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Silo, la guerra del futuro contro il presente.
Lo storico Mike Davis, studioso di città e popolazioni e ambienti collassati, in un famoso articolo si chiede who will build the Ark; come, con quali forze e intelligenze, su quali precedenti e contro quali sistemi costruire le istituzioni, la volontà politica, un paradigma urbano “to raise our imaginations to the challenge of the Anthropocene”. “Chi” dovrebbe costruire questa arca per Davis siamo noi, il collettivo umano, in una “regressione verso l’utopia”, circondati da catastrofi e calamità, effetti del cambiamento climatico e della disperazione di imperi e sistemi ecocidi. L’alternativa al “noi”, dall’altra parte dello spettro, è qualcosa che la fantascienza ha spesso immaginato ed esplorato. Conosciamo le conseguenze quando sono “loro” –  keiretsu o megacorps, i padroni segreti del mondo di Jon Ronson o i miliardari di Douglas Rushkoff in Survival of the Richest (Norton, 2022), la federazione scandinava di Arpaia o la Vault-tec di Fallout – a costruirla un’arca. Come bunker o stazione orbitale o sistema tecnocratico, versioni di ecofortezze a diversi livelli di tecnologia e di novum,  non importa: l’alternativa al “noi” è distopica. Ed è proprio quello che succede in Silo. Serie di romanzi brevi e racconti, scritti da Hugh Howey, pubblicati tra il 2011 e il 2013 (in Italia Fanucci, dal 2023), la saga è stata adattata in una serie Tv, attualmente alla terza stagione, con Rebecca Ferguson come protagonista. Nel cast anche Rashida Jones, David Oyelowo, Common, Tim Robbins, Harriet Walter, Avi Nash, Rick Gomez e Chinaza Uche. In breve. Qualche centinaio di anni nel futuro, poco meno di diecimila persone vivono in un Silo, una struttura verticale sotterranea composta da 144 piani. Il bunker è autosufficiente, senza un ascensore. L’elettronica è limitata, risorse e riproduzione e istruzione sono strettamente controllate, i ricordi delle persone non vanno oltre una, due generazioni. Nessuno ricorda chi ha costruito il bunker o chi ha scritto le norme di sopravvivenza e coesistenza civile chiamate il Patto. Reati comuni vengono puniti duramente e la pena capitale consiste nell’uscire dal bunker, dotati di una tuta e una scorta di ossigeno, per “andare a pulire” l’unica telecamera puntata all’esterno in superficie su un mondo devastato, in cui l’aria è tossica. La popolazione è convinta di rappresentare gli unici sopravvissuti della razza umana e che un giorno, dopo altre generazioni di sacrifici, potranno uscire dal silo, raggiungere la superficie e ricominciare. La struttura fisica e il tessuto narrativo che tiene insieme la popolazione è un complesso sistema di contenimento fatto di disinformazione, manipolazione, controllo biopolitico. Questa popolazione è un’umanità a cui è stata negata la luce del sole e l’aria. La protagonista, Juliette Nichols, comincia una scalata, reale e figurata, verso la verità e la superficie, oltre l’apparenza del mito e delle cose. Shift, secondo libro della saga e fonte principale degli eventi della terza stagione della serie televisiva, si svolge nell’ambito temporale tipico della speculative fiction ovvero pochi secondi nel futuro. Il protagonista è un membro del Congresso, Donald Keene. Il 2050 descritto da Howey è un mondo riconoscibile, senza grandi crisi o catastrofi di altri romanzi o degli scenari da climate change della nostra tempolinea. Ci sono tensioni in Medio Oriente proprio tra Iran e Israele, gli Stati uniti sono ancora una potenza egemone, l’introduzione di smart nanobot sta permettendo di risolvere “hard problem” della medicina. Questa pace da eterno presente è apparente. Un complesso di decine di Silo viene costruito in Georgia, nella contea di Fulton, e sono studiati ed equipaggiati per la sopravvivenza umana per cinque secoli. Nel romanzo, in occasione del congresso nazionale del Partito Democratico, un attacco nucleare spinge delegati e membri eletti a rifugiarsi nei silo. Sono salvi, controllati, nell’illusione del controllo. Sarà così per generazioni. “Forse crediamo tutti di poter essere la prima generazione che non morirà» proseguì, «che vivrà in eterno.» Inarcò le sopracciglia. «Ormai ci aspettiamo di arrivare a centotrent’anni, magari di più, come se fosse un nostro diritto. Quindi eccoti la mia teoria…» Si protese verso di lui. Donald era già a disagio per la piega che aveva preso quella conversazione. «Un tempo i figli erano il nostro lascito, giusto? La nostra occasione per imbrogliare la morte, per tramandare piccoli frammenti di noi. Ma adesso speriamo di poter semplicemente tramandare noi stessi.”[1] Rimanendo ancora vaghi e oscuri sul dettaglio di trama e svolgimento per evitare spoiler, nell’ultimo capitolo della saga, Dust, si svolge lo showdown tra i protagonisti dei primi due capitoli e l’avversario. Il centro dell’azione è il futuro, quale futuro deve svolgersi per gli abitanti dei Silo. Una volta svelato l’ultimo mistero e l’ultima verità sullo stato del pianeta, i protagonisti riuniti e l’ultimo antagonista si adoperano: dalle loro azioni, tutta la trama e la vicenda, si deciderà il futuro dell’umanità tra i futuri possibili. Un reboot della civiltà, un antropocene controllato, una qualche forma di plenitude che riesca a contenere il pensiero dell’estinzione e i mezzi per compierla, il fallimento del progetto e conseguente estinzione. È immediato il rimando nella genealogia di temi e trope alla Penultima verità di Philip Dick. Il velo della realtà che Nicholas St. James e i protagonisti di Howey devono strappare è simile. Nella saga dei Silo le domande sulla natura della realtà e l’idea creativa della saga stessa sono arricchite e strutturate sul rischio esistenziale e le sue accidentali concezioni del tempo. I protagonisti si avventurano nelle strutture manifeste e segrete, fisiche e narrative, e la bravura dello scrittore, riconosciuta dal successo avuto, è questo svolgersi di azione e svelamento, sfida tecnica e fisica e approssimarsi alla verità nascosta. Nella saga Juliette Nichols, l’elemento divergente nella popolazione generale, si muove in una civiltà di sopravvissuti senza cultura perché senza passato, dove oggetti del passato dimenticato sono fuorilegge perché contengono “idee”. È un’idea creativa rilevante della saga. I fondatori, i costruttori del Silo, questi salvatori dell’umanità dall’estinzione, devono anche loro controllare il passato per dominare il futuro. La trama del presente dell’azione è il campo di battaglia. Come romanzo dell’Antropocene, Silo svolge la guerra del futuro contro il passato. L’umanità nel mondo creato da Huwey, una così simile alla nostra, coglie dall’albero delle tecnologie, altra immagine rilevante tra gli studiosi del rischio esistenziale, una cosiddetta “biglia nera”, una tecnologia che quando utilizzata renderà il rischio di estinzione insostenibile. Gli esseri umani quando inventano qualcosa estraggono da un vaso una tecnologia rappresentata da una biglia. Le biglie sono di solito bianche, ovvero con applicazioni positive come gli antibiotici o grigie come ad esempio l’energia atomica e il suo potenziale “dual use”. Autori come Bostrom ipotizzano l’esistenza di biglie nere, tecnologie capaci di aumentare il rischio esistenziale dell’umanità. Una biglia apparentemente grigia viene estratta in Shift ma presto, molto presto la verità del colore della biglia diventa manifesta. Questo rischio in Silo è considerato dai Fondatori talmente grave, talmente imminente, da cominciare a preparare un’arca e interrompere un futuro per loro inaccettabile. Insieme all’immortalità, il feticcio delle elite è il controllo del futuro. Entrambi sono sottotraccia e centrali nell’opera di Huwey. Pur non essendo caratterizzati come contemporanei e più potenti Bond Villain, i fondatori, oltre le intenzioni, creano nei Silo una cosiddetta Desired Dystopia, uno degli scenari di grave danno al futuro dell’Umanità. Lettori e lettrici come i protagonisti scopriranno quale è stato il calcolo dei fondatori, in un esempio mirabile della capacità della fantascienza di mettere in scena paradigmi e immaginari: un’apocalisse per evitare un’apocalisse. Prodotto narrativo probabilmente figlio di piani e scenari della guerra fredda, piani che prevedevano, per fermare l’avanzata sovietica ad esempio, di usare armi nucleari tattiche con il risultato di “distruggere la Germania o l’Europa occidentale per salvare la Germania o l’Europa occidentale” per non rischiare prima una sconfitta convenzionale e creare deterrenza contro uno scontro nucleare globale. In Silo la guerra nucleare fa parte dell’inganno. L’ingegnerizzazione della sopravvivenza è ancella di una Controlled/designed apocalypse. Howey mette in scena un trope e qualcosa che diventa sempre più evidente in questa tempolinea: chi organizza per salvare dall’apocalisse è colui che l’ha causata, in modo diretto e palese, non metaforico. “Alcune persone sembravano non aver perso la testa. Una di queste era Anna. Donald scorse il senatore vicino a una tenda più piccola che coordinava il flusso del traffico. Dove stavano andando? Si sentiva come svuotato, mentre veniva scortato insieme agli altri. Il cervello impiegò molto a elaborare quello che aveva visto. Esplosioni nucleari. La vista dal vivo di ciò che era sempre stato confinato a sgranati filmati di guerra. Bombe vere, che detonavano per davvero. Vicino. Le aveva viste. Perché non era completamente cieco? Non era così che succedeva?“[2] Le differenze tra la serie Tv e il materiale originale sono principalmente nello svolgimento, nell’esistenza o cancellazione di personaggi. Il nucleo essenziale della trama, dei temi, delle funzioni narratologiche vengono mantenute e sviluppate. I romanzi prendono più tempo, i turning point arrivano dopo pagine di evoluzioni e di dialoghi, rendono meno frenetico il tempo in una ambiente controllato come un bunker generazionale, la potenza e bellezza del medium libro. Misteri, il porsi le domande giuste sullo stato del mondo arriva con lo sviluppo dei personaggi. Ci sono dettagli nelle storie di questi personaggi: i loro archi sono sovrapposti alle direttrici dei misteri sulla natura e storia del loro mondo. C’è una grande ironia accidentale forse, quei dettagli che solo la scrittura come lavoro dell’inconscio riesce a creare. In Shift i primi abitanti dei Silo sono membri del Partito democratico e i silo sono costruiti in prossimità del centro congressi che li ospita in una contea, Fulton Country, centrale nelle polemiche in occasione delle ultime elezioni presidenziali. Nella serie Tv i primi abitanti sono selezionati, a caso, troppo a caso, comprendendo almeno due individui provenienti da ogni paese del mondo, un’arca con una selezione da arca. L’intelligenza artificiale che calcola le possibilità di sopravvivenza del Silo mostrata nella serie Tv non esiste nei romanzi ma il nucleo rimane: fa parte di un sistema di controllo, è un altro strumento del grande inganno. L’altro protagonista, il deputato Keen, nei libri è uno dei fondatori e costruttori dei Silo, la serie tv lo svolge tra gli innocenti, negandogli colpa e nucleo tragico. Il controllo ideologico, delle capacità tecniche, del pensiero è affidato al Judicial. Nella serie è rappresentata come una forza di polizia per l’ordine pubblico e una polizia politica. Nei romanzi è una forza più occulta, insidiosa, che non si espone e si muove nell’ombra, più simile alla psicopolizia orwelliana. È un altro risultato accidentale. Il piano dei fondatori, la cui sopravvivenza dell’umanità è solo apparentemente l’obiettivo principale, è quello di contenere il potenziale umano. I sistemi antiumani, nella storia come nella fiction, subiscono una reazione. Di questo i Fondatori della serie come i miliardari che costruiscono bunker sono coscienti. Il protocollo Safeguard e come impedire la sua attivazione è un altro motore dell’azione. Juliette e come lei i precedenti sindaci e capi rivolta, viene messa nella posizione di dover svolgere un sacrificio, corpi e vite per il futuro, un altro futuro possibile quindi incerto, sicuramente omicidiario. Costretta a un nuovo realismo, in cerca di immaginari e ideali che sono appena fantasmi, devastati, condizionati, dai reset di memoria. Rimane la teoria dei giochi nella tattica insurrezionale e una leva per binari incerti. Meme che resistono, segni che non tutto dell’umano può essere manipolato. È una grande storia sui limiti del controllo, dei limiti dell’ingegnerizzazione umana, di quei misteriosi fortunati blocchi che definiscono il libero arbitrio, il gene della rivolta e della sopravvivenza. Tutto il comportamento di Juliette e dei suoi compagni manifesta questa resistenza ancestrale, forse l’unica cosa che impedisce la vera apocalisse: un’altra profonda fine dell’umanità, gli umani che smettono di essere umani. Questo è il motivo profondo che partecipa del tempo profondo che attraversa la saga. Quella che appare come una cattedrale dell’antropocene diventa una fortezza appena ecologica. La sopravvivenza umana sembra quasi accessoria, quello che i Fondatori fanno è preservare quanto più possibile della megastruttura accidentale del pianeta di cui scrive in The stack di Bratton. Nei Silo portano il mindset delle elite da Fine impero, da tardo capitalismo L’avventura per i personaggi, su e giù per il Silo, dentro e fuori il contenimento, avanti e indietro nel tempo del futuro interrotto, è aumentare la componente umana della megastruttura dei Silo. L’utopia della città sopravvivente perfetta ipotizzata su carta è un panopticon distopico eterno fino a quando le scorte di lampade per l’agricoltura o l’Antropocene passi e venga davvero resettato. È un mondo che non è fatto per gli umani e gli umani non possono non ribellarsi. “Poi fissò Donald. «Lo sai perché andammo in Iran la prima volta? Il nucleare non c’entrava niente, te lo assicuro. Ho strisciato in ogni buca che sia mai stata scavata tra le loro dune, e quei ratti stavano dando la caccia a un tesoro assai più prezioso del nucleare. Avevano scoperto come attaccarci senza essere visti, senza doversi far saltare in aria, e senza alcuna ripercussione.» Donald non era certo di essere autorizzato a sapere quelle cose. «Gli iraniani non l’avevano scoperto da soli, erano riusciti a mettere le mani su un progetto israeliano.» Il senatore sorrise. «E noi dovemmo metterci subito al passo».“[3] La serie è un grande romanzo dell’Endgame: la tecnologia permetterà di vivere più a lungo, non ci sarà più bisogno di bambini, gli umani sono sempre meno necessari e l’umanità è “bella” ma è anche troppa. La politica non risolve, non media, non riesce a creare cooperazione ed è sempre più apocalittica in parole e azioni. Il tempo è fuor di sesto e passa incontrollato e una vera biglia nera viene estratta. La soluzione è il Silo, dicono i fondatori, in un distacco quasi transumano dal resto del collettivo, animati da buoni sentimenti eppure pronti a creare un inferno sulla terra e un inferno sotto la terra, una versione del lifeboat scenario. Dove il cielo stellato è diventato un mito, Dio è una parola dimenticata, gli oggetti dell’infanzia sono archeotech e si stanno esaurendo, il contenimento dell’umano deve essere continuo pena una nuova, piccola, ennesima apocalisse. La plenitude contro l’estinzione dell’élite è una follia che porta, rivolta dopo rivolta, silo dopo silo, sempre più vicini all’estinzione. La fantascienza distopica come genere nell’Antropocene svolge lo stesso compito della fiaba per noi, gli abitanti dell’adolescenza tecnologica. Evoca immagini ed esempi di quello che si sta svolgendo proprio di fronte agli occhi dei viventi. La saga di Hugh Howey ne è un grande esempio. 1. Hugh Howey, Shift, trad. Giulio Lupieri, Fanucci, 2023 ↑ 2. Ibid. ↑ 3. Indeed. ↑   L'articolo Silo, la guerra del futuro contro il presente. proviene da Pulp Magazine.
September 5, 2026
Pulp Magazine
Thomas Von Steinaecker / La lingua è un monastero
In un futuro imprecisato la crisi climatica ha sconvolto il mondo, modificando profondamente le abitudini degli esseri umani sopravvissuti. Chi ancora può, vive in cupole che mantengono condizioni stabili e permettono attività come l’agricoltura e l’allevamento, anche se la maggior parte di esse è distrutta ed emerge da una nebbia difficile da penetrare. In una di queste comunità vive Heinz, un ragazzo a cui sono stati regalati alcuni quaderni e strumenti per scrivere, una delle tante risorse di difficile reperimento. Non si tratta tuttavia solo di un dono, ma della dotazione necessaria a svolgere un compito di cruciale importanza: conservare la Storia e i valori della comunità impiegando la parola scritta. Heinz sembra aver trovato un senso profondo alla sua permanenza nel mondo, così profondo che lo conserverà quando un evento farà terminare la vita tranquilla della comunità e ne costringerà i membri ad affrontare il mondo esterno. Del Vecchio sta facendo un lavoro estremamente interessante con la fantascienza, recuperando opere niente affatto scontate e sempre di un certo spessore, con una ricerca di alto livello che coinvolge la veste grafica degli oggetti libro. E dopo Andymon, uno dei libri più importanti prodotti nella DDR dai coniugi Steinmuller (e già recensito su queste pagine) è il turno di La difesa del paradiso, di Thomas Von Steinaecker, poliedrico intellettuale tedesco che affronta la climate fiction da un’angolazione estremamente interessante riflettendo, più che sulla questione ambientale, su una delle tecnologie più fondamentali e arcaiche dell’essere umano, la parola scritta, e sull’impatto che essa ha sulla civiltà. La riflessione di Von Steinaecker, che per certi versi ricorda Scatter, adapt and remember di Annalee Newitz, viene costruita su un romanzo denso in più di un senso, ponderoso per certi aspetti ma al tempo stesso ricco di azione, in cui numerosi eventi si succedono in un racconto in cui lo scenario cambia radicalmente in più di un’occasione. La densità concettuale di Von Steinaecker rifugge tuttavia il didascalismo, i personaggi esprimono il pensiero dell’autore con naturalezza e attraverso la propria voce, integrandole nello svolgimento della vicenda con un esito più che felice in termini di fruibilità della lettura. Il compito assegnato a Heinz non è semplicemente quello dello storico perché non si limita a raccontare. La parola scritta conserva e trasmette il passato, senza dubbio, ma al tempo stesso tiene insieme il tessuto immateriale della società umana garantendo un elemento di continuità nello spazio e nel tempo. La comunità sopravvive perché qualcuno ne racconta le vicende, le persone, le regole e le consuetudini e riflette come ognuno di questi elementi vada a formare un insieme più o meno armonico ma comunque ordinato rispetto alla barbarie di un’umanità allo stato brado in stile The Road di McCarthy. Heinz cita costantemente i termini in uso presso la società per com’era prima di lui ed è attraverso la sua percezione degli stessi che il lettore riesce a capire in che modo l’umanità è cambiata, perché la civiltà come costrutto immateriale con la finalità organizzare la realtà fisica lo fa attraverso i significati, e i significati si trasmettono attraverso le parole che, a loro volta, sono il ponte fra le cose e i concetti. Il triangolo semiotico non viene mai citato ma è presente sempre perché La difesa del paradiso è un’opera con un background teorico forte che solo all’apparenza penalizza lo stile dell’opera che appare freddo ma, oltre a non esserlo realmente, i momenti toccanti non mancano affatto, semplicemente l’autore evita deliberatamente soluzioni facili per suscitare emozioni preferendo mantenere una lucidità ferma e razionale che, quando va a toccare le corde dell’emotività, lo fa con la freddezza analitica che costituisce la cifra dell’architettura solida di un romanzo che racconta una storia trasversale dell’umanità, quella dei monaci che hanno conservato la cultura nei loro monasteri in tempi caotici che potrebbero tornare molto presto. L'articolo Thomas Von Steinaecker / La lingua è un monastero proviene da Pulp Magazine.
June 24, 2026
Pulp Magazine
Goffredo Fofi, Marcello Flores / Fantascienza da Cineforum
Dopo il cinema del fronte popolare e quello dei divi di Hollywood, CUE prosegue la ristampa dei saggi cinematografici di Goffredo Fofi con questo quaderno dedicato al cinema di fantascienza che il critico pubblicò per A.I.A.C.E (Associazione Italiana Amici Cinema d’Essai) nel 1975. Il testo è diviso in tre parti, un breve prologo sui rapporti tra letteratura e cinema fantascientifici, scritto a quattro mani con lo storico Marcello Flores; una raccolta di “definizioni”, cioè di frammenti riconducibili a registi, critici, pensatori su tematiche science fiction (si va da Fritz Lang a Edgar Morin a James Ballard); infine, una serie di annotazioni in ordine cronologico a proposito di film fantastici e di fantascienza definiti “rilevanti” nella storia del cinema (1902-1974). Come si sarà già intuito, i tre testi, di carattere critico compilativo, restituiscono soprattutto l’immediatezza e la discontinuità di riflessioni colte al volo e messe in circolo attraverso la rete dell’attivismo cinematografico militante. Cinema e fantascienza va infatti contestualizzato nel fenomeno dei cineforum e dei cinema d’essai – del cinema “impegnato” e di qualità – che alla metà degli anni ’70, grazie a un robusto movimento dal basso, riceveva la spinta che gli consentirà di attraversare relativamente incolume la crisi degli anni ’80-’90. È significativo che in questo contesto, Fofi guardi qui a un genere popolare e pulp come la fantascienza, al tempo negletto e per lo più schifato dalla borghesia più retrograda, in voga tra italiche le gerarchie culturali. Certo, parliamo di un approccio largamente rudimentale, storiograficamente approssimativo.  È un Fofi non ancora quarantenne in un mondo pre-VHS dove soltanto l’anzianità, e quindi il numero di film visti nei festival, poteva garantire la competenza di un critico. Così, mentre, misteriosamente, tra i suoi appunti sciolti non trovano spazio classici come La cosa o Il giorno dei Trifidi, ci si può imbattere invece in un assortimento che in ordine sparso spazia da Dr. No a Batman, da Chris Marker a Marco Ferreri, dalla curiosità per gli exploit produttivi di Antonio Margheriti all’elogio sperticato de Gli Uccelli (“il miglior film di Hitchcock”). I giudizi di Fofi sono in genere ponderati ma per lo più senza appello, a partire dalla considerazione più generale che la fantascienza arriva al cinema con almeno dieci anni di ritardo rispetto ai romanzi e che quella sociologicamente più matura e avvertita di Pohl, Sheckley, Asimov, Heinlein o Dick, in pratica, non c’è neppure mai arrivata. O se ci arriva perde le sue occasioni con film inutilmente pretenziosi come Zardoz.  Non aspettiamoci quindi troppo – è il sottinteso – da Hollywood (ma ancora meno dai francesi). Chi si aspettasse però il semplice panegirico di 2001 Odissea nello spazio a beneficio dell’amato Kubrick resterà deluso. Con annotazioni secche al Fahrenheit di Truffaut non perdona l’umanesimo fradicio del film, inferiore, dice, anche al romanzo, cui preferisce nettamente la serie di Quatermass o il Losey distopico di Damned. Tra i nuovi autori mostra di apprezzare Michael Crichton (Westworld, Il Terminale Uomo), come sceneggiatore e come regista, per “la maggiore complessità tematica e ideologica”.  Tra i sottogeneri guarda a film “tosti” come 2022: i sopravvissuti da cui si evince il disagio per il capitalismo yankee del tempo. Un giudizio a parte meriterebbero poi le “definizioni” che Fofi annota a margine di articoli letti e ritagli di interviste, un corposo zibaldone di idee e opinioni altrui, che sembra alludere a un metodo abituale di lavoro e di navigazione, a quel vero e proprio sistema di avanzamento e di autocorrezione dal basso che caratterizza l’attivismo dell’autore. L'articolo Goffredo Fofi, Marcello Flores / Fantascienza da Cineforum proviene da Pulp Magazine.
May 30, 2026
Pulp Magazine
Il Magister c’é
La ricorrente presenza di Valerio Evangelisti nelle attività e scritti di un consigliere comunale Dalla pagina FB di Dmitrij Palagi Valerio Evangelisti. «”Che cos’è il socialismo? – Non avere padroni. – Senza padroni chi paga il salario?“» (dal ciclo Il sole dell’avvenire) Un paio di sere fa, parlando a ForiMercato dell’ultimo numero di Jacobin, credo di aver citato il Magister
Jean-Marc Rochette: l’estetica del gelo
di Bruno Lai BUON COMPLEANNO al papà di Le Transperceneige. Jean-Marc Rochette è un artista straordinario, capace di unire una forza espressiva quasi brutale a una sensibilità profonda per la natura, la montagna e la condizione umana. Rochette non è solamente un fumettista; è un artista che vive in una tensione costante tra la pittura ed il fumetto. La sua
Solarpunk? Per esempio «Chimeriade», gran romanzo
Daniele Barbieri (aka: dibbì o db) dichiara qui il suo motivato amore per ognuna delle 344 pagine del libro di Francesco Verso. «Ste robe so come l’erba ner cemento e i funghi dopo la pioggia. Nessuno ce bada fino a quando nun hanno cambiato er paesaggio». Il romanesco è testuale (e d’obbligo) ma credo la traduzione non sia necessaria. E
Internet, Mon Amour - nuova edizione
Internet, Mon Amour torna in libreria in una nuova edizione edita da Altreconomia! In un mondo sconvolto dalla “Grande Peste di Internet”, un gruppo di hacker e artiste trova rifugio in una valle dimenticata dai droni. Come in un moderno “Decamerone”, queste “cronache antiche” attraversano le macerie di una società ormai piegata agli algoritmi del profitto. TABLE OF CONTENTS * Nuovi racconti * Dove acquistare * Dettagli * Versione integrale online * Calendario Presentazioni * Prefazione alla nuova edizione Internet, Mon Amour di Agnese Trocchi è un “Pentamerone hacker, sci-fi, femminista”: cinque giornate tra gruppi di chat infernali, truffe in criptovalute e relazioni sintetiche. Attraverso la pedagogia hacker di C.I.R.C.E., il testo smonta i dispositivi autoritari delle Big Tech e apre la possibilità di un rapporto più ecologico con le macchine. Non è un invito al rifiuto, ma alla consapevolezza: comprendere gli ingranaggi per non esserne catturati. Un manifesto di resistenza e di ricreazione, per abitare il presente con lucidità e cura. NUOVI RACCONTI In questa nuova edizione sono presenti quattro nuovi racconti: * Vita da Bot (dove si raccontano le disavventure nel mondo dell'automazione industriale) * La prova provata (dove ci si interroga sulla difficoltà di discernere tra ciò che è vero e ciò che è falso nel mondo delle immagini generate da LLM) * Criptovalute: ovvero l'azzardo della finanza (dove si incontrano le sirene del guadagno miracoloso) * Tech4peace: tecnologie per la pace (dove si ragiona su come disertare le tecnologie genocidiarie) DOVE ACQUISTARE Per acquistare il libro visitare il sito di Altreconomia. DETTAGLI Formato: brossura con alette Lingua: italiano 247 pagine Prezzo: 18,00 euro VERSIONE INTEGRALE ONLINE Per leggere la versione integrale del libro che raccoglie sia i racconti della vecchia edizione che il glossario + altri racconti bonus visitare il sito ima.circex.org. CALENDARIO PRESENTAZIONI Il libro verrà presentato in anteprima presso il CSOA Ipò a Marino il 19 aprile 2026 alle 14.30. * 5 maggio 2026 - Ore 18, Presentazione presso Betterpress Studio, via Portuense 189 D/E/F — Roma Buona lettura! PREFAZIONE ALLA NUOVA EDIZIONE Questa che avete tra le mani è la riedizione di un libro pubblicato nel 2019. Abbiamo fatto poche modifiche al testo: c’è qualche storia nuova a discapito di qualche racconto che è stato rimosso (ma che trovate comunque online all’indirizzo ima.circex.org). Per il resto non c’era molto da cambiare. Curioso, per un libro che parla di tecnologie digitali, essere ancora attuale dopo un decennio! Eppure, nonostante la vertiginosa accelerazione tecnologica a cui il mondo sembra assistere, se andiamo a scavare, sotto sotto, le dinamiche relazionali che abbiamo con le macchine restano sempre le stesse: le umanizziamo proiettando su di loro desideri e paure e allo stesso tempo ci addestriamo agli automatismi necessari per diventare utenti migliori e più performanti. Non hai ricevuto la risposta che ti serviva dall’Ai? Colpa tua che non hai scritto il prompt adatto! Segui il corso di prompt engineering! Hai pochi seguaci sui social media? Vuol dire che non sai agganciare i trend giusti! Aggiornati con un webinar di social media marketing! Tutto bellissimo ma… a chi ci rivolgeremo quando non avremo più accesso ai nostri account social per instagrammare la rivoluzione? In questo libro, con uno sguardo hacker, libertario e femminista, siamo andate a raccontare le storie di prima della catastrofe, quando forse ancora era possibile invertire la rotta: fare delle macchine delle compagne di giochi e non strumenti per l’abuso di noi stesse e del pianeta. Siete le solite catastrofiste, penserà qualcuna. Forse è vero… perché preoccuparsi? È così piacevole stare nella zona della macchina, osservare gli ingranaggi, umani e non umani, girare senza alcuna frizione apparente e lasciarci trasportare nel flusso. Ma noi siamo curiose, ci piace guardare dentro le cose per vedere come funzionano, e mentre lo facciamo qualche briciola del panino che stiamo mangiando scivola tra gli ingranaggi, qualche granello di sale cade nella macchina… ed ecco che il flusso si interrompe! Che succede? Si è rotto? Ma no, tranquille, era già tutto rotto! Se scrutiamo con attenzione ci sono sempre degli interstizi dove è possibile intervenire, dove è possibile fare ricreazione: ricreare tecnologie per interazioni conviviali che non siano sottomesse alle logiche del dominio perché la tecnologia non è mai neutra e, se sembra che non funzioni nulla, non dipende (solo) da te. Ecco quindi la buona notizia: non è mai troppo tardi per modificare le nostre abitudini! Le tecnologie tossiche si possono abbandonare! Sviluppare relazioni con le macchine che non obbediscano alle regole dell’oppressione e del dominio è sempre possibile, ma bisogna rimboccarsi le maniche e farlo… insieme! E se qualche passaggio nelle storie di questo libro vi potrà sembrare un po’ superato… abbiate pazienza, sono comunque cronache antiche, racconti di un tempo passato, racconti precedenti al crollo di ieri.
April 14, 2026
Notizie da C.I.R.C.E.
Voto, sorteggio o dinamite?
La “sorte” della politica: da Atene e Marte a Roma. E ritorno. di Saverio Pipitone «Sono stato presidente di Atene per 24 ore, ma non di più» affermava nel V-IV secolo a.C. il cittadino che, a turno per un giorno, era sorteggiato a presiedere l’assemblea popolare e il consiglio del governo per la gestione degli affari pubblici. Nell’antica democrazia greca,
Philip K. Dick / 8000 fogli manoscritti
Le estrazioni dentarie sono una questione delicata. Già Lafayette Ron Hubbard aveva sperimentato – almeno così ci racconta – nel 1938, sotto anestesia, un’intensa allucinazione (credeva, probabilmente esagerando un po’, di essere morto e resuscitato) riportando una serie di pretese conoscenze superiori che gli avevano dettato il misterioso libro Excalibur, prima fonte di Dianetics, la dottrina da cui sarebbe derivato in seguito (per poter beneficiare delle agevolazioni fiscali concesse negli Usa alle associazioni religiose) il culto di Scientology. In circostanze abbastanza simili, anche Philip K. Dick, ebbe accesso alla sua personale rivelazione. Senza dubbi J.L. Borges aveva ragione quando scrisse che la teologia non è che un sottogenere della narrativa fantastica. Invertendo l’ordine dei fattori il risultato non cambia: i narratori fantastici tendono per natura a farsi teologi e fondatori di sette e religioni. Se le rivelazioni del mondo antico richiedevano però ambienti e situazioni non ordinarie: digiuni, eremitaggi, deserti, grotte, montagne, tempeste e roveti ardenti, nel desacralizzato mondo moderno uno studio dentistico può essere più che sufficiente a produrre analoghi effetti. Nel febbraio del 1974 Philip K. Dick si fa estrarre un dente del giudizio e gli viene somministrato del pentotal. Quando torna a casa riceve la visita di una giovane inserviente di farmacia che gli consegna un antidolorifico: la ragazza indossa una collana con un ciondolo d’oro a forma di pesce. Dick resta estasiato, non si sa se dalla ragazza o dal ciondolo. – Che cos’è? – le chiede. – Un simbolo che usavano i primi cristiani. – Risponde lei. È fatta. Mentre la ragazza se ne va, lo scrittore sprofonda nell’ “anamnesi” (come lui stesso l’ha definita usando un termine platonico): un senso di vasta e totale conoscenza che passerà il resto della vita – altri otto anni – a interpretare, scrivendo l’Esegesi, libro che in versione ridotta è stato appena ripubblicato da Mondadori: il testo completo, mai stampato nella sua interezza, è lungo quasi novemila pagine manoscritte o dattiloscritte. Il ciondolo col pesce è solo l’innesco di una serie di esperienze quanto meno insolite: in marzo Dick passa varie notti insonni in preda a incubi – durante i quali sveglia la compagna Tessa sibilando come un rettile e poi scoppia a piangere ripetendo preghiere in latino; poco tempo dopo sperimenta due episodi di psichedelia visuale, il secondo dei quali viene da lui descritto come “tutti i quadri di arte moderna esistenti al mondo, centinaia di migliaia di immagini – Klee, Kandinsky, Picasso, ecc. – messe insieme” – un buon sistema per evitare visite a musei… Non finisce qui, perché un misterioso raggio di luce rosa accecante spara informazioni nel suo cervello inducendolo a praticare il battesimo, secondo i riti dei primi cristiani, sul suo figlioletto Cristopher: successivamente quella stessa luce rosa informerà Dick che la vita di Cristopher è in pericolo per un’ernia inguinale, lo scrittore convince Tessa a far sottoporre il piccolo a una visita e il medico conferma l’inaspettata diagnosi e fa operare d’urgenza il bambino. Dick definirà quella misteriosa fonte d’informazione Valis: Vast Active Living Intelligent System. L’angelo messaggero di Valis, “un’entità plasmatica rossa e dorata” che lui chiama in vari modi: Ubik, Logos, Zebra, “the Plasmate”, lo viene spesso a visitare. Dick riceve poi messaggi anche attraverso la radio, che funziona – la moglie Tessa sembra dare conferme in proposito – indipendentemente dal fatto che la spina sia inserita nella presa di corrente o no (magari era a pile). Un giorno riceve sette lettere e ne identifica una – la cosiddetta “lettera Xerox” – che provocherebbe la sua morte se fosse letta da lui: così la fa leggere a Tessa pregandola di non fargliela vedere. Si tratta della recensione da parte di un giornale di estrema sinistra di un libro che parla della decadenza e caduta del capitalismo americano: tutte le parole come declino, decomposizione, decadimento, sono sottolineate in rosso o in blu. “Messaggi di morte” – sentenzia Dick che inoltra la lettera all’FBI e chiama ripetutamente la polizia federale dichiarando ogni volta la sua lealtà verso il paese: riceverà risposte imbarazzate e un foglio prestampato che lo ringrazia per l’interessamento e il materiale fornito. Deluso dall’efficienza dell’FBI, Dick si dedica a dare forma narrativa a queste sue esperienze – rivelazione divina o parto di una mente già preda della schizofrenia – nei romanzi scritti negli anni immediatamente successivi: Radio Free Albemuth, Valis, The Divine Invasion. Il profeta fantascientifico è però ben consapevole che il messaggio precede la rivelazione: tutte le sue principali opere passate contengono già la chiave dell’esperienza che chiamerà 2-3-74 (febbraio-marzo 1974): The Three Stigmata of Palmer Eldritch; Ubik; Flow My Tears, The Policeman Said; A Maze of Death; A Scanner Darkly. L’immenso, frenetico lavoro di scrittura che occuperà i suoi ultimi anni, questa Esegesi, che oggi leggiamo con stupore e frequente inquietudine, non è soltanto il tentativo dello scrittore di interpretare l’esperienza 2-3-74: è anche, e forse soprattutto, il tentativo di interpretare tutta la propria opera alla luce di quell’esperienza. Nel caos dei due milioni di parole di cui è composta l’Esegesi, varie migliaia sono dedicate a cercare di trovare una spiegazione razionale – medica, psichiatrica, neurologica, farmacologica – alle esperienze che Dick stava vivendo. Lo scrittore ipotizza un disturbo bipolare; danni neurologici causati dall’abuso di anfetamine; una sequenza di piccoli infarti (anticipo sull’infarto maggiore che lo stroncherà in un garage di Sonoma, California, nel 1982). Se fosse vissuto solo qualche anno di più, avrebbe scoperto, nel corso delle sue letture in ambito psichiatrico e neurologico, una patologia definita TLE (epilessia del lobo temporale) – una forma meno pericolosa e più difficile a diagnosticarsi del grand mal – spesso associata con l’ipergrafia e l’iperreligiosità e diagnosticata, dai neurologi che l’hanno identificata, in Dostoevski, Santa Teresa d’Avila, Swedenborg e Van Gogh. Sull’altro versante però Dick è consapevole di scrivere come in estasi, di aver trovato – dopo le turbolente esperienze psichedeliche dei tossici anni ’60 e ’70 – un modo di alterare la propria coscienza esclusivamente attraverso il linguaggio, riformulando le vecchie tradizioni esoteriche – alchimia, sciamanismo, mistica, ecc. – nel calderone metafisico della fantascienza ed elaborando – come già aveva fatto Aldous Huxley – una sua personale Filosofia Perenne: quello che qualcuno ha definito una “scalinata verso Eleusi”. Il Dick dell’Esegesi si dissolve nel linguaggio: in quel flusso che chiama Logos, il termine greco che definisce sia il “discorso” che la “ragione”. Il valore dell’Esegesi non sta nelle idee che vi vengono espresse ma piuttosto nello sguardo che questo accumulo caotico di materiali diversi e contraddittori permette di gettare su una creatività visionaria e frammentata, nella testimonianza della lotta eroica che l’autore conduce per tenere insieme i pezzi della propria personalità e della propria vita vicina alla fine: infestato dal fantasma di una sorella gemella vissuta un solo mese (“Oh JHWH – My sister. I meant to write Savior” – scrive nell’ultima pagina dell’Esegesi: nel romanzo Dr. Bloodmoney il personaggio della bambina in contatto telepatico con il gemello congiunto non sviluppato e rimasto delle dimensioni di un coniglio dentro di lei, è l’espressione più inquietante e compiuta di questa ossessione); tormentato da turbe psicotiche; passato attraverso a un diorama di droghe, a cinque matrimoni, vari tentativi di suicidio, gravi problemi finanziari, vere o fittizie persecuzioni da parte dell’FBI, offensivi rifiuti letterari, ossessioni erotiche per la cantante Linda Ronstadt, Dick resta fedele a sé stesso fino all’ultimo giorno: un cuore e una mente prossimi a spezzarsi ma che testardamente protendono al massimo limite i poteri dell’immaginazione e dell’invenzione interrogandosi senza posa sul mistero cosmico.     L'articolo Philip K. Dick / 8000 fogli manoscritti proviene da Pulp Magazine.
March 14, 2026
Pulp Magazine
Brian Evenson / Fantascienza, horror, e affini
C’è Brian Evenson il professore universitario che ha insegnato in diversi college degli Stati Uniti e ha pubblicato saggi su Robert Coover, Raymond Carver, e sul fumettista underground canadese Chester Brown; ha anche scritto la prefazione all’edizione americana del romanzo breve Camminare di Thomas Bernhard. C’è anche Brian Evenson il traduttore che ha reso in inglese romanzi di autori francesi contemporanei e non, nonché un romanzo grafico dell’artista David B., anche lui francese. E poi c’è Brian Evenson l’autore di romanzi e racconti tra horror, fantascienza, fantastico, che in Italia si sta facendo conoscere grazie a Nottetempo, prima con i due romanzi Gli ultimi giorni (2023) e Il padre della menzogna (2024), entrambi tradotti da Orso Tosco, e adesso con questa raccolta di racconti – senza dimenticare la sua prima e ormai lontana comparsa nelle librerie italiane, risalente al 2007, quando Isbn fece uscire La colpa, tradotto da Enrico Monti. Per descrivere la narrativa del professor Evenson, che attualmente si divide tra il California Institute of the Arts e l’American Academy a Berlino, ho dovuto elencare alcuni generi, e non è un caso se l’horror viene per primo. Per quanto alcuni racconti in questa raccolta siano decisamente fantascientifici, come “Il buco”, ambientato su un pianeta extrasolare, oppure “Il signore delle vasche” e “Macchia”, che si svolgono entrambi su un’astronave in viaggio nello spazio (col primo oltretutto basato sul videogame Dead Space), la nota orrorifica risuona sempre in tutte queste storie, e si ritrova anche ne Il padre della menzogna. Per quanto nel paratesto di questa edizione italiana si evitino accuratamente i riferimenti ai generi – specialmente la fantascienza che, come si sa, scatena una violenta allergia di cui soffre da decenni l’editoria italiana per bene – essi sono evidentemente i materiali di partenza per Evenson, che vengono poi riletti, reinterpretati, ricombinati, decostruiti in base a un principio che l’autore inserisce disinvoltamente in “Fuoriuscire”, uno dei pezzi più spiazzanti della raccolta: «In verità questa non è quel genere di storia, di quelle in cui le cose hanno una spiegazione. È una di quelle storie in cui le cose vengono raccontate per come sono e, dal momento che è chiaro che non esiste una spiegazione per cui le cose sono quello che sono, niente può cambiare e fare in modo che siano qualcos’altro». Descrizione questa che si applica perfettamente a tutti gli scritti in Canzone per il disfarsi del mondo. Nell’omonimo racconto, che non a caso ha prestato il suo titolo all’intera raccolta, potremmo essere dalle parti del giallo, varietà psicologica: assistiamo al disfacimento di una persona in origine normale, padre di famiglia con moglie e figlia, che è ormai un vagabondo in fuga dalla ex-consorte, avendo rapito sua figlia, forse avendola uccisa – non ci viene spiegato se lo ha fatto o no, né il motivo per cui i suoi ricordi sono frammentari, né le ragioni che hanno portato alla separazione. Come già s’è detto, non è quel genere di storia in cui gli avvenimenti vengono spiegati. Per questo mi è venuto da pensare, leggendo i racconti di Evenson, a quelli più fantastici di Julio Cortázar, che fatico a credere non abbia fatto parte delle letture dell’autore statunitense. Ma di echi letterari ne abbiamo anche altri. In “Fuoriuscire”, “Sorelle a Halloween” e “Pelli e camicie” ritorna l’immagine di pelli che avvolgono uomini o donne per poi assimilarli, involucri dotati di una loro volontà, per lo più predatoria – siamo nel campo dell’horror soprannaturale, e nelle pelli di Evenson ci vedo qualcosa di quelle che nascondono gli dèi decaduti in Malpertuis, il classico romanzo soprannaturale di Jean Ray. Non manca nemmeno l’omaggio a H.P. Lovecraft, evidente in “Il signore delle vasche”. Insomma, abbiamo un gioco letterario decisamente sofisticato, come ci si può attendere da uno scrittore che alterna la ricerca e l’insegnamento accademici, e la cosiddetta scrittura creativa (che vede anch’essa Evenson impegnato come docente, come hanno fatto tanti altri autori statunitensi). Ultima notazione, a carattere biografico: la famiglia dello scrittore apparteneva alla Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli ultimi giorni. Se non aveste capito, erano mormoni. Non a caso Il padre della menzogna è ambientato nell’immaginaria chiesa della Corporazione del Sangue dell’Agnello, che riproduce piuttosto bene l’atmosfera delle comunità di confessioni che somigliano decisamente troppo a sette religiose. Non a caso Evenson ebbe il primo incarico di insegnamento alla Brigham Young University, che si trova nello stato dell’Utah – la patria dei mormoni; e proprio i suoi correligionari attaccarono la sua opera prima, il romanzo Altmann’s Tongue (1994), al punto che l’anno dopo lo scrittore lasciò la Brigham Young per poi uscire dalla chiesa mormone. Questo mi spinge a farmi una domanda alla quale non so rispondere, ma che vale la pena di porsi: com’è che sono gli artisti con un forte retroterra religioso (come ad esempio H.P. Lovecraft, o da noi Pupi Avati) a raccontare le storie più spaventevoli? E sia lode a Luciano Funetta per l’impeccabile traduzione.     L'articolo Brian Evenson / Fantascienza, horror, e affini proviene da Pulp Magazine.
March 12, 2026
Pulp Magazine