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Armi e affari. Cosa succede in Italia ?
La rivista ‘Settimananews’ ha pubblicato pochi giorni fa sul tema della produzione di armi una intervista di grande interesse con Gianni Alioti, uno dei maggiori esperti del tema in Italia, dell’associazione Weapon Watch. Ve ne proponiamo alcuni passi. Nell’intervista vengono sfatati molti luoghi comuni sul tema. L’intera intervista è leggibile qui https://www.settimananews.it/informazione-internazionale/armi-affari-cosa-succede-italia/ ‘A livello “macro” non esiste alcuna ricerca o studio che ricostruisca il quadro d’insieme della trasformazione dell’industria manifatturiera in Europa o nei singoli paesi. Al contrario, troviamo un’ampia pubblicistica, perlopiù parziale, che fa discendere – da pochi casi aziendali – un generalizzato processo di riconversione dal civile al militare grazie al “boom” del riarmo. Come, ad esempio, il recente articolo “Dall’auto al cannone” scritto da Fabrizio Maronta e apparso nell’ultimo numero di Limes 6/2026. Un testo impeccabile fintanto che descrive e analizza «l’entità dello tsunami che ha investito il pilastro dell’industria tedesca» e le sue cause, molto meno quando cerca di documentare il passaggio in Germania «dal produrre auto al produrre armi» quale soluzione al declino industriale. Su questi aspetti, per chi fosse interessato, rinvio ad un mio articolo su ’Sbilanciamoci’ https://sbilanciamoci.info/dallauto-alle-armi-la-riconversione-tedesca-che-non-ce/ . Trasformare una fabbrica di auto in una di carri armati o di missili, si sta dimostrando ovunque (con poche eccezioni) una scelta industriale non conveniente, pertanto irrealizzabile. In Italia non c’è stata ad oggi, né si intravvede all’orizzonte, alcuna trasformazione di fabbriche di auto in fabbriche di armi. Gli unici tre casi di riconversione produttiva, dal 2022 al 2026, dal civile al militare nel nostro paese non riguardano il settore automotive. Il primo caso è relativo al sito Faber di Castelfranco Veneto, tornato nel 2025 alla produzione di bossoli e ogive della preesistente ex Simmel Difesa (chiusa nel 1998), dopo 27 anni di produzione nel civile di bombole e sistemi per gas ad alta pressione. Il secondo è la conversione in atto del sito Fincantieri di Castellamare di Stabia: dalla costruzione di navi commerciali e traghetti veloci a quella di fregate, che sono navi di supporto logistico e di pattugliamento in campo militare. Il terzo riguarda la trasformazione del sito di Anagni (ex Simmel Difesa), ora proprietà di Knds Ammo Italy, azienda controllata dal gruppo franco-tedesco KNDS, principale produttore di carri armati e artiglieria pesante in Europa. Finora impiegato in attività di demilitarizzazione, con disinnesco di materiali esplosivi, recupero e trattamento di ordigni, il sito di Anagni produrrà nitrogelatina, materia prima per la realizzazione di propellenti usati per munizionamento (quello prodotto da KNDS a Colleferro) e per sistemi missilistici. Senza timore di essere smentito, posso tranquillamente affermare che i casi reali di riconversione dal civile al militare, specie nel settore automotive sono pochi in Germania, pochissimi in Francia, inesistenti in Italia. Pertanto, non costituiscono affatto un paradigma per l’intera industria manifatturiera europea. Ci sono però molte cose di cui inquietarci. L’importante è leggere correttamente la realtà, per non prendere “abbagli”. Ci sono sempre più narrazioni ingannevoli che cercano di farci credere che la montagna di denaro pubblico investito nel riarmo sia, non solo una necessità sul piano strategico-militare, ma anche un’opportunità unica sul piano economico-industriale. Lo è, indubbiamente, per i fabbricanti d’armi che moltiplicano ricavi, portafoglio ordini, utili e dividendi, mentre i loro titoli in borsa volano grazie al capitalismo finanziario, che investe nelle guerre e nel riarmo degli Stati. È altrettanto fisiologica la crescita della produzione di beni e di servizi militari e, con impatti più modesti, del numero di occupati nel settore. Ma ciò a cui assistiamo, non è – tranne pochissimi casi – una riconversione al militare di aziende civili, bensì la concentrazione delle attività dei principali player del settore aerospaziale e difesa – come Leonardo e Rheinmetall – nel business militare, la costruzione di nuovi stabilimenti (specie per droni, missili, munizioni ed esplosivi) e l’ampliamento di quelli già esistenti. È quanto stanno facendo Leonardo e MBDA alla Spezia, Fincantieri al Muggiano e Riva Trigoso, RWM Italia a Domusnovas, KNDS a Colleferro ecc.). Nel contempo, cresce un’enorme pressione da parte di Leonardo e Confindustria – quindi del Governo e delle amministrazioni regionali – ad integrare il maggior numero di piccole e medie imprese che operano in settori civili – automotive, ma non solo – nella catena di sub-fornitura militare. Si tratta, in prevalenza, di aziende di componentistica che diversificano parzialmente il loro portafoglio clienti, integrandosi alle catene di sub-fornitura dei principali prime contractor dell’industria militare in Italia: aziende, ad esempio, che producono sensori, cavi speciali, software o valvole idrauliche e iniziano a vendere una parte della loro produzione (spesso meno del 10%) ai big della Difesa operanti nel nostro paese (Leonardo, Fincantieri, Rheinmetall, MBDA, Avio Aero, Thales Alenia Space, ELT, Avio Space ecc.). Le tecnologie e i lavoratori, così come i prodotti e i processi produttivi di queste aziende di componentistica non sono oggetto di alcuna riconversione, ma solo di una riallocazione delle risorse. Allo stesso modo, piccole imprese di meccanica di precisione e di elettronica nei distretti industriali di Brescia, Bergamo, Torino, sperano di compensare la contrazione del mercato automotive iniziando a vendere lo stesso tipo di ingranaggi, pistoni o schede elettroniche ai prime contractor di veicoli militari, come la Iveco Defence Vehicles e la Leonardo-Rheinmetall. Finiscono, però, per accorgersi presto che, oltre alle specifiche tecniche, cambiano soprattutto i volumi di produzione per anno: milioni per le auto, migliaia per i veicoli corazzati da combattimento e trasporto. Ci sono poi distretti regionali emergenti nell’aerospazio, come quello umbro, inseriti in rapporti di partnership e nelle catene di subfornitura di prime contractor internazionali, come Airbus, Boeing e Embraer, che operano sia in campo civile, sia militare. Analizziamo le 75 nuove aziende iscritte nel registro nazionale delle imprese esportatrici di materiale d’armamento nel 2025. Ad esclusione della nuova joint venture Leonardo Rheinmetall Military Vehicles Srl e della nuova azienda Baykar Piaggio Aerospace Spa, le nuove aziende iscritte non producono sistemi d’arma completi, ma si inseriscono nella fornitura di componenti critiche, principalmente in tre categorie: 1. Elettronica, Sensori e Laser: aziende nate civili che ora adattano le proprie tecnologie per scopi duali o militari. Un esempio consolidato è Gem Elettronica (sistemi radar e di navigazione), affiancata da decine di piccole-medie imprese specializzate in ottica di precisione e circuiti stampati avanzati. 2. Software, Cyber-Intelligence e IA: ad esempio, Cy4Gate (specializzata in cyber intelligence e sicurezza) e altre aziende del gruppo Tinexta, insieme a numerose startup di intelligenza artificiale: stanno firmando contratti crescenti con le forze armate per la protezione delle reti strategiche e l’analisi dati. 3. Meccanica di precisione, Fluidodinamica e Materiali Compositi: molte piccole-medie imprese del Nord Italia, in particolare nei distretti manifatturieri di Piemonte, Lombardia ed Emilia-Romagna, che storicamente rifornivano l’automotive o l’oleodinamica civile, hanno iniziato a produrre valvole speciali, guarnizioni ad alta resistenza, cavi schermati e scocche in carbonio e altro: materiali destinati ai veicoli ed elicotteri militari o ai droni. Gli unici (e ingenti) investimenti pubblici da parte di Stati e UE sono destinati al rafforzamento della base industriale della Difesa e all’acquisto di nuovi armamenti. La stessa scelta della UE che mantiene vincoli rigidi, in base al Patto di Stabilità e Crescita, per qualsiasi tipologia di spesa pubblica tranne che per le spese militari, è ascrivibile a questa logica spuria che, mentre abiura l’intervento dello Stato nell’economia, affida le politiche di investimento pubblico al complesso militare-industriale.’ (Gianni Alioti) Redazione Italia
August 20, 2026
Pressenza
Morto Zhu Rongji, il liberalizzatore “dalle caratteristiche cinesi”
È morto il 12 agosto Zhu Rongji, ex-Primo Ministro della Cina, al cui nome sono legate le riforme economiche che hanno portato, a fine anni ’90, l’economia del paese ad assumere lo status di “economia di mercato”, consentendone l’ingresso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Come quasi tutti i dirigenti della sua […] L'articolo Morto Zhu Rongji, il liberalizzatore “dalle caratteristiche cinesi” su Contropiano.
August 16, 2026
Contropiano
Conferenza di Santa Marta, il trattato sui combustibili fossili come nuova frontiera politica globale
Kumi Naidoo, attivista sudafricano per i diritti umani e la giustizia climatica, è presidente della campagna globale del Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili. La sua visione nasce da un percorso che parte da lontano, inizia durante la lotta contro l’apartheid e prosegue nei movimenti globali per i diritti civili e la difesa del pianeta. Per lui, la battaglia climatica non è separata dalle altre lotte per la giustizia: tutte fanno parte di un unico percorso che riguarda dignità, equità e sopravvivenza collettiva. Le sue parole risuonano forti durante l’assemblea delle realtà afrodiscendenti che si è svolta nella seconda giornata della Conferenza internazionale per l’eliminazione dei combustibili fossili presso il campus di Santa Marta dell’Università Cooperativa della Colombia. Nel contesto attuale, Naidoo osserva come il sistema globale sia ancora fortemente legato ai combustibili fossili, nonostante la consapevolezza diffusa dei loro effetti devastanti. Governi e grandi interessi economici continuano ad appoggiare un modello energetico insostenibile socialmente e ambientalmente e incompatibile con gli obiettivi climatici, pianificando una produzione futura ben oltre i limiti necessari per contenere il riscaldamento globale. Tuttavia, segnali di cambiamento stanno emergendo, anche grazie a nuove dinamiche politiche ed economiche. In questo scenario, Naidoo propone una lettura controintuitiva del ruolo di Donald Trump: pur avendo promosso politiche fortemente basate sui combustibili fossili, la sua azione potrebbe accelerarne indirettamente il declino. Il rafforzamento di posizioni estreme e negazioniste, infatti, ha contribuito a polarizzare il dibattito e a mobilitare una reazione più ampia a favore della riconversione ecologica. In questo senso, Trump diventa un “promotore accidentale” del superamento del modello fossile, perché le sue politiche evidenziano con maggiore chiarezza l’insostenibilità dell’attuale sistema. Parallelamente, cresce il peso delle iniziative internazionali che cercano di costruire alternative concrete. Tra queste, la campagna per un Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili punta a fermare l’espansione di carbone, petrolio e gas e a gestire una riconversione equa verso le energie rinnovabili. L’idea si ispira ad accordi globali già esistenti e mira a creare un quadro vincolante che unisca giustizia climatica e cooperazione internazionale. Un elemento centrale nella riflessione di Naidoo riguarda i limiti dell’attivismo in questi anni. Per essere realmente efficaci – sostiene – le campagne devono saper parlare non solo alla mente, ma anche al cuore, al corpo e all’esperienza quotidiana delle persone. L’obiettivo non è soltanto informare, ma coinvolgere le comunità e i territori, trasformando il modo in cui le persone percepiscono la crisi climatica, rendendola concreta e vicina alle loro vite. Solo così si può costruire una reale desiderabilità sociale attorno a questo progetto, condizione indispensabile perché possa funzionare. In questo quadro, emerge con chiarezza anche la dimensione politica e strategica della riconversione. Circa l’86% dei fattori che causano il collasso climatico è direttamente legato alla dipendenza dai combustibili fossili: un dato – dice Naidoo – su cui la comunità scientifica è inequivocabile, ma che fatica ancora a tradursi in un dibattito pubblico proporzionato, a causa del ricatto esercitato dalle multinazionali. Nonostante le difficoltà, Naidoo rifiuta il pessimismo. Ritiene che, nella fase storica attuale, arrendersi sarebbe un lusso che non possiamo permetterci. L’urgenza della crisi, unita alla crescente mobilitazione globale e alla pressione delle nuove generazioni, può diventare una forza capace di produrre cambiamenti reali. Proprio per questo, iniziative come la Conferenza di Santa Marta rappresentano un passaggio cruciale non solo per discutere un possibile trattato di eliminazione dei combustibili fossili, ma per ampliare la coalizione di Paesi disposti a impegnarsi concretamente in una loro graduale uscita. L’obiettivo, dice, è costruire le condizioni politiche affinché entro il 2027 i Paesi più ambiziosi possano avviare negoziati per un accordo vincolante, basato su tempistiche differenziate a seconda del livello di dipendenza energetica di ciascuna nazione. Anche sul piano finanziario, le risorse necessarie sono già state individuate da tempo: l’impegno, preso nel 2009 a Copenaghen, di mobilitare 100 miliardi di euro all’anno per sostenere la riconversione nei “Paesi in via di sviluppo”, resta in gran parte disatteso. Alla fine, sottolinea Naidoo, non è la scienza a dover cambiare, ma la volontà politica, ed è proprio questa, pur con tutte le sue contraddizioni, a rappresentare una risorsa rinnovabile. In questo senso, il processo avviato con la Conferenza Internazionale per l’eliminazione dei combustibili fossili contribuisce a spostare una nuova frontiera politica, aprendo uno spazio concreto di speranza e azione per il presente e per il futuro. Francesca Palmi, Gea – Scuola di Giustizia Ecologica e Ambientale Redazione Italia
April 26, 2026
Pressenza
L’aeroporto di Comiso riconvertito a scalo di guerra USA/NATO?
Mercoledì 9 luglio sono stati monitorati alcuni atterraggi di velivoli militari nell’aeroporto “civile” di Comiso (Ragusa), intitolato a Pio La Torre, il segretario del PCI siciliano assassinato per il suo impegno contro la mafia, la militarizzazione dell’Isola e l’installazione dei missili nucleari Cruise proprio a Comiso. Mentre ormai lo scalo […] L'articolo L’aeroporto di Comiso riconvertito a scalo di guerra USA/NATO? su Contropiano.
July 10, 2025
Contropiano
GKN sotto sgombero: aggiornamenti dal collettivo di fabbrica
Dal Collettivo di fabbrica arriva la notizia di un possibile sgombero del presidio della ex Gkn. Si apprende da testate giornalistiche che il presidio sarebbe sotto sgombero da parte del Tribunale fallimentare su indicazioni dei commissari/custodi nominati dal Tribunale stesso a tutela degli interessi dei soggetti immobiliari nell’ambito della procedura di fallimento. Con queste indicazioni […]