Primi vennero i migranti: non vittime ma protagonisti
di SANDRO MEZZADRA.
«Il mondo è di chi si muove», recitava uno striscione esposto a Roma al corteo
contro la «remigrazione», lo scorso 13 giugno. Un’analoga intenzione politica
aveva motivato la scelta di aprire con una manifestazione dedicata al tema delle
migrazioni le tre giornate di contestazione del G8 di Genova, il 19 luglio del
2001. Libertà di movimento, libertà senza confini, era scritto sul grande
striscione di apertura.
Leggere politicamente le pratiche di mobilità era l’obiettivo che quella
manifestazione, di decine di migliaia di persone, si poneva. Lungi dal potere
essere ridotti a «vittime» della globalizzazione neoliberale, come pure molte
voci ripetevano all’interno del movimento che si era presentato sulla scena tra
Seattle e Porto Alegre, i e le migranti diventavano incarnazione della lotta per
un «altro mondo possibile». Attraverso i loro movimenti e le loro lotte
quotidiane disegnavano il profilo di una diversa globalizzazione, di un insieme
di geografie «subalterne» che costituivano una delle infrastrutture fondamentali
su cui innestare desideri e progetti di trasformazione radicale dell’esistente.
In Italia e in Europa, Genova 2001 diventò così – tra molte altre cose – uno
snodo fondamentale per lo sviluppo dell’attivismo attorno ai temi delle
migrazioni e dei confini, che ha caratterizzato fino a oggi i movimenti sociali:
dalle mobilitazioni per il permesso di soggiorno alle iniziative contro la
violenza dei confini, dal protagonismo dei migranti nelle lotte per la casa e
sul lavoro fino ad arrivare alla «flotta civile» impegnata nel soccorso in mare
nel Mediterraneo. Ma l’indicazione fondamentale di quel 19 luglio, almeno nella
prospettiva di chi organizzò la manifestazione, era di portata ancora più
generale: la migrazione e i confini non dovevano essere assunti come temi per
«specialisti» ma piuttosto come lenti, come un metodo per leggere nel loro
insieme le trasformazioni del capitalismo e della società dal punto di vista
delle potenzialità di lotta e liberazione che le caratterizzavano.
Venticinque anni dopo, si impone un bilancio. E in prima battuta non può essere
positivo: si deve piuttosto riconoscere che in molte parti del mondo, a partire
dall’Italia e dall’Europa, sono state le destre più o meno radicali a utilizzare
quella lente e quel metodo, rovesciandoli. Attorno al rifiuto della migrazione e
all’ossessione identitaria per i confini sono stati costruiti progetti aberranti
di società chiuse in difesa dell’esistente, con sempre più espliciti riferimenti
a gerarchie razziali da ristabilire. La violenza delle polizie di frontiera
penetra all’interno delle aree metropolitane; si combina con le tecnologie
digitali e con l’intelligenza artificiale per braccare i soggetti mobili, mentre
gli strumenti di protezione giuridica di questi ultimi si fanno sempre più
evanescenti – negli Stati uniti di Trump così come nell’Europa del nuovo Patto
su migrazione e asilo.
Non era certo rosea la condizione migrante nel luglio del 2001 – e ancor più
dura sarebbe divenuta dopo l’11 settembre e con l’avvio della «guerra globale al
terrore». E tuttavia oggi, mentre la congiuntura è segnata dalla proliferazione
di guerre di diversa natura, occorre riconoscere che siamo di fronte a un salto
di qualità nell’attacco ai e alle migranti. Certo, in Europa come negli Stati
uniti i tessuti metropolitani costruiti attorno alla presenza migrante resistono
con efficacia, e spesso con successo, all’offensiva portata da forze di destra
che non di rado operano in continuità con l’azione e le retoriche dei governi
«progressisti». L’umanitario diventa in queste condizioni un terreno essenziale
di conflitto, mentre la resistenza può avvalersi della generosità e delle
competenze irrinunciabili di giuristi e giuriste.
Ma la resistenza, pur così necessaria, non è sufficiente. L’indicazione del 19
luglio 2001 – la politicizzazione delle pratiche di mobilità – risulta oggi in
questo senso ancora più attuale. Tornare a leggere il mondo attraverso la lente
della migrazione, costruire attorno alla libertà di movimento nuovi progetti di
società, esaltare il protagonismo migrante nella lotta sociale e nella
costruzione di coalizioni politiche capaci di trasformare realmente i rapporti
di potere: in un mondo drasticamente mutato, queste indicazioni che arrivano da
un passato ormai lontano ancora attendono di essere riprese e reinventate nella
nostra quotidianità.
questo testo è stato pubblicato sullo speciale del manifesto “Cicatrici” il 17
luglio2026
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