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Grecia. Assolti a Lesvos 24 volontari impegnati nel soccorso in mare
Dopo sette anni di limbo legale, il 15 gennaio 2025 la Corte di appello di Lesbo (Grecia) ha finalmente assolto i 24 operatori umanitari legati all’organizzazione Emergency Response Centre International (ERCI), ponendo fine ad un procedimento che li vedeva accusati di favoreggiamento all’immigrazione irregolare, riciclaggio di denaro e associazione a delinquere. In caso di condanna, avrebbero rischiato pene detentive fino a venti anni per la loro attività di salvataggio di vite umane svolte nell’ambito delle operazioni di ricerca e soccorso (SAR). Al termine dell’udienza, durata ben più di undici ore e contrassegnata da frequenti e prolungate pause, il pubblico ministero
Strage di Cutro: ONG e familiari chiedono verità e giustizia
Si sarebbe dovuto aprire domani, 14 gennaio, davanti al Tribunale di Crotone il processo penale sul naufragio avvenuto al largo di Steccato di Cutro nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023, una delle stragi più gravi della storia recente italiana. In quel naufragio persero la vita almeno 94 persone, mentre il numero dei dispersi non è mai stato accertato. Solo 80 persone riuscirono a sopravvivere. Nel procedimento sono imputati sei ufficiali tra Guardia Costiera e Guardia di Finanza, accusati di naufragio colposo e omicidio colposo plurimo. A costituirsi parte civile sono Emergency, Louise Michel, Mediterranea Saving Humans,
Sar sickness, la malattia della SAR e le stragi di Stati
Silence fini 1 è il racconto di tre settimane nel Mediterraneo centrale a bordo del veliero Nadir 2di RESQSHIP, in cui ho vissuto il soccorso in mare e osservato da vicino le vite delle persone migranti e dell’equipaggio, tra responsabilità, vulnerabilità e privilegio, in un mare che resta coerente e implacabile. Attraverso la mia esperienza personale, esploro cosa sia un soccorso e come frontiere, norme e gerarchie si manifestino nei corpi, nei gesti, nelle decisioni e negli sguardi. Silence fini vuole aprire ad una riflessione sulle contraddizioni etiche e politiche del Mediterraneo contemporaneo. Il racconto della navigazione a bordo di questo veliero della Civil fleet che opera monitoraggio e soccorso nel central med, vuole ricordare la violenza strutturale che colpisce chi attraversa, tra respingimenti, detenzioni e pratiche di Stati che negano sicurezza e diritti fondamentali. PROLOGO ALL’ULTIMO EPISODIO Screenshot di un video ricevuto da Alarm Phone che mostra come i pescatori hanno trovato il sopravvissuto Una piccola doverosa precisazione. L’episodio numero 5, l’ultimo di questo reportage, è stato scritto a inizio dicembre. Oggi è il 25 e la sera del 18, un’imbarcazione di legno blu ha lasciato le coste di Zuwara, con a bordo 117 persone. Non si sa chi fosse il fabbricante, chi il cokseur che ha raccolto i soldi, chi l’arabo 3 che poi ha incastrato a bordo le persone, strette strette perchè più ne salgono e più il guadagno è alto. Maglie di una catena, organizzazione che esiste grazie ai finanziamenti e alle politiche migratorie pensate e applicate dall’Europa.  Le persone sono fatte partire la sera. E’ inverno. Fa freddo anche in Libia.  La sera del 18 dicembre, pare il mare sia cresciuto, il vento aumentato. Alarm Phone 4 ha perso quasi subito il contatto con la barca. Ha chiamato tutte le autorità competenti, tutti quelli che avrebbero dovuto soccorrere. Pare che la Guardia Costiera italiana “abbia interrotto la chiamata” e quella libica “comunicato telefonicamente di non aver soccorso né intercettato alcuna imbarcazione il 18 o 19 dicembre”. Ha provato a cercarla inutilmente Seabird, uno degli aerei della flotta civile. Il 21 dicembre, alcuni pescatori tunisini hanno soccorso un uomo, che derivava a bordo di una barca blu in mezzo al Mediterraneo. Ha raccontato di essere l’unico sopravvissuto: a bordo c’erano 117 esseri umani.  Forse, se ne parlerà forse nei prossimi giorni. Si parlerà di tragedia. Sarà l’ennesima narrazione deviante. Non è una tragedia. È una strage.  Non si tratta di un evento doloroso e inevitabile, ma di un omicidio collettivo causato da un’omissione di soccorso. Strage di Stati che sacrificano, come in quest’ultimo caso, donne, uomini, bambini.  Penso a queste persone, a tutti i dispersi, a tutti i morti, ai loro cari. E a tutti i compagni che continuano ad amare il Mediterraneo, nonostante sia pieno di cadaveri. EPISODIO 5. SAR SICKNESS, LA MALATTIA DELLA SAR E LE STRAGI DI STATO Quando si torna dalla SAR, il mare non è più lo stesso.  Sono passate tre settimane dalla fine di questa rotation #10 e io non lo guardo più con gli stessi occhi. Al mio arrivo a casa a metà novembre, ne ho parlato con un amico. Il nickname che si è scelto dice molto di lui: Nemo. Era meccanico in una barca che svolgeva operazioni di ricerca e soccorso e a gennaio di questo anno quasi trascorso, ha portato a bordo della “sua” nave un gruppo di esseri umani: alcuni sono affogati davanti ai suoi occhi, altri sono morti a bordo. Tra loro un bambino.  Era fine gennaio quando è accaduta questa tragedia. Da allora, ha smesso di partecipare alle operazioni che la nave per cui lavorava ha continuato a compiere nei mesi dopo quel tragico naufragio. Non riesce più a salire a bordo. Mi dice: “Il Mediterraneo è pieno di cadaveri, eppure io continuo ad amarlo”. Anche per lui, il mare non è più lo stesso: il Search and Rescue lo ha obbligato a vedere ciò che in fondo già sapeva: la dissonanza tra la perfezione di quel cobalto liquido e i morti causati dall’assenza di risposte politiche adeguate. Lo sanno tutti i volontari e operatori che svolgono azioni di soccorso in mare; lo sospettano. Poi, ne diventano certi partecipando alle prime operazioni e se lo riconfermano nelle volte che seguono. Un semplice passaggio: dal dubbio alla certezza che esistano vite interrotte e corpi che scompaiono. I cadaveri del Central Med sono fantasmi. Non perché tutti si perdano nei fondali. Ce ne sono alcuni che derivano fino alle coste, gonfi, ma li vedono solo i soccorritori e i pescatori che li raccolgono incagliati nelle loro reti e mai chi continua a rafforzare la fortezza europea spingendone le mura sempre più a sud. Per questo, il Mediterraneo Centrale è una nuova Tebe: in scena, nel dramma, persone che, come moderne Antigoni non credono ai fantasmi ed esigono la ricerca e la sepoltura dei loro fratelli. Nemo mi ha raccontato di quella notte lacerata nella sua memoria, del soffio gelido di panico che ha attraversato la barca. Tutto l’equipaggio per un tempo che ora lui non sa dire, si è paralizzato: il ponte si è riempito di un’improvvisa tensione, coperto di corpi, come se la barca vivesse trattenendo il respiro. La morte, cruda, rigida e incontestabile, aveva conquistato la notte.  Molti membri dell’equipaggio, dopo l’approdo a terra, sono stati incapaci di risalire a bordo. Quando si torna dalla SAR, il mondo che ci accoglie, nelle nostre case, non è più lo stesso, come se la terra fosse un urto a cui bisogna resistere. Le città sembrano continuare il loro rumore, le conversazioni la loro indispensabile banalità. Sarà forse perché nei soccorsi a cui ho partecipato i migranti acquistano volti e nomi, sarà perché le barche di cui mi avevano parlato non sono fotografie prese da internet, sarà perché ho ascoltato il Mayday relay annunciato dalla radio e ne ho trascritto io le coordinate. O chissà: sarà perché la Garde Nationale tunisina ci ha affiancati minacciosamente per riprendersi a bordo persone dopo che le avevamo soccorse. Allora le morti non sono più un concetto astratto: sono uomini, donne, bambini che non arrivano, che non saranno mai riconosciuti. O forse sarà che, chi sopravvive e sale a bordo porta tracce indelebili: la paura, la fatica, le cicatrici e quell’odore di acqua salata, vestiti fradici, gasolio ed escrementi.  La SAR si insinua come una malattia silente, cronica, latente. Una forma ostinata di Eros che agisce dentro uno spazio governato da Thanatos. Entra nella vita di chi partecipa ai soccorsi, anche quelli che generano un porto sicuro e lascia come cicatrice indelebile la coscienza ostinata.  Ci vorrebbe un gruppo anonimo fatto di volontari, capitani, meccanici, anime perse o ritrovate che vi operano che si raduna una volta alla settimana. Per condividere ciò che non può essere detto fuori, ciò che rimane tra te, il mare e quelle persone che hanno guardato la morte in faccia. Io, questa volta, sono stata graziata dall’assenza di morti. Se così non fosse stato, forse non vorrei andare in mare di nuovo.  Sono tornata dalla SAR, ma le piattaforme di petrolio e di gas non sono immagine lontana, come non lo è il mare, né Sfax, le KK islands, Sabratah, Zaouia, Tripoli.  Libia, Tunisia. Qualche giorno fa, l’otto dicembre, il Consiglio UE ha approvato una proposta che modifica il concetto di “paese terzo sicuro” e ha dato il via libera alla prima lista comune di “paesi di origine sicuri”. Tra gli Stati inclusi nella lista figurano Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia: una scelta che avrà effetti diretti sulle modalità di esame delle richieste di protezione internazionale nell’Unione. Secondo il testo approvato a Bruxelles, l’istituzione dell’elenco permetterà agli Stati membri di applicare procedure di asilo più rapide nei confronti delle persone provenienti da questi Paesi, sulla base dell’assunto che essi siano considerati “sufficientemente sicuri” per rifiutare una domanda di protezione senza esaminarne il merito. Questa svolta arriva nel quadro più ampio del Patto europeo su migrazione e asilo e potrebbe influenzare in modo significativo le pratiche applicative anche in Italia, dove il tema dei paesi considerati a basso rischio di persecuzione ha già alimentato dibattiti politici e giuridici.  Io penso all’ultimo soccorso in mare, quando la GN tunisina ci ha accostati minacciosamente per tentare di riprendersi a bordo le persone. Penso anche alle testimonianze di persone migranti che hanno raccontato come, durante i viaggi per arrivare in Europa, le motovedette della suddetta guardia costiera si avvicinano alle barche che partono, già sgonfie e sovraccariche e fanno in modo di increspare il mare per ribaltarle. Quando le persone finiscono in acqua, le osservano affogare. Poi, quelle che sopravvivono, sono portate a terra, picchiate, caricate negli autobus, portate al confine con la Libia. Vendute. Una volta in Libia sono detenute e liberate sotto riscatto.  Ma la Tunisia è un Paese di origine sicuro. Le persone di origine sub sahariana che ci arrivano sono chiamate oro nero e diventano merce di scambio. Per questo la Tunisia è un Paese di origine sicuro. Perché vende in modo sicuro alla Libia. Anche la Libia fra poco sarà considerato un luogo pacifico per le persone in movimento, anche se la so called guardia costiera spara anche a chi effettua i soccorsi in mare e le persone detenute nelle prigioni escono solo previo pagamento di un riscatto. Non ha importanza che i soldi della liberazione siano estorti alle famiglie facendo loro ascoltare le suppliche dei loro cari sotto tortura o perché qualche ricco estraneo ricompra queste persone per utilizzarle come meglio desidera. Non è più questione di diritti umani violati: è proprio l’umanità che manca. Ci sono migliaia di persone che vivono nascoste nei campo’ -come molte chiamano gli insediamenti abusivi in cui vivono a Zouara o Zouaia o chissà, quale altro snodo di case in Libia, destinati ai migranti deportati dalla Libia e usciti di prigione-, o negli Zitounes sulle coste della Tunisia. Vivono appese, sopravvivendo mentre aspettano di arrivare in Europa.  Ne conosco alcune, che hanno voluto condividere con me la loro storia.  Qualche giorno fa, dieci dicembre, due uomini mi hanno detto che stavano per lasciare la Libia. Tripoli. Uno ce l’ha fatta. Finalmente al sicuro, riconosciuto rifugiato da UNHCR, è stato accompagnato all’aeroporto. Un visto in tasca, al polso un braccialetto con un codice a barre. Nella valigia, qualche vestito. Sull’aereo, aveva un posto numerato per sedersi, un assistente di volo lo ha accolto a bordo. Gli ha offerto da bere. All’aeroporto d’arrivo in Italia, lo ha accolto una delegazione: politici e associazioni che hanno costruito per mesi un corridoio umanitario per farlo arrivare insieme ad altri. Ora, lo aspetta un nuovo paese, una nuova lingua, una nuova frontiera. Il secondo mi ha scritto, mentre aspettava in un hangar. Il pavimento era freddo, le pareti ruvide, la porta chiusa. Di giorno, era andato alla ricerca di un giubbotto di salvataggio. Ha aspettato. So che ha già tentato l’avventura e l’ultima volta, quando la sua barca era già nelle acque internazionali, sono arrivate le motovedette della Garde Nationale Tunisina a fingere di prestare soccorso dopo aver generato il rovesciamento della barca su cui era a bordo. Sono morti in molti. Lui è sopravvissuto “par la grace de Dieu”. Dopo essere stato torturato e venduto. Il dieci dicembre 2025 era pronto, con un giubbotto salvataggio appena comprato e il numero di Alarm Phone da contattare.  Di lui non ho notizie. Forse non è riuscito a partire. Spero che il suo telefono sia muto solo perché la batteria si è scaricata e non perché è stato ingoiato dal mare, ennesima vittima di una strage di Stati. 1. Leggi gli altri episodi: Introduzione; Il deserto dei Tartari; Silence et regards: Anchise, Odisseo, Telemaco; Il silenzio complice ↩︎ 2. Nadir è un veliero che svolge operazioni di search and rescue nel Mediterraneo e fa parte della Civil Fleet ↩︎ 3. Col termine arabo si indica la persona che ha materialmente messo a bordo le persone. Si definisce anche bananier o organisateur. Si veda EQUIPAGGIO DELLA TANIMAR, Controdizionario del confine. Parole alla deriva nel Mediterraneo Centrale, Tamu, Napoli 2025 ↩︎ 4. Alarm Phone fears yet another deadly shipwreck in the Central Mediterranean ↩︎
Condannato Maurizio Belpietro per diffamazione. Aveva definito le ONG “pirati”
Maurizio Belpietro dovrà risarcire a titolo di provvisionale con 10.000 euro Open Arms, Emergency e Sea-Watch, SOS Mediterranee, Louise Michel e Mediterranea e 7.000 per AOI Rete Nazionale, per aver definito “pirati” gli operatori delle ONG in prima pagina su Panorama. Lo ha stabilito giovedì 18 dicembre il Tribunale di Milano nell’ambito del procedimento per diffamazione a suo carico. Belpietro era accusato di omesso controllo, ex art. 57 c.p., per aver acconsentito a definire sulla copertina del settimanale Panorama, nel novembre 2022, che all’epoca dirigeva, “I NUOVI PIRATI” gli operatori umanitari delle ONG. Nel procedimento si sono costituite parte civile le ONG Open Arms, AOI – Rete Nazionale, Emergency e Sea-Watch, che avevano ritenuto titolo e immagine pubblicati “non veritieri e offensivi del lavoro umanitario svolto da chi, nel Mediterraneo Centrale, opera per soccorrere vite umane”. L’esito arriva dopo l’istruttoria dibattimentale di novembre, in cui i rappresentanti delle ONG coinvolte hanno portato la loro testimonianza e hanno spiegato il modus operandi del soccorso civile nel Mediterraneo e le basi giuridiche su cui si poggia, chiarendo di essere sempre stati assolti da accuse di favoreggiamento all’immigrazione clandestina nelle sedi giudiziarie competenti. Nella stessa occasione erano stati ascoltati anche Maurizio Belpietro, Fausto Biloslavo, redattore della rivista, e l’Ammiraglio De Felice. La decisione delle ONG di procedere con l’esposto era stata presa poiché stanche di una propaganda denigratoria contro chi sceglie di agire al fine di salvare vite, “un’azione che non ha niente a che vedere con la pirateria ma è altresì un dovere morale e di legge. Un dovere che va tutelato e non denigrato né criminalizzato“, scrivono le organizzazioni che aggiungono: “Con il pronunciamento si ristabiliscono dei principi di civiltà: la solidarietà non è un reato e chi la diffama, chi offende, chi lancia accuse infondate, chi semina odio, va sanzionato e deve pagare un prezzo risarcendo le parti lese“. Non si tratta, del resto, di un caso isolato. Già in passato le Ong impegnate nella ricerca e soccorso hanno ottenuto importanti riconoscimenti in sede giudiziaria contro la disinformazione. Un precedente significativo è quello che ha visto protagonista l’organizzazione MV Louise Michel, che in aprile 2025 ha ottenuto una vittoria legale contro Quotidiano Nazionale per diversi articoli diffamatori. Notizie DISINFORMAZIONE SU ONG E MIGRAZIONE: UNA PRIMA VITTORIA LEGALE PER LA LOUISE MICHEL La causa contro Quotidiano Nazionale. In tutto 15 le testate giornalistiche italiane accusate di diffamazione Redazione 17 Aprile 2025
Grecia. A Lesbo, il search and rescue sotto processo
Dal 2015 al settembre 2025, secondo i dati dell’UNHCR, 20.036 persone sono morte o risultano disperse nel Mar Mediterraneo. Mentre i governi degli Stati frontalieri dell’Unione Europea si adoperano per ‘proteggere’ le proprie frontiere, anche a costo di perdite di vite umane, coloro che tentano di salvarle – attraverso operazioni di search and rescue, dando attuazione all’obbligo giuridico internazionale di prestare soccorso in mare – vengono sempre più frequentemente criminalizzati e sottoposti a procedimenti penali. Approfondimenti GRECIA. QUANDO I DIRITTI DIVENTANO REATO La criminalizzazione della solidarietà e la sfida della società civile alle politiche migratorie governative Ludovica Mancini 12 Novembre 2025 In Grecia, non sembrano bastare né la strage di Pylos del giugno 2023, né le sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo – ad esempio A.R.E. c. Grecia 1 che condanna la pratica sistematica dei pushbacks da parte della Repubblica Ellenica – né i numerosi shadow reports di varie ONG 2, per orientare l’azione dei decisori politici verso la creazione di percorsi legali e sicuri per i richiedenti asilo diretti verso l’Unione Europea. Il vero ‘problema’ politico, infatti, continua a essere chi presta soccorso. Una qualificazione che, sotto il profilo giuridico, risulta profondamente controverso. Il 4 dicembre 2025 3, ventiquattro difensori dei diritti umani, tra cui Séan Binder, Athanasios (Nassos) 4 Karakitsos e Sarah Mardini, sono stati chiamati a comparire davanti alla Corte d’Appello di Mitilene (Lesbo, Grecia), a sette anni dal loro primo arresto, avvenuto nel febbraio 2018 5. Sette anni di limbo legale, di informazioni non chiare sulle accuse, di gravi errori procedurali e di rinvii reiterati, che hanno reso evidente – come affermato dall’avvocato Zacharias Kesses, difensore di sei degli imputati – come “al cuore di questo caso vi sia un tentativo delle autorità di criminalizzare l’assistenza umanitaria, al fine di allontanare da Lesbo tutte le organizzazioni attive nel settore”. Per l’attività volontaria di salvataggio di vite umane svolta nell’ambito delle operazioni di search and rescue, i ventiquattro operatori umanitari sono imputati dei reati di costituzione e partecipazione a un’organizzazione criminale ai sensi dell’articolo 187 del Codice Penale, di favoreggiamento dell’ingresso irregolare di cittadini stranieri ai sensi degli articoli 29 e 30 della Legge sugli Stranieri n. 4251/2014, nonché di riciclaggio di denaro ai sensi degli articoli 1, 2, 4 e 45 della legge n. 3691/2008; in caso di condanna, essi rischiano pene detentive fino a venti anni di reclusione immediata. Le accuse si fondano prevalentemente sull’attività della Emergency Response Centre International (ERCI) – di cui gli imputati facevano parte – organizzazione civile di soccorso regolarmente registrata, attiva tra il 2015 e il 2018 lungo la rotta di attraversamento dalla Turchia verso la Grecia, mediante l’impiego di due imbarcazioni, turni di avvistamento notturno e servizi di assistenza medica e logistica. È opportuno sottolineare che la ERCI operava in collaborazione con la Guardia Costiera Ellenica. A partire dal 2018, è stata avviata una persecuzione penale abusiva nei confronti degli operatori umanitari, caratterizzata da gravi vizi procedurali e sostanziali, in aperto contrasto con i principi fondamentali del diritto penale e con gli obblighi internazionali di soccorso in mare. Ne sono prova, tra l’altro, le condizioni della custodia cautelare antecedenti al rilascio in attesa della prosecuzione del procedimento – con fino a diciotto persone per stanza e soli due servizi igienici – la mancata traduzione dell’atto di accusa e di altri documenti essenziali in una lingua comprensibile agli imputati, l’assenza di interpreti durante le udienze, la vaghezza delle accuse, prive di una puntuale individuazione delle responsabilità individuali e affette da errori temporali, nonché i rinvii pluriennali del processo. La presenza di tali vizi ha attirato l’attenzione della comunità internazionale: Amnesty International ha più volte chiesto l’archiviazione di tutte le accuse, oltre che essere presente al processo, così come altre organizzazioni per i diritti umani, tra cui Human Rights 6. Durante l’udienza di dicembre 2025 si sono tuttavia registrati alcuni segnali di miglioramento, tra cui la presenza dell’UNHCR, di due ufficiali della Guardia Costiera – interrogati dagli avvocati al fine di chiarire ai giudici il contesto delle operazioni di soccorso – nonché dei liaison officers e del comandante della Guardia Costiera di Lesbo. Il processo è stato tuttavia nuovamente rinviato ai giorni 16 e 17 gennaio 2026. Questo caso non costituisce un’anomalia nel contesto europeo: nel solo 2024, almeno 142 persone – di cui 62 in Grecia – sono state deferite alla giustizia per la loro attività di assistenza umanitaria 7. Tale tendenza crescente appare chiaramente riconducibile a una precisa volontà politica di eludere la tutela dei diritti dei richiedenti asilo e dei rifugiati, anche attraverso la sistematica mancata protezione e criminalizzazione dell’azione umanitaria. Ancora più allarmante è il fatto che le persone accusate di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare siano soprattutto i sopravvissuti a naufragi. Secondo PICUM 8, l’84% dei soggetti sottoposti a imputazione per attraversamento irregolare delle frontiere viene incriminato per aver guidato un’imbarcazione o condotto un veicolo oltre confine, ovvero per una presunta assistenza nella gestione dei passeggeri a bordo. Nel solo 2024, tali procedimenti hanno coinvolto 91 persone – di cui 45 in Grecia – e si sono svolti con una durata media di appena dieci minuti, spesso in assenza di un’adeguata traduzione e di un’effettiva istruttoria probatoria con imputati detenuti prima ancora dell’inizio del processo 9. Ciò evidenzia una chiara volontà di criminalizzare la condizione stessa di migrante e di penalizzare la loro fuga. Come afferma Free Humanitarians, ONG impegnata nella tutela degli operatori umanitari vittime di criminalizzazione per la loro assistenza alle persone in movimento, le autorità, anziché perseguire attività umanitarie regolarmente registrate e autorizzate, dovrebbero riconoscere e valorizzare le competenze e le risorse che le organizzazioni non governative mettono a disposizione – soprattutto laddove le risposte statali risultino carenti o inefficaci. 1. Sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo A.R.E. contro Grecia 15783/21, 7 gennaio 2025 ↩︎ 2. Vedi, tra l’altro: Greek Council for Refugees (2024), At Europe’s Borders: Pushbacks Continue as Impunity Persists; AIDA (2025), Country Report on Greece – Update on 2024 ↩︎ 3. Grecia: archiviare le accuse contro Seán Binder, Amnesty International (17 novembre 2025) ↩︎ 4. Documentario “La storia di Seán Binder” ↩︎ 5. Front Line Defenders – case page ↩︎ 6. Watch Trial of aid workers accused of migrant smuggling set to start on Lesvos, eKathimerini (4 dicembre 2025); Solidarity on Trial in Greece, HRW (3 dicembre 2025) ↩︎ 7. PICUM (2025). At least 142 people criminalised for helping migrants in Europe in 2024 ↩︎ 8. At least 142 people criminalised for helping migrants in Europe in 2024, Picum (aprile 2025) ↩︎ 9. Ibid ↩︎
Il silenzio  complice
Silence fini 1 è il racconto di tre settimane nel Mediterraneo centrale a bordo del veliero Nadir 2 di RESQSHIP, in cui ho vissuto il soccorso in mare e osservato da vicino le vite delle persone migranti e dell’equipaggio, tra responsabilità, vulnerabilità e privilegio, in un mare che resta coerente e implacabile. Attraverso la mia esperienza personale, esploro cosa sia un soccorso e come frontiere, norme e gerarchie si manifestino nei corpi, nei gesti, nelle decisioni e negli sguardi. Silence fini vuole aprire ad una riflessione sulle contraddizioni etiche e politiche del Mediterraneo contemporaneo. Il racconto della navigazione a bordo di questo veliero della Civil fleet che opera monitoraggio e soccorso nel central med, vuole ricordare la violenza strutturale che colpisce chi attraversa, tra respingimenti, detenzioni e pratiche di Stati che negano sicurezza e diritti fondamentali. IL SILENZIO  COMPLICE Nel linguaggio della navigazione, “silence fini” è una formula che segna un confine. Durante un’emergenza, la radio del mare impone il silenzio: solo chi coordina il soccorso può parlare. Tutto il resto tace. È un silenzio tecnico: lo spazio vuoto in cui una voce sola deve essere ascoltata. Siamo alla fine di questa nostra missione, dopo l’ultimo soccorso, ci dirigiamo ancora una volta a sud in direzione delle isole KK, al largo della SAR tunisina e maltese.  Martedì 11 novembre. Abbiamo ripreso il mare lunedì, dopo aver consegnato a terra gli uomini del precedente soccorso. Entro mercoledì dobbiamo ricominciare a salire verso Malta, dove siamo di base. A Gozo, la nostra barca sarà a riposo per qualche mese prima di riprendere a navigare:  richiede manutenzione dopo mesi di mare. Si chiude ora con i soccorsi e a partire da marzo si ricomincia. Siamo stanchi. Tutti. Con il desiderio di un soccorso per strappare in salvo persone e con le ore di sonno che si contano sulle dita della mano accumulate negli ultimi giorni.  Sono da poco passate le nove di mattina di questo 11 novembre. La radio VHF gracchia: “Mayday relay Maday relay Mayday relay. EAGLE 1 EAGLE 1 EAGLE 1”. L’aereo di Frontex. La voce dello speaker è chiara, liscia, lineare. Sembra quella  di un annuncio in un supermercato, quando si chiede supporto alle casse perché ci sono troppi clienti che aspettano in fila. Ci dirigiamo verso il target. Ci vogliono poco più di due ore per raggiungerlo, indovinandone la traiettoria. Questa volta si tratta di un gommone mezzo sgonfio, come il primo, coi motori che tossiscono inquinandone la direzione. Come accade spesso, le persone a bordo, non reagiscono ai nostri cenni, come se fossimo degli sconosciuti incontrati per caso a cui si guarda con diffidenza. Ci vuole sempre un tempo perché le persone a bordo comprendano  che chi si avvicina loro non è un nemico che cerca di riportarli all’inferno.  Salutiamo a grandi cenni ancora e ancora. Finalmente rispondono e la comunicazione si instaura così. Ci avviciniamo sempre di più fino a mettere il RHIB in acqua coi gilet salvagente per prestare il primo soccorso. Sono 29 persone a bordo. La consueta danza tra la barca madre e il nostro Rigid Hull Inflatable Boat  che raggiunge l’imbarcazione migrante comincia via radio. Prima si cerca una persona che parli la stessa lingua e possa tradurre e poi si inizia con le comunicazioni di rito. “Siamo qui per prestare soccorso. Siamo N, una barca europea. Non vi lasciamo soli” E poi le domande: “Quanti siete? Quante donne? Quante sono incinta? quanti bambini? Quanti minori da soli? quanti uomini?” e ancora, la domanda che temo sempre: “Qualcuno dorme? Da quanto tempo?” per evitare, almeno all’inizio, la parola morte, che sempre aleggia.  La risposta che ci arriva dai colleghi ci gela il sangue. “Una donna incosciente, da due giorni”. Con la dottoressa a bordo, prepariamo il letto per procedere alla rianimazione, come il protocollo prevede. Rimugino, tra me e me, che prima o poi doveva succedere. Mi ripeto che su tre soccorsi, due sono andati a buon fine, che non abbiamo visto né gente annegare, né persone morire tra le nostre braccia, come é successo a molti che io conosco. Poi per fortuna i tre membri dell’equipaggio che stanno vicino al gommone richiamano dicendo che sono riusciti a svegliarla. Tiriamo tutti un respiro di sollievo, ringraziamo tutti i nostri dei personali. E poi come sempre il trasbordo: prima le cime lanciate da poppa e da prua verso l’imbarcazione sgonfia e poi le persone che con disciplina seguono le istruzioni. Prima le donne, otto, tutte velate, poi un ragazzino, evidentemente minore, poi tutti gli uomini. Venti.  Salgono a bordo, come sempre, in questa rapida danza in cui seguono le nostre istruzioni, a cui indichiamo chi deve salire, a cui spieghiamo di alzare le braccia perché possiamo aiutarli ad entrare in un mondo sicuro. Uno alla volta, con calma, pazienza, chiarezza. Ci proviamo almeno. Ma è un momento delicato: sia perché le barche rischiano sempre di capovolgersi, ma anche perché nelle aree di sovrapposizione con le aree SAR libiche e tunisine, si teme spesso l’arrivo delle cosiddette guardie costiere. Tunisia e Libia sono paesi  finanziati dall’UE per tenere a freno gli arrivi.  A qualunque costo.  Riusciamo a portare a bordo tutti, seguiamo le procedure come la legge prevede. Le mail sono inviate prima del trasbordo  a tutte le MRCC delle zone SAR coinvolte: Tunisina, Maltese, Italiana, tedesca per informazione. Seguono le telefonate. Malta non risponde: c’è sempre una segreteria telefonica che chiede di lasciare un messaggio. La Tunisia accetta la nostra offerta di soccorso già comunicata per iscritto. Come nel precedente soccorso, propongo di parlare in inglese o in francese. Scelgono quest’ultima lingua e accettano, come richiesto per mail, di lasciare le persone a bordo. Eppure qualcosa funziona in modo diverso. Una motovedetta tunisina si avvicina a noi a tutta velocità. Si accosta minacciosa. Tre individui a bordo. Uno, giovane, si rivolge a noi con fare aggressivo. Presuntuoso, nella sua divisa cucita dai poteri accordati da stati europei che si lavano la coscienza finanziando mercenari in divisa.  Gli parlo io, traduco il capitano. Ci chiede le nazionalità delle persone a bordo. Sono tutti somali, ad eccezione di due persone egiziane e un ragazzo sudanese. Ma l’ufficiale tunisino non lo sa. Li indica e  mi dice “prendiamo noi i due della Tunisia”. Gli spiego che non vengono dal suo paese. Il colore della loro pelle lo inganna. E se anche lo fossero davvero, gli accordi scritti proteggono loro e noi. Siamo fermi. Con una finta e tesa gentilezza che non lascia posto alla negoziazione. Le persone sono a bordo di N e su N restano. Che vergogna questo mondo in cui si negoziano le vite umane in questo modo, come merce di poco valore.  Si allontanano, ma solo dopo averci affiancato ancora per qualche miglia, nello stupido tentativo di farci sentire la loro forza, il loro potere. In realtà, mi lasciano solo la certezza che il diritto umanitario e quello marittimo in questo Mediterraneo centrale sono come le scie che in acqua che non lasciano segno. A bordo, le donne sono all’interno della N, gli uomini a prua. Cominciamo a lavarle. Tutti gli ospiti sono zuppi di acqua, sale e benzina. Le donne molto di più, perché nel gommone erano all’interno, che si impregna presto della miscela che rode la carne. Sono timide queste ragazze. Tutte minorenni. La più giovane ha solo 15 anni. Si denudano a fatica, scoprono il capo timide. Le laviamo. Passiamo le nostra dita, puliamo con cura le piaghe di pelle corrosa.  Mi resta impresso il colore rosso vivo, la consistenza di questa carne viva e macerata sotto le mie mani coperte dai guanti. Gli sguardi esprimono smorfie di dolore. Ma l’unico modo perché abbiano pace é proprio questo. Acqua, sapone, vaselina, vestiti asciutti e puliti.  Si rilassano poco alla volta. Si lasciano andare al sonno, dopo aver bevuto un the caldo e mangiato crackers che servono a smorzare per un attimo i morsi della fame. Il ponte si copre di mantelline termiche dorate. Come sempre, lo stesso rumore stropicciato degli altri soccorsi. Lo stesso odore che mescola urina, gasolio, mare, vomito. A qualche miglia da Lampedusa, il risveglio di chi si era appisolato. La vicinanza della terra ci spinge a dare loro qualche certezza momentanea e qualche informazione sicura. Non possiamo promettere protezione e documenti, perché queste sono previsioni che non possiamo emettere. Abbiamo però la certezza di sapere cosa aspetta loro a terra. Chi sarà al molo commerciale ad accoglierli: medici, polizia, frontex, guardia costiera, croce rossa, associazioni del forum lampedusano. Un trasporto rapido all’hot spot per 24 ore e poi di nuovo a bordo per raggiungere la Sicilia e poi il continente. Cosa accadrà dopo, non lo sa nessuno. In fondo, Lampedusa è solo un’altra frontiera. Ne seguiranno molte altre, come vene e capillari di un corpo in cui si diramano strade, limiti, passaggi. Spieghiamo con l’aiuto di due mediatori spontanei che fanno parte delle persone soccorse: l’unico sudanese a bordo parla inglese e arabo. Condividiamo la prima lingua con lui che traduce nella seconda ad un ragazzo somalo, che trasmette i messaggi alle persone della sua stessa origine.  Persone attrici del loro percorso. Soggetti, non solo vittime, ma anche. Prima di tutto, di un sistema assurdo che vieta il movimento a una grande parte delle persone che vivono in questo mondo, in cui i privilegiati stanno sempre dallo stesso lato, racchiusi in una fortezza.  Quello che sento è un insieme di compassione, rabbia, ammirazione. Queste persone viaggiano da anni, molte sono state arrestate, torturate e vendute in Libia. Il viaggio nel mediterraneo, che li rende avventurieri per un tempo, nel loro caso è durato 24 ore. Anche in questo caso, il prezzo della traversata è stato tra i 5000 e i 7000 euro. E’ una vergogna questo mondo.  Lampedusa diventa terra, molo, approdo, nuovo inizio di un percorso, di un viaggio.  Il piccolo Egiziano prima di scendere, con l’aiuto del ragazzo sudanese che parla arabo, mi chiede se potrà andare a scuola. Si illumina quando gli dico che potrà farlo. Vorrei vedere lo stesso sorriso nei ragazzi della mia città, per cui ogni diritto è un privilegio scontato. Non è colpa loro se non sanno che non è così per tutti. Fa parte delle responsabilità che noi adulti abbiamo. Scendono a terra, con l’aiuto mio e di M., mentre la polizia a terra comincia il conto: “Uno, donna, minore; due, donna, minore”; e così ancora e ancora…..sette, otto, “nove, uomo, minore”, fino al numero ventinove. “uomo”.  Uomini, donne. Non numeri, non distress cases, clandestini, invasori, merce. Soggetti. Quando sono tutti a terra e abbiamo risposto alle domande di rito fatte dagli agenti di Frontex e della polizia, spediamo per email il messaggio: “silence fini”. Significa che il silenzio può terminare, che le comunicazioni ordinarie riprendono. Niente di solenne: una frase breve, funzionale, precisa.  Una parola del mare, nella cui semplice eleganza francese resta il peso di ciò che è appena passato: la comunicazione può riprendere normale.  Ma anormale è questo silenzio politico dei governi europei, l’assente indignazione dell’Unione Europea che finge di lottare contro la criminalità organizzata e il traffico di esseri umani, mentre finanzia Libia e Tunisia perché facciano scomparire le tracce di chi cerca di attraversare, che riconosce l’operato di GC che usano armi e violenza per ricacciare le persone indietro. Non é vero che l’UE ignora cio’ che accade perché, finanziando l’azione dei militari di Libia e Tunisia, lo rende possibile. Silence fini, ma solo alla radio. Quello degli Stati continua.  1. Leggi gli altri episodi: Introduzione; Il deserto dei Tartari; Silence et regards: Anchise, Odisseo, Telemaco ↩︎ 2. Nadir è un veliero che svolge operazioni di search and rescue nel Mediterraneo e fa parte della Civil Fleet ↩︎
Gli accordi tra la Libia e l’Unione Europea nella gestione delle migrazioni
Papers, una rubrica di Melting Pot per la condivisione di tesi di laurea, ricerche e studi. Per pubblicare il tuo lavoro consulta la pagina della rubrica e scrivi a collaborazioni@meltingpot.org. -------------------------------------------------------------------------------- Università di Bologna Dipartimento di Scienze politiche e sociali Corso di laurea in Scienze politiche, sociali e internazionali GLI ACCORDI TRA LA LIBIA E L’UNIONE EUROPEA NELLA GESTIONE DELLE MIGRAZIONI Tesi di Gemma Martini (2022/2023) Scarica l’elaborato INTRODUZIONE La questione migratoria, oggigiorno, rappresenta certamente uno dei fenomeni maggiormente discussi. La migrazione incarna in sé stessa la maggiore rappresentazione del diritto alla mobilità che esercita ciascun essere umano, tutelato da Convenzioni e norme internazionali. Il fenomeno migratorio risulta enormemente attuale, infatti, quotidianamente la cronaca non manca di sottolinearne la problematicità e la presunta pericolosità in termini economici, sociali, culturali e di sicurezza per il Paese di destinazione. In particolare, si farà riferimento alla Libia poiché è stato rilevato tra il 2013 e il 2017 che oltre il 90% degli arrivi in Italia siano partiti da quel Paese 1. Inoltre, è stato evidenziato che nel 2017 vi fu un notevole calo di partenze dalla Libia e, conseguentemente, di decessi in mare, dovuto alle politiche miranti all’esternalizzazione delle frontiere che portarono a pratiche di respingimento per diminuire il numero di arrivi in Europa 2. Alla luce di queste considerazioni il presente elaborato nasce dall’esame di questi fattori, tentando di comprendere ed indagare i rapporti che intercorrono tra la Libia e l’Unione Europea in materia di immigrazione, conoscerne l’origine e le caratteristiche principali a livello giuridico. L’obiettivo di questo studio è quello di delineare la base giuridica europea di riferimento in materia d’immigrazione, con un focus sull’Italia ed evidenziarne infine le violazioni da parte dei Paesi membri nella definizione della propria politica migratoria. Dunque, nel primo capitolo sarà trattato il quadro giuridico europeo in materia di immigrazione e asilo analizzando dapprima le fonti internazionali e poi quelle regionali. Si cercherà di descriverne la complessità nel coinvolgimento di molteplici Paesi, sistemi giuridici e basi giuridiche internazionali. Si affronterà anche la questione della gestione delle richieste d’asilo e le politiche di contrasto all’immigrazione irregolare attraverso le pratiche di esternalizzazione delle frontiere ponendo particolare attenzione all’area Schengen. Il secondo capitolo concentrerà la propria attenzione sul perché l’Unione europea sia così interessata al mantenimento di una Libia stabile ed unita, sulla natura degli accordi tra i due e sulle conseguenti violazioni dei diritti umani insieme ad una crescente tendenza alla criminalizzazione dei migranti. Più precisamente, si affronterà la relazione tra l’Unione europea e la Libia analizzando in primo luogo le ragioni storico-politiche della precarietà del Paese, successivamente, gli accordi e le operazioni dell’Unione europea a sostegno della Libia e in terzo luogo le politiche instaurate nello specifico tra Italia e Libia volte al contrasto dell’immigrazione irregolare, specificandone i relativi vantaggi. Nell’intento di costituire una panoramica chiara, il terzo capitolo esaminerà la legittimità dei rapporti con la Libia evidenziandone alcuni aspetti peculiari nella gestione della migrazione irregolare e delle operazioni di salvataggio; si tratterà il coinvolgimento dell’Unione europea e dell’Italia nella presunta violazione delle convenzioni internazionali e delle normative relative alla gestione dei flussi migratori provenienti dalla Libia. In prima istanza si evidenzieranno i dubbi rispetto alla zona SAR libica, data l’assenza di un porto sicuro in Libia e la mancanza di norme a tutela dei rifugiati irregolari in transito. In seguito, si presenteranno alcuni case studies relativi a due respingimenti che sono stati oggetto di condanna nei confronti dell’Italia per presunte violazioni dei diritti umani. Si tenterà infine di sottolineare la rilevanza, dal punto di vista giuridico, dell’azione della società civile nel monitoraggio, nella sorveglianza, nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica e nella denuncia di violazioni come supporto al diritto nella tutela del diritto internazionale. 1. Villa M., Migrazioni nel Mediterraneo tutti i numeri, ISPI, 2020. Reperibile [consultato 20/09/2023] ↩︎ 2. Ibid ↩︎
Piantedosi insiste, i giudici lo smentiscono
Il governo Meloni continua a usare lo strumento amministrativo e repressivo contro le navi della flotta civile, ma ancora una volta la magistratura frena la macchina sanzionatoria costruita attorno al Decreto Piantedosi. Nel giro di 48 ore, due vicende mostrano materialmente quanto sia profonda la distanza fra propaganda politica e realtà giuridica quando si tratta di rispettare le norme del diritto internazionale: da un lato il nuovo sequestro della Humanity 1 a Ortona, dall’altro la decisione del tribunale di Agrigento che sospende il fermo amministrativo inflitto alla nave Mediterranea. Dal 2023, 36 navi e 2 aerei umanitari hanno accumulato 960 giorni di fermi illegali: un attacco strutturale alla capacità civile di soccorso, ma anche una strategia del governo per screditare il lavoro delle Ong impegnate in attività SAR e togliere testimoni scomodi dal Mediterraneo centrale.  AGRIGENTO: IL GIUDICE BLOCCA L’ENNESIMO ABUSO L’11 dicembre il Tribunale di Agrigento ha sospeso il fermo amministrativo di 60 giorni e la sanzione da 10mila euro decisi dalla Prefettura il 12 novembre scorso contro Mediterranea. Un provvedimento che il Tribunale ha ritenuto così privo di fondamento da intervenire con urgenza, “inaudita altera parte”, senza neppure convocare l’Avvocatura dello Stato. Per Mediterranea Saving Humans, non è solo la fine di un fermo illegale, ma la conferma dell’esistenza di una strategia repressiva: «C’è una strategia illegale del governo che mira a confiscare la nostra nave di soccorso. Ma ancora una volta viene sconfitta davanti ai Tribunali». Una strategia che l’organizzazione definisce come «il reiterato abuso, arbitrario e addirittura illegale, dei poteri sanzionatori previsti dal Decreto Legge Piantedosi» con l’obiettivo di ostacolare o impedire il soccorso civile. Il fermo era arrivato dopo tre interventi di salvataggio tra il 2 e il 3 novembre, che avevano portato a bordo 92 persone, di cui ben 31 minori non accompagnati. L’accusa del Viminale: la nave avrebbe rifiutato di dirigersi verso Livorno, un porto di approdo lontano quasi 1.200 chilometri dalla zona di salvataggio con un viaggio di navigazione della durata di quattro giorni. Ma lo sbarco avallato dalla Procura dei Minori di Palermo e dalla Procura di Agrigento aveva chiuso la questione il 4 novembre ed evitato altra sofferenza a naufraghi già provati. Notizie/In mare «ABBIAMO AGITO PER SALVARE VITE»: SBARCATE LE 92 PERSONE SOCCORSE DA MEDITERRANEA Lo Stato minaccia nuove sanzioni per aver scelto Porto Empedocle Redazione 5 Novembre 2025 L’organizzazione italiana non è la prima volta che subisce questa strategia repressiva: «Vogliono arrivare alla definitiva confisca della nave… togliere di mezzo testimoni scomodi che denunciano quotidianamente le violazioni dei diritti delle persone migranti e la distruzione sistematica del diritto internazionale». Tuttavia, ogni volta che i provvedimenti del decreto vengono portati davanti a un giudice, «sono clamorosamente smentiti e cancellati».  Ed è proprio sulla base di questo che Mediterranea rivendica il proprio obiettivo: «Il nostro obiettivo è che il Decreto Legge Piantedosi, così come tutte le norme che calpestano i diritti delle persone, sia abolito. E che ogni abuso di potere contro la vita degli esseri umani e la solidarietà che li soccorre, sia denunciato e sanzionato». ORTONA: LA HUMANITY 1 SEQUESTRATA PER NON AVER COMUNICATO CON LA LIBIA Mentre i giudici di Agrigento smontano l’ennesimo fermo illegittimo, due giorni prima il Viminale ne firma un altro. Il 9 dicembre, l’Ong SOS Humanity, della nuova alleanza Justice Fleet, ha ricevuto il provvedimento di fermo di 20 giorni per la nave Humanity 1 e una multa di 10mila euro. Il motivo? Essersi rifiutata di comunicare con il Centro di coordinamento dei soccorsi libico, dal quale dipende la cosiddetta guardia costiera libica.  Notizie/In mare HUMANITY 1 TRATTENUTA A ORTONA: L’ENNESIMO FERMO CONTRO IL SOCCORSO CIVILE «Incompatibile con il diritto internazionale» Redazione 3 Dicembre 2025 Secondo SOS Humanity, la decisione è la prova che il governo italiano pretende che le navi umanitarie riconoscano come autorità legittima proprio quell’apparato libico che da anni l’ONU, tribunali europei e osservatori indipendenti considerano coinvolto in violenze sistematiche: «Mentre gli attori criminali libici continuano a ricevere il sostegno dell’Europa, la nave Humanity 1, di cui c’è urgente bisogno, viene trattenuta per non aver comunicato con le autorità libiche», denuncia Marie Michel, esperta politica di SOS Humanity. Ph: Marcel Beloqui Evardone La nuova alleanza Justice Fleet, composta da 13 organizzazioni del soccorso civile, ha deciso di interrompere le comunicazioni operative con Tripoli per non legittimare milizie accusate di crimini contro l’umanità. Una scelta coerente con quanto afferma l’ECCHR: «Quando le autorità italiane o altre autorità europee ordinano alle navi delle ONG di coordinarsi con le unità libiche, in realtà chiedono loro di partecipare a un sistema illegale. Obbedire a tali ordini comporta il rischio di complicità; pertanto, il rifiuto non è disobbedienza, ma rispetto del diritto internazionale», spiega Allison West, consulente legale senior presso l’European Centre for Constitutional and Human Rights. Intanto le conseguenze ricadono sulle persone in pericolo di vita: «Molte persone potrebbero rischiare di perdere la vita in mare senza ricevere assistenza. Trattenendo la Humanity 1 in porto per motivi politici, il governo italiano si assumerà la responsabilità di ulteriori vittime», aggiunge il capitano nella nave Loic Glavany. L’organizzazione punta il dito anche contro la complicità europea, silente tanto per le violenze della guardia costiera libica, quanto per la strategia repressiva italiana: «C’è qualcosa di profondamente sbagliato quando chi difende i diritti umani viene punito, mentre chi li viola viene protetto e attivamente sostenuto dall’UE», denuncia Janna Sauerteig. «L’UE deve porre fine alla sua complicità nei crimini quotidiani delle milizie libiche». Infine, SOS Humanity chiede l’immediato rilascio della sua nave di soccorso e ha già intrapreso azioni legali contro la detenzione illegittima della sua nave. Sea-Watch: «Il diritto internazionale è dalla nostra parte. Non ci fermiamo» Al fianco della Humanity 1, le altre Ong della flotta civile si sono subito strette in solidarietà.    «Nelle ultime settimane, per tre volte, le milizie della cosiddetta Guardia Costiera libica hanno sparato contro le navi di soccorso – scrive Sea-Watch -. Nonostante questo, sono le stesse navi della società civile a essere sanzionate».  L’Ong, ricordando che solo quest’anno più di 1.700 persone sono morte nel Mediterraneo, collega i due casi: «Il sequestro di Humanity 1 è un attacco a tutti noi e al diritto internazionale. La sua illegittimità è confermata dalla notizia della sospensione del fermo di Mediterranea, anch’essa punita per aver salvato vite», afferma la portavoce Giorgia Linardi. E aggiunge: «Il diritto primeggia sulle politiche razziste degli stati e sulla criminalizzazione forzata delle Ong portata avanti dal Governo Meloni. In queste ore noi di Sea-Watch siamo in mare con Sea-Watch 5 e la nostra nave veloce Aurora che ha appena sbarcato 48 persone soccorse nel Mediterraneo centrale. Non ci fermiamo». Le due vicende mostrano con chiarezza la realtà della battaglia in corso: mentre il governo Meloni prosegue nella sua campagna di criminalizzazione di Ong e persone migranti accusandole di scafismo, i tribunali continuano a certificare che il vero elemento fuori legge è l’applicazione del Decreto Piantedosi.
Silence et regards: Anchise, Odisseo, Telemaco
Silence fini è il racconto di tre settimane nel Mediterraneo centrale a bordo del veliero Nadir 1 di RESQSHIP, in cui ho vissuto il soccorso in mare e osservato da vicino le vite delle persone migranti e dell’equipaggio, tra responsabilità, vulnerabilità e privilegio, in un mare che resta coerente e implacabile. Attraverso la mia esperienza personale, esploro cosa sia un soccorso e come frontiere, norme e gerarchie si manifestino nei corpi, nei gesti, nelle decisioni e negli sguardi. Silence fini vuole aprire ad una riflessione sulle contraddizioni etiche e politiche del Mediterraneo contemporaneo. Il racconto della navigazione a bordo di questo veliero della Civil fleet che opera monitoraggio e soccorso nel central med, vuole ricordare la violenza strutturale che colpisce chi attraversa, tra respingimenti, detenzioni e pratiche di Stati che negano sicurezza e diritti fondamentali. SILENCE ET REGARDS: ANCHISE, ODISSEO, TELEMACO Approdo. Pulizia della nave, burocrazia. Carte, mail da inviare, libera pratica sanitaria, spesa. Sono distrutta. Mi salva il vento feroce che ci da una tregua di 24 ore. Se Eolo esistesse, lo ringrazierei in persona, perché solo lui ci salva alla foga di questo capitano che ci farebbe ripartire subito, senza concedere riposo.  Invece il vento inclemente ci regala ventiquattro ore ancorati e poi di nuovo a sud, verso Miskar.  Il secondo soccorso non ci trova impreparati. È solo preceduto da una notte senza fine in cui partiamo alla ricerca di una barca che non troveremo mai segnalata da AP con più di 60 persone a bordo. Le cerchiamo per ore senza successo. Reportage e inchieste/In mare IL DESERTO DEI TARTARI Silence fini. Il racconto di una navigazione a bordo del veliero Nadir Roberta Derosas 4 Dicembre 2025 Il Mediterraneo è un colabrodo. Una rete dalle maglie molto larghe, talvolta. Troppo. Ritorniamo a dormire senza aver rispettato nessuno dei nostri turni, ci svegliamo qualche ora dopo, la mattina, distrutti dalla fatica. Ai limiti della zona Sar tunisina e maltese ci arriva la comunicazione di una barca. Dista a sole due ore da noi e decidiamo di dirigerci verso le persone che hanno tentato l’avventura.  Vige calma a bordo. Siamo molto disciplinati. Ultimi preparativi: radio VHF, caschi, giacche. E ugualmente: funzioni, ruoli, attività. Chi deve stare a prua e chi a poppa, chi dentro N. e chi fuori. Poi finalmente li avvistiamo e loro ci vedono. Esitano, esultano. Parliamo a gesti, col corpo. Una danza si genera: il RHIB si muove attorno. Le informazioni a bordo ci arrivano via radio dai tre membri dell’equipaggio che li hanno avvicinati col RHIB. 47 uomini. nessuno di loro parla inglese bene e nessuno francese. A bordo in arabo sappiamo solo dire poche parole. Sono ordinati e seduti in una barca in vetroresina nera. È sovraffollata, ma è un viaggio di lusso il loro: hanno  un satellitare e navigano su una barca più resistente di quelle in metallo, gomma o in legno. Non hanno i giubbotti salvataggio, ma li portiamo loro e li indossano. Con calma. Vige il silenzio. Finalmente iniziamo il trasbordo.  Salgono: uno e poi ancora e ancora. Fino all’ultimo essere umano. Provo di nuovo ammirazione per l’ultimo che sale a bordo. Sarei terrorizzata al suo posto, con l’idea di non riuscire a salire, di vedere il soccorso allontanarsi inspiegabilmente . Come nel soccorso precedente, mentre entrano, indico loro dove devono sedersi.  Sono felici ed è un sentimento condiviso questo.  Fradici, d’acqua e viaggio. Tremanti di freddo.  Poi di nuovo la parte più delicata di comunicazione con le autorità, scritta e inviata per mail prima, poi per telefono.  “Oui Bonjour, ici N. Vous préférez que je parle anglais ou Français?” Chiedo a MRCC Tunisi. “ Gli ospiti sono con noi, provengono dalla Libia.” L’ufficiale di servizio da Tunisi  mi risponde: “Certo, va bene. Grazie mille per la vostra collaborazione“. Assurdo. Da quando queste GC che strappano al soccorso, che riportano a terra persone, che, nei racconti degli aventuriers che ho ascoltato provocano volontariamente il capovolgimento delle toba, ringraziano per la collaborazione? Loro, che di solito riportano in Tunisia i migranti, per poi imprigionarli e venderli, in un ciclo che si ripete e si arresta solo con un soccorso o un naufragio. Persone scambiate per una tanica di benzina o per droga. O vendute per un centinaio di euro. Le donne più care degli uomini: ça va sans dire, valgono di più perché destinate al mercato del sesso.  Sono a bordo al sicuro, ora questi uomini. 47: dal Bangladesh, Pakistan, Eritrea e Egitto. Pare che un uomo venga dall’Afganistan. Il più giovane ha 17 anni. Viaggia con altri che hanno più o meno la stessa età. Il più anziano ne ha 65 e arriva dal Pakistan. Partiti da Zwara, Libia, hanno pagato il viaggio 5000 euro.75 000 in totale è stato il guadagno del trafficante. Era un viaggio di lusso: barca in vetroresina, due motori Yamaha che poi hanno smesso di funzionare e gps satellitare a bordo.  Di questi uomini, mi restano gli sguardi silenziosi: quello dell’uomo più anziano. È di una tristezza più grande di questo mare che attraversa, il suo dolore più remoto del luogo da cui proviene. Sta seduto composto, trema di freddo. Lo copriamo dopo avergli dato vestiti asciutti. Ringrazia e quella parola è l’unica che conosce in inglese. Non dirà niente altro che “thank you” durante il viaggio. Ho voglia di abbracciarlo, di consolarlo. Mi commuove. Mi mostra la mano aprendola e chiudendola, fa un segno di dolore. Chiedo al nostro medico di verificare se non sia rotta. Forse, sono solo le manette con cui qualche verme gli ha stretto i polsi. Resta docile per tutta la traversata, con quello sguardo triste che si confonde con l’orizzonte . Vorrei talmente sapere da dove venga e quale sia la sua storia. Non abbiamo un briciolo di lingua comune. Mi fa pensare ad Anchise,  padre che Enea si carica sulle spalle quando abbandona la sua terra in cerca di salvezza. Un altro uomo, che pare avere tra i 40 e i 50 anni, trema: i denti battono, le mani, le braccia e le gambe. Un compagno dell’equipaggio, M., lo aiuta a spogliarsi e a indossare vestiti caldi. Gli diamo una mantellina termica e a poco a poco il tremore si calma, mentre M. gli strofina la schiena per aiutarlo a scaldarsi. Il suo sguardo, occhi neri profondi, è pieno di gratitudine. Ci guarda, mi attraversa.  È un Odisseo stremato, quest’uomo. M. si commuove. Gli scendono le lacrime mentre si allontana da lui. Lo abbraccio mentre mi dice “è così ingiusto”. Lo stringo forte. Ha ragione: siamo spettatori dell’ingiustizia umana, dell’assoluta assenza di compassione, dell’annullamento della pietà verso esseri umani che non valgono, a cui si può destinare l’oblio in questo mare.  E poi questo giovane egiziano. Il suo è uno sguardo pieno di vita, di energia, di gioia. Si fa selfie appena sale a bordo, ride, mi saluta, mi osserva e sorride senza sosta. E fuma: gli diciamo di smettere e lui getta le sigarette fuori bordo con due occhi finto contriti, per poi riniziare appena distogliamo lo sguardo. È accattivante, furbo, veloce. Mi fa pensare che in quei 17 anni deve aver vissuto esperienze e pericoli che non corrispondono alla sua età. Lui è Telemaco,  quello in cui l’esuberanza e la paura convivono. Durante i soccorsi c’è un punto comune: quando scende la notte , le persone si lasciano andare sfinite al sonno. La prua e la poppa si ricoprono di corpi stretti che respirano.  Poi, ancora una volta, il risveglio e l’attesa: Lampedusa è un’isola che si ingrandisce. Un approdo prima del nostro ci ritarda al largo fino alle due di notte. Poi, finalmente arriva abbiamo l’accordo di entrare e ancorare.  Io e M. tocchiamo terra per primi: aiutiamo le persone a passare dal ponte della N alla pietra pungente del molo.  C è un dislivello, quindi le dobbiamo proprio sostenere perché le gambe arrivino al molo. Siamo veloci: uno dopo l’altro toccano terra mentre dedichiamo loro parole di benvenuto. “Goodbye my brother“ dice M. Una pacca sulla spalla in cui conteniamo il desiderio di un abbraccio più caloroso. “Welcome in Italy”. Ci sfuggono via veloci. A terra, sono messi in fila indiana mentre gli agenti di Frontex e polizia cominciano le loro domande.  Il nostro ponte è vuoto ora. Dei nostri ospiti rimangono solo vestiti fradici chiusi in sacchi di plastica nera, le mantelline dorate stropicciate e una kefiah che porto in salvo, feroce ricordo di un altro dolore imposto da esseri umani ad altri esseri umani.  Che il nostro sia un mondo miserabile è un pensiero che non mi dà pace.  Fumiamo in silenzio, chiudiamo gli occhi dopo le 3. Lampedusa è spazzata da un vento che non può sollevare l’indecenza e la vergogna che sento.  Reportage e inchieste/In mare SILENCE FINI Il racconto di una navigazione a bordo del veliero Nadir Roberta Derosas 27 Novembre 2025 1. Nadir è un veliero che svolge operazioni di search and rescue nel Mediterraneo e fa parte della Civil Fleet ↩︎
Il deserto dei Tartari
Silence fini è il racconto di tre settimane nel Mediterraneo centrale a bordo del veliero Nadir 1 di RESQSHIP, in cui ho vissuto il soccorso in mare e osservato da vicino le vite delle persone migranti e dell’equipaggio, tra responsabilità, vulnerabilità e privilegio, in un mare che resta coerente e implacabile. Attraverso la mia esperienza personale, esploro cosa sia un soccorso e come frontiere, norme e gerarchie si manifestino nei corpi, nei gesti, nelle decisioni e negli sguardi. Silence fini vuole aprire ad una riflessione sulle contraddizioni etiche e politiche del Mediterraneo contemporaneo. Il racconto della navigazione a bordo di questo veliero della Civil fleet che opera monitoraggio e soccorso nel central med, vuole ricordare la violenza strutturale che colpisce chi attraversa, tra respingimenti, detenzioni e pratiche di Stati che negano sicurezza e diritti fondamentali. SILENCE ET ATTENTE. IL DESERTO DEI TARTARI Se mi chiedessero quanto tempo dura un soccorso, potrò dire che può durare 26 minuti e che quei minuti ovviamente perdono dimensione: si dilatano, allungano, sparpagliano.  Notte insonne o quasi.  Alle dieci di mattina del 5 novembre, riceviamo un Mayday relay forte e chiaro da Eagle 1, Frontex: un gommone sgonfio con a bordo circa 70 persone. Siamo a solo due ore dal target, o poco più.  Ci prepariamo, con calma, con ordine: sappiamo che siamo in SAR Libica e che la segnalazione di frontex via radio arriva a tutti, compresa alla so called Libyan GC. Siamo, quasi, poco convinti… in questi giorni le segnalazioni sono state numerose, ma alla fine qualcosa ci ha sottratto al soccorso: un’altra barca della civil fleet nella migliore delle situazioni, un naufragio o una cattura da parte di GC tunisine o libiche, nelle altre. Nel frattempo arriva la comunicazione via VHF anche da SB, aereo che fa parte della flotta civile. Ci conferma le informazioni di E1, ma aggiunge che i libici si stanno dirigendo veloci verso quella direzione e che sono armati fino ai denti. Lascio che questa informazione mi scivoli addosso, come molte di quelle che arriveranno nelle ore che seguono: giusto parole, una dopo l’altra, che non si aggrappano al cervello. Non trattengo, non “processo”, non registro. Quanto di più tipico durante un’azione d’urgenza. Mi ci soffermerò dopo, ad operazione finita, lo farò nei prossimi giorni. Una certezza: chi presta soccorso, non è e non deve essere armato, se non di forza, coraggio, speranza, desiderio, cura e molto altro. Ma no, nella lista le armi non sono previste.  Ci dirigiamo e continuiamo la corsa.  Poi, li avvistiamo e ci facciamo riconoscere. L’immagine che si profila e che appare poco a poco più netta, mi sembra quella tipica di un soccorso, come se ne vedono molte: le persone sono a bordo di un gommone mezzo sgonfio, sovraffollato. Sono dentro e a cavalcioni di questa cosa che galleggia. Ovunque persone: sui lati, all’interno. Piedi nudi,  gambe sospese nel vuoto.  Niente di rosso ci appare: nessun gilet di salvataggio, solo qualche pneumatico nero attorno alle braccia di quelli che sono più esterni, seduti sui bordi.  Facciamo segno, ci riconoscono, esultano. L’accoglienza che ci riservano, le benedizioni che ci inviano è bella ma pericolosa: il loro equilibrio è talmente precario che in un attimo lacosachegalleggia potrebbe capovolgersi. Li invitiamo alla calma. Con le parole, coi gesti.  Le procedure standard, su cui siamo formati, prevederebbero di mettere in mare il nostro RHIB. Ma la corsa contro il tempo non lo consente e quindi ci limitiamo ad avvicinarci e a comunicare in modo chiaro e forte chi siamo, che li porteremo a bordo e come lo faremo. Il resto non so spiegarlo. Come un film al rallentatore,  una serie di gesti che si incollano un pezzo alla volta. Noi dell’equipaggio funzioniamo come un corpo a cui la testa ha dato i comandi. Io a prua e un’altra persona a poppa dobbiamo lanciare una cima che le persone a bordo di quella cosa sgonfia dovranno tenere, dall’inizio alla fine, senza mai lasciarla. Due persone devono stare all’interno, per accogliere chi entrerà a bordo, due alla porta d’ingresso per farle passare dalla zattera alla nostra nave, primo porto sicuro. Il capitano al comando di questa manovra.  Iniziamo e da questo momento fino al termine dell’operazione sono concentrata su quello che devo fare senza avere una completa visibilità su quello che i miei compagni compiono. Eppure siamo coordinati. Scoprirò alla fine che per far salire a bordo tutte le 71 persone, ci abbiamo messo soltanto 26 minuti. Lancio loro la cima. Non ricordo se sono la prima a farlo o il mio compagno a poppa. Reportage e inchieste/In mare SILENCE FINI Il racconto di una navigazione a bordo del veliero Nadir Roberta Derosas 27 Novembre 2025 Lancio e la prendono, la afferrano, la stringono. Se potessero, mi sembra che se la legherebbe attorno. Dall’altro lato è uguale. Il gommone nero si attacca alla chiglia della nostra N. Le braccia si tendono. La maggior parte delle persone è adulta: dalla posizione in cui mi trovo, mi ricordano i miei figli quando da piccoli mi tendevano le braccia. Vedo i visi, gli occhi, gli sguardi.  E ancora le braccia tese.  Si appendono alle cime, cercano di arrampicarsi, mentre gridiamo per farci sentire: è pericoloso quello che che accade. Il loro barcone ondeggia mentre sono tutti in piedi nel suo ventre sgonfio e bagnato. Grida di paura, grida di ordine, di comando, di indicazioni, di pretese e richieste di essere accolti per primi.  Sollevano i bambini, vogliono passarceli, salvarli. D’istinto ne prendo uno che qualcuno mi passa.  Penso a quella celebre frase che ricorda che nessun genitore affronterebbe quel viaggio se avesse un’altra scelta. Nessuno metterebbe in mare i propri figli dandoli in pasto alla morte, prima del tempo.  Comincia il trasbordo: cerchiamo di far passare prima le donne e i bambini. Ma non sempre è possibile. le persone si pressano, accalcano: la paura di non farcela li rende aggressivi tra loro all’inizio. Uno, due, tre, quattro… “mantenete la calma, salirete a bordo tutti”.  Cinque, sei, sette, otto…  “Non lasciate le cime”  Nove, dieci, undici e ancora, ancora, ancora, uno di più, senza smettere, senza pace né tregua, correndo per portarli tutti a bordo.  E mentre alcuni salgono, altri aspettano il loro turno, chi con calma, chi con ansia, mentre li rassicuriamo. A gesti e a parole.  Un ragazzo di fronte a me, un minore che viaggia da solo. Mi guarda e mantengo il contatto con lo sguardo, gli sorrido, lo rassicura. Potrebbe avere l’età di mia figlia. Tra i 16 e i 17 anni. Lei è al caldo, a quest’ora è a scuola. Le persone salgono a bordo e io indico agli uomini che salgono sul ponte dove sedersi a prua. Le donne e i bambini all’interno. Il gommone nero si svuota. Ne restano a bordo tre, due, uno. Nessuno.  Sono tutti qui ora nella nostra barca.  Tutti al sicuro.  La procedura prevede mail e chiamate, compreso la MRCC libica. Tocca a me, fa parte delle mie funzioni a bordo. Al primo e secondo numero non risponde nessuno. Al terzo, mi rispondono. “No english, only arabic”. Ripeto e provo anche in francese. La risposta è la stessa. Silenzio. Riagganciano. Da MRCC Malta non risponde nessuno. Solo una segreteria telefonica. Da Roma invece qualcuno all’altro capo del filo. L’ufficiale di servizio conferma di aver ricevuto la mail. Sudo. Questa è la parte che mi fa più timore, eppure ho sempre l’appoggio del capitano. Ma basta una mail mandata al momento sbagliato, una parola non precisa che si rischia l’arresto delle operazioni da parte delle autorità. Nel frattempo, la N si trasforma: non esiste uno spazio vuoto. Le nostre cabine sono piene di oggetti. Altrove, persone ovunque.  E poi odore di urina, di escrementi, di paura, di mare bagnato.  Gente che vomita ovunque.  Le persone sono fradice: di viaggio, di fatica, di anni di lotta ed erranza. Se mi chiedessero quale odore associo alla migrazione di chi arriva dall’Africa attraverso il mare, è questo. Lo stesso che ho sentito ai moli durante gli approdi.  Cominciamo ad aiutare le donne a lavarsi, a mettere vestiti asciutti. Ancora una volta: una, due, tre, quattro…. Ci vuole qualche ora perché siano tutte coi vestiti asciutti. I sacchi si riempiono di panni bagnati pieni di vomito, urina, dolore.  Siamo in tre donne a prenderci cura di loro. Le aiutiamo a lavarsi, a passare il sapone su schiene, seni, ventri che hanno cicatrici di colpi e smagliature dei parti. Corpi nudi, indifesi. A cui cerchiamo di restituire ciò che mi sembra sia stato tolto per anni. Non smetto di pensare a come mi sentirei se una sconosciuta mi guardasse nuda. Cerco di essere discreta, a me non piacerebbe. Credo vorrei solo chiudermi da qualche parte lontano da tutto. Chiediamo loro se vogliano essere aiutate. Nessuna rifiuta. Metto tenerezza in quel gesto, la stessa cura che userei verso i miei figli, verso me stessa, verso chi conosco e amo. Alcune parlano, altre distolgono lo sguardo, altre ancora raccontano la loro storia. Una donna nigeriana mi dice che è rimasta in Libia oltre un anno dopo aver restituito il debito alla madam. “Ho continuato a lavorare per conto mio, mi sono pagata il viaggio”. Ha una grossa ferita sul seno. Mi dice che le è esplosa una bombola di gas addosso mentre cucinava. Non faccio domande, ascolto chi ha voglia di raccontare. Osservo i corpi, in silenzio: i lividi, le cicatrici, le scarificazioni, la forma, le macchie; Siamo tutti sfiancati:  le persone a bordo sono stanche, gli ospiti si addormentano, adattando i corpi ai posti disponibili. Noi ci diamo i turni per avere qualche ora di riposo. Il ponte è dorato dalle coperte termiche; fa lo stesso rumore della carta di una caramella. Solo che le caramelle qui sono persone. 49 uomini. Dentro 26 donne. 5 bambini, tra cui una neonata di soli 21 giorni, che una madre sfinita allatta senza sosta ad ogni risveglio. Per fortuna, non ricorderà nulla di questa notte senza fine.  Avrà memoria degli anni che arriveranno, delle procedure, dei centri, dei cambiamenti di case e paesi. Forse.  Ma non dei 26 minuti di questo soccorso. 1. Nadir è un veliero che svolge operazioni di search and rescue nel Mediterraneo e fa parte della Civil Fleet ↩︎