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DDL MIGRAZIONE: GESTIRE E REPRIMERE LE PERSONE RAZZIALIZZATE
In questa nuova puntata di Harraga, trasmissione in onda ogni venerdì su Radio Blackout alle ore 15, abbiamo tentato una disamina del nuovo disegno di legge migrazione, che ad oggi vediamo approvato dal governo italiano e che si trova in fase di discussione al senato. Un disegno di legge che viene varato nell’ottica di spianare la strada al patto europeo Migrazione e Asilo (per approfondirlo rimandiamo al podcast: “Sul patto UE Migrazione e Asilo 2026”) e di dotare la legislazione italiana di ulteriori strumenti disciplinanti, repressivi e detentivi nei confronti delle persone migranti. Dalle nuove diposizione relative alle persone presenti sul territorio italiano, alla normativizzazione di pratiche già ampiamente utilizzate all’interno dei CPR, passando per le nuove ipotesi di espulsione giudiziale e le disposizioni sull’interdizione dalle acque territoriali, sino ad arrivare all’adeguamento della normativa in relazione al Patto UE, il tentativo di analisi di questo DDL lo faremo oggi con Giorgia, avvocata che in più occasioni ci ha aiutato a capire il groviglio e la recrudescenza delle legislazioni anti-migranti. Ascolta qui il podcast:
DDL MIGRAZIONE: GESTIRE E REPRIMERE LE PERSONE RAZZIALIZZATE
In questa nuova puntata di Harraga, trasmissione in onda ogni venerdì su Radio Blackout alle ore 15, abbiamo tentato una disamina del nuovo disegno di legge migrazione, che ad oggi vediamo approvato dal governo italiano e che si trova in fase di discussione al senato. Un disegno di legge che viene varato nell’ottica di spianare la strada al patto europeo Migrazione e Asilo (per approfondirlo rimandiamo al podcast: “Sul patto UE Migrazione e Asilo 2026”) e di dotare la legislazione italiana di ulteriori strumenti disciplinanti, repressivi e detentivi nei confronti delle persone migranti. Dalle nuove diposizione relative alle persone presenti sul territorio italiano, alla normativizzazione di pratiche già ampiamente utilizzate all’interno dei CPR, passando per le nuove ipotesi di espulsione giudiziale e le disposizioni sull’interdizione dalle acque territoriali, sino ad arrivare all’adeguamento della normativa in relazione al Patto UE, il tentativo di analisi di questo DDL lo faremo oggi con Giorgia, avvocata che in più occasioni ci ha aiutato a capire il groviglio e la recrudescenza delle legislazioni anti-migranti. Ascolta qui il podcast:
DDL MIGRAZIONE: GESTIRE E REPRIMERE LE PERSONE RAZZIALIZZATE
In questa nuova puntata di Harraga, trasmissione in onda ogni venerdì su Radio Blackout alle ore 15, abbiamo tentato una disamina del nuovo disegno di legge migrazione, che ad oggi vediamo approvato dal governo italiano e che si trova in fase di discussione al senato. Un disegno di legge che viene varato nell’ottica di spianare la strada al patto europeo Migrazione e Asilo (per approfondirlo rimandiamo al podcast: “Sul patto UE Migrazione e Asilo 2026”) e di dotare la legislazione italiana di ulteriori strumenti disciplinanti, repressivi e detentivi nei confronti delle persone migranti. Dalle nuove diposizione relative alle persone presenti sul territorio italiano, alla normativizzazione di pratiche già ampiamente utilizzate all’interno dei CPR, passando per le nuove ipotesi di espulsione giudiziale e le disposizioni sull’interdizione dalle acque territoriali, sino ad arrivare all’adeguamento della normativa in relazione al Patto UE, il tentativo di analisi di questo DDL lo faremo oggi con Giorgia, avvocata che in più occasioni ci ha aiutato a capire il groviglio e la recrudescenza delle legislazioni anti-migranti. Ascolta qui il podcast:
May 27, 2026
Radio Blackout
Parte 3: Dall’internazionalismo alla solidarietà umanitaria@0
Questa puntata di Harraga, trasmissione in onda su radio blackout ogni venerdì alle 15, segue altri due episodi (che vi invitiamo ad ascoltare! Parte 1 – Parte 2) nei quali, insieme a Mjriam Abu Samra, abbiamo analizzato il paradigma vittima-terrorista, partendo da come viene applicato alle e ai Palestinesi, e poi anche alle persone razzializzate e immigrate che vivono e lottano nei nostri territori. Una retorica paralizzante, funzionale da un lato a depoliticizzare la causa palestinese -e si potrebbe dire lo stesso di altre lotte per la liberazione dal colonialismo- e trasformarla in una causa meramente umanitaria. Dall’altro lato, a criminalizzare chi non si conforma alla figura di vittima perfetta, e a legittimare la repressione contro chi lotta e chi incarna il nemico interno. Questa volta invece abbiamo iniziato a ragionare su come questo paradigma influisca sulla solidarietà alle lotte anticoloniali, su come venga intesa e praticata: ne abbiamo parlato con due compagnx che hanno curato la stesura dell’opuscolo “Dall’internazionalismo alla solidarietà umanitaria. O di come la solidarietà si è trasformata in un investimento economico neoliberista e in uno strumento di ricatto, in Palestina e non solo” . Siamo partitx da cosa si intende per internazionalismo, dalle sue origini storiche profondamente politiche legate alla solidarietà proletaria e antimperialista, e dal percorso che ha portato, tra gli anni ’70 e ’80, all’emergenza delle ONG e della cooperazione per lo sviluppo, e alla progressiva trasformazione dell’internazionalismo in umanitarismo. Questo progressivo scivolamento verso un umanitarismo neoliberista è avvenuto su spinta statale, con il preciso obiettivo di infiltrare le lotte di liberazione, pacificarle, renderle controllabili. La rete delle ONG, affiancate dalle agenzie di cooperazione governative, rimpinguata di personale proveniente dalle strutture religiose e dall’associazionismo di sinistra confinante con il mondo militante, hanno finito per sostituire le organizzazioni di classe e riempire il vuoto lasciato dalle istituzioni. Un aiuto calato dall’alto, sempre voluto dal potere imperialista, che inasprisce le diseguaglianze sociali, crea micropoteri e fratture tra benefattori, beneficiari e intermediari, separando la “popolazione civile” da quella combattente. Per operare, la solidarietà umanitaria non si pone al di fuori nè contro il sistema di oppressione che ne deve validare e approvare l’operato; costituisce, de facto, la sostenibilità del colonialismo. Ma l’umanitarismo è anche un business che ha trasformato la solidarietà in una professione, oltre che in un enorme giro d’affari fatto di fondi, bandi e progetti. Questo ci ha portatx a ragionare sulla professionalizzazione dell’azione politica e la trasformazione dellx militanti in attivisti, con le ricadute che questo ha sui movimenti di solidarietà che attraversiamo.
Parte 3: Dall’internazionalismo alla solidarietà umanitaria@2
Questa puntata di Harraga, trasmissione in onda su radio blackout ogni venerdì alle 15, segue altri due episodi (che vi invitiamo ad ascoltare! Parte 1 – Parte 2) nei quali, insieme a Mjriam Abu Samra, abbiamo analizzato il paradigma vittima-terrorista, partendo da come viene applicato alle e ai Palestinesi, e poi anche alle persone razzializzate e immigrate che vivono e lottano nei nostri territori. Una retorica paralizzante, funzionale da un lato a depoliticizzare la causa palestinese -e si potrebbe dire lo stesso di altre lotte per la liberazione dal colonialismo- e trasformarla in una causa meramente umanitaria. Dall’altro lato, a criminalizzare chi non si conforma alla figura di vittima perfetta, e a legittimare la repressione contro chi lotta e chi incarna il nemico interno. Questa volta invece abbiamo iniziato a ragionare su come questo paradigma influisca sulla solidarietà alle lotte anticoloniali, su come venga intesa e praticata: ne abbiamo parlato con due compagnx che hanno curato la stesura dell’opuscolo “Dall’internazionalismo alla solidarietà umanitaria. O di come la solidarietà si è trasformata in un investimento economico neoliberista e in uno strumento di ricatto, in Palestina e non solo” . Siamo partitx da cosa si intende per internazionalismo, dalle sue origini storiche profondamente politiche legate alla solidarietà proletaria e antimperialista, e dal percorso che ha portato, tra gli anni ’70 e ’80, all’emergenza delle ONG e della cooperazione per lo sviluppo, e alla progressiva trasformazione dell’internazionalismo in umanitarismo. Questo progressivo scivolamento verso un umanitarismo neoliberista è avvenuto su spinta statale, con il preciso obiettivo di infiltrare le lotte di liberazione, pacificarle, renderle controllabili. La rete delle ONG, affiancate dalle agenzie di cooperazione governative, rimpinguata di personale proveniente dalle strutture religiose e dall’associazionismo di sinistra confinante con il mondo militante, hanno finito per sostituire le organizzazioni di classe e riempire il vuoto lasciato dalle istituzioni. Un aiuto calato dall’alto, sempre voluto dal potere imperialista, che inasprisce le diseguaglianze sociali, crea micropoteri e fratture tra benefattori, beneficiari e intermediari, separando la “popolazione civile” da quella combattente. Per operare, la solidarietà umanitaria non si pone al di fuori nè contro il sistema di oppressione che ne deve validare e approvare l’operato; costituisce, de facto, la sostenibilità del colonialismo. Ma l’umanitarismo è anche un business che ha trasformato la solidarietà in una professione, oltre che in un enorme giro d’affari fatto di fondi, bandi e progetti. Questo ci ha portatx a ragionare sulla professionalizzazione dell’azione politica e la trasformazione dellx militanti in attivisti, con le ricadute che questo ha sui movimenti di solidarietà che attraversiamo.
Parte 3: Dall’internazionalismo alla solidarietà umanitaria@1
Questa puntata di Harraga, trasmissione in onda su radio blackout ogni venerdì alle 15, segue altri due episodi (che vi invitiamo ad ascoltare! Parte 1 – Parte 2) nei quali, insieme a Mjriam Abu Samra, abbiamo analizzato il paradigma vittima-terrorista, partendo da come viene applicato alle e ai Palestinesi, e poi anche alle persone razzializzate e immigrate che vivono e lottano nei nostri territori. Una retorica paralizzante, funzionale da un lato a depoliticizzare la causa palestinese -e si potrebbe dire lo stesso di altre lotte per la liberazione dal colonialismo- e trasformarla in una causa meramente umanitaria. Dall’altro lato, a criminalizzare chi non si conforma alla figura di vittima perfetta, e a legittimare la repressione contro chi lotta e chi incarna il nemico interno. Questa volta invece abbiamo iniziato a ragionare su come questo paradigma influisca sulla solidarietà alle lotte anticoloniali, su come venga intesa e praticata: ne abbiamo parlato con due compagnx che hanno curato la stesura dell’opuscolo “Dall’internazionalismo alla solidarietà umanitaria. O di come la solidarietà si è trasformata in un investimento economico neoliberista e in uno strumento di ricatto, in Palestina e non solo” . Siamo partitx da cosa si intende per internazionalismo, dalle sue origini storiche profondamente politiche legate alla solidarietà proletaria e antimperialista, e dal percorso che ha portato, tra gli anni ’70 e ’80, all’emergenza delle ONG e della cooperazione per lo sviluppo, e alla progressiva trasformazione dell’internazionalismo in umanitarismo. Questo progressivo scivolamento verso un umanitarismo neoliberista è avvenuto su spinta statale, con il preciso obiettivo di infiltrare le lotte di liberazione, pacificarle, renderle controllabili. La rete delle ONG, affiancate dalle agenzie di cooperazione governative, rimpinguata di personale proveniente dalle strutture religiose e dall’associazionismo di sinistra confinante con il mondo militante, hanno finito per sostituire le organizzazioni di classe e riempire il vuoto lasciato dalle istituzioni. Un aiuto calato dall’alto, sempre voluto dal potere imperialista, che inasprisce le diseguaglianze sociali, crea micropoteri e fratture tra benefattori, beneficiari e intermediari, separando la “popolazione civile” da quella combattente. Per operare, la solidarietà umanitaria non si pone al di fuori nè contro il sistema di oppressione che ne deve validare e approvare l’operato; costituisce, de facto, la sostenibilità del colonialismo. Ma l’umanitarismo è anche un business che ha trasformato la solidarietà in una professione, oltre che in un enorme giro d’affari fatto di fondi, bandi e progetti. Questo ci ha portatx a ragionare sulla professionalizzazione dell’azione politica e la trasformazione dellx militanti in attivisti, con le ricadute che questo ha sui movimenti di solidarietà che attraversiamo.
Parte 3: Dall’internazionalismo alla solidarietà umanitaria@0
Questa puntata di Harraga, trasmissione in onda su radio blackout ogni venerdì alle 15, segue altri due episodi (che vi invitiamo ad ascoltare! Parte 1 – Parte 2) nei quali, insieme a Mjriam Abu Samra, abbiamo analizzato il paradigma vittima-terrorista, partendo da come viene applicato alle e ai Palestinesi, e poi anche alle persone razzializzate e immigrate che vivono e lottano nei nostri territori. Una retorica paralizzante, funzionale da un lato a depoliticizzare la causa palestinese -e si potrebbe dire lo stesso di altre lotte per la liberazione dal colonialismo- e trasformarla in una causa meramente umanitaria. Dall’altro lato, a criminalizzare chi non si conforma alla figura di vittima perfetta, e a legittimare la repressione contro chi lotta e chi incarna il nemico interno. Questa volta invece abbiamo iniziato a ragionare su come questo paradigma influisca sulla solidarietà alle lotte anticoloniali, su come venga intesa e praticata: ne abbiamo parlato con due compagnx che hanno curato la stesura dell’opuscolo “Dall’internazionalismo alla solidarietà umanitaria. O di come la solidarietà si è trasformata in un investimento economico neoliberista e in uno strumento di ricatto, in Palestina e non solo” . Siamo partitx da cosa si intende per internazionalismo, dalle sue origini storiche profondamente politiche legate alla solidarietà proletaria e antimperialista, e dal percorso che ha portato, tra gli anni ’70 e ’80, all’emergenza delle ONG e della cooperazione per lo sviluppo, e alla progressiva trasformazione dell’internazionalismo in umanitarismo. Questo progressivo scivolamento verso un umanitarismo neoliberista è avvenuto su spinta statale, con il preciso obiettivo di infiltrare le lotte di liberazione, pacificarle, renderle controllabili. La rete delle ONG, affiancate dalle agenzie di cooperazione governative, rimpinguata di personale proveniente dalle strutture religiose e dall’associazionismo di sinistra confinante con il mondo militante, hanno finito per sostituire le organizzazioni di classe e riempire il vuoto lasciato dalle istituzioni. Un aiuto calato dall’alto, sempre voluto dal potere imperialista, che inasprisce le diseguaglianze sociali, crea micropoteri e fratture tra benefattori, beneficiari e intermediari, separando la “popolazione civile” da quella combattente. Per operare, la solidarietà umanitaria non si pone al di fuori nè contro il sistema di oppressione che ne deve validare e approvare l’operato; costituisce, de facto, la sostenibilità del colonialismo. Ma l’umanitarismo è anche un business che ha trasformato la solidarietà in una professione, oltre che in un enorme giro d’affari fatto di fondi, bandi e progetti. Questo ci ha portatx a ragionare sulla professionalizzazione dell’azione politica e la trasformazione dellx militanti in attivisti, con le ricadute che questo ha sui movimenti di solidarietà che attraversiamo.
Parte 3: Dall’internazionalismo alla solidarietà umanitaria@1
Questa puntata di Harraga, trasmissione in onda su radio blackout ogni venerdì alle 15, segue altri due episodi (che vi invitiamo ad ascoltare! Parte 1 – Parte 2) nei quali, insieme a Mjriam Abu Samra, abbiamo analizzato il paradigma vittima-terrorista, partendo da come viene applicato alle e ai Palestinesi, e poi anche alle persone razzializzate e immigrate che vivono e lottano nei nostri territori. Una retorica paralizzante, funzionale da un lato a depoliticizzare la causa palestinese -e si potrebbe dire lo stesso di altre lotte per la liberazione dal colonialismo- e trasformarla in una causa meramente umanitaria. Dall’altro lato, a criminalizzare chi non si conforma alla figura di vittima perfetta, e a legittimare la repressione contro chi lotta e chi incarna il nemico interno. Questa volta invece abbiamo iniziato a ragionare su come questo paradigma influisca sulla solidarietà alle lotte anticoloniali, su come venga intesa e praticata: ne abbiamo parlato con due compagnx che hanno curato la stesura dell’opuscolo “Dall’internazionalismo alla solidarietà umanitaria. O di come la solidarietà si è trasformata in un investimento economico neoliberista e in uno strumento di ricatto, in Palestina e non solo” . Siamo partitx da cosa si intende per internazionalismo, dalle sue origini storiche profondamente politiche legate alla solidarietà proletaria e antimperialista, e dal percorso che ha portato, tra gli anni ’70 e ’80, all’emergenza delle ONG e della cooperazione per lo sviluppo, e alla progressiva trasformazione dell’internazionalismo in umanitarismo. Questo progressivo scivolamento verso un umanitarismo neoliberista è avvenuto su spinta statale, con il preciso obiettivo di infiltrare le lotte di liberazione, pacificarle, renderle controllabili. La rete delle ONG, affiancate dalle agenzie di cooperazione governative, rimpinguata di personale proveniente dalle strutture religiose e dall’associazionismo di sinistra confinante con il mondo militante, hanno finito per sostituire le organizzazioni di classe e riempire il vuoto lasciato dalle istituzioni. Un aiuto calato dall’alto, sempre voluto dal potere imperialista, che inasprisce le diseguaglianze sociali, crea micropoteri e fratture tra benefattori, beneficiari e intermediari, separando la “popolazione civile” da quella combattente. Per operare, la solidarietà umanitaria non si pone al di fuori nè contro il sistema di oppressione che ne deve validare e approvare l’operato; costituisce, de facto, la sostenibilità del colonialismo. Ma l’umanitarismo è anche un business che ha trasformato la solidarietà in una professione, oltre che in un enorme giro d’affari fatto di fondi, bandi e progetti. Questo ci ha portatx a ragionare sulla professionalizzazione dell’azione politica e la trasformazione dellx militanti in attivisti, con le ricadute che questo ha sui movimenti di solidarietà che attraversiamo.