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Immaginare comunità contro la restaurazione di Milei in Argentina
In Argentina, dal dicembre 2023, è al governo Javier Milei, capo di una coalizione utraliberista La Libertad Avanza, il suo obiettivo dichiarato è distruggere lo stato, portare il paese verso la “libertà finanziaria”, ed eliminare i privilegi della casta e dei parassiti. Il libro di Verónica Gago e Luci Cavallero, Rivendicare futuro. Il transfemminismo contro il capitale finanziario edito in Italia da Ombre Corte, tradotto dallo spganolo da Anna Curcio, analizza come l’uomo della motosega sia arrivato al potere, sia stato riconfermato alla elezioni parlamentari del 2025, e, nonostante le enormi mobilitazioni, stia riuscendo ad attuare il suo progetto di distruzione del paese anche grazie a una base di appoggio popolare.  La domanda sottostante alle pagine del libro è: come si è costruito questo appoggio popolare a Milei? E in che modo la crisi economica e valutaria del 2022/23, con un’inflazione su base annua del 300%, ha portato alla vittoria del governo anarcocapitalista, e quella del 2001, con le immagini dei blindati che portavano valuta fuori dai confini, ha portato alla più grande rivolta nel paese e alla costruzioni di rete di solidarietà e autogestione di lungo periodo? Per rispondere a questa domanda le due studiose e attiviste argentine utilizzano un metodo di analisi femminista e materialista.  > «Gran parte del sostegno che ha ricevuto alle urne può essere spiegato > attraverso il modo in cui funziona l’economia quotidiana, vero terreno di > fermentazione, preparazione e prova del nuovo regime» (p.47). E da qui discerne un’ analisi di come austerità, disciplina e sacrificio vengono accettate e riprodotte nella sfera domestica, un territorio ancora oggi sconosciuto alla disciplina economica, nonostante siano decenni che l’economia femminista pone al centro della riflessione politica ed economica la riproduzione sociale.  Prima passo laterale di questa analisi femminista è quello di guardare alla crisi economica non dal lato della finanza pubblica, ma a partire dalle trasformazioni sociali ed economiche nella sfera quotidiana, relazionale ed emotiva. Si continua, così, sul solco tracciato da Gago già nel suo primo libro Neoliberalismo dal basso, edito in italiano da Tamu Edizioni. Il secondo passo laterale è quello di analizzare la produzione di soggettività, e quindi di consenso all’anarco liberismo autoritario di Milei, che la finanziarizzazione della riproduzione sociale produce. E ultimo passo, analizzare la svolta autoritaria del mondo ponendo al centro l’Argentina e l’America Latina come territori decisivi per comprendere le dinamiche in cui siamo immerse, e non solo come specchio di ciò che accade negli Stati Uniti.  > E a partire da questi tre passi laterali che l’ipotesi delle autrici taglia il > campo d’analisi in maniera netta: «l’autoritarismo della libertà finanziaria è > la dinamica che, in nome della libertà, promuove la fascistizzazione della > vita collettiva» (p.58). In un territorio come l’America Latina dove «la convergenza tra neoliberalismo e autoritarismo è originaria» (p.61), organizzata nelle dittature tra gli anni ’60 e ’80, e basata sul genocidio delle popolazioni indigene fondativo degli stati nazione del sud e nord America. Oggi la riconversione da un neoliberalismo autoritario a un «fascismo di tipo coloniale» avviene tramite «la guerra alla riproduzione sociale» e la sua fascistizzazione.  In questo modo Cavallero e Gago superano il dibattito sulla svolta autoritaria globale, fermo alla domanda se quello a cui assistiamo sia fascismo o meno, e diviso tra chi individua la causa nelle guerre culturali – dando colpa al femminismo – e chi in una mutazione del neoliberismo. Le autrici chiariscono come sia il campo della riproduzione sociale ad essere lo spazio in cui si viluppa la fascistizzazione della società, un processo che ha un doppio movimento dal basso verso l’alto, con comportamenti microfascisti diffusi, costituendo un vera e propria mobilitazione sociale, e dall’alto verso il basso, con politiche che mirano a produrre popolizioni sacrificabili, le donne, le persone trans e non binarie, le persone migranti e razializzate.  Ed è per questo che il femminismo e il transfemminismo sono in prima linea nella battaglia contro le destre fasciste in tutto il mondo. Per buona pace di autori e autrici che qui in Italia continuano a leggere il femminismo contemporaneo come un prodotto dell’identy politics statunitense, invece che guardare alle battaglie del tranfemminismo popolare latino-americano, in cui fonda le radici l’analisi di questo libro.  > La libertà finaziaria, nucelo essenziale dell’agenda politico-economica di > Milei, va mano nella mano con il suo antifemminismo di Stato e la guerra ai > generi. Sono prima di tutto i giovani maschi a sentirsi mobilitati da un progetto che, da un lato, li chiama a responsabilizzarsi, a costruirsi come soggetti imprenditori e speculatori, a rischiare e proiettarsi come persone di successo, tramite app di trading e comunità digitali, invece che rispecchiarsi nella loro condizioni materiali di impoverimento, sfruttamento e condizione di vittima. E dall’altro, li fa riappropriare della violenza patriarcale, transfobica e razzista nella vita quotidiane. Esattamente quella violenza che il movimento transfemminista ha denunciato in questi ultimi dieci anni. > Assistiamo, quindi, a una restaurazione patriarcale finanziaria e coloniale: > una vera e propria controrivoluzione contro le battaglie transfemministe e le > reti di solidarietà e autogestione popolare.  Questo libro inizia con otto tesi sul debito, avanza con otto tesi sulla centralità del genere, e si conclude in otto tesi sulla comunità futura, una linea di analisi che dalla questione materiale del debito privato e pubblico su cui si basa il capitalismo finanziario, passa per produzione di popolazioni sacrificabili sulla base del genere e della razza, per chiudere su come immaginare politicamente nuovi futuri oltre la catastrofe. E nella tesi conclusiva ci esortano: «la sfida è quella di creare e sostenere un’organizzazione trasversale e costruire unità attraverso la vicinanza programmatica e affettiva tra le lotte».  Presentazioni in Italia con le autrici: 25 giugno ore 19:00 a Roma, Esc Atelier autogestito 26 giugno ore 19:00 a Bologna, festival Radici 28 giugno ore 18:30 a Milano, centro sociale Cantiere 29 giugno ore 19:15 a Padova, festival Sherwood Per tutte le informazioni sulle presentazioni leggi la pagina di Ombre Corte Immagine di copertina di Juan Valiero per concessione del giornale La Vaca, proteste a Buenos Aires nel febbraio del 2026 Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. 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June 25, 2026
DINAMOpress
Territori del comune: autogestione del lavoro ed economie popolari a Buenos Aires
Nel pieno della molteplice crisi planetaria del capitalismo, nuove esperienze di autorganizzazione e di autogestione stanno emergendo nelle complesse aree urbane e metropolitane in America Latina. Trasformando i territori e riconfigurando le pratiche del lavoro, del sindacalismo e della cooperazione sociale, queste eterogenee trame ridefiniscono lo scenario delle lotte sociali confrontandosi con le dinamiche di sfruttamento, estrazione, spossessamento e impoverimento, mostrando una significativa capacità di resistenza, di continuità nel tempo e di reinvenzione articolata e ambivalente di pratiche di conflitto e riproduzione sociale. Introducendo il dibattito sulle economie popolari in Italia, questo libro, a partire da una ricerca etnografica in Argentina, mette al centro i processi socio-spaziali e le strategie politico-economiche di due diverse esperienze di autogestione del lavoro situate nell’area metropolitana di Buenos Aires, la fabbrica recuperata “19 de Diciembre”, e la cooperativa tessile dell’economia popolare e migrante “Juana Villca”. Interrogandosi attorno alle potenzialità, alle tensioni, ai limiti e alle prospettive delle trame cooperative e comunitarie, indaga la relazione tra spazi e soggettività, conflitti e produzione del comune nelle esperienze di autogestione, riflettendo sulla sperimentazione di forme di istituzionalità popolare emergente. Pubblichiamo a seguire la prefazione al libro di Alioscia Castronovo a cura di Verónica Gago, nel libro pubblicato da Lettera Ventidue Edizioni (2025) nella collana IAUS, con prologo di Carlo Cellamare. Territori del comune, di Alioscia Castronovo, è un lavoro di ricerca impegnato a tradurre, ampliare e approfondire il dibattito sulle economie popolari in America Latina. La nozione di economie popolari si propone di aprire un altro spazio epistemico, economico e politico che eccede ed al tempo stesso problematizza l’usuale lessico dell’informalità. Per farlo, comincia definendo in modo affermativo ciò che le economie popolari sono concretamente, permettendoci così di situarci in un luogo altro per discutere anche di lavoro formale e informale, delle forme di sfruttamento e dei suoi orizzonti temporali in relazione alle lotte concrete. Ma si tratta di una definizione aperta e contesa. > Tradurre questo dibattito significa, in queste pagine, situarlo in un altro > contesto, dislocarlo da una lingua a un’altra e, soprattutto, farlo conoscere > al di là delle coordinate abituali. Tutto questo comporta un lavoro enorme per > rendere leggibile una esperienza complessa per lettori e lettrici che non > condividono molti dei riferimenti che il paesaggio delle economie popolari > comporta. Pertanto, la traduzione implica anche la costruzione di immagini > affinché questi dibattiti e queste narrazioni possano essere visualizzate, > rese intellegibili e, così, percepite come vicine. Nell’ambito di questo movimento, accade qualcosa di più: è in gioco la possibilità di riconoscere la valenza di questo termine ben oltre le metropoli latinoamericane. Che cosa permette di leggere e comprendere in una città come Roma, dove viene pubblicato il libro, il termine economie popolari nelle modalità in cui emerge dal dibattito in Argentina? Che cosa ha a che fare la produzione tessile migrante con l’economia globale? Cosa ci dice l’esperienza dell’occupazione e autogestione di una fabbrica rispetto agli attuali dibattiti sul lavoro? A tutto questo, aggiungiamo l’apertura e la traduzione di una serie di dibattiti che riguardano concetti ampi e voluminosi come quello di “popolare”, che in questo caso si lega a quello di economia e si coniuga al plurale. Come se questo fosse poco, c’è un secondo lavoro di connessione e traduzione che emerge in questo libro. Situare le domande di ricerca sulle economie popolari in relazioni ai dibattiti sullo spazio urbano e pensare quindi le specificità delle “economie popolari urbane”, producendo così un triplo concetto. Sono loro, e le loro trame, come le chiama l’autore, a modificare sia le città (ancora una volta, non solo quelle del terzo mondo), così come i circuiti e le connessioni che danno corpo a ciò che chiamiamo “il popolare”. > Le economie popolari urbane diventano una materialità geografica, composta da > transazioni e traiettorie, che affrontano le forme di spossessamento che il > neoliberismo produce quotidianamente. A partire da queste, si possono comporre > mappe, strade, e leggere i flussi che d’altro modo passerebbero inavvertiti. > Il popolare, questa parola così difficile da afferrare, e per questo stesso > motivo, così importante da situare, converge così con una serie di modi di > fare, di ottenere entrate economiche e resistere a fronte di condizioni sempre > più violente e ingiuste. Alioscia Castronovo fa dialogare concetti e realtà con tradizioni teoriche e bibliografiche diverse per produrre, anche dal punto di vista del vocabolario teorico, un territorio comune, sfidando i confinamenti geopolitici delle teorie. Nell’insistere nel rendere densa la mappa, interroga la dimensione spaziale delle economie popolari per legare e articolare la logica della “moltiplicazione del lavoro” (B. Neilson & S. Mezzadra) con la moltiplicazione dei territori. La scommessa di questo testo è mostrare le spazialità del lavoro che emergono a partire dalla prospettiva delle economie popolari urbane senza fare del territorio una semplice applicazione di teorie o una illustrazione di formule astratte. Emerge così una preoccupazione cartografica dei concetti: come se nell’esercizio di dare loro radicamento potesse emergere più chiaramente la loro capacità cognitiva. Cosa ci dice la parola precarietà al di fuori delle realtà europee del lavoro? È utile pensare in termini di informalità una volta che viene provincializzata la norma del lavoro salariato? Che tipo di dinamica politica struttura una cooperazione sociale la cui dimensione produttiva non risulta visibile? In che modo le dinamiche migratorie sud-sud intervengono negli immaginari del lavoro? Questo lavoro di ricerca affronta qui due esperienze singolari. Addentrarsi nella loro vita quotidiana sarebbe stato impossibile senza, prima, aver costruito un percorso di impegno politico e affettivo con loro, come ha fatto Alioscia. Gli anni di ricerca dottorale che vengono sintetizzate in queste pagine sono anche anni di riunioni, militanza e modalità di condivisione di momenti e congiunture difficili. Ma anche anni in cui queste specifiche congiunture hanno contribuito a riformulare le domande di ricerca, aggregando nuove problematiche ed esigendo una minuziosa attenzione alle modalità in cui le innovazioni sociali producono i loro propri ritmi (con momenti di retromarcia, modifiche e ridefinizioni del proprio progetto). > Per questo a partire da questi processi si apre un percorso di inchiesta > proprio del dibattito sulle economie popolari urbane, al cui interno questo > libro si iscrive: in che senso in queste trame vi è una produzione di valore? > Quali forme organizzative assumono? In che modo queste trame sono parte della > temporalità della crisi? Una volta all’interno delle esperienze con cui questo libro lavora, si creano altri movimenti, più intensi: mostrare come all’interno di quei luoghi, che possiamo definire in qualche modo i luoghi classici e riconosciuti del lavoro (una fabbrica e un’officina tessile), emerga una proliferazione spaziale e temporale. Ed è così che approfondendo la ricerca sull’occupazione della fabbrica recuperata ribattezzata “19 de Diciembre” da parte dei lavoratori, ci incontriamo con la storia della fabbrica metalmeccanica Isaco (fondata negli anni Settanta da famiglie italiane, fu la sesta fabbrica di ricambi automobilistici più importante del continente), “riorganizzata” dalle riforme neoliberiste negli anni Novanta e, infine, convertita in uno spazio recuperato e autogestito dopo la crisi del 2001. Coniugare la storia della fabbrica con la prospettiva delle economie popolari non è né semplice né lineare. Questo percorso consegna spessore alla domanda attorno alla forma di una economia popolare che ha un passato strettamente legato all’esperienza di fabbrica e che, nel suo farsi cooperativa ed estendere le sue relazioni al quartiere, gli dà la possibilità di ripensarsi e, soprattutto, di ri-esistere. Il contrappunto, al tempo stesso come analisi congiunta e parallela, con la cooperativa Juana Villca, composta da lavoratori e lavoratrici boliviani/e a Buenos Aires, aggiunge alla nozione di economia popolare urbana una deriva in cui il popolare si confronta con le dimensioni comunitarie ed economiche e si coniuga con le complessità delle migrazioni. La cooperativa è parte di catene produttive versatili e precarizzate ma, soprattutto, protagonista di dinamiche politiche spregiudicate e intelligenti. In queste trame si “tessono” vestiti e politica, si affronta il razzismo e si mettono in tensione gli idilli comunitari. Infine, questo testo annuncia linee di ricerca aperte, in costruzione, sulla capacità di creazione di istituzioni popolari, del comune, capaci di gestire risorse pubbliche per sostenersi ed espandersi. La domanda attorno all’istituzionalità delle economie popolari permette di comprendere le sue infrastrutture come esperienze non circostanziali né provvisorie. Non si tratta della certezza di una transizione verso altre forme economiche o modelli alternativi di trame urbane produttive, quanto piuttosto della capacità di sostenere forme di riproduzione collettiva che lottano in tempi sempre più difficili. In questo senso, questo libro è anche una scommessa aperta rispetto a quello che queste esperienze mostrano sia come apprendimento che come promessa. Alioscia Castronovo, redattore di DINAMOpress, è cresciuto tra la Svizzera e la Sicilia, ha studiato Antropologia Culturale alla Sapienza di Roma, dove ha vissuto e militato nei movimenti studenteschi e sociali. Nel 2019 ha conseguito il Dottorato di ricerca in Ingegneria dell’Architettura e dell’Urbanistica alla Sapienza e in Antropologia Sociale presso l’Istituto di Alti Studi Sociali IDAES-UNSAM in Argentina, con una ricerca etnografica sulle esperienze di autogestione del lavoro tra fabbriche recuperate e cooperative dell’economia popolare a Buenos Aires. Dopo alcuni anni tra Argentina e Colombia, dove ha insegnato all’Universidad Nacional di Bogotá, è attualmente assegnista di ricerca presso l’Università di Padova, impegnato in una ricerca etnografica sulle economie popolari urbane, i processi di autorganizzazione e le politiche pubbliche in Colombia. Fa parte del Gruppo di ricerca di CLACSO “Economías populares. Mapeo teórico y práctico” e dell’Urban Popular Economy Collective. Immagine di copertina di Gianluigi Gurgigno, fotografo e antropologo, collaboratore di dinamopress (l’immagine è contenuta nel libro e ritrae i festeggiamenti del primo maggio nella fabbrica recuperata 19 de Diciembre, Villa Ballester, area metropolitana di Buenos Aires, nel 2018). Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Territori del comune: autogestione del lavoro ed economie popolari a Buenos Aires proviene da DINAMOpress.
May 21, 2026
DINAMOpress
La fabbrica dell’azzardo
Come precarietà economica, interessi pubblici e privati, controllo sociale e criminalità trasformano il gioco in un dispositivo di estrazione e disciplinamento nell’Italia contemporanea L’Italia contemporanea presenta un quadro segnato da …
Organizzare la cultura: un dialogo con Gennaro Avallone – di Osvaldo Costantini
Chiarisco subito che questa non è una critica, né una risposta all’articolo di Gennaro Avallone, bensì una reazione ad essa e un tentativo di cogliere alcuni degli spunti che lancia e portarne altri nella speranza che altre persone possano aggiungersi a questo dialogo che qui propongo, e che, diciamo, costituisce la messa in pubblico [...]
March 30, 2026
Effimera
La costruzione dell’università critica come nemico interno – di Gennaro Avallone
L'università come spazio critico (nonostante tutto) Nel 2024 e nel periodo settembre-ottobre 2025 l’università è tornata a essere uno spazio centrale nella società e politica italiana, in particolare nel movimento in solidarietà con la resistenza palestinese. Nonostante il lungo processo di ristrutturazione neoliberista attivo a livello globale dagli anni '80, accelerato in Italia dai [...]
March 21, 2026
Effimera
Rinascimento Green: oscillazioni di oil&gas e autonomia energetica, urgente una visione europea
In questi giorni di più che mai è evidente come l’attuale asse politico Meloni-Trump stia legando l’Italia a una strategia energetica ed economica estremamente rischiosa. Sostituire la dipendenza dal gas russo con quella dal costoso GNL americano non è sovranità, ma una sudditanza strategica che continua a pesare sul caro bollette di famiglie e imprese. I recenti fatti in Iran, che hanno determinato l’innalzamento dei prezzi del gas del 60%, dimostrano ancora una volta la totale inaffidabilità dei fossili e di chi, oggi, ne detiene le nostre principali forniture. Riteniamo essenziale che l’Italia torni protagonista in Europa, promuovendo una vera indipendenza basata sulle rinnovabili. Questa è l’unica strada lungimirante per garantire sicurezza energetica, stabilità dei prezzi e tutela della salute pubblica, uscendo dalla morsa dei combustibili fossili. Talking Points La crisi energetica non riguarda solo il costo dell’energia: può trasformarsi rapidamente in una crisi alimentare. I fertilizzanti azotati, fondamentali per la produttività agricola, sono prodotti principalmente a partire dal gas naturale. Quando i prezzi dell’energia aumentano o la produzione si riduce, anche i fertilizzanti diventano più costosi o meno disponibili, con effetti diretti sulle rese agricole e sui prezzi del cibo. Garantire sistemi energetici stabili e sostenibili è quindi anche una condizione essenziale per la sicurezza alimentare Fratin sostiene che “Siamo il Paese con lo stoccaggio più alto d’Europa, abbiamo fonti di approvvigionamento diversificate, quindi possiamo dire che non c’è una situazione di gravità sui quantitativi di risorsa gas”: ma se la guerra in medio oriente dovesse protrarsi come farà l’Italia con le scorte? Quali saranno le conseguenze sui prezzi per le imprese e le famiglie? I recenti sviluppi nell’attacco all’Iran anche da parte degli Stati Uniti, hanno mostrato la totale inaffidabilità di Trump come partner strategico per il nostro Paese. Oltre l’instabilità geopolitica i prezzi di gas e petrolio sono balzati alle stelle, colpendo direttamente i consumatori con conseguenze che saranno molto evidenti nelle prossime settimane L’Italia ha semplicemente sostituito il gas russo con il GNL USA, invece di puntare sulle rinnovabili: così si continua a rallentare la transizione ecologica possibile. Nel 2025 l’UE ha speso più per importare fossili (396 miliardi di euro) che per investire in energia pulita, sottraendo risorse preziose alla riconversione ecologica. Gli Stati Uniti stanno puntando sempre più sui combustibili fossili, diventando un freno alla transizione globale. I trasporti e il riscaldamento a gas sono i settori più in ritardo, e in Italia pesano fortemente su emissioni e salute pubblica. Ritardare sulle rinnovabili e sull’elettrificazione del sistema costa caro: inquinamento, aumento spesa sanitaria, perdita di competitività industriale. Le rinnovabili riducono le spese in bolletta, creano lavoro locale e rafforzano la giustizia sociale, soprattutto nei territori più esposti alla crisi energetica. Fermare il GNL USA e accelerare su rinnovabili è una scelta climatica, sociale ed economica insieme. Fermare le importazioni e scegliere le rinnovabili significa anche esprimere dignità e autonomia politica, difendendo la vera sovranità nazionale. Rinascimento Green Redazione Italia
March 17, 2026
Pressenza
Cuba sotto assedio,si stringe la morsa dell’embargo yankee
«Siamo sotto assedio», dice il presidente cubano Miguel Díaz-Canel, respingendo la narrazione che vorrebbe lo Stato caraibico al centro di un collasso endogeno. Accusa gli Stai Uniti e le minacce del presidente Donald Trump, ultimo tassello di un domino destabilizzante iniziato oltre 60 anni fa con l’embargo decretato da Kennedy. Il popolo cubano sta vivendo una crisi economica senza precedenti ,forse peggiore del “periodo especial” susseguito al crollo dell’URSS ,la carenza di carburante ha innestato una serie di conseguenze che si riflettono sulla vita quotidiana dei cubani. Senza elettricità gli ospedali non possono tenere in vita i pazienti; il cibo e i farmaci marciscono nei frigoriferi spenti; le pompe dell’acqua si fermano, aprendo la strada a epidemie; i trasporti collassano; scuole, servizi, comunità intere vengono paralizzate. Questo non è un rischio futuro. È la realtà quotidiana . Al di là delle responsabilità del “bloqueo” criminale le riforme economiche di Diaz Canel non hanno fatto altro che immettere elementi di protocapitalismo senza intaccare le condizioni delle classi popolari e non hanno risolto i problemi strutturali di approvvigionamento energetico e sopratutto l’accesso a prezzi accessibili ai beni di prima necessità . Si sono create sacche di disuguaglianza e settori legati all’esercito hanno goduto di posizioni di rendita aumentando così lo scontento dei cubani che affrontano le conseguenze della crisi pur rimanendo fermi nella convinzione di difendere la dignità e la sovranità dell’isola . Ne parliamo con Andrea Cegna giornalista freelance collaboratore di varie testate ,esperto di America Latina
February 9, 2026
Radio Blackout - Info
Iran, proteste e sanzioni. Quando la crisi economica è una strategia politica
Da alcune settimane l’Iran è attraversato da proteste diffuse. Ancora una volta, il racconto dominante tende a presentarle come l’espressione spontanea di un generico “malcontento contro il regime”, riducendo tutto a una contrapposizione morale tra un popolo oppresso e un potere autoritario.  In questo racconto trovano ampio spazio le rivendicazioni […] L'articolo Iran, proteste e sanzioni. Quando la crisi economica è una strategia politica su Contropiano.
January 15, 2026
Contropiano
Quando la sopravvivenza non basta più: il ritorno della lotta per la vita in Iran
Da ieri sono iniziate proteste nel bazar di Teheran. Le e i manifestanti sono scese in strada in risposta al drastico aumento del costo della vita, all’impennata del dollaro e alla progressiva svalutazione della moneta nazionale. Le proteste, inizialmente circoscritte all’area del bazar, hanno oggi oltrepassato i confini corporativi e si sono estese allo spazio urbano, coinvolgendo numerose zone della capitale e attirando una partecipazione crescente della popolazione. Nel primo giorno di sciopero, il valore del dollaro ha registrato in poche ore un aumento di circa 7.000 toman [n.d.r.: la parola “toman” designa un multiplo decimale della valuta ufficiale dell’Iran, il riyal], raggiungendo quota 147.000 toman (circa 1,47 miliardi di rial, pari a un dollaro statunitense sul mercato informale). Questo balzo improvviso ha reso evidente una crisi che da anni si accumula all’interno di una struttura economica fondata sulla finanziarizzazione, sulla corruzione sistemica e sulla repressione di classe. Una crisi tutt’altro che imprevedibile, che solleva piuttosto una domanda centrale: perché fino a oggi le politiche di impoverimento, l’aumento dei prezzi e la crisi della riproduzione sociale non avevano incontrato una risposta collettiva più ampia? Il secondo giorno, con l’estensione degli scioperi e il loro intreccio con le manifestazioni di strada, il dollaro ha perso circa 10.000 toman rispetto al giorno precedente. Questa oscillazione rivela un dato strutturale: la classe capitalistica e le reti mafiose che governano l’economia iraniana non solo non temono il crollo della valuta nazionale, ma traggono profitto proprio dall’inflazione, dall’instabilità e dalla svalutazione. Da questa dinamica emergono nuovi cicli di accumulazione, estrazione e corruzione, mentre la repressione di classe si intensifica e le lotte sociali vengono sistematicamente neutralizzate. In un contesto di repressione politica e di governo poliziesco, ciò ha aperto la strada a una forma estrema di accumulazione parassitaria. Eppure, oggi le lotte tornano a emergere: i commercianti del bazar rifiutano collettivamente di lavorare e incoraggiano altri a chiudere le proprie attività. Parallelamente, giungono notizie di chiusure totali o parziali di numerosi esercizi commerciali, di una massiccia presenza delle forze di sicurezza e di tentativi di controllo e dispersione delle e dei manifestanti. Lo spazio urbano, in particolare le aree centrali ed economicamente rilevanti, appare fortemente militarizzato, rendendo evidente il nesso strutturale tra crisi economica e logica repressiva. > Da un lato, il governo e i circuiti finanziari a esso legati hanno compromesso > alla radice le possibilità di riproduzione della vita; dall’altro, attraverso > arresti, esecuzioni, violenza di Stato e repressione di strada, viene portata > avanti una forma estrema di neoliberismo autoritario. L’aumento costante dei prezzi del dollaro e dell’oro favorisce esclusivamente quella classe che detiene valuta, terre, capitale e mezzi di produzione, e che continua a rafforzare i propri circuiti di accumulazione ed estrazione. Al contrario, lavoratori e salariati sono costretti a ricevere il proprio reddito in una moneta profondamente instabile e svalutata. Le condizioni elementari della vita delle classi subalterne vengono così negate, mentre lo scambio della forza-lavoro viene ridotto, dallo Stato e dagli estrattori di rendita, alla sua forma più economica e violenta. Per queste ragioni, le proteste in corso non possono essere interpretate come una semplice reazione contingente all’aumento dei prezzi o alle fluttuazioni economiche. Esse esprimono una crisi strutturale dell’economia politica dominante, in cui povertà, inflazione e insicurezza materiale diventano strumenti di governo, incidendo direttamente sui corpi, sul tempo di vita e sull’esperienza quotidiana delle popolazioni. > Il collasso della riproduzione sociale non è soltanto un indicatore economico, > ma il segnale di una profonda erosione della possibilità stessa di vivere > all’interno dell’ordine esistente. Un ordine che, combinando spoliazione > economica e governo poliziesco, produce popolazioni eccedenti e trasforma lo > Stato da garante del welfare a dispositivo di controllo e regolazione al > servizio dell’accumulazione. In questo contesto, le rivendicazioni materiali si trasformano progressivamente in una forma di rifiuto sociale che interrompe la logica dell’obbedienza e apre nuove possibilità di azione collettiva. L’estensione delle proteste dal bazar allo spazio urbano ne è un chiaro segnale: il passaggio da richieste settoriali a un conflitto in cui la vita stessa diventa il terreno centrale della lotta. Sebbene il governo tenti di confinare le mobilitazioni entro un quadro corporativo – sfruttando il tradizionale conservatorismo del bazar – la continuità dello sciopero rappresenta un colpo significativo per la struttura del potere. Nonostante questi tentativi, molte proteste si sono riversate nelle principali arterie cittadine, saldando la contestazione contro il caro-dollaro a una critica più ampia contro la totalità del regime della Repubblica Islamica. In questo senso, le mobilitazioni attuali possono essere lette come un tentativo di riappropriazione del tempo, delle possibilità di vita, della ricchezza comune e della dignità dell’esistenza. Azioni frammentarie ma dense di significato, che anche in assenza di una struttura organizzativa unitaria, conservano la capacità di destabilizzare la logica dell’accumulazione, della repressione e della riproduzione dell’ordine dominante. Tuttavia, va riconosciuto che su queste proteste grava l’ombra di Israele e dell’opposizione neoliberale monarchica: a differenza della rivolta di Jina, oggi si sentono chiaramente slogan a sostegno di Reza Pahlavi. Questa presenza rende il quadro più complesso e si pone in netto contrasto con le aspirazioni popolari alla libertà e alla riappropriazione delle condizioni di vita. Per questo motivo, mantenere uno sguardo critico e costruire un discorso conflittuale e di classe rimane una necessità imprescindibile. La critica e la lotta contro il fascismo della Repubblica Islamica non possono, nemmeno per un istante, essere sospese. La copertina è a cura di Frida Rosari SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Quando la sopravvivenza non basta più: il ritorno della lotta per la vita in Iran proviene da DINAMOpress.
December 31, 2025
DINAMOpress