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Verdure invece di mitragliatrici: costruire la pace con l’agricoltura biologica
Laddove prima infuriava una guerra civile, ora non c’è più fame, poca povertà e praticamente nessuna criminalità. Ciò che un sindaco filippino ha realizzato con il suo programma “Arms to Farms” nella città di Kauswagan, che conta 27.000 abitanti e 13 villaggi (barangay), non ha eguali. È la storia di successo di un comune dell’isola di Mindanao, nel sud delle Filippine, che si propone come modello a livello mondiale per la risoluzione delle sfide sociali. Dimostra inoltre che le cause dei conflitti bellici spesso risiedono in tutt’altro rispetto a quanto sembri a prima vista. L’iniziatore e la mente dietro questo successo ispiratore è il sindaco Rommel C. Arnado. L’uomo d’affari di successo si è rivelato un grande visionario e un pragmatico uomo d’azione. Aveva vissuto con la sua famiglia negli Stati Uniti per 28 anni, finché durante una visita nella sua terra d’origine non trovò condizioni desolate: una guerra civile decennale tra ribelli islamici e truppe governative aveva il suo epicentro nella provincia di Lanao del Norte e in particolare nella sua città natale. Quando i ribelli del Moro-Islamic Liberation Front (MILF) occuparono la città e presero 300 ostaggi, il presidente filippino si recò personalmente a Kauswagan e dichiarò letteralmente al MILF la «guerra totale». Ciò non portò alla pace, ma solo al protrarsi del conflitto violento e delle uccisioni. Rommel Arnado, invece, aveva una visione di «pace totale». Sebbene non avesse alcuna esperienza politica, decise di assumersi delle responsabilità. Nel 2010 si candidò a sindaco. Secondo le sue parole, la motivazione principale era un profondo senso di giustizia e responsabilità politica per il benessere delle persone – ma soprattutto la sua fede cristiana. Mentre tutti vedevano nella guerra civile principalmente un conflitto tra religione cristiana e islamica, Arnado giunse a una diversa conclusione, ovvero che le cause effettive degli scontri sanguinosi erano la grave povertà, la fame estrema e la corruzione dilagante. Ha così avviato l’audace e ambizioso progetto “From Arms to Farms”, che può essere descritto in modo più appropriato con lo slogan del movimento per la pace della DDR “Trasformare le spade in aratri”. L’AGRICOLTURA BIOLOGICA PORTA PACE, SALUTE E BENESSERE Il sindaco riuscì inizialmente a instaurare un dialogo con i capi ribelli, estremamente diffidenti e delusi da accordi politici o promesse non mantenute, e a conquistarli poco a poco alla sua idea: portare pace e benessere a Kauswagan e nella regione circostante attraverso l’agricoltura e una politica responsabile. All’inizio era rischioso raggiungere i campi dei ribelli nella giungla. Probabilmente sarebbe stato ucciso già lungo il tragitto se non avesse conosciuto alcuni dei “kumander” dai tempi della scuola e dal campo da basket. Una consulente per l’agricoltura biologica accanto a un ribelle a Kauswagan. © Bernward Geier Per il sindaco Arnado era chiaro che il suo programma agricolo sarebbe stato sostenibile solo se basato sui metodi naturali dell’agricoltura biologica e non gravato dai costi elevati di fertilizzanti, sementi e pesticidi. I capi ribelli della regione e le loro truppe si sono quindi fatti formare all’agricoltura biologica e reintegrare nei loro villaggi. Alla fine, 15 “kumander” del MILF con le loro truppe aderirono al programma “From Arms to Farms”, grazie al quale circa 5.000 guerriglieri smisero di combattere e uccidere e si impegnarono per la pace. Il sindaco Rommel non ottenne il consenso con l’approccio pacifista «creare la pace senza armi», poiché non aveva chiesto ai combattenti di consegnare le armi. Al contrario, li esortò dicendo: «Non voglio che consegniate le vostre armi, ma che apriate i vostri cuori». Questo approccio si rivelò vincente. Quando si apre il proprio cuore al nemico, non si vuole più ucciderlo. E l’incredibile è avvenuto: oggi cristiani e musulmani vivono insieme nella regione di Kauswagan in modo pacifico, solidale e amichevole. “Non solo ha trasformato i guerriglieri in agricoltori biologici. Nel suo consiglio comunale, in una regione a maggioranza musulmana, un quarto dei membri sono donne e ha riservato un seggio nel consiglio a un giovane, che può essere eletto dai giovani a partire dai 15 anni”, così il leader ribelle “Kumander Bravos” descrive la sua visione dello sviluppo avviato da Arnado e da “Arms to Farms”. «Ogni villaggio è rappresentato nel consiglio comunale da un “capitano” eletto dagli abitanti», continua. Rommel ha anche avviato un ampio programma di formazione in cui giovani e adulti possono qualificarsi per diverse professioni. Le esperienze con l’agricoltura biologica hanno portato anche a una protezione sistematica della natura a Kauswagan. «Così, quasi tutta la costa è stata dichiarata riserva naturale». LA FIDUCIA È IL FONDAMENTO DELLA PACE La maggior parte dei ribelli è tornata alle proprie radici come agricoltori. Non solo hanno ricevuto una formazione sull’agricoltura biologica, ma hanno anche ottenuto assistenza tecnica da un consorzio di macchine agricole, oltre a prestiti per l’acquisto di sementi e fertilizzanti biologici. Ciò è stato possibile, tra l’altro, grazie al sostegno della Fondazione cattolica Francesco d’Assisi. Gli ex combattenti hanno così sperimentato per la prima volta nella loro vita che un politico mantiene le promesse. Grazie a questa base di fiducia, in un tempo straordinariamente breve è stato possibile convertire al 100% l’agricoltura di Kauswagan ai metodi biologici. L’organizzazione per l’agricoltura biologica di Kauswagan durante la distribuzione di piantine. © Comune di Kauswagan, Lanao del Norte, via FB Ciò ha portato a un aumento significativo della produzione alimentare, incrementando così del 40% il reddito degli agricoltori. Insieme ai programmi per circa 150 pescatori, ciò ha contribuito in modo significativo a far sì che oggi a Kauswagan non ci sia più fame. Tutto questo è stato reso possibile soprattutto grazie al potenziamento del dipartimento agricolo dell’amministrazione comunale. Dei 300 dipendenti del municipio, ben 50 concentrano le loro energie e il loro lavoro sul settore agricolo, compreso un liceo agrario con 120 studenti. Attualmente, in collaborazione con l’Università statale di Mindanao, è in fase di realizzazione un campus dedicato all’agricoltura. Ulteriore prosperità è derivata dall’insediamento di una centrale a carbone, che oggi dà lavoro a 500 persone, nonché dalla rinascita del turismo, che si era arrestato durante la guerra civile. Sulla scia della ripresa sono sorte molte piccole imprese e attività commerciali nei settori più disparati, che a loro volta garantiscono posti di lavoro sicuri e un reddito agli abitanti. Di conseguenza, dal suo primo mandato nel 2010 (nel frattempo è stato rieletto quattro volte), il sindaco ha aumentato in modo significativo il gettito fiscale della città, che era praticamente pari a zero, consentendo oggi numerosi investimenti nell’ulteriore sviluppo di Kauswagan. L’ISTRUZIONE È LA BASE DELLO SVILUPPO Per gli enormi progressi nel campo dell’alfabetizzazione, Kauswagan è stata insignita per quattro volte del premio nazionale per l’istruzione. Il sindaco è riuscito a tenere sotto controllo anche il problema della tossicodipendenza, grave anche nelle Filippine. Da un lato, il consumo di droga è strettamente legato alla povertà e, dall’altro, con il “Balay Silangan Center” ha creato un centro di riabilitazione noto ben oltre i confini di Kauswagan, dove anche persone provenienti da altre città e province possono seguire una terapia di disintossicazione gratuita. Ormai in città non c’è praticamente più criminalità. Campagna pubblicitaria del Comune di Kauswagan contro il consumo di droga. © Comune di Kauswagan, Lanao del Norte, via FB «Il sindaco Arnado è un dono del cielo», afferma con entusiasmo l’ex tesoriere comunale Laudacio Lacang descrivendo i cambiamenti avvenuti nell’ex città fantasma. «Ha trasformato questo comune dalle ceneri in un paradiso. È un modello di eccellenza, un pacificatore e un promotore dello sviluppo economico». Il sindaco Arnado è sinonimo di lungimiranza, coraggio, saggezza e umanesimo vissuto. Egli stesso, tuttavia, non lascia dubbi sul fatto che tutto ciò sia stato possibile solo perché si sono riunite persone accomunate da un sogno di pace. La storia di successo di Kauswagan ha quindi un padre e molti genitori. In primo luogo i leader ribelli e i capi di quartiere (Barangay Captains), nonché il consiglio comunale e i dipendenti dell’amministrazione comunale. Il processo di pace e lo sviluppo sostenibile esemplare di Kauswagan hanno ormai raggiunto un alto grado di notorietà nelle Filippine e in Asia. L’anno scorso Kauswagan ha vinto (tra quasi 1.500 candidati) il concorso nazionale per il comune più innovativo e sostenibile del Paese. A dicembre, a Ginevra, Rommel Arnado ha ricevuto l’International Policy Award del World Future Council, noto anche come «Oscar della politica». Questo evento è un chiaro segnale che il mondo può trarre ispirazione e motivazione dall’iniziativa «Arms to Farms». INTERVISTA A ROMMEL ARNADO Bernward Geier: Signor Arnado, quando nel 2010 è diventato sindaco di Kauswagan, si è trovato di fronte a una sfida enorme. Qual era? Arnado: All’inizio ero un vero e proprio novellino in politica. La gente viveva in uno stato di paura costante e spesso scappava letteralmente per salvarsi la vita, perché la nostra regione era l’epicentro di una guerra civile. Non c’era alcuna fiducia nel governo locale e regionale. La sfida principale era ristabilire la pace e l’ordine e organizzare la ricostruzione. Qual era la causa della violenza e della distruzione? Il motivo principale era la situazione disperata della popolazione a causa della grande povertà. Il fallimento totale della politica e dell’amministrazione aveva portato addirittura a una carestia e questa, a sua volta, alla guerra civile. Nel suo piano per la pace e la ricostruzione, l’agricoltura biologica ha svolto un ruolo centrale. Perché? Dovevo ricostruire la fiducia nella politica e restituire dignità alle persone. Volevamo che Kauswagan diventasse non solo una regione di pace, ma anche un centro per la produzione di alimenti sicuri e sani. La visione del programma «From Arms to Farms» si basa su due pilastri: la pace e lo sviluppo sostenibile. Era chiaro per noi che l’agricoltura biologica fosse una chiave per combattere la fame. Grazie all’agricoltura biologica siamo riusciti a evitare la dipendenza, i costi e il degrado ambientale causati dai metodi di coltivazione industriali, aumentando così in modo significativo il reddito delle famiglie contadine. Ciò ha portato sicurezza alimentare e progresso sostenibile. Cosa offriva il programma «From Arms to Farms»? Abbiamo offerto ai ribelli di deporre le armi in cambio di terra e formazione in agricoltura biologica. Inizialmente hanno accettato alcuni comandanti e 100 guerriglieri. Poi sono diventati 600 e alla fine migliaia di guerriglieri hanno deposto le armi. Al Global Forum for Food and Agriculture (GFFA) nel gennaio 2025, il sindaco Arnado ha parlato su invito del Ministero federale tedesco dell’economia. © GFFA Com’è oggi la situazione a Kauswagan? Qual è il tasso di povertà? I nostri programmi hanno cambiato radicalmente in meglio la situazione socio-economica della popolazione. Il tasso di povertà è sceso in nove anni da quasi l’80% al 9%. Ciò è stato possibile, tra l’altro, grazie al fatto che tutte le famiglie sono ora in grado di produrre autonomamente i propri generi alimentari. Con il nostro programma di formazione non abbiamo raggiunto solo gli ex ribelli, ma alla fine tutti gli abitanti della regione. Abbiamo creato orti comunitari nei villaggi e da cinque anni è obbligatorio per ogni famiglia aderirvi, se non è in grado di provvedere al proprio sostentamento con il proprio orto. In città non c’è più fame. Collaborate anche con Demeter, Naturland e Misereor. A quale scopo? Con Demeter International collaboriamo soprattutto per migliorare la nostra agricoltura biologica e stiamo passando gradualmente, insieme, alla coltivazione biodinamica. Stiamo inoltre sviluppando congiuntamente un sistema di certificazione. Con Naturland e Misereor abbiamo concluso un progetto per l’istituzione di un sistema di controllo partecipativo per la commercializzazione locale e regionale dei prodotti dei nostri agricoltori biologici. Attualmente stiamo valutando la possibilità di proseguire questa collaborazione significativa. La vostra storia di successo può servire da ispirazione per altre regioni? Molte città e regioni del nostro Paese stanno già adottando le nostre strategie. Attualmente, circa 500 sindaci fanno parte dell’Associazione Nazionale dei Sindaci Biologici. Inoltre, intratteniamo rapporti a livello mondiale con Paesi interessati come Colombia, Guatemala, Cina, Mongolia e Brasile. Siamo lieti di trasmettere le nostre conoscenze ed esperienze, in particolare nelle regioni in guerra, che purtroppo al momento sono più di 30 in tutto il mondo. Quali sono i vostri progetti per il futuro? Stiamo lavorando affinché Kauswagan diventi un centro nazionale e internazionale per l’apprendimento ecologico e sostenibile. A tal fine, stiamo anche creando un istituto per l’agricoltura biologica in collaborazione con l’università. In questo modo vogliamo aiutare molte regioni a intraprendere il percorso verso un’agricoltura biologica al 100%. Ha qualche consiglio da dare anche al Nord del mondo? Il mio consiglio ai politici è soprattutto quello di ascoltare le persone, ma anche di far seguire alle parole i fatti. È di fondamentale importanza garantire il soddisfacimento dei bisogni essenziali. Storicamente, il Nord del mondo ha sfruttato in modo estremo e brutale le risorse naturali e le persone del Sud attraverso il colonialismo, cosa che vale in modo particolare per il mio Paese. Purtroppo, in definitiva, questo accade ancora oggi e deve finire. Cosa dovrebbe cambiare? La maggior parte dei paesi del Sud del mondo desidera svilupparsi in modo ecologico e sostenibile. A tal fine, è necessario rafforzare in modo significativo il sostegno proveniente dal Nord. L’Europa, e in particolare la Germania, con la sua forte economia, dovrebbero sostenere maggiormente questo sviluppo sostenibile e la lotta contro la catastrofe climatica a livello mondiale. -------------------------------------------------------------------------------- L’autore: Bernward Geier è, fin da giovane, un pacifista impegnato, attivista ambientale e pioniere dell’agricoltura biologica, giornalista, autore di libri e regista. È stato per 18 anni direttore della Federazione Internazionale dei Movimenti per l’Agricoltura Biologica (IFOAM – Organics International) e vive in una fattoria biologica in Germania. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI THOMAS SCHMID CON L’AUSILIO DI TRADUTTORE AUTOMATICO. Pressenza Muenchen
March 29, 2026
Pressenza
Verso la guerra civile
Provocare e moltiplicare la guerra civile, un elemento strategico, un asse vertebrale nel programma tecno-liberal-populista della cosca che governa a Washington. Un passaggio ineludibile che abbraccia non solo la «Patria» americana. ma esorta i «patrioti», vassalli, dei paesi minori a prendere parte a tale vasta impresa. Un’alternativa senza alternanza, o […] L'articolo Verso la guerra civile su Contropiano.
March 12, 2026
Contropiano
Libia. L’ombra neocoloniale sull’omicidio di Saif Gheddafi
Saif al-Islam Gheddafi, figlio dell’ex leader della Libia Muammar Gheddafi (a sua volta deposto e ucciso nel 2011) è stato ucciso martedì da un commando all’interno della sua casa a Zintan, una città a circa 200 chilometri a sud-ovest della capitale Tripoli. Mercoledì mattina, la Procura di Tripoli ha annunciato […] L'articolo Libia. L’ombra neocoloniale sull’omicidio di Saif Gheddafi su Contropiano.
February 5, 2026
Contropiano
Firmare e fermare – di Gianni Giovannelli
Lasciate ogni speranza voi ch’entrate Queste parole di colore oscuro Vid’io scritte al sommo d’una porta; Per ch’io: “Maestro il senso lor m’è duro”. Ed elli a me, come persona accorta: “Qui si convien lasciare ogni sospetto Ogni viltà convien che qui sia morta”. Dante, Inferno, Canto III, 9-15   La maggioranza parlamentare che sostiene [...]
December 30, 2025
Effimera
Le rivalità arabe riaccendeno la guerra in Yemen, Israele è soddisfatto
Come al solito, sui media occidentali le notizie riguardanti i sanguinosi conflitti che vengono causati dagli appetiti dei “nostri” alleati sono trattati come lontani “Risiko”. Lo stesso vale per lo Yemen, dove si è sempre pronti a condannare gli Houthi, quando in questi giorni la guerra civile è tornata con […] L'articolo Le rivalità arabe riaccendeno la guerra in Yemen, Israele è soddisfatto su Contropiano.
December 22, 2025
Contropiano
Sudan, crisi umanitaria senza precedenti: l’appello delle organizzazioni italiane
DIVERSE ORGANIZZAZIONI DELLA SOCIETÀ CIVILE ITALIANA E LA COMUNITÀ SUDANESE IN ITALIA CHIEDONO UN INTERVENTO URGENTE E MAGGIORE ATTENZIONE DA PARTE DEGLI ORGANI DI STAMPA.  Alcune realtà impegnate per la pace e il rispetto dei diritti umani* lanciano un appello urgente di fronte al rapido deteriorarsi della situazione in Sudan, dove dall’aprile 2023 la guerra ha causato almeno 150.000 morti e 12 milioni di persone sfollate. Le Nazioni Unite hanno definito il conflitto “la peggiore crisi umanitaria del mondo”, in un contesto che continua a peggiorare di fronte a nuove ondate di violenza. Nonostante molteplici dichiarazioni di cessate il fuoco, i combattimenti si sono via via intensificati attraverso attacchi indiscriminati e diretti contro la popolazione civile, compresi bombardamenti su mercati, campi per sfollati, ospedali e abitazioni private. Le parti in conflitto hanno utilizzato armi esplosive ad ampio raggio in aree densamente popolate: molte persone sono state uccise nelle proprie abitazioni, oppure mentre cercavano cibo e beni di prima necessità. Tra gli episodi più gravi delle ultime settimane, le organizzazioni ricordano l’attacco con droni del 4 dicembre contro un ospedale e un asilo a Kalogi, in cui sono morte 114 persone, tra cui 63 bambini. Secondo quanto riferito dall’Organizzazione mondiale della sanità, dall’Unione Africana e dalle Nazioni Unite, in Sudan si registrano rapimenti, violenze sessuali, detenzioni arbitrarie e reclutamento di minori, in un quadro di escalation che rischia di sfociare in ulteriore violenza e devastazione. Le associazioni ricordano inoltre che il 5 novembre il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato alla Camera dei deputati lo stanziamento di oltre 125 milioni di euro per affrontare la crisi sudanese e l’invio “al più presto” di aiuti alimentari destinati a 2.500 bambini attraverso la parrocchia del Sacro Cuore di padre Pious Anyaja a Port Sudan, i missionari comboniani e le suore di Madre Teresa, insieme a un secondo carico via nave per migliaia di persone sfollate. È essenziale che l’assistenza umanitaria arrivi con rapidità nelle zone controllate da entrambe le parti in conflitto, in particolare nelle regioni del Darfur e del Kordofan, tra le più colpite dagli scontri. Numerose indagini indipendenti, condotte dalle Nazioni Unite, media internazionali e organizzazioni non governative, documentano il sostegno degli Emirati Arabi Uniti alle Forze di supporto rapido (Fsr), responsabili di attacchi contro civili, infrastrutture mediche e convogli umanitari, nonché dell’uso della fame come arma di guerra. Nonostante questo, l’Italia continua ad autorizzare esportazioni militari verso gli Emirati Arabi Uniti, generando una contraddizione tra la volontà dichiarata di sostenere l’assistenza umanitaria e i processi diplomatici e la prosecuzione di rapporti militari con attori coinvolti nel conflitto. Per queste ragioni le organizzazioni firmatarie chiedono al governo italiano di intervenire con misure immediate e concrete: * sospendere tutte le esportazioni militari verso gli Emirati Arabi Uniti e altri Paesi coinvolti nel conflitto; * revocare le autorizzazioni già concesse che possano agevolare triangolazioni verso il Sudan; * promuovere iniziative diplomatiche urgenti in sede europea e internazionale per aprire corridoi umanitari e avviare un negoziato multilaterale credibile e che coinvolga anche la società civile sudanese impegnata nella promozione della pace e nella risposta umanitaria; * garantire la consegna reale e tempestiva degli aiuti umanitari annunciati, con l’impegno di metterne a disposizione altri, dando priorità alle regioni del Darfur e nelle aree a maggiore rischio di carestia; garantire l’erogazione dei fondi promessi e promuovere l’aumento dei fondi in sede europea e internazionale per il Piano di Risposta Umanitaria delle Nazioni Unite, ad oggi ampiamente sottofinanziato. Le associazioni rivolgono infine un invito agli organi di stampa italiani affinché possano contribuire a riportare l’attenzione sulla crisi sudanese. Un’informazione accurata e continuativa è fondamentale per dare visibilità alla popolazione che affronta questa tragedia, far emergere le responsabilità politiche e internazionali e sostenere la mobilitazione necessaria per proteggere la popolazione civile. Raccontare ciò che accade in Sudan è un passo essenziale per rompere il silenzio che circonda una crisi devastante e promuovere azioni concrete a tutela di chi rischia la vita ogni giorno. Organizzazioni firmatarie di questa presa di posizione: ACLI Amnesty International Italia ANPI AOI ARCI Baobab experience Caritas italiana COMITATO INTERNAZIONALE PER LA PACE IN SUDAN Comunità Sant’Egidio Comunità sudanese in Italia Economia Disarmata – Movimento dei Focolari Italia Emergency FOCSIV Fondazione Nigrizia ONLUS Medici senza frontiere Missionari comboniani in Italia Rete italiana pace e disarmo Un Ponte Per Rete Italiana Pace e Disarmo
December 19, 2025
Pressenza
In Sudan l’emorragia non si ferma
Cosa sta succedendo in Sudan? È impossibile rispondere davvero a questa domanda se intesa in termini politici oltre che umanitari, o almeno lo è da una prospettiva europea. C’è chi legge la situazione sudanese come il risultato di scontri etnici ereditati dall’epoca coloniale, chi significa la guerra come frutto di conflitti d’interesse legati alla ricchezza di risorse presenti sul territorio (oro, terre rare, gomma arabica, petrolio) e chi invece vede la crisi umanitaria e politica come figlia di un vuoto di potere emerso durante e dopo la lotta di liberazione dalla dittatura di Omar al-Bashir. Sicuramente tutte queste ipotesi hanno un fondo di verità, tutte sono necessarie ma non sufficienti a spiegare la più grande crisi umanitaria al mondo e i più terribili crimini contro l’umanità della storia recente. Le Forze di supporto rapido (Rsf) sono l’eredità della milizia Janjaweed, che nei primi anni Duemila si è macchiata di crimini di guerra, contro l’umanità e persecuzioni di matrice etnica: nel 2013, infatti, il governo a guida al-Bashir ha formalizzato il gruppo paramilitare delle Rsf organizzando così l’allora formazione “a briglie sciolte” Janjaweed sotto un’autorità più controllabile. Lo stesso Mohamed Dagalo – detto Hemedti, attuale leader delle Rsf – era una figura di spicco tra le loro fila. I gruppi che subivano le violenze dei Janjaweed, come i Masalit e i Fur, sono gli stessi che subiscono le stragi delle Rsf. Inizialmente le Forze di supporto rapido erano incaricate di sopprimere i movimenti di insurrezione ed effettuare operazioni di “controllo dei confini”, incarichi ben presto trasformatisi persecuzione etnica e crimini contro l’umanità, per i quali sono sotto indagine dal 2023 presso la Corte Penale Internazionale, in riferimento alle azioni all’interno del conflitto scoppiato nell’aprile dello stesso anno. Anche le Forze armate sudanesi (Saf, esercito nazionale “regolare”), non sono senza macchia: inizialmente sotto il controllo del governo al-Bashir, di cui erano letteralmente il braccio armato, poi con la guida di Abdel Fattah al-Burhan al fianco dei ribelli e delle Rsf nel suo rovesciamento nel 2019. Dopo la destituzione del dittatore trentennale hanno mantenuto la fragile alleanza con le Rsf, formando un governo di transizione con una componente civile durato solo fino al 2021. > Con un altro colpo di stato hanno assunto un potere di natura militare, ma la > coalizione con la milizia – già di per sé problematica – ha retto solo fino al > 2023: il 15 aprile è scoppiata la guerra civile che ancora oggi devasta il > paese. Qui si comprende qualcosa di quel vuoto di potere, o meglio di quelle > rivendicazioni di potere strabordanti e irriducibili fra loro, di cui sopra. La ricchezza di risorse ha portato questo conflitto a eccedere i confini del Sudan, interessando il Ciad, la Libia, il Sud Sudan e, soprattutto, gli Emirati Arabi. Anche l’Egitto fa buon viso a cattivo gioco con il governo di al-Burhan, basti considerare che il Nilo, prima di raggiungere il territorio egiziano, passa per il Sudan: lì, infatti, confluiscono Nilo bianco e Nilo azzurro. L’attore più controverso rimane Abu Dhabi: da sempre accusato dal governo di Khartoum di foraggiare la guerra sostenendo le Rsf, a cui fornirebbe armi e mercenari (anche internazionali, in particolare colombiani) in cambio di risorse, ha di volta in volta rimandato le accuse al mittente, ma le prove di un coinvolgimento sono ormai schiaccianti. Numerosi rapporti delle Nazioni Unite, un primo datato gennaio 2024, un secondo aprile 2025, dimostrano una catena logistica che dagli Emirati arriva fino a Nyala – capitale del Darfur del Sud sotto il controllo delle Rsf – passando per Ciad orientale, Sud Sudan e Libia. I report indicano un tracciamento di aerei cargo non registrati che, in direzione Am Djarass (aeroporto del Ciad nordorientale), spariscono per qualche ora dai radar all’altezza di Nyala, per poi ricomparire ad Am Djarass. Pur non riuscendo a verificare il contenuto dei voli cargo, la catena logistica è innegabile. Da Nyala si irradia la rete infrastrutturale che raggiunge tutte le roccaforti della milizia, da ultima El Fasher. Da un altro report, questo confidenziale ma pubblicato in esclusiva sul “Guardian“, emerge il ritrovamento di passaporti emiratini sul campo di battaglia, nelle zone dello stato di Khartoum precedentemente controllate dalle Rsf e poi riconquistate dall’esercito. > Lo stesso documento indica che gli Emirati potrebbero aver fornito droni > modificati per lo sgancio di bombe termobariche, artiglieria controversa e con > capacità di distruzione molto maggiori rispetto ad altri tipi di arsenale > dello stesso calibro, testimoniate poi dalla sofferenza e dalla morte dei > sudanesi che ne hanno subito gli effetti. È bene ricordare, a questo proposito, che i bombardamenti non hanno mai risparmiato siti civili: ne sono un esempio gli attacchi, perpetrati anche nei primi mesi di quest’anno, sui mercati di El Fasher e Omdurman, che hanno provocato decine di morti e centinaia di feriti. El Fasher, poi, è stata teatro della più grande strage degli ultimi anni in Sudan: la sua capitolazione a fine ottobre, per mano delle Rsf, ha comportato migliaia di morti e dispersi, decine di migliaia di feriti, centinaia di migliaia di sfollati. Le maggiori organizzazioni per i diritti umani, come Human Rights Watch e Amnesty International, invocano un’indagine per crimini contro l’umanità sulle azioni delle Rsf a El Fasher, che hanno rievocato e superato per crudeltà l’assedio sul campo profughi di Zamzam (l’offensiva più devastante è avvenuta ad aprile 2025). Senza un sostegno esterno, la milizia non avrebbe potuto perpetrare queste atrocità, né conquistare tutto questo terreno: controlla infatti ormai quasi tutta la regione del Darfur e parte del Kordofan – dove ha già raggiunto alcune delle principali città, come Bara, e punta alla capitale El Obeid. IL COINVOLGIMENTO USA ED EUROPEO Nel frattempo, l’aspirante Nobel per la pace Donald Trump ha messo in piedi una task force dedicata alla crisi sudanese: il gruppo Quad vede tra le sue fila Arabia Saudita, Egitto, Stati Uniti, e non potevano mancare proprio gli Emirati Arabi. Si comprende come le proposte di un cessate il fuoco avanzate dal team Quad avessero già perso in partenza, Al-Burhan ha definito l’ultima «la peggiore ricevuta finora», perché, oltre alla presenza compromessa di Abu Dhabi, non prevede il ritiro e disarmo delle Rsf, che hanno invece accettato volentieri il piano, dichiarando unilateralmente un cessate il fuoco di tre mesi lunedì 24 novembre. Tregua che già martedì 25 novembre è stata violata dalla milizia e i suoi alleati: il Movimento popolare per la liberazione del Sudan del Nord (Splm-N), parte del governo parallelo guidato da Hemedti, ha rapito oltre 150 ragazzi, tra cui svariati minori, dalla miniera di Zallataya (Kordofan sud); le Rsf, invece, hanno attaccato una base militare nel Kordofan occidentale (secondo una dichiarazione dell’esercito che non è ancora stata verificata indipendentemente). Il consigliere speciale Usa per l’Africa Massad Boulos, inviato ad Abu Dhabi per discutere di Sudan, ha invitato «tutte le parti ad accettare il piano così com’è stato proposto, senza precondizioni», bocciando da subito le richieste di al-Burhan di prevedere quantomeno il disarmo della milizia. L’Unione Europea, dal canto suo, condivide le lacrime di coccodrillo trumpiane: dopo aver imposto delle sanzioni al numero due delle Rsf, Abdelrahim Dagalo, emesse dal Consiglio affari esteri, il Parlamento di Strasburgo il 27 novembre ha convocato una votazione su una Risoluzione legata alle ingerenze esterne nella guerra in Sudan. > Se la prima bozza condannava direttamente il coinvolgimento degli Emirati, > proponendo addirittura di interrompere il trattato di libero commercio delle > armi con Abu Dhabi (che sarebbe semplicemente una mossa ottemperante > all’embargo sulle armi e alla legislazione internazionale in materia di > commercio bellico in teatri di guerra), il documento finale che è stato > approvato non nomina neanche lo stato del Golfo persico. La presenza, nelle vesti di osservatori, dei diplomatici emiratini durante il voto parla da sé rispetto a questa virata angolare e repentina: Lana Nusseibeh, l’inviata di Abu Dhabi per l’Europa, è volata a Strasburgo insieme al suo entourage, dove ha partecipato a incontri con numerosi membri del Parlamento europeo. A tracciare la sottile linea rossa che ha determinato la cancellazione degli Emirati dalla risoluzione è stato il PPE, ma anche Marit Maij – negoziatrice capo per il gruppo S&D (socialisti e democratici) – ha ammesso a Politico di aver incontrato la delegazione emiratina su richiesta di quest’ultima, affermando però di avergli fatto presente che gli elementi del loro supporto alle Rsf sono schiaccianti. Il sito europeo ha ironicamente sottotitolato il servizio: «Gli ufficiali emiratini hanno condotto una spinta lobbista eclatante mentre i parlamentari pasticciano una risoluzione sul devastante conflitto africano». Nel frattempo, il 19 novembre, l’italiana Leonardo spa ha ufficializzato una Joint Venture con il gruppo Edge (Emirati Arabi), di cui quest’ultimo deterrà il 51% e ne commercializzerà i prodotti in casa. Da tutto ciò emerge un filo di legami politici, economici e finanziari che esulano dal contesto sudanese e rendono molto difficile individuare gli interessi concreti che muovono gli attori esterni a interferire nel conflitto e soprattutto la catena di beneficiari che non finisce certo ad Abu Dhabi. Tracciare il profilo delle dinamiche estrattiviste, lobbiste e quasi sempre neocoloniali non è semplice, ma a pagarle da più di cent’anni rimane il popolo sudanese. La copertina ritrae il campo profughi di Khor Abeche (Sud Darfur) dopo un attacco delle Rapid Support Force avvenuto il 22 marzo 2014. L’immagine è di Enough project (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo In Sudan l’emorragia non si ferma proviene da DINAMOpress.
December 4, 2025
DINAMOpress
La guerra civile del Sudan devasta il cuore della nostra umanità
> La guerra civile in Sudan è scoppiata nell’aprile 2023 e, finora, diversi > cicli di colloqui di pace non sono serviti a porre fine all’orribile conflitto > in corso. Due generali che erano alleati nel realizzare il colpo di stato del > 2021 sono ora i leader delle parti opposte: il generale Abdel Fattah al-Burhan > è il capo delle forze armate sudanesi (SAF) e, in sostanza, Presidente del > Paese. Il suo ex vice e ora avversario è il generale Mohamed Hamdan Dagalo, > leader delle Forze di Supporto Rapido (RSF), forte di 100.000 uomini. Nel giugno 2025, le RSF hanno ottenuto una vittoria significativa quando hanno preso il controllo della regione lungo il confine del Sudan con la Libia e l’Egitto. L’uomo forte libico, il generale Khalifa Haftar è stato accusato di sostenere le RSF fornendole armi e combattenti. Le RSF controllano anche la maggior parte del Darfur e gran parte del vicino Kordofan. In effetti, si teme che il paese possa ancora una volta essere diviso in due stati se le RSF portano avanti il loro piano dichiarato di stabilire un governo rivale.  ATROCITÀ IMPENSABILI Forse la conseguenza più orribile del conflitto è lo stupro e l’uccisione di innocenti, compresi bambini e neonati. Le Nazioni Unite riferiscono che oltre 40.000 persone sono state uccise e più di 14 milioni sono state sfollate; la classificazione della fase di sicurezza alimentare integrata ha identificato una carestia diffusa, che colpisce quasi 400.000 persone. Ci sono state anche orribili violenze sessuali estese a bambini molto piccoli, e segnalazioni di bambini che tentano di porre fine alla propria vita a seguito di questi episodi. Il popolo Massalit e altre comunità non arabe nello stato del Darfur occidentale del Sudan sono stati oggetto di pulizia etnica. Le RSF e le milizie arabe alleate hanno perpetrato atrocità e assalti incessanti nei quartieri di Massalit a El Geneina, la capitale del Darfur occidentale, massacrando migliaia di persone e lasciandone altrettante senza una casa o un rifugio. A febbraio, l’esercito sudanese ha bombardato Nyala, la più grande città del Darfur meridionale, con bombe non indirizzate. Questi attacchi hanno ucciso dozzine di persone e devastato quartieri civili, un caso da manuale di guerra indiscriminata. Nel frattempo, i convogli delle Nazioni Unite sono stati attaccati più volte, anche all’inizio di giugno e alla fine di agosto, dimostrando ancora una volta che anche gli operatori umanitari sono sotto assedio. I PAESI COMPLICI NEL CAOS SUDANESE Il generale al-Burhan è sostenuto principalmente dal Qatar, che gli fornisce sostegno finanziario e armi, dall’Iran che fornisce droni, e dall’Eritrea che ospita campi di addestramento per gruppi allineati alle SAF, in particolare vicino ai confini orientali. Le RSF stanno ricevendo un sostegno significativo dagli Emirati Arabi Uniti, che sono accusati di inviare armi e droni. Anche alcune imprese belliche turche sono state coinvolte nella fornitura di droni che finiscono per essere utilizzati da entrambe le parti. Il Washington Post ha riferito di come l’uso di droghe – in particolare Captagon, un’anfetamina sintetica – da parte dei combattenti della milizia “abbia introdotto una nuova pericolosa variabile in un campo di battaglia già senza legge”. Le pillole Captagon, che possono essere prodotte in centinaia di milioni, rendono i combattenti più inclini alla violenza e più propensi a commettere atrocità indicibili. Metà della popolazione sudanese ora dipende dagli aiuti umanitari per sopravvivere. Oltre 25 milioni di persone fanno affidamento sulle consegne di cibo solo per superare la giornata, in un paese in cui le bombe continuano a cadere e i villaggi vengono ridotti in cenere. Sia le RSF che le SAF stanno commettendo atrocità impunemente, con i civili intrappolati nel mezzo di questa guerra da incubo: omicidi etnici mirati, stupri di gruppo, attacchi aerei su ospedali e case, saccheggi di aiuti e blocchi che affamano intere città. Se una delle due parti spingerà per la vittoria totale, che a questo punto sembra quasi irraggiungibile, comporterà un’escalation del massacro a proporzioni veramente catastrofiche – poiché significherà che altri stati (Russia, Iran, Emirati Arabi Uniti, Libia, Ciad, Etiopia, Egitto, ecc.), che si sono schierati con una parte o l’altra, dovranno aumentare significativamente il loro sostegno agli aiuti militari e alla fornitura di armi più avanzate. Entrambe le parti rimangono completamente trincerate nella loro reciproca opposizione e gli Stati che le sostengono non sembrano disposti a prendere in considerazione l’applicazione di pressioni diplomatiche per cambiare lo status quo. Se il conflitto continuerà a imperversare per anni, distruggerà tutto ciò che resta del Sudan e non farà altro che aggravare la calamità che è stata inflitta a milioni di civili sudanesi. NON C’È TEMPO DA PERDERE La guerra civile in Sudan è un oltraggio morale e umanitario, una disputa di potere tra due leader militari spietati, nessuno dei quali ha a cuore i veri interessi del proprio paese, ma che sono avidi di potere e ricchezza mentre i civili stanno pagando un prezzo terribile in morte e distruzione. La comunità internazionale deve rinsavire e compiere uno sforzo diplomatico concertato per porre fine a questa carneficina insensata e a uccisioni, stupri e saccheggi indiscriminati. LA COMUNITÀ INTERNAZIONALE DEVE AGIRE ORA Purtroppo, non c’è motivo di credere che Trump farà qualcosa per porre fine alla guerra. La sua complicità nel genocidio di Gaza la dice lunga sulla sua insensibilità. Porre fine alla guerra richiede una forte spinta diplomatica internazionale, in particolare da parte delle Nazioni Unite e dell’UE: 1. La comunità internazionale deve sostenere indagini credibili, imporre un embargo globale sulle armi a tutte le parti coinvolte in Sudan per interrompere il flusso di armi e porre fine al loro sostegno cinico e egoistico. 2. L’UE e l’ONU possono coordinare sanzioni mirate su individui ed entità che forniscono sostegno finanziario o militare ai combattenti e garantire protezione ai milioni ancora intrappolati in questa guerra. 3. L’UE e le Nazioni Unite devono spingere per una missione internazionale di mantenimento della pace per proteggere i civili e creare zone sicure per gli aiuti umanitari. 4. Sponsorizzare colloqui di pace inclusivi che coinvolgano non solo le parti in conflitto, ma anche i leader della società civile locale e le parti interessate regionali. 5. Aumentare i finanziamenti umanitari e il supporto logistico per garantire che cibo, assistenza medica e riparo raggiungano chi ne ha bisogno. 6. Istituire un’inchiesta o un tribunale internazionale per documentare i crimini di guerra e ritenere responsabili gli autori, creando pressioni affinché entrambe le parti negozino. 7. I negoziatori devono sfruttare la diplomazia regionale coinvolgendo i vicini paesi africani e mediorientali per sostenere uno sforzo di pace unificato. Questa è una guerra senza qualità redentrici: non ci sono alti ideali in gioco e nessuna delle due parti, se vittoriosa, è in grado di garantire al paese un futuro migliore o più luminoso. Ma porre fine alla guerra significherebbe fermare una crisi in continua crescita, che sta colpendo milioni di uomini, donne e bambini le cui vite sono afflitte dalla fame e dalla minaccia quotidiana di violenza sessuale, mutilazioni e morte. È tempo che le potenze occidentali agiscano. Altrimenti, la loro bancarotta morale sarà in piena mostra, poiché le condizioni continueranno a degenerare e alla fine si trasformeranno in un inimmaginabile inferno vivente per decine di milioni di innocenti sudanesi. -------------------------------------------------------------------------------- L’autore: Dr. Alon Ben-Meir è un professore in pensione di relazioni internazionali, che ha recentemente insegnato presso il Center for Global Affairs della New York University. Ha tenuto corsi di negoziazione internazionale e studi sul Medio Oriente. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dall’inglese di Filomena Santoro. Revisione di Thomas Schmid. Pressenza New York
November 15, 2025
Pressenza
Sudan. Il genocidio continua tra massacri, stupri, fame e pulizia etnica. Le complicità dell’Italia
La prevedibile caduta di Al Fasher, l’ultimo grande centro del Darfur non ancora sotto il controllo delle Rapid Support Forces di Mohamed Dagalo, una dei due capi delle forze armate che sino alla primavera del 2023 si erano spartiti il governo del Sudan, è l’ultimo tra i tanti orrori della guerra civile. Nel 2023 Abdel Fattah al-Burhan era il presidente del Consiglio sovrano e Mohamed Hamdan Dagalo il suo vice: i due, dopo aver sino all’ultimo appoggiato la dittatura di Omar Hassan al-Bashir, nel 2019 si erano alleati per spodestarlo per evitare di essere travolti dalla rivolta popolare che stava per travolgere il regime sudanese. Era un’alleanza di interessi destinata a non durare. Dallo scoppio della guerra civile, ampiamente sostenuta da varie potenze straniere, ci sono stati 400.000 mila morti 12milioni 500 mila tra sfollati e profughi, innescando la più grande crisi umanitaria del pianeta. Nel silenzio tombale della maggior parte dei movimenti. Enormi le responsabilità dirette dell’Italia, che ha finanziato, armato ed addestrato le RSF in funzione antimigranti. Per capirne di più ne abbiamo parlato con Massimo Alberizzi di Africa ExPress Ascolta la diretta:
November 6, 2025
Radio Blackout - Info
“No Kings”: 2600 cortei in centinaia di città e Re Trump si arrabbia
Squadre paramilitari contro il ‘pericolo rosso’ La manifestazione è stata preceduta da un’escalation di operazioni Ice, polizia di immigrazione e dogana, particolarmente a Portland e Chicago dove le squadre paramilitari hanno intensificato raid e rastrellamenti provocando proteste e cercando di proposito colluttazioni con i manifestanti, denuncia Luca Celada. Mentre diversi […] L'articolo “No Kings”: 2600 cortei in centinaia di città e Re Trump si arrabbia su Contropiano.
October 19, 2025
Contropiano