La scienza è davvero neutra? Il dissenso etico dei ricercatori CNR unisce l’Italia da Nord a SudCASO PASWING. Partito dall’istituto ISSMC di Faenza, il dissenso contro
l’accordo militare con lo Stato d’Israele si estende a livello nazionale: 62
dipendenti di 21 istituti firmano una nuova lettera alla dirigenza, unendo la
comunità scientifica dal Trentino a Palermo.
La ricerca scientifica pubblica italiana si trova a un bivio fondamentale tra
l’imperativo costituzionale della pace e le logiche dei finanziamenti
all’industria bellica.
Giovedì 25 giugno 2026, sessantadue dipendenti del Consiglio Nazionale delle
Ricerche (CNR) hanno inviato una seconda e dettagliata lettera formale alla
Direttrice dell’Istituto di Scienza, Tecnologia e Sostenibilità per lo Sviluppo
dei Materiali Ceramici (ISSMC), la Dott.ssa Alessandra Sanson. L’obiettivo
primario di questa mobilitazione collettiva è esigere l’interruzione immediata
del contratto relativo al progetto denominato “PaSwing“. La rete denominata “La
ricerca che non va in guerra”, solleva un profondo interrogativo istituzionale:
come può la scienza pubblica conciliare i propri scopi di progresso sociale e
tutela ambientale con lo sviluppo di tecnologie destinate a scenari di conflitto
armato?
Questo nuovo atto di dissenso rappresenta l’evoluzione strutturale di una
protesta nata a metà maggio a Faenza, con una prima lettera scritta in occasione
dell’Open Day dell’istituto ceramico. Letta pubblicamente il 15 maggio — data
simbolica che coincideva con il settantottesimo anniversario della Nakba
palestinese, attivisti, difensori dei diritti umani, ambientalisti e ricercatori
si sono riuniti davanti ai cancelli denunciando l’ambiguità etica di una ricerca
scientifica controllata da interessi economici bellici.
Se inizialmente la contestazione sembrava circoscritta a un nucleo locale, oggi
il panorama è radicalmente mutato. La seconda lettera unisce lo sguardo e
l’impegno di professionisti provenienti da ben ventuno istituti CNR differenti,
dislocati in varie sedi su tutto il territorio nazionale. Dal Trentino fino a
Palermo, la comunità scientifica ha scelto di superare i confini della propria
specificità disciplinare per trasformare la questione in un caso politico di
rilevanza nazionale, capace di impattare direttamente sui sistemi globali di
tutela dei diritti umani e del diritto internazionale.
Il progetto PaSwing e la responsabilità delle istituzioni pubbliche
Al centro della complessa disputa scientifica si colloca il progetto “PaSwing”,
acronimo di Spinel Windows Joining by Glass. Si tratta di un accordo di
cooperazione scientifica avviato nel corso del 2024 tra l’istituto ISSMC di
Faenza e il Ministero della Difesa dello Stato d’Israele. Dal punto di vista
strettamente tecnico, le attività di ricerca vertono sullo sviluppo e
l’ottimizzazione di materiali ceramici trasparenti avanzati. I documenti tecnici
e le segnalazioni fornite dai ricercatori evidenziano come tali materiali
trovino applicazione diretta nella schermatura e nella componentistica di mezzi
militari terrestri. La natura intrinsecamente duale o prettamente bellica di
questo studio rompe la narrazione di una scienza neutra e asettica, separata
dalle conseguenze materiali della sua applicazione pratica.
Le strutture dirigenti locali dell’istituto di Faenza, interpellate già durante
le manifestazioni di maggio, hanno storicamente risposto invocando la neutralità
tecnologica. La dirigenza ha inoltre precisato di non possedere i margini di
autonomia giuridica necessari per decretare la rescissione unilaterale di un
simile accordo internazionale, rimandando ogni responsabilità gestionale e
politica alla direzione centrale del CNR a Roma. Questo rimpallo di competenze
evidenzia un nodo strutturale tipico dei grandi enti di ricerca moderni: la
frammentazione burocratica rischia di oscurare le responsabilità decisionali,
rendendo difficile l’applicazione di principi etici fondamentali all’interno dei
singoli laboratori. Di fronte a questo blocco istituzionale, la rete dei
lavoratori firmatari ha deciso di denunciare l’assenza di canali formali per
l’obiezione di coscienza, un limite grave che di fatto lede il diritto del
personale scientifico di non cooperare a progetti in aperto contrasto con le
proprie convinzioni morali.
Implicazioni geopolitiche, etica, ecologica e giustizia sociale
La mobilitazione dei sessantadue dipendenti non si limita a una critica
burocratica, ma si inserisce in una più ampia analisi delle connessioni
esistenti tra militarismo, sfruttamento della conoscenza e violazione dei
diritti umani. I firmatari ricordano che i vertici governativi israeliani sono
attualmente coinvolti nelle offensive militari su Gaza e nei territori
palestinesi occupati. Proseguire le attività scientifiche pianificate
all’interno di PaSwing espone l’ente pubblico italiano al rischio concreto di
una complicità indiretta nelle violazioni del diritto internazionale e nei
crimini contro l’umanità perpetrati nei teatri di guerra. L’interruzione delle
collaborazioni belliche viene indicata dai lavoratori come l’unica via per dare
attuazione pratica all’Articolo 11 della Costituzione Italiana, il quale
sancisce in modo inequivocabile il ripudio della guerra come strumento di offesa
alla libertà degli altri popoli.
L’analisi condotta dal movimento evidenzia inoltre un profondo legame con
l’ecologia integrale e la salute pubblica. Le risorse economiche, l’intelligenza
collettiva e le infrastrutture tecnologiche dello Stato dovrebbero essere
orientate alla gestione delle gravi crisi ambientali, alla conversione ecologica
e alla tutela dei beni comuni. Sottrarre fondi e competenze alla ricerca civile
per destinarli all’efficienza degli apparati bellici rappresenta un danno
diretto per la collettività. Durante l’Open Day dello scorso maggio, i
lavoratori e vari movimenti civici di tutta la regione Emilia Romagna avevano
chiesto formalmente di integrare nei programmi dei laboratori una sessione di
riflessione critica sul legame tra etica e industria militare, rivendicando la
necessità impellente di una piena corrispondenza tra i principi di pace
professati e le scelte istituzionali quotidiane.
La totale assenza di risposte concrete da parte dei vertici ha spinto i
dipendenti a formalizzare un nuovo e più severo avvertimento d’azione.
Verso un’ampia mobilitazione della vigilanza civile
Nella missiva spedita il 25 giugno, scienziati, lavoratrici e i lavoratori del
CNR hanno esplicitato i contorni di una precisa assunzione di responsabilità che
chiama in causa l’intera struttura amministrativa dell’ente scientifico. Il
testo dichiara testualmente la volontà di fare emergere le responsabilità
individuali ai vari livelli gestionali del CNR per superare l’opacità dei
processi decisionali. Il documento si conclude con una dichiarazione
programmatica che delinea le prossime tappe della mobilitazione nazionale:
> “Al fine di giungere quanto meno alla sospensione di tale accordo, vanno
> chiarite le responsabilità ai diversi livelli di gestione dell’Ente. Le
> sottoscritte ed i sottoscritti confermano il proprio impegno a promuovere
> azioni tra cui manifestazioni, lettere, interviste, contributi sui mezzi di
> informazione, ricorsi e interlocuzioni coerenti con l’obiettivo di evitare
> ogni forma di collaborazione del CNR che possa comportare rischi di complicità
> in genocidio e crimini contro l’umanità.”
La rete “La ricerca che non va in guerra” non si configura come un’associazione
gerarchica o formale, bensì come una rete spontanea di scienziati e tecnici che
hanno scelto di esporsi in prima persona per difendere l’integrità morale della
propria professione e rivendicare il diritto di fare obiezione di coscienza. La
crescita del fronte del dissenso dimostra che la base lavorativa dell’ente
rifiuta la logica della sottomissione alle commesse militari. Questo appello si
trasforma in un invito aperto alla vigilanza democratica rivolto a tutta la
società civile, al mondo universitario, al mondo della ricerca e dell’istruzione
e alle reti ambientaliste: la scienza deve rimanere un presidio globale di pace,
progresso e giustizia sociale, e la mobilitazione attuale rappresenta solo
l’inizio di un lungo percorso di riscatto etico.
Riferimento per questa iniziativa e’ Marco Cervino, ricercatore in ISAC-CNR.
marco.cervino@cnr.it
Istituti di afferenza dei firmatari:
CNR-NANO (Istituto Nanoscienze) • Istituto di Biofisica (IBF) • Istituto di
Bioscienze e Biorisorse (IBBR) • Istituto di Calcolo e Reti ad Alte Prestazioni
(ICAR) • Istituto di Farmacologia Traslazionale (IFT) • Istituto di Ricerca per
la Protezione Idrogeologica (IRPI) • Istituto di Ricerca sugli Ecosistemi
Terrestri (IRET) • Istituto di Scienza, Tecnologia e Sostenibilità per lo
Sviluppo dei Materiali Ceramici (ISSMC) • Istituto di Scienze Applicate e
Sistemi Intelligenti “Eduardo Caianiello” (ISASI) • Istituto di Scienze
dell’Atmosfera e del Clima (ISAC) • Istituto di Scienze e Tecnologie della
Cognizione (ISTC) • Istituto di Scienze Marine (ISMAR) • Istituto Nazionale di
Ottica (INO) • Istituto per il Rilevamento Elettromagnetico dell’Ambiente (IREA)
• Istituto per la Bioeconomia (IBE) • Istituto per la Microelettronica e
Microsistemi (IMM) • Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante (IPSP)
• Istituto per la Storia del Pensiero Filosofico e Scientifico Moderno (ISPF) •
Istituto per la Tecnologia delle Membrane (ITM) • Istituto per le Applicazioni
del Calcolo (IAC) • Istituto per lo Studio dei Materiali Nanostrutturati (ISMN).
Sedi territoriali:
Agrate Brianza (MB), Bari, Bologna, Cosenza, Faenza, Genova, Lamezia Terme,
Lecce, Milano, Modena, Napoli, Padova, Palermo, Perugia, Pisa, Porano, Pozzuoli,
Rende (CS), Roma, San Michele all’Adige (TN), Sesto Fiorentino, Tito Scalo,
Torino, Trento, Venezia.
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