di Trapani. Il provvedimento, notificato il 13 febbraio, prevede anche una multa da 10mila euro. A renderlo noto è l’Ong tedesca SOS Humanity, che denuncia la criminalizzazione in corso e l’ulteriore stretta contro le operazioni civili di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale. Secondo quanto riferito dall’organizzazione, il provvedimento riguarda un’operazione SAR in cui erano state soccorse 33 persone in pericolo e avvistati due cadaveri in acqua. Le autorità italiane contestano alla nave di non aver comunicato preventivamente con il Centro di coordinamento dei soccorsi libico. Nella sostanza, si tratta di una fotocopia del fermo notificato a marzo 2024, che sia il Tribunale sia la Corte d’Appello di Catanzaro, nel novembre 2025, hanno definito illegittimo, ribadendo che la cosiddetta Guardia Costiera libica non può essere considerata un’autorità legittima di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. Notizie/In mare SOS HUMANITY VINCE LA SUA PRIMA CAUSA CONTRO IL FERMO ILLEGALE DI NAVI DI SOCCORSO La Corte d’Appello di Catanzaro conferma la sentenza del Tribunale di Crotone Redazione 4 Novembre 2025 Non è un caso che il fermo arrivi a poche ore dalla presentazione, da parte del governo Meloni, del disegno di legge che introduce la possibilità del cosiddetto “blocco navale” per le navi delle ONG, ennesima misura securitaria per cercare di impedirne l’ingresso nelle acque territoriali italiane dopo aver svolto una operazione di soccorso. Su X il ministro dell’Interno Piantedosi ha subito rivendicato il provvedimento con un post di propaganda: «L’ONG ancora una volta – scrive – non ha rispettato gli obblighi di legge previsti durante le operazioni in mare. Non si tratta solo di una grave violazione della normativa ma di un comportamento irresponsabile che mette a rischio la vita stessa delle persone». La replica di SOS Humanity non si è fatta attendere: «Il nostro equipaggio ha informato tutti i centri di coordinamento dei soccorsi competenti in conformità con il diritto marittimo internazionale», ha dichiarato Viviana di Bartolo, coordinatrice delle operazioni di ricerca e soccorso. «Abbiamo deliberatamente deciso di non comunicare con gli attori libici, poiché non possono essere considerati autorità di ricerca e soccorso legittime: sono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani nei confronti delle persone in cerca di protezione». L’Ong ha poi aggiunto che si tratta della terza detenzione in tre mesi di una nave appartenente all’alleanza “Justice Fleet”. Nell’agosto 2025, ricorda, la cosiddetta Guardia Costiera libica ha aperto il fuoco contro una nave di soccorso non governativa. «Questo ribalta pericolosamente la realtà. Mentre noi salviamo vite umane e veniamo puniti per questo, la cosiddetta Guardia Costiera libica viene sostenuta, le stesse forze che abusano e uccidono le persone in fuga», ha affermato Marie Michel, esperta di politiche. E’ il secondo fermo in tre mesi che SOS Humanity subisce: «Chiediamo il rilascio immediato della nostra nave di soccorso». In precedenza era stata bloccata anche la Sea-Watch 5, una delle principali navi umanitarie operative nel Mediterraneo centrale. Con due grandi imbarcazioni ferme in porto, sottolinea infine l’organizzazione, si riduce ulteriormente la capacità di soccorso in un tratto di mare sempre più pericoloso. Nel frattempo il numero delle persone migranti morte nel Mediterraneo centrale continua a crescere. Secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), dall’inizio dell’anno almeno 484 persone risultano morte o disperse a seguito di diversi naufragi, spesso legati alla mancanza di soccorsi tempestivi. Ma bilancio reale è purtroppo molto più grave. Numerosi sono infatti i naufragi “invisibili”, mai ufficialmente registrati. Tra questi, quelli denunciati da Refugees in Libya e Tunisia, insieme a Mediterranea, durante il ciclone Harry: un evento che può essere definito come una delle più grandi stragi degli ultimi anni lungo le rotte del Mediterraneo centrale, con oltre un migliaio di persone disperse.
Paesi sicuri e blocco navale: il governo attacca le Ong e i diritti delle persone in movimento
Alarm Phone, Emergency, Medici Senza Frontiere, Mediterranea Saving Humans, Open Arms, ResQ People Saving People, Sea-Watch, SOS Humanity e SOS Mediterranee ritengono inaccettabile che il Governo consideri una minaccia alla sicurezza nazionale le persone che rischiano di annegare nel Mediterraneo e le persone che tentano di soccorrerle. Questo il loro comunicato. Dopo la Legge Piantedosi e il Decreto Flussi arriva un’altra stretta al soccorso civile nel Mediterraneo da parte del Governo Meloni. Un insieme di misure che non mirano a governare i flussi di persone in movimento, ma a colpire e bloccare le navi umanitarie con il risultato di aumentare il numero di chi perde la vita in mare. Il disegno di legge che approderà in Parlamento rischia di fare dell’Italia la prima nel recepire il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, segnando un grave arretramento nelle tutele dei diritti fondamentali. Le nuove norme accelerano procedure di frontiera e rimpatri, ampliano la lista dei cosiddetti “Paesi di origine sicuri” – in cui vengono ricompresi pure Egitto e Tunisia – e facilitano il trasferimento dei richiedenti asilo verso Stati terzi anche senza legami reali. Il risultato è una compressione del diritto d’asilo e il rischio di esporre molte persone a persecuzioni e trattamenti inumani. Notizie NON ESISTONO “PAESI SICURI” E con le nuove regole UE su migrazione e asilo siamo tutti più in pericolo  Nicoletta Alessio 12 Febbraio 2026 La strategia del Governo per estromettere le Ong del soccorso in mare dal Mediterraneo si arricchisce di un nuovo capitolo. Dopo le limitazioni operative, i rientri obbligatori dopo un solo salvataggio, l’assegnazione sistematica di porti lontani e le sanzioni contro chi presta assistenza, arriva l’interdizione fino a sei mesi dall’ingresso nelle acque territoriali. Una misura che viola il diritto internazionale e le convenzioni sul soccorso, mettendo in discussione l’obbligo inderogabile di salvare vite umane. Il blocco navale è previsto per casi definiti in modo vago e quindi soggetti ad ampia discrezionalità: se applicato, produrrà meno tutele, più sofferenze per i naufraghi e meno navi pronte a intervenire in mare. Troviamo inaccettabile che il Governo consideri una minaccia alla sicurezza nazionale le persone che rischiano di annegare nel Mediterraneo e le persone che tentano di salvarle. Queste norme non rendono lo Stato più sicuro. A mettere in pericolo lo Stato di diritto è invece il Governo che sceglie di sospendere la legalità nelle città e in mare, di limitare il diritto d’asilo, di criminalizzare chi manifesta o chi salva vite. La stessa Europa, con la lista dei Paesi cosiddetti sicuri e con le novità introdotte dal Patto migrazione e asilo che entrerà in vigore a giugno, cambia natura: non più luogo di pace e di diritti, ma “continente fortezza”, che punta su esternalizzazione delle frontiere e forti restrizioni a tutele e diritti dei migranti, compreso quello all’asilo per le persone in movimento. Le ONG continueranno a operare nel rispetto del diritto internazionale per prestare soccorso e salvare vite umane, senza girarsi dall’altra parte. La stessa ambizione che dovrebbero avere anche l’Europa e gli Stati membri, senza eccezioni.
Morti senza necrologio. I naufragi invisibili nel Mediterraneo centrale
Otto casi SAR hanno segnalato la scomparsa in mare di centinaia di persone partite da Sfax, in Tunisia, nel Mediterraneo centrale in tempesta. A Malta, il soccorso di un solo superstite tra 50 persone a bordo, partito dalla Tunisia. A Lampedusa sono arrivate 61 persone migranti, ma due gemelline che erano a bordo sono disperse. Stragi invisibili, rese possibili dall’assenza di vie legali e sicure di accesso all’Europa e dalla trasformazione del mare in confine fortificato, dove le morti restano senza nome e senza necrologio. > 🔴 380 Persone disperse in mare: mancano all'appello da dieci giorni. > > Un unico dispaccio di allerta a "tutte le navi in area" raggruppa ben otto > casi SAR per otto imbarcazioni che nei giorni scorsi hanno preso il largo da > Sfax 🇹🇳 > > Il dispaccio SAR – trasmesso in data odierna… pic.twitter.com/iGKeoux3gS > > — Sergio Scandura (@scandura) January 24, 2026 14 gennaio  * 20:00 UTC (#SARCASE69) 36 persone, barca in ferro, partite da Sfax * 21:00 UTC (#SARCASE58) 42 persone, gommone, partite da Sfax * 21:00 UTC (#SARCASE57) 53 persone, barca in ferro, partite da Sfax * 21:00 UTC (#SARCASE56) 45 persone, barca in ferro, partite da Sfax 18 gennaio  * 18:00–19:00 UTC (#SARCASE81) 45–50 persone, partite da Sfax 20 gennaio  * 01:00 UTC (#SARCASE80) 51 persone, barca in ferro, partite da Sfax 20 gennaio *  00:00 UTC (#SARCASE85) 54 persone, imbarcazione non definita, partite da Sfax 21 gennaio *  02:00 UTC (#SARCASE88) 49 persone, barca in ferro, partite da Sfax Questo è l’elenco dei Casi SAR trasmesso il 24 gennaio 2026 sulla rete InmarSAT dal centro di Coordinamento e Soccorso ITMRCC della Guardia Costiera Italiana, unico dispaccio di allerta a “tutte le navi in area” e reso noto dal giornalista di Radio Radicale Sergio Scandura. Raggruppa ben otto casi SAR, per otto imbarcazioni tutte salpate nei giorni scorsi da Sfax, porto noto della Tunisia per le partenze delle persone migranti che cercano di arrivare in Europa. I dispersi in mare mancano all’appello da dieci giorni. Erano partiti quando il Mediterraneo centrale era spazzato da venti estremamente violenti e le onde pare abbiano raggiunto più di 7 metri di altezza. Col mare in queste condizioni, esistono poche speranze di ritrovare qualcuno ancora in vita. Una barca solida farebbe fatica ad affrontare quel mare e le imbarcazioni che partono dalle coste del nord Africa sono fatiscenti, incapaci di garantire sicurezza. Gommoni sgonfi, barche di lamiera mal saldata, sottili come carta velina. Sovraccariche.  Generalmente, le persone che vi imbarcano non hanno giubbotti di salvataggio. Nel migliore dei casi, copertoni neri che indossano incastrandoli tra una spalla e la testa. Pezzi di gomma incapaci di tenerli a galla. Se ne vedono tanti quando si partecipa alle operazioni di soccorso in mare, o navigando nel Central Med. Resti trasportati dalla corrente.  Ph: Roberta Deroras (le immagini si riferiscono ad una precedente operazione SAR) A questi numeri, ne vanno aggiunti altri. Associated Press ha dato notizia di un uomo, unico superstite di un’altra strage. È stato soccorso in zona SAR maltese il 23 gennaio. Ha raccontato di essere l’unico tra i 50 a bordo: partiti dalla Tunisia, la loro barca è stata ribaltata dalla furia delle onde. Altri 49 dispersi, dunque. A questi, vanno sommate anche due bambine, gemelle di un anno: sono state ingoiate dal mare. Navigavano con altre 61 persone, tra cui la loro madre e circa 22 minori non accompagnati e due bambini: sono stati soccorsi e sono approdati a Lampedusa il 23 gennaio. Ne ha dato notizia Save The Children, informando anche della morte di un uomo avvenuta poco dopo l’arrivo a terra. I sopravvissuti hanno raccontato di essere partiti dalla Tunisia e di avere affrontato per almeno tre giorni il mare in tempesta.  Numeri e frammenti di storie che dipingono un quadro drammatico nel Mediterraneo centrale, perché intere imbarcazioni rischiano di scomparire senza lasciare traccia, se non in un dispaccio satellitare o nel racconto spezzato di chi, per caso, riesce a sopravvivere. Di queste morti, si dirà che i responsabili sono i trafficanti di esseri umani, che caricano le imbarcazioni fino a sfinirle, in cambio di denaro e di una promessa di salvezza. Uomini senza scrupoli. Ma i trafficanti esistono anche perché non ci sono vie sicure e legali di partenza, perché l’Europa è una fortezza, perché accordi e memorandum con i Paesi di transito e di origine mirano a trattenere le persone lontano dai confini europei. A qualunque costo. È proprio in questo sistema di chiusure, respingimenti, esternalizzazione delle frontiere europee e assenza di alternative legali e sicure, che queste traversate continuano ad esistere. E con queste, le stragi e i morti che il mare si ingoia. 380 persone sono dichiarate disperse. Una strage. Una ferita dolorosa. Ma ieri il ministro Piantedosi, come riportato da Mediterranea, dichiara: “A gennaio 2026 siamo alla metà degli arrivi dell’anno scorso. Un grande successo”. Successo?  A che prezzo diminuiscono gli ingressi? Continuare a documentare queste vite disperse è un atto di responsabilità civile: per sottrarre queste morti all’oblio, per riconoscere valore ad ogni esistenza perduta e rivendicare il diritto alla verità, anche quando il mare cancella le prove. Io vorrei poter scrivere il nome di ogni essere umano disperso e un necrologio per ciascuna delle persone che non c’è più: indicarne il nome, l’età, la provenienza. Per onorare la vita che ha preceduto la morte, restituire dignità ad esseri umani a cui è stata loro sottratta.  Senza corpi e senza nomi, il lutto resta sospeso e anche la morte rischia di diventare invisibile. Per rendere loro onore, lascio parola a V., donna camerunense: anche lei, partita da Sfax tentando di arrivare in Europa, ha fatto naufragio. Lei non è morta in mare: riportata a terra, è stata arrestata e venduta dalla Garde Nationale tunisina alle milizie libiche. Così parla dei morti del Mediterraneo, nell’ultima strage: Potrebbe essere tua sorella, tuo fratello, tua moglie, tua cugina, tuo cugino… Partiti per un viaggio senza ritorno, soprattutto travolti dal mare, là dove non puoi nemmeno gridare aiuto… e dove nessuno esce a salvarti. L’acqua è senza limiti. Anche se mostri tutta la tua forza, l’acqua ti trascina e sarai sempre esausto. Sono naufragata nel mare Mediterraneo, miei cari fratelli e sorelle, e non è stato facile. Le lacrime mi salgono agli occhi quando ci penso. Immagino quante volte abbiano sofferto prima che la morte arrivasse. Dio, volgi il tuo sguardo verso di noi qui. Dietro di noi, nulla va bene. Ecco i tuoi figli rimasti nell’acqua, mio Signore. Che le loro anime riposino in pace nel regno dei cieli e che la tua pace consoli il cuore delle loro famiglie.
Grecia. Assolti a Lesvos 24 volontari impegnati nel soccorso in mare
Dopo sette anni di limbo legale, il 15 gennaio 2025 la Corte di appello di Lesbo (Grecia) ha finalmente assolto i 24 operatori umanitari legati all’organizzazione Emergency Response Centre International (ERCI), ponendo fine ad un procedimento che li vedeva accusati di favoreggiamento all’immigrazione irregolare, riciclaggio di denaro e associazione a delinquere. Notizie GRECIA. A LESBO, IL SEARCH AND RESCUE SOTTO PROCESSO La minaccia per 24 operatori umanitari: 20 anni di prigione Ludovica Mancini 19 Dicembre 2025 In caso di condanna, avrebbero rischiato pene detentive fino a venti anni per la loro attività di salvataggio di vite umane svolte nell’ambito delle operazioni di ricerca e soccorso (SAR). Al termine dell’udienza, durata ben più di undici ore e contrassegnata da frequenti e prolungate pause, il pubblico ministero ha riconosciuto l’inconsistenza delle imputazioni e ha richiesto l’assoluzione degli imputati. I giudici hanno quindi pronunciato la loro sentenza: sollevati da ogni accusa. IL CASO ERCI IN BREVE Chi: 24 operatrici e operatori umanitari (ERCI) Dove: Lesbo, Grecia Quando: fatti dal 2018 – assoluzione 15 gennaio 2025 Accuse: favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, riciclaggio, associazione a delinquere Esito: assoluzione piena in appello La decisione ha chiarito in modo inequivocabile che il procedimento non rappresentava altro se non una ‘perversa distorsione dell’attività umanitaria di salvataggio di vite umane’ e una vera e propria azione punitiva nei confronti delle operazioni di soccorso in mare, rendendo l’assoluzione l’unico esito possibile di un processo che, come sottolinea l’organizzazione Human Rights Watch, non sarebbe mai dovuto cominciare 1. A partire dagli arresti del 2018 e dalla conseguente custodia cautelare, protrattasi per ben più di 100 giorni nei confronti di alcuni degli operatori umanitari coinvolti, il caso è stato caratterizzato da una lunga serie di gravi irregolarità procedurali. Tra queste: la mancata traduzione di atti fondamentali in una lingua comprensibile agli imputati, l’assenza di interpreti durante le udienze, capi d’imputazione vaghi, privi di una chiara attribuzione di responsabilità individuali, errori cronologici nelle accuse, nonché anni di rinvii reiterati. Solo dopo sette anni gli imputati hanno potuto finalmente prendere la parola in aula e rispondere alle accuse infondate. Questo momento ha messo in luce non soltanto le profonde ripercussioni personali di un simile limbo giuridico, ma anche le sue conseguenze sistemiche: la sospensione delle operazioni di ricerca e soccorso nel Mar Egeo, dove, nel solo 2025, hanno perso la vita 280 persone. È quasi paradossale immaginare che, in un mondo giusto, le organizzazioni non governative (ONG) impegnate nelle operazioni di soccorso non dovrebbero nemmeno esistere. Tuttavia, poiché la realtà continua a smentire tale aspirazione, occorre ribadire come il dovere di salvare vite in mare grava primariamente sugli Stati in quanto obbligo positivo discendente dal diritto internazionale, come sancito, inter alia, dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), dalla Convenzione internazionale sulla ricerca e il salvataggio marittimo (SAR) e dalla Convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare (SOLAS). Inoltre, a livello europeo, l’articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo tutela il diritto alla vita, anche in mare, imponendo obblighi positivi agli Stati membri, come ribadito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza Safi e altri c. Grecia 2. PH: Ludovica Mancini Il diritto dell’Unione europea promuove inoltre il coordinamento e lo scambio di informazioni nelle operazioni SAR, anche con navi di proprietà privata (Raccomandazione (UE) 2020/1365 della Commissione europea). Invece di ricorrere a forme di accanimento giudiziario finalizzate a ostacolare gli atti di solidarietà, gli Stati dovrebbero adempiere ai propri obblighi, astenendosi sia dalla prassi illegale, crescente e sistematica, dei pushbacks, in violazione del principio di non-refoulement, sia dalla repressione dei difensori dei diritti umani. «Sono quasi morta in mare: è per questo che sono qui, per aiutare le persone. Non accetto di essere definita una trafficante», ha testimoniato Sara Mardini 3. Del resto, sin dall’inizio, le prove a sostegno di tali accuse erano del tutto inesistenti. Questa strumentalizzazione dell’apparato giudiziario si inscrive in un più ampio disegno politico perseguito dal Ministero greco della Migrazione e dell’Asilo sotto la guida di Thanos Plevris, caratterizzato da un ricorso sempre più marcato a strumenti giuridici per limitare i diritti fondamentali delle persone in movimento e per criminalizzare la solidarietà. Se la Legge n. 5226/2025, adottata nel settembre 2025, ha istituzionalizzato, tra l’altro, la criminalizzazione del soggiorno irregolare, un disegno di legge attualmente all’esame del Parlamento si spinge oltre, proponendo: 1) un inasprimento delle pene per il favoreggiamento dell’ingresso o del soggiorno irregolare, con aggravanti specifiche per i membri delle ONG e una pena minima di dieci anni di reclusione; e 2) la facoltà per il Ministero di cancellare un’ONG dal registro ufficiale qualora uno dei suoi membri sia sottoposto a procedimento penale, anche in assenza di condanna definitiva, consentendo di fatto la sospensione o lo scioglimento delle attività dell’organizzazione. Approfondimenti IN GRECIA VIENE PREVISTO IL CARCERE PER I RICHIEDENTI ASILO IN RIGETTO Analisi della nuova legge che penalizza e criminalizza l'ingresso e il soggiorno nel Paese Giulia Stella Ingallina 22 Ottobre 2025 «Questa assoluzione deve costituire un precedente», ha sottolineato Séan Binder 4 dopo la sentenza. «Prestare assistenza umanitaria in mare è un obbligo, non un reato; utilizzare WhatsApp è normale, non una prova di criminalità; acquistare lavatrici per un campo profughi non trasforma una persona in un riciclatore di denaro» 5. Il verdetto nel caso ERCI rappresenta dunque un segnale chiaro e inequivocabile: la solidarietà e l’azione umanitaria non possono – e non devono – essere trattate come condotte criminali. 1. Humanitarians Cleared of Bogus Charges in Greece – Human Rights Watch (15 gennaio 2026) ↩︎ 2. Corte europea dei diritti dell’uomo (prima sezione), (2022). Safi e Altri c. Greece, ricorso no. 5418/15 ↩︎ 3. Nata a Damasco, Sara Mardini è una rifugiata siriana arrivata in Europa nel 2015 dopo aver attraversato il Mar Egeo insieme alla sorella Yusra. Durante la traversata, le due si gettarono in acqua per spingere a nuoto l’imbarcazione in avaria, salvando le persone a bordo. Dopo il suo arrivo in Europa, Sara è tornata a Lesvos come volontaria per prestare assistenza nelle operazioni di ricerca e soccorso. Nel 2018 è stata arrestata e accusata di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare per la sua attività. Dopo sette anni di procedimento penale, è stata assolta da tutte le accuse ↩︎ 4. Grecia: Seán Binder assolto da tutte le accuse, Amnesty International (15 gennaio 2026); Front Line Defenders – case page ↩︎ 5. Helena Smith, (2025). Rights groups hail acquittal after seven years of aid workers prosecuted during Greece refugee Crisis –The Guardian (gennaio 2026) ↩︎
Strage di Cutro: ONG e familiari chiedono verità e giustizia
Si sarebbe dovuto aprire domani, 14 gennaio, davanti al Tribunale di Crotone il processo penale sul naufragio avvenuto al largo di Steccato di Cutro nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023, una delle stragi più gravi della storia recente italiana. In quel naufragio persero la vita almeno 94 persone, mentre il numero dei dispersi non è mai stato accertato. Solo 80 persone riuscirono a sopravvivere. Nel procedimento sono imputati sei ufficiali tra Guardia Costiera e Guardia di Finanza, accusati di naufragio colposo e omicidio colposo plurimo. A costituirsi parte civile sono Emergency, Louise Michel, Mediterranea Saving Humans, Sea-Watch, SOS Humanity e SOS Mediterranee. Notizie/In mare NAUFRAGIO DI CUTRO: QUATTRO FINANZIERI E DUE MILITARI DELLA GUARDIA COSTIERA RINVIATI A GIUDIZIO Le Ong parte civile al processo: «Si avvicina la possibilità di ottenere verità e giustizia» Redazione 24 Luglio 2025 Le organizzazioni di ricerca e soccorso spiegano di aver scelto la via giudiziaria per «ottenere verità e giustizia per la catena di eventi, decisioni ed omissioni che hanno portato» al naufragio. Al centro della loro denuncia vi sono i ritardi e le scelte operative delle autorità italiane nella gestione dell’allarme. «Come la tempestività è fondamentale nei soccorsi, così i ritardi nell’attivare interventi di salvataggio non sono un semplice incidente ma una negligenza da sanzionare», hanno scritto le ONG, sottolineando che «in questo caso specifico, le autorità italiane hanno prima dato priorità all’operazione di polizia e poi ignorato il loro dovere di soccorso; come noto, quella gestione ha avuto conseguenze drammatiche». Secondo le organizzazioni SAR, quanto accaduto tre anni fa è l’emblema di quanto avviene sempre più spesso a causa dei ritardi nell’avvio delle operazioni di salvataggio in mare, che «hanno portato a tante evitabili stragi». Per questo motivo, il processo dovrebbe alzare lo sguardo verso l’alto: «Il giudizio non può fermarsi ai funzionari di grado inferiore e ogni decisione, anche quelle delle autorità superiori, deve essere presa in considerazione risalendo la catena di comando». Le ONG richiamano esplicitamente il quadro normativo internazionale: «Il diritto internazionale, la tutela della vita e il dovere di soccorrere chi è in difficoltà in mare devono essere la priorità e vanno rispettati sempre». E aggiungono: «È inaccettabile che le persone continuino ad annegare nel Mediterraneo e non si deve più consentire che i responsabili, a tutti i livelli, di questo come di altri naufragi restino impuniti». Il ricorso al condizionale è d’obbligo perché, nel frattempo, è sopraggiunto un rinvio: l’udienza è stata rimandata a data da destinarsi. Le ONG fanno comunque sapere che, quando il processo inizierà, saranno presenti rappresentanti di tutte le organizzazioni costituite parte civile, che nel corso del dibattimento saranno ascoltati insieme ai consulenti tecnici inseriti nelle liste testi. L’obiettivo dichiarato è anche quello di «supportare le famiglie delle vittime nella loro richiesta di giustizia». Proprio alle famiglie dà voce il comunicato diffuso da Carovane Migranti, che rende pubblica una lettera inviata da un gruppo di familiari delle vittime e dai sopravvissuti della barca “Summer Love”. Un testo che esprime dolore, rabbia e un profondo senso di abbandono. «È difficile vivere senza giustizia. È difficile sopravvivere ogni giorno con le ombre dei nostri cari, che sono arrivati morti sulle vostre coste», scrivono le famiglie. «Ci fa più male di tutto la sensazione che vi siate dimenticati di noi. Passa un anno, poi due e già si avvicina un’altra commemorazione». Nel mirino ci sono le promesse istituzionali rimaste senza seguito: «Alle promesse del vostro Primo Ministro non sono seguiti fatti concreti. I ricongiungimenti familiari in cui abbiamo creduto e che abbiamo sperato non si sono realizzati. Nessuna delle altre promesse che i politici ci hanno fatto in questi anni è stata mantenuta». La lettera propone anche nuove iniziative pubbliche: «Con le unghie e con i denti, con l’amore per la verità, faremo in modo di tornare a Roma nei luoghi delle promesse infrante». E pone una domanda diretta alle istituzioni: «Perché vi siete dimenticati di noi?». Carovane Migranti spiega che, nonostante il rinvio dell’udienza – «un mero rinvio ad altra composizione collegiale», con una nuova data ancora da fissare – si è scelto di rendere comunque pubblica la lettera. «Pensiamo valga la pena dare voce alle famiglie», scrivono, ritenendo il testo «una buona premessa per la costruzione delle iniziative per il prossimo 26 febbraio». L’appello è aperto a tutte e tutti e si può firmare scrivendo a carovanemigranti@gmail.com : «Sarebbe auspicabile raccogliere le adesioni di quanti credono che la strage non debba essere dimenticata, perché si risponda con verità e giustizia alle domande dei sopravvissuti e delle famiglie delle vittime». Un processo che, per ONG e familiari, non riguarda solo le responsabilità individuali, ma il modo in cui il governo Meloni ha scelto, e continua a scegliere, di non gestire il soccorso in mare, bensì di esternalizzare le frontiere e stringere accordi con le milizie libiche. Un processo che, come chiedono da tempo famiglie delle vittime e persone sopravvissute, dovrà fare i conti non solo con i fatti, ma anche con le promesse mancate.
Sar sickness, la malattia della SAR e le stragi di Stati
Silence fini 1 è il racconto di tre settimane nel Mediterraneo centrale a bordo del veliero Nadir 2di RESQSHIP, in cui ho vissuto il soccorso in mare e osservato da vicino le vite delle persone migranti e dell’equipaggio, tra responsabilità, vulnerabilità e privilegio, in un mare che resta coerente e implacabile. Attraverso la mia esperienza personale, esploro cosa sia un soccorso e come frontiere, norme e gerarchie si manifestino nei corpi, nei gesti, nelle decisioni e negli sguardi. Silence fini vuole aprire ad una riflessione sulle contraddizioni etiche e politiche del Mediterraneo contemporaneo. Il racconto della navigazione a bordo di questo veliero della Civil fleet che opera monitoraggio e soccorso nel central med, vuole ricordare la violenza strutturale che colpisce chi attraversa, tra respingimenti, detenzioni e pratiche di Stati che negano sicurezza e diritti fondamentali. PROLOGO ALL’ULTIMO EPISODIO Screenshot di un video ricevuto da Alarm Phone che mostra come i pescatori hanno trovato il sopravvissuto Una piccola doverosa precisazione. L’episodio numero 5, l’ultimo di questo reportage, è stato scritto a inizio dicembre. Oggi è il 25 e la sera del 18, un’imbarcazione di legno blu ha lasciato le coste di Zuwara, con a bordo 117 persone. Non si sa chi fosse il fabbricante, chi il cokseur che ha raccolto i soldi, chi l’arabo 3 che poi ha incastrato a bordo le persone, strette strette perchè più ne salgono e più il guadagno è alto. Maglie di una catena, organizzazione che esiste grazie ai finanziamenti e alle politiche migratorie pensate e applicate dall’Europa.  Le persone sono fatte partire la sera. E’ inverno. Fa freddo anche in Libia.  La sera del 18 dicembre, pare il mare sia cresciuto, il vento aumentato. Alarm Phone 4 ha perso quasi subito il contatto con la barca. Ha chiamato tutte le autorità competenti, tutti quelli che avrebbero dovuto soccorrere. Pare che la Guardia Costiera italiana “abbia interrotto la chiamata” e quella libica “comunicato telefonicamente di non aver soccorso né intercettato alcuna imbarcazione il 18 o 19 dicembre”. Ha provato a cercarla inutilmente Seabird, uno degli aerei della flotta civile. Il 21 dicembre, alcuni pescatori tunisini hanno soccorso un uomo, che derivava a bordo di una barca blu in mezzo al Mediterraneo. Ha raccontato di essere l’unico sopravvissuto: a bordo c’erano 117 esseri umani.  Forse, se ne parlerà forse nei prossimi giorni. Si parlerà di tragedia. Sarà l’ennesima narrazione deviante. Non è una tragedia. È una strage.  Non si tratta di un evento doloroso e inevitabile, ma di un omicidio collettivo causato da un’omissione di soccorso. Strage di Stati che sacrificano, come in quest’ultimo caso, donne, uomini, bambini.  Penso a queste persone, a tutti i dispersi, a tutti i morti, ai loro cari. E a tutti i compagni che continuano ad amare il Mediterraneo, nonostante sia pieno di cadaveri. EPISODIO 5. SAR SICKNESS, LA MALATTIA DELLA SAR E LE STRAGI DI STATO Quando si torna dalla SAR, il mare non è più lo stesso.  Sono passate tre settimane dalla fine di questa rotation #10 e io non lo guardo più con gli stessi occhi. Al mio arrivo a casa a metà novembre, ne ho parlato con un amico. Il nickname che si è scelto dice molto di lui: Nemo. Era meccanico in una barca che svolgeva operazioni di ricerca e soccorso e a gennaio di questo anno quasi trascorso, ha portato a bordo della “sua” nave un gruppo di esseri umani: alcuni sono affogati davanti ai suoi occhi, altri sono morti a bordo. Tra loro un bambino.  Era fine gennaio quando è accaduta questa tragedia. Da allora, ha smesso di partecipare alle operazioni che la nave per cui lavorava ha continuato a compiere nei mesi dopo quel tragico naufragio. Non riesce più a salire a bordo. Mi dice: “Il Mediterraneo è pieno di cadaveri, eppure io continuo ad amarlo”. Anche per lui, il mare non è più lo stesso: il Search and Rescue lo ha obbligato a vedere ciò che in fondo già sapeva: la dissonanza tra la perfezione di quel cobalto liquido e i morti causati dall’assenza di risposte politiche adeguate. Lo sanno tutti i volontari e operatori che svolgono azioni di soccorso in mare; lo sospettano. Poi, ne diventano certi partecipando alle prime operazioni e se lo riconfermano nelle volte che seguono. Un semplice passaggio: dal dubbio alla certezza che esistano vite interrotte e corpi che scompaiono. I cadaveri del Central Med sono fantasmi. Non perché tutti si perdano nei fondali. Ce ne sono alcuni che derivano fino alle coste, gonfi, ma li vedono solo i soccorritori e i pescatori che li raccolgono incagliati nelle loro reti e mai chi continua a rafforzare la fortezza europea spingendone le mura sempre più a sud. Per questo, il Mediterraneo Centrale è una nuova Tebe: in scena, nel dramma, persone che, come moderne Antigoni non credono ai fantasmi ed esigono la ricerca e la sepoltura dei loro fratelli. Nemo mi ha raccontato di quella notte lacerata nella sua memoria, del soffio gelido di panico che ha attraversato la barca. Tutto l’equipaggio per un tempo che ora lui non sa dire, si è paralizzato: il ponte si è riempito di un’improvvisa tensione, coperto di corpi, come se la barca vivesse trattenendo il respiro. La morte, cruda, rigida e incontestabile, aveva conquistato la notte.  Molti membri dell’equipaggio, dopo l’approdo a terra, sono stati incapaci di risalire a bordo. Quando si torna dalla SAR, il mondo che ci accoglie, nelle nostre case, non è più lo stesso, come se la terra fosse un urto a cui bisogna resistere. Le città sembrano continuare il loro rumore, le conversazioni la loro indispensabile banalità. Sarà forse perché nei soccorsi a cui ho partecipato i migranti acquistano volti e nomi, sarà perché le barche di cui mi avevano parlato non sono fotografie prese da internet, sarà perché ho ascoltato il Mayday relay annunciato dalla radio e ne ho trascritto io le coordinate. O chissà: sarà perché la Garde Nationale tunisina ci ha affiancati minacciosamente per riprendersi a bordo persone dopo che le avevamo soccorse. Allora le morti non sono più un concetto astratto: sono uomini, donne, bambini che non arrivano, che non saranno mai riconosciuti. O forse sarà che, chi sopravvive e sale a bordo porta tracce indelebili: la paura, la fatica, le cicatrici e quell’odore di acqua salata, vestiti fradici, gasolio ed escrementi.  La SAR si insinua come una malattia silente, cronica, latente. Una forma ostinata di Eros che agisce dentro uno spazio governato da Thanatos. Entra nella vita di chi partecipa ai soccorsi, anche quelli che generano un porto sicuro e lascia come cicatrice indelebile la coscienza ostinata.  Ci vorrebbe un gruppo anonimo fatto di volontari, capitani, meccanici, anime perse o ritrovate che vi operano che si raduna una volta alla settimana. Per condividere ciò che non può essere detto fuori, ciò che rimane tra te, il mare e quelle persone che hanno guardato la morte in faccia. Io, questa volta, sono stata graziata dall’assenza di morti. Se così non fosse stato, forse non vorrei andare in mare di nuovo.  Sono tornata dalla SAR, ma le piattaforme di petrolio e di gas non sono immagine lontana, come non lo è il mare, né Sfax, le KK islands, Sabratah, Zaouia, Tripoli.  Libia, Tunisia. Qualche giorno fa, l’otto dicembre, il Consiglio UE ha approvato una proposta che modifica il concetto di “paese terzo sicuro” e ha dato il via libera alla prima lista comune di “paesi di origine sicuri”. Tra gli Stati inclusi nella lista figurano Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia: una scelta che avrà effetti diretti sulle modalità di esame delle richieste di protezione internazionale nell’Unione. Secondo il testo approvato a Bruxelles, l’istituzione dell’elenco permetterà agli Stati membri di applicare procedure di asilo più rapide nei confronti delle persone provenienti da questi Paesi, sulla base dell’assunto che essi siano considerati “sufficientemente sicuri” per rifiutare una domanda di protezione senza esaminarne il merito. Questa svolta arriva nel quadro più ampio del Patto europeo su migrazione e asilo e potrebbe influenzare in modo significativo le pratiche applicative anche in Italia, dove il tema dei paesi considerati a basso rischio di persecuzione ha già alimentato dibattiti politici e giuridici.  Io penso all’ultimo soccorso in mare, quando la GN tunisina ci ha accostati minacciosamente per tentare di riprendersi a bordo le persone. Penso anche alle testimonianze di persone migranti che hanno raccontato come, durante i viaggi per arrivare in Europa, le motovedette della suddetta guardia costiera si avvicinano alle barche che partono, già sgonfie e sovraccariche e fanno in modo di increspare il mare per ribaltarle. Quando le persone finiscono in acqua, le osservano affogare. Poi, quelle che sopravvivono, sono portate a terra, picchiate, caricate negli autobus, portate al confine con la Libia. Vendute. Una volta in Libia sono detenute e liberate sotto riscatto.  Ma la Tunisia è un Paese di origine sicuro. Le persone di origine sub sahariana che ci arrivano sono chiamate oro nero e diventano merce di scambio. Per questo la Tunisia è un Paese di origine sicuro. Perché vende in modo sicuro alla Libia. Anche la Libia fra poco sarà considerato un luogo pacifico per le persone in movimento, anche se la so called guardia costiera spara anche a chi effettua i soccorsi in mare e le persone detenute nelle prigioni escono solo previo pagamento di un riscatto. Non ha importanza che i soldi della liberazione siano estorti alle famiglie facendo loro ascoltare le suppliche dei loro cari sotto tortura o perché qualche ricco estraneo ricompra queste persone per utilizzarle come meglio desidera. Non è più questione di diritti umani violati: è proprio l’umanità che manca. Ci sono migliaia di persone che vivono nascoste nei campo’ -come molte chiamano gli insediamenti abusivi in cui vivono a Zouara o Zouaia o chissà, quale altro snodo di case in Libia, destinati ai migranti deportati dalla Libia e usciti di prigione-, o negli Zitounes sulle coste della Tunisia. Vivono appese, sopravvivendo mentre aspettano di arrivare in Europa.  Ne conosco alcune, che hanno voluto condividere con me la loro storia.  Qualche giorno fa, dieci dicembre, due uomini mi hanno detto che stavano per lasciare la Libia. Tripoli. Uno ce l’ha fatta. Finalmente al sicuro, riconosciuto rifugiato da UNHCR, è stato accompagnato all’aeroporto. Un visto in tasca, al polso un braccialetto con un codice a barre. Nella valigia, qualche vestito. Sull’aereo, aveva un posto numerato per sedersi, un assistente di volo lo ha accolto a bordo. Gli ha offerto da bere. All’aeroporto d’arrivo in Italia, lo ha accolto una delegazione: politici e associazioni che hanno costruito per mesi un corridoio umanitario per farlo arrivare insieme ad altri. Ora, lo aspetta un nuovo paese, una nuova lingua, una nuova frontiera. Il secondo mi ha scritto, mentre aspettava in un hangar. Il pavimento era freddo, le pareti ruvide, la porta chiusa. Di giorno, era andato alla ricerca di un giubbotto di salvataggio. Ha aspettato. So che ha già tentato l’avventura e l’ultima volta, quando la sua barca era già nelle acque internazionali, sono arrivate le motovedette della Garde Nationale Tunisina a fingere di prestare soccorso dopo aver generato il rovesciamento della barca su cui era a bordo. Sono morti in molti. Lui è sopravvissuto “par la grace de Dieu”. Dopo essere stato torturato e venduto. Il dieci dicembre 2025 era pronto, con un giubbotto salvataggio appena comprato e il numero di Alarm Phone da contattare.  Di lui non ho notizie. Forse non è riuscito a partire. Spero che il suo telefono sia muto solo perché la batteria si è scaricata e non perché è stato ingoiato dal mare, ennesima vittima di una strage di Stati. 1. Leggi gli altri episodi: Introduzione; Il deserto dei Tartari; Silence et regards: Anchise, Odisseo, Telemaco; Il silenzio complice ↩︎ 2. Nadir è un veliero che svolge operazioni di search and rescue nel Mediterraneo e fa parte della Civil Fleet ↩︎ 3. Col termine arabo si indica la persona che ha materialmente messo a bordo le persone. Si definisce anche bananier o organisateur. Si veda EQUIPAGGIO DELLA TANIMAR, Controdizionario del confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale, Tamu, Napoli 2025 ↩︎ 4. Alarm Phone fears yet another deadly shipwreck in the Central Mediterranean ↩︎
Condannato Maurizio Belpietro per diffamazione. Aveva definito le ONG “pirati”
Maurizio Belpietro dovrà risarcire a titolo di provvisionale con 10.000 euro Open Arms, Emergency e Sea-Watch, SOS Mediterranee, Louise Michel e Mediterranea e 7.000 per AOI Rete Nazionale, per aver definito “pirati” gli operatori delle ONG in prima pagina su Panorama. Lo ha stabilito giovedì 18 dicembre il Tribunale di Milano nell’ambito del procedimento per diffamazione a suo carico. Belpietro era accusato di omesso controllo, ex art. 57 c.p., per aver acconsentito a definire sulla copertina del settimanale Panorama, nel novembre 2022, che all’epoca dirigeva, “I NUOVI PIRATI” gli operatori umanitari delle ONG. Nel procedimento si sono costituite parte civile le ONG Open Arms, AOI – Rete Nazionale, Emergency e Sea-Watch, che avevano ritenuto titolo e immagine pubblicati “non veritieri e offensivi del lavoro umanitario svolto da chi, nel Mediterraneo Centrale, opera per soccorrere vite umane”. L’esito arriva dopo l’istruttoria dibattimentale di novembre, in cui i rappresentanti delle ONG coinvolte hanno portato la loro testimonianza e hanno spiegato il modus operandi del soccorso civile nel Mediterraneo e le basi giuridiche su cui si poggia, chiarendo di essere sempre stati assolti da accuse di favoreggiamento all’immigrazione clandestina nelle sedi giudiziarie competenti. Nella stessa occasione erano stati ascoltati anche Maurizio Belpietro, Fausto Biloslavo, redattore della rivista, e l’Ammiraglio De Felice. La decisione delle ONG di procedere con l’esposto era stata presa poiché stanche di una propaganda denigratoria contro chi sceglie di agire al fine di salvare vite, “un’azione che non ha niente a che vedere con la pirateria ma è altresì un dovere morale e di legge. Un dovere che va tutelato e non denigrato né criminalizzato“, scrivono le organizzazioni che aggiungono: “Con il pronunciamento si ristabiliscono dei principi di civiltà: la solidarietà non è un reato e chi la diffama, chi offende, chi lancia accuse infondate, chi semina odio, va sanzionato e deve pagare un prezzo risarcendo le parti lese“. Non si tratta, del resto, di un caso isolato. Già in passato le Ong impegnate nella ricerca e soccorso hanno ottenuto importanti riconoscimenti in sede giudiziaria contro la disinformazione. Un precedente significativo è quello che ha visto protagonista l’organizzazione MV Louise Michel, che in aprile 2025 ha ottenuto una vittoria legale contro Quotidiano Nazionale per diversi articoli diffamatori. Notizie DISINFORMAZIONE SU ONG E MIGRAZIONE: UNA PRIMA VITTORIA LEGALE PER LA LOUISE MICHEL La causa contro Quotidiano Nazionale. In tutto 15 le testate giornalistiche italiane accusate di diffamazione Redazione 17 Aprile 2025