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Aree idonee a impianti di energia rinnovabile: la proposta di legge va modificata
Nei giorni scorsi è iniziato in Regione l’iter di discussione della proposta di legge regionale sulle aree idonee per l’installazione degli impianti di energia rinnovabile. E’ una discussione importante, perché la legge, che dovrebbe essere approvata entro la fine di aprile, è un passaggio fondamentale per stabilire i termini con cui affrontare la transizione ecologica ed energetica nei prossimi anni. Il 25 marzo si è svolta una sessione di audizione dei soggetti interessati a produrre valutazioni e osservazioni a tale proposta; è stato un momento decisamente significativo, con una forte partecipazione ( più di 100 persone presenti, più di 50 gli interventi), soprattutto di comitati e Associazioni, che hanno sollevato diversi aspetti critici rispetto alla proposta avanzata dalla Giunta. In quella sede siamo intervenuti come RECA (Rete Emergenza Climatica Ambientale ER), avanzando le nostre osservazioni e proposte. Per prima cosa abbiamo fissato due punti di fondo: 1. gli obiettivi di ricorso alle fonti di energia rinnovabili, definiti a livello nazionale da qui al 2030, che la proposta di legge regionale recepisce, sono assolutamente insufficienti, a partire dall’installazione degli impianti eolici offshore, che vanno realizzati anche nella nostra regione; 2. la legge nazionale, di fatto, ha un’impostazione per cui sono le aziende e il mercato a determinare le scelte relative alla transizione ecologica ed energetica, mentre, a nostro avviso, occorre affermare un altro modello, basato sull’idea della produzione e del consumo dell’energia in termini distribuiti e democratici, costruito su un’effettiva pianificazione partecipata in cui siano protagoniste le istituzioni locali e la cittadinanza. Tale opzione è quella che ha ispirato la proposta di legge di iniziativa popolare in tema di energia promossa da RECA e Legambiente regionale, che giace ancora nei cassetti della Regione, senza che ci sia l’intenzione di discuterla seriamente. Da queste considerazioni discende l’approccio per cui la legge regionale, pur muovendosi ‘obtorto collo’ all’interno di quanto disposto dalla legge nazionale, dovrebbe cogliere ed allargare tutti gli spiragli contenuti nella legge nazionale per agevolare gli obiettivi e il percorso di una transizione ecologica basata sul modello sopra tratteggiato. In realtà, la proposta di legge avanzata dalla Giunta Regionale non va in questa direzione, limitandosi a fissare alcuni “paletti” (pur apprezzabili come il fatto di specificare che le zone di protezione UNESCO, in cui non si possono installare gli impianti di energia rinnovabile, vanno considerate in modo largo). Come RECA abbiamo sollevato molte questioni, ma ci interessa sottolineare almeno 4 necessità di fondo: * andare nella direzione di costruire maggiori possibilità di coinvolgimento e decisione da parte delle comunità locali e dei cittadini; * prevedere che per la realizzazione di impianti fotovoltaici e di biometano vadano favoriti gli impianti di piccola e media taglia; * intervenire con limitazioni precise rispetto alla produzione di biometano; * limitare il ricorso alla Supericie Agricola Utilizzata ( SAU), ponendo il limite dell’1% a livello regionale, provinciale e comunale. Sull’ultimo punto registriamo una distanza decisamente importante e, allo stato attuale, non colmabile con quanto previsto dalla proposta di legge regionale, nella quale si afferma che la percentuale di riferimento è lo 0,8% a livello regionale, ma la si fissa al 2% a livello comunale, con possibilità di derogarla anche all’insù; soprattutto tali percentuali vengono calcolate “ a partire dalla data di entrata in vigore della presente legge” cioè sono aggiuntive rispetto alla SAU finora coperta, determinando una situazione pesante per diversi territori che vedono già oggi presenti molti impianti. Si apre ad un consistente utilizzo delle superficie agricole mentre ad esse si dovrebbe far ricorso in termini residuali, rendendo del tutto secondarie le aree su cui si dovrebbero collocare gli impianti in via prioritaria (tetti, parcheggi, siti oggetti di bonifica, cave e miniere, aree interne agli stabilimenti e agli impianti industriali, aree adiacenti alla rete autostradale entro una distanza non superiore a 300 metri, aree incolte ecc.) e facendo guidare la scelta dell’installazione degli impianti alle convenienze del mercato. E’ evidente che anche solo questa norma stravolge qualunque idea di orientare in modo utile la direzione della transizione ecologica ed energetica. La proposta di legge passa ora al suo iter di discussione, dapprima in Commissione Ambiente e poi in Assemblea Legislativa, che dovrebbe chiuderla il 27-28 aprile. Auspichiamo che la discussione che si aprirà nella fase legislativa tenga conto dei nostri rilievi e osservazioni e produca le modificazioni che noi riteniamo necessarie. Se la discussione dovesse al contrario confermare l’impianto di fondo della proposta di legge della Giunta Regionale, oltre a manifestare una forte delusione rispetto al mancato accoglimento delle nostre istanze, dovremmo concludere che ci sia, anche nella nostra regione, una sostanziale subalternità del ruolo del potere legislativo rispetto a quello del potere esecutivo, con ciò che ne consegue dal punto di vista di una reale possibilità dell’esercizio di un processo democratico importante.   Rete Emergenza Climatica Ambientale Emilia-Romagna – RECA ER Assemblea Movimenti Ambientali e Sociali Emilia-Romagna – AMAS ER Redazione Bologna
April 3, 2026
Pressenza
La crisi climatica rischia di destabilizzare l’economia e colpire famiglie, imprese e finanze pubbliche
Il recente ciclone Harry che ha colpito con particolare violenza le coste della Sicilia, della Calabria e della Sardegna, mettendo a segno danni rilevanti, ha riproposto ancora una volta le annose questioni relative alla  gestione del territorio e, soprattutto, al consumo di suolo. La crisi climatica, che rende questi eventi sempre più frequenti e intensi, dovrebbe essere in cima ai pensieri delle amministrazioni ad ogni livello istituzionale. Eventi estremi che si ripetono con sempre maggiore frequenza e intensità e che, oltre a fare vittime e a compromettere il territorio, rappresentano anche un rischio in grado di destabilizzare l’economia e colpire famiglie, imprese e finanze pubbliche. Il WWF ha lanciato di recente il nuovo report “Affrontare il divario nella copertura assicurativa: fare leva su clima e natura per aumentare la resilienza” (“Tackling the Insurance Protection Gap: leveraging climate and nature to increase resilience”) che, concentrandosi sulle economie più avanzate, analizza come crisi climatica e perdita di natura stiano minando il sistema assicurativo globale e propone soluzioni politiche per rafforzare la resilienza e garantire che le società rimangano assicurabili. Come confermato anche dal recente report della compagnia di riassicurazioni svizzera Munich Re, il 2025 si aggiunge alla lista, sempre più lunga, degli anni in cui le perdite assicurate per catastrofi naturali hanno superato la soglia dei 100 miliardi di dollari, con oltre la metà delle perdite non coperta.  Mentre molte analisi identificano già la crisi climatica come il principale fattore ambientale all’origine dell’aumento dei premi assicurativi e dell’ampliamento del divario di protezione, il report WWF mostra come la perdita di natura sia una forza spesso trascurata ma potente, che amplifica i rischi della crisi climatica. Gli eventi meteorologici estremi, infatti, sono sempre più frequenti e gravi e gli ecosistemi degradati non riescono più a mitigarne gli impatti, rafforzando un ciclo distruttivo che si autoalimenta. Ad esempio, il rischio di un’alluvione su larga scala può aumentare fino al 700% in aree colpite da deforestazione. Il risultato è una crescita delle perdite economiche: nel 2023 i disastri hanno causato costi stimati in 2,3 mille miliardi (trillion) di dollari (circa il 2% del PIL globale), considerando anche i costi indiretti e quelli sugli ecosistemi.   Poiché gli assicuratori reagiscono aumentando i premi, limitando la copertura o ritirandosi dalle aree ad alto rischio, sempre più persone e imprese rimangono esposte. Negli USA si stima in 64 miliardi di dollari l’anno (2021-2024), nell’UE in 59 miliardi di euro (2021-2023). Nei Paesi in via di sviluppo supera il 90%.  “La rapidissima evoluzione del settore assicurativo, ha sottolineato Alessandra Prampolini, Direttrice generale del WWF Italia, è la prova più lampante di quanto si stia trasformando il nostro pianeta. Il cambiamento climatico e la distruzione delle difese naturali stanno gradualmente rendendo intere regioni non assicurabili, lasciando milioni di persone esposte a impatti climatici sempre più gravi. Non si tratta solo di una questione ambientale, ma di una profonda sfida sociale, economica e fiscale. Il taglio netto delle emissioni climalteranti e la tutela e il ripristino di ecosistemi come foreste, mangrovie e zone umide sono fondamentali per ridurre l’impatto devastante di questi eventi estremi e devono quindi essere al centro delle strategie globali”.  In Italia, tra il 1980 e il 2023, i danni complessivi provocati da eventi climatici estremi hanno superato i 135 miliardi di euro, posizionando il nostro Paese come il secondo in Europa per perdite economiche legate al clima. Tuttavia, il divario di protezione assicurativa è tra i più alti in Europa: solo il 20% delle perdite da eventi estremi è coperto da polizze, mentre l’80% resta a carico di famiglie, imprese e Stato. Anche il settore turistico è sotto pressione: i premi assicurativi per le strutture ricettive sono aumentati del 10-15% negli ultimi cinque anni, a causa di alluvioni, ondate di calore e altri eventi estremi che colpiscono sempre più spesso le destinazioni turistiche. Dal 2025 è entrato in vigore l’obbligo per le imprese di stipulare polizze contro rischi catastrofali, ma il sistema presenta criticità: non è collegato a misure preventive e l’adesione è ancora bassa.   Il rapporto analizza la questione al di là dell’assicurazione sulla proprietà, dimostrando come i rischi climatici e naturali stiano causando perdite anche nella spesa pubblica, nei settori della sanità, dell’agricoltura, della responsabilità civile, dell’interruzione dell’attività e delle infrastrutture, aumentando i costi sanitari, riducendo la produttività, aumentando i prezzi dei prodotti alimentari e lasciando senza copertura assicurativa le interruzioni della catena di approvvigionamento. Dal report del WWF – realizzato con un gruppo consultivo formato da rappresentanti dell’industria assicurativa, accademici e un regolatore assicurativo – emerge la necessità di una strategia integrata per ridurre il rischio di disastri e aumentare la resilienza, intervenendo sulla riduzione delle cause e valorizzando le capacità del settore assicurativo. Il WWF chiede ai governi e alle autorità di regolamentazione finanziaria di concentrarsi sulla valorizzazione della natura e delle nature based solutions nelle valutazioni dei rischi, sull’integrazione degli ecosistemi nella pianificazione dell’adattamento e della ripresa, sull’allineamento della regolamentazione assicurativa con gli incentivi alla riduzione dei rischi e sull’accelerazione delle azioni per azzerare le emissioni e arrestare la perdita di natura.   Qui per approfondire: https://www.wwf.it/pandanews/societa/crisi-climatica-e-di-natura-causano-perdite-miliardarie/.  Giovanni Caprio
January 28, 2026
Pressenza
CLIMA: AL VIA LA COP30 IN BRASILE. LULA: “INFLIGGIAMO UN’ALTRA SCONFITTA AI NEGAZIONISTI”
Al via a Belem, in Brasile, i lavori della trentesima Conferenza delle Nazioni Unite sul clima. A inaugurare la Cop30 è il discorso del presidente brasiliano Lula da Silva: “controllano gli algoritmi, seminano odio, diffondono paura, attaccano le istituzioni, la scienza e le università. È il momento di infliggere una nuova sconfitta ai negazionisti”, ha dichiarato Lula con riferimento a coloro che negano l’esistenza della crisi climatica. Nel suo discorso inaugurale Lula ha lanciato anche altri messaggi significativi, in particolare agli assenti illustri, tra i quali Trump, Netanyahu e Meloni: “se quanti fanno la guerra fossero qui a questa Cop, si renderebbero conto che è molto più economico investire 1,3 miliardi per porre fine al problema climatico piuttosto che spendere 2,7 trilioni di dollari per fare la guerra”. Riguardo alla sede scelta per la conferenza, il presidente brasiliano ha spiegato che “portare la Cop nel cuore dell’Amazzonia è stato un compito arduo, ma necessario: l’Amazzonia non è un’entità astratta. Chi vede la foresta solo dall’alto non sa cosa succede alla sua ombra. Il bioma più diversificato della terra è la casa di oltre 50 milioni di persone”. Infine, la proposta: “per andare avanti è necessaria una governance globale più solida, in grado di garantire che le parole si traducano in azioni. Creare un Consiglio per il clima, collegato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, è un modo per dare a questa sfida l’importanza politica che merita”. Sulle frequenze di Radio Onda d’Urto la corrispondenza e il commento di Ferdinando Cotugno, giornalista inviato alla Cop30 di Belem, in Brasile, per il quotidiano “Domani”. Ascolta o scarica.
November 10, 2025
Radio Onda d`Urto
Germaica oggi. Il vento che non si ferma
L’uragano Melissa travolge la Giamaica con venti fino a 300 chilometri orari. Tra devastazione, paura e solidarietà, il pianeta sembra gridare nella stessa lingua. Le immagini arrivano dalla Giamaica, oggi. Si sovrappongono, sembrano tutte uguali: case scoperchiate, alberi piegati dal vento, strade sommerse dal fango. Qualche volta facciamo confusione, non ricordiamo più né dove né quando. Oggi è la Giamaica in stato d’allerta, oggi è il suo turno. Indifferentemente potrebbe essere la Florida, New Orleans, le Filippine, la Libia, Rigopiano, Sarno. Oppure, addirittura, potrebbe essere il fiume che passa accanto alla nostra casa a ribellarsi. Un elenco che potrebbe essere infinito. Nessuno può ritenersi al sicuro. Il pianeta sembra ripetere lo stesso grido, in lingue diverse. La Giamaica è un’isola dei Caraibi grande poco più della Sicilia, distesa nel cuore del mare tra Cuba e Haiti. Tre milioni di abitanti, colline di foresta tropicale, piantagioni di canna da zucchero e caffè, coste che si affacciano su un mare di un azzurro quasi irreale. Nella memoria collettiva è Bob Marley, il ritmo del reggae, le spiagge, il turismo che rappresenta quasi un terzo dell’economia nazionale. Ma dietro quell’immagine luminosa ci sono comunità che vivono di pesca, agricoltura e lavori stagionali, spesso in condizioni precarie, in un Paese dove la povertà resta diffusa e la natura, un tempo madre generosa, è diventata sempre più imprevedibile. Ed è proprio questa isola, apparentemente sospesa tra sogno e mare, a essere ora travolta dalla furia dell’uragano Melissa. Un ciclone di categoria 5 che ha raggiunto venti fino a trecento chilometri orari, con onde alte oltre sei metri e piogge torrenziali destinate a proseguire per ore. Le autorità giamaicane hanno dichiarato lo stato d’emergenza e disposto evacuazioni di massa lungo le coste. Secondo i dati disponibili al momento della pubblicazione, si contano tre vittime accertate in Giamaica e almeno sette complessive in tutta l’area caraibica, includendo Haiti e la Repubblica Dominicana. Migliaia di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case. Le abitazioni di lamiera, comuni nelle periferie urbane e nei piccoli villaggi interni, sono state le prime a cedere sotto la forza del vento. In molte zone l’elettricità è interrotta, le comunicazioni difficili, i soccorsi lenti a raggiungere le aree più isolate. Eppure, anche in mezzo alla paura, la solidarietà non si ferma. Le famiglie si aiutano una vicenda, i centri comunitari si trasformano in rifugi, i volontari distribuiscono cibo e acqua potabile. Dalle radio locali si ascoltano voci calme che invitano a mantenere la speranza: “Ricostruiremo, lo facciamo sempre”, ricostruiremo, come sempre. Ogni tempesta come questa racconta una verità più grande: la crisi climatica non è un’ipotesi, è una realtà. Secondo il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, la regione dei Caraibi sta sperimentando un aumento medio delle temperature oceaniche di oltre un grado rispetto ai livelli preindustriali, e questo incremento favorisce gli uragani sempre più violenti e imprevedibili. Dietro le statistiche ci sono persone, pescatori che perdono le barche, agricoltori che vedono i raccolti distruttivi, famiglie che ricominciano da zero ogni volta. Sono i nuovi profughi climatici, costretti a lasciare le proprie case non per scelta, ma per sopravvivere. In questo scenario, il lavoro degli attivisti ambientali acquista un significato ancora più profondo. Da anni ci avvertono, ci chiedono di fermarci un momento, di ascoltare. Greta Thunberg è solo un esempio, per la sua giovane età e la forza con cui ha saputo scuotere un’intera generazione. Ma dietro di lei, e accanto a lei, ci sono stati e ci saranno grandissimi guerrieri in questo campo: scienziati, giornalisti, educatori, contadini, uomini e donne che da decenni combattono contro l’indifferenza, spesso nel silenzio. A tutti loro dovremmo riconoscere rispetto e gratitudine, perché non cercano consenso ma coscienza. Ci ricordano che dietro ogni disastro c’è un segnale, e che non basta guardare le immagini: bisogna imparare a soffermarsi, ad ascoltare davvero ciò che vogliono comunicarci. Ogni volta che un uragano colpisce, si misura la distanza tra chi può permettersi di ricostruire e chi no, e si misura la fragilità di un sistema che ha dimenticato la propria interdipendenza. Ma soprattutto, bisognerebbe contare le vite umane spezzate senza avere nessuna colpa, perché è da lì che si comprende la reale entità di una catastrofe. Non nei numeri, ma nelle assenze che lascia dietro di sé. Mentre queste righe vengono scritte, Melissa continua la sua corsa sull’isola. Non sappiamo ancora quale sarà l’entità dei danni, ma sappiamo che, come sempre, saranno i più fragili a pagare il prezzo più alto. Eppure, anche in mezzo al disastro, restano mani, voci, gesti di aiuto che raccontano un’altra parte dell’umanità: quella che non si arrende, che resiste, che ricostruisce. Perché ogni volta che un uragano passa, il vero vento che dovrebbe restare è quello della consapevolezza. Lucia Montanaro
October 28, 2025
Pressenza