Femminismo marxista e decolonialitàLa prima Conferenza Internazionale Marxista-Femminista si è tenuta a Berlino nel
2015, promossa dalla sezione femminista dell’Istituto Berlinese di Teoria
Critica (InkriT) attorno alla sociologa e filosofa tedesca Frigga Haug. In
occasione della plenaria conclusiva, Haug ha presentato un documento in tredici
tesi che sintetizza il pensiero delle correnti femministe che vedono nelle
categorie marxiste uno strumento utile per analizzare la realtà sociale
contemporanea. I congressi successivi hanno ripreso e ampliato queste tesi,
declinandole in modi diversi in base alle necessità del contesto politico
contemporaneo ma mantenendo una prospettiva femminista marxista.
Dal 21 al 23 novembre 2025 si è svolta nella città di Porto la sesta Conferenza
Internazionale Femminista Marxista del gruppo Marxfem dal titolo Decolonising
Bodies, Territories and Practices, con un’ampia partecipazione – 358 iscritte
provenienti da 50 Paesi – a testimonianza del rinnovato interesse per il
femminismo marxista, in particolare tra le giovani attiviste e studiose del
mondo.
Dopo una lunga fase in cui gli studi femministi sembravano concentrarsi
unicamente sulla sfera culturale e simbolica del predominio maschile, il
femminismo del XXI secolo è – in buona parte – tornato a un approccio
materialista, radicandosi nella materialità dello sfruttamento, dei lavori
precari sottopagati, delle condizioni di maternità negate.
IL NOSTRO POSIZIONAMENTO
Di fronte a una progressiva «fascistizzazione della riproduzione sociale»,
processo che vede un preciso attacco alla politicizzazione femminista e popolare
della crisi della riproduzione sociale, tornare a un approccio materialista
permette di interrogare le specifiche forme di oppressione prodotte dal modo di
produzione capitalista. Proprio la nostra postura materialista ci fa scrivere
questo contributo a partire da un posizionamento che vogliamo esplicitare. Siamo
studiose, ricercatrici, attiviste e militanti che si interrogano circa le
dinamiche di potere che permeano la nostra società e i cui effetti si
ripercuotono maggiormente sui soggetti femminilizzati dediti alla riproduzione
sociale. Sappiamo anche che i corpi che quotidianamente portiamo per le strade,
nei luoghi di lavoro, nelle accademie e nelle piazze non sono neutri bensì
connotati come oggetto di controllo e di strumentalizzazione da parte del
patriarcato e del capitalismo.
Allo stesso modo sappiamo di trovarci a pensare e agire in una parte ben
definita del mondo: quello europeo e occidentale. Il privilegio di cui godiamo
in quanto persone bianche che parlano e scrivono da paesi del Nord globale è
qualcosa di cui abbiamo contezza e che cerchiamo di problematizzare nelle nostre
riflessioni. Siamo consapevoli, infatti, delle dovute differenze che le lotte
portate avanti in un contesto come quello europeo – certamente scosso da crisi
ecologiche, economiche e belliche – presentano rispetto alle lotte di altri
territori. Le esperienze, dall’America Latina alla Palestina, dal sud-est
asiatico all’Africa, sono per noi una fonte di apprendimento e di elaborazione
teorica. Crediamo che guardare al di là dello stretto orizzonte dei luoghi in
cui viviamo e schiudere il pensiero femminista (e marxista) a una prospettiva
internazionalista sia la sola via percorribile per poter realmente realizzare la
rivoluzione. Una rivoluzione, dunque, che parte dalla decolonialità.
Come ha sottolineato Ruth Gilmore nella plenaria introduttiva, il Capitale ha
bisogno delle differenze di razza e di genere per perpetuare le proprie
condizioni di esistenza. Il metodo decoloniale serve a evidenziare le catene
internazionali della valorizzazione del capitale che sono in continuità con la
storia coloniale; ma serve anche a disvelare i meccanismi materiali e
psicologici di predominio e di sfruttamento nelle nostre società postcoloniali
razziste.
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LA RADICE DELL’OPPRESSIONE DELLE DONNE
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ACCUMULAZIONE, RIVOLUZIONE E NUOVO PROLETARIATO INTERNAZIONALE
Se si segue l’interpretazione che Rosa Luxemburg propone rispetto alla questione
dell’accumulazione originaria, si comprende perché il tema della decolonialità
sia centrale per una riflessione che vuole essere insieme femminista e
anticapitalista. Nel suo testo principe, L’accumulazione del capitale, Luxemburg
costruisce quella che viene conosciuta come la sua «teoria dell’imperialismo» in
cui collega in modo necessario capitalismo, colonialismo, guerra e
imperialismo.
Confrontandosi direttamente con alcuni dei più spinosi nodi marxiani, la
rivoluzionaria polacca ricostruisce le diverse fasi attraverso cui il
capitalismo colonizza aree del mondo non-capitalistiche mediante l’instaurazione
violenta delle proprie strutture e dei propri modelli sociali. Le nuove
possibilità pratico-teoriche elaborate da Luxemburg rendono la sua trattazione
particolarmente rilevante per le contemporanee teorie femministe post e
decoloniali.
La portata globale che Rosa Luxemburg riconosce nelle strutture di sfruttamento
che sottendono al funzionamento del capitalismo permette all’autrice di
elaborare un’idea di rivoluzione e lotta di classe che sia necessariamente
internazionale. Per Luxemburg, infatti, il capitalismo crea, senza volerlo, il
suo strumento di resistenza e cioè una classe lavoratrice, sottoposta allo
stesso sistema di sfruttamento, quello capitalistico, esteso su scala globale.
La rivoluzione luxemburghiana, quindi, vede la necessaria partecipazione di
tutto il proletariato internazionale unito contro lo stesso nemico: la violenta
e capillare espropriazione e discriminazione del capitalismo.
Ma come individuare, oggi, il soggetto rivoluzionario? Nel capitalismo
contemporaneo, segnato da forti processi di finanziarizzazione e dalla
moltiplicazione di forme di lavoro informali o para-formali, l’individuazione di
un soggetto di classe unitario appare sempre più complessa. La frammentazione
delle condizioni lavorative e la crescente centralità di attività non
riconducibili al lavoro salariato industriale mettono in crisi le categorie
tradizionali con cui il marxismo ha storicamente identificato il soggetto
rivoluzionario.
Già negli anni Settanta, in un contesto segnato dalla crisi del fordismo e
dall’emergere di nuove forme di ristrutturazione capitalistica, una parte del
marxismo femminista aveva messo in discussione l’identificazione del soggetto
rivoluzionario con l’operaio industriale salariato. È il caso dell’esperienza
internazionale di Wages for Housework, che fin dalla sua nascita ha insistito
sulla necessità di riformulare la nozione di classe a partire da una diversa
centralità attribuita alle soggettività non salariate, al lavoro domestico e di
cura nel ciclo complessivo di produzione e riproduzione della forza-lavoro.
Se si riflette sulla condizione contemporanea – che vede il completo
disfacimento del diritto internazionale nonché la proliferazione di guerre a
scopo imperialista e di imposizione di un unico modello sociale e produttivo –
le parole di Luxemburg ritornano con urgenza. La «teoria dell’imperialismo» e
l’internazionalismo luxemburghiano costituiscono degli importanti strumenti per
il femminismo contemporaneo, soprattutto se si considera il violento attacco ai
corpi delle donne, specialmente in quelle zone soggette a processi di
ricolonizzazione e guerre imperialiste. Sono proprio le donne, infatti, a
occuparsi della riproduzione sociale delle proprie comunità e quindi custodi di
sistemi sociali alternativi a quello capitalistico. Non a caso il tema della
riproduzione sociale, nuova posta in gioco dell’accumulazione capitalistica, ha
occupato un posto centrale nelle riflessioni svolte nei vari panel della
conferenza.
Questo ampio interesse nei confronti dell’argomento è giustificato se
consideriamo, in una prospettiva globale, le forme di resistenza attraverso
economie di sussistenza come quelle messe in campo in America Latina o il
respingimento coloniale in atto in Palestina.
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PALESTINA
Il nostro pensiero non può che andare in Palestina, dove le donne stanno
compiendo gravosi sforzi per cercare di preservare le condizioni minime di
esistenza in un contesto come quello genocidario segnato dalla distruzione
sistematica dei mezzi di sussistenza e delle infrastrutture di base (strade,
case, acquedotti, ospedali, infrastrutture alimentari, ecc.). L’aggressione alle
condizioni materiali di esistenza palestinesi, parte del progetto coloniale
sionista, colpisce in egual misura uomini, donne e bambini palestinesi.
Tuttavia, sono soprattutto le donne (anche se non esclusivamente) a fronteggiare
quotidianamente, nell’ambito della riproduzione sociale, gli effetti di questa
distruzione rendendo possibile la sopravvivenza collettiva, attraverso pratiche
di cura, organizzazione e sostegno reciproco, restando spesso ai margini della
narrazione pubblica. Non a caso, le donne in quanto potenzialmente «madri» sono
oggetto di politiche di controllo e negazione da parte della strategia politica
sionista, guidata dall’idea che la riproduzione delle e dei palestinesi sia una
minaccia al progetto coloniale israeliano.
Il ruolo attivo e politico svolto dalle soggettività femminilizzate e
marginalizzate nella resistenza palestinese ci pone, pertanto, di fronte al tema
della riproduzione sociale come forma di resistenza.
RESISTENZA E RIPRODUZIONE SOCIALE
Parlare di resistenza delle donne in Palestina significa confrontarsi con una
molteplicità di forme di opposizione alla colonizzazione di Israele ma,
soprattutto, significa compiere un lavoro di esegesi delle fonti (non sempre
scritte) e di storie trasmesse oralmente.
Storicamente, la prima organizzazione ufficiale di donne palestinesi nasce nel
1920 con il nome di Palestinian Arab Women’s Union, protagonista di diverse
proteste contro la presenza britannica nei territori palestinesi. La loro
attività rende esplicita per la prima volta come la liberazione delle donne sia
parte necessaria per il raggiungimento della liberazione di tutta la popolazione
palestinese.
A partire dal 1948, anno di inizio della Nakba, si assiste a una
diversificazione delle forme di resistenza. La popolazione palestinese, privata
della propria terra, affidò alla famiglia e alla memoria collettiva la sua
sopravvivenza. La funzione dello spazio privato mutò radicalmente, la casa
divenne il luogo nel quale preservare la cultura e portare avanti forme
differenti ma complementari di resistenza: non più solo luogo di cura e di
lavoro domestico ma spazio del sumud. In questo contesto, le soggettività
femminilizzate furono le figure principali di questa forma «narrativa» di
resistenza.
La svolta più recente risale al 2019 con la nascita del movimento femminista
palestinese Tal’at. A differenza delle organizzazioni precedenti, Tal’at cerca
di tenere insieme le istanze del femminismo radicale e quelle della liberazione
nazionale, provando a superare una visione dicotomica delle lotte. Il nuovo
movimento femminista è stato il primo a parlare apertamente di abusi domestici
affermando con forza che non vi è alcuna contraddizione tra il desiderio di
libertà palestinese e la lotta per i diritti delle donne. Tal’at rende così
esplicita la forte connessione tra le due forme di resistenza denunciando, tra
l’altro, come l’oppressione israeliana inasprisca atteggiamenti violenti in chi
vive sotto il dominio coloniale.
Ciò che succede in Palestina, come in altri contesti dove sono sotto attacco le
condizioni materiali della riproduzione della vita, rende evidente come
l’oppressione abbia a che fare con il modo in cui il capitalismo si sostiene e
si riproduce.
È chiaro che, in primo luogo, sono le donne con i loro corpi a costituire una
resistenza attiva che passa attraverso la riproduzione sociale; è grazie a loro
che si può tessere una rete di resistenza – locale e internazionale – a quel
processo di espropriazione, imposizione e violenza mortifera che caratterizza
l’alleanza criminale tra patriarcato e capitale.
Come femministe marxiste, dunque, riconosciamo l’urgenza di confrontarci con
l’esperienza di lotta delle donne e delle femministe palestinesi, che riteniamo
imprescindibile, poiché rende evidente l’intreccio tra violenza di genere e
sessuale, politiche coloniali di insediamento e guerra. Questa postura ci impone
di leggere tali violenze come parte integrante dei processi di dominio
attraverso cui il capitalismo globale riorganizza la sua riproduzione,
scaricandone i costi sui territori che rendono possibile la sopravvivenza
materiale e sociale dei suoi centri economici attraverso processi di
espropriazione e sfruttamento.
*Giulia Longoni, Ludovica Micalizzi, Martina Facincani, Nadia De Mond fanno
parte di MarxFem Italia.
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