L’Abruzzo brucia ma Marsilio accusa gli ambientalisti
Agosto per l’Abruzzo è stato un mese di fuoco, letteralmente. Gli incendi hanno
colpito duramente quella che è la Regione più verde d’Italia, con un terzo del
territorio tutelato: tre Parchi nazionali, uno regionale, diverse oasi e riserve
regionali. Ma oltre al fuoco è divampato anche il dibattito sulle
responsabilità, che ha messo a nudo una politica di prevenzione con molte falle
e le carenze strutturali della Protezione Civile abruzzese. In questo quadro
tutt’altro che edificante il presidente della Regione Marco Marsilio, detto
anche l’uomo della fiamma (la sua carriera politica è iniziata nel MSI), non ha
trovato di meglio che prendersela con gli ambientalisti.
Ecco le sue parole, rilasciate agli organi di informazione in risposta a cosa
avesse fatto per prevenire questa situazione disastrosa: “Sarebbe curioso capire
se con i bulldozer si buttasse giù qualche migliaia di alberi per creare strade
e sentieri, non troveremmo qualche angelo custode degli alberi che si mette con
i cartelli del no e si incatena al primo alberello che deve essere spallato”.
Dunque, per Marsilio il problema della prevenzione degli incendi si riduce a
“spallare gli alberelli”.
Al presidente hanno risposto in po’ tutti, dai partiti di opposizione in
Consiglio regionale agli ambientalisti e ai geologi. Ma non è mancato chi ha
usato l’arma dell’ironia: “Con tre mari a disposizione possibile che è così
difficile spegnere gli incendi in Abruzzo?”. Il riferimento è ad una famosa
affermazione fatta pubblicamente da Marsilio: “L’Abruzzo è l’unica Regione
italiana che si affaccia su tre mari: l’Adriatico, il Tirreno e lo Ionio. Non è
accettabile che non abbia una autorità portuale”.
Gli incendi hanno incenerito molte aree della Regione, dal teramano al chietino,
dal vastese all’aquilano. La situazione più critica è quella che ha interessato
la provincia dell’Aquila, con l’incendio di Lucoli-Roio e soprattutto quello di
Monte Morrone, la montagna sacra di papa Celestino V, nel Parco nazionale della
Maiella. La stessa montagna fu colpita nel 2017 da un altro grande incendio che
portò alla perdita di 1200 ettari di bosco. Ma quella esperienza, evidentemente,
non ha insegnato nulla.
Quest’anno l’incendio è divampato il 9 agosto ed è stato spento il 1° settembre.
Per tre volte il rogo è stato dichiarato spento e per tre volte è ripartito,
spinto dalle alte temperature e dal vento. Dunque, ci sono volute quasi quattro
settimane per averne ragione, nonostante l’abnegazione di squadre della
Protezione Civile regionale, dei Vigili del Fuoco, dei Carabinieri Forestali,
dell’Esercito e delle associazioni di volontariato che complessivamente hanno
visto all’opera con i loro mezzi una ottantina di persone.
Fondamentale è stato anche l’intervento dei mezzi aerei, tre Canadair, un
elicottero Erickson e un elicottero Airbus350, che però hanno operato a
singhiozzo, a causa sia di avarie tecniche che di indisponibilità perché
impegnati in altre aree. Non sono mancati momenti particolarmente pericolosi,
come quando l’incendio è arrivato vicino al paese di Roccacasale o quando una
squadra rimasta tra le fiamme è stata posta in salvo dall’intervento di un
elicottero. Per più giorni una cappa di fumo nero ha coperto la Valle Peligna,
soggetta in particolare al fenomeno dell’inversione termica. Alla fine, sono
rimasti sul terreno 700 ettari di bosco totalmente bruciati e uno strascico di
polemiche e contestazioni.
Tanto che anche la Procura della Repubblica di Sulmona ha deciso di aprire una
indagine su quanto accaduto. L’intento è quello di capire il perché ci sia
voluto un tempo così lungo per arrivare allo spegnimento dell’incendio. Quali
sono state le azioni e i sistemi di prevenzione messi in atto, il perché degli
errori di valutazione, dei ritardi e delle responsabilità della struttura di
Protezione Civile regionale.
Il 2026 sarà ricordato come uno degli anni peggiori per l’Abruzzo con quali
6.000 ettari andati in fumo, ma il bilancio è ancora provvisorio. L’anno più
critico è stato il 2017, con ben 8.576 ettari persi. Sono ferite gravissime
inferte al prezioso ecosistema di una Regione che dal 2012 al 2025 ha visto
sparire tra le fiamme 20.295 ettari, di cui11.597 di aree boscate. Eppure,
l’Abruzzo dovrebbe mettere al primo posto la prevenzione, data la sua altissima
vulnerabilità agli incendi: il 49 per cento dei Comuni – 149 su 305 – è infatti
classificato a rischio alto o medio-alto.
Il Forum H20 ha richiamato l’attenzione sulle drammatiche conseguenze del
riscaldamento globale, sempre più evidenti attraverso gli eventi meteo estremi,
tra cui ondate di calore, siccità e incendi, tutti fenomeni annunciati da tempo
dalla comunità scientifica internazionale. A fronte di tutto questo il governo
regionale non solo non ha messo in atto nessuna politica di contrasto al
cambiamento climatico ma sostiene la sconsiderata autorizzazione di nuovi
impianti di fonti fossili sul territorio abruzzese come il mega gasdotto Linea
Adriatica della Snam, la centrale di compressione di Sulmona al servizio del
metanodotto, il potenziamento dello stoccaggio gas a Cupello e l’estrazione di
gas a Bomba. Tutti investimenti – sottolinea il Forum – che finiranno per
aggravare irresponsabilmente la crisi climatica.
La Campagna Per il clima Fuori dal fossile, a proposito di “alberelli da
spallare”, ha ricordato a Marsilio le sue gravi responsabilità nell’approvazione
del metanodotto Linea Adriatica, di 425 km da Sulmona a Minerbio (BO), la cui
realizzazione comporterà lo sventramento delle aree più incontaminate dell’
Appennino con conseguente distruzione degli habitat e notevole perdita di
biodiversità. Il Gruppo Unitario Foreste Italiane ha calcolato che da parte
della Snam saranno abbattuti due milioni di alberi, sia per l’interramento del
tubo che per la realizzazione di nuove piste di accesso nelle aree boscate.
L’ordine dei geologi abruzzesi ha espresso la propria preoccupazione per
l’aumento del rischio idrogeologico nelle aree boschive incenerite. La pioggia
troverà terreni resi impermeabili dalla cenere e fragili per la mancanza di
radici, inoltre meno chiome a frenare l’impatto della pioggia con il suolo. Ci
sarà meno acqua che si infiltra nel terreno e molta che ruscella, aumentando
così la capacità erosiva e il trasporto di materiale verso valle. E’ già
successo sul Morrone con l’incendio del 2017 – ricordano i geologici -;
pertanto, chiusa l’emergenza incendi, è necessario intervenite sul dissesto
idrogeologico.
Le forze politiche di opposizione in Regione hanno accusato Marsilio di fare
solo propaganda, perché le criticità erano già scritte nello stesso Piano
Antincendio Boschivo 2026 – 2028: scarsità di fondi stanziati, prevenzione poco
efficace, mezzi e personale insufficienti, formazione carente, rete radio
incompleta, vasche antincendio fuori uso e da manutenere, pochi coordinatori
nelle operazioni di spegnimento a terra, un’organizzazione con i Vigili del
fuoco dichiarata non definitiva.
Per quanto riguarda la struttura regionale di Protezione Civile – fanno rilevare
dai gruppi di minoranza – mancano professionalità adeguate nei settori
strategici, figure di comando individuate (sono vacanti il dirigente del
servizio emergenza e quello dell’ufficio colonna mobile). Anche la sala
operativa, che è il cuore del sistema di coordinamento delle attività, non è
all’altezza del suo compito.
Alla riapertura dei lavori in Consiglio si prevede un dibattito molto acceso.
Marsilio sarà chiamato a rispondere con fatti, numeri e risorse. Se tutte queste
carenze erano già note perché il governo regionale non si è intervenuto per
tempo a porvi rimedio?
Sotto il profilo economico il costo per l’Abruzzo è pesante. Solo per l’impiego
dei mezzi aerei, nell’incendio del Morrone, si sono spesi 4,6 milioni di euro,
considerato che ogni lancio da un Canadair costa minimo 6 mila euro. Marsilio ha
ringraziato la Protezione Civile nazionale per il supporto dato: “Qui ci sono
sempre stati due o tre Canadair al giorno, tranne quando si sono rotti”. Il
punto è proprio questo, che i 18 Canadair disponibili a livello nazionale devono
coprire l’intero territorio italiano e non di rado sono fermi perché in avaria.
Dunque, siamo in un Paese che non ha una adeguata flotta aerea per spegnere gli
incendi, ma nello stesso tempo acquista 115 cacciabombardieri F-135
dell’americana Lockheed Martin al costo di 100 milioni di euro l’uno. Ma per
Marsilio, evidentemente, questo non è un problema.
Comunque, sulle responsabilità il presidente della Regione già si autoassolve.
Infatti, a fuoco spento, ha dichiarato alla stampa: “Io non credo che ci sia
stata nessuna sottovalutazione; dall’incendio del 2017 ad oggi avremo modo di
verificare come si è agito e di cosa si è lasciato in eredità dopo fatti del
genere”. Come si vede, Marsilio ha già pronta la sua linea difensiva. Se ci sono
responsabilità queste sono, oltre che degli ambientalisti, di chi lo ha
preceduto nel governo dell’Abruzzo. Ma questa eredità è toccata a lui gestirla
e, se dopo sette anni e mezzo del suo governo regionale siamo al punto di
partenza, qualche domanda dovrebbe porsela.
E per il futuro cosa succederà? Chissà se Marsilio ha letto il nuovo rapporto
del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), pubblicato il 2
settembre, il quale avverte che il mondo è vicino al superamento della soglia di
1,5° dell’Accordo di Parigi, dopo di che i sistemi naturali saranno soggetti a
cambiamenti irreversibili, ci saranno ondate di calore più intense, più incendi
e più alluvioni.
Se esiste ancora un margine di tempo questo va impiegato per una svolta profonda
nelle politiche per il clima, accelerando la riduzione delle emissioni di CO2,
eliminando il più rapidamente possibile i combustibili fossili, incentivando la
crescita delle rinnovabili e stanziando fondi adeguati per la prevenzione e il
ripristino degli ecosistemi. Ma c’è speranza che questo accada fino a quando
Marsilio e i suoi referenti al governo nazionale continueranno a credere che il
cambiamento climatico sia una “questione ideologica”?
Mario Pizzola
Redazione Abruzzo