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Islamizzazione o israelizzazione: il pericolo siamo noi
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Davit Margaryan su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- L’Occidente muscolare e debole al contempo, che non si rassegna al multipolarismo e alla fine della sua egemonia, ha stabilito precisi doppi standard che eliminano alla radice ogni necessità di autocritica. La minaccia ai “valori” occidentali è legata all’immagine evocativa dell’invasione, dell’islamizzazione, alla perdita delle fondamenta della nostra cultura.  Ma, se ci concediamo il tempo per riflettere su quali questi valori siano in realtà, saremo presto consci della grande illusione sulla quale il secolo breve e soprattutto gli ultimi decenni hanno costruito la propria narrazione suprematista. Rimando a Luciano Canfora per un passaggio in rassegna delle sue considerazioni sui valori dell’Occidente e su chi realmente sia il prepotente: «Il “Patto Atlantico” è il Santo Graal dell’Occidente. I soci fondatori condividevano un tratto comune: usurpavano, o avevano appena perso, un dominio coloniale. Ma alla metà del Novecento, quando nacque la NATO, il mondo colonizzato era in rivolta. Non era facile riproporre il vecchio predominio senza cambiare il linguaggio. Così le parole propinate al mondo furono “libertà e “democrazia”, usate spesso come utensili intercambiabili. … Per guerreggiare unito, l’Occidente ha bisogno di un nemico. Sulla carta geografica il nemico ogni tanto cambia posto e lo stesso Occidente a sua volta si sposta: fino al paradosso, quando nemico è un pezzo dello stesso Occidente» (dal libro Il porcospino d’acciaio). L’aggressore, sulla cui retorica è costruita tutta la narrazione che rende l’emergenza e la guerra le uniche chiavi ermeneutiche del periodo, come ci ricorda nel testo Canfora citando lo storico inglese Arnold Toybee, è in realtà l’occidente stesso; eppure assistiamo quotidianamente, forti anche di eventi come quello di Modena, che impressionano profondamente l’opinione pubblica, a proporre l’idea che la minaccia venga dal diverso, dal barbaro moderno, dal nero, dal musulmano, dall’”islamizzazione”. Singolare è che un mondo che ha smarrito il senso del proprio incedere, identifichi poi come nemico mortale proprio un emblema religioso che, a suo dire, ci contaminerebbe irrimediabilmente: una forma di neocontagio che riconferma, con una certa ironia, la tesi della continuità storica dalla pandemia all’oggi (è uno dei temi di La società dell’emergenza). L’enfasi con la quale l’avvisaglia dell’islamizzazione viene sparsa a piene mani, non solo da una precisa area politica, ma anche da una buona parte di quella che potremmo definire postinformazione, ha anche una precisa ragione: non riconoscere alcuna responsabilità storica, culturale, ideologica nella situazione di squilibrio nella quale ci troviamo immersi. I fenomeni di radicalizzazione religiosa esistono, beninteso, e vanno perseguiti con le misure che i nostri sistemi già possiedono, ma non vi è dubbio che rappresentino una formidabile opportunità per inasprire l’idea di un mondo diviso, insicuro, schierato, in perenne bilico. Gli stessi viaggi in gommone dei migranti in Mediterraneo non sono per la vulgata corrente la conseguenza del comportamento predatorio dell’Occidente in Africa e Asia, bensì rappresentano una causa, la causa di nostri problemi, l’invasione invisibile e silenziosa ma che, quando occorre sollevarla e non si occupa delle tragedie in mare, eventualmente di quelle nelle nostre città, fa rumore. Nel frattempo, qualcuno ci invade, altrettanto silenziosamente, e ciò non è solo tollerato, ma auspicato come neo modello securitario proprio per la difesa di quel blocco i cui privilegi in tempo di crisi ed emergenza debbono essere difesi a ogni costo. Ecco i’israelizzazione dell’occidente; ecco l’osservazione che Israele si ponga come paradosso: uno dei punti più oscuri della postcontemporaneità diviene nuovo faro da seguire per uscire indenni dalle minacce insite nella medesima. Insomma, il pericolo non viene dagli altri, ma da noi stessi: dalla nostra cecità che ha sdoganato l’ideale di un sistema di emergenza, sorveglianza, guerra, appartenenza che rischia di ripiombarci nella barbarie, nell’immagine guarda caso biblica del l’occhio per occhio. E che ci renderà tutti ciechi. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Islamizzazione o israelizzazione: il pericolo siamo noi proviene da Comune-info.
May 28, 2026
Comune-info
Il declino dell’Occidente, visibile a tutti
In questa particolare fase storica, il cosiddetto modello occidentale sta visibilmente rivelando un periodo di crisi e di scarsa credibilità. Molti ormai si domandano se si tratti di una tendenza al declino irreversibile o meno. Secondo un sondaggio pubblicato martedi dall’istituto SWG di Trieste, in Italia l’opinione pubblica appare divisa, […] L'articolo Il declino dell’Occidente, visibile a tutti su Contropiano.
May 13, 2026
Contropiano
9 maggio 2015, quando l’Occidente cominciò a perdere la guerra in Ucraina
Per il 9 maggio del 2015, un bel undici anni fa, sul sito del giornale di cui ero allora vice-direttore scrissi un articolo che più o meno diceva: cari Paesi occidentali che boicottate la parata con cui la Russia festeggia la vittoria sul nazismo, non vi rendete conto dell’errore clamoroso […] L'articolo 9 maggio 2015, quando l’Occidente cominciò a perdere la guerra in Ucraina su Contropiano.
May 9, 2026
Contropiano
La grammatica dell’Occidente
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Karol Smoczynski su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- In un saggio del 1942 Louis Renou poteva affermare che «alla base del pensiero indiano stanno dei ragionamenti di ordine grammaticale». Le tre categorie in cui secondo la filosofia indiana si articola tutta la realtà – sostanza, qualità, azione – derivano indiscutibilmente dall’analisi grammaticale del linguaggio: nome, aggettivo, verbo. La grammatica della lingua sanscrita di Panini e il commento di Patañjali precedono infatti la maggior parte dei testi filosofici indiani. Ci si può chiedere in che misura ciò valga anche per la filosofia greca che sta alla base della nostra cultura. A questa ipotesi sembra contrastare la tradizione che attribuiva a Platone e Aristotele la scoperta delle parti del discorso e, conseguentemente, l’invenzione della grammatica. Il contrasto sfuma e scompare non appena si intende che ciò che in questo modo si suggeriva era che, per poter essere filosofi, Platone e Aristotele avevano prima dovuto essere grammatici. L’Occidente è dal principio alla fine una civiltà grammaticale, che ha fatto dell’analisi del linguaggio e della sua costruzione in una grammatica la base della sua conoscenza del mondo e del suo dominio sulla natura. La scienza, che è diventata la religione dell’Occidente, presuppone infatti, come ogni religione, un mondo nominato, in cui l’ontologia – cioè il fatto che l’essere si dica e si ordini nel linguaggio – si compartisce in regioni, ciascuna delle quali è presa in carico da una scienza particolare. Il destino dell’Occidente è, cioè, iscritto nella grammatica indoeuropea, con i sui casi e le connessioni logico-sintattiche di dipendenza gerarchica in cui, insieme alla sua lingua, articola il suo pensiero. Per questo è, forse, guardando alla Cina, cioè a una cultura che non ha analizzato e costruito la propria lingua in una grammatica, ma vede in essa dei monosillabi senza alcuna articolazione grammaticale, che potrà nascere se non un nuovo pensiero, almeno una via d’uscita dalle cupe sorti che, senza che ce ne avvedessimo, l’analisi logica del linguaggio, che non a caso ci viene insegnata alle scuole elementari, ci ha fatalmente assegnato. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (con il titolo L’infanzia di Adamo e qui con l’autorizzazione della casa editrice). Tra i i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi). -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MARCO AIME: > Sull’eccezionalismo occidentale -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La grammatica dell’Occidente proviene da Comune-info.
April 20, 2026
Comune-info
Gli insulti al Papa smascherano l’Unipolarismo dell’Occidente
C’è un passaggio storico in cui le parole non sono  più solo parole. Diventano strumenti di potere, dispositivi di esclusione, armi politiche. È quello che stiamo vivendo oggi, in un mondo segnato dall’escalation dei conflitti e dalla progressiva radicalizzazione dello scontro ideologico. Le recenti posizioni di Donald Trump, accompagnate da attacchi […] L'articolo Gli insulti al Papa smascherano l’Unipolarismo dell’Occidente su Contropiano.
April 16, 2026
Contropiano
Restituire l’infanzia
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Ass. genitori Di Donato di Roma, quartiere Esquilino -------------------------------------------------------------------------------- Non si comprende la concezione che la nostra cultura si fa dell’essere umano se non si ricorda che alla sua base sta un uomo senza infanzia: Adamo. Secondo la narrazione della Genesi, l’uomo che il Signore crea e pone nel giardino di Eden è un adulto, a cui Egli parla e dà dei comandi e per il quale crea una compagna perché non sia solo. E soltanto un adulto, e non certo un in-fante, poteva dare un nome a tutti gli animali del giardino. Non stupisce che un essere senza infanzia non possa rimanere innocente e sia fatalmente destinato alla colpa e al peccato. Forse il pessimismo che condanna l’Occidente cristiano a rimandare sempre al futuro felicità e compimento proviene da questa singolare carenza, che fa di Adamo un essere costitutivamente privo d’infanzia. Ed è forse per questa mancanza più originale di ogni peccato che, da una parte, l’infanzia è per ciascuno di noi il luogo della nostalgia dell’impossibile felicità e, dall’altra, nell’organizzazione sociale, una condizione difettiva, che bisogna ad ogni costo disciplinare e ammaestrare. E se la psicanalisi vede nel bambino il soggetto nascosto di ogni nevrosi, ciò è forse proprio perché da qualche parte agisce in noi il paradigma adamitico di un uomo senza infanzia. Ciò significa che la guarigione della malattia dell’Occidente – cioè di una cultura adulta che, reprimendo l’infanzia, finisce per condannarsi alla puerilità – sarà possibile solo se saremo capaci di restituire a Adamo la sua infanzia. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (con il titolo L’infanzia di Adamo e qui con l’autorizzazione della casa editrice). Tra i i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi). -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Restituire l’infanzia proviene da Comune-info.
April 13, 2026
Comune-info
Tiziano Terzani cercava l’Assoluto, e l’ha trovato
“L’unico vero maestro non è in nessuna foresta, in nessuna capanna, in nessuna caverna di ghiaccio dell’Himalaya… È dentro di noi!” -Tiziano Terzani- Il 23 marzo 2026 è andato in onda su Rai 3 il programma Passato e Presente, condotto da Paolo Mieli, dal titolo Tiziano Terzani, il reporter che cercava l’assoluto in presenza del grande storico fiorentino Franco Cardini. Premettendo il profondo rispetto e la profonda stima per Franco Cardini, di cui condivido spesso analisi, idee, opinioni, oltre ad essere uno dei più importanti lucidi e critici intellettuali contemporanei in Italia; e la stima per il giornalista Paolo Mieli, come uomo di cultura nonchè tra i più importanti divulgatori storici, non posso non criticare il servizio che è stato prodotto su Tiziano Terzani. Per quanto il format di Passato e Presente consista in una mezz’oretta e che quindi sia sempre ben poco il tempo per approfondire in modo dettagliato la vita dei personaggi che si trattano, le mancanze profonde del servizio televisivo ci dicono ben altro: ovvero che si è capito ben poco della storia, del pensiero, dell’esperienza e del messaggio del grande Tiziano Terzani e del suo “giornalismo anomalo” fuori dagli schemi assetato di scoperta del mondo. Il servizio, dal punto di vista cronostorico non pecca di nulla, ma cade in basso nei contenuti storiografici e tenta di banalizzare, di ridurre e decomplessificare la figura di Tiziano Terzani. Già il fatto che venga definito, per tutto l’arco del servizio, come un reporter indica che i relatori non avevano piena coscienza delle molteplici dimensioni di Tiziano Terzani: una figura difficilmente classificabile secondo categorie precise e difficilmente etichettabile proprio perchè fuori dagli schemi del giornalismo di allora. Il Nostro inizia la sua ascesa da giornalista qualificato come reporter ma, al momento della propria morte avvenuta nel 2004, era diventato ben altro: un giornalista, un inviato di guerra, un attivista, un filosofo, un maestro spirituale, un saggio dei nostri tempi e soprattutto un precursore di un nuovo pensiero politico per salvare l’umanità. Il tentativo del servizio Rai di assimilare Terzani ad una figura ben vista dal sistema mainstream è a dir poco imbarazzante. Sebbene abbia collaborato con il mainstream, dal 1996 Terzani si espresse in modo fortemente critico sulla comunicazione mainstream e sul giornalismo nostrano,  (o “di massa”), accusandoli di essere diventati strumenti di disinformazione, di paura, di spettacolarizzazione del dolore e di conformismo culturale: uno strumento più propenso a fornire “notizie in tempo reale” che fornire analisi approfondite; uno strumento mancante di contesto volto a dare narrazioni preconfezionate che non aiutano a comprendere le reali dinamiche storiche, culturali e umane dei luoghi. Terzani aveva un approccio diverso al giornalismo che potremmo chiamare, citando Raimon Panikkar, pluriversale. Quando Paolo Mieli afferma a Passato e Presente che Tiziano Terzani aveva uno “spirito americano-tedesco del giornalismo”, ovvero “quel giornalismo sul campo che stava tra la gente”, dice un’assurdità. Nè l’America nè la Germania dovevano insegnare nulla a Terzani, il quale già nel suo inconscio aveva presente quale sarebbe stato il suo destino. Ho la fortuna di avere parenti che sono stati amici intimi di Tiziano Terzani ai tempi del suo ruolo di manager all’Olivetti e che possono testimoniare che Terzani più volte confidava loro che il suo ruolo di manager non fosse il lavoro della sua vita. Lui era consapevole che la sua vita sarebbe stata quella di viaggiare, per scoprire mondi e per raccontarli. Tiziano Terzani è tra i padri ante-litteram del giornalismo non-embedded, una pratica in cui l’inviato di guerra sta tra le bombe, tra la gente, tra i fatti vissuti e racconta la propria esperienza sul campo descrivendo ciò che vede. Si tratta di un approccio molto diverso da quello che invece, nel 2003 con la guerra in Iraq, verrà chiamato giornalismo “embedded”, ovvero la pratica secondo cui il giornalista – l’inviato di guerra – si limita a fare informazione dagli uffici-stampa adibiti diventando megafono di veline scritte da altri. Il giornalismo embedded è la pratica in cui i reporter seguono i conflitti bellici aggregati alle unità militari, vivendo e spostandosi con le truppe: la presstitute. Non è un caso che nel 1992 Terzani si sente stanco, dubbioso sul senso del suo lavoro e gli torna in mente proprio quella famosa profezia che un indovino gli disse nel 1976: “Attento. Nel 1993 corri un gran rischio di morire. In quell’anno non volare mai”. Così coglie l’occasione per guardare il mondo con occhi nuovi: non con i propri occhi, ma con gli occhi degli altri. Decide di non prendere aerei per un anno, senza rinunciare al suo mestiere e il risultato di quell’esperienza è un libro che è insieme romanzo d’avventura, autobiografia, racconto di viaggio e reportage: Un indovino mi disse. E’ proprio in questo capolavoro che racconta come quell’ “anno senza aerei” – senza quel mezzo che “scorcia tutto, anche la comprensione delle cose” (come scrive) – lo mette in contatto con una diversa maniera di concepire la realtà. Come ha dichiarato l’ecofilosofa Gloria Germani, la più grande esperta del pensiero di Tiziano Terzani che vergognosamente non è stata citata nemmeno una volta nel servizio di Passato e Presente: “Terzani fa spesso un parallelo interessante: quello tra gli scienziati moderni che studiano in laboratorio la materia attraverso la sperimentazione e la razionalità basata sui sensi, e invece i sapienti orientali che se ne stanno nella natura e indagano la propria mente. Attraverso la meditazione, arrivano a scoprire la non–materialità, e quindi che gli opposti (giorno e notte, luce e tenebra, vita e morte) sono tutt’uno e non si possono separare. È il senso del simbolo dello Ying e dello Yang, a cui Terzani teneva moltissimo, perché gli opposti coesistono, e la vita è la meravigliosa unione degli opposti. Tutto è Uno significa dunque uscire dall’apparato logico-linguistico (tipico del tradizione occidentale a partire da Aristotele) e accedere a un altro piano.” Gloria Germani Nel servizio si afferma che Terzani ad un certo punto si improvvisa “asceta” e abbandona il suo nome preferendo il nome Anam (il senza nome, in sanscrito), per poi concludere con le parole di Cardini: “Terzani cercava sè stesso, ma non si sa se sia riuscito a trovarlo, perchè nessuno di noi ci riesce”. Questa è una personale opinione di Cardini, ma non la pensa così chi invece Terzani lo ha conosciuto profondamente e con lui ha avuto modo di cogliere qualcosa in più. La scelta di prendere il nome Anam va ben oltre le banalità retoriche sul fiorentinismo e sul suo – pur vero – “amore/odio/disprezzo per Firenze” di cui parla Cardini. Tiziano Terzani per molti è stato un grande maestro spirituale, un bodhisattva della Terra che, negli ultimi anni della sua vita, ha raggiunto la bodhicitta, ovvero l’intenzione sincera e la motivazione altruistica, tipica del Buddhismo Mahāyāna, di raggiungere l’illuminazione (Buddhità) per liberare tutti gli esseri senzienti dalla sofferenza attraverso la compassione attiva, la saggezza e trasformando la vita quotidiana in un percorso di risveglio. La dimensione spirituale e interiore di Tiziano Terzani; la sua esperienza con la meditazione; l’incontro con Swami Dayananda Saraswati, un noto maestro indiano della tradizione del Vedanta (non-dualismo) di cui racconta nel libro Un altro giro di giostra; il suo approccio spirituale, umano e filosofico nell’affrontare la malattia; l’uso consapevole dell’ayurveda e delle medicine alternative non vengono mai nemmeno accennati nel servizio di Passato e Presente, come non viene accennata l’importanza che per lui rivestono le culture dell’India. Quando nel servizio si continua a mettere enfasi sulle “delusioni” che Terzani, da uomo di sinistra, avrebbe avuto della Rivoluzione culturale di Mao Zedong in Cina, della rivoluzione socialista di Ho Chi Min in Vietnam e della repressione di Pol Pot in Cambogia, si vuole raccontare una verità a metà. La sua “delusione” non era legata a quello che visse e che vide in quelle parti del mondo, non era legata alle culture che toccò con mano, ma al fatto che queste rivoluzioni socialiste tradirono i loro ideali di rinnovamento sociale e culturale e di rottura radicale con il colonialismo e l’imperialismo. La delusione di Terzani consistette nel fatto che, sebbene tutte queste rivoluzioni avevano scacciato l’Occidente fuori dalla porta di casa loro, l’Occidente era rientrato dalla finestra sotto abiti diversi. L’Occidente era stato in grado di colonizzare le menti con l’importazione del modello capitalistico globale, del modello estrattivo e della società industriale di massa, con la concezione economicista-sviluppista. Le rivoluzioni socialiste in Asia, al posto di mettere in discussione tutto questo, copiarono l’esempio per riprodurlo sotto altre vesti. A tal proposito, in realtà, Tiziano Terzani non ebbe mai una vera e propria delusione perchè mai si fece illusioni a riguardo. Tiziano Terzani ha raccontato seriamente e fattualmente quella parte di mondo che l’Occidente vedeva con presunzione, arroganza, sentimento di superiorità e in modo stereotipato. Era questo approccio del giornalismo occidentale e della visione colonialista occidentale che deludeva fortemente Terzani: lui criticò fortemente la colonizzazione dell’immaginario che l’occidente aveva agito sul mondo intero, con la pretesa di creare – in 400 anni di storia – un “mondo di occidentali”. Di questo si accorge perfettamente quando tocca con mano la realtà del Giappone e i suoi mutamenti tecno-antropologici: una popolazione che ha dimenticato se stessa per aderire ciecamente alla modernizzazione capitalista e industriale occidentale. Nel servizio non si parla minimamente del fatto che proprio dalla sua esperienza vissuta sul campo, Tiziano Terzani divenne un grande critico del paradigma riduzionista, materialista, meccanicista e dualista su cui si fonda epistemologicamente la visione dell’Occidente, opposta invece al grande bagaglio culturale e spirituale dell’Asia (come ha giustamente qui fatto notare Franco Cardini). L’Asia non è spinta dal mito dello sviluppo, ma dal mito dell’eterno. E’ in questo contesto che si colloca anche la critica epistemologica e culturale di Terzani allo scientismo e alla scienza occidentale di stampo cartesiano-newtoniano che definirà “nuovo oppio dei popoli” in Un altro giro di giostra: “Nessuno ha più risposte che contano, perché nessuno pone più le domande giuste. Tanto meno la scienza, che in occidente è stata asservita ai grandi interessi economici e messa sull’altare al posto della religione. Così lei stessa è diventata l’ “oppio dei popoli”, con quella sua falsa pretesa di saper prima o poi risolvere tutti i problemi. La scienza è arrivata a clonare la vita, ma non a dirci che cos’è la vita. La medicina è riuscita a rimandare la morte, ma non a dirci cosa succede dopo la morte. O sappiamo forse davvero che cosa permette ai nostri occhi di vedere e alla nostra mente di pensare? Eppure, grazie alla grande fiducia che abbiamo nella scienza, diamo ormai tutto per scontato. Si crede di sapere e non si sa. Ci si accontenta dunque di non sapere, convinti che presto si saprà.” Anche di questo non parla minimamente il servizio della Rai. Non si fa nemmeno un parola sul fatto che Tiziano Terzani è considerato – oltre che uno dei più importanti esponenti della visione no-global, della nonviolenza e del pacifismo contemporaneo – come uno dei precursori di una visione ecosocialista, della decrescita e dell’ecologia profonda: ovvero un modo completamente diverso di concepire il mondo che si vuole costruire rifacendo pace con la Terra, con gli ecosistemi e con i popoli che la vivono. Per non parlare inoltre degli strafalcioni sui fatti dell’11 settembre 2001, momento in cui Tiziano Terzani fa sentire la sua voce contro la logica del terrore dell’Occidente contro il “nuovo nemico necessario”: l’Islam. Non è vero che Tiziano Terzani inizia ad occuparsi l’8 ottobre 2001 dei fatti dell’11 settembre 2001. Nel suo articolo pubblicato il 16 settembre 2001, – dopo i fatti dell’11 settembre, dal titolo “Quel giorno tra i seguaci di Bin Laden” sul Corriere della Sera – Terzani affermava la necessità di “capire le ragioni degli Altri”, ed ora lo ribadiva con grande chiarezza: “Se vogliamo capire il mondo  in cui siamo, lo dobbiamo vedere nel suo insieme e non solo dal nostro punto di vista” (1). E più oltre: “Il  problema è che fino a quando penseremo di avere il monopolio del “Bene”, fino a che parleremo della nostra come la civiltà, ignorando le altre, non saremo sulla buona strada”. Al contrario, “solo se riusciremo a vedere l’universo come un tutt’uno in cui ogni parte riflette la totalità e in cui la grande bellezza sta nella sua diversità, cominceremo a capire chi siamo e dove siamo” (2). Questo è solo l’anteprima di quelle che furono le sue risposte dall’8 ottobre 2001 alle posizioni neo-con della giornalista fiorentina Oriana Fallacci che espresse in La rabbia e l’orgoglio, articolo apparso sul quotidiano Corriere della Sera il 29 settembre 2001 in seguito all’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. Terzani definì – in una risposta – quell’articolo una “brillante lezione di intolleranza”, sottolineando come la rabbia – che la Fallaci esprimeva in quell’articolo – mostrasse come non conoscesse il mondo che aveva girato in lungo e in largo. Dopo l’11 settembre, Terzani ha criticato duramente il modo in cui i media hanno amplificato la paura, allineandosi alle logiche della guerra al terrore invece di cercare una comprensione più profonda delle cause. Nascerà così Lettere contro la guerra, una raccolta di una grande presa di consapevolezza scaturita proprio da un confronto acceso con Oriana Fallaci e sul crollo della Torri Gemelle a New York, esprimendo un’opposizione sistematica e non-negoziabile della guerra e del paradigma di mondo che porta con sè: erosione delle libertà costituzionali e dei diritti umani, crescita del mito della sicurezza e la paura come mezzo per raccontare il mondo. Con Lettere contro la guerra, Terzani ha risposto alle tesi della collega, proponendo invece una visione pacifista alternativa attraverso temi che oggi sono più attuali che mai. Per concludere, io credo che i libri che sono stati consigliati alla fine del servizio Rai non siano assolutamente significativi della vita, della storia e della filosofia perenne di Tiziano Terzani, ma piuttosto dei tentativi di lettura che non colgono la complessità del personaggio. Spiace veramente che non siano stati invece consigliati i bellissimi libri biografici scritti dalla ecofilosofa Gloria Germani che invece – come ha scritto anche Angela Staude, moglie di Terzani – forse più di tutti ha colto il pensiero di Tiziano. A maggio 2024 è uscita infatti la sua ultima fatica: “Tiziano Terzani contro la guerra. La verità del “Tutto è Uno” tra Oriente e Occidente”, una nuova riflessione che scava nella vita e nel pensiero di Tiziano Terzani, offrendo una visione complessiva del meraviglioso insegnamento e percorso intellettuale ed esperienziale di Terzani, a vent’anni dalla morte: il pensiero del non-dualismo, del Tutto è Uno, che rompe la tradizione scientista e materialista della modernità e ci suggerisce un nuovo modello di vita lontano dalle logiche del consumismo, della guerra, dell’avidità e del successo a ogni costo, in una nuova visione che riconcilia il pensiero orientale con quello occidentale. Terzani aveva capito che è più importante essere che avere. Questo dimostra che Tiziano Terzani ha cercato l’Assoluto e l’ha trovato eccome, cogliendo appieno il senso della vita oltre le superficialità e oltre il superfluo della vita moderna contemporanea.   (1) T.Terzani, Lettere contro la guerra, p. 29. (2) T.Terzani, Lettere contro la guerra, p. 31 e p.33..   Fonti: Gloria Germani, Tiziano Terzani e “il trucco della candela” la meditazione come via di conoscenza e di vera libertà https://www.greenme.it/lifestyle/costume-e-societa/tiziano-terzani-10-lezioni-di-vita/ https://www.pressenza.com/it/2015/05/la-rivoluzione-interiore-di-tiziano-terzani/       Lorenzo Poli
March 31, 2026
Pressenza
Quem Deus vult perdere dementat
Image by Ronald May from Pixabay -------------------------------------------------------------------------------- È bene riflettere a un fatto che è talmente incredibile che si cerca a ogni costo di rimuoverlo, e cioè che lo stato che si dichiara il più potente del mondo è retto da anni da uomini che sono tecnicamente dei dementi. Non si tratta di dare in questo modo una forma estrema a un giudizio politico: che Donald Trump – come certamente Joe Biden prima di lui – debba essere considerato demente nel senso patologico del termine è un’evidenza ormai condivisa da molti psichiatri e che chiunque osservi il suo modo di esprimersi non può non condividere. Va da sé che ciò che qui ci interessa non è il caso clinico degli individui di nome Trump e Biden; piuttosto la domanda che non possiamo non porci è: qual è il significato storico del fatto che un paese come gli Stati Uniti – che è in qualche modo alla guida di tutto l’Occidente – sia retto da un malato di mente? Quale radicale declino spirituale e morale prima ancora che politico può aver condotto a una simile estrema conseguenza? Che il destino dell’Occidente fosse segnato dal nichilismo è qualcosa che già Friedrich Nietzsche aveva diagnosticato più di un secolo fa insieme alla morte di Dio: ma che il nichilismo dovesse prendere la forma della demenza non era scontato. È forse in qualche modo per compassione e pietà che il Dio, che vuole perdere l’Occidente, lo conduca alla sua fine non nella consapevolezza e nella responsabilità, ma nell’incoscienza e nella follia. -------------------------------------------------------------------------------- La citazione latina scelta da Agamben come titolo (traduzione, Dio toglie il senno a coloro che vuole mandare in rovina) è stata utilizzata, tra gli altri, da Lev Tolstoj in Guerra e Pace (per descrivere la follia di Napoleone nell’avanzata in Russia) e da Cesare Pavese nel romanzo Il diavolo sulle colline (per commentare le azioni di alcuni uomini annoiati, che si comportano in modo assurdo e pericoloso) -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (qui con l’autorizzazione della casa editrice). Tra i i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi). -------------------------------------------------------------------------------- Leggi anche questo articolo di Raul Zibechi: > L’Occidente in decadenza continua a essere un modello -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quem Deus vult perdere dementat proviene da Comune-info.
March 30, 2026
Comune-info
La schiavitù, il voto alle Nazioni Unite e l’Occidente che non vuole fare i conti con il colonialismo
Il 25 marzo 2026 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che definisce la tratta transatlantica degli schiavi e la schiavitù razziale degli africani come il più grave crimine contro l’umanità, per la sua scala, la sua durata, la sua brutalità e per le conseguenze che continuano ancora oggi. La risoluzione è passata con 123 voti a favore, 3 contrari e 52 astensioni. Il nuovo mondo avanza, mentre il vecchio ostinatamente lo rifiuta destinandosi a ripetere gli errori e gli orrori del passato. Il colonialismo non appartiene solo alla storia: continua a influenzare i rapporti economici, giuridici e politici del presente. La risoluzione è stata presentata da decine di Paesi africani, caraibici e latinoamericani. Hanno chiesto scuse ufficiali, restituzione dei beni culturali, risarcimenti, giustizia riparativa. Il senso è profondo, i crimini contro l’umanità non possono essere archiviati come se appartenessero a un altro mondo, perché le loro conseguenze strutturano ancora il mondo di oggi. La maggioranza dell’Assemblea ha votato a favore. Ma i tre paesi che hanno votato contro – Stati Uniti, Israele e Argentina – e i cinquantadue che si sono astenuti – tra cui tutte le principali nazioni con una storia compromessa sul piano colonialista, dall’Unione Europea al Regno Unito, dal Canada al Giappone – hanno motivato la loro posizione con tre argomenti giuridici: non bisogna creare gerarchie tra crimini contro l’umanità; il diritto internazionale non è retroattivo; non esiste un obbligo legale di risarcimento per fatti che all’epoca non erano formalmente illegali. Sono argomenti che sembrano tecnici, ma in realtà sono profondamente politici e rivelano qualcosa di più: chi oggi rifiuta di fare i conti con la storia è spesso lo stesso che, nel presente, sta riscrivendo le regole per produrre nuove forme di esclusione. Dire che non si devono creare gerarchie tra crimini contro l’umanità è formalmente corretto, ma la tratta transatlantica e la schiavitù razziale non furono solo una serie di crimini: furono un sistema giuridico ed economico mondiale durato quattro secoli, che ha organizzato la divisione del lavoro tra continenti, l’accumulazione di ricchezza, la costruzione degli Stati moderni e delle gerarchie razziali globali. Riconoscerne la specificità storica non significa stabilire una classifica del dolore, ma riconoscere la natura sistemica di quel crimine. Dire che il diritto non è retroattivo è un principio fondamentale del diritto penale, pensato per proteggere gli individui da leggi arbitrarie, ma qui non si tratta di processare individui vissuti secoli fa. Si tratta di responsabilità storiche, economiche e politiche di Stati e istituzioni che esistono ancora oggi e che su quel sistema hanno costruito parte della propria ricchezza. Non si parla di retroattività penale, ma di giustizia riparativa, che nella storia è già esistita in molti casi: dalle riparazioni pagate dalla Germania dopo il nazismo agli indennizzi per le vittime dell’apartheid. Dire che non esiste un obbligo legale di risarcimento è un’affermazione politicamente rivelatrice, perché il diritto internazionale non è immutabile: cambia nel tempo, si costruisce attraverso trattati, sentenze, risoluzioni e rapporti di forza. Dire che non esiste un obbligo significa, in realtà, dire che non si vuole che quell’obbligo esista. È una scelta politica presentata come necessità giuridica. Il voto all’ONU, quindi, non è stato solo un voto sul passato. È stato un voto su come leggere il presente. Prendiamo l’Italia, che si è astenuta come il resto dell’Unione Europea. Negli ultimi anni sono state introdotte norme che consentono di vietare l’ingresso di imbarcazioni in acque italiane in caso di “pressione migratoria eccezionale”. Ma quando l’eccezione diventa la regola, il diritto diventa discrezionale e la discrezionalità diventa sospensione permanente dei diritti. Le organizzazioni di soccorso nel Mediterraneo lo ripetono da anni: queste politiche non servono a gestire i flussi, servono a impedire i soccorsi. Il risultato? Aumentano i morti in mare. Dal 2014 a oggi, secondo le organizzazioni internazionali che monitorano le migrazioni, le persone morte o scomparse nel Mediterraneo sono decine di migliaia, ma il numero reale è certamente molto più alto, perché non si contano i corpi che restano in fondo al mare né le persone che muoiono nei centri di detenzione libici prima ancora di arrivare alla costa. E proprio in Libia l’Europa è presente con finanziamenti, accordi, addestramento e motovedette. Negli ultimi anni organizzazioni giuridiche e gruppi di avvocati internazionali hanno presentato alla Corte Penale Internazionale denunce che accusano funzionari europei di complicità nei crimini contro i migranti detenuti in Libia: rapimenti, torture, stupri, lavoro forzato. Nel frattempo, sulla terraferma, dentro i confini dell’Unione Europea, esiste un altro sistema che è assimilabile a una nuova forma di schiavitù: il caporalato. Non è relegato in centri di detenzione libici, ma nelle campagne, nei capannoni, nei magazzini della grande distribuzione. In Italia centinaia di migliaia di lavoratori agricoli, in gran parte migranti, lavorano in condizioni di sfruttamento estremo: paghe da pochi euro l’ora, giornate di lavoro senza orari, alloggi degradati, dipendenza totale dal caporale per il trasporto, il cibo, perfino l’acqua. Secondo diverse stime, il lavoro irregolare e lo sfruttamento in agricoltura muovono ogni anno decine di miliardi di euro e costituiscono una parte strutturale di intere filiere produttive. Situazioni analoghe si riscontrano anche nell’edilizia, nella logistica, nel lavoro dei rider e dei facchini della grande distribuzione. Negli ultimi mesi, in Italia, il governo ha portato avanti una riforma della giustizia che molti magistrati e giuristi hanno interpretato come un tentativo di indebolire l’indipendenza dei pubblici ministeri, cioè di coloro che indagano su corruzione, sfruttamento del lavoro e rapporti tra politica e interessi economici. Il referendum si è tenuto il 22 e 23 marzo. La riforma è stata bocciata. Non è stato solo un voto tecnico sulla giustizia: è stato anche un voto sul controllo di legalità in un Paese in cui le grandi inchieste su caporalato, appalti e sfruttamento toccano interessi economici enormi. Il voto all’ONU, le astensioni occidentali, le politiche migratorie, la Libia, il caporalato, lo scontro sulla magistratura non sono fatti separati. La storia non cambia sostanza, cambia forma. E la parola “clandestino” è la prova: serve oggi a fare ciò che la legge coloniale faceva con altri nomi. La risoluzione dell’Assemblea Generale sancisce che la schiavitù fu un sistema che trasformò gli esseri umani in proprietà e la violenza in norma. Oggi quella trasformazione non avviene più attraverso il diritto di proprietà sugli esseri umani, ma attraverso la produzione di persone senza diritti: il migrante che può essere lasciato morire in mare, il lavoratore irregolare che può essere sfruttato senza tutele, la solidarietà che può essere criminalizzata, la tortura che può essere esternalizzata fuori dai confini geografici e giuridici. Ridurre la schiavitù a un crimine è limitante; fu un sistema economico, giuridico e politico globale. E quando un sistema produce masse di persone prive di diritti, ricattabili, sfruttabili, respingibili, detenibili senza garanzie, la domanda che la storia ci pone è inevitabile: basta cambiare la forma di un sistema per dire che è cambiata anche la logica su cui si regge? Scriveva Pier Paolo Pasolini: “La porta della storia è una porta stretta: infilarsi dentro costa una spaventosa fatica; c’è chi rinuncia e chi non rinuncia ma male e tira fuori il cric dal portabagagli e chi vuole entrarci a tutti i costi, a gomitate ma con dignità”. Senza una riforma dell’ordine internazionale, la logica conseguenza dice che il passaggio non sarà pacifico. E allora noi occidentali siamo sicuri di volerci assumere questa grave responsabilità storica?     Herta Manenti
March 26, 2026
Pressenza