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I maestri dell’odio dietro l’assassinio di Bakari Sako
Un caffè prima del lavoro, e la morte Bakari Sako aveva trentacinque anni, la famiglia rimasta in Mali, una bicicletta usata ogni mattina per raggiungere la stazione e da lì i campi di Massafra. Sabato nove maggio, alle prime luci dell’alba, si è fermato in piazza Fontana, nel cuore della città vecchia di Taranto, per bere un caffè prima di salire sul pullman dei braccianti. Non lo ha bevuto. È stato accerchiato da cinque ragazzini incensurati, tra i quindici e i venti anni, malmenato con calci e pugni, inseguito mentre tentava di fuggire, e colpito tre volte al torace e all’addome da un quindicenne armato di coltello. È entrato in un bar chiedendo aiuto, sanguinante. Nessuno gli ha teso la mano. È morto sull’asfalto, in mezzo a una città che si preparava a festeggiare il suo patrono. L’accusa, per tutti e cinque, è omicidio aggravato dai futili motivi. Gli inquirenti parlano di violenza cieca, alla Arancia Meccanica. La parola è evocativa, ma sbaglia il bersaglio. La violenza cieca non esiste. La violenza ha sempre uno sguardo, un orientamento, un bersaglio che le è stato additato. Si può affermare con prudenza, in attesa che le indagini chiariscano fino in fondo movente e dinamica, che non si tratti di un omicidio razziale in senso classico. Ma sarebbe disonesto fingere di non vedere il brodo culturale in cui quei cinque ragazzi sono cresciuti, il clima in cui hanno imparato a distinguere tra vite che meritano rispetto e vite che si possono prendere a calci come una lattina, all’alba, perché non sanno cosa fare di sé stessi. Il silenzio che parla Il modo più onesto di leggere una notizia di cronaca è osservare chi tace. Bakari Sako è stato ucciso da un gruppo di italiani minorenni. Le bandiere della destra non si sono mosse. Giorgia Meloni, abituata a postare condoglianze e indignazione in tempo reale quando l’etnia degli aggressori si presta alla campagna identitaria, non ha trovato una riga per il bracciante maliano. Matteo Salvini, infaticabile commentatore di ogni cronaca che possa essere piegata alla retorica della invasione, ha taciuto. Roberto Vannacci, generale prestato alla politica e teorico della normalità escludente, non ha sentito il bisogno di dire una parola sulla normalità di un ragazzino di quindici anni che esce di casa con un coltello in tasca e lo affonda nell’addome di un lavoratore nero. Quel silenzio non è distrazione. È una scelta politica precisa. Più ancora, è la prova provata che la loro indignazione è selettiva, asimmetrica, costruita a tavolino. Se Bakari fosse stato un giovane italiano e i suoi assassini cinque ragazzi neri o nordafricani, oggi avremmo già avuto conferenze stampa, decreti d’urgenza, dirette dai luoghi dell’aggressione, appelli alla remigrazione, hashtag virali e ministri in commissariato a chiedere il pugno duro. Avremmo avuto la solita orchestra dell’odio che da anni accompagna ogni fatto di sangue trasformandolo in fertilizzante elettorale. Invece, niente. Perché Bakari era il colore sbagliato e i suoi assassini avevano il passaporto sbagliato per la macchina propagandistica della destra italiana. Il consigliere leghista pugliese Antonio Paolo Scalera ha rotto la fila e ha pronunciato parole giuste sulla vergogna che circola nei social network davanti al corpo di Bakari. Bene. Ma il fatto stesso che la sua presa di posizione appaia come una eccezione, un atto di coraggio interno al suo schieramento, dice tutto del partito che lo ospita. La normalità della Lega è l’altra. È il silenzio del segretario federale. È la pretesa di parlare solo quando il morto serve. […] Le narrazioni dominanti e il loro doppio standard Bisogna smontare un pezzo alla volta la retorica con cui da decenni il razzismo italiano si maschera da realismo. Si dice: l’odio non c’entra, sono solo ragazzi disagiati. Si dice: è violenza minorile generica, succede anche tra italiani. Si dice: non strumentalizziamo. Si dice: aspettiamo le sentenze. Lo stesso giornalismo che davanti al cadavere di Bakari predica la prudenza, davanti a un fatto di cronaca commesso da uno straniero pubblica titoli a nove colonne, fotografie segnaletiche, ricostruzioni inquisitorie, editoriali sulle radici culturali della violenza importata. È lo stesso giornalismo che, quando le vittime hanno la pelle scura, scopre improvvisamente la complessità del contesto. Questo doppio standard non è un incidente di percorso. È il prodotto sistematico di una macchina mediatica integrata con il potere politico e con gli interessi materiali che lo sostengono. Le grandi famiglie editoriali italiane, i grandi gruppi assicurativi, le grandi imprese che vivono di sfruttamento del lavoro migrante hanno tutto l’interesse a mantenere viva la finzione di un’Italia minacciata dall’esterno. Una guerra tra poveri è sempre stato lo strumento più efficace per spostare lo sguardo dalla guerra dei ricchi contro tutti gli altri. Il bracciantato agricolo, da decenni, è un settore tenuto in piedi dalla manodopera migrante. Senza i Bakari Sako di tutta l’Italia meridionale e del Nord, la verdura non arriverebbe sui banchi dei supermercati. Eppure la stessa propaganda che descrive gli immigrati come parassiti li impiega in nero, li paga a cottimo, li lascia morire nei furgoni dei caporali, li accampa in baraccopoli senza acqua. Lo stesso sistema che ha bisogno del lavoro nero migrante per reggere i propri margini di profitto produce, in superficie, il discorso pubblico che criminalizza quel lavoro. È una contraddizione utile. Tiene unite due narrazioni opposte: l’immigrato è minaccia quando bisogna prendere voti, l’immigrato è risorsa silenziosa quando bisogna far girare il capitale. Le radici materiali della violenza giovanile Sarebbe insensato fingere che la responsabilità dei cattivi maestri esaurisca la questione. La violenza esercitata da cinque ragazzini incensurati in una piazza alle cinque del mattino racconta anche un altro fallimento: quello di una società che ha smesso da tempo di prendersi cura dei suoi figli. La città vecchia di Taranto, come molte periferie del Sud, è stata abbandonata da una sequenza ininterrotta di governi di ogni colore. La scuola è sottofinanziata, gli educatori di strada sono pochi, i servizi sociali ridotti all’osso, lo sport popolare smantellato, i centri di aggregazione chiusi o trasformati in attività commerciali. La grande questione operaia di Taranto, l’Ilva, l’acciaio, la salute violata dal padronato, ha occupato per decenni l’orizzonte politico cittadino senza che mai si costruisse un’alternativa di sviluppo che non fosse subordinata alla logica del ricatto occupazionale. I figli e i nipoti degli operai dell’Ilva crescono in una città dove l’aria è stata avvelenata legalmente per generazioni, dove la salute pubblica è stata sacrificata sull’altare della competitività, dove la classe dirigente locale ha imparato a gestire il declino piuttosto che a contrastarlo. La violenza dei ragazzini di piazza Fontana non cade dal cielo, nasce in quel paesaggio. Ma attenzione a non lasciarsi sedurre dalla narrazione della miseria che spiega tutto. La povertà, da sola, non produce razzismo. Il razzismo è un dispositivo costruito, alimentato, finanziato. Va a cercare le periferie precisamente perché lì trova un terreno fertile, e perché chi conduce la guerra ideologica sa benissimo che indirizzare la rabbia sociale verso il più debole, il migrante, il rom, l’omosessuale, la donna, costa meno e rende di più che farla deflagrare contro chi quella povertà la produce. I cattivi maestri sanno cosa fanno. Lo fanno apposta. Lo fanno per mestiere. La cornice di sistema: capitalismo, frontiere, gerarchia delle vite Bakari Sako è stato ucciso a Taranto, ma le ragioni della sua morte vengono da molto più lontano. Vengono dal Mali in cui un sistema mondiale lo ha costretto a non poter più vivere. Vengono dalle politiche commerciali europee che hanno distrutto l’agricoltura familiare africana inondando i mercati con prodotti sussidiati. Vengono dalle guerre per le risorse che le potenze occidentali hanno alimentato, direttamente o per procura, nel Sahel e nella regione subsahariana. Vengono dal sistema di frontiera europeo che ha trasformato il Mediterraneo nel cimitero a cielo aperto più grande del pianeta. Vengono dalla criminalizzazione delle navi di soccorso, dai protocolli con la Libia, dal patto con l’Albania, dall’architettura di un sistema migratorio costruito per scoraggiare, respingere, lasciar morire. E vengono, soprattutto, da una gerarchia delle vite che il capitalismo razziale impone come ordine naturale del mondo. Bakari valeva poco da vivo, perché la sua forza-lavoro era pagata pochi euro all’ora nei campi di Massafra. Vale ancora meno da morto, perché il sistema mediatico-politico non ha bisogno della sua memoria. Le vite migranti, nella geografia simbolica costruita dal potere, sono al margine inferiore di una scala che pone in alto il cittadino bianco, occidentale, produttivo, e in basso il corpo nero, africano, sostituibile. Riconoscere questa gerarchia non significa importare categorie estranee. Significa nominare un fatto. L’antirazzismo, quindi, non può essere una postura morale astratta. Deve diventare critica sistemica del modello economico, geopolitico, mediatico che produce, ogni giorno, le condizioni materiali della disumanizzazione. E deve farsi alleanza concreta tra chi quel modello opprime: lavoratori italiani e migranti, precari e disoccupati, giovani delle periferie e giovani dei centri abbandonati. La frattura non passa tra italiani e stranieri. Passa tra chi vive del proprio lavoro o ne è escluso, e chi vive dello sfruttamento del lavoro altrui. Riportare la lotta su questo terreno è il compito politico più urgente che ci attende. […] La Bottega del Barbieri
May 16, 2026
Pressenza
La periferia vi guarda con odio. Talk w/ Gabriel Seroussi & SemLove@1
“La musica che parte dalla strada, da chi non ha niente” Il termine “maranza” è ovunque: nei titoli di giornale, nei video virali, nelle conversazioni al bar. Ma è davvero solo una questione di tute in acetato e nike tn, o è la figura con cui nascondiamo la paura delle periferie e delle seconde generazioni? A partire dalle pagine di “La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza”, scritto da Gabriel Seroussi, abbiamo parlato con l’autore e SamLove, artista e producer della scena torinese, delle trasformazioni della nostra città, del rapporto complesso tra quartieri, seconde generazioni, musica e stigma. Il podcast è stato registrato durante il talk fatto il 18 aprile 2026 nel cortile della Radio e trasmesso live sulle libere frequenze. Buon ascolto. TALK W/ GABRIEL SEROUSSI & SEMLOVE DOMANDE DAL PUBBLICO E DIBATTITO
La periferia vi guarda con odio. Talk w/ Gabriel Seroussi & SemLove@0
“La musica che parte dalla strada, da chi non ha niente” Il termine “maranza” è ovunque: nei titoli di giornale, nei video virali, nelle conversazioni al bar. Ma è davvero solo una questione di tute in acetato e nike tn, o è la figura con cui nascondiamo la paura delle periferie e delle seconde generazioni? A partire dalle pagine di “La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza”, scritto da Gabriel Seroussi, abbiamo parlato con l’autore e SamLove, artista e producer della scena torinese, delle trasformazioni della nostra città, del rapporto complesso tra quartieri, seconde generazioni, musica e stigma. Il podcast è stato registrato durante il talk fatto il 18 aprile 2026 nel cortile della Radio e trasmesso live sulle libere frequenze. Buon ascolto. TALK W/ GABRIEL SEROUSSI & SEMLOVE DOMANDE DAL PUBBLICO E DIBATTITO
La periferia vi guarda con odio. Talk w/ Gabriel Seroussi & SemLove@1
“La musica che parte dalla strada, da chi non ha niente” Il termine “maranza” è ovunque: nei titoli di giornale, nei video virali, nelle conversazioni al bar. Ma è davvero solo una questione di tute in acetato e nike tn, o è la figura con cui nascondiamo la paura delle periferie e delle seconde generazioni? A partire dalle pagine di “La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza”, scritto da Gabriel Seroussi, abbiamo parlato con l’autore e SamLove, artista e producer della scena torinese, delle trasformazioni della nostra città, del rapporto complesso tra quartieri, seconde generazioni, musica e stigma. Il podcast è stato registrato durante il talk fatto il 18 aprile 2026 nel cortile della Radio e trasmesso live sulle libere frequenze. Buon ascolto. TALK W/ GABRIEL SEROUSSI & SEMLOVE DOMANDE DAL PUBBLICO E DIBATTITO
La periferia vi guarda con odio. Talk w/ Gabriel Seroussi & SemLove@0
“La musica che parte dalla strada, da chi non ha niente” Il termine “maranza” è ovunque: nei titoli di giornale, nei video virali, nelle conversazioni al bar. Ma è davvero solo una questione di tute in acetato e nike tn, o è la figura con cui nascondiamo la paura delle periferie e delle seconde generazioni? A partire dalle pagine di “La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza”, scritto da Gabriel Seroussi, abbiamo parlato con l’autore e SamLove, artista e producer della scena torinese, delle trasformazioni della nostra città, del rapporto complesso tra quartieri, seconde generazioni, musica e stigma. Il podcast è stato registrato durante il talk fatto il 18 aprile 2026 nel cortile della Radio e trasmesso live sulle libere frequenze. Buon ascolto. TALK W/ GABRIEL SEROUSSI & SEMLOVE DOMANDE DAL PUBBLICO E DIBATTITO
La periferia vi guarda con odio. Talk w/ Gabriel Seroussi & SemLove
“La musica che parte dalla strada, da chi non ha niente” Il termine “maranza” è ovunque: nei titoli di giornale, nei video virali, nelle conversazioni al bar. Ma è davvero solo una questione di tute in acetato e nike tn, o è la figura con cui nascondiamo la paura delle periferie e delle seconde generazioni? A partire dalle pagine di “La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza”, scritto da Gabriel Seroussi, abbiamo parlato con l’autore e SamLove, artista e producer della scena torinese, delle trasformazioni della nostra città, del rapporto complesso tra quartieri, seconde generazioni, musica e stigma. Il podcast è stato registrato durante il talk fatto il 18 aprile 2026 nel cortile della Radio e trasmesso live sulle libere frequenze. Buon ascolto. TALK W/ GABRIEL SEROUSSI & SEMLOVE DOMANDE DAL PUBBLICO E DIBATTITO
May 5, 2026
Radio Blackout
La nostra Terra, le loro guerre
Si è svolto a Palermo presso l’Ecomuseo del Mare il 2 e 3 maggio scorsi un convegno dedicato all’antimilitarismo e al disarmo, dal titolo La nostra Terra, le loro guerre. È stato organizzato dalla rete di associazioni che danno vita a Solidali con la Palestina, l’assemblea che da più di due anni si riunisce ogni martedì pomeriggio a Santa Chiara. Ne fanno parte, ed erano presenti ai lavori: Antudo, il centro sociale ex Carcere – San Basilio, Freedom Flotilla, Potere al Popolo, USB, Cobas, Maldusa, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Radio Aut e Spazio Aut, le assemblee No Ponte, No Muos, No Nato, No F35, No Guerra, il Laboratorio Andrea Ballarò, Anomalia e la Casa del Popolo Peppino Impastato. Hanno partecipato inoltre Antudo Catania, il collettivo La Base di Cosenza, Proletari Comunisti, Cambiare Rotta e, in collegamento da remoto, un compagno No Tav della Val di Susa. Il primo giorno ha visto una mattinata introduttiva sui temi da discutere e la divisione in cinque tavoli di discussione nel pomeriggio. La domenica invece sono stati presentati i documenti elaborati da ciascun tavolo e si è tenuta, dopo il pranzo, l’assemblea plenaria. Diamo sinteticamente conto dell’esito delle attività. Il primo tavolo, “Liberarsi dall’imperialismo: lezioni di resistenza dalla Palestina all’America Latina” si è a sua volta suddiviso in tre sottogruppi: il primo ha trattato l’analisi dell’attuale imperialismo, il disordine geopolitico e il ‘che fare’; il secondo ha esaminato le resistenze popolari, il posizionamento del movimento contro la guerra e ‘come collegarci’ ai popoli in lotta; un terzo si è occupato delle strategie di resistenza. In un momento in cui il colonialismo diventa estrattivismo globale e la finanza multinazionale a guida USA scatena guerre ibride, le lotte non possono che essere interconnesse: devono saldarsi anticapitalismo, antisessismo e antirazzismo. E davvero il paradigma della intersezionalità ha costituito il leit motiv di gran parte degli interventi. Seguendo Fanon, occorre che prestiamo attenzione al rischio di interiorizzare i modelli dell’oppressione, posizionandoci coi migranti, gli emarginati, i colonizzati, “i dannati della terra” nei contesti di asimmetria del potere e costruendo convivenza caratterizzata da giustizia sociale e solidarietà. Quanto alle strategie, si è parlato di autodeterminazione dei popoli e di rivoluzione culturale, ma un Imam di Palermo ha sostenuto, dopo quello che secondo lui è stato il fallimento del socialismo in Medio Oriente (Arafat?), la dimensione religiosa del movimento di liberazione palestinese, poiché l’Islam prevedrebbe il rispetto delle regole anche nella lotta armata (?), come il divieto di uccidere civili e l’avvio tempestivo di trattative. Al contrario, un membro della Freedom Flotilla, che si era imbarcato nell’autunno scorso, ha sottolineato la necessità della nonviolenza, quella scelta già 19 anni fa da Vittorio Arrigoni e sposata oggi dal sindaco di Capaci, quando ha inviato una lettera ai suoi giovani concittadini in età di leva affinché scegliessero l’obiezione di coscienza. Tema del secondo tavolo è stato: “economia e lavoro produttivo in tempo di guerra”. Dopo un’analisi della riconversione economica bellica, funzionale al superamento della crisi capitalistica e al reinvestimento dei profitti finanziari, il relatore ha messo in guardia dalla politica ideologica ricattatoria: la ripresa grazie all’industria militare creerà nuovi posti di lavoro e rilancerà i consumi, si dice. Quello che si disse per l’Ilva di Taranto si ripete ora per la Leonardo! Invece occorre definanziare e riconvertire le fabbriche di morte e porle sotto controllo pubblico, mirando a una trasformazione socialista: cosa, come e quanto produrre dev’essere deciso dal basso. E occorre organizzare uno sciopero generale internazionale produttivo e riproduttivo, tramite organismi trasversali, altri da partiti e sindacati storici, ma in dialogo con l’associazionismo nato dal basso. Il terzo tavolo, “contro carceri e frontiere, solidarietà e resistenza” si è occupato soprattutto di migranti e CPR. Hanno parlato una compagna del collettivo Maldusa (fusione di Malta e Lampedusa) e un compagno del Senegal, il quale ha ribadito l’urgenza di connettere le diverse lotte, contro le guerre come contro le carceri, in un’unica lotta condotta non con le armi ma con l’informazione. Il quarto tavolo ha affrontato un tema molto caro all’Osservatorio omonimo: “contro le guerre e contro la militarizzazione delle coscienze”. Ha articolato in due fasi il suo lavoro: una ricostruzione storica del degrado dell’istruzione pubblica, dall’autonomia scolastica fino alla dipendenza dal mercato e all’attuale militarizzazione, con i protocolli d’intesa tra forze armate e ricerca bellica (IA, dual use, etc.), accompagnata da una svolta autoritaria della disciplina interna, da una crescente privatizzazione e dalla precarizzazione e ricattabilità dei lavoratori; e, in seconda battuta, l’esame del ‘che fare’: valorizzare gli organi collegiali come spazi di democrazia in cui coinvolgere gli studenti, formare gli insegnanti all’antimilitarismo e alla nonviolenza (valendosi anche del vademecum dell’Osservatorio) ed informarli pure sul ruolo dell’IA nella produzione di armi, nella logistica, ma anche nelle scuole (vedi materiali dei Cobas, o il sito https://iabasta.ghost.io). Attenti, dunque, all’espropriazione diretta dell’intelligenza collettiva! L’ultimo tavolo, infine, “militarismo, grandi opere e devastazione ambientale”, ha guardato alla Sicilia di Sigonella, Niscemi, Birgi, ma anche al vertice dei popoli di Santa Marta in Colombia per l’abbandono dell’energia fossile, notando come la solidarietà con i popoli in lotta sia sempre interconnessa con l’opposizione alla devastazione ambientale, poiché interconnessi sono militarismo estrattivismo colonizzazione e disastro ecologico entro il capitalismo multinazionale. Bisogna opporsi al dogma della crescita lineare come alle grandi opere e alla guerra. La guerra contemporanea è anche ecocidio. Molto altro è stato detto, ma non abbiamo più spazio qui; rimandiamo al sito dove saranno pubblicati gli atti: https://stopaccordisicilia.com. Segnaliamo i prossimi appuntamenti: 7 maggio: Giornata di mobilitazione europea contro la leva e sciopero Cobas Cinisi, 8 maggio, pomeriggio: Spazio Aut presenta il dossier “La mafia uccide, il sionismo pure” sulla militarizzazione della Sicilia e sulle aziende collegate all’industria bellica Milano, 16 maggio, manifestazione per la Palestina 29 maggio, sciopero generale per la Palestina e contro la guerra 6 – 7 – 8 agosto campeggio No Ponte a Messina e corteo         Daniela Musumeci
May 4, 2026
Pressenza
[2026-04-23] SIAMO CAMPI DI BATTAGLIA @ CSOA Forte Prenestino
SIAMO CAMPI DI BATTAGLIA CSOA Forte Prenestino - via Federico delpino, Roma, Italy (giovedì, 23 aprile 19:00) CSOA Forte Prenestino giovedì 23/04/2026 verso il 25 aprile e il 1º maggio… SIAMO CAMPI DI BATTAGLIA sistemi di razzializzazione come dispositivi di controllo coloniale dalle 19:00 presentazione e proiezione del documentario “Nous sommes des champs de bataille” (Fra 2025, 90’) di Mathieu Rigouste con - Mathieu Rigouste - Rajaa del CSOA Lambretta - Wahid - Blocco Decoloniale Roma a seguire live set: Wahid & Omar aka 3RB Nda Hood djset: PolG + ALD (Mawinbi / Fr) ... SIAMO CAMPI DI BATTAGLIA TRA LE GUERRE IMPERIALISTE. SIAMO TESTIMONI A DISTANZA DELLE GUERRE COLONIALI, MENTRE SUBIAMO L’IMPASTO DEL DOMINIO METROPOLITANO. È LA MECCANICA IMPERIALE CHE SI MUOVE E CI GOVERNA. È L’ORDINE SPERIMENTATO NEI TERRITORI DI CONFLITTO INDISTURBATO CHE DISPENSA POLITICHE SECURITARIE, ATTRAVERSO DISPOSITIVI DI CONTROLLO CAPILLARE. UNA NARRAZIONE LUCIDA E CRUDA QUELLA DI MATHIEU RIGOUSTE (SOCIOLOGO MILITANTE), DISTRIBUITA TRA IL LIBRO “LA GUERRE GLOBALE CONTRE LE PEUPLES” E IL DOCUMENTARIO “NOUS SOMMES DES CHAMPS DE BATAILLE”. CONTRIBUTO TEORICO ED ALLO STESSO TEMPO INEQUIVOCABILMENTE CONGRUO PER IL TESTO SCRITTO, RESTITUZIONE ASCIUTTA E SEVERA PER IL DOCUMENTARIO CHE CONSEGNA LO SCENARIO DEFINITIVO DEI POTERI NEO-LIBERALI IMPERIALI DELLA NOSTRA MODERNITÀ. PASSANDO PER LA FIERA DELLE ARMI DI PARIGI, RIGOUSTE RACCONTA DEI PROCESSI DI COSTRUZIONE DI POTERI NECROPOLITICI, DELLE DERIVE GLOBALI DI NORMALIZZAZIONE COLONIALE, SOFFERTE DENTRO MA ANCHE FUORI LA GUERRA, DELLE STRATEGIE DI SORVEGLIANZA, CONTROLLO E REPRESSIONE AGITE NELLA DEMARCAZIONE DEI REGIMI DI FRONTIERA ED ESPORTATE NEGLI ORDINAMENTI DELLE PERIFERIE CHE ABITIAMO. LA GUERRA CONTRO I POPOLI DISEGNA I CONTORNI DI UN POTERE GLOBALE CHE SI ESPANDE CON L’ARTIGLIERIA DI GUERRA, MENTRE SI CONFIGURA COME ORDINE REGOLAMENTATO DI VITA URBANA. I DISPOSITIVI REPRESSIVI CAMBIANO LA SCALA DI APPLICAZIONE: DAGLI ARMAMENTI E DALLE STRATEGIE BELLIGERANTI, ALLA DEFINIZIONE DI POLITICHE SECURITARIE INTERNE PER LA REPRESSIONE DEL DISSENSO, PER LA PERSECUZIONE POLIZIESCA DELLA NON OMOLOGAZIONE, IN FORMA DI DISPARITÀ DI GENERE, DI CULTURA, DI PROVENIENZA. IL 23 APRILE INCONTREREMO MATHIEU RIGOUSTE PER APPROFONDIRE E INTERROGARCI INSIEME A LUI, A RAJAA DEL CSOA LAMBRETTA DI MILANO, A WAHID E AL BLOCCO DECOLONIALE DI ROMA SU POSSIBILITÀ, SPINTE E STRATEGIE DI RESISTENZA POLITICA ALLA GUERRA CONTRO I POPOLI, A PARTIRE DA NOI STESSI BIANCHI OCCIDENTALI PRIVILEGIATI. ... Vieni e fai venire! in funzione Taverna, Pub12ditutto, Sala da tè InTHERferenze, Enoteca, Infoshop, Serigrafia, Banchetti info&distro www.forteprenestino.net/attivita/3622-siamo-campi-di-battaglia
April 22, 2026
Gancio de Roma
Oltre gli stereotipi
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Miles Peacock su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Come possiamo superare stereotipi e narrazioni distorte su persone migranti, rifugiate e razzializzate? Ne parleremo il 26 marzo (dalle 10 alle 13) a Roma – Sala Ocera, CNOG, via Sommacampagna 9 – durante l’incontro di formazione “Oltre gli stereotipi: la rappresentazione nei media delle persone migranti, rifugiate e razzializzate. Teorie e pratiche per una nuova narrazione”: l’evento è promosso da Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, Associazione Carta di Roma e Lunaria. Un momento di confronto, dunque, tra giornalisti/e, ricercatrici, attiviste/i ed esperti/e per riflettere su linguaggi, responsabilità e nuove pratiche narrative nel racconto delle migrazioni. Durante l’incontro parleremo di bias cognitivi e rappresentazioni mediatiche, basi psicologiche del razzismo e del pregiudizio, linguaggi dell’informazione (stampa, fotografia, video e radio), impatto delle immagini nell’immaginario collettivo, responsabilità professionali nel lavoro giornalistico. Intervengono Carlo Bartoli, Paola Spadari, Tana Anglana, Eleonora Camilli, Giovanna D’Ascenzi, Vittorio Di Trapani, Anna Gui, Grazia Naletto, Roberto Natale, Nello Scavo, Ilaria Sotis e Alessandra Tarquini. L’evento è gratuito e aperto a tutte le persone interessate (fino ad esaurimento dei posti in sala). Per i giornalisti vale 5 crediti formativi (iscrizione su formazionegiornalisti.it). L’iniziativa si svolge nell’ambito del progetto europeo MILD – More Correct Information, Less Discrimination. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI ANNAMARIA RIVERA: > Sul razzismo è meglio capirsi -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Oltre gli stereotipi proviene da Comune-info.
March 21, 2026
Comune-info