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Una via d’uscita
-------------------------------------------------------------------------------- Selva Lacandona, Chiapas (Messico 2008). Foto di Massimo Tennenini -------------------------------------------------------------------------------- Spesso, nella diffusa consapevolezza che stiamo vivendo la fine di una cultura, si affaccia l’esigenza – o la speranza – di un nuovo inizio, che, cioè, dopo il crollo di una lunga tradizione, una nuova e più viva venga prima o poi in essere. Contro questa ingenua aspettativa, occorre ricordare che non di un nuovo inizio abbiamo bisogno, ma di una via di uscita. Ammesso che un nuovo inizio fosse possibile, tutto allora ricomincerebbe come prima, magari con idee e progetti diversi, ma pur sempre entro il solco di un’epoca storica e di una tradizione in qualche modo omogenee alla precedente. Dopo il collasso della storia dell’Occidente, l’ultima cosa che possiamo volere è una nuova epoca storica, vogliamo piuttosto farla finita con le epoche, uscire una volta per tutte e non semplicemente ricominciare. Uscire verso dove? Non possiamo dirlo, ma questo è bene, il nostro silenzio è più prezioso delle chiacchiere sui caratteri di un improbabile futuro, che tradiscono la loro solidarietà col passato ripetendo formule stantie come «nuovo o post- o transumanesimo». Come dice la scimmia di Una relazione per un’Accademia (racconto di Kafka raccolto in Franz Kafka. Tutti i racconti, antologia curata da Ervino Pocar per Mondadori, ndr), che è diventata qualcosa di radicalmente altro: «Non volevo la libertà, soltanto una via di uscita». -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (e qui con l’autorizzazione della casa editrice). Tra i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi). -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > Vogliamo vincere. Come? -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Una via d’uscita proviene da Comune-info.
July 7, 2026
Comune-info
Quando la Nato ci attacca
La notizia meriterebbe la prima pagina di giornali e TG e dovrebbe essere al centro del dibattito politico italiano. Ma sappiamo già che non sarà così. La Procura della Repubblica di Amburgo ha accusato l’ufficiale ucraino Serhii Kuznetsov per gli attentati che, nel settembre 2022 nel mar Baltico, distrussero i […] L'articolo Quando la Nato ci attacca su Contropiano.
July 5, 2026
Contropiano
“Guerra necessaria, mito occidentale”
A volte nella geopolitica, come in altri campi, ci sono cose che non si spiegano mentre avvengono e spesso anche dopo. Le guerre appartengono alla categoria delle cose che non si spiegano mai. Prima che scoppino non si percepiscono o si rifiutano i segnali di preavviso, mentre si combattono la […] L'articolo “Guerra necessaria, mito occidentale” su Contropiano.
June 28, 2026
Contropiano
La bussola identitaria di Valditara
Il ministro Valditara dice che la nuova bozza delle Indicazioni nazionali ribadisce l’intento di rafforzare l’identità occidentale e la rivoluzione delle STEM. Nelle uniche dichiarazioni pubbliche su storia, il ministro ripete la formula di aprile: centralità dell’Occidente, dell’Europa, dell’Italia. Sembra una presa in giro la precisazione per cui non ci […] L'articolo La bussola identitaria di Valditara su Contropiano.
June 28, 2026
Contropiano
I “liberali” son più matti di Trump
Si potrebbe infierire sul sistema mediatico occidentale e sui cosiddetti “politici” atlantisti che ora devono fare i conti con una sconfitta pesante dopo una guerra all’Iran condotta per motivi tutt’altro che nobili, ma rivestita con i soliti panni d’occasione (la “democrazia”, le “donne”, la “libertà”, ecc), elencando le cazzate che […] L'articolo I “liberali” son più matti di Trump su Contropiano.
June 18, 2026
Contropiano
Israele è un esperimento coloniale fallito. Da chiudere
Quando un esperimento fallisce, la scienza impone il dovere di sospendere il protocollo e di esaminare i risultati. Nessun laboratorio serio insisterebbe per settantotto anni su un’ipotesi che i dati smentiscono con tale abbondanza. Eppure l’Occidente continua ad armare e ad assolvere Israele, l’ultimo dei suoi esperimenti coloniali e il […] L'articolo Israele è un esperimento coloniale fallito. Da chiudere su Contropiano.
June 16, 2026
Contropiano
San Pietroburgo 2026: il nuovo ordine è già qui. La domanda è chi lo plasma
Il Forum Economico di San Pietroburgo mostra un mondo sempre più multipolare, mentre l’Occidente fatica a fare i conti con le proprie contraddizioni. Tra BRICS, Sud Globale, Gaza e Ucraina, la questione non è più se il nuovo ordine stia emergendo, ma quale contenuto politico e sociale avrà. Il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo ha chiuso i lavori il 6 giugno con numeri che rendono difficile qualunque lettura consolatoria. Ventimila delegati, centotrentadue paesi rappresentati, l’Arabia Saudita ospite d’onore, una delegazione statunitense presente per la prima volta in quasi un decennio. Il motto ufficiale, “Dialogo pragmatico: la via verso un futuro stabile”, segnala qualcosa che le cancellerie europee continuano a trattare come eventualità futura mentre si produce già come fatto presente: l’ordine mondiale che abbiamo conosciuto si sta ridistribuendo, e questo processo non aspetta il consenso dell’Occidente per procedere. I NUMERI NON MENTONO, ANCHE QUANDO LI USA CHI MENTE Putin ha aperto la sessione plenaria del 5 giugno con dati che nessuna obiezione di principio rende falsi. Quasi la metà della crescita mondiale, il 49%, negli ultimi cinque anni è stata generata dai paesi BRICS. Il G7 ha contribuito per il 18%. La quota dei BRICS nel PIL mondiale a parità di potere d’acquisto supera il 40%. Il PIL russo ha registrato una crescita dell’1,3% tra gennaio e aprile 2026, con un tasso di disoccupazione al 2,2%. Le sanzioni occidentali, lungi dal produrre il collasso atteso, hanno accelerato processi di riorientamento commerciale verso Asia, Medio Oriente e Africa che erano già in incubazione prima del 2022. Le stime presentate al forum sulle perdite dell’Eurozona sono di parte, ma la direzione generale del fenomeno è confermata da numerose analisi economiche. Putin ha definito questo cambiamento un cambio di paradigma, non un ciclo. Lo dice con una retorica selettiva che omette il costo sociale della guerra sull’economia interna russa, la povertà nelle regioni periferiche e il prezzo pagato ogni giorno dalla popolazione civile ucraina. Ma la sostanza del processo che descrive non dipende dalla sua onestà intellettuale. La dedollarizzazione procede, il commercio in valute locali cresce e le istituzioni finanziarie alternative si consolidano. CHI PARLA A SAN PIETROBURGO E COSA CHIEDE Il forum non è stato solo Putin, e questa dimensione ha ricevuto in Europa un’attenzione minore rispetto a quella dedicata alle dichiarazioni del presidente russo. Shavkat Mirziyoyev ha presentato l’Uzbekistan come soggetto autonomo di una trasformazione regionale, non come paese satellite di Mosca. L’Asia Centrale si propone come crocevia tra i corridoi nord-sud e ovest-est dell’economia mondiale. È il linguaggio dell’autonomia produttiva e della sicurezza energetica. Samia Suluhu Hassan ha portato a San Pietroburgo la voce della Tanzania come soggetto politico ed economico autonomo. Dar es Salaam punta a diventare hub logistico e digitale regionale, cercando partner che offrano tecnologia e non solo accesso alle risorse. Più che devozione a Mosca, Hassan ha espresso una candidatura. Questa è la differenza rispetto ai forum degli anni Novanta, quando il Sud Globale partecipava come destinatario di politiche già definite altrove. A San Pietroburgo 2026, Tanzania e Uzbekistan hanno parlato come soggetti con un’agenda propria. Ignorare questa esigenza perché espressa sul palco di Putin sarebbe un errore politico oltre che intellettuale. IL FALLIMENTO CHE PRECEDE IL FORUM Per capire perché San Pietroburgo 2026 esiste e raccoglie l’adesione che raccoglie, bisogna guardare a ciò che l’ha preceduto: il fallimento delle istituzioni internazionali nel garantire il diritto internazionale quando a violarlo sono i potenti. Gaza è il caso paradigmatico. Da oltre due anni e mezzo una popolazione civile viene sottoposta a una violenza che numerosi organismi delle Nazioni Unite, esperti indipendenti e giuristi hanno indicato come compatibile con gravissime violazioni del diritto internazionale umanitario e, secondo alcuni, con l’ipotesi di genocidio. Il Consiglio di Sicurezza è stato bloccato ripetutamente dal veto statunitense quando si è trattato di chiedere un cessate il fuoco. La Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto rimasti senza esecuzione. Molti paesi occidentali hanno continuato a fornire armi, copertura diplomatica e giustificazioni legali a geometria variabile. Questo contribuisce a spiegare perché molti paesi del Sud Globale guardino con crescente scetticismo alle istituzioni esistenti e con interesse alle alternative che si vanno costruendo. Quando Tanzania e Uzbekistan chiedono un ordine più rappresentativo, parlano anche a partire dall’esperienza di un sistema in cui il diritto appare applicato in modo diseguale. Detto questo, il fallimento del vecchio ordine non certifica la giustizia del nuovo. Il conflitto in Ucraina, maturato nel corso di un decennio di tensioni e di politiche che, secondo numerosi osservatori, hanno ignorato le preoccupazioni di sicurezza russe, e che ha tra i suoi effetti più duraturi la rottura del legame economico tra Russia ed Europa, non può essere eluso in nessun discorso onesto sul nuovo ordine multipolare. Le responsabilità sono distribuite, ma la guerra c’è, i morti civili ci sono e nessuna architettura di giustizia globale può costruirsi ignorandoli. L’OCCIDENTE CHE NON SI RICONOSCE Mentre guardiamo fuori, dobbiamo guardare anche dentro. L’Occidente che critica il forum di Pietroburgo è lo stesso Occidente in cui la concentrazione della ricchezza ha raggiunto livelli storicamente senza precedenti. La working class vede erodere condizioni salariali, tutele previdenziali e accesso ai servizi pubblici a vantaggio di un numero sempre più ristretto di grandi patrimoni. Per molti osservatori, la deriva autoritaria non è un pericolo futuro ma un processo già in corso, fatto di erosione degli spazi di dissenso, attacchi all’indipendenza della magistratura, militarizzazione delle politiche migratorie e compressione del diritto di sciopero. Chi oggi parla di difesa dei valori occidentali di fronte alla Russia dovrebbe spiegare con precisione quali valori intende e per chi valgono. Non c’è superiorità morale automatica da rivendicare. C’è invece la necessità di costruirla concretamente, nelle politiche redistributive, nelle garanzie democratiche e nel rispetto coerente del diritto internazionale. QUALE CONTENUTO PER IL NUOVO ORDINE Il nuovo ordine multipolare porta in sé contraddizioni che chi è per la pace non può ignorare. La sovranità evocata a San Pietroburgo può significare autodeterminazione dei popoli, e in questo senso va sostenuta. Ma può anche diventare lo schermo dietro cui ogni potere si mette al riparo dalla critica interna. Il rischio concreto è che il nuovo ordine replichi le strutture del vecchio, spostando semplicemente i centri di gravità. Un mondo in cui i lavoratori tanzaniani nelle miniere di terre rare vengono sfruttati da imprese cinesi invece che europee non è un mondo più giusto. È un mondo in cui è cambiato il padrone, non la condizione. Chi è per la pace e per la giustizia sociale deve entrare in questo processo come soggetto attivo, portando una proposta fondata su pace negoziata, giustizia sociale, transizione ecologica equa e istituzioni internazionali capaci di applicare il diritto in modo uguale per tutti. È la traduzione politica dell’unica domanda che vale la pena di porre di fronte a ogni ordine che si annuncia come nuovo: nuovo per chi, e a quale costo per i più deboli. Francesco Russo
June 8, 2026
Pressenza
Islamizzazione o israelizzazione: il pericolo siamo noi
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Davit Margaryan su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- L’Occidente muscolare e debole al contempo, che non si rassegna al multipolarismo e alla fine della sua egemonia, ha stabilito precisi doppi standard che eliminano alla radice ogni necessità di autocritica. La minaccia ai “valori” occidentali è legata all’immagine evocativa dell’invasione, dell’islamizzazione, alla perdita delle fondamenta della nostra cultura.  Ma, se ci concediamo il tempo per riflettere su quali questi valori siano in realtà, saremo presto consci della grande illusione sulla quale il secolo breve e soprattutto gli ultimi decenni hanno costruito la propria narrazione suprematista. Rimando a Luciano Canfora per un passaggio in rassegna delle sue considerazioni sui valori dell’Occidente e su chi realmente sia il prepotente: «Il “Patto Atlantico” è il Santo Graal dell’Occidente. I soci fondatori condividevano un tratto comune: usurpavano, o avevano appena perso, un dominio coloniale. Ma alla metà del Novecento, quando nacque la NATO, il mondo colonizzato era in rivolta. Non era facile riproporre il vecchio predominio senza cambiare il linguaggio. Così le parole propinate al mondo furono “libertà e “democrazia”, usate spesso come utensili intercambiabili. … Per guerreggiare unito, l’Occidente ha bisogno di un nemico. Sulla carta geografica il nemico ogni tanto cambia posto e lo stesso Occidente a sua volta si sposta: fino al paradosso, quando nemico è un pezzo dello stesso Occidente» (dal libro Il porcospino d’acciaio). L’aggressore, sulla cui retorica è costruita tutta la narrazione che rende l’emergenza e la guerra le uniche chiavi ermeneutiche del periodo, come ci ricorda nel testo Canfora citando lo storico inglese Arnold Toybee, è in realtà l’occidente stesso; eppure assistiamo quotidianamente, forti anche di eventi come quello di Modena, che impressionano profondamente l’opinione pubblica, a proporre l’idea che la minaccia venga dal diverso, dal barbaro moderno, dal nero, dal musulmano, dall’”islamizzazione”. Singolare è che un mondo che ha smarrito il senso del proprio incedere, identifichi poi come nemico mortale proprio un emblema religioso che, a suo dire, ci contaminerebbe irrimediabilmente: una forma di neocontagio che riconferma, con una certa ironia, la tesi della continuità storica dalla pandemia all’oggi (è uno dei temi di La società dell’emergenza). L’enfasi con la quale l’avvisaglia dell’islamizzazione viene sparsa a piene mani, non solo da una precisa area politica, ma anche da una buona parte di quella che potremmo definire postinformazione, ha anche una precisa ragione: non riconoscere alcuna responsabilità storica, culturale, ideologica nella situazione di squilibrio nella quale ci troviamo immersi. I fenomeni di radicalizzazione religiosa esistono, beninteso, e vanno perseguiti con le misure che i nostri sistemi già possiedono, ma non vi è dubbio che rappresentino una formidabile opportunità per inasprire l’idea di un mondo diviso, insicuro, schierato, in perenne bilico. Gli stessi viaggi in gommone dei migranti in Mediterraneo non sono per la vulgata corrente la conseguenza del comportamento predatorio dell’Occidente in Africa e Asia, bensì rappresentano una causa, la causa di nostri problemi, l’invasione invisibile e silenziosa ma che, quando occorre sollevarla e non si occupa delle tragedie in mare, eventualmente di quelle nelle nostre città, fa rumore. Nel frattempo, qualcuno ci invade, altrettanto silenziosamente, e ciò non è solo tollerato, ma auspicato come neo modello securitario proprio per la difesa di quel blocco i cui privilegi in tempo di crisi ed emergenza debbono essere difesi a ogni costo. Ecco i’israelizzazione dell’occidente; ecco l’osservazione che Israele si ponga come paradosso: uno dei punti più oscuri della postcontemporaneità diviene nuovo faro da seguire per uscire indenni dalle minacce insite nella medesima. Insomma, il pericolo non viene dagli altri, ma da noi stessi: dalla nostra cecità che ha sdoganato l’ideale di un sistema di emergenza, sorveglianza, guerra, appartenenza che rischia di ripiombarci nella barbarie, nell’immagine guarda caso biblica del l’occhio per occhio. E che ci renderà tutti ciechi. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Islamizzazione o israelizzazione: il pericolo siamo noi proviene da Comune-info.
May 28, 2026
Comune-info
Il declino dell’Occidente, visibile a tutti
In questa particolare fase storica, il cosiddetto modello occidentale sta visibilmente rivelando un periodo di crisi e di scarsa credibilità. Molti ormai si domandano se si tratti di una tendenza al declino irreversibile o meno. Secondo un sondaggio pubblicato martedi dall’istituto SWG di Trieste, in Italia l’opinione pubblica appare divisa, […] L'articolo Il declino dell’Occidente, visibile a tutti su Contropiano.
May 13, 2026
Contropiano
9 maggio 2015, quando l’Occidente cominciò a perdere la guerra in Ucraina
Per il 9 maggio del 2015, un bel undici anni fa, sul sito del giornale di cui ero allora vice-direttore scrissi un articolo che più o meno diceva: cari Paesi occidentali che boicottate la parata con cui la Russia festeggia la vittoria sul nazismo, non vi rendete conto dell’errore clamoroso […] L'articolo 9 maggio 2015, quando l’Occidente cominciò a perdere la guerra in Ucraina su Contropiano.
May 9, 2026
Contropiano