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Il nuovo piano regolatore di Torino
il 16 marzo è stato approvato il progetto preliminare del nuovo piano regolatore di Torino che introduce un cambiamento radicale: riduce il potere decisionale del consiglio comunale sull’uso del suolo, favorendo accordi diretti tra giunta comunale e privati. Alessandro Mancuso, insegnante e studioso di urbanistica, ci aiuta a ragionare su questi cambiamenti rispondendo ad alcune domande. Trovate qui sotto la diretta e la trascrizione dell’intervista. 1) A che punto si è della approvazione del nuovo Piano regolatore della città e che spazio viene dato per la coprogettazione civica? E le osservazioni? Quali sono le direttrici attorno cui si sviluppa il piano? Il 16 marzo 2026 è stato approvato il progetto preliminare del nuovo piano regolatore di Torino che introduce un cambiamento radicale: riduce il potere decisionale del consiglio comunale sull’uso del suolo, favorendo accordi diretti tra giunta comunale e privati. Questo rischia di limitare la trasparenza e la partecipazione dei cittadini, che potrebbero essere esclusi dalle decisioni.  La cosiddetta “regia pubblica” è evocata, ma senza strumenti chiari, e soprattutto il baricentro del processo sembra spostato verso la negoziazione tra amministrazione e operatori privati piuttosto che verso forme di partecipazione ampia dei cittadini. Anche il tema delle osservazioni non è trattato, e questo rafforza l’impressione che il piano, pur dichiarandosi inclusivo, sia costruito più come dispositivo tecnico-strategico che come processo realmente aperto, dove la partecipazione incide in modo sostanziale sulle scelte. Il piano si sviluppa attorno a una serie di direttrici che non sono più quelle tradizionali della zonizzazione rigida, ma piuttosto sistemi strategici e narrativi che organizzano la città per ambiti e vocazioni. Emergono chiaramente alcune linee forti: da un lato il ruolo dell’accessibilità come criterio guida della densificazione, dall’altro la costruzione di grandi sistemi urbani tematici-ambientali, sportivi, produttivi e dell’innovazione  che si appoggiano a infrastrutture e polarità già esistenti o previste. A queste si affianca l’uso delle Figure di Ricomposizione Urbana e delle aree di trasformazione, che funzionano come dispositivi flessibili per attivare processi di rigenerazione selettiva, insieme a un forte richiamo al mix funzionale e alla produzione di valore pubblico. 2)Molti commenti indicano il nuovo piano regolatore come necessario dopo il precedente che ha guidato la città nella transizione post-industriale. Possiamo parlare di questo processo come qualcosa di davvero concluso? Il piano mostra chiaramente che quel processo è ancora in corso, ma si è trasformato. Non siamo più nella fase in cui la città deve semplicemente riconvertire aree dismesse o uscire dalla crisi industriale; siamo piuttosto in una fase successiva, in cui la città viene riorganizzata attraverso logiche di valorizzazione, attrattività e competizione. Le grandi strategie su Mirafiori, Porta Susa o corso Marche indicano che la riconversione produttiva non è finita, ma continua sotto nuove forme legate all’innovazione, alla tecnologia e ai servizi avanzati, come quello legato alla società dell’”Aerospace” di Leonardo. Inoltre, la transizione appare tutt’altro che omogenea. Alcune parti della città sono fortemente investite da processi di trasformazione e valorizzazione, mentre altre restano ai margini, con il rischio di una crescente polarizzazione. In questo senso, più che conclusa, la transizione post-industriale sembra essersi evoluta in una nuova fase in cui la questione centrale non è più solo il riuso degli spazi, ma la distribuzione dei benefici e dei valori generati da queste trasformazioni. Ed è proprio su questo punto che il piano appare più debole. 3) La questione dell’uso transitorio sembra centrale e sembra preannunciare continui processi di rivalorizzazione dello spazio pubblico. Ci spieghi nel dettaglio cosa significa? L’uso transitorio, pur non essendo esplicitamente tematizzato nel testo, è implicito nell’impostazione generale del piano e diventa quasi una conseguenza naturale della sua flessibilità. Si tratta, in sostanza, della possibilità di utilizzare temporaneamente spazi e aree in attesa della loro trasformazione definitiva. In un sistema in cui le trasformazioni non sono rigidamente determinate a priori ma si costruiscono nel tempo attraverso negoziazioni e progetti, l’uso transitorio diventa uno strumento per attivare questi spazi, renderli produttivi e inserirli in circuiti urbani anche prima che si definisca il loro assetto finale. Questa logica prefigura una città in continuo divenire, in cui lo spazio pubblico non è più una condizione stabile ma qualcosa che può essere ridefinito progressivamente. Tuttavia, proprio questa dimensione processuale introduce alcune criticità. Gli usi temporanei possono essere precari, reversibili e non garantiti nel lungo periodo, e spesso funzionano come strumenti di valorizzazione anticipata: rendono attrattive aree che poi vengono trasformate in modo più strutturato, talvolta con effetti di aumento dei valori immobiliari e di selezione sociale. In questo senso, l’uso transitorio non è solo una pratica innovativa, ma anche un dispositivo che può accompagnare processi di gentrificazione e di progressiva trasformazione economica e sociale degli spazi urbani. 4) Come si realizza la perequazione urbanistica in questo piano e come i privati entrano nella gestione dei servizi? La perequazione urbanistica, o meglio detta urbanistica convenzionata/contrattata è uno dei pilastri del piano e si basa sul principio di separare i diritti edificatori dalla proprietà fondiaria, redistribuendoli tra i proprietari in modo formalmente equo. Questo consente di trasferire e concentrare i diritti edificatori all’interno di determinati ambiti, entro i limiti della capienza urbanistica, introducendo un sistema molto più flessibile rispetto alla pianificazione tradizionale. Tuttavia, questa equità è soprattutto procedurale: garantisce una certa indifferenza tra proprietari, ma non affronta in modo efficace la questione della redistribuzione del valore generato dalle trasformazioni. È proprio qui che si inserisce il ruolo dei privati nella gestione dei servizi. Il piano affida in larga misura ai meccanismi perequativi e negoziali la realizzazione delle dotazioni pubbliche. I privati partecipano costruendo servizi, cedendo aree o contribuendo economicamente attraverso la monetizzazione, ma tutto ciò avviene all’interno di operazioni che devono essere economicamente sostenibili per loro. Inoltre, una parte dei servizi può essere realizzata su aree private ma assoggettate all’uso pubblico tramite convenzioni, introducendo una forma di ibridazione tra pubblico e privato. Questo sistema ha il vantaggio di ridurre il ricorso all’esproprio e di attivare risorse private, ma comporta anche rischi significativi. La produzione dei servizi diventa dipendente dalle dinamiche di mercato, con possibili squilibri tra le diverse parti della città, e lo spazio pubblico può assumere caratteri sempre più condizionati da logiche privatistiche. In assenza di meccanismi forti di controllo e di redistribuzione della rendita, la perequazione rischia quindi di funzionare più come strumento di legittimazione della valorizzazione immobiliare che come reale dispositivo di equità urbana.
Il nuovo piano regolatore di Torino
il 16 marzo è stato approvato il progetto preliminare del nuovo piano regolatore di Torino che introduce un cambiamento radicale: riduce il potere decisionale del consiglio comunale sull’uso del suolo, favorendo accordi diretti tra giunta comunale e privati. Alessandro Mancuso, insegnante e studioso di urbanistica, ci aiuta a ragionare su questi cambiamenti rispondendo ad alcune domande. Trovate qui sotto la diretta e la trascrizione dell’intervista. 1) A che punto si è della approvazione del nuovo Piano regolatore della città e che spazio viene dato per la coprogettazione civica? E le osservazioni? Quali sono le direttrici attorno cui si sviluppa il piano? Il 16 marzo 2026 è stato approvato il progetto preliminare del nuovo piano regolatore di Torino che introduce un cambiamento radicale: riduce il potere decisionale del consiglio comunale sull’uso del suolo, favorendo accordi diretti tra giunta comunale e privati. Questo rischia di limitare la trasparenza e la partecipazione dei cittadini, che potrebbero essere esclusi dalle decisioni.  La cosiddetta “regia pubblica” è evocata, ma senza strumenti chiari, e soprattutto il baricentro del processo sembra spostato verso la negoziazione tra amministrazione e operatori privati piuttosto che verso forme di partecipazione ampia dei cittadini. Anche il tema delle osservazioni non è trattato, e questo rafforza l’impressione che il piano, pur dichiarandosi inclusivo, sia costruito più come dispositivo tecnico-strategico che come processo realmente aperto, dove la partecipazione incide in modo sostanziale sulle scelte. Il piano si sviluppa attorno a una serie di direttrici che non sono più quelle tradizionali della zonizzazione rigida, ma piuttosto sistemi strategici e narrativi che organizzano la città per ambiti e vocazioni. Emergono chiaramente alcune linee forti: da un lato il ruolo dell’accessibilità come criterio guida della densificazione, dall’altro la costruzione di grandi sistemi urbani tematici-ambientali, sportivi, produttivi e dell’innovazione  che si appoggiano a infrastrutture e polarità già esistenti o previste. A queste si affianca l’uso delle Figure di Ricomposizione Urbana e delle aree di trasformazione, che funzionano come dispositivi flessibili per attivare processi di rigenerazione selettiva, insieme a un forte richiamo al mix funzionale e alla produzione di valore pubblico. 2)Molti commenti indicano il nuovo piano regolatore come necessario dopo il precedente che ha guidato la città nella transizione post-industriale. Possiamo parlare di questo processo come qualcosa di davvero concluso? Il piano mostra chiaramente che quel processo è ancora in corso, ma si è trasformato. Non siamo più nella fase in cui la città deve semplicemente riconvertire aree dismesse o uscire dalla crisi industriale; siamo piuttosto in una fase successiva, in cui la città viene riorganizzata attraverso logiche di valorizzazione, attrattività e competizione. Le grandi strategie su Mirafiori, Porta Susa o corso Marche indicano che la riconversione produttiva non è finita, ma continua sotto nuove forme legate all’innovazione, alla tecnologia e ai servizi avanzati, come quello legato alla società dell’”Aerospace” di Leonardo. Inoltre, la transizione appare tutt’altro che omogenea. Alcune parti della città sono fortemente investite da processi di trasformazione e valorizzazione, mentre altre restano ai margini, con il rischio di una crescente polarizzazione. In questo senso, più che conclusa, la transizione post-industriale sembra essersi evoluta in una nuova fase in cui la questione centrale non è più solo il riuso degli spazi, ma la distribuzione dei benefici e dei valori generati da queste trasformazioni. Ed è proprio su questo punto che il piano appare più debole. 3) La questione dell’uso transitorio sembra centrale e sembra preannunciare continui processi di rivalorizzazione dello spazio pubblico. Ci spieghi nel dettaglio cosa significa? L’uso transitorio, pur non essendo esplicitamente tematizzato nel testo, è implicito nell’impostazione generale del piano e diventa quasi una conseguenza naturale della sua flessibilità. Si tratta, in sostanza, della possibilità di utilizzare temporaneamente spazi e aree in attesa della loro trasformazione definitiva. In un sistema in cui le trasformazioni non sono rigidamente determinate a priori ma si costruiscono nel tempo attraverso negoziazioni e progetti, l’uso transitorio diventa uno strumento per attivare questi spazi, renderli produttivi e inserirli in circuiti urbani anche prima che si definisca il loro assetto finale. Questa logica prefigura una città in continuo divenire, in cui lo spazio pubblico non è più una condizione stabile ma qualcosa che può essere ridefinito progressivamente. Tuttavia, proprio questa dimensione processuale introduce alcune criticità. Gli usi temporanei possono essere precari, reversibili e non garantiti nel lungo periodo, e spesso funzionano come strumenti di valorizzazione anticipata: rendono attrattive aree che poi vengono trasformate in modo più strutturato, talvolta con effetti di aumento dei valori immobiliari e di selezione sociale. In questo senso, l’uso transitorio non è solo una pratica innovativa, ma anche un dispositivo che può accompagnare processi di gentrificazione e di progressiva trasformazione economica e sociale degli spazi urbani. 4) Come si realizza la perequazione urbanistica in questo piano e come i privati entrano nella gestione dei servizi? La perequazione urbanistica, o meglio detta urbanistica convenzionata/contrattata è uno dei pilastri del piano e si basa sul principio di separare i diritti edificatori dalla proprietà fondiaria, redistribuendoli tra i proprietari in modo formalmente equo. Questo consente di trasferire e concentrare i diritti edificatori all’interno di determinati ambiti, entro i limiti della capienza urbanistica, introducendo un sistema molto più flessibile rispetto alla pianificazione tradizionale. Tuttavia, questa equità è soprattutto procedurale: garantisce una certa indifferenza tra proprietari, ma non affronta in modo efficace la questione della redistribuzione del valore generato dalle trasformazioni. È proprio qui che si inserisce il ruolo dei privati nella gestione dei servizi. Il piano affida in larga misura ai meccanismi perequativi e negoziali la realizzazione delle dotazioni pubbliche. I privati partecipano costruendo servizi, cedendo aree o contribuendo economicamente attraverso la monetizzazione, ma tutto ciò avviene all’interno di operazioni che devono essere economicamente sostenibili per loro. Inoltre, una parte dei servizi può essere realizzata su aree private ma assoggettate all’uso pubblico tramite convenzioni, introducendo una forma di ibridazione tra pubblico e privato. Questo sistema ha il vantaggio di ridurre il ricorso all’esproprio e di attivare risorse private, ma comporta anche rischi significativi. La produzione dei servizi diventa dipendente dalle dinamiche di mercato, con possibili squilibri tra le diverse parti della città, e lo spazio pubblico può assumere caratteri sempre più condizionati da logiche privatistiche. In assenza di meccanismi forti di controllo e di redistribuzione della rendita, la perequazione rischia quindi di funzionare più come strumento di legittimazione della valorizzazione immobiliare che come reale dispositivo di equità urbana.
April 3, 2026
Radio Blackout
A Cuba i carburanti arrivano, ma solo per i privati
A seguito dell’emissione da parte di Donald Trump, il  29 gennaio, di un ordine esecutivo nel quale Cuba viene dichiarata come una  minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza degli Stati Uniti e della regione l’importazione di carburanti sull’isola è stata bloccata, blocco che però non vale per le attività private. Proprio così, il divieto di importazione di carburanti sull’isola, pena per i Paesi che commerciano petrolio con Cuba dell’applicazione di ulteriori dazi del 25%, vale solo per lo Stato e non per le imprese private. Secondo quanto riferito da Reuters dall’inizio di febbraio il settore privato cubano ha importato ben 30 mila barili (4,8 milioni di litri, ma i volumi sembrano aumentare di settimana in settimana) di combustibili dagli Stati Uniti per i suoi usi, mentre lo Stato che garantisce servizi come i trasporti, l’istruzione, la sanità si trova in grande difficoltà nel continuare il suo lavoro di sostegno alle principali necessità quotidiane della popolazione per via dei capricci di Trump. Ovviamente la decisione statunitense di concedere licenze speciali per la vendita al settore privato di carburante ha lo scopo di mettere questo settore in una posizione di privilegio, oltre che far aumentare il malcontento nella popolazione. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha affermato che l’autorizzazione di tali esportazioni di carburante si adatta a una più ampia politica dell’amministrazione Trump “interamente progettata per mettere il settore privato e i singoli cubani privati – non affiliati al governo, non affiliati ai militari – in una posizione privilegiata”, riferisce sempre Reuters. Dagli inizi del 2026 61 navi portacontainer che trasportano prodotti di varia natura importati  da società private – compreso il carburante – sono arrivate nei porti cubani, principalmente in quello di Mariel, con un leggero calo rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Le spedizioni provenienti dagli Stati Uniti partono principalmente dalla Florida, anche se diverse imbarcazioni salpano dalle coste della Louisiana. Il carburante viene trasportato nei container in serbatoi ISO progettati per contenere e trasportare circa 21.600 litri di carburante in sicurezza. Viene importato quasi totalmente diesel, solo l’1 % è benzina, in quanto quest’ultima è molto più difficile da stoccare. Secondo fonti e documenti visualizzati dalla Reuters l’elenco delle aziende che importano carburante include panettieri privati, grossisti che distribuiscono merci a piccoli mercati privati nelle aree urbane e negozi online più grandi come il supermercato Supermarket23,. Il Bureau of Industry and Security degli Stati Uniti a febbraio ha pubblicato linee guida che autorizzano le esportazioni e le riesportazioni di gas e prodotti petroliferi statunitensi a entità del settore privato cubano ammissibili. “Se sorprendiamo il settore privato lì a giocare e a deviarlo al regime o alla compagnia militare, se scopriamo che stanno spostando quella roba in modi che violano lo spirito e la portata di queste autorizzazioni, quelle licenze saranno annullate”, ha detto Rubio a febbraio. Adesso si capisce come mai i taxisti privati, nonostante la penuria di carburante, continuino a viaggiare in tutta l’isola, mentre i trasporti pubblici sono praticamente paralizzati. Si capisce poi da dove arriva il carburante che viene regolarmente venduto sul mercato nero, facendo ingrassare i soliti furbetti: il diesel è arrivato a costare anche 4 euro al litro, mentre quando veniva venduto dallo Stato costava poco più di un euro. La strategia della Casa Bianca è molto chiara: non solo mettere in una posizione di privilegio il settore privato, ma anche continuare ad alimentare le frustrazioni quotidiane di una popolazione sottoposta a misure sanzionatorie senza precedenti nella storia del mondo. Da un lato i carburanti sono disponibili per pochi o per chi può permettersi di acquistarli al mercato nero, dall’altro le centrali termoelettriche che dipendono dai combustibili statali funzionano a singhiozzo, le interruzioni della corrente sono oramai una costante, i trasporti pubblici sono fermi, gli ospedali si barcamenano per fornire l’assistenza ai pazienti. In questo quadro chiaramente il malcontento nella popolazione aumenta ed è proprio questo che vuole la Casa Bianca: esasperare la gente fino al punto di portarla alla sommossa popolare che finalmente cambi il governo con uno asservito agli interessi degli Stati Uniti. Inoltre il fatto che i carburanti si trovino solo nel settore privato aiuta la narrazione portata avanti dagli Stati Uniti e dalle sue creature controrivoluzionarie, secondo cui il governo non è capace di provvedere alle esigenze della popolazione, mentre il privato invece sì. E’ facile arrivare a pensare che in questa situazione solo una svolta liberale possa salvare l’isola. Insomma, la Casa Bianca ha deciso che tutto quello che è pubblico deve fallire miseramente, mentre il privato dovrà riempire gli spazi lasciati liberi dallo Stato –  sanità, istruzione, trasporti, comunicazioni. E chi non avrà i soldi per pagarli? Saranno problemi suoi … Andrea Puccio – www.occhisulmondo.info Redazione Italia
March 27, 2026
Pressenza
La Cina offre un’alternativa al “tecnofeudalesimo” occidentale
All’inizio del secolo, l’innovazione globale seguiva un copione occidentale. La Silicon Valley dominava il mondo nell’innovazione. L’Europa esportava standard e governance. L’Asia, invece, era relegata a ruolo di produttore, assemblatore e consumatore. Ma l’ordine globale dell’innovazione sta cambiando. Secondo l’ultimo Edelman Trust Barometer, la trasformazione riguarda non solo le capacità tecniche, […] L'articolo La Cina offre un’alternativa al “tecnofeudalesimo” occidentale su Contropiano.
July 6, 2025
Contropiano