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No Kings, “No a Stato di polizia. Lavoriamo a democrazia radicale”
Oltre 400 partecipanti, 10 tavoli tematici (democrazia e conflitto; reddito e Lavoro; sanità pubblica; diritto alla casa e alla città; autoritarismo e pratiche di resistenza; municipalismo e connessioni tra territori; informazione indipendente e tecnologia; lotta ai colonialismi; Europa meticcia contro razzismo e remigrazione; guerra e riarmo) e centinaia di organizzazioni sociali e politiche arrivate da tutta Italia: è il bilancio della partecipatissima assemblea nazionale del Movimento No Kings “Genova futuro anteriore”, svoltasi in questi giorni a Genova, a Palazzo Ducale, in occasione dei 25 anni dal G8, che nel 2001 portò all’omicidio di Carlo Giuliani a Piazza Alimonda. “Proprio a poche ore dall’uccisione di Abderrahim Fakir da parte della polizia a Bologna, oggi saremo sia a Piazza Alimonda, per ricordare Carlo Giuliani, che a Roma, alle ore 19 in via del Viminale, per chiedere giustizia e verità per Fakir, e per scongiurare l’avanzamento dello Stato di polizia”, annunciano gli organizzatori. “Partendo da Stop Rearm Europe e dalla Rete contro il Dl Sicurezza, il movimento No Kings si è evoluto a Bologna e poi a Roma, camminando, domandando. A Genova, grazie alle tante risonanze ma anche alle rotture con il passato, proprio nella stessa sede che nel 2001 ospitò i potenti del G8, è partita una nuova sfida: passare dalla convergenza ad un laboratorio permanente per una nuova democrazia radicale, oltre la fine della democrazia liberale – spiega il coordinamento nazionale – Spetta a noi mantenere questo spazio aperto, costruire connessione tra diversità, coniugando lotta e progetto, per il movimento e l’alternativa sistemica, per muoverci insieme nei territori, in Italia e in Europa, per sintonizzarci con tutto il mondo che cerca alternative all’autoritarismo e all’economia di guerra”. “Un’ampia convergenza in cui sono intervenuti anche attivisti delle reti internazionali: dalla Rivoluzione dei fenicotteri in Albania, in lotta contro la speculazione immobiliarista di un’area naturalistica, ai Minnesota 15, attivisti antifascisti perseguitati dall’amministrazione Trump per essersi opposti alle esecuzioni dell’ICE. E ancora: dalle donne della diaspora iraniana alla Global Sumud Flotilla e chi cerca di sabotare il genocidio in Palestina, il colonialismo israeliano ed ogni forma di aggressione coloniale”. Al via anche il calendario delle mobilitazioni del prossimo autunno, tra cui la nuova assemblea nazionale No Kings, che si terrà il 4 ottobre ottobre a Napoli; lo sciopero europeo degli studenti e la tre giorni “Stato sociale, no stato di guerra”, che si svolgerà dal 21 al 23 novembre in Italia e in Europa, in occasione della discussione della legge di bilancio. “Dobbiamo essere in tante continuare a ibridarci nella discussione e, soprattutto nei prossimi mesi di intensa attività politica e sociale, praticando un rafforzamento reciproco nelle piazze, nello sciopero, nella rete, e nell’azione diretta ed efficace per annullare remigrazione e combattere gli ‘anti-antifa’, cioè “i fa”, concludono. SCHEDA DI APPROFONDIMENTO IL CALENDARIO DELLE MOBILITAZIONI L’AUTUNNO CHE CAMBIERÀ L’ITALIA E L’EUROPA (in aggiornamento) Un autunno da costruire insieme, attraversando scioperi e mobilitazioni territoriali, nazionali ed europee, intrecciando il nostro percorso con quello di chi, in altri Paesi, sta ponendo le stesse domande e sperimentando forme simili di alleanza. L’obiettivo è far convergere energie, pratiche e scadenze, a partire da appuntamenti centrali come la mobilitazione nazionale di Non Una di Meno nonché lo sciopero europeo degli studenti e la mobilitazione europea “Stato Sociale, No Stato di Guerra” previsti per il 20, 21 e 22 Novembre. – Settembre: Carovana nazionale per il diritto all’abitare, contro la rendita immobiliare – 1-3 ottobre, Roma: Mobilitazione per il diritto all’acqua e l’accesso alle risorse idriche – 4/10, Napoli, Assemblea Nazionale No Kings – Ottobre: Castelvolturno, Mobilitazione Nazionale contro la costruzione del CPR presso ‘La Piana’ e la detenzione amministrativa. Per la libertà di movimento e i diritti di tutte e tutti – 16/10: Sciopero Nazionale per la Giustizia Climatica e sociale – 14-15/11, Bologna: Europe Beyond The West, Meeting Europeo di attivist* No Kings – 14/11: Climate Pride, durante le mobilitazioni internazionali per il clima – COP31 – 5-6/12, Padova: Stati Generali contro l’autoritarismo e per la giustizia sociale – 21-22-23/11, “Stato sociale, no stato di guerra”, in Italia e in Europa Fonte: Comunicato Stampa No Kings Redazione Italia
July 20, 2026
Pressenza
2001-2026 Genova Social Forum ReLoad: riparte da Genova il Movimento NoKings!
Andando verso il venticinquennale del G8 di Genova, e ormai mancano solo pochi giorni, auguriamo il più grande successo a questa Assemblea NoKings che significativamente è stata prevista a Palazzo Ducale, nel cuore di quella “zona rossa” che in quei giorni ospitò l’incontro degli otto “grandi” mentre nel resto della città, al di là di quelle grate d’acciaio alte tre metri, succedeva il finimondo. E già da domani, 14 luglio, Palazzo Ducale sarà la sede di vari incontri tematici. “25 anni dopo il G8 di Genova siamo dentro una transizione verso nuove forme di potere e governo del mondo” recita il testo della convocazione che già da settimane è stato diramato da NoKingsItaly, che rappresenta la convergenza di “Stop Rearm Europe” (con centinaia di adesioni, tra cui anche il Centro Studi Sereno Regis) insieme alla Rete No DDL Sicurezza “A Pieno Regime” (oltre 200 realtà). > “I Kings non sono solo i governanti autoritari, da Trump a Putin, da Netanyahu > a Milei, da Modi agli Ayatollah. (…) I re sono i padroni delle città e del > territorio, i signori della rendita, della guerra, delle frontiere, delle > piattaforme, dei nuovi domini tecnologici e digitali. > > I re sono coloro che anche qui, in Europa, ci trascinano in guerra, ci > riportano all’inevitabilità delle fonti fossili e del capitalismo estrattivo, > pensano alle nazioni come portatrici di sacri valori e all’Europa come una > fortezza da difendere e non come un progetto comune da alimentare con scambi e > connessioni. > > I re sono i governi e i vertici Ue che smantellano welfare e investono > sull’economia bellica, fiancheggiano il genocidio, producono un orizzonte di > guerra. Di fronte a loro, però, qualcosa si muove. Crescono dissenso, > coalizioni larghe, reti capaci di connettere lotte diverse e territori > diversi. No Kings non è solo una battaglia di resistenza. È uno spazio per > costruire mobilitazioni concrete, allargare le alleanze, uscire dalla > catastrofe come unico orizzonte: pensare nuove forme di connessione tra locale > e globale, tra città e territori ribelli, movimenti, comunità e pratiche di > democrazia radicale.” Dopo una prima convocazione a Roma nel novembre scorso, e poi a gennaio con quella partecipata assemblea di Bologna che, evocando i movimenti anti-Trump, adottò appunto il nome No Kings; dopo la grande mobilitazione di Roma il 28 marzo scorso, che vide in piazza 300.000 persone, unite dalla battaglia per il No al referendum costituzionale, il Movimento NoKings riparte precisamente da qui: dal 25ale di quel “movimento dei movimenti” che con oltre mille diverse organizzazioni da ogni parte del mondo, identificò nel Genoa Social Forum un punto di aggregazione. E saranno parecchi coloro che i fatti di Genova 2001 li hanno vissuti sulla propria pelle e vorranno esserci di nuovo, ma senz’altro molti di più saranno i protagonisti di quel “movimento dei movimenti” che in effetti non si è mai davvero perso, e anzi con andamento carsico (secondo la definizione dello scrittore Stefano Velenti nell’intervista di qualche giorno fa) ha continuato a lavorare sotto traccia. E particolarmente in questi ultimi due o tre anni è tornato a riempire le piazze: con gli studenti che si sono attivati contro la guerra o per la Flotilla, con i comuni cittadini che hanno dato vita ai presidi per la Palestina, con i giovani dei movimenti per la casa o in difesa dei migranti, per rivendicare condizioni di lavoro un minimo più eque, o per ribadire l’inaccettabilità dei vari decreti sicurezza. Tutte testimonianze di una tensione, di una sempre più impellente richiesta di alternative concrete, che però si muovono in ordine sparso. E che invece, di fronte a forme di dominio globale che sempre più chiaramente virano verso la destra, verso la guerra come unica prospettiva di rilancio industriale, verso il riarmo come unico orizzonte di sicurezza, avrebbero bisogno di coordinarsi al meglio per costruire solide coalizioni. E precisamente questo proverà ad essere l’Assemblea NoKings del 18 luglio a Palazzo Ducale: “Un’occasione di confronto, per allargare lo sguardo, trovare nuove lenti per leggere il mondo che cambia; un’occasione per andare oltre, per costruire insieme gli strumenti, le alleanze e le nuove rotte possibili; un vascello per attraversare questo mare sempre più in tempesta, realizzare mondi nuovi qui e ora.” La giornata comincerà la mattina di sabato 18 luglio, dalle 10 in poi per le registrazioni (chi non si fosse ancora registrato può farlo qui) e proseguirà dalle 11 alle 13 con l’assemblea plenaria per una valutazione del percorso No Kings fino ad ora e in prospettiva, un confronto sugli scenari internazionali ed europei, sull’autoritarismo, sulla guerra, sul riarmo, sulle lotte sociali e territoriali, sulla necessità di costruire nuove rotte oltre i confini nazionali. Proseguirà poi nel pomeriggio (tra le 14.30 e le 16,30) con i gruppi di lavoro divisi in oltre 10 focus tematici per far emergere proposte, campagne, mobilitazioni e connessioni tra lotte locali, nazionali, europee e globali. Il tutto si concluderà (tra le 16.30 e le 18.30) con la restituzione dei gruppi e le indicazioni per il futuro. Tra le proposte già sul tappeto: una manifestazione in tutte le capitali europee, il prossimo 21 novembre, per rilanciare la dimensione internazionale, anzi globale, di quelle istanze che già erano urgenti 25 anni fa e lo sono più che mai ora, con una popolazione che nel frattempo ha raggiunto gli otto miliardi. Quanto agli incontri tematici che avranno luogo già da domani nella stessa sede di Palazzo Ducale eccoli di seguito elencati: 14 luglio, ore 16.30, nella Sala del Maggior Consiglio, il convegno “Genova 2001-2026. Venticinque anni dopo il G8 di Genova: dalle promesse della globalizzazione alle crisi del presente”, promosso da Cgil Genova, Spiker, Spi Cgil Genova, in collaborazione con Fondazione Palazzo Ducale, Università degli Studi di Genova, Comune di Genova e Limes. Partecipano Igor Magni, Ivan Bosco, Carlo Stiaccini, Alessandro Mantovani, Raffaella Bolini, Lucio Caracciolo, Daniela Preziosi, Maurizio Landini e saranno presenti anche Haidi ed Elena Giuliani (info qui); tra il 16 e il 17 luglio, Sala del Minor Consiglio, il ciclo di forum tematici dedicati ai temi delle guerre contemporanee, del riarmo, della finanza bellica, della tutela del dissenso, della sorveglianza urbana, delle smart city e della cittadinanza digitale. Promuovono le Org Fair insieme a The Weapon Watch e Coordinamento Hub di protezione con interventi di: Deborah Lucchetti, Gianni Alioti, Alessandra Algostino, Donatella della Porta, Carlo A. Bachschmidt, Nicola Vallinoto, gli Avv. Paola Bevere, Gilberto Pagani e Dario Rossi, Laura Renzi (per Amnesty International) e altri (orari e dettagli circa i partecipanti qui e qui). Articolo pubblicato anche su https://serenoregis.org/2026/07/13/2001-2026-genova-social-forum-reload-riparte-da-genova-il-movimento-nokings/ Daniela Bezzi
July 13, 2026
Pressenza
Nato, Stop Rearm Europe – Italia: “Sempre più armi, sempre più guerra”
“Trump e la Nato ad Ankara corrono verso un folle riarmo e verso la guerra totale. La UE obbedisce e ci mette del suo. Solo Sanchez resiste e viene minacciato. In una riunione che sembrava un raduno di stampo medievale, con l’imperatore, i vassalli e i ciambellani, si decide di fare sempre più armi, naturalmente al posto del welfare e di correre sempre più veloci verso il baratro”. Così in un post su Fb la campagna Stop Rearm Europe – Italia, nata oltre un anno fa contro il Piano di riarmo europeo e l’economia di guerra e che riunisce ad oggi oltre 500 realtà sociali e politiche. “Chi si oppone, come Sanchez, viene minacciato senza ritegno. Si va a grandi falcate verso il 5% del PIL, oltre il già assurdo piano ReArm Europe, con acquisto diretto o indiretto dagli USA che dominano su armi, tecnologia e energia. Tra chi obbedisce covano silenzi e bugie. Parlare di difesa europea, con questa Nato, con la Turchia, con obiettivi incostituzionali su guerra e riarmo è un affronto. Magari l’Italia pensa di far crescere ancora le proprie di vendite di armi. Peccato che i dati OCSE dicono che vendere armi non serve ai salari che restano i peggiori in Europa, al livello del 1990 e perdono lo 0,9 quest’anno. Ma i dominanti si tengono insieme. Contro i dominati. La guerra e le armi sono tornati affar loro, non dei popoli e della democrazia. In tanti ad Ankara hanno manifestato e sono stati repressi. A loro va la nostra solidarietà. Sabato prossimo, 18 luglio, saremo a Genova, per i 25 anni dal G8, per dire con forza ancora una volta no al riarmo, no alla guerra, No Kings”, conclude il comunicato di Stop Rearm Europe – Italia. STOP ReArm Europe
July 9, 2026
Pressenza
5 maggio, Stop Rearm Europe: assemblea on line
Verso le manifestazioni del 2 giugno in tutta Italia e il 14 giugno a Bruxelles   STOP REARM EUROPE – ITALIA ASSEMBLEA NAZIONALE APERTA ONLINE 5 MAGGIO ORE 17:30 Verso il 2 giugno in tutta Italia e il 14 giugno a Bruxelles Viviamo con il fiato sospeso, in uno stato di guerra permanente che ogni giorno rischia di arrivare al
NAPOLI: “REMIGRATEVI VOI”. CARICHE DI POLIZIA CONTRO GLI ANTIFASCISTI
Alla vigilia del 25 aprile i fascisti e razzisti del sedicente comitato per la “Remigrazione e riconquista” provocano con la presentazione, oggi, della loro proposta di legge xenofoba nella città partenopea. La Napoli antifascista e antirazzista è scesa in piazza dietro lo striscione “Remigratevi voi! Napoli è antifa, Jatevenne!”. La Polizia ha caricato gli antifascisti in corteo che si dirigevano verso il Millennium Golden Hotel di Capodichino, blindato dal dispositivo poliziesco. All’interno della struttura si sta svolgendo l’iniziativa dei neonazisti della remigrazione, cui partecipa anche l’ex ministro della Cultura del governo Meloni Gennaro Sangiuliano. La corrispondenza di Davide Dioguardi, No Kings Napoli. Ascolta o scarica 
April 24, 2026
Radio Onda d`Urto
Disarmiamo i re. I No Kings arrivano in Ciociaria
Ad Anagni, in provincia di Frosinone, c'è un posto dove i proiettili inesplosi vanno a morire. E' l'ex Winchester, stabilimento della Knds, il colosso degli armamenti che ora vuole trasformare la fabbrica in un sito bellico in cui produrre nitrogelatina, una molecola altamente esplosiva. In piena zona contaminata, a due passi dall'autostrada del Sole e da un quartiere residenziale, i signori della guerra pensano di poter costruire un loro arsenale senza fare i conti con chi lì ci vive e lavora, con le realtà sociali e con i @nokings Italy. Perchè quella forza collettiva che ha travolto Roma la scorsa settimana non si è di certo esaurita! Si rinnova nei territori e nelle lotte per il diritto alla casa, alla salute e per un lavoro degno! Quella forza ora arriva ad Anagni per togliere la riconversione dal vocabolario dell'industria bellica! Per questo vogliamo disarmare i re, vogliamo sabotare i loro piani e i loro tentativi di appropriarsi di soldi pubblici che potrebbero servire per la transizione energetica e per riconversione ecologica, per la sanità e per le politiche attive del lavoro. Lo faremo davanti i cancelli dell'Ex Winchester, occupando il piazzale con musica, voci e idee per uscire da questi tempi di guerra. Presidio davanti l'Ex Winchester domenica 19 aprile ore 15 con Disarmiamoli Valle del Sacco e assemblea No War Ne parliamo con un compagno della Valle del Sacco
April 15, 2026
Radio Onda Rossa
Manifesto per la gentilezza radicale
Il 1° aprile è stato pubblicato un manifesto in cui si afferma che, di fronte all’odio, “la gentilezza radicale è l’atto più pericoloso che possiamo compiere.” Ecco il link per firmarlo: Manifesto per la gentilezza radicale https://resist.es/peticiones/manifiesto-por-la-bondad-radical/ Noi di Resist.es e Spanish Revolution sosteniamo che la gentilezza non sia un’opzione estetica, né una qualità individuale. È una posizione politica consapevole di fronte a un sistema che ha bisogno della paura, della frammentazione e della violenza simbolica per sostenersi. La domanda non è più se l’odio esista. La domanda è chi lo produce, chi lo amplifica e chi ne trae beneficio. Perché l’odio non è spontaneo. È un’infrastruttura. Viene fabbricato nei laboratori mediatici, distribuito tramite algoritmi progettati per massimizzare la reazione emotiva e trasformato in redditività politica ed economica. Ogni bufala, ogni discorso disumanizzante, ogni narrativa basata sullo scontro svolge una funzione: spostare l’attenzione, dividere la società e proteggere le strutture che concentrano il potere. L’odio è un modello di business. E come ogni modello di business, ha bisogno di consumatori e consumatrici. Ha bisogno di clic, ha bisogno di indignazione indirizzata, ha bisogno che qualcuno creda a quella storia e la riproduca. Ha bisogno che tu, che chiunque, partecipi inconsapevolmente alla sua catena di valore. Ecco perché questo manifesto non fa appello alla morale individuale come rifugio, ma alla responsabilità collettiva come rottura. Tu, come persona, non sei irrilevante all’interno di questo sistema. Sei un nodo. Un punto di trasmissione. Uno spazio in cui si decide se l’odio circola o si ferma. Ogni volta che condividi senza verificare, alimenti una struttura. Ogni volta che reagisci sulla base di una rabbia indotta, sostieni una logica. Ogni volta che accetti una semplificazione interessata, legittimi una narrativa. Ma accade anche il contrario. Ogni volta che ti fermi, interrompi il flusso. Ogni volta che ti contrapponi, introduci un attrito. Ogni volta che scegli di non odiare, rompi una catena di redditività. In questo contesto la gentilezza radicale è una pratica di sabotaggio. Non è ingenuità. È consapevolezza di come operano i meccanismi di produzione dell’odio. È comprendere che la polarizzazione non è un incidente, ma uno strumento di governance. È ammettere che la paura è una risorsa politica e che c’è chi la gestisce come un bene. Rifiutare l’odio non significa ritirarsi dal conflitto. Significa riconfigurarlo. È rifiutarsi di accettare schemi che riducono la complessità a trincee. È disobbedire alle narrazioni che trasformano le altre persone in minacce. È smantellare discorsi che hanno bisogno di disumanizzare per funzionare. Non si tratta di essere neutrali. Si tratta di essere precisi. Denunciare l’ingiustizia senza amplificare l’odio. Denunciare l’abuso senza riprodurre la logica del nemico. Indicare le responsabilità senza cadere nella disumanizzazione. Perché il sistema ha bisogno che confondiamo la critica con l’odio e la giustizia con la vendetta. La gentilezza radicale stabilisce qualcos’altro: un’irriducibile etica della dignità. Anche quando è scomoda. Anche quando non genera applausi immediati. Anche quando non è redditizia. Da un punto di vista tecnico, ciò implica un’alfabetizzazione mediatica attiva. Capire come funzionano gli algoritmi di raccomandazione, come si costruiscono le bolle informative, come operano le campagne di disinformazione. Implica riconoscere schemi ricorrenti: l’estrema semplificazione, il costante ricorso alla paura, la creazione di nemici vaghi. Implica anche costruire alternative. Reti di informazione verificate. Spazi di conversazione non catturati dalla logica dello scontro. Comunità che privilegiano la cura rispetto alla reazione.  La gentilezza radicale non è passiva. È strutturale. Si organizza. Si protegge. Si difende. Non basta non odiare. Bisogna impedire che l’odio diventi la norma. Non basta non condividere bufale. Bisogna smantellare le condizioni che le rendono efficaci. Non basta non cadere nella polarizzazione. Bisogna segnalare chi la crea. Questo manifesto è un invito ad assumere quel ruolo. A capire che ogni gesto quotidiano ha una dimensione politica. A riconoscere che anche l’indifferenza è una forma di partecipazione. A scegliere consapevolmente quali dinamiche riprodurre e quali interrompere. Perché in un ecosistema progettato per trasformare l’odio in profitto, decidere di non odiare è una forma di insubordinazione. E in un mondo che ha bisogno che noi abbiamo paura per funzionare, la gentilezza radicale è l’atto più pericoloso che possiamo sostenere. Nota La fede nella “gentilezza radicale” fa parte del bellissimo messaggio di Rebecca, la vedova di Renee Good, uccisa dall’ICE, che Jane Fonda ha letto durante la manifestazione No Kings tenutasi a Minneapolis il 28 marzo. Dal minuto 3:06:35 del video. https://www.nokings.org/livestreams Redacción España
April 10, 2026
Pressenza
La piazza incorporata
No Kings tra rivoluzione passiva, filantropia strategica e realismo capitalista Nella tradizione del pensiero politico c’è una formula che spiega bene quei fenomeni nei quali il mutamento apparente serve da involucro alla conservazione e dove l’energia del conflitto viene canalizzata e restituita al sistema sotto forma di legittimazione rafforzata. La […] L'articolo La piazza incorporata su Contropiano.
April 6, 2026
Contropiano
Un referendum pieno di NO e una piazza piena di Sì
Lenin disse una volta che “ci sono decenni in cui non accade nulla. E poi delle settimane in cui accadono decenni”. Potremmo descrivere così questo arrivo della primavera che ha visto la straordinaria vittoria del NO al referendum sulla giustizia e la grande manifestazione nazionale No Kings che ha portato a Roma trecentomila persone. Naturalmente, ciò che è accaduto non è avvenuto senza una sedimentazione nella società di un autunno che ha visto piazze oceaniche contro guerra, genocidio, riarmo e autoritarismo, animate da una generazione di giovani, scesa in campo per restarci. Come ha dimostrato partecipando in massa al referendum e dando sostanza al movimento No Kings. Il governo Meloni ha accusato il colpo e ora naviga dentro una tempesta dalla quale, tra teste che cadono, “riforme” che evaporano, elezioni anticipate annunciate e smentite, non sa se e come uscirne. Perché deve fronteggiare un NO al referendum che ha fermato la torsione autoritaria delle istituzioni, una delle cifre fondanti del programma di governo meloniano, e una straordinaria manifestazione del movimento No Kings che ha costruito un luogo di riconoscimento collettivo per tutte le lotte, le pratiche e le esperienze che quotidianamente e nei territori suggeriscono un’alternativa di società. Il fatto nuovo è stata la convergenza di tutte queste realtà, che nel “camminare sulla testa dei re” e nell’opporsi a tutte le loro guerre, ha riempito di SI le strade di Roma, affermando i principi della giustizia sociale e climatica, della fine della precarietà, della dignità del lavoro, della difesa dei beni comuni e dei servizi pubblici, del diritto alla pace e al futuro, della lotta al patriarcato, di una democrazia partecipativa, diffusa e dal basso. Ha detto che un nuovo mondo è in marcia, che è in grado di bloccare tutto per interrompere il baratro della guerra in cui vorrebbero rinchiuderci, e che è tempo di scrutare l’orizzonte, se lo facciamo tutte e tutti insieme. Un movimento è in campo con la forza e la ricchezza che accompagnano ogni stato nascente e con la fragilità che ogni esistenza comporta. Di fronte a sé ha diverse direzioni da intraprendere e altrettante trappole da evitare. Una prima direzione riguarda la reticolarità territoriale: il nostro non è un paese di grandi città con nient’altro attorno, bensì un complesso di comunità locali dentro le quali, contro i re che vogliono mettere a valore territorio e patrimonio pubblico, servizi e relazioni, occorre rivendicare la partecipazione diretta alle decisioni collettive, fino a sperimentare forme di autogoverno territoriale sociale ed ecologico. Una seconda direzione riguarda l’Europa, perché ciò che accade nel nostro paese è qualcosa che va molto oltre lo stesso, e deriva da un’Unione Europea che ha deciso di sostituire il welfare con il warfare, di militarizzare l’economia e la società e di voler arruolare tutte le coscienze. Senza un vero movimento europeo, l’inversione di rotta rischia di rivelarsi impossibile. Una terza direzione riguarda il processo stesso di convergenza, che non può mai darsi un perimetro definito ma continuare a tendere all’inclusione massima possibile, perché se ci si pensa maggioritari dentro la società occorre che tutto questo si tramuti in processi concreti e non abbia l’evanescenza di una sorta di sondaggio d’opinione. Se queste sono le possibili direzioni verso le quali camminare, occorre rilevare le possibili trappole lungo il percorso. La prima trappola è quella dell’identitarismo e della compulsione organizzativista. Un movimento non è mai solo diretto o solo spontaneo; spesso, soprattutto quando riesce, è il frutto della capacità di reti e realtà sociali di intuire i movimenti carsici che attraversano la società, mettendo a disposizione luoghi di incontro e di riconoscimento reciproco. Ma un movimento prolifera se mette insieme, e permette loro di sentirsi comode, tutte le culture che variamente lo promuovono e che grazie ad esso si trasformano. Nessuna reductio ad unum può far bene, perché se tutte e tutti siamo aria nessuno può immaginare di essere polmone. La seconda trappola è quella della artificiosa rappresentanza, ovvero la pratica ormai consolidata dentro i partiti istituzionali di fingersi sintesi di ciò che dentro la società si muove. E se qualche leader istituzionale ha subito pensato di aver incamerato i No al referendum e i colori della piazza No Kings, occorrerà spiegare bene come non si abbattono i Re per sostituirli con altri, ma è proprio di un’altra democrazia che si sta parlando. La terza trappola riguarda la gerarchia delle lotte, diretta conseguenza dell’agenda che ogni movimento prima o poi tende a darsi. Se la semplice formula No Kings ha saputo accomunare tutti i No soggettivamente espressi in un percorso comune, ciò è dovuto al fatto che oggi il capitalismo è pervasivo e non lascia alcuno spazio al di fuori di sé; questo significa sia che ogni lotta dice un pezzo di verità su questo modello, sia che ciascuna è necessaria tanto per cambiare i rapporti di forza dentro la società quanto per costruire quel caleidoscopio di contenuti necessario all’alternativa di società. Non siamo in campo contro l’attuale dominio per costruirne un analogo in futuro. Nelle urne del referendum e nei colori delle strade di Roma abbiamo sperimentato la vertigine della bellezza, perché l’orizzonte allarga lo sguardo ma mette anche i brividi sulle nostre capacità di sostenerlo. Ad un autunno che ha sbalordito tutte e tutti noi è seguita una primavera apertasi con allegria e determinazione. Non ci resta che continuare a camminare, senza smettere di domandare. Attac Italia
April 3, 2026
Pressenza
Una battaglia dopo l’altra
La prima settimana di primavera segna l’apertura di uno spazio di possibilità per le mobilitazioni contro la guerra e contro l’estrema destra al governo in questo paese. L’analisi del risultato, netto, del referendum, raggiunto grazie a un’enorme e inaspettata partecipazione al voto, indica che un’inversione dell’ascesa e del consolidamento del consenso delle destre parte dalle fasce giovanili, sempre più marginalizzate economicamente e politicamente e con prospettive di futuri arruolamenti nelle guerre a stelle e strisce. Hanno contribuito all’affermazione del no anche le regioni ulteriormente impoverite del meridione e le grandi città, terreno di conquista da parte di fondi immobiliari e dell’industria del turismo che alimentano gentrificazione ed espulsione. In particolare, l’odio del Governo Meloni verso i giovani si è concretizzato sin dalle prime iniziative legislative di questo governo con il cosiddetto “decreto Rave”, criminalizzando forme di aggregazioni sociali al di fuori del divertimento mediato dal consumo. Ha poi preso forma con il “decreto Caivano” che ha determinato il raddoppio della detenzione minorile, non di rado caratterizzata da torture da parte degli agenti di Polizia Penitenziaria, come accaduto al Beccaria di Milano e a Casal del Marmo a Roma. Fino al varo dell’ultimo decreto in materia di sicurezza, dove, in continuità con il decreto Caivano, viene ampliato il novero dei reati per cui si può applicare l’ammonimento del questore nei confronti di minorenni dai 12 ai 14 anni e dove vengono inasprite le leggi riguardanti il porto di armi bianche. Tutte misure varate in ragione di una generale criminalizzazione giovanile e della retorica anti-“maranza”, oggetto di una specifica campagna stampa da parte dei media vicini all’esecutivo. Anche la repressione dei movimenti ecologisti, a cui è stata dedicata anche la parte del primo decreto sicurezza (che riguarda la trasformazione del blocco stradale e ferroviario da illecito amministrativo a reato penale, con pene fino a due anni) è sintomatica dello sguardo del governo nei confronti delle e dei giovani. Anche alcuni provvedimenti a carattere non normativo, come quello adottato dal ministro Valditara riguardo all’educazione sessuo-affettiva, rivelano la chiusura totale alle istanze di un cambiamento radicale portato avanti dalle studenti di questo paese. Questo attacco alle nuove generazioni si inserisce inoltre in uno storico panorama di umiliazione, mancanza di prospettive, precarietà e sotto inquadramento lavorativo, in un paese in cui l’innovazione è pressoché pari a zero e gli unici sussidi sono i finanziamenti e i bonus alle imprese che questo Governo ha continuato a portare avanti, eliminando la misura del reddito di cittadinanza introdotto durante il governo Conte I. > Non deve sorprendere, quindi, la presenza di una profonda avversione dei e > delle più giovani nei confronti delle politiche governative, che si è poi > concretizzata con una percentuale per il No che ha sfiorato il 60%: in poche > parole, una vendetta chirurgica servita quando più poteva far male. Percentuali bulgare contro la riforma costituzionale della Giustizia che si sono registrate anche al Sud, in cui pesa, in maniera maggiore rispetto al resto del paese, la scelta politica del Governo di investire 12 miliardi in più in armi nel 2025 (da 33 nel 2024 a 45 nel 2025, un aumento dal 1,52% del PIL a 2,01, come certificato dal rapporto NATO) a scapito della spesa pubblica in materia di welfare e servizi, con sanità, scuola e università allo stremo, che spesso determinano anche migrazioni forzate verso il Nord o verso l’estero. Le infrastrutture al Sud subiscono inoltre anche il drenaggio di gran parte delle risorse a favore della costruzione del Ponte sullo Stretto che, nonostante le diverse sentenze della Corte dei Conti, il Governo sembra voler portare avanti con una spesa per i fondi pubblici che, solamente in fase progettuale, si aggira sui 13,5 miliardi di Euro. Soldi che evidentemente risulterebbero più utili se spesi, ad esempio, per la messa in sicurezza dei territori, per contrastare il dissesto idrogeologico rappresentato, plasticamente e drammaticamente, dalla frana di Niscemi. C’è, tuttavia, un altro elemento fondamentale alla base dello schiaffo ricevuto dal Governo Meloni a seguito del voto referendario: la guerra, o meglio, il dispiegarsi dell’Israele globale, che non si ferma al genocidio del popolo palestinese (ancora pienamente in corso), ma che mira alla completa destabilizzazione del Medio Oriente, con ulteriori migliaia di vittime, con contraccolpi che investiranno la regione per decenni, come il post-Iraq 2003, e con ripercussioni materiali, a cominciare dall’inflazione e dalla crisi economica determinate dall’aumento dei prezzi dei carburanti, già tangibili e destinate unicamente ad aggravarsi. La guerra non è più solamente sugli schermi, a migliaia di chilometri di distanza: ci è piombata in casa e le conseguenze si protrarranno per mesi, almeno. Non è detto, infatti che, se la consultazione referendaria si fosse tenuta a febbraio, avremmo osservato lo stesso risultato. L’immobilismo di Meloni, la “diplomazia” da bar di Tajani e la vicenda di Crosetto, bloccato a Dubai mentre faceva il piazzista di armi, hanno fatto il resto. Un’inconsistenza in politica estera disarmante e preoccupante, perché mostra limpidamente qual è l’impatto dell’abbraccio fatale di Trump, ovvero la sudditanza totale e il ruolo disarticolante dell’Italia in ambito europeo (in buona compagnia, soprattutto del cancelliere Merz, in visita a Washington pochi giorni dopo l’inizio del bombardamenti israelo-statunitensi sull’Iran). È in questa prospettiva di rifiuto della guerra, di opposizione all’economia e alla riconversione bellica e contro l’autoritarismo che è possibile tracciare una linea di continuità fra il referendum del 22-23 marzo e l’oceanica manifestazione “NO KINGS” di sabato scorso che, non solo simbolicamente (come segnalato dal blocco della tangenziale Est), si pone sull’onda lunga delle manifestazioni autunnali. > Una marea scesa in piazza contro un orizzonte e un futuro di guerra e armi, > contro la distruzione del multilateralismo e l’imposizione di un imperialismo > privato, governato dalle plusvalenze di Trump e dei suoi scagnozzi e dalla > visione messianica genocida di Netanyahu e Israele. Oltre centomila persone per sostenere l’autodeterminazione dei popoli e dei corpi, spesso utilizzati come retorica per giustificare morti innocenti come la vergognosa conferenza stampa in cui il premier israeliano citava “Donna, vita, Libertà” a sostegno della sua operazione bellica unilaterale. Una parte consistente del corteo scandiva anche cori contro la militarizzazione delle scuole e dell’Università, la complicità delle stesse con il genocidio a Gaza e contro lo stato di Polizia che la destra vorrebbe imporre con l’ultimo decreto sicurezza, di cui ieri abbiamo avuto il primo assaggio con il fermo preventivo di chi voleva commemorare Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, l3 due attivist3 anarchic3 mort3 al Parco degli Acquedotti. Quest’ultima settimana ci restituisce quindi l’eventualità di poter contendere la narrazione della destra nella società portando avanti rivendicazioni radicali, a partire, ma non solo, dalle misure nei confronti di Stati Uniti e Israele. È il momento di rivendicare senza se e senza ma la chiusura delle basi militari statunitensi presenti sul territorio, da Aviano a Sigonella, in cui sono presenti gli aerei cisterna per il rifornimento in volo dei caccia a lungo raggio impiegati per bombardare l’Iran e dai cui sono partiti 12 cacciabombardieri F-16 identici a quelli utilizzati nella guerra in corso e aerei spia per ricognizioni sul Golfo Persico. Così come è necessario continuare a fare pressione affinché vengano apposte, al livello almeno europeo, sanzioni a Israele – eventualità che ormai, dopo il “cessate il fuoco”, è sparita dal discorso pubblico – e affinché il nostro paese si ritiri dal Board of Peace, CdA di ricchi oligarchi al servizio degli interessi immobiliari di Trump e genocidari di Netanyahu. È di fondamentale rilevanza, inoltre, connettere la questione della riduzione delle spese militari al welfare, ai salari, al reddito minimo e alla pressione fiscale (patrimoniale). Non è concepibile giocare in difesa, lasciando che di questi temi si occupi chi è stato responsabile del più grande arretramento salariale degli ultimi 30 anni.   > L’autodeterminazione nelle proprie vite, la fuoriuscita dalla precarietà (a > proposito delle e dei giovani di cui tutte/i si riempiono la bocca, in > particolare le componenti del cosiddetto campo largo), in estrema sintesi, la > libertà di tutte e tutti è indissolubilmente legata a tali politiche. L’opportunità che abbiamo di fronte non ha tempi infiniti, potrebbe chiudersi tanto velocemente quanto si è manifestata in quest’ultima settimana. Pone stringentemente il tema dell’elaborazione di alleanze e di strutture organizzative all’altezza, per sostenere e moltiplicare le mobilitazioni in corso (a partire dalla lotta contro il DDL Bongiorno) e per non rischiare di essere annientati dai cappelli elettorali o dalle divisioni sindacali che già abbiamo visto lo scorso autunno. È necessario avere l’ambizione di creare dal basso, a partire dai soggetti che già animano le lotte contro la guerra e il genocidio, contro la militarizzazione della società e contro la guerra ai corpi, degli ambiti di confronto aperti, non proprietari, dove poter elaborare collettivamente, e al livello territoriale, strategie di sabotaggio degli ingranaggi che inesorabilmente ci stanno portando alla guerra e alla povertà. Contesti in grado di attivare processi politici reali che sappiano andare ben oltre la nostra bolla. Rifuggendo sia ambiti identitari e minoritari (che non hanno trovato niente di meglio che accusare chi ha partecipato al corteo di sabato di essere l’utile idiota del campo largo) che alchimie, poco lungimiranti, di costruzione dall’alto di contesti locali senza radicamento sociale. Non è assolutamente una sfida facile, lo dimostrano gli ultimi mesi, ma è l’unica, vera, che abbiamo di fronte. La copertina è di Ivana Noto SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Una battaglia dopo l’altra proviene da DINAMOpress.
April 1, 2026
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