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Anziani: sempre più fragili e bisognosi di aiuto nella vita di tutti i giorni
Il 36,6% degli anziani dichiara che, seppure autosufficiente, ha comunque bisogno di qualche aiuto nella vita quotidiana. In vent’anni la percentuale di persone con 65 anni e oltre che si sente fragile e chiede un supporto è raddoppiata: nel 2006 era pari al 18,3%. Oggi al 31,7% capita di tanto in tanto di avere bisogno di aiuto, al 4,9% capita spesso perché sperimenta parecchie difficoltà nelle attività ordinarie. Si dichiara totalmente non autosufficiente l’1,4% degli intervistati e totalmente autosufficiente il 62,0%. Però nel 2006 si definiva totalmente autosufficiente il 78,8%: 16,8 punti percentuali in più rispetto ad oggi. È quanto emerge dal Rapporto “Invecchiare nell’Italia della longevità. Come costruire un Paese a misura di anziani” realizzato dal Censis. L’89,6% dei longevi dichiara che, per quanto ci si possa prendere cura di sé stessi, il declino fisico non si può fermare. Il 79,3% dei longevi si è rassegnato al fatto che certi cambiamenti legati al tempo che trascorre sono irreversibili, definitivi. C’è una nuova consapevolezza della fragilità legata all’età che avanza. Un approccio diverso dalle retoriche della longevità attiva, della performance anche in età avanzata. Inoltre, per il 79,8% dei longevi accettare la vecchiaia come condizione permanente aiuta a dare più valore al presente. Il Rapporto evidenzia come ci sia un rischio alto per il Paese più vecchio d’Europa. I fabbisogni legati alla vecchiaia rappresentano una sfida decisiva per l’Italia, visto che già oggi le persone con almeno 65 anni costituiscono il 25,1% della popolazione totale, dato che rende l’Italia il Paese più longevo dell’Unione europea. Un’onda grigia potente che può diventare un problema perché si affianca al crollo della natalità e al rarefarsi dei giovani. Nel periodo 1951-2025 i minori fino a 17 anni sono diminuiti del 38,8% e i giovani tra i 18 e i 34 anni del 18,9%. Le persone di età tra 35 e 64 anni sono invece aumentate del 53,7% e quelle con almeno 65 anni del 248,6%. Le proiezioni demografiche al 2050 indicano che gli anziani saranno oltre 18,9 milioni, il 34,6% del totale: più di un italiano su tre. Ma quando si diventa anziani? Secondo gli attuali over 65, si diventa anziani in media a 76,7 anni. Infatti, pensa che si diventi anziano a 65 anni il 5,7% degli attuali anziani intervistati, a 70 anni il 16,6%, a 75 anni il 24,5%, a 80 anni il 28,7%, a 85 anni il 14,5%, mentre il 9,5% non ritiene che ci sia un’età precisa e il 10,0% non esprime un’opinione. In sintesi, il 41,0% degli intervistati fissa l’età di accesso alla vecchiaia tra i 70 e i 75 anni, e oltre il 43% al di là dell’80° anno di vita. In ogni caso, al di là dell’età, per il 69,4% dei longevi si diventa anziani se si perde l’autosufficienza, per il 24,9% in caso di morte di amici e coetanei, per il 22,3% in caso di morte del coniuge, per l’8,0% al momento del pensionamento e per il 4,2% quando si diventa nonni. Per la stragrande maggioranza è però la qualità a prevalere sulla quantità: vivere bene, piuttosto che vivere a lungo. L’82,8% degli anziani indica come sua maggiore paura di dover dipendere dagli altri in futuro, il 33,5% teme la morte. Solo il 16,5% degli intervistati è interessato a vivere fino a 120 anni. Per gli anziani non conta tanto la durata della vita, quanto la sua qualità e soprattutto preservare l’autonomia, per non dipendere dagli altri. Anche il  CENSIS conferma come sia la famiglia il perno dell’assistenza, il fulcro del sistema di cura per gli anziani. In caso di necessità, il 52,7% conta sui figli, il 49,6% su coniugi e conviventi, il 16,0% su altri parenti, il 10,8% su amici e conoscenti, il 7,0% sulle badanti e l’1,9% su infermieri o assistenti domiciliari delle strutture pubbliche. Il 7,8% non ha alcuno su cui contare, deve affrontare da solo ogni difficoltà. E’ forte, quindi, il rischio solitudine: al 62,3% degli anziani capita di sentirsi solo, all’8,9% capita sempre o spesso, al 22,8% qualche volta, al 30,6% raramente. Al 37,7% invece non capita mai di sentirsi solo. In concreto, vive solo il 29,5% degli anziani, quota che sale al 37,0% tra chi ha 75 anni e oltre e al 49,9% tra chi ha almeno 85 anni. “Il dilatarsi delle classi di età longeve, che le previsioni demografiche annunciano, farà emergere in modo inequivocabile, si legge nelle conclusioni del Rapporto, la caducità del modello attuale di gestione degli effetti dell’invecchiamento. Occorre infatti accettare di misurarsi con l’intreccio tra le leggi bronzee della demografia regressiva, il rattrappirsi del soggetto famiglia perno del welfare informale e la crisi strutturale e irreversibile del welfare formalizzato tradizionale. L’esito diretto consiste nell’urgenza di dedicare un elevato investimento di intenzionalità e risorse al necessario adattamento della società alle esigenze dei longevi. Costruire un Paese a misura di anziano non è una scelta regressiva, non è un modo per rinunciare allo sviluppo, ma una necessità per continuare a fare dell’Italia uno dei paesi più avanzati al mondo”. Qui il Rapporto: https://www.censis.it/wp-content/uploads/2026/06/Rapporto-Longevita.pdf.  Giovanni Caprio
July 8, 2026
Pressenza
Una società che esclude i suoi padri non è moderna: il dramma dell’alfabetizzazione digitale degli anziani in Italia
Ormai già da alcuni anni, tutto è diventato “un’app, un codice, un portale” e sempre di più siamo diventati dipendenti dai nostri telefoni, senza i quali non saremmo più in grado di compiere molte delle nostre azioni quotidiane. Questa immagine coglie con lucidità e amarezza un paradosso drammatico della nostra epoca. Non solo i giovani, ma uomini e donne di ogni età si trovano confinati in una società che costringe chiunque a dipendere da uno smartphone per esercitare diritti fondamentali quali prenotare una visita medica, pagare una bolletta, accedere a un servizio pubblico. E una società che obbliga anche un novantenne a confrontarsi con uno Smart Phone  non può definirsi moderna. È, al contrario, una società che ha scelto di liberarsi dei propri padri, rendendoli analfabeti funzionali nella casa che hanno contribuito a costruire.  Le difficoltà pratiche per le persone anziane sono concrete e quotidiane. Molti over 75, soprattutto quelli con basso livello di istruzione,  problemi di vista o mobilità e anche memoria, si trovano di fronte a interfacce complicate, password che cambiano, procedure di autenticazione a due fattori e applicazioni su PC o SmartPhone poco intuitive. Un semplice rinnovo della tessera sanitaria o la consultazione del fascicolo sanitario elettronico diventa un ostacolo insormontabile. Secondo i dati Istat più recenti, solo il 35,7% degli over 75 utilizza Internet, con un divario ancora più marcato tra donne e persone con titoli di studio bassi o titoli di studio non in campo scientifico.   Questo non è solo un problema di “saper usare il telefono”. È un problema di accesso alla dignità. Quando un anziano deve chiamare il figlio o il nipote ogni volta che deve interagire con la Pubblica Amministrazione, si attiva una catena di dipendenza che umilia, genera frustrazione e, in molti casi, porta a rinunce: si rinuncia a una visita, si paga una multa per ritardo, si accumulano disagi. Chi non ha familiari vicini o disponibili resta semplicemente escluso. Ma il lato umano è ancora più profondo e triste. Gli anziani di oggi sono la generazione che ha ricostruito l’Italia dopo la guerra, che ha lavorato duramente, spesso con sacrifici enormi, per garantire ai figli un futuro migliore. Hanno costruito case, scuole, ospedali e infrastrutture. Oggi, nel nome di un’innovazione spesso arrogante e poco inclusiva, vengono messi ai margini. La tecnologia, che dovrebbe essere uno strumento di emancipazione, diventa invece un filtro selettivo che discrimina in base all’età, alla familiarità con il digitale e alle risorse familiari. Questa esclusione ferisce l’identità e l’autostima. Molti anziani provano vergogna nel dover “disturbare” i familiari, si sentono un peso, vivono un progressivo isolamento. La solitudine, già una piaga diffusa tra gli ultraottantenni, viene aggravata da questa barriera invisibile ma potentissima. Non stiamo solo rendendo la vita più complicata: stiamo comunicando implicitamente che chi non si adegua al ritmo frenetico del digitale non ha più pieno diritto di cittadinanza. L’Italia, più di altri Paesi europei, è chiamata a riflettere su questo tema proprio per la sua demografia. Al 1° gennaio 2026 gli over 65 costituiscono il 25,1% della popolazione (oltre 14,8 milioni di persone), con un’età media di 47,1 anni. Gli ultraottantenni superano i 4,5-4,6 milioni e hanno ormai superato numericamente i bambini sotto i 10 anni. Siamo il Paese più anziano dell’Unione Europea. Ignorare questa realtà significa progettare una società per una minoranza giovane e digitalizzata, lasciando indietro la maggioranza che ha reso possibile il benessere attuale. La vera innovazione non consiste nel sostituire ogni procedura con una applicazione informaticaa, ma nel progettare sistemi ibridi, accessibili, inclusivi. Sportelli fisici potenziati, assistenza telefonica umana qualificata, versioni semplificate delle piattaforme, formazione continua e, soprattutto, un cambio di mentalità: la tecnologia deve servire l’uomo, non selezionare chi è “degno” di accedere ai servizi. Lasciare indietro chi ci ha preceduto non è evoluzione: è egoismo camuffato da progresso. Una società matura si misura dalla capacità di prendersi cura di tutti i suoi membri, soprattutto dei più fragili. Solo così potremo dire di essere davvero moderni, non perché usiamo uno smartphone, ma perché non dimentichiamo l’umanità di chi li usa con difficoltà.   Manuela Zafferani     Redazione Italia
June 28, 2026
Pressenza
Il caldo non è democratico: le città dove la crisi climatica colpisce i più vulnerabili
Il nuovo rapporto di Greenpeace Italia mostra come il caldo estremo colpisca soprattutto anziani, bambini, persone senza dimora e famiglie vulnerabili. Napoli è uno dei simboli di una crisi che riguarda ormai tutto il Paese. Napoli brucia. Lo fa da anni, ma adesso i numeri lo dicono con una precisione che non lascia margini all’interpretazione. Il 96% dei residenti vive in quartieri dove la temperatura superficiale media supera i 40 gradi. L’isola di calore urbana supera gli 11 gradi di differenza rispetto alle campagne circostanti. Quasi 5 mila persone senza dimora dormono in strada. Sono dati del nuovo report di Greenpeace Italia, L’estate che scotta, pubblicato a giugno 2026 con il contributo dei ricercatori ISTAT Stefano Tersigni e Alessandro Cimbelli. Napoli non è un caso isolato. È, semmai, il riassunto più visibile di una condizione strutturale che riguarda le città italiane nella loro interezza. La quota di giornate estive con una temperatura percepita superiore ai 32 gradi è passata dal 39% degli anni Novanta al 62% del quinquennio 2021-2025. Non è un’eccezione climatica. È la norma nuova. È ciò che chiamiamo estate. Nel 2025, le regioni con più giornate oltre quella soglia sono state la Puglia, con il 79% delle giornate estive, seguita da Sicilia e Basilicata al 68%, Emilia-Romagna al 67% e Lombardia al 65%. Non è più una questione meridionale: è una questione italiana. L’indicatore utilizzato dal report per misurare lo stress termico percepito è l’UTCI, Universal Thermal Climate Index, un indice biometeorologico che non considera solo la temperatura dell’aria ma combina umidità, vento e radiazione solare. Oltre i 32 gradi di UTCI il corpo fatica a disperdere il calore accumulato, attiva meccanismi di difesa come la sudorazione eccessiva e l’aumento della circolazione sanguigna verso la pelle, con conseguente disidratazione, perdita di sali minerali e aumento della frequenza cardiaca. Se l’esposizione è prolungata o associata ad alta umidità e scarsa ventilazione, compaiono stanchezza, crampi, vertigini, difficoltà di concentrazione. Nei casi più gravi, il colpo di calore. Nelle città questo processo è amplificato da un fenomeno specifico che il report misura con precisione: le isole di calore urbane. La differenza di temperatura superficiale tra il tessuto urbano e le aree rurali circostanti può superare abbondantemente i 6 gradi considerati già critici dalla NASA. In Italia, nell’estate 2025, la stragrande maggioranza dei capoluoghi di regione ha registrato isole di calore ben più intense. Il caso più paradossale è quello di Torino: seconda in classifica per temperatura superficiale assoluta con 44,2 gradi di media massima estiva, è però prima per intensità dell’isola di calore, con oltre 15 gradi di differenza rispetto alle aree collinari e boschive che la circondano. Significa che una città già calda in termini assoluti accumula un surplus termico ulteriore prodotto dalla propria struttura urbana, dagli edifici, dall’asfalto, dai motori dei condizionatori sempre in funzione, dalla scarsità di verde. L’unica eccezione positiva è Bari, dove l’isola di calore è addirittura negativa: la città registra temperature leggermente inferiori rispetto alle campagne circostanti, per effetto della brezza marina e della morfologia del territorio. Non a caso è considerata la città con il miglior clima d’Italia secondo l’indice del Sole 24 Ore. C’è poi il problema delle notti. Nelle zone cementificate il caldo non si esaurisce al tramonto. Si parla sempre più spesso di notti tropicali, definite come le notti in cui la temperatura minima non scende sotto i 20 gradi. L’assenza di un’escursione termica significativa disturba il sonno, debilita il fisico e aumenta i rischi cardiovascolari. A Milano, secondo i dati di ARPA Lombardia, dal 2014 al 2021 la soglia di 60 notti tropicali all’anno — che era la media storica del trentennio 1981-2010 — è stata superata ogni anno, con picchi oltre le 80 notti. Il caldo, in queste condizioni, non è più una variabile stagionale ma una pressione continua sull’organismo, senza pause notturne di recupero. L’87% degli abitanti dei capoluoghi di regione — 8,2 milioni di persone — vive in quartieri dove la media delle temperature superficiali massime supera i 40 gradi. Tra loro ci sono 283 mila bambini sotto i cinque anni e 1,1 milioni di anziani sopra i 74. Torino ha il 98% della popolazione residente in aree con isole di calore intense o molto intense. Roma supera i 44 gradi di temperatura superficiale assoluta. I numeri non descrivono un’emergenza futura: descrivono la realtà urbana attuale. Il caldo, però, non colpisce tutti allo stesso modo. Chi può permettersi un condizionatore, un appartamento ben isolato, un quartiere con alberi, un lavoro al chiuso, attraversa l’estate con disagio ma senza rischi immediati. Chi non può, subisce conseguenze che vanno dalla perdita del sonno al colpo di calore, dall’aggravamento delle patologie croniche al rischio cardiovascolare acuto. Il report introduce il concetto di cooling poverty, elaborato dal Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici: le famiglie più povere spendono fino all’8% del proprio budget in elettricità per il raffrescamento, contro lo 0,2-2,5% delle famiglie ad alto reddito. Il caldo impoverisce ulteriormente chi è già in difficoltà, rendendo il raffrescamento una spesa necessaria e insostenibile nello stesso tempo. La cooling poverty non è solo l’impossibilità di acquistare un condizionatore: riguarda chi vive in case non isolate, in quartieri senza verde, in edifici con reti elettriche inefficienti, in contesti dove anche la soluzione tecnica più semplice è inaccessibile per ragioni economiche o strutturali. Le città italiane non si stanno surriscaldando per caso. L’asfalto, il cemento, la mancanza di verde, la scarsa ventilazione di quartieri costruiti senza alcuna previsione climatica sono il risultato di scelte urbanistiche decennali. Le stesse logiche che hanno espulso i più poveri verso le periferie cementificate, lontano dal mare o dai parchi, hanno costruito le condizioni dell’emergenza termica che oggi si misura quartiere per quartiere. Il report di Greenpeace permette proprio questo: incrociare i dati termici satellitari con il censimento ISTAT per sezione di censimento, individuando chi vive dove il calore è più intenso e chi sono le persone più vulnerabili in quelle zone. Il dottor Carlo Modonesi, del Comitato Scientifico di ISDE Italia, ricorda nel report che i rischi sanitari legati alle ondate di calore non sono semplici meccanismi di azione-reazione. Coinvolgono una cascata di eventi fisiopatologici: eventi cardiovascolari, insufficienza renale, colpi di calore, aggravamento di patologie croniche. Il carico termico netto che grava su chi è esposto dipende non solo dalla temperatura dell’aria ma dalla temperatura radiante media, dalla velocità del vento, dall’umidità assoluta, dal metabolismo individuale. Gli anziani sudano meno per effetto del normale invecchiamento fisiologico e sperimentano quindi una maggiore ipertermia a parità di stress termico. I bambini faticano a disperdere il calore. I senza dimora non hanno un luogo dove rifugiarsi. Nelle città europee la mortalità associata al calore è aumentata di 52 decessi per milione nell’arco di pochi decenni, e le allerte per caldo estremo nel periodo 2015-2024 sono aumentate del 316% in Europa meridionale rispetto al decennio 1991-2000. La dimensione globale del fenomeno è altrettanto allarmante. Uno studio pubblicato nel 2025 su Scientific Reports ha calcolato che nello scenario emissivo peggiore, entro fine secolo 217 delle 1.563 grandi città analizzate potrebbero superare una temperatura media annuale di 29 gradi, considerata oltre la soglia della nicchia climatica ideale per gli esseri umani. Sarebbero a rischio oltre 320 milioni di persone. I centri più esposti si trovano in Asia e Africa, dove le città partono già da temperature elevate e dispongono di risorse limitate per l’adattamento. Ma lo stesso studio segnala che in Europa le temperature cresceranno più rapidamente che nel resto del mondo, in tutti gli scenari emissivi: nello scenario peggiore si parla di una media di +4 gradi per le città europee entro il 2100. Napoli incorpora tutto questo con una coerenza brutale. Una città dove il 92% della popolazione è esposto a isole di calore intense, dove quasi 5 mila persone senza dimora abitano le strade più calde d’Italia, dove il patrimonio edilizio pubblico è spesso il meno isolato termicamente, il più vulnerabile, il più abbandonato dalla manutenzione ordinaria. Chi vive in un alloggio di edilizia residenziale pubblica senza impianto di climatizzazione, in un quartiere privo di alberature, non ha alternative praticabili. L’emergenza termica non è per queste persone un fastidio stagionale da gestire con qualche accorgimento: è una condizione strutturale che si aggrava ogni anno. Il Mediterraneo si sta scaldando più rapidamente della media globale. Davide Faranda, direttore di ricerca al CNRS di Parigi e autore IPCC citato nel report, è esplicito: le ondate di calore non sono più eventi eccezionali, sono la conseguenza diretta del riscaldamento causato dai combustibili fossili, rese più probabili e intense dal cambiamento climatico antropogenico. Greenpeace chiede al governo italiano una tassazione dei profitti delle aziende fossili e un piano per il phase-out del gas entro il 2035. Sono richieste necessarie. Ma accanto alla transizione energetica occorre affrontare anche ciò che la transizione da sola non risolve: la qualità del patrimonio abitativo pubblico, la rigenerazione urbana nei quartieri più cementificati, il diritto al raffrescamento come dimensione concreta del diritto all’abitare.   Fonti * https://www.greenpeace.org/italy/ * https://www.istat.it/ * https://www.isde.it/ * https://www.cmcc.it/ * https://www.nasa.gov/ * https://www.scientificreports.com/ * https://www.ipcc.ch/ * https://www.arpa.lombardia.it/ Francesco Russo
June 25, 2026
Pressenza
[entropia massima] AntropoLogica
Puntata 28 di EM, quinta del ciclo Antropologica. Parliamo di un libro che si intitola "Curare stanca. Il riconoscimento del caregiving in Italia", scritto da un antropologo, Francesco Diodati. Il testo ci permette di riflettere sui meccanismi complessi che attraversano le pratiche di cura delle persone anziane non autosufficienti.
June 1, 2026
Radio Onda Rossa
La condizione delle persone anziane nell’area metropolitana fiorentina
Le pensionate e i pensionati dell’area metropolitana fiorentina vivono una condizione di fragilità sempre più estesa. È quanto emerge dal rapporto “Vivere al minimo”, promosso da SPI Cgil Firenze, Cgil Firenze, Caritas Firenze e VoisLab, basato su 445 interviste agli utenti dei servizi Spi-Caritas realizzate tra aprile e giugno 2025. I dati fotografano una situazione preoccupante: il 68,3% degli anziani vive in condizioni di deprivazione materiale e sociale, mentre il 48,5% è in grave deprivazione. Solo poco più di 3 su 10 si collocano sopra una soglia minima di benessere. Sul piano dei redditi, emerge una forte insufficienza delle pensioni: tra gli anziani più fragili, oltre il 76% di chi vive solo percepisce meno di 800 euro al mese, ben al di sotto delle soglie necessarie per una vita dignitosa. Le disuguaglianze di genere sono marcate: fino all’86,4% delle donne risulta sotto la soglia di povertà. La difficoltà economica si riflette nella quotidianità: oltre il 72% degli anziani non riesce a risparmiare, mentre una parte è costretta a spendere più del proprio reddito. Inoltre, più di un quarto (27%) rinuncia alle cure sanitarie per costi, tempi di attesa o difficoltà organizzative. Critica anche la dimensione abitativa: se il 55,3% vive in una casa di proprietà, quasi 1 anziano su 4 è in affitto e una quota significativa fatica a sostenere spese e utenze. Tra i più vulnerabili, oltre il 50% considera l’affitto un peso insostenibile. A tutto questo si aggiunge la fragilità delle reti sociali: tra le persone più in difficoltà, oltre il 50% non può contare su un aiuto familiare o amicale, con effetti diretti su isolamento e qualità della vita. Il quadro che emerge è quello di una vulnerabilità strutturale, che riguarda reddito, casa, salute e relazioni. Lo studio pone l’accento sulla fragilità del sistema di welfare e individua quattro criticità strutturali. La prima riguarda l’adeguatezza dei trattamenti previdenziali e para-previdenziali rispetto ai panieri di spesa effettivi delle aree metropolitane. L’indagine evidenzia una porzione ampia di pensioni al di sotto delle soglie Istat di povertà assoluta, con incidenze particolarmente elevate tra le donne e tra chi vive solo; la forbice fra reddito disponibile e soglia di sussistenza, per i single over65 nell’area metropolitana toscana, supera spesso i cento euro mensili e, in molti casi, è ben più ampia. Tale scostamento non è assorbito da meccanismi di integrazione sufficientemente stabili e universalistici, con il risultato che gli shock di spesa (affitti, utenze, cure) si trasformano in morosità e rinunce. La seconda criticità riguarda la limitata capacità di risparmio e la conseguente esposizione a indebitamento o consumo di patrimonio. Più di sette anziani su dieci non riescono ad accantonare nulla; fra gli utenti dei servizi Caritas la quota sale ulteriormente e non è raro che si spenda più del reddito mensile, intaccando risparmi o ricorrendo a prestiti. Una terza criticità concerne l’abitazione e la quarta fragilità riguarda, infine, le reti sociali.  Per SPI Cgil, Caritas e VoisLab è necessario un cambio di passo nelle politiche pubbliche, con interventi integrati su pensioni, welfare territoriale, abitare e servizi di prossimità. “La condizione delle persone anziane, hanno sottolineato  Mario Batistini, segretario generale dello Spi Cgil di Firenze e Giancarla Casini  della Cgil di Firenze, deve essere considerata una questione strutturale di giustizia sociale e non un ambito residuale delle politiche pubbliche. In un contesto segnato dall’invecchiamento della popolazione, ciò che conta non è solo vivere più a lungo, ma le condizioni in cui si invecchia: reddito, lavoro, salute, casa, servizi e relazioni sociali determinano la qualità della vita nella terza età. Inoltre, la condizione delle persone anziane è strettamente legata a quella delle generazioni più giovani: precarietà del lavoro e indebolimento dei diritti oggi rischiano di tradursi in maggiore vulnerabilità domani. Dalla ricerca emerge anche il valore di un metodo basato sulla collaborazione tra sindacato, terzo settore e ricerca, capace di trasformare l’ascolto quotidiano dei bisogni in conoscenza utile a orientare le politiche pubbliche. Serve un cambio di approccio: mettere al centro la dignità nella vecchiaia significa investire sulla coesione sociale e sul futuro della comunità”.  E Marzio Mori, direttore della Caritas di Firenze, ha aggiunto: “I risultati della ricerca mostrano come, per molte persone anziane, la vecchiaia sia diventata una stagione di restrizione: si rinuncia all’essenziale, si misura ogni spesa, si evita di chiedere aiuto fino all’ultimo. Spesso si soffre in silenzio. La povertà, quando riguarda gli anziani, è quasi sempre una povertà nascosta, accompagnata da vergogna, pudore, timore di ‘pesare sugli altri’. L’esperienza realizzata a Firenze dimostra che è possibile costruire alleanze autentiche, produrre conoscenza rigorosa, dare voce a chi spesso non ne ha. Dimostra anche che si può scegliere di non voltarsi dall’altra parte. Prendersi cura delle persone anziane non e solo una buona politica. E un atto di giustizia. E un gesto di umanità. E’ una responsabilità verso il futuro”. Qui lo studio: https://cgilfirenze.it/wp-content/uploads/2026/04/INTERNO-2-BOZZA.pdf.  Giovanni Caprio
April 22, 2026
Pressenza
Mymovies. “Il sentiero azzurro”, viaggio in una vita secondo natura
“Il sentiero azzurro” di Gabriel Mascaro è la storia di un viaggio alla volta di una vita libera e secondo natura. Protagonista Tereza, (Denise Weinberg) una signora che a 77 anni viene “rottamata” dal governo perché inutile dal punto di vista produttivo e destinata a una colonia dove i vecchi vengono radunati. Spogliata dei suoi diritti, sotto tutela di una figlia che la priva delle sue libertà e dei suoi soldi, Tereza si ribella alla deportazione. Naviga lungo il Rio delle Amazzoni incontrando avventurieri, capitani di mare, suore non credenti, una donna anziana come lei e giramondo. Una fiaba ironica, bizzarra, paradossale, una metafora sulla capacità di ribellarsi e sulla resilienza umana, che esiste a prescindere dall’età. Il Paese in cui Tereza aveva vissuto è un Brasile di là da venire, governato da severissime leggi sulla terza età, nel quale gli anziani vengono presi per strada come cani randagi e sbattuti in furgoncini-prigione. Lei ha tirato avanti osservando le regole, da brava cittadina e da brava madre, guadagnandosi la vita col macello della carne di alligatore. Il film fa pensare al valore imprescindibile della vita secondo natura e senza costrizione, un viaggio attraverso un habitat incontaminato, fuori da categorie anagrafiche e sociali, un mondo che non conosce l’esistenza di uomini di serie B. “Il sentiero azzurro” è stato presentato al Festival di Berlino, dove ha vinto l’Orso d’Argento 2025. Il sentiero azzurro (2025) Un film di Gabriel Mascaro con Denise Weinberg, Rodrigo Santoro, Miriam Socarras, Adanilo Reis, Clarissa Pinheiro. Genere: Drammatico. Durata: 85 minuti. Produzione: Brasile, Messico, Paesi Bassi, Cile 2025. In streaming su Mymovies   Bruna Alasia
March 6, 2026
Pressenza
Il territorio, filo dopo filo
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Cooperativa sociale Magliana Solidale di Roma -------------------------------------------------------------------------------- Afferra il filo con una mano e, con l’altra, l’uncinetto. L’uno sembra chiamare l’altro, e senza sapere bene come ti ritrovi presto a intrecciare non solo fili colorati, ma anche le storie delle persone che li attraversano. “Fili e Trame – per una maglia solidale di comunità nel Municipio XI di Roma” è un progetto che si svolge nei quartieri Marconi (presso il centro anziani di quartiere Amici del Sorriso), Magliana (nella sede della cooperativa Magliana Solidale) e a Colle del Sole (presso l’IC Santa Beatrice, il Bar 39 ed altre sedi del territorio) del Municipio XI. Pensato come un’occasione per rompere la solitudine degli over 60 e imparare cose nuove, è diventato per molte persone un momento atteso con cui ri-cominciare a intrecciare la propria vita con quella di altri. Fili & Trame è centrato sulla pratica benefica e socializzante del lavoro a maglia, dove ogni partecipante (chiamato Magliante) ritrova un proprio spazio di attività unito al piacere di contribuire per uno scopo sociale, perché può conoscere da vicino alcune realtà che si occupano di persone fragili e perché un pomeriggio a settimana può donare ai loro ospiti i prodotti del laboratorio di maglia. Le diverse realtà territoriali che partecipano (come l’associazione “La lampada dei desideri” e “Salvamemme”), dopo la firma di un Patto di Collaborazione, raccontano ai Maglianti la loro attività e capiscono insieme quali manufatti potranno essere lavorati e donati per l’utilità degli ospiti. Comincia poi il lavoro vero e proprio dedicato all’immaginazione, ai colori, alle forme, alle idee e alla magia delle mani che trasformano gomitoli in opere d’arte. Inevitabilmente il lavoro a maglia è un momento per raccogliere vissuti diversi e per favorire la conoscenza tra persone dello stesso territorio. A volte è come salire su un sentiero di montagna: senti lo sforzo, i pensieri che si fanno strada, vogliono essere ascoltati e considerati. Del resto non siamo abituati a incontrare la fragilità, o meglio non tutti abbiamo modo di conoscerla e di viverla da vicino e come occasione di crescita, di vicinanza affettiva ed emotiva. Nel lento procedere ciascuno prende spazio. In un messaggio diffuso sul gruppo WhatsApp qualcuno scrive: “Quanto mi manca lo spazio del laboratori. Ero partita così bene, volevo conoscere C. e le altre signore per allontanare un po’ la solitudine e ritrovare la gioia, scambiarci lavori, parole, confidenze, stare in compagnia ma, purtroppo, mi sono dovuta fermare. Ora sto facendo controlli, visite e non so che altro mi aspetta… Speravo tanto di passare il mio compleanno in vostra compagnia, lo avevo detto anche ad A., c’è tempo ancora, vedremo. Vi abbraccio tutte”. Di certo bastano un paio di incontri per muovere le prime relazioni: chiedere un passaggio, scambiarsi un’idea, cercare un consiglio, darsi appuntamento per il giorno del laboratorio… Abbiamo tutti bisogno di un comunità di quartiere. Lo dimostrano anche i diversi giovani che si sono avvicinati al progetto (finanziato con l’Otto per Mille della Tavola Valdese). Accogliere gli imprevisti è un passaggio automatico di questo tipo di percorsi. Michele, ad esempio, ha sempre accompagnato la moglie, fotografando gli incontri del lavoro a maglia con il suo smartphone. Un giorno qualcuno gli ha chiesto: “Ma tu che facevi prima di andare in pensione?” “Il meccanico”. “Ma allora sai smontare e rimontare le cose?” “Certo”. “E vorresti farlo per gli altri?” “Perché no?”. È nato così la figura del “Sostenitore” e i primi sono già attivi: si tratta di persone con diverse capacità che sostengono il percorso mettendo in comune tempi e saperi, come a Colle del Sole dove è stato avviato uno Spazio Repair Cafè grazie alla disponibilità di un primo volontario che si è reso disponibile ad aggiustare oggetti e giochi per l’associazione “Salvamamme”. C’è chi decreta che senza la bussola del profitto i legami sociali siano destinati a perdersi. Ma questo lembo di periferia romana smentisce l’oracolo. Qui basta un gesto minimo, un punto d’uncinetto scelto come principio — catenella, maglia bassa, mezza maglia, maglia alta — e il futuro comincia a tessersi da sé. Il resto lo rivela il territorio, filo dopo filo. -------------------------------------------------------------------------------- È possibile seguire il progetto Fili & Trame su https://www.facebook.com/magliana.solidale (tel. 347 2880514 oppure e-mail filietrame.magliasolidalecom.@gmail.com). -------------------------------------------------------------------------------- Chiara Cammarata è educatrice professionale e coordinatrice del progetto Fili & Trame. Franco Violante, sociologo, è progettista per la Cooperativa Magliana Solidale -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI DANIELA DEGAN: > Alfabeti per mondi nuovi -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il territorio, filo dopo filo proviene da Comune-info.
January 15, 2026
Comune-info
Ocse: in Italia la pensione arriverà ai 70 anni
Il rapporto appena pubblicato dall’Ocse dal titolo “Pensions at Glance“, che tratta appunto del panorama dell’evoluzione dell’andamento dell’età lavorativa, lancia l’allarme: gli attivi sono in crollo e chi è nato nel 1997 potrebbe finire in pensione a 70 anni. Nello studio si legge: “sulla base della legislazione in vigore l’età […] L'articolo Ocse: in Italia la pensione arriverà ai 70 anni su Contropiano.
November 30, 2025
Contropiano
ANCI: 2,5 milioni € a giovani imprenditori per servizi agli anziani nelle aree interne
“L’avviso su imprenditorialità giovanile e silver economy che ANCI ha pubblicato nei giorni scorsi è un vero ponte tra le generazioni, un progetto che coniuga la creazione di nuova imprenditorialità giovanile con la risposta alle esigenze della popolazione più anziana. Protagonisti saranno i Comuni delle aree interne e dei territori fragili del Paese. È una sfida che guarda al futuro”, dichiara Roberto Pella, vice presidente nazionale ANCI e delegato ad Aree interne, Politiche giovanili, Salute e Sport, a proposito dell’avviso che impegna 2,5 milioni di euro del Fondo per le politiche giovanili, rivolto essenzialmente ai Comuni e alle Unioni delle aree interne. Le domande scadranno il 14 gennaio 2026. “Questo progetto rende concreta l’esortazione che nella 42° Assemblea Anci di Bologna è venuta ancora una volta dalla voce autorevole del presidente Mattarella – prosegue Pella – Il Capo dello Stato ha invitato tutti a tenere stretti e anzi rinsaldare i legami di solidarietà tra le generazioni, le comunità e i territori della Repubblica, soprattutto quelli più fragili, che stanno subendo la sfida dello spopolamento e della riduzione di opportunità e servizi. Una tendenza che può e deve essere invertita e che ANCI sta contrastando attivamente anche con la rinnovata Agenda controesodo per i piccoli Comuni e le aree interne. Ringrazio monsignor Vincenzo Paglia che sostiene l’Associazione in questo percorso con la sua grande esperienza e competenza”. “Esprimiamo piena soddisfazione per il bando Anci che promuove l’imprenditorialità giovanile attorno ai Comuni delle aree interne ed alla popolazione anziana – dichiara da parte sua monsignor Vincenzo Paglia, presidente dell’Osservatorio sulla salute bene comune dell’Università cattolica -Una formula che susciterà moltissime sinergie sui temi della silver economy, della connettività nei piccoli centri, del recupero del suolo, del cohousing  e del turismo lento. Il bando rappresenta un passo avanti ulteriore nella piena implementazione della Legge 33, dimostrando ancora una volta, speriamo, che misure di sostegno ai giovani, integrate con provvedimenti di telemedicina e mobilità dei servizi sociosanitari rappresentano la soluzione ideale in aree a bassa densità abitativa, isolate e con alta prevalenza di anziani. Questo progetto rappresenta la risposta alla complessità storica e geografica dell’Italia, a bisogni diversi ma convergenti, che ci aiuterà a recuperare un’ampia porzione del Paese”. L’iniziativa è finanziata con 2,5 milioni di euro dal Fondo per le politiche giovanili. La scadenza per la presentazione delle domande à il 14 gennaio 2026. INFORMAZIONI : Avviso ANCI su imprenditorialità giovanile e silver economy nei territori fragili   Redazione Italia
November 25, 2025
Pressenza
Il 14% degli over 65 in Italia è a rischio isolamento e meno del 30% è una risorsa per la comunità
L’invecchiamento attivo è stato definito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel 2002 come “il processo di ottimizzazione delle opportunità di salute, partecipazione e sicurezza per migliorare la qualità della vita delle persone che invecchiano“. Numerosi studi internazionali testimoniano infatti il legame positivo esistente tra l’invecchiare in maniera attiva e i benefici sulla salute fisica e psicologica, inclusa la percezione di una maggiore qualità e soddisfazione della vita. Eppure, il 14% degli over 65 in Italia è a rischio di isolamento sociale, non ha cioè nessun tipo di contatto con altre persone in una settimana normale, e appena il 29% degli anziani rappresenta una risorsa per i propri familiari o per la collettività. E’ quanto evidenziano i dati della sorveglianza Passi d’Argento pubblicati di recente. Come è noto, l’isolamento sociale può incidere notevolmente sulla qualità della vita e, oltre a condizionare gli aspetti della vita di relazione, può compromettere le attività quotidiane e il soddisfacimento delle principali necessità. Per stimare il rischio di isolamento sociale fra le persone ultra 65enni, la sorveglianza Passi d’Argento fa riferimento sia alla frequentazione di punti di incontro e aggregazione (come il centro anziani, la parrocchia, i circoli o le associazioni culturali o politiche) sia al solo fare “quattro chiacchiere” con altre persone, considerando a rischio di isolamento sociale la persona che in una settimana normale non ha svolto nessuna di queste attività. Nel biennio 2023-2024, il 73% degli intervistati riferisce di non aver frequentato alcun punto di aggregazione, mentre il 15% dichiara che, nel corso di una settimana normale, non ha avuto contatti, neppure telefonici, con altre persone e complessivamente il 14% degli intervistati riferisce di non aver fatto né l’una né l’altra cosa e di fatto ha vissuto in una condizione a rischio di isolamento sociale. La condizione di isolamento sociale mostra poche differenze di genere (15% fra le donne vs 13% fra gli uomini), ma molte differenze per età (32% fra gli ultra 85enni vs 10% fra i 65-74enni), per istruzione  (23% tra chi ha un basso livello di istruzione vs 9% fra persone più istruite) e condizioni economiche (27% fra chi ha molte difficoltà economiche vs 10% fra chi non ne ha). Tale condizione sembra più frequente fra i residenti nelle Regioni meridionali che nel resto del Paese (19% vs 11% nel Centro e 10% nel Nord).  Passi d’Argento “misura” anche il contributo che le persone ultra 65enni offrono alla società fornendo sostegno all’interno del proprio contesto familiare e della comunità, attraverso due domande che indagano se l’intervistato nei 12 mesi precedenti abbia accudito o fornito aiuto a parenti o amici, conviventi o non conviventi. Una terza domanda raccoglie informazioni su eventuali attività di volontariato svolte a favore di anziani, bambini, persone con disabilità, presso ospedali, parrocchie, scuole o altro. Accanto a queste domande, ve ne sono altre inerenti la partecipazione a eventi sociali, come gite o soggiorni organizzati, o corsi di formazione. Dai dati di Passi d’Argento 2023-2024 emerge che il 29% degli anziani intervistati rappresenta una risorsa per i propri familiari o per la collettività: il 17% si prende cura di congiunti, il 15% di familiari o amici con cui non vive e il 6% partecipa ad attività di volontariato. Questa capacità/volontà di essere risorsa è una prerogativa femminile (32% fra le donne vs 25% negli uomini), si riduce notevolmente con l’avanzare dell’età (coinvolge il 36% dei 65-74enni, ma solo il 14% degli ultra 85enni) ed è minore fra le persone con un basso livello di istruzione (21% fra chi ha al più la licenza elementare vs 38% fra i laureati) e tra chi ha difficoltà economiche (24% fra chi ne ha molte vs 32% fra chi non ne ha). Nelle Regioni del Sud la quota di “anziani risorsa” è mediamente più bassa che nel resto del Paese (25% nel Sud vs 32-33% nel Centro-Nord). La partecipazione a eventi sociali coinvolge il 23% degli ultra 65enni: il 19% dichiara di aver partecipato a gite o soggiorni organizzati, il 5% frequenta un corso di formazione (lingua inglese, cucina, uso del computer o percorsi presso università della terza età). La partecipazione a questi eventi sociali si riduce con l’età (coinvolge il 28% dei 64-75enni, ma appena l’8% degli ultra 85enni) ed è decisamente inferiore fra le persone con un basso livello d’istruzione (10% fra chi ha al più la licenza elementare vs 38% fra i laureati) e tra chi ha difficoltà economiche (13% vs 26%), fra i cittadini stranieri rispetto agli italiani (17% vs 22%) ed è anche leggermente minore e fra le donne rispetto agli uomini (21% vs 23% L’analisi geografica non evidenzia differenze statisticamente significative. Svolgere un’attività lavorativa retribuita è poco frequente (7%) ed è prerogativa di persone con un più alto titolo di studio (26% vs 2% tra chi al più ha la licenza elementare). Qui per approfondire le ricerche della sorveglianza Passi d’ Argento: https://www.epicentro.iss.it/passi-argento/dati/partecipazione; https://www.epicentro.iss.it/passi-argento/dati/isolamento:   Giovanni Caprio
October 28, 2025
Pressenza