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Il Paese che non si guarda allo specchio
Italia, anno 2025. Tra le magrissime misure di sostegno al lavoro di cura che fa girare il mondo e permette al capitale di continuare a fare profitti, la manovra di bilancio del governo Meloni rilancia un “bonus mamme”: una prestazione che mira a offrire qualche spicciolo alle lavoratrici – o piuttosto alle lavoratrici che hanno anche un lavoro remunerato fuori casa – con due o più figliɜ. Per un paradosso che è tale solo in apparenza – benvenutɜ nel capitalismo razziale e patriarcale! – sono escluse dalla misura le lavoratrici domestiche, alle quali peraltro non spetta quasi nessuna delle prestazioni e delle tutele legali connesse alla genitorialità. In larga parte migranti e razzializzate, le lavoratrici domestiche che si prendono cura delle famiglie altrui restano così escluse dalle poche forme di protezione e riconoscimento del lavoro di cura nei confronti dei propri affetti. Dentro lo stesso orizzonte normativo in cui la matrice razzista e eteronormativa del diritto si incontrano, le relazioni di cura e di affetto delle persone lgbtgia+ mancano crudelmente di riconoscimento non solo o non tanto simbolico ma anche e soprattutto materiale. Se la legge sulle unioni civili ha permesso a qualche persona gay e lesbica di accedere a un minimo di tutela di una delle loro relazioni di cura e affetto (pensiamo ad esempio ai congedi sul lavoro per assistere l* coniuge), restano privi di diritti gli altri rapporti che moltɜ di noi intrattengono con altrɜ adultɜ (amichɜ, amantɜ, “ex”, etc.) e bambinɜ. > Ma questa assenza di riconoscimento materiale e di protezione legale delle > relazioni di cura, affetto e solidarietà non riguarda soltanto le persone > lgbtgia+. Anche le costellazioni relazionali delle persone etero eccedono > ampiamente il modello della coppia coniugale e della famiglia nucleare. Al tempo stesso le oppressioni riproduttive vissute in Italia dalle persone – etero o no – razzializzate e/o sottoposte al sistema delle frontiere e dei documenti e alla negazione della cittadinanza sono enormi: l’esclusione delle lavoratrici domestiche dalla protezione della maternità non ne è che un esempio. Questo stato di cose è radicato non solo nel diritto di famiglia, ma anche in quello del lavoro, del welfare e dell’immigrazione. In questi ambiti viene assunto come norma un modello di famiglia nucleare, eterosessuale, bianca e cittadina, e l’intero impianto è costruito affinché onori e, soprattutto, oneri del lavoro di cura ricadano sui coniugi o su l* genitore (preferibilmente assegnatɜ donna), chiamatɜ a svolgerlo gratuitamente, senza protestare e/o delegandolo a lavoratrici sottopagate, a loro volta private di diritti relazionali e riproduttivi. Le norme su immigrazione e cittadinanza, inoltre, non garantiscono alle famiglie delle persone prive di cittadinanza italiana gli stessi diritti riconosciuti ad altre; e la cura o la solidarietà tra non parenti, quando coinvolgono persone che non hanno i “documenti giusti”, sono talvolta persino oggetto di criminalizzazione. Lo stesso vale per le sex worker, le cui relazioni di cura, affetto e solidarietà possono essere criminalizzate sulla base della legge Merlin. Un simile assetto va trasformato radicalmente, a partire da un’idea di giustizia relazionale e riproduttiva queer e antirazzista. Non soltanto perché produce discriminazioni, ma perché perpetua lo sfruttamento del lavoro delle donne – soprattutto razzializzate – dentro e fuori casa, alimentando isolamento sociale, esaurimento e impoverimento di genitori, figliɜ, amicɜ e amanti che si fanno carico della cura delle proprie persone care, con effetti che ricadono sull’intera società. È per agire su questo stato di cose che è nato il Tavolo dei Legami queer nell’ambito degli Stati GenDerali Lgbtqia+ & disabilità, una rete di collettivi, associazioni e singole nata dalle mobilitazioni sul ddl Zan (2021). Agire sul diritto può sembrare un’attività poco rivoluzionaria. Ma ciò che stiamo cercando di fare è una proposta di riforma totale, radicale e radicalmente queer del diritto di famiglia, del lavoro e del welfare. Siamo in grado di immaginare – anche giuridicamente – un mondo in cui il matrimonio è solo una delle forme possibili per stabilire parentele e organizzare il lavoro di cura? Un mondo in cui si possono avere più di due genitori, in cui ci si può assentare dal lavoro (remuneratɜ!) per occuparsi di una persona cara, chiunque essa sia, in cui si può invecchiare inventando nuove parentele? Un mondo in cui il sistema delle frontiere e della cittadinanza smettano di ostacolare gli affetti (oltre che le vite in generale) delle persone che non hanno i documenti giusti? Per iniziare a concepire questa trasformazione abbiamo cominciato a mappare tutto ciò che, nelle leggi e nelle politiche italiane, incentiva, privilegia o impone un’organizzazione materiale della cura e degli affetti centrata sulla famiglia nucleare e sulla coppia. Abbiamo poi provato a immaginare che cosa dovrebbe cambiare affinché possano prosperare altre forme di parentela e di condivisione della cura non fondate né sul sangue né sulla coppia – forme che, del resto, esistono già nelle nostre vite. Il risultato provvisorio di questo lavoro di ricerca e riflessione in fieri è riassunto in un opuscolo che mettiamo a disposizione di chiunque voglia informarsi o partecipare in modi da immaginare alla riflessione su questi temi (lo potete scaricare cliccando qui). Gran parte dei materiali raccolti è stata assemblata nel giugno 2024, durante un seminario di approfondimento organizzato a Milano presso la realtà autogestita S.M.S. (Spazio Mutuo Soccorso). > Le nostre vite queer ci fanno avvertire con forza l’urgenza di queste > rivendicazioni. Crediamo però che la lotta per ottenerle coinvolga anche > persone non queer, che – come noi – hanno bisogno di nuove forme giuridiche e > di nuove reti di solidarietà per sostenere relazioni di cura e affetto > plurali, sempre più lontane dall’unico modello oggi tutelato dalla > giurisprudenza italiana. Costruire una piattaforma ampia e intersezionale sui legami d’affetto, sul lavoro di cura e sulla riproduzione sociale apre infatti la strada a una lotta materialista, non identitaria, ma non per questo neutra. Non rivendichiamo il riconoscimento di questa o quella identità o modalità di relazione, né di una specifica forma di famiglia; rivendichiamo una trasformazione delle condizioni materiali del lavoro di cura: un lavoro storicamente devalorizzato e tuttavia indispensabile alla vita, che il capitale continua a mettere a profitto riducendolo a lavoro gratuito o sottopagato. Per informazioni sul lavoro del tavolo legamiqueer@bastardi.net La copertina è di Edoardo Felici (Pride Monterotondo 2025) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il Paese che non si guarda allo specchio proviene da DINAMOpress.
March 19, 2026
DINAMOpress
A Prato non c’è spazio per i fascisti di Remigrazione e Riconquista
Dopo quattro anni il blocco della destra di governo si ritrova a gestire una sua prima fuga a destra all’indomani del referendum sulla giustizia, o meglio, per il controllo dell’esecutivo sulla magistratura. Il passaggio di esponenti di Lega e FdI alla nuova creatura politica di Roberto Vannacci, Futuro Nazionale, rappresenta il sintomo più attenzionato della ristrutturazione interna alla maggioranza Meloni; ma la politica non è solo cronaca di palazzo: per quanto significativa l’apertura di un’opzione sfacciatamente zemmouriana all’interno della competizione elettorale, il dissenso che più preoccupa arriva dall’esterno della competizione partitica. Infatti, il governo Meloni indaffarato sul referendum da «depoliticizzare» davanti al pericolo sconfitta, è tamponato dai gruppi della destra extra-parlamentare traditi dall’ operato del governo sull’immigrazione, accusato della non difesa dell’identità italiana e della razza latina. Con il dibattito pubblico spianato da un decennio e più di razzismo istituzionale di destre e sinistre di governo, Casapound, Rete dei Patrioti, Veneto fronte skinhead, e Brescia ai Bresciani lanciano la sfida da destra al governo con il referendum per la legge di iniziativa popolare sulle politiche di espulsione degli stranieri. Nel farlo la destra extra-parlamentare alza la posta: non più fermo dell’immigrazione ma «remigrazione», termine gentile per promuovere la deportazione delle persone straniere. Il termine remigrazione, da cui prende il nome il comitato promotore del referendum “Remigrazione e Riconquista”, è mutuato dal vocabolario delle destre radicali europee che hanno al cuore dei propri programmi politici ideologie identitarie. Qualche avvisaglia di penetrazione di termine e tematiche in Italia si è avuta con i convegni internazionali dello scorso anno a Gallarate e Livorno, a cui hanno partecipato anche esponenti politici di Fratelli d’Italia e Lega. Il mezzo attraverso cui sdoganare nazionalismo identitario e comunitarismo – ideologie da cui nasce remigrazione – nel discorso politico è la metapolitica, intesa dall’ideologo della nuova destra francese Alain De Benoist come «formazione di un atteggiamento spirituale, diffusione di una visione del mondo e trasformazione delle mentalità collettive», necessaria per fondare le basi di un’egemonia politica identitaria attraverso la quale avanzare la propria guerra di posizione ideologica e culturale. Il metodo per raggiungere l’egemonia politica da destra avanzato da De Benoist è accolto da molti gruppi identitari della destra italiana extra-parlamentare neofascista – che sono stati e sono ancora oggi campo di formazione di quadri politici dei partiti della destra di governo – alla ricerca di quello che lo studioso Massimiliano Capra Casadio definisce un «veicolo di penetrazione a livello culturale al fine d’influenzare il panorama politico e magari occuparne alcuni spazi, o come metodologia d’intervento per capovolgere i paradigmi culturali ritenuti dominanti». PERCHÉ PRATO È UN SIMBOLO Tra i gruppi ad aver adottato la prassi come fondativa c’è il gruppo neofascista pratese Etruria 14, tra i promotori della campagna sul referendum per la deportazione degli stranieri. Parte del network diffuso di associazioni neofasciste non del tutto organiche ad aree neofasciste nazionali, l’associazione culturale è stata tra le promotrici della giornata di mobilitazione nazionale del comitato Remigrazione e Riconquista a Prato. Il capoluogo della piana è stato individuato dal comitato come «città simbolo dell’immigrazione di origine cinese e che ha visto negli anni una progressiva trasformazione in Chinatown del centro Italia» che si sostiene su «un sistema di “nuovi schiavi della moda” che tutti giustamente condannano quando riferito all’import dal sud-est asiatico, ma che viene ignorato quando capita in quella che dovrebbe essere casa nostra». Un dettaglio non secondario della narrazione è il recupero delle tematiche care alla destra sociale, con la proposta politica corporativa di una «rinnovata alleanza italiana, tra imprenditori che non riescono più a contrastare la concorrenza al ribasso della Cina e lavoratori che non vogliono accontentarsi di pietire lavori in nero e salari da fame dai nuovi padroni cinesi». È qui palese l’appropriazione del campo della destra sociale ormai abbandonato dai suoi alfieri missini e acquisito come proprio dalle frange delle destre extra-istituzionali. A dare corpo alle tesi è la riproposizione dello schematismo becero della guerra tra poveri incentivata dall’immigrazione incontrollata e la sostituzione etnica promossa da supposti agenti esterni con l’ausilio dei governi progressisti. Entrambe le ipotesi sono individuate come cause della deriva depressione morale ed economica della nazione dai fascisti della destra extra-parlamentare. > Proclami dietro i quali si nascono dettagli più che sostanziali. Individuare > in Prato la sede della manifestazione nazionale identitaria è un attacco > diretto a quella classe lavoratrice multinazionale che sostiene con i propri > corpi il sistema del made in Italy e il primato di capitale europea del > tessile; farlo nel momento storico in cui questa classe operaia multinazionale > alza la testa per rivendicare i propri diritti, è un attacco sfacciatamente > fascista ai diritti conquistati dalla classe. Per di più la convocazione del raduno squadrista nella giornata del 7 marzo è un maldestro tentativo di riscrivere la storia antifascista della città, che nello stesso giorno del 1944 pagò con la deportazione di 133 operai scesi in sciopero generale il prezzo della propria libertà di disobbedire al fascismo e all’economia di guerra. I fascisti a questo giro hanno fatto male i conti: non bastano quattro tricolori e un discorso sbandierato a favore di media a far sbiadire l’orgoglio di una classe libera, operaia, antifascista. IL PROTAGONISMO DELLA CLASSE OPERAIA MULTINAZIONALE A prendere le redini dell’iniziativa è la classe operaia multinazionale stessa con il sindacato SUDD Cobas, Comitato 25 Aprile, e Collettivo di Fabbrica – lavoratori GKN, che hanno lanciato la mobilitazione antifascista nell’ambito di un’assemblea aperta. Ai margini si è mossa la mobilitazione dall’alto di partiti, sindacalismo confederale, e associazioni, che hanno fatto vani appelli istituzionali per l’annullamento della manifestazione neofascista. La coalizione sociale della classe operaia multinazionale e comitati antifascisti è promotrice di una mobilitazione diffusa. Centrale la rivendicazione del diritto a disobbedire a un apparato legislativo silente davanti allo sfruttamento padronale e dormiente negli sportelli per il rilascio dei permessi di soggiorno; l’orgoglio del proprio antifascismo di classe, mai domo davanti alle violenze squadriste nei picchetti ai cancelli delle fabbriche per ottenere la giornata lavorativa di otto ore nonostante i tentativi di criminalizzare lotte e dissenso dei vari decreti sicurezza, e, non da ultimo, del ddl antisemitismo. Rivendicazioni da cui emerge la chiarezza di chiamare la remigrazione per quella che è: deportazione di lavoratrici e lavoratori, proprio come successe quel 7 marzo 1944. Che questo sia un nuovo pezzo dell’attacco di oligarchi e governi fascisti dell’occidente alla classe operaia è cosa ormai nota, tanto da bastare a chiarire quanto vadano di pari passo svuotamento dello Stato di diritto dall’interno delle istituzioni e legittimazione politica dei gruppi neofascisti. > Di convesso, l’antifascismo istituzionale si è limitato a esprimere le proprie > preoccupazioni sulla tenuta della democratica e la difesa della Costituzione, > dimenticando nei propri proclami la volontà di esponenti del centrosinistra a > sostegno di Giani di aprire un CPR nella regione. Infuocati a parole i proclami di destra e sinistra istituzionale a ridosso della giornata del 7 marzo, sedati solo dalla comunicazione del commissario prefettizio – subentrato alla ex sindaca in quota PD Bugetti per accuse di corruzione – di autorizzare i presidi statici del comitato neofascista, della coalizione partitico-sindacale di centrosinistra, e di classe operaia multinazionale. Un contentino per accontentare tutti, per sedare eventuali battibecchi a ridosso di una campagna elettorale comunale nata già polarizzata. Sono le parole del comitato Remigrazione e Riconquista a riaccendere il dibattito, con l’accusa di negazione del diritto a manifestare da parte della «mafia antifascista», termine che va a definire sindacati e il tessuto socio-culturale toscano in cui resta forte l’identità antifascista della resistenza, a fronte della non autorizzazione del corteo da parte della Questura. * * La costruzione della mobilitazione antifascista dal basso passa anche per le risposte alle intimidazioni di istituzioni e destra locale occorse nella settimana, tutte sul fronte studentesco. È la studentessa Haji segnalata ai servizi sociali per aver partecipato alla protesta degli operai de L’Alba davanti a un negozio di Patrizia Pepe – di cui lo stabilimento pratese è fornitore – a Firenze. Alla minaccia segue la straordinaria mobilitazione cittadina. L’assemblea pubblica tenuta in una gremita piazza Santo Spirito sottratta per un pomeriggio ai turisti, vede la partecipazione di studenti, operai e solidali da tutta la piana fiorentina, uniti lì per ribadire che la partecipazione politica non è un reato. A soffiare sul fuoco ci pensa il leghista locale Claudiu Stansel, di origine rumena e sostenitore del comitato Remigrazione e Riconquista, che ha montato una polemica per un volantino distribuito presso le scuole cittadine dov’è definito «un fatto che considero estremamente grave» l’uso del termine antifascista. PER UN ANTIFASCISMO DI CLASSE E RADICALE È in questo clima che si giunge all’indomani di sabato 7 marzo. Il sindacato SUDD Cobas alza la posta indicendo uno sciopero generale del distretto pratese per la giornata del 6 marzo, a riprova che la memoria dell’antifascismo vive nella classe operaia che ne pratica i valori. Il successo dello sciopero è confermato dalla capillarità del lavoro politico nelle fabbriche della «zona economica speciale» di fatto del macrolotto, dove il sistema del chiudi e riapri fa le fortune dei marchi del made in Italy. La pratica del blocco non si ferma a produzione e circolazione delle merci, ma diventa strumento di contestazione politica dei gruppi neofascisti. La conferenza stampa indetta dal SUDD Cobas in piazza Europa afferma che dove istituzioni e coalizioni partitico-associazionistiche chiuse nei giochi di palazzo non arrivano, c’è il protagonismo della classe operaia multinazionale ad affermare l’essenza operaia e antifascista del territorio. > Lo sciopero da diffuso diventa presidio operaio-cittadino permanente per > togliere con i propri corpi il terreno sotto i piedi ai gruppi neofascisti che > vogliono «deportare il 25% dei cittadini di questa città». Nelle ore che si > susseguono il presidio si riempie di solidali e operai che accorrono al > presidio lasciando immediatamente il lavoro. Le tende e i gazebo piantati in piazza Europa, ribattezzata in piazza Europa Antifascista, ospitano durante la giornata i momenti dell’iftar comunitario e l’assemblea serale. Qui emerge il filo rosso che lega la storia degli operai scesi in sciopero generale contro l’occupazione nazifascista nel 1944 e la classe operaia multinazionale di oggi. A ricordarlo è il sindacalista dei SUDD Cobas Luca Toscano: «l’unico blocco possibile al fascismo, come ottanta anni fa, viene dai lavoratori e lavoratrici» in uno dei tanti interventi tradotti in simultanea in urdu. Dal Comitato 25 Aprile arriva un monito affinché «non possiamo ritenerci libere e liberi se non combattiamo, se non lottiamo per conservare questa libertà». La notte passa tranquilla nella fredda piazza Europa Antifascista grazie all’organizzazione di operai e solidali alternatisi in turni notturni per respingere eventuali attacchi dai fascisti accorsi da tutt’Italia. Dalle prime luci dell’alba il presidio ricomincia a essere crocevia di solidali. C’è chi porta caffè e cornetti, altri si fermano solo per due chiacchiere o per curiosità prima di andare alla commemorazione istituzionale per i 133 operai antifascisti deportati nella vicina piazza delle Carceri. Con poche ore di sonno alle spalle il presidio diventa doppio: è più che mai urgente impedire che il presidio neofascista si tenga in piazza Europa Antifascista, così com’è altrettanto necessario tenere la propria presenza fin dalle prime ore del giorno in piazza Duomo, dove il sindacato SUDD Cobas, Collettivo di Fabbrica – lavoratori GKN, e Comitato 25 Aprile, hanno indetto il presidio antifascista per il pomeriggio. I due luoghi sono altrettanto sensibili data la loro vicinanza alle principali stazioni ferroviarie. * * * * La mattinata prosegue tra il possibile sgombero del presidio di piazza Europa Antifascista e l’andirivieni di un ingente dispositivo di polizia per tutto il centro cittadino, ma l’orgoglio della classe operaia multinazionale non è soggetto a queste intimidazioni: l’urgenza di affermare il principio politico dà forza ai manifestanti. Dal presidio arrivano le prime notizie di quel che si sta raccontando sui media. Nelle piazze si ride scrollando sulle pagine instagram della stampa locale che racconta di momenti di “alta tensione” mai visti. Sulle scale della cattedrale di Santo Stefano i manifestanti leggono sulle pagine del comitato Remigrazione e Riconquista di essere parte di una rete di «poteri forti della Regione Toscana: dal presidente Eugenio Giani al vescovo di Prato, passando per ARCI, ANPI, CGIL e un pittoresco gruppo di campeggiatori “Cobas”, che hanno reclutato qualche immigrato probabilmente del tutto inconsapevole delle ragioni della scampagnata», tesi poi ripresa dal leghista Claudio Stanasel sulle pagine di Welcome to Prato – spin-off di Welcome to Favelas – «Le piazze appartengono a tutti i cittadini, non a chi prova ad appropriarsene per zittire chi la pensa diversamente. La democrazia non è una proprietà privata della sinistra. È il diritto di tutti di parlare, manifestare ed esprimersi nel rispetto delle regole.» Nella tragedia delle menzogne di social e media ci pensa l’influencer locale Zhang Keren con i suoi video a riportare l’allegria nella piazza. VECCHIE PRATICHE PER FRONTEGGIARE IL FASCISMO CONTEMPORANEO A fine mattinata arriva al presidio la notizia della prima vittoria: il presidio neofascista non si terrà né in piazza Europa, né nel centro città. A comunicarlo sono i sindacalisti del SUDD Cobas al megafono «Abbiamo una buona notizia: i fascisti oggi qui non verranno». Questa non è una semplice notizia, è l’affermazione del principio per cui le manifestazioni dei fascisti non vanno solo contestate ma impedite con l’occupazione fisiche degli spazi, con costanza e radicalità del lavoro politico; ed allo stesso tempo rottura con la pratica di un antifascismo istituzionale troppo impegnato a discostarsi moralmente con i fascisti, mentre legge dopo legge toglie agibilità politica alla classe operaia multinazionale. È dallo stesso presidio di piazza Europa Antifascista che si ribadisce il principio, espresso con riferimento alle accuse di giornalisti e classe politica locale che hanno domandato agli operai «ma la libertà degli altri a manifestare?» a cui è seguita l’unica risposta possibile da parte del sindacato SUDD Cobas: «Non esiste nessuna libertà di deportare le persone, perché fra la libertà dei fascisti di fare le deportazioni e la libertà di qualsiasi essere umano di vivere una vita degna noi sceglieremo sempre la seconda! E la difenderemo!» La seconda vittoria sta nella partecipazione alla mobilitazione. Dal camion si susseguono gli interventi di più realtà tutte unite da ideali e pratica quotidiana di un antifascismo diffuso. Interviene anche il Collettivo di Fabbrica – lavoratori GKN ribadendo il dato qualitativo, fondamentale per leggere la composizione sociale e politica della classe operaia multinazionale che nelle lotte del presente ritrova la propria storia: «più di uno di noi forse si stupisce del fatto che un operaio del distretto tessile che non è di origine italiana, che non è nato in questo paese, consideri la manifestazione fascista del 7 marzo un insulto alla propria storia, come se esistesse una storia della classe operaia italiana e una storia della classe operaia degli altri paesi. E invece no: esiste un’unica storia della classe. Il 7 marzo 1944 è la storia di chi oggi attraversa il distretto tessile con le proprie lotte, la storia della classe la fa la classe che lotta contro lo sfruttamento. E l’unica classe che non ha storia è la classe che rinuncia a lottare indipendentemente dal paese dov’è nata.» Mentre continua a essere scandito a piena voce il leitmotiv ininterrotto dal mattino precedente «Prato libera!», non si risparmiano le critiche a chi ha fatto «ironia sui 150 del SUDD Cobas – come se 150 fossero pochi – che hanno occupato da ieri sera piazza europea: il problema non è chi è che ha avuto la necessità di occupare quella piazza, il problema è dov’erano gli altri?!». Il riferimento è anche alla manifestazione del centrosinistra di piazza delle Carceri, dove si è svolto lo stantio ripetersi di interventi sulla difesa della Costituzione e i valori dell’antifascismo storico alla presenza del presidente della Regione Eugenio Giani, membri di spicco del centrosinistra regionale e locale, e sindacati confederali. Intervistato sulla manifestazione Giani ha dichiarato «Come faremmo noi oggi in Toscana senza quel 15% di persone che sono residenti ma non cittadini e che animano le nostre attività produttive, i nostri luoghi di lavoro, di formazione, di studio.», confermando il mero economicismo su cui si fonda il suo antirazzismo. Smorzati gli attriti tra le due piazze quando i manifestanti partiti da piazza Duomo sotto il ritmo dei tamburi della Brigata sonora GKN e diretti in piazza Europa Antifascista hanno incontrato il presidio istituzionale in piazza delle Carceri. Dall’altra parte della città, in una piazza Ciardi blindata dalle forze dell’ordine per garantire ai neofascisti per le deportazioni il proprio diritto di manifestare, i leader di Casapound e Veneto fronte skinhead alternano gli strali contro l’immigrazione incontrollata che porta degrado nelle città italiane al piagnisteo di chi aveva promesso di prendersi le piazze a tutti i costi e s’è ritrovato espulso dalla mobilitazione antifascista. Risultano ridicole le dichiarazioni sui social in cui si afferma che «Solo grazie al nostro senso di responsabilità non si sono creati disordini, ma ovviamente per colpa di queste connivenze e prevaricazioni tantissime persone hanno rinunciato a partecipare alla nostra manifestazione» alternate a dichiarazioni di vittoria contro «la mafia anti-fascista e imposto la Remigrazione come tematica politica anche nella “rossa” Toscana.». Che quella dei fascisti sia stata una sconfitta è ineccepibile. Far fede alle immagini della piazza piena è cadere nell’inganno ottico delle prospettive di chi riempie l’obiettivo giocando sul distanziamento sociale e fa lunghi cortei disponendosi in file di sette a distanza di minimo due metri l’una dall’altra. La giornata si è chiusa con l’iftar comunitario e un momento di convivialità. I sorrisi nella piazza hanno fatto da cornice ai cori della classe operaia multinazionale libera, operaia, antifascista. Nel poco spazio concesso al silenzio operai e solidali hanno confermato il proprio orgoglio di parte, ripromettendosi che non c’è dispositivo legale o provocazione fascista capace di farle piegare la testa. Nemmeno le pretestuose provocazioni classiste a mezzo stampa del giorno dopo da parte dei fascisti «se facevamo cinquanta chiamate a Glovo piazza Europa si sarebbe svuotata» sono bastate a piegare l’orgoglio dei rider che in piazza Europa Antifascista c’erano ma non avrebbero mai risposto alla chiamata «Perché quel giorno eravamo tutti in sciopero. Per prendervi la piazza e farvi capire che a Prato non passerete mai.» Dalle giornate di Prato emerge una pratica di convergenza che fa dell’antifascismo di classe lo strumento per delegittimare alla base le retoriche identitarie promosse dai fascisti col benestare dei padroni. La copertina e le immagini nell’articolo sono di Luca Mangiacotti SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo A Prato non c’è spazio per i fascisti di Remigrazione e Riconquista proviene da DINAMOpress.
March 19, 2026
DINAMOpress
L’isola di Epstein, ovvero il tecno-capitalismo predatore (I)
L’isola di Epstein, ovvero il tecno-capitalismo predatore (I) Perché tecnocrati, eugenisti, faccendieri e servizi segreti si servono di un predatore sessuale come Epstein? Perché le nuove recinzioni (di risorse naturali e di facoltà umane) hanno sempre un corrispettivo nella violenza sul corpo delle donne e dei bambini? Cosa aggiunge, alle nefandezze coloniali (e sessiste) accumulatesi nella storia, la smisurata potenza tecnologica di cui godono oggi i dominatori? Il motivo per cui gran parte dei “movimenti” si tiene accuratamente lontana dal castello degli orrori legato al “caso Epstein” non è misterioso. La materia non appare solo mostruosa in sé, ma anche ricettacolo di spiegazioni mostruose. Quei “files” sembrano la conferma oggettiva delle più “deliranti” teorie della cospirazione; più prosaicamente, essi rappresentano un concentrato di tutte le perversioni che le classi popolari, dal Medioevo ad oggi, hanno sempre attribuito ai ricchi (cannibalismo compreso). Il punto è che tale putrida materia non è un’isola, bensì un tratto distintivo dell’epoca; la sua interpretazione è quindi parte integrante della lotta di classe, cioè una battaglia sulle opposte direzioni che possono prendere il disgusto e la rabbia. Per questo è fuorviante entrare troppo nei dettagli che man mano emergono da quei milioni di documenti. Ciò che serve è una griglia interpretativa. Ed è quello che ci proponiamo di abbozzare con queste note. Una seconda parte che uscirà prossimamente conterrà invece dei riferimenti più specifici e puntuali ai “files”. Facciamo un parallelo con Gaza (parallelo tutt’altro che arbitrario, come vedremo). Per comprendere il genocidio del popolo palestinese non serve a molto sprofondare nelle quotidiane cronache dell’orrore; né aiuta granché conoscere il nome dei presidenti israeliani o le date esatte del “conflitto israelo-palestinese”. Bisogna capire cos’è un colonialismo d’insediamento, la cui violenza – come ha acutamente riassunto lo storico Patrick Wolfe – non è un evento, bensì una struttura. Qualcosa di analogo vale per quella che Marx ha chiamato «accumulazione originaria del capitale». Come hanno spiegato Silvia Federici, Maria Mies, Veronika Bennholdt-Thomsen e altre femministe, quell’accumulazione non è un lontano evento storico, bensì una struttura che si rinnova di continuo, e che riattualizza la sua brutalità originaria soprattutto nei periodi di profonda ristrutturazione. Per capirlo è necessario liberarsi di una zavorra: la concezione lineare-progressiva del tempo storico. Lo sviluppo tecnologico non supera affatto la barbarie del passato, bensì la disloca nello spazio e la equipaggia di nuova potenza. Dentro questa dinamica strutturale, vediamo tornare armati di tutto punto i caratteri salienti che hanno presieduto alla nascita del capitalismo: violenza coloniale, recinzione delle terre, distruzione dei beni comuni, sviluppo della Scienza, attacco ai saperi medici popolari, soggiogamento delle donne e caccia alle streghe. Le nuove enclosures non si riferiscono solo alle terre (dal land grabbing in Africa alle distese di campi transgenici in Ucraina), ma riguardano ormai i cicli vitali stessi della natura (dalla produzione di sementi sterili alla biologia di sintesi) e le facoltà della specie umana (sottoposta a una gigantesca disaccumulazione di saperi e capacità prodotti in milioni di anni); i commons sotto attacco non attengono solo ai rapporti comunitari, ma alla rigenerazione della materia-mondo; quanto alla messe fuori legge di ogni sapere medico popolare, pensiamo ai «cacciatori di geni» che accaparrano per la tecno-industria le conoscenze indigene sulle proprietà farmaceutiche delle piante o alla criminalizzazione delle cure non ufficiali durante il Covid; il corpo delle donne non viene soltanto sessualizzato e messo a profitto, ma artificializzato e ridotto a «materiale generativo». In questo contesto, torna anche la caccia alle streghe. Non soltanto in senso metaforico (come diabolizzazione della dissidente e del diverso), ma in senso ferocemente letterale. Stiamo parlando, cioè, di centinaia di migliaia di donne che – come ha documentato, tra le altre, Silvia Federici – vengono rinchiuse in «campi per streghe» o uccise (soprattutto in Africa). Sono, molto spesso, donne anziane, sole e contadine, la cui morte permette la privatizzazione delle terre che coltivano. L’intreccio tra logica patriarcale, superstizioni popolari e piani di «aggiustamento strutturale» promossi dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale rivela in modo esemplare come il dominio sappia mobilitare i diversi elementi della propria stratificazione storica. Da questo punto di vista, non è casuale che migliaia di donne siano state rinchiuse, violentate e uccise nell’Indonesia di Suharto in quanto «streghe comuniste», né che l’ambasciatore israeliano all’ONU abbia definito «strega» Francesca Albanese, o che il transumanista e afrikaner Peter Thiel si sia spinto fino a chiamare «Anticristo» Greta Thumberg (insieme, guarda un po’, al «luddista»). Così come sarebbe fuorviante ricondurre la caccia alle streghe in Africa a «residui di tribalismo», lo stesso vale per la denuncia del rapporto tra la sparizione di migliaia di donne ogni anno in Messico e la «guerra dei narcos», denuncia che spesso omette il ruolo dello Stato, delle compagnie minerarie e degli accaparratori tecno-industriali di terra. Avvicinandoci così al nostro argomento, possiamo tracciare un primo parallelo tra l’orrore di Gaza, i campi di annientamento in Messico e le segrete sull’isola di Epstein. Chi si appresta a colonizzare Marte e a schiavizzare miliardi di persone (pensiamo a un Elon Musk o a un Peter Thiel) deve dimostrare anche nella vita quotidiana di non avere alcun limite etico: il corpo femminile da violentare è insieme trofeo, sigillo di appartenenza e ventre da cui far uscire la nuova stirpe di dominatori. Ma a questa brutalità tipica delle piantagioni schiavistiche (dove la violenza sul corpo delle schiave era anche un rito di iniziazione del giovane latifondista per dimostrarsi degno del “popolo dei signori”) si aggiungono oggi progetti di potenza che sono tecnicamente transumani. Nelle proprietà di Epstein, infatti, ragazzine e bambine non venivano solo stuprate e torturate, ma trasformate in «materiale generativo» con cui creare la «prole perfetta». Parliamo, cioè, di centinaia di milioni di dollari investiti nelle tecniche di editing genetico da applicare agli embrioni. L’eugenetica, liberale prima e nazista poi, si nasconde oggi dietro centri universitari e fondazioni “filantropiche”, si affina su vegetali e animali per prepararsi al salto di specie. Epstein offriva soldi ed extra-territorialità giuridico-accademica ai genetisti d’assalto. Anche le porte girevoli tra le sue proprietà e gli ambienti della Silicon Valley vanno ben oltre i confini di una comunità di predatori sessuali. In comune con i vari Gates, Musk e Thiel c’era molto di più: una visione di mondo. Quella secondo cui le masse sono solo «bestiame», da cui si distingue una nuova stirpe di padroni che aspirano a superare i limiti della Terra e persino della morte. Le «bestie» non sono solo i popoli di colore e le donne, ma gli umani che vogliono rimanere tali, cioè creature terrestre e mortali. Ciò che il complesso scientifico-militare-industriale sviluppatosi attorno al Progetto Manhattan ha già fatto alla materia-mondo (alterare con le radiazioni nucleari la magnetosfera, la ionosfera e la biosfera) esprime oggi la propria compiuta ideologia: il transumanesimo. Su Marte non si può coltivare e nemmeno – per via dell’effetto della gravità sugli uteri – partorire. Produrre “carne” con la biologia di sintesi e le stampanti 3D, creare uteri artificiali in grado di generare la vita, fare dei propri corpi delle fabbriche di proteine non sono “deliri”, ma condizioni preliminari di un tecno-colonialismo in atto. Per chi considera la Terra stessa un’arma da usare nella guerra mondiale – si può immaginare una forma più smisurata di hýbris? – le perversioni di un Epstein sono ben poca cosa… La riattualizzazione della violenza coloniale non avviene solo attraverso i fatti muti: viene esplicitamente rivendicata. Il discorso che Marc Rubio ha tenuto di recente alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco ne è l’espressione più cristallina. Per cinquecento anni la civiltà occidentale ha conquistato – con soldati, mercanti e missionari – tutti i continenti. La conquista ha subìto una battuta di arresto a causa delle rivoluzioni anticoloniali e della «perversa ideologia comunista», ma ora può riprendere il suo glorioso cammino. Gli storici più cauti hanno stimato che i morti provocati nei primi quattro secoli di colonialismo siano stati almeno duecento milioni. Per quattro secoli, cioè, si è consumato ogni dieci anni uno sterminio quantitativamente paragonabile a quello compiuto nei campi nazisti. Per quanto rimossa nelle segrete della storia, una tale violenza – costitutiva della Modernità – non può che continuare ad agire dietro le quinte. Ecco, l’isola di Epstein assomiglia a una Compagnia delle Indie – con i suoi rampolli della casa reale inglese, i suoi commercianti, i suoi politici, i suoi intellettuali – che si appresta a una nuova ristrutturazione dei propri domìni. Quando il programma di sviluppo dell’Intelligenza Artificiale viene definito «nuovo Progetto Manhattan», non si può certo dire che l’impatto e la necessaria segretezza vengano edulcorati. D’altronde, quanti sanno che allo sviluppo della bomba atomica hanno lavorato quasi 600 mila persone – tutte ignare, tranne il ristretto gruppo di Los Alamos, del prodotto che stavano confezionando –, distribuite su trentadue siti industriali? Quanto alla portata, si può dire che l’infrastruttura dell’IA è ancora più vampiresca di lavoro umano e materie prime di quella del nucleare. Quanto alla segretezza delle decisioni, questa non è più una discriminante politico-militare, bensì qualcosa di incorporato nella «scatola nera» degli algoritmi. Di fronte a tanta potenza, come appaiono inutili, sudaticci e sacrificabili i corpi di chi non appartiene all’iper-classe tecnocratica. E come dev’essere insopportabile per dei «neo-feudatari» (un’autodefinizione made in Silicon Valley) dover morire come i propri servi… Dai documenti-Epstein emergono due livelli di corporeità: quello delle donne e dei bambini sacrificabili, intesi come corpi da sfruttare e violentare, e quello dei bambini su misura, creati grazie all’editing genetico. In entrambi i casi si tratta di accumulazione, ma il valore attribuito ai due livelli, ai due corpi, è molto diverso, e diverso è anche il valore del prodotto commercializzabile. Questo nuovo nazismo, insomma, non ha solo la forma della Salò pasoliniana, ma anche quella – lucidamente intuita decenni fa da Günther Anders – della «comunità nazionalsocialista degli apparecchi», una «comunità» incomparabilmente più potente della somma dei singoli apparecchi. A porgere bene l’orecchio sul macchinario tecnologico, diceva il filosofo austriaco, si può udire lo stesso motto delle SA hitleriane: «…e domani il mondo intero». Ora, i progetti transumani non si sviluppano in un mondo liscio, bensì dentro la giungla di acciaio e silicio della competizione statale e capitalistica. La vasta rete di ricatto organizzata attorno ad Epstein dal sistema-Israele diventa allora una forma di selezione e di cooptazione, di cui i battibecchi su chi abbia pianificato gli attacchi all’Iran, cioè su chi sia intervenuto a sostegno di chi tra USA e regime sionista, sembrano un’insanguinata appendice. Il triangolo tra l’appartamento di Epstein a Manhattan, Ehud Barak e il consolato israeliano di New York smentisce che si trattasse di “operazioni deviate” dei servizi segreti. Parliamo dell’ex Primo Ministro e dei vertici dell’intelligence israeliani. Il collante di questa rete, tuttavia, non è solo politico-affaristico-sessuale, ma anche ideologico: potremmo chiamarlo suprematismo 4.0. Un suprematismo che considera i colonizzati sia «animali umani» sia «spazzatura algoritmica» (le prime sono le ben note parole dell’ex ministro della Difesa Gallant, le seconde quelle usate da un comandante dell’Unità 8200, il reparto dell’IDF che ha pianificato gli attacchi a Gaza basati sull’Intelligenza Artificiale). La potenza che il complesso israelo-statunitense-occidentale ha scatenato contro la Striscia è stata ed è programmaticamente ecocida, femminicida e infanticida, volta, cioè, a cancellare la riproduzione della vita. Più in generale, la furia coloniale-estrattivista del capitale – dalla Palestina al Messico, dall’Asia all’Africa – si poggia sempre, a imbuto, sui corpi delle donne e dei bambini. Alcuni frequentavano Epstein e consorte in quanto procacciatori di carne da stupro; altri li frequentavano nonostante questa loro attività. In un caso come nell’altro, quella struttura di abiezione era un ambiente ideale per stringere affari e reti di potere («globaliste» quanto «sovraniste», «democratiche» quanto «repubblicane»). Tant’è che in quei luoghi – veri e propri arcana imperii – si pianificavano anche le misure da prendere in caso di… pandemia. Misure, guarda caso, a base di tracciamento digitale (un antipasto della società dei varchi) e di ingegneria genetica (con una sperimentazione di massa di prodotti a m-RNA e a DNA ricombinante). Tutte promosse, ça va sans dire, per il bene dell’umanità. Questa doppia morale, a ben vedere, non è una perversa periferia del capitalismo, ma il suo centro. Nessun uomo di Stato e nessun capitalista possono fare a meno di nascondere dietro i presunti valori la violenza che esercitano sugli umani e sulla natura. E questo nascondimento è tanto più efficace quanto maggiori sono gli strumenti culturali a disposizione. Se vuoi allontanare i sospetti sulle nefandezze che commetti in cantina, devi conoscere bene le regole da seguire in salotto. Ma quando le cantine non sono più occultabili, arriva sempre qualcuno che mostra con orgoglio gli strumenti di tortura. Mentre cedono le pantomime democratiche, si fa largo la verità brutale del transumanenismo: sottomettere il bestiame umano non è una triste e sconveniente necessità, bensì il destino manifesto di una nuova élite. Le epoche apocalittiche sono quelle che ricapitolano e svelano (fino alla possibile rottura dell’intera trama) l’immane violenza accumulata e insieme rimossa nel processo storico che le ha costituite. Le due apocalissi del nostro tempo sono la distruzione di Gaza e il castello degli orrori di Epstein. Solo una violenza altrettanto apocalittica ce ne può liberare. Apocalittica qui non significa affatto smisurata, bensì radicalmente altra. Nutrita, cioè, dal perenne disgusto verso i mezzi mostruosi e disumani del potere contro cui si è dovuta sollevare.
March 18, 2026
il Rovescio
Compagnə per il No: dieci ragioni per non restare alla finestra
Una parte rilevante dei movimenti è molto attiva nella campagna referendaria: discute, prende posizione, costruisce argomentazioni e iniziative, si mobilita. Non è un fronte compatto, ma è un pezzo ampio e variegato, che considera il referendum un passaggio decisivo in questa congiuntura. C’è invece un’altra parte del pensiero critico e dell’attivismo radicale che guarda a questo referendum con maggiore distanza. Non per disinteresse o superficialità, ma per ragioni politiche precise: diffidenza nei confronti della magistratura maturata in esperienze dirette o indirette di repressione, critica strutturale alle istituzioni in quanto tali, cultura dell’astensione come gesto politico, percezione che si tratti di uno scontro interno alle élite. La scelta di non votare al referendum è, in questa fase, probabilmente minoritaria anche dentro i circuiti più radicali. Molto più ampia è l’area di chi andrà a votare, ma senza investire energie nella campagna, senza farne un terreno di iniziativa, senza considerarlo un passaggio decisivo. Non è un fronte dell’astensione militante, quanto piuttosto una zona grigia di disimpegno relativo: magari partecipazione individuale, ma assenza di mobilitazione collettiva. È utile prendere sul serio le ragioni di questa doppia distanza – incarnata da chi non andrà a votare e da chi esprimerà la propria preferenza per il No, senza però attivarsi nella campagna referendaria. Non si tratta di richiamare genericamente alla partecipazione, né di un invito moralistico al voto o alla mobilitazione elettorale. Si tratta di interrogarsi, nel complesso, sulla posta in gioco. Questo testo è costruito a partire dai principali “blocchi” che rendono difficile, per una parte del mondo radicale, investire nel referendum. Per blocchi non si intendono errori o mancanze, ma dispositivi politici e culturali: cornici interpretative, abitudini militanti, priorità strategiche che producono distanza ed esitazione. Per ciascun blocco abbiamo provato a fare due operazioni: mettere a fuoco il funzionamento e poi aprire una possibile linea di riarticolazione, un diverso criterio di valutazione che consenta di leggere il voto al referendum non come adesione allo status quo, ma come intervento situato dentro un conflitto più ampio. L’obiettivo non è chiudere il dibattito, ma riaprirlo. Se la mobilitazione per il “No” è un terreno imperfetto, resta comunque uno snodo politico decisivo. E decidere se e come attraversarlo è una scelta che riguarda anche chi non smette di pensare alla trasformazione in termini radicali. 1. PERCEZIONE DI SCARSA INCIDENZA CONCRETA DELL’ESITO REFERENDARIO Come opera il blocco Nel caso del referendum sulla giustizia, moltə attivistə percepiscono i quesiti come aggiustamenti tecnici interni al sistema, non come cambiamenti capaci di incidere sui rapporti di forza reali. Se la diagnosi è strutturale – giustizia come apparato statale classista e repressivo – allora ogni modifica dell’impianto generale è percepita come un dettaglio che non cambia il quadro generale.  Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione  Si può superare questa percezione cambiando il criterio con cui si misura l’incidenza. Nel merito del referendum sulla giustizia, la domanda non è se i quesiti trasformino radicalmente il sistema giudiziario, ma quali effetti produce la riforma promossa dal governo negli equilibri tra magistratura, esecutivo e Parlamento. Rafforzano o riducono l’autonomia e il controllo reciproco tra poteri? In una fase segnata dalla torsione autoritaria del governo Meloni, l’esito del voto assume un significato politico generale. Una vittoria del No rappresenterebbe un limite concreto all’offensiva dell’esecutivo.  2. CULTURA DELL’ASTENSIONE  Come opera il blocco Per una parte dell’attivismo critico, l’astensione – o il disimpegno nella campagna elettorale – sono una chiara posizione politica. Non votare significa rifiutare il perimetro istituzionale dato, non legittimare un campo di gioco definito dall’alto, non ridurre la politica a un sì/no espresso dentro l’ordine esistente. In questa prospettiva, partecipare al referendum appare come un atto di integrazione nel sistema che si contesta. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione  L’astensione può avere un valore politico, ma non sempre produce effetti misurabili. Partecipare a un referendum non implica accettare integralmente il quadro istituzionale: può essere una scelta tattica dentro un terreno dato, per incidere su un passaggio specifico, in una congiuntura determinata. In questa chiave, il voto non sostituisce la critica radicale, ma consente di tutelare – qui e ora – lo spazio politico in cui possono svilupparsi i movimenti reali. 3. SENSAZIONE CHE SIA UNA BATTAGLIA INTERNA ALLE ÉLITE Come opera il blocco Il referendum sulla giustizia può essere percepito come uno scontro tra pezzi di classe dirigente: politica contro magistratura, correnti contro correnti, partiti contro corporazioni. In questa lettura, la posta in gioco non riguarda direttamente le condizioni materiali delle persone o i diritti sociali, ma equilibri interni ai vertici dello Stato. Per chi ha una sensibilità di movimento o una postura radicalmente critica, schierarsi in una contesa tra poteri può essere molto difficile. Questo produce distanza e disimpegno. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione Si può superare questa percezione spostando lo sguardo dagli attori in campo agli effetti delle scelte. Anche quando un conflitto è compiutamente istituzionale, le sue conseguenze ricadono sull’equilibrio complessivo dei poteri e quindi sulla società nel suo insieme. Il punto non è schierarsi con un’élite contro un’altra, ma interrogarsi su quale configurazione istituzionale produca più controllo, più concentrazione di potere, più repressione. In questa prospettiva, favorire la vittoria del No significa incidere su regole che non restano confinate “in alto”, ma definiscono il contesto in cui si sviluppano anche i conflitti sociali. 4. COMPLESSITÀ TECNICA DEI QUESITI Come opera il blocco I referendum sulla giustizia intervengono su materie complesse. Per moltə attivistə, che non sono giuristə e non vivono quotidianamente il diritto, il contenuto può risultare opaco, difficile da decifrare senza tempo di studio. Quando non si ha la percezione di comprendere pienamente le conseguenze di una scelta, la prudenza può tradursi in disimpegno. La complessità tecnica diventa così una barriera all’ingaggio politico. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione (chiave autodifesa) È possibile trasformare il referendum in un territorio di intervento politico generale, dentro e oltre il suo contenuto puntuale. In molte stagioni politiche, i referendum sono stati leve per la trasformazione radicale della società. Anche nell’attuale quadro istituzionale, l’occasione è irripetibile: l’affermazione del No configurerebbe un deciso stop all’azione del governo e determinerebbe condizioni politiche complessive potenzialmente favorevoli ai movimenti. 5. ALTRE PRIORITÀ POLITICHE Come opera il blocco Moltə attivistə oggi sono immersə in vertenze percepite come urgenti: regime globale di guerra, violenza di genere, lavoro precario, catastrofe ambientale e climatica. In questo quadro, il referendum sulla giustizia può apparire distante dalle emergenze quotidiane e meno mobilitante rispetto a conflitti che toccano direttamente le condizioni materiali e le forme di vita. Poiché il tempo e l’energia militante sono limitati, si tende a investire dove l’impatto sembra più immediato e visibile. Il risultato non è disinteresse, ma la formulazione di una precisa gerarchia delle priorità. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione L’organizzazione della giustizia non è un tema separato dalle altre priorità, ma un’infrastruttura che le attraversa tutte. Le regole che disciplinano poteri, garanzie e discrezionalità incidono anche sulle specifiche tematiche oggetto dell’azione militante. Non si tratta di spostare l’attenzione dalle vertenze concrete a un piano più astratto, ma di riconoscere che il contesto giuridico condiziona il modo in cui i conflitti si sviluppano. In questa chiave, il referendum non compete con le altre priorità politiche: le interseca. Partecipare diventa allora un modo per incidere sul quadro generale dentro cui le lotte prendono forma. 6. TIMORE DI CONTRIBUIRE ALLA DIFESA DELLO STATUS QUO Come opera il blocco Una parte dell’attivismo radicale teme che partecipare al referendum significhi oggettivamente difendere l’assetto esistente. Se la magistratura e il sistema giudiziario vengono letti come parte di un ordine che produce disuguaglianza e repressione selettiva, allora la mobilitazione per tutelare gli attuali assetti istituzionali può sembrare una presa di posizione difensiva. Questo genera un cortocircuito identitario: per chi si immagina come forza di trasformazione, il rischio è quello di autopercepirsi come conservatorə. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione Talvolta, come in questa congiuntura, la posta in gioco è evitare uno spostamento degli equilibri in una direzione peggiorativa. Il criterio per valutare l’azione è situato: quale assetto rafforza maggiormente le garanzie, quale riduce gli spazi di discrezionalità, quale incide sui rapporti tra poteri in conflitto? In questa prospettiva, partecipare non significa santificare lo status quo, ma intervenire dentro una dinamica reale per ostacolare le traiettorie autoritarie del governo. Anche una posizione difensiva, in certe fasi, può essere parte di una strategia più ampia di trasformazione. 7. DISTANZA POLITICA E CULTURALE DALLA NARRAZIONE DOMINANTE DELLA CAMPAGNA REFERENDARIA Come opera il blocco Una parte dellə attivistə può non riconoscersi nel linguaggio, nei testimonial e nelle categorie con cui viene raccontato il referendum sulla giustizia. La campagna referendaria ha spesso i toni da legalismo astratto o è promossa da figure politiche percepite come molto distanti. Il frame comunicativo può risultare estraneo, poco radicato nelle esperienze di conflitto e nelle sensibilità dei movimenti. Questa non-identificazione riduce l’ingaggio. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione  Anche se la narrazione dominante nella campagna referendaria non parla il linguaggio dei movimenti, la posta in gioco resta del tutto materiale. Separare le ragioni del No dai volti e dalle retoriche che lo rappresentano consente di riappropriarsi del tema – anche da un punto di vista critico. Inoltre, costruire una narrazione autonoma – con parole, posture e priorità proprie – permette di non subire il frame altrui, ma di intervenire nel dibattito pubblico con le proprie categorie politiche, anche dal taglio radicale. 8. SFIDUCIA VERSO LA MAGISTRATURA Come opera il blocco Una parte dell’attivismo guarda alla magistratura non come contropotere neutrale, ma come parte integrante dell’apparato statale. Repressione dei movimenti, uso selettivo dell’azione penale, disparità di trattamento tra conflitto sociale e reati delle élites alimentano una diffidenza strutturale. In questo quadro, mobilitarsi su un referendum che riguarda l’assetto della giustizia può apparire come una difesa corporativa o come un’idealizzazione di un potere che non viene percepito come alleato.  Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione  Si può distinguere tra giudizio sull’operato concreto della magistratura e valutazione degli assetti istituzionali che ne regolano autonomia, equilibrio e responsabilità. Anche senza alcuna idealizzazione, una magistratura meno indipendente è un grosso problema anche i movimenti sociali. Il punto non è difendere una corporazione, ma interrogarsi su quale configurazione istituzionale, tra le opzioni attualmente in campo, produca minori concentrazioni di potere. 9. TENDENZA A PRIVILEGIARE PRATICHE DI CONFLITTO SOCIALE Come opera il blocco Per moltə attivistə, la trasformazione della società si può dare unicamente dal conflitto organizzato e dalla pressione dal basso. Il voto al referendum, soprattutto su questioni tecniche come quelle relative alla giustizia, può apparire come un terreno secondario, addomesticato, poco incisivo rispetto alla forza di uno sciopero o di una mobilitazione di massa. In questa cultura politica, l’istituzione è spesso vista come strumento di gestione dell’esistente, mentre il cambiamento reale viene associato alla rottura e al conflitto. Ne deriva una svalutazione preventiva dello strumento referendario. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione Il conflitto, anche il più radicale, non si svolge nel vuoto, ma dentro un quadro di regole che può essere più o meno favorevole. Intervenire su quel quadro generale non significa sostituire la mobilitazione, ma incidere sulle condizioni dentro cui essa si sviluppa. Inoltre, partecipare a un referendum può essere una modalità per ampliare il discorso pubblico, portando nel dibattito istituzionale temi e sensibilità maturate nei movimenti. Non un’alternativa alla piazza, ma un’estensione del terreno dell’iniziativa politica. 10. FATICA MILITANTE E SATURAZIONE POLITICA Come opera il blocco Negli ultimi anni moltə attivistə hanno attraversato una sequenza continua di emergenze, campagne, mobilitazioni e conflitti. Questa esposizione prolungata produce stanchezza, sovraccarico, talvolta disillusione. Un referendum percepito come tecnico o distante rischia di non superare la soglia di attenzione. Quando la saturazione è elevata, l’asticella per attivarsi si alza ulteriormente e si tende a concentrare le forze su ciò che appare più prossimo o identitario. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione Si può riaprire lo spazio dell’attivazione se il referendum viene letto come un’azione a basso costo e potenzialmente ad alta resa: un passaggio circoscritto che, senza sostituire le lotte ma intersecandosi ad esse, può incidere sul contesto politico generale e mettere chiaramente in difficoltà il governo. In questa chiave, partecipare non significa “fare una campagna totale”, ma scegliere un obiettivo realistico e misurabile dentro un calendario breve, integrandolo nelle pratiche già esistenti. La copertina è di Marta D’Avanzo (DinamoPress) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Compagnə per il No: dieci ragioni per non restare alla finestra proviene da DINAMOpress.
March 18, 2026
DINAMOpress
Ramón Labañino: «A Cuba comandiamo noi cubani»
Le azioni intraprese negli ultimi mesi dal presidente statunitense Donald Trump contro Cuba possono essere definite come parte di una strategia di “strangolamento totale”, che va ben oltre lo storico embargo dell’isola per trasformarsi in un assedio energetico senza precedenti. Così facendo, Washington confessa di star sperando di ottenere una possibile resa del governo dell’Avana tramite un assedio umanitario che sconvolga la vita quotidiana della popolazione. Mentre Trump afferma che l’isola «sta per cadere», la risposta in chiave rivoluzionaria è la resistenza e la riaffermazione della sovranità, denunciando le pressioni della Casa Bianca come flagranti violazioni del diritto internazionale, che però non fanno altro che rafforzare il sentimento di unità nazionale di fronte alle interferenze esterne. Ramón Labañino è conosciuto in tutto il mondo come uno dei “Cinque Eroi” cubani arrestati negli Stati Uniti nel 1998, mentre svolgevano operazioni di intelligence contro organizzazioni terroristiche con base a Miami che operavano contro Cuba, condannato insieme ai suoi colleghi René González Sehwerert, Antonio Guerrero Rodríguez, Gerardo Hernández Nordelo e Fernando González Llort in un processo costellato di irregolarità. Durante gli anni di prigionia nelle carceri statunitensi sono diventati un simbolo della lotta antimperialista e le campagne per la loro liberazione si sono moltiplicate.  Ramón è stato uno degli ultimi a riacquistare la libertà nel dicembre 2014 [insieme a Hernández e Guerrero – ndt], nell’ambito degli storici accordi tra il presidente cubano Raúl Castro e il presidente statunitense Barack Obama. Laureato in Economia all’Università dell’Avana, è vicepresidente dell’Associazione Nazionale degli Economisti e dei Contabili (ANEC) di Cuba. In questa intervista esclusiva con Diario Red América Latina, analizza le conseguenze dell’inasprimento del bloqueo, il contesto internazionale e la sua possibile conclusione. Pur credendo che il Paese stia affrontando «la peggiore crisi economica degli ultimi decenni», dichiara che è convinto che riusciranno a superare la situazione: «La storia è dalla nostra parte». L’embargo statunitense è in vigore da 64 anni, ma le ultime misure messe in campo da Donald Trump hanno inasprito le restrizioni nei confronti di Cuba, soprattutto per quanto riguarda l’accesso a carburante ed energia. Che impatto ha avuto tutto questo sulla vita quotidiana del popolo cubano nelle ultime settimane? L’impatto è stato profondo e crudele. Questa politica è strutturata proprio per provocare la massima sofferenza possibile, affinché il nostro popolo insorga contro il governo per distruggere la rivoluzione. Le recenti misure annunciate dall’amministrazione Trump, tra le quali la minaccia dell’imposizione di dazi nei confronti dei Paesi che riforniscono di petrolio l’isola, hanno portato a un blocco energetico che ha colpito tutti gli aspetti della nostra società. Questa grave carenza di carburante ha costretto il nostro governo ad adottare misure estreme di razionamento per proteggere i servizi essenziali. Nelle ultime settimane, ad esempio, si sono verificati blackout che hanno colpito simultaneamente più della metà del Paese, con un deficit di produzione di energia superiore ai 1.700 MW. Il trasporto pubblico ha subìto forti limitazioni, con riduzioni di oltre il 90% in alcuni servizi interregionali, la vendita di carburante è stata limitata a 20 litri per utente e deve essere pagata in valuta estera, con un impatto diretto sui bilanci familiari. L’economia cubana è in una fase di recessione critica, con una contrazione del prodotto interno lordo di oltre il 4% nel 2025 e con la produzione industriale ai minimi storici degli ultimi 40 anni. Questo perché l’embargo è andato intensificandosi nel tempo, fin dall’inizio dell’amministrazione Trump. In questo contesto, cosa accadrebbe se il governo statunitense raggiungesse il suo obiettivo di lasciare Cuba senza petrolio? Il fabbisogno di Cuba per il funzionamento ordinario è di circa 110.000 barili di petrolio al giorno ma a livello nazionale ne produciamo solo 40.000. Il Venezuela ci forniva tra i 27.000 e i 30.000 barili al giorno, ma questa fornitura si è completamente interrotta dopo il rapimento del presidente Nicolás Maduro e il controllo sulle esportazioni venezuelane esercitato dagli Stati Uniti. Il Messico, dal canto suo, ci ha fornito una media di 17.000 barili al giorno per i primi nove mesi del 2025. Tutto questo sta provocando senza ombra di dubbio una crisi energetica interna. In molte zone, a causa del collasso del sistema, le interruzioni di corrente superano le 20 ore al giorno. Altro fattore rilevante è l’impennata dei prezzi dovuta alla scarsità di beni. L’inflazione su base annua ha raggiunto il 14,75% nel giugno 2025 e mancano medicinali e generi alimentari di base per il nostro popolo. Assistiamo a un crollo e ad un declino di settori chiave come il turismo, fonte vitale di valuta estera ma che ha registrato i peggiori risultati degli ultimi 20 anni (esclusa la pandemia), e l’agricoltura, anch’essa al suo punto più basso. A questo si aggiunge l’isolamento finanziario causato dall’inasprimento dell’embargo, che limita l’accesso ai finanziamenti esterni e ai mercati internazionali impedendo a Cuba di pagare le importazioni o di rilanciare la propria economia. Un blocco totale delle forniture di petrolio provocherebbe un collasso economico generalizzato. Uno studio stima un calo del 27% del prodotto interno lordo, con un aumento del 60% dei prezzi dei prodotti alimentari e del 75% dei costi di trasporto. Sarebbe una grave crisi umanitaria, che potrebbe innescare un’ondata migratoria e la completa paralisi dei servizi essenziali. In sintesi, Cuba sta affrontando la peggiore crisi economica degli ultimi decenni, aggravata dall’interruzione delle forniture di petrolio venezuelano e dalle pressioni statunitensi su altri fornitori come il Messico. Un’interruzione totale delle forniture porterebbe a un collasso socioeconomico e umanitario. Quali misure immediate vengono adottate per affrontare questo nuovo scenario? La nostra risposta è stata che il governo rivoluzionario ha attivato il piano di emergenza, aggiornando i concetti dell’opzione zero [gestione economica del paese in assenza totale di carburante e rifornimenti esterni – ndt] acquisita durante il periodo especial [1991-2000, periodo di austerità a seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica – ndt] in modo da poter garantire la sopravvivenza della Nazione. Le misure si concentrano sulla protezione dei servizi essenziali e sull’ottimizzazione di ogni singola goccia di carburante disponibile. La priorità è stata data alla produzione di energia elettrica, all’approvvigionamento idrico, alla produzione alimentare, all’assistenza sanitaria e, naturalmente, alla difesa nazionale. Per quanto riguarda il lavoro e l’istruzione, gli orari sono stati resi più flessibili promuovendo il telelavoro nella pubblica amministrazione e adeguando gli orari delle lezioni per ridurre al minimo il consumo energetico. Nel settore turistico, una delle principali fonti di valuta estera per la nostra economia, si è proceduto con l’accorpamento delle strutture alberghiere, concentrando i turisti in aree selezionate per garantire la massima qualità del servizio, nonostante le cancellazioni forzate dei voli dovute alla scarsità di carburante. Al contempo, si stanno semplificando le procedure in modo che tutti gli operatori economici privati, se ne hanno la possibilità, possano importare carburante direttamente, dimostrando la flessibilità e l’ingegnosità del nostro modello per superare le aggressioni esterne. Ora più che mai, cerchiamo soluzioni che emergano dall’intelligenza cubana, dalla nostra capacità di ricostruire, reinventarci e andare avanti. Nessuna di queste opzioni, ovviamente, prevede la resa all’imperialismo.   È lecito fare autocritica per non essere riusciti a migliorare prima la capacità energetica di Cuba riducendo la dipendenza dall’estero? Sarebbe stato possibile farlo? Credo che siamo stati rigorosi nella nostra autocritica. I problemi e gli errori sono stati riconosciuti. Lo stesso governo cubano e la sua leadership sono stati storicamente i primi a condurre un’analisi critica della nostra realtà economica. Si dovrebbero leggere, ad esempio, le parole del nostro Primo Ministro Manuel Marrero all’Assemblea Nazionale del Potere Popolare [in occasione della Sesta sessione ordinaria della X Legislatura il 18 dicembre 2025 – ndt], con le quali ha spiegato in dettaglio e profondità tutte le contraddizioni, i problemi e gli errori commessi. È vero che permangono vulnerabilità strutturali nel sistema elettroenergetico, con un parco centrali termoelettriche senza manutenzione adeguata, efficiente e tempestiva. Situazione ovviamente aggravata ulteriormente dalla mancanza di valuta estera. Tuttavia, ed è importante sottolinearlo, qualsiasi autocritica deve essere inquadrata nel contesto dell’embargo più lungo e brutale della storia. Una guerra economica totale che ci ha sistematicamente negato l’accesso a tecnologie, rifornimenti, finanziamenti e la possibilità di integrarci pienamente nel mercato internazionale. Dalla rivoluzione energetica guidata dal nostro comandante Fidel Castro, sono stati compiuti passi da gigante per portare l’elettricità in ogni angolo del Paese. Ma l’asfissia finanziaria esacerbata da amministrazioni come quella di Trump ne ha impedito la necessaria modernizzazione. La Banca Mondiale indica che per la manutenzione delle infrastrutture sono necessari investimenti pari a circa il 25% del prodotto interno lordo, impossibile sotto un embargo che ci priva di oltre 7,5 miliardi di dollari ogni anno. Nonostante tutte queste difficoltà, Cuba non ha abbandonato l’obiettivo di raggiungere il 100% di produzione di energia da fonti rinnovabili entro il 2050. Con l’installazione di parchi fotovoltaici come priorità, dimostra che, nonostante le avversità, la pianificazione e la visione del futuro sono princìpi cardine della rivoluzione. Nonostante ogni anno la stragrande maggioranza dei paesi condanni l’embargo all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, pochi sembrano disposti a sfidare il blocco statunitense. Ad esempio il Messico, che storicamente ha sempre sostenuto Cuba, ha interrotto le forniture di petrolio sotto le pressioni da parte di Washington. A eccezione della Russia, gli altri paesi si limitano soltanto all’invio di “aiuti umanitari” ma non di carburante, principale e più urgente necessità dell’isola in questo momento. Qual è la sua analisi di questa situazione internazionale? Il contesto internazionale in cui ci troviamo riflette la politica di intimidazione, l’imposizione di dazi e ogni sorta di sanzione esercitata dall’imperialismo statunitense. La recente votazione delle Nazioni Unite [30 ottobre 2025 – ndt], nella quale 165 paesi hanno richiesto la fine del blocco, dimostra la schiacciante opposizione globale a questa politica genocida. Tuttavia, Washington impone il proprio potere extraterritoriale minacciando qualsiasi nazione o azienda che osi commerciare con Cuba, in flagrante violazione del diritto internazionale. Il caso del Messico ne è un esempio lampante: applaudiamo il coraggio della sua presidente, Claudia Sheinbaum, nel definire ingiuste le misure e nell’inviare aiuti umanitari con tonnellate di cibo, ma la pressione degli Stati Uniti è riuscita in ogni caso a bloccare le spedizioni di petrolio greggio a partire da dicembre 2025. Non si tratta di mancanza di solidarietà, bensì della manifestazione di una politica del bastone, la nuova Dottrina Monroe nella sua forma più estrema, che la Casa Bianca usa contro i propri vicini per piegarli ai propri interessi. Per quanto riguarda la Russia, la sua solidarietà politica è evidente. Le complessità logistiche e l’attuale contesto internazionale rendono il cammino da percorrere non facile, ma nonostante tutto la maggior parte della comunità internazionale è al fianco di Cuba, e questa forza morale e politica è un’arma fondamentale nella nostra lotta. Cuba è membro associato dei BRICS. Cosa sta facendo questa organizzazione di paesi per aiutare l’isola? L’ingresso di Cuba come membro associato dei BRICS a partire da gennaio 2025 rappresenta senza dubbio un passo di enorme importanza strategica e un riconoscimento del prestigio della nostra nazione nel Sud del Mondo. Apre uno spazio privilegiato di cooperazione e scambio con alcune delle economie più dinamiche del pianeta, che rappresentano una parte sostanziale del prodotto interno lordo mondiale e condividono la visione di un ordine internazionale più equo, multipolare, solidale ed equilibrato. Anche se i meccanismi di aiuto e cooperazione sono ancora in fase di sviluppo, il far parte dei BRICS ci fornisce un’occasione preziosa per superare l’embargo. Ci permette di esplorare nuove fonti di finanziamento, accedere alle tecnologie e stabilire alleanze commerciali in comparti strategici come l’energia, le biotecnologie e l’agricoltura, tutto al di fuori del controllo egemonico degli Stati Uniti. Si tratta di una piattaforma che rafforza la nostra capacità di resistere e di progredire nella costruzione di un futuro prospero, diversificando le nostre relazioni internazionali e riducendo la nostra vulnerabilità all’aggressione imperialista. Queste nuove misure di embargo limitano ulteriormente l’ingresso e l’uscita di persone e merci dall’isola, creando una situazione di maggiore isolamento per il territorio, simile a quella messa in atto da Israele nella Striscia di Gaza con l’intento di generare disperazione tra la popolazione. Sei d’accordo con questa valutazione? Sono paragonabili? Siamo pienamente d’accordo sul fatto che le misure annunciate da Trump abbiano come obiettivo finale un genocidio, ovvero sottoporre il popolo cubano a condizioni di vita così dure e difficili da generare disperazione e portare ad abbandonare il progetto rivoluzionario. Asdrúval de la Vega, funzionario del Ministero degli Esteri cubano, l’ha descritta come una guerra economica condotta con precisione chirurgica e la situazione è proprio questa: ci stanno attaccando dove possono infliggere più danni possibili con l’obiettivo di peggiorare il tenore di vita della popolazione. La persecuzione finanziaria, il divieto per le banche straniere di venderci carburante e l’interruzione dei viaggi sono senza ombra di dubbio tattiche di soffocamento e isolamento. Tuttavia, ogni conflitto ha le sue peculiarità e non spetta a noi tracciare analogie storiche. Affermiamo, però, che il blocco imposto dagli Stati Uniti a Cuba rientra nella definizione di atto di guerra illegale. Un atto di guerra crudele, spietato, non abituale e straordinario. Un assedio che mira all’immobilizzazione totale del Paese. Lo scopo è lo stesso di qualsiasi blocco criminale: isolare e soggiogare un popolo con la forza, impedendogli di esercitare il proprio diritto sovrano all’autodeterminazione. La comunità internazionale, compresi i relatori delle Nazioni Unite, ha denunciato che queste misure coercitive unilaterali violano i diritti umani dell’intera popolazione cubana, in particolare i più vulnerabili. Cuba è sopravvissuta al Periodo Speciale in condizioni estremamente difficili; tuttavia, sono trascorsi 30 anni e sia l’isola che il mondo sono cambiati. Le nuove generazioni sono cresciute in un contesto diverso e hanno aspettative diverse. Inoltre, Trump ha dichiarato esplicitamente di volere che la rivoluzione cada «entro la fine dell’anno». Pensi che il popolo cubano sarà in grado di superare questa nuova offensiva imperialista? Perché? Non solo sopravviveremo ma sconfiggeremo questa nuova offensiva, così come abbiamo fatto negli ultimi sessant’anni. La storia è dalla nostra parte. La generazione storica ci ha insegnato a resistere nelle condizioni più avverse e le nuove generazioni di cubani, pur essendo cresciute in un contesto diverso, hanno dimostrato la propria lealtà alla patria e il proprio impegno antimperialista di fronte a ogni sfida, dalla pandemia all’inasprimento dell’embargo. La coscienza dei nostri giovani, formata nelle aule e attraverso la pratica quotidiana, è la migliore garanzia della continuità della rivoluzione. Bisogna sottolineare che la nostra rivoluzione è nata in patria: nessuno ce l’ha imposta da fuori. È una rivoluzione forgiata nel fuoco e nel sangue contro l’imperialismo statunitense e sentiamo molto profondamente l’eredità di essere liberi, indipendenti e sovrani. A Cuba, comandano i cubani. I nostri 32 eroi che hanno combattuto contro l’imperialismo nell’aggressione al Venezuela ci impongono di riaffermare la nostra lealtà all’enorme sacrificio che hanno compiuto per il nostro popolo. > Ogni volta che Cuba viene attaccata o si tenta di intimidirla, l’unico > risultato che si ottiene è un rafforzamento dell’unità nazionale. Cresce > l’antimperialismo, così come l’idea di indipendenza e sovranità che non > possono essere violate da nessun Paese, per quanto potente sia. Le dichiarazioni di Donald Trump rivelano la disperazione di un impero che non riesce a sottomettere un popolo che difende la propria dignità. I loro calcoli sono errati perché non conoscono veramente Cuba e non comprendono l’essenza della rivoluzione cubana. Cuba non è un regime; è un atto d’amore, di giustizia sociale e di sovranità che pulsa nei cuori di milioni di persone. Come ha sottolineato il Ministro degli Esteri Bruno Rodríguez, il loro obiettivo è spezzare la volontà politica del popolo cubano, ma non conoscono il vero carattere di questa nazione. Di fronte all’arroganza imperialista risponderemo con maggiore unità, maggiore creatività, maggiore resistenza e maggiore resilienza. Supereremo questa prova con ottimismo, fiduciosi che la vittoria finale sarà nostra perché stiamo difendendo l’indipendenza conquistata con sangue, fuoco e sacrificio. Traduzione in italiano a cura di Michele Fazioli per DinamoPress Articolo pubblicato originariamente sul sito di Diario Red che ringraziamo per la gentile concessione La copertina è di Ministerio del Interior de Cuba (Wikimedia) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Ramón Labañino: «A Cuba comandiamo noi cubani» proviene da DINAMOpress.
March 17, 2026
DINAMOpress
L’architettura del rifiuto
YLENIA BOBBO 1 INTRODUZIONE Le recenti autorizzazioni amministrative e legali, che hanno permesso l’ampliamento della lista dei Paesi di Origine Sicura (POS), rendono quanto mai urgente una nuova analisi critica del Nuovo Patto Europeo sulla migrazione e l’asilo. Tale riforma, infatti, comporta implicazioni profonde, capaci di scardinare le garanzie fondamentali dei richiedenti asilo. Notizie NON ESISTONO “PAESI SICURI” E con le nuove regole UE su migrazione e asilo siamo tutti più in pericolo  Nicoletta Alessio 12 Febbraio 2026 Tuttavia, l’estensione dei Paesi sicuri non è l’unica criticità introdotta: sebbene sia la più recente, essa si inserisce in un quadro ben più complesso e non privo di problematicità. In questo report verranno analizzati gli aspetti controversi ereditati dal vecchio Sistema di Dublino e la conseguente struttura basata sulla cosiddetta “finzione di non ingresso“; la preoccupante contrazione dei diritti dei minori stranieri non accompagnati; la progressiva criminalizzazione delle ONG, nonché il ruolo controverso di Frontex e della Guardia Costiera Libica. Doveroso è, inoltre, dedicare uno spazio specifico all’introduzione dei sistemi di Intelligenza Artificiale (AI) per la profilazione biometrica e la sorveglianza. Si tratta di tecnologie che rischiano di trasformare il confine in uno spazio di discriminazione automatizzata: un tema cruciale al quale, finora, è stata riservata troppa poca attenzione. LA SOLIDARIETÀ APPARENTE DEGLI STATI Com’è evidente, l’Europa ha approvato il nuovo pacchetto legislativo con l’obiettivo di creare un sistema più organizzato e capace di rispondere alle emergenze attraverso una maggiore celerità. A differenza del passato, chi arriva oggi viene sottoposto a una procedura di screening immediata, seguita da iter burocratici estremamente rapidi 2. Di conseguenza, le persone migranti hanno pochissimi giorni a disposizione per presentare ricorso qualora la loro domanda venisse respinta, sollevando dubbi sull’effettiva possibilità di difesa. Il nodo principale rimane tuttavia legato al principio del Paese di primo ingresso, pilastro del vecchio Sistema di Dublino III 3. Approfondimenti CHE COS’È IL NUOVO PATTO UE SU ASILO E MIGRAZIONE? Una scheda informativa in vista del 10 aprile 2025, giornata di azione transnazionale "This Pact kills!" 2 Aprile 2025 Sebbene quel modello sia stato formalmente superato dal Regolamento (UE) 2024/1351 4, molte delle sue criticità strutturali sembrano persistere. Con questo nuovo regolamento, l’Unione Europea punta a ovviare alla cronica mancanza di meccanismi di condivisione dell’onere migratorio; tuttavia, nonostante il tentativo di introdurre criteri di solidarietà, è opportuno evidenziare la natura spesso flessibile dei meccanismi di ricollocazione. In termini pragmatici, la responsabilità principale continua a gravare sui Paesi di frontiera 5, poiché la possibilità per gli altri Stati membri di optare per contributi finanziari anziché per l’accoglienza fisica dei richiedenti asilo rischia di lasciare invariato il peso logistico e umano sui Paesi di primo approdo. LA FINZIONE DI NON INGRESSO E IL REGIME DETENTIVO Per quanto riguarda il cosiddetto principio di non ingresso, esso rappresenta uno dei pilastri del Regolamento (UE) 2024/1359 6. Questa norma priva il migrante, da un punto di vista strettamente giuridico, del riconoscimento della sua presenza fisica sul territorio dell’Unione Europea 7. In pratica, pur trovandosi effettivamente entro i confini dell’UE (spesso in zone di transito o centri di frontiera), i richiedenti asilo sono considerati legalmente come se non vi avessero mai fatto ingresso. Questa “finzione” è funzionale a giustificare l’applicazione di procedure accelerate e standard di tutela ridotti, comprimendo di fatto il diritto a un ricorso effettivo sancito dall’Articolo 47 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE 8. In questo scenario, l’uso sistematico delle liste dei “Paesi di origine sicura” (secondo la proposta COM(2025) 101 9) agisce come un filtro di inammissibilità quasi automatico: la presunzione generica di sicurezza prevale sulla valutazione individuale dei rischi, rischiando di trasformare il diritto d’asilo in un mero processo burocratico finalizzato al rimpatrio. I DIRITTI DEI MINORI NON ACCOMPAGNATI Come se non bastasse, all’interno di questo quadro repressivo, i minori stranieri non accompagnati rimangono i soggetti più vulnerabili. Nonostante la Direttiva 2013/33/UE ponga al centro il “superiore interesse del minore” 10, il Nuovo Patto ne consente il trattenimento nelle zone di frontiera, equiparandoli di fatto agli adulti nelle procedure accelerate se provenienti da Paesi considerati sicuri. La rapidità di tali iter impedisce spesso una corretta nomina del tutore e una difesa legale adeguata. Inoltre, questa contrazione temporale – che prima delle riforme veniva loro risparmiata – non lascia il tempo materiale necessario per identificare traumi o bisogni specifici, con il reale rischio che i minori finiscano in regimi di fatto detentivi. Destano altrettanta preoccupazione le modalità di determinazione dell’età, che potrebbero portare a trattare erroneamente dei minori come adulti, privandoli di ogni forma di protezione 11. Sotto il regime di Dublino III, i minori godevano di esenzioni più ampie, poiché la priorità era il ricongiungimento familiare rapido o l’accoglienza protetta. Significativo è anche il cambiamento riguardante la raccolta dei dati biometrici (impronte e foto): se in precedenza era prevista dai 14 anni, ora la soglia scende ai 6 anni, istituzionalizzando una forma di sorveglianza digitale fin dall’infanzia. Infine, sebbene il Nuovo Patto introduca meccanismi di monitoraggio dei diritti fondamentali, vi è ragione di dubitare della loro reale efficacia e indipendenza, temendo che restino semplici procedure formali prive di un impatto concreto sulla tutela dei minori. I PAESI DI ORIGINE SICURA Tornando agli aggiornamenti più recenti, il concetto di Paese di Origine Sicura (POS) è oggi al vertice delle politiche migratorie in Italia e in Europa. Non si tratta di un semplice elenco geografico, ma di un meccanismo legale che cambia radicalmente il destino di chi chiede protezione 6. Se una persona migrante proviene da un Paese inserito in questa lista (come Tunisia, Albania o Bangladesh), lo Stato presume automaticamente che non abbia diritto all’asilo: la sua domanda non è più un “foglio bianco” da esaminare con cura, ma viene etichettata come “probabilmente infondata“. In questa circostanza, il richiedente deve fornire prove eccezionali in tempi strettissimi (spesso meno di una settimana) per ribaltare tale presunzione. Ad aggravare il meccanismo interviene il fatto che, se la domanda è respinta come “manifestamente infondata“, la persona non ha il diritto automatico di restare sul territorio in attesa della sentenza di appello: potrebbe essere rimpatriato prima ancora che un giudice legga le sue carte 12. L’Italia utilizza questa lista per attivare le procedure accelerate di frontiera, che prevedono il trattenimento in centri chiusi (inclusi quelli in Albania) mentre si decide sulla domanda in poche ore. Il rischio è evidente: che la velocità prevalga sulla giustizia. Appare chiaro il tentativo del legislatore di “blindare” la lista dei POS inserendola in norme di rango primario (legge ordinaria), nel tentativo di limitare il potere di disapplicazione dei giudici. Inoltre, l’inserimento delle “Schede Paese” in contesti legislativi legati alle relazioni internazionali rischia di precludere l’accesso a informazioni cruciali, indebolendo il diritto di difesa. Tuttavia, è opportuno ricordare che, qualora venga meno il presupposto di “sicurezza” (anche per una sola parte del territorio o per specifiche categorie di persone), deve essere ripristinata la procedura ordinaria, con il conseguente effetto sospensivo del provvedimento di espulsione. L’applicazione rigida del concetto di “Paese sicuro” rischia infatti di entrare in rotta di collisione con il Diritto Internazionale e il principio di non-refoulement. Lo Stato, infatti, resta responsabile della tutela dei diritti umani di chiunque si trovi sotto il suo controllo effettivo, anche in zone extraterritoriali o in alto mare, come confermato dalla giurisprudenza della Corte EDU nei celebri casi Hirsi Jamaa 13 e Medvedyev. L’ESTERNALIZZAZIONE E GLI ACCORDI BILATERALI: IL MODELLO LIBIA L’esternalizzazione non rappresenta solo lo spostamento fisico dei controlli oltre i confini dell’Unione, ma costituisce una vera e propria strategia giuridica volta a prevenire il contatto tra il migrante e la giurisdizione europea. L’obiettivo principale è impedire che scatti l’obbligo di protezione internazionale, il quale sorge nel momento esatto in cui un individuo entra nella sfera di controllo di uno Stato membro 14. In questo contesto, il principio di non-refoulement (non respingimento) vieta tassativamente di ricondurre una persona in luoghi dove rischi la vita o trattamenti disumani; una realtà che, purtroppo, caratterizza in modo oggettivo l’attuale situazione in Libia. Tutte le principali organizzazioni internazionali concordano infatti sul fatto che la Libia non possa essere considerata un “porto sicuro“. Delegando le intercettazioni e il conseguente ritorno forzato a un soggetto terzo, gli Stati europei attuano quello che la dottrina definisce un respingimento per procura. Questa pratica rappresenta un tentativo di aggirare la storica sentenza Hirsi Jamaa contro Italia (2012), con la quale la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo condannò il nostro Paese per i respingimenti diretti in mare, stabilendo che la responsabilità dei diritti umani segue l’autorità dello Stato ovunque essa venga esercitata. LA RESPONSABILITÀ DELLA GUARDIA COSTIERA Sulla scorta di tale logica, attraverso accordi bilaterali come il Memorandum d’intesa Italia-Libia 15, l’Unione Europea ha di fatto delegato la funzione di controllo delle frontiere alla Guardia Costiera libica. Questo meccanismo di responsabilità delegata è strategicamente finalizzato ad evitare il contatto fisico delle persone migranti con le giurisdizioni europee, frapponendo un attore terzo tra il richiedente asilo e gli obblighi di protezione degli Stati membri. La cooperazione tecnica e finanziaria con autorità di Paesi terzi che non garantiscono standard minimi di tutela configura una violazione indiretta, ma sistematica, del principio di non-refoulement. La persona intercettata in mare viene infatti ricondotta nei centri di detenzione libici – luoghi di documentata tortura e sfruttamento – aggirando deliberatamente gli obblighi internazionali di sbarco in un “porto sicuro” (Place of Safety). In questo scenario, la responsabilità delle autorità nazionali europee emerge con chiarezza nel finanziamento, nella fornitura di mezzi e nel coordinamento di operazioni che sfociano in violazioni dei diritti umani: abusi che l’Europa, qualora avvenissero sul proprio suolo o sotto la propria bandiera, sarebbe giuridicamente obbligata a prevenire e sanzionare. LA RESPONSABILITÀ DI FRONTEX E LA CRIMINALIZZAZIONE DELLE ONG Parallelamente a quanto finora esposto, il ruolo di Frontex 16– l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera – ha subito un’evoluzione verso una funzione di sorveglianza avanzata che spesso entra in conflitto con gli obblighi di ricerca e soccorso (SAR). La dottrina solleva seri dubbi sulla responsabilità legale dell’Agenzia nei casi di cosiddetto respingimento per omissione: ciò accade, ad esempio, quando le coordinate dei migranti vengono condivise prioritariamente con le autorità di Paesi terzi invece che con le navi di soccorso più vicine, facilitando di fatto il ritorno forzato in Libia. In questo scenario, si assiste a una sistematica criminalizzazione delle ONG 17. Le navi della società civile, intervenute per colmare il vuoto lasciato dalle missioni istituzionali, vengono ostacolate attraverso una serie di strumenti amministrativi e giudiziari. Tra questi spiccano l’assegnazione di porti di sbarco estremamente distanti – una pratica che svuota l’area SAR di presidi di soccorso per lunghi periodi – e l’apertura di inchieste per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, che spesso si risolvono in un nulla di fatto dopo anni di sequestri. Questa strategia mira a ridefinire il soccorso in mare: da obbligo giuridico e morale, sancito dalle convenzioni internazionali, a presunto fattore di attrazione (pull factor). L’aiuto umanitario viene così etichettato come un’interferenza con le politiche di sicurezza, trasformando una missione di salvataggio in un atto potenzialmente illecito agli occhi dell’opinione pubblica. LA DISCRIMINAZIONE DEI MIGRANTI NEL CONTESTO DELL’AI In ultima analisi, una delle evoluzioni più inquietanti della riforma riguarda l’impiego massiccio delle nuove tecnologie e dell’Intelligenza Artificiale nella gestione migratoria. Il Regolamento (UE) 2024/1359, unitamente al potenziamento della banca dati Eurodac, istituzionalizza la raccolta capillare di dati biometrici, estendendola persino ai minori. L’adozione di algoritmi per la profilazione dei flussi, l’analisi predittiva del rischio o il riconoscimento facciale ai confini, introduce una nuova e insidiosa forma di discriminazione algoritmica. Questi sistemi, spesso caratterizzati da un’estrema opacità e privi di una supervisione umana effettiva 18, rischiano di riflettere “bias” intrinseci capaci di penalizzare sistematicamente determinate nazionalità o tratti somatici. In questo modo, si automatizzano decisioni che hanno un impatto devastante sulla vita delle persone, basandole su parametri statistici anziché su fatti concreti. La tecnologia viene così piegata a rafforzare la “finzione di non ingresso“, erigendo un confine digitale invisibile ma invalicabile. In questo spazio, la decisione sull’ammissibilità di un individuo non è più affidata a un esame umano, empatico e dignitoso della sofferenza, ma a calcoli di probabilità che rischiano di deumanizzare definitivamente il diritto d’asilo. CONCLUSIONE In conclusione, non si tratta, dunque, di una semplice riforma tecnica, ma di una scelta politica che sposta il fulcro dell’accoglienza verso il rimpatrio e la sorveglianza. Quella che un tempo era considerata una protezione inderogabile della dignità umana sembra essersi trasformata in una gestione del rischio, dove l’efficienza burocratica e la sicurezza dei confini prevalgono sistematicamente sulle garanzie individuali. Così facendo l’Unione Europea rischia di svuotare di significato le proprie radici costituzionali e le convenzioni internazionali. 1. Ho 27 anni e sono iscritta al secondo anno della Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali all’Università di Siena. Vivo in provincia di Venezia e da ottobre 2025 svolgo volontariato per l’Osservatorio, centro di ricerca dell’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra, per cui redigo brevi report periodici. Collaboro inoltre con l’associazione Avvocato di Strada, offrendo supporto nell’assistenza a persone senza dimora ↩︎ 2. De Pasquale, P. (2020). Il Patto per la migrazione e l’asilo: più ombre che luci. In I Post di AISDUE, vol. II, Focus “La proposta di Patto su immigrazione e asilo”, n. 1, pp. 1-13. ISSN 2723-9969 ↩︎ 3. Balsamo, O. (2024). The residence document criterion in the revised Dublin system, today, between EU secondary law and the jurisprudence of the Court of Justice. In Eurojus, Fascicolo n. 3 – 2024, pp. 81-106. ISSN 2384-9169 ↩︎ 4. Regolamento (UE) 2024/1351 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 14 maggio 2024, sulla gestione dell’asilo e della migrazione, che modifica i regolamenti (UE) 2021/1147 e (UE) 2021/1060 e che abroga il regolamento (UE) n. 604/2013 ↩︎ 5. Nascimbene, B. (2024). Le “sfide” ai diritti fondamentali e alle garanzie giurisdizionali nell’ambito delle procedure introdotte dal nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo. In Quaderni AISDUE, Anticipazione fascicolo Convegno Forum IFA del 6 dicembre 2024, pp. 1-7. ISSN 2975-2698 ↩︎ 6. Regolamento (UE) 2024/1359 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 14 maggio 2024, concernente le situazioni di crisi e di forza maggiore nel settore della migrazione e dell’asilo e che modifica il regolamento (UE) 2021/1147 ↩︎ 7. Perin, G. (2024). Se questo è un Patto. Prime riflessioni a seguito dell’approvazione del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. In Questione Giustizia, Speciale “Immigrazione in Europa e diritti fondamentali“, luglio 2024, pp. 28-45. ISSN: 1972-5531 ↩︎ 8. Art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, Convenzione di Aarhus e domanda diretta a ottenere la qualità di parte in un procedimento giurisdizionale da parte di un’organizzazione per la tutela dell’ambiente ↩︎ 9. Proposta di REGOLAMENTO DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO che istituisce un sistema comune per il rimpatrio dei cittadini di paesi terzi il cui soggiorno nell’Unione è irregolare e che abroga la direttiva 2008/115/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, la direttiva 2001/40/CE del Consiglio e la decisione 2004/191/CE del Consiglio ↩︎ 10. Direttiva 2013/33/UE del Parlamento europeo e del Consiglio ↩︎ 11. Morgese, G., Limitati sviluppi del nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo in materia di percorsi legali di ingresso, in I. Caracciolo, G. Cellamare, A. Di Stasi, P. Gargiulo (a cura di), Migrazioni internazionali: questioni giuridiche aperte, Napoli, Editoriale Scientifica, 2022, pp. 271-295 ↩︎ 12. Asilo: via libera alle nuove norme sui paesi terzi e paesi di origine sicuri, comunicato stampa del Parlamento UE (10 febbraio 2026) ↩︎ 13. Cfr. Corte EDU, Grande Camera, 23 febbraio 2012, Hirsi Jamaa e altri c. Italia, in cui la Corte ha sancito la responsabilità extraterritoriale dello Stato per violazione del divieto di espulsioni collettive e del principio di non-refoulement ↩︎ 14. ASGI (Crescini, G., et al.) (2020). L’attività delle organizzazioni internazionali in Libia e le problematiche ripercussioni sull’esternalizzazione del diritto di asilo. In Questione Giustizia, n. 1/2020, pp. 178-189 ↩︎ 15. Previatello, M. (2024). La nuova dimensione esterna della politica di immigrazione e asilo dell’Unione europea: dalla collaborazione bilaterale ai meccanismi unilaterali di pressione. In Quaderni AISDUE, Anticipazione fascicolo Convegno Forum IFA del 6 dicembre 2024, pp. 1-28 ↩︎ 16. Cardenio, G. (2025). Se Frontex vigilerà sulle nostre frontiere, chi vigilerà su Frontex? Una lettura combinata delle conclusioni degli Avvocati Generali della Corte di Giustizia dell’Unione europea nei casi Hamoudi contro Frontex e WS e altri contro Frontex. In Eurojus, Fascicolo n. 3 – 2025, pp. 165-180 ↩︎ 17. Masera, L. (2018). L’incriminazione dei soccorsi in mare: dobbiamo rassegnarci al disumano? In Questione Giustizia, n. 2/2018, pp. 225-236 ↩︎ 18. Palazzi, A. (2025). Quando l’intelligenza artificiale (IA) contribuisce a decidere in materia di asilo: prospettive e questioni aperte nel diritto dell’Unione Europea. In Diritto, Immigrazione e Cittadinanza, fasc. n. 3/2025. ISSN: 1972-4799 ↩︎
Vittoria della sinistra alle parlamentari in Colombia: ora le sfide verso le presidenziali
Domenica 8 marzo, in Colombia si è votato per le elezioni parlamentari, eleggendo deputati e senatori nelle due camere che compongono il Congresso della Repubblica. Il voto per il Congresso, secondo la Costituzione del 1991 – nata dagli accordi di pace con una parte delle formazioni guerrigliere reintegrate nell’arco parlamentare – precede di alcuni mesi l’elezione presidenziale. Si tratta di un combinato disposto di parlamentarismo e presidenzialismo che rende l’attuale Repubblica colombiana una struttura istituzionale peculiare, esposta a processi spesso contraddittori. I risultati della tornata elettorale confermano quanto anticipato nei sondaggi delle ultime settimane: il Pacto Histórico – coalizione delle sinistre colombiane, attualmente al governo con Gustavo Petro Urrego come presidente – si afferma come prima forza politica, con circa quattro milioni e mezzo di voti (22-23%). Il nome di questa formazione non è casuale: “storica” è la fase politica per il paese, così come lo è l’accordo tra diverse anime, orientamenti ideologici e ipotesi strategiche della sinistra colombiana. Vi confluiscono forze molto differenti, che vanno dal Polo Democrático Alternativo, coalizione di correnti di sinistra, alla Colombia Humana, il partito del presidente Petro, alla corrente Progresistas, fino all’Unión Patriótica – già vittima di un genocidio politico da parte dello Stato e dei paramilitari negli anni Ottanta, formazione di sinistra in cui confluiscono anche ex-guerriglieri delle FARC reintegrati nella vita politica nel 1991. – al Partito Comunista, passando per i socialisti bolivariani ed exmilitanti dell’M-19, il movimento di guerriglia urbana alla quale apparteneva l’attuale presidente Petro. Foto di Sebastián Bolaños Pérez PACTO HISTÓRICO PRIMO PARTITO Il Pacto Histórico si conferma prima forza nella capitale e in diversi altri territori, particolare in alcune regioni chiave sia per l’intensità del conflitto armato interno sia per il livello delle disuguaglianze: zone come Bogotá, appunto, la capitale del paese, ma anche il centro-sud del paese – Valle del Cauca, Cauca, Putumayo, Nariño – e la regione dell’Atlantico, tra le più povere della Colombia, affacciata sull’omonima costa caraibica e storicamente amministrata dalle clientele para-mafiose del cosiddetto “clan Char”. Subito dietro il Pacto, ma con una differenza di oltre sette punti percentuali e quasi un milione e mezzo di voti, si colloca il Centro Democrático dell’ex-presidente Álvaro Uribe Vélez (già condannato in primo grado a 12 anni per tentativo di corruzione di testimoni in un processo relativo ai legami tra l’ex-Presidente e il paramilitarismo, responsabile di omicidi e sparizioni forzate), vale a dire la principale forza dell’estrema destra colombiana, nota per i suoi legami tanto profondi quanto opachi con il paramilitarismo e settori del narcotraffico. Seguono il Partito Liberale, forza di centro aperta – a determinate condizioni – all’interlocuzione con la sinistra; diversi altri partiti di centro e di destra (dai Verdi al Partito de la U fino al partito Conservatore) e infine la “nuova” estrema destra di Abelardo De la Espriella, dato come principale candidato di destra dai sondaggi, avvocato di alcune figure chiave delle Autodefensas Unidas de Colombia, il principale gruppo paramilitare del Paese negli anni Novanta e Duemila. Si è trattato di elezioni ad alta tensione, con osservatori internazionali dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite dispiegati in numerosi territori. Nelle settimane che hanno preceduto il voto, Petro ha denunciato un attentato – fallito – all’elicottero presidenziale nei territori alluvionati di Córdoba, mentre l’Ejercito di Liberación Nacional (ELN),la guerriglia di matrice maoista presente in alcuni territori del paese, denunciava bombardamenti sulle proprie posizioni alla frontiera con il Venezuela. Il ritrovamento dei resti di Camilo Torres Restrepo – il prete rivoluzionario, fondatore della prima facoltà di sociologia in Colombia e poi guerrigliero, morto in combattimento il 15 febbraio di sessant’anni fa – poi trasportati alla cappella dell’Universidad Nacional di Bogotá, ha peraltro riacceso il dibattito pubblico sulle cause storiche della guerriglia comunista e sull’uso politico della memoria. Nonostante gli sforzi compiuti sia dal “governo della vita”, guidato dal Pacto, per garantire condizioni pacifiche, sicure e trasparenti nello svolgimento del voto, sia dalle migliaia di testimoni elettorali auto-organizzati per contrastare brogli e compravendita di voti, si segnalano centinaia di episodi oscuri. In particolare, nelle città di Medellín – storico feudo politico di Uribe –, Barranquilla e Cartagena, testimoni elettorali e osservatori internazionali denunciano che il numero di schede conteggiate ha superato quello degli aventi diritto al voto. Questi episodi gettano luce sui meccanismi di corruzione, ricatto e manipolazione attraverso cui le classi dominanti colombiane hanno storicamente mantenuto il potere in ampie aree del paese. Nei giorni successivi al primo scrutinio i voti del Pacto Histórico sono infatti aumentati (al momento, due seggi in più al Senato sono stati ottenuti con il riconteggio dei voti), in seguito alla denuncia delle irregolarità registrate e al riconteggio sotto il controllo delle autorità elettorali. A dieci anni dagli accordi di pace con le FARC, per la prima volta resta fuori dal Parlamento il partito Comunes, la formazione che riuniva molti dei guerriglieri marxisti che firmarono quegli stessi accordi, e Fuerza Ciudadana. In base agli impegni stabiliti nel processo di pace, per due mandati consecutivi il partito Comunes avrebbe beneficiato di una rappresentanza garantita – cinque seggi alla Camera e cinque al Senato. Con i risultati di queste elezioni, tuttavia, Comunes non raggiunge la soglia di sbarramento per ottenere rappresentanti propri. Si apre dunque un punto interrogativo sul futuro degli ex-combattenti delle FARC, protagonisti del processo di pace, oggi vittime di migliaia di esecuzioni sommarie nei territori più omplessi del paese, come il Norte de Santander, alla frontiera con il Venezuela, il Chocó, Antioquia e il Cauca. Foto di Alioscia Castronovo IVÁN CEPEDA CANDIDATO PER LE PRESIDENZIALI Nel complesso, i risultati della tornata elettorale consegnano un quadro politico positivo per le forze progressiste, ma articolato e punteggiato di ostacoli. Il Pacto Histórico non ottiene una maggioranza assoluta – controlla oggi circa un terzo degli scranni – ma consolida una posizione di forza tanto alla Camera quanto, soprattutto, al Senato, dove le logiche clientelari locali hanno un peso minore. Si tratta di un risultato significativo che conferma la centralità delle forze di trasformazione nello scenario politico colombiano e il grande appoggio popolare al proceso de cambio promosso dal primo governo di sinistra nella storia del paese, pur in un contesto istituzionale segnato da forti resistenze alle riforme, da una persistente frammentazione parlamentare e dall’uso della recrudescenza del conflitto armato come forma di governo in molti territori. All’interno di questo scenario si rafforza la figura di Iván Cepeda Castro, candidato presidenziale del Pacto Histórico in vista delle elezioni del prossimo 31 maggio. Cepeda si colloca in naturale continuità con Gustavo Petro, ma rappresenta al tempo stesso una specificità rispetto alla figura dell’attuale presidente. Proveniente dalla tradizione marxista colombiana – laureato in filosofia negli anni Ottanta nella Repubblica Popolare di Bulgaria –, Cepeda è figlio di due dirigenti dell’Unión Patriótica – il padre fu assassinato dai paramilitari nel 1994 – la formazione politica emersa dalle negoziazioni di pace con le FARC dei primi anni Novanta, sterminata nel corso del genocidio politico operato da esercito e paramilitari. Nel corso della sua attività politica e parlamentare Cepeda si è distinto soprattutto per il lavoro di accompagnamento delle vittime della violenza statale e paramilitare. Ha svolto un ruolo centrale nel sostegno alle famiglie delle vittime dei cosiddetti falsos positivos, le migliaia di civili assassinati dall’esercito colombiano negli anni Duemila e presentati come guerriglieri uccisi in combattimento per gonfiare le statistiche militari durante la presidenza di Uribe. Cepeda ha contribuito a portare alla luce una delle più gravi violazioni dei diritti umani nella storia recente della Colombia, sostenendo il lavoro delle organizzazioni per i diritti umani e delle associazioni dei familiari delle vittime ed è parte in causa nell’accusa contro l’ex-Presidente Uribe che ha portato alla condanna in primo grado (poi assolto al secondo grado, in attesa del verdetto della Corte Suprema). Non sorprende dunque che la sua candidatura sia oggetto di una forte pressione da parte dei settori conservatori dello Stato. Nelle settimane successive alle elezioni parlamentari, il Consejo Nacional Electoral, con argomenti pretestuosi, ha impedito a Cepeda di presentarsi alle primarie del Frente Amplio (la coalizione di centro-sinistra). L’iniziativa è stata denunciata dai settori progressisti come un tentativo di delegittimazione politica e giudiziaria – una forma di lawfare . Non è un caso che Cepeda abbia scelto come candidata alla vicepresidenza Aida Quilcué, dirigente indigena del Consejo Regional Indígena del Cauca (CRIC), proveniente da una delle regioni più segnate dal conflitto armato e dalle disuguaglianze sociali e razziali. A inizio febbraio Quilcué è stata brevemente sequestrata da un gruppo armato locale nelle montagne caucane, per poi essere liberata grazie alla pressione popolare e all’intervento della Guardia Indígena, che gioca il duplice ruolo di attore di pace e strumento di autodifesa delle comunità ancestrali della regione. La nomina di Quilqué non costituisce soltanto una scelta di rappresentanza simbolica nel variegato mosaico culturale colombiano, in un’ottica di politica delle identità. L’esperienza di resistenza e autorganizzazione indigena del CRIC è infatti segnata dalla sperimentazione di forme di riproduzione sociale non capitalistica. La formula vicepresidenziale di Cepeda segnala la volontà di rafforzare il radicamento del Pacto Histórico tra movimenti contadini e popoli indigeni e afrodiscendenti. Riflette così l’ambizione di ampliare la base sociale del governo Petro ma, soprattutto, di radicalizzarne il progetto di trasformazione, ponendo al centro del dibattito il modello di sviluppo e il paradigma di società. Ma rappresenta anche un’alternativa radicale a un conflitto storico tra popoli colonizzati e terratenenti oligarchi, che proprio nel Cauca ha avuto storicamente il suo epicentro: non a caso, la candidata del partito di estrema destra dell’uribismo, il Centro Democratico, è Paloma Valencia, ricca e bianca discendente dell’oligarchia terriera e latifondista del Cauca, che pochi anni fa aveva proposto la divisione della regione segregando i popoli indigeni originari. Foto di Alioscia Castronovo LE RIFORME E GLI ORIZZONTI DI TRASFORMAZIONE SOCIALE Con i risultati del 9 marzo, Cepeda si conferma il candidato forte – se non il favorito – per le elezioni presidenziali del 31 maggio. A partire da ora si apre tuttavia una nuova fase della campagna elettorale, segnata da logiche profondamente diverse rispetto alla competizione parlamentare e attraversata da ostacoli politici, istituzionali e sociali tutt’altro che trascurabili. L’attuale dibattito pubblico colombiano è dominato dai grandi cantieri di riforma aperti dal governo di Gustavo Petro. Tra questi la riforma del lavoro e l’aumento del salario minimo vitale del 23% (bloccato dalla Corte Suprema, controllata dalla destra, poi reso effettivo da un secondo decreto presidenziale), ma anche la riforma dell’istruzione, orientata a ridurre il sostegno pubblico alle università e alle scuole private e ad ampliare invece le possibilità di accesso universale all’istruzione gratuita. Un altro terreno decisivo è quello della transizione ecologica, un punto che caratterizza l’esperienza progressista colombiana rispetto ad altre esperienze latino-americane – come quella chavista in Venezuela o quella di Evo Morales e Álvaro García Linera in Bolivia – fondate invece su modelli fortemente estrattivisti. A questi si aggiungono altri cantieri di trasformazione altrettanto cruciali: la riforma agraria, con la redistribuzione delle terre alle popolazioni contadine e alle comunità ancestrali, e il processo di negoziazione con i diversi gruppi armati per raggiungere quella che il governo definisce la paz total (pace totale). Foto di Alioscia Castronovo Si tratta di terreni di trasformazione sui quali la partita è aperta. Da un lato, i risultati delle elezioni confermano che una parte consistente della società colombiana continua a sostenere il processo di cambiamento avviato negli ultimi anni, a partire dal ciclo di mobilitazioni del paro nacional (sciopero nazionale) e dell’estallido social (sollevazione sociale) del 2019-2021 e dall’arrivo al potere di Petro. Dall’altro lato, le riforme vengono costantemente ostacolate e svuotate dai grandi poteri economici e politici del paese, profondamente radicati negli apparati giudiziari dello Stato colombiano, vincolati alle imprese e ai gabinetti diplomatici nordamericani, nonché, in molti territori, legati all’opacità strategica del capitalismo mafioso. Lo scontro si dispiega allora su più livelli: istituzionale – a colpi di sentenze, ricorsi e blocchi parlamentari – ma anche sociale e, in alcune regioni del paese, ancora armato. L’estrema destra continua a essere non solo presente, ma minacciosa, pronta ad accelerazioni violente al primo segnale di Washington. Nonostante queste tensioni, ciò che si percepisce nella società colombiana è una trasformazione più profonda del senso comune. L’idea che sia in corso un proceso constituyente – con l’attivazione di un vero e proprio “potere costituente” della moltitudine a sostegno delle riforme, per usare le parole dello stesso Petro, lettore di Toni Negri – sembra entrare nel linguaggio quotidiano delle università, delle piazze e dei luoghi di lavoro. In questo contesto si fa strada, almeno in alcuni settori della società colombiana, la percezione che il Paese, dopo decenni di conflitto armato interno, si apra al mondo e risulti paradigmatico per alcune delle grandi sfide globali contemporanee: quelle legate alla pace, alla lotta ai “regimi di guerra” come nuove forme di governo capitalistico, alla giustizia sociale e alla transizione ecologica. In altre parole, si diffonde l’idea che – in caso di successo alle elezioni presidenziali, dove la vittoria è tutto meno che scontata – la Colombia possa diventare un laboratorio politico di primo piano per la trasformazione sociale a livello continentale, e oltre. Foto di Sebastián Bolaños Pérez TRA REALISMO E COMBATTIVITÀ: LA COLOMBIA NELLO SCENARIO CONTINENTALE La Colombia appare dunque, almeno per il momento, in controtendenza rispetto all’offensiva dell’estrema destra in America Latina: un continente posto dall’amministrazione statunitense al centro della propria strategia imperiale con il “correttivo Trump” alla Dottrina Monroe, reso noto nel documento di sicurezza strategica pubblicato a dicembre dalla Casa Bianca e già messo in opera con le ingerenze sulle elezioni in Argentina, l’attacco al Venezuela e l’irrigidimento dell’embargo a Cuba. A fronte di questa congiuntura, tra i militanti delle università e delle piazze di Bogotá emerge un atteggiamento che combina realismo politico e combattività. Realismo, perché è diffusa la consapevolezza che la Colombia si trovi in prima linea in uno dei principali fronti della competizione geopolitica internazionale, che assume forme sempre più militarizzate. Accanto al fronte ucraino e a quello iraniano, esiste infatti anche un fronte caraibico, nel quale gli Stati Uniti esercitano una pressione militare considerevole. Episodi recenti – come il sequestro di Nicolás Maduro del 3 gennaio scorso o le misteriose operazioni militari in corso in territorio ecuadoriano – vengono letti in molti ambienti politici colombiani proprio in questa chiave. Da qui la necessità di una strategia di negoziazione con Washington, come dimostrano le recenti iniziative diplomatiche del presidente Petro, culminate anche in un incontro ufficiale alla Casa Bianca. Accanto al realismo, tuttavia, permane la volontà di resistere. L’obiettivo non è quello di piegarsi al potere imperiale, ma di accompagnare la negoziazione con l’ampliamento dei rapporti di forza dentro e fuori dal paese. Si tratta di rafforzare la mobilitazione popolare per rendere impraticabile ogni escalation militare e destabilizzazione interna, mentre, sul piano della politica estera, si costruiscono alleanze regionali e globali. Il governo colombiano è stato tra i promotori del cosiddetto Gruppo dell’Aia, la coalizione di paesi impegnati per la fine del genocidio in Palestina, nonché protagonista dei tentativi di stipulare accordi internazionali vincolanti in materia di transizione energetica. Petro ha rafforzato, al tempo stesso, le relazioni con gli altri governi progressisti della regione, in particolare con il Messico di Claudia Sheinbaum e il Brasile di Inácio Lula da Silva. È questa combinazione di realismo e mobilitazione che sembra oggi caratterizzare l’atteggiamento di buona parte della sinistra e dei movimenti sociali colombiani. Immagine di copertina di Alioscia Castronovo da Bogotá. Immagini nell’articolo di Alioscia Castronovo e Sebastián Bolaños Pérez SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Vittoria della sinistra alle parlamentari in Colombia: ora le sfide verso le presidenziali proviene da DINAMOpress.
March 16, 2026
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