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Milano, dal Primo Convegno Regionale Stop Data Center alla proposta di moratoria
Nell’ultimo anno le richieste per la realizzazione di nuovi data center nei territori dell’hinterland milanese e pavese sono cresciute in modo esponenziale. Parliamo di infrastrutture energivore di grandi dimensioni, che consumano tantissimo suolo, tantissima acqua, provocano isole di calore, rumore ed emissioni. Nel sud Milano, fra il comune di Lacchiarella e Zibido San Giacomo, nel Parco Agricolo Sud, è prevista la costruzione di uno dei più grandi Data Center in Europa con tutti gli annessi e connessi. Se si realizzerà, l’impatto ambientale, sanitario ed economico sarà devastante. Di fronte al moltiplicarsi dei progetti, in molti Comuni sono nati comitati e gruppi di cittadini che hanno iniziato a informarsi, studiare i progetti e chiedere maggiore trasparenza, approfondimento e partecipazione. Territori diversi, a volte lontani fra loro, si sono però trovati ad affrontare gli stessi problemi e le stesse idee. Vale la pena essere informati e attivarsi, per quanto possibile, per arrivare a un confronto prima che sia troppo tardi. Decine di territori, un solo problema: il consumo di suolo, acqua ed energia di questi impianti non è una questione locale, e non può più essere affrontata comitato per comitato. Il convegno ha messo insieme medici, fisici, ricercatori e attivisti per rispondere a due domande: quali impatti ambientali stanno producendo i data center, e chi decide dove e come vengono costruiti? Da questa domanda e dal bisogno di tutela dell’ambiente è nata la necessità di unire le forze e costruire una voce comune: nasce così la RETE DEI COMITATI STOP DATA CENTER. Oltre trenta comitati cittadini della Lombardia si sono dati appuntamento sabato 26 settembre dalle 11.00 alle 18.00, presso la sede di ARCI Provinciale Milano per il Primo Congresso Regionale Stop Data Center, dove sono state fatte, da tecnici altamente qualificati, presentazioni circostanziate con dati ed esperienze che vale la pena di ascoltare attentamente (il link del Congresso). L’iniziativa nasce dai territori nei quali, negli ultimi mesi, sono stati annunciati o avviati progetti per la realizzazione di grandi centri di calcolo: da Magenta a Cremona, da Lacchiarella a Vittuone, da Rho a Casalpusterlengo, passando per la cintura milanese e il Pavese. Aderirà all’iniziativa anche il comitato di Colleferro (Roma), primo contatto della rete al di fuori della Lombardia. «Finora ogni territorio ha affrontato da solo progetti spesso presentati quando scelte e procedure erano già in fase avanzata – spiegano i promotori – Il 26 settembre mettiamo in comune quello che abbiamo imparato: le procedure, i dati sui consumi, le criticità ambientali e le esperienze maturate nei diversi territori. L’obiettivo non è dire no a tutto, ma chiedere che lo sviluppo digitale sia pianificato, trasparente e proporzionato alle risorse dei territori. Oggi riteniamo che questo equilibrio non sia ancora garantito». Il convegno si è aperto alle ore 11.00 con la presentazione del progetto. La sessione della mattina, “Data center: quali impatti ambientali?”, ha affrontato le possibili ricadute sull’ambiente e sulla salute e farà il punto sull’attuale quadro normativo nazionale e regionale. Sono intervenuti Federica Brenta, medico chirurgo dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano; Sergio Manera, fisico dell’Università degli Studi di Pavia; e Fabiana Di Pino, attivista della rete. La sessione pomeridiana, “Data center: strategie, insediamenti e dati” (14.30–16.30), ha spostato l’attenzione sulle scelte localizzative e sui dati relativi allo sviluppo del fenomeno. Sono intervenuti Alice Franchina, ricercatrice del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano; Marco Mazzotti, professore emerito del Politecnico Federale di Zurigo (ETH Zürich); ed Enrico Duranti, attivista del Comitato Ciarlasco per la tutela del territorio. La giornata si è chiusa, dalle 16.30 alle 18.00, con la sessione “Dai comitati alla rete”, dedicata al percorso per la costituzione di un coordinamento unico dei comitati “Stop Data Center”. Il primo passo è la condivisione di un Manifesto comune: non un “no” alla tecnologia o alla digitalizzazione, ma la richiesta di uno sviluppo razionale, sostenibile e pianificato, che tenga conto degli impatti complessivi e metta al centro l’interesse collettivo, la salute, l’ambiente e la tutela dei territori. Il Manifesto No Data Center è stato presentato con il titolo “Verso un movimento contro lo sviluppo irrazionale dei data center”.  La risposta della cittadinanza e dei territori è stata straordinaria: 𝐜𝐞𝐧𝐭𝐢𝐧𝐚𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐞 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐨 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞 𝐚𝐢 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐢 𝐢𝐧 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚, 𝐦𝐞𝐧𝐭𝐫𝐞 𝐥𝐞 𝐝𝐢𝐫𝐞𝐭𝐭𝐞 𝐭𝐫𝐚𝐬𝐦𝐞𝐬𝐬𝐞 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐞 𝐩𝐚𝐠𝐢𝐧𝐞 𝐅𝐚𝐜𝐞𝐛𝐨𝐨𝐤 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐫𝐞𝐠𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐨 𝐦𝐢𝐠𝐥𝐢𝐚𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐯𝐢𝐬𝐮𝐚𝐥𝐢𝐳𝐳𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢, 𝐚 𝐭𝐞𝐬𝐭𝐢𝐦𝐨𝐧𝐢𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐢 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐞𝐧𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐝𝐢𝐟𝐟𝐮𝐬𝐚 𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐚𝐩𝐞𝐯𝐨𝐥𝐞 𝐬𝐮 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐢 𝐭𝐞𝐦𝐢. L’incontro ha segnato un passaggio politico e organizzativo di fondamentale importanza: nella fase conclusiva, 𝐨𝐥𝐭𝐫𝐞 𝟒𝟎 𝐜𝐨𝐦𝐢𝐭𝐚𝐭𝐢 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐬𝐨𝐭𝐭𝐨𝐬𝐜𝐫𝐢𝐭𝐭𝐨 𝐥’𝐚𝐯𝐯𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐟𝐚𝐬𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐑𝐞𝐭𝐞 𝐍𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐂𝐨𝐦𝐢𝐭𝐚𝐭𝐢 𝐒𝐭𝐨𝐩 𝐃𝐚𝐭𝐚 𝐂𝐞𝐧𝐭𝐞𝐫 𝐚𝐩𝐩𝐫𝐨𝐯𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐜𝐨𝐬𝐢̀ 𝐥’𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐢 𝐧𝐚𝐬𝐜𝐢𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐮𝐧 𝐨𝐫𝐠𝐚𝐧𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐮𝐧𝐢𝐭𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐫𝐚𝐩𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐭𝐚𝐭𝐢𝐯𝐨 di tutti i movimenti regionali che intendono tutelare i propri territori dallo sviluppo irragionevole e incontrollato di queste strutture dal notevole impatto ambientale. Si tratta di un passo decisivo verso la costruzione di un coordinamento strutturato, unitario e radicato su scala nazionale. Su questa scia, il 3 ottobre 2026, la Rete Nazionale dei Comitati Stop Data Center ha lanciato ufficialmente una 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐨𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐦𝐨𝐫𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐚 𝐭𝐮𝐭𝐞𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐢 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢, 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐭𝐫𝐚𝐧𝐬𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞𝐜𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐜𝐚 𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐛𝐞𝐧𝐞 𝐩𝐮𝐛𝐛𝐥𝐢𝐜𝐨 in cui si chiede la 𝐬𝐨𝐬𝐩𝐞𝐧𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐢𝐦𝐦𝐞𝐝𝐢𝐚𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐫𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐢 𝐜𝐞𝐧𝐭𝐫𝐢 fino a quando non verranno definiti quadri normativi chiari, limiti trasparenti all’impatto ambientale e una reale pianificazione partecipata con la cittadinanza. Il testo integrale è scaricabile al link: https://drive.google.com/…/1TiV2kTbfJXbmn…/view… La tecnologia deve servire il futuro di tutti, non compromettere il territorio a vantaggio di pochi. Questo vuole essere sia una sensibilizzazione al tema, sia la ricerca di persone interessate a capire meglio di cosa si tratta e possibilmente ad organizzarsi in comitati che possano creare una rete sempre più estesa che impedisca che si faccia dei nostri territori ciò che pochi vogliono per il loro esclusivo profitto.   Lorenzo Poli
October 8, 2026
Pressenza
Travagliato (BS), Comune dice stop al progetto del Data Center
Si tratta di un impianto di 120 megawatt, 648 parcheggi per auto e Tir, 60 generatori di emergenza per un progetto dal valore di 11 milioni di euro. Questi sono solo alcuni dei dettagli del data center in cantiere a Travagliato, in provincia di Brescia. Il progetto del maxi data center di Travagliato è stato presentato in Provincia da East Gate Srl. L’idea è quella di realizzare l’impianto in via Averolda, al confine con Ospitaletto e Castegnato, a circa 500 metri dalle principali infrastrutture stradali e autostradali della zona. Si tratta di un’area già fortemente industrializzata, caratterizzata dalla presenza di capannoni e stabilimenti produttivi. Il progetto prevede la costruzione di un capannone su due piani, di una sottostazione elettrica di trasformazione e di diversi edifici accessori, tra cui la stazione antincendio, la cabina Enel e i parcheggi. L’intervento comporterebbe inoltre un ritorno economico di oltre 11 milioni di euro per il Comune, tra oneri di urbanizzazione primaria e secondaria, smaltimento dei rifiuti, monetizzazioni e maggiorazioni compensative. Il progetto, diventato un tema caldissimo della cronaca locale proprio nell’agosto 2026, occuperà un’area di 130 mila metri quadrati, di cui 48 mila destinati al solo edificio principale, a cui si aggiungono i 2.500 metri quadrati della stazione sotterranea. Tredici ettari di terreno per un impianto che non è ancora noto da quali società verrà sfruttato. Mentre il progetto è ancora in fase preliminare, monta la protesta dei cittadini, che hanno iniziato a contestare i possibili danni ambientali, dall’impiego di acqua e l’emissione di calore fino all’inquinamento acustico e alla cementificazione del terreno. Un progetto «fuori scala per il territorio», denuncia la popolazione, mentre il sindaco invita alla prudenza, affermando che non sono ancora noti i dettagli necessari per potere entrare nel merito della vicenda. Nella sera del 22 luglio 2026, oltre 300 persone hanno manifestato dentro e fuori le aule del consiglio comunale interrompendo la seduta tre volte per chiedere spiegazioni sul progetto. Il prossimo appuntamento è previsto proprio in occasione della riunione del 24 agosto. Non è la prima volta che in Italia si protesta per la costruzione di un data center, infrastruttura dedicata a supportare i sistemi di archiviazione digitali. Già a Lacchiarella, centro della città metropolitana di Milano, circa duecento persone hanno manifestato per bloccare la realizzazione del più grande data center in Italia, in quella che è risultata la prima protesta del suo genere. L’opera, finanziata dal fondo Pimco con tre miliardi di euro, andrebbe a occupare una superficie pari a trenta campi da calcio. Analogamente a quanto sollevato dai cittadini di Travagliato, i residenti di Lacchiarella contestano il massiccio impatto ambientale dell’impianto. Ieri la Provincia di Brescia ha rispedito al mittente la richiesta di nulla osta per l’allaccio elettrico richiesto alla vicina stazione Terna con una linea in grado di reggere 300MW. Il Broletto (la Provincia di Brescia) ha congelato l’istanza presentata dalla società East Gate Srl per l’allaccio alla rete elettrica nazionale.  La motivazione della Provincia è assolutamente condivisibile per varie ragioni: 1 – L’operatore è oscuro. La Società EAST GATE SRL la depositato le richieste di Piano Attuativo e di realizzazione dell’elettrodotto senza dichiarare lo scopo; 2- il Piano Attuativo, che deve essere ancora esaminato dal Comune, prevede la realizzazione di un grande edificio su 2 piani con altezza di 21 m e dimensioni non precisate negli elaborati in cui non si fa il minimo accenno all’utilizzo; 3- non è stato presentato alcun progetto del DATA CENTER e tanto meno lo studio degli impatti sul territorio. La procedura è stata ritenuta incompleta in quanto priva delle necessarie valutazioni d’impatto ambientale (VIA) previste dalle nuove normative. L’iter ora si allunga e la decisione finale potrebbe passare a Regione Lombardia o al Ministero. Il 24 agosto 2026 la Provincia di Brescia ha convocato la Conferenza dei servizi per la connessione alla rete nazionale; l’iter di autorizzazione è già stato avviato, con il primo passaggio che riguarda proprio il collegamento del data center alla rete elettrica italiana e i relativi espropri che verrebbero fatti nel caso esso venisse realizzato. Per il resto si san ben poco: «Non abbiamo ancora approfondito il progetto perché non disponiamo dei dati tecnici necessari», spiega il sindaco Renato Pasinetti. «Ad oggi non abbiamo approvato nulla». Le preoccupazioni sono relative alle dimensioni dell’intervento e alle possibili ripercussioni sul lato ambientale: i data center richiedono infatti una notevole quantità di acqua per evitare il surriscaldamento, e, in generale, portano con sé un generale aumento della temperatura nelle aree circostanti. Nonostante i potenziali benefici economici compensativi (circa 11 milioni di euro), il sindaco Renato Pasinetti e la maggioranza del Comune di Travagliato hanno espresso netta contrarietà alla costruzione dell’impianto sul proprio territorio. Oltre ai rilievi sull’utilizzo di risorse idriche e sui possibili impatti climatici del progetto, i cittadini e la giunta si sono opposti per tutelare la salute pubblica e il territorio. Le preoccupazioni principali riguardano l’enorme consumo di suolo agricolo, il forte surriscaldamento della zona residenziale circostante, l’inquinamento acustico e il massiccio consumo di acqua ed energia elettrica necessari per il raffreddamento dei server. Un “no” netto basato su vincoli normativi, urbanistici e ambientali, che fa saltare i fondi compensativi previsti per il territorio. Ma attenzione: con le nuove regole e il passaggio al Mase, la partita potrebbe non essere finita qui. È giunto il momento che l’operatore giochi a “carte scoperte” senza trincerarsi dietro società “di comodo” e dica ai Comuni interessati e ai cittadini cosa intenda realizzare, quali le garanzie per i cittadini e come intenda rispetta re al legge regionale sui Data Center di recente approvazione. Fonti: > Travagliato, il Paese in provincia di Brescia in rivolta contro i datacenter   Redazione Sebino Franciacorta
August 10, 2026
Pressenza
ACCIAIERIA BELTRAME: UNA STORIA CHE POTREBBE RIPETERSI
A inizio maggio 2026, il gruppo vicentino Acciaierie Beltrame ha presentato alla Città metropolitana di Torino un’istanza per avviare la procedura di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) con un obiettivo preciso: rimettere in funzione il forno elettrico ad arco con colata continua dello stabilimento di San Didero. L’impianto, chiuso ormai da dodici anni, potrebbe tornare a produrre acciaio. Si parla di un investimento previsto di 40 milioni di euro, una capacità produttiva dichiarata di 800mila tonnellate all’anno e, secondo le prime comunicazioni aziendali, di 150 nuovi posti di lavoro in un territorio che negli ultimi dieci anni ha conosciuto soprattutto crisi, cassa integrazione e promesse tradite. https://www.notav.info/post/il-ritorno-del-forno-elettrico-ad-arco-a-colata-continua-il-sospetto-di-non-valere-nulla/ Con l’ex sindaca e cittadina di San Didero Loredana Bellone abbiamo parlato della storia dell’acciaieria ma anche del passato industriale della Val di Susa, tra mancate bonifiche, nocività e licenziamenti. Appuntamento venerdì 29 maggio alle 20:30 al Polivalente di San Didero per parlare dell’eventualità della riapertura, delle preoccupazioni e dell’opposizione che si sta creando al progetto.
ACCIAIERIA BELTRAME: UNA STORIA CHE POTREBBE RIPETERSI
A inizio maggio 2026, il gruppo vicentino Acciaierie Beltrame ha presentato alla Città metropolitana di Torino un’istanza per avviare la procedura di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) con un obiettivo preciso: rimettere in funzione il forno elettrico ad arco con colata continua dello stabilimento di San Didero. L’impianto, chiuso ormai da dodici anni, potrebbe tornare a produrre acciaio. Si parla di un investimento previsto di 40 milioni di euro, una capacità produttiva dichiarata di 800mila tonnellate all’anno e, secondo le prime comunicazioni aziendali, di 150 nuovi posti di lavoro in un territorio che negli ultimi dieci anni ha conosciuto soprattutto crisi, cassa integrazione e promesse tradite. https://www.notav.info/post/il-ritorno-del-forno-elettrico-ad-arco-a-colata-continua-il-sospetto-di-non-valere-nulla/ Con l’ex sindaca e cittadina di San Didero Loredana Bellone abbiamo parlato della storia dell’acciaieria ma anche del passato industriale della Val di Susa, tra mancate bonifiche, nocività e licenziamenti. Appuntamento venerdì 29 maggio alle 20:30 al Polivalente di San Didero per parlare dell’eventualità della riapertura, delle preoccupazioni e dell’opposizione che si sta creando al progetto.
May 21, 2026
Radio Blackout
Dentro e fuori i datacenter: impatto ambientale e sociale della digitalizzazione
Negli ultimi anni i data center stanno diventando aumentando sempre di più nel contesto italiano, andando a insediarsi nel vuoto lasciato dal periodo industriale. Ma cos’è un data center? Quale ruolo ha nello sviluppo dell’economia del dato e della digitalizzazione della nostra società? Dietro alla retorica green quali sono gli impatti ambientali e energetici di queste unità produttive nei territori in cui si installano e su tutta la catena del valore e estrattiva? Ne parliamo con Giorgio Pirina, sociologo economico.
Dentro e fuori i datacenter: impatto ambientale e sociale della digitalizzazione
Negli ultimi anni i data center stanno diventando aumentando sempre di più nel contesto italiano, andando a insediarsi nel vuoto lasciato dal periodo industriale. Ma cos’è un data center? Quale ruolo ha nello sviluppo dell’economia del dato e della digitalizzazione della nostra società? Dietro alla retorica green quali sono gli impatti ambientali e energetici di queste unità produttive nei territori in cui si installano e su tutta la catena del valore e estrattiva? Ne parliamo con Giorgio Pirina, sociologo economico.
May 8, 2026
Radio Blackout
Ex Ilva, la grande fiction del profitto: rischi pubblici, morti private di Franco Oriolo
Quello a cui stiamo assistendo non è un negoziato industriale, ma l’ennesimo episodio di una lunga rappresentazione costruita per prendere tempo. Una “fiction” fatta di note stampa, dichiarazioni muscolari, aperture tattiche e improvvisi irrigidimenti. Flacks che alza il muro, poi rilancia chiedendo allo Stato un prestito per far ripartire gli impianti; Jindal che torna [...]
April 3, 2026
Effimera
Impatto ambientale e militarizzazione: proposta di legge FdI esautora enti locali
Nel maggio del 2024 la deputata di Fratelli d’Italia Maria Paola Chiesa deposita una proposta di legge che è sfuggita all’attenzione di tanti, troppi, pacifisti e pacifiste. L’iniziativa legislativa si può leggere direttamente cliccando qui: DI0146. Tuttavia, in particolare, segnaliamo per la gravità delle conseguenze, la premessa in cui si afferma che: «Il progetto di legge in esame si pone l’obiettivo di ribadire esplicitamente e rafforzare il carattere esclusivo della competenza dello Stato nella gestione di tutto ciò che afferisce alla difesa e alla sicurezza nazionale facendo, in particolare, riferimento alle attività di: predisposizione; organizzazione; preparazione; addestramento; dislocazione. Il progetto di legge in esame punta dunque a rafforzare il principio della centralizzazione statale in materia di difesa e sicurezza nazionale. Nel dettaglio, l’articolo 1, comma 1, lettera a) modifica l’articolo 15 del Codice dell’ordinamento militare (D.lgs. 66/2010 – COM) introducendo un nuovo comma, dopo il comma 2-bis. Il nuovo comma 2-ter ribadisce e precisa che tutte le attività connesse alla difesa e alla sicurezza nazionale rientrano nella competenza esclusiva dello Stato. Il legislatore ha così voluto chiarire che non solo le funzioni e i compiti già previsti nei primi due commi dell’articolo 15 del COM (spettanti allo Stato e attribuite al Ministero della Difesa), ma anche la predisposizione, l’organizzazione, la preparazione e l’addestramento delle unità degli enti, nonché la dislocazione delle unità militari sul territorio nazionale e l’individuazione delle aree addestrative, devono essere gestiti direttamente ed esclusivamente dallo Stato. Si ricorda che l’articolo 117, secondo comma, lettera d), della Costituzione attribuisce allo Stato la competenza legislativa esclusiva in materia di difesa e Forze armate, sicurezza dello Stato, armi, munizioni ed esplosivi. La disposizione in esame, perciò, si propone di rafforzare il principio per cui tutte le decisioni strategiche e operative relative alla sicurezza e alla difesa del Paese non possono essere oggetto di competenza concorrente o residuale da parte di Regioni, rientrando interamente nell’ambito delle materie assegnate alla competenza esclusiva dello Stato». In estrema sintesi, la proposta della parlamentare meloniana è quella di evitare in futuro l’azione degli Enti locali a salvaguardia dell’ambiente ogniqualvolta il governo decida di ampliare le servitù militari, di costruire una nuova base, un poligono di tiro, una infrastruttura militare. Per anni la resistenza ai processi di militarizzazione si è avvalsa anche di norme regionali e dell’intervento degli enti locali, di leggi a tutela dell’ambiente, ma un domani non sarà più possibile. Tutte le funzioni e i compiti relativi alla difesa e alla sicurezza militare saranno di competenza statale, le gare di appalto in deroga al codice degli appalti. Siamo rimasti colpiti nel leggere alcuni progetti relativi a nuove basi militari con costruzioni ultra ecologiche, senza impatto ambientale, riuso di vari materiali, energia eolica, impianti di riciclo, costruzioni all’avanguardia, tutte operazioni con un messaggio assai chiaro: le forze armate difendono l’ambiente come nessun altro sa fare. Ma se si tratta di aree adibite a poligono di tiro con decenni di esercitazioni militari all’anno, utilizzo molteplici tipologie di proiettili, chi si farà carico di valutare l’impatto ambientale? Se in alcune aree interessate i tumori risultano in grande crescita, qualcuno potrà ergersi a paladino dell’ambiente, a difesa della biodiversità e degli ecosistemi nell’interesse delle future generazioni? I siti militari e le aree addestrative permanenti sono assimilabili ai siti industriali dismessi e se le bonifiche di siti contaminati tardano ad arrivare per gli irrisori stanziamenti economici, quali strumenti avranno a loro disposizione i cittadini, le cittadine e la comunità stessa? E, intanto, diventa impresa ardua stabilire il responsabile dell’inquinamento con i valori di riferimento soggetti a normative e regole in continua trasformazione. Il rischio che corriamo è proprio quello di favorire i processi di militarizzazione senza applicare tutte quelle regole in materia di tutela ambientale e magari con qualche confusione di troppo tra siti inquinati e aree dismesse ad uso industriale. Svincolare poi le attività militari dalle norme vigenti in materia di appalto per semplificare le procedure e bandire gare in tempi rapidi era uno degli obiettivi strategici già definiti in qualche documento ufficiale da un po’ di tempo. Alla fine prevale l’idea che siano proprio le leggi regionali emanate in materia ambientale, le norme nazionali in caso di appalti a rappresentare un ostacolo, se non addirittura una minaccia, alla prontezza dello strumento militare. E visti i piani di riarmo la prontezza diviene un valore assoluto a cui piegare la democrazia stessa. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
“Cose che accadono sulla terra”. Il film di Michele Cinque arriva nelle sale italiane
Michele Cinque racconta i nuovi cowboys italiani in lotta contro il cambiamento climatico. “Cose che accadono sulla terra”, prodotto e distribuito da Lazy Film in collaborazione con Trent Film, inizia il tour nelle sale cinematografiche, le arene e i festival di tutta Italia, a partire da giugno fino a dicembre. Il film, che ha vinto il prestigioso Festival dei Popoli e ora il premio della distribuzione della Regione Lazio, torna da un tour negli Stati Uniti dove è stato premiato all’58°Houston International Film Festival nella categoria Feature documentary e selezionato in concorso al Big Sky documentary festival in Montana. Michele Cinque, regista del pluripremiato Iuventa, co-sceneggiatore e produttore creativo del lungometraggio di Netflix, attualmente in lavorazione, ispirato alla storia dell’ONG tedesca Jugend Rettet, torna a dirigere un documentario per il cinema su un altro tema urgente: il rapporto tra uomo e natura ai tempi della crisi climatica. A 50 km dal Grande Raccordo Anulare, nel “selvaggio west italiano” dei Monti della Tolfa, una famiglia di cowboys ha una missione: continuare ad allevare il proprio bestiame e difenderlo dagli attacchi dei lupi, senza però compromettere l’equilibrio dell’ecosistema. Narrato al femminile e girato nell’arco di due anni, il film esplora il profondo legame tra madre e figlia. Brianna, una bambina di 6 anni, in un dialogo con la madre Francesca, si interroga sulla sua vita e sul suo futuro, rivelando col suo sguardo innocente e originale alcuni temi urgenti con cui lo spettatore è chiamato a fare i conti. Francesca e Giulio, che gestiscono oltre 1.000 ettari, si sono accorti che ormai anche il pascolo brado, una pratica tramandata dai cowboy italiani, i butteri, non è più sostenibile e che la sopravvivenza dei loro animali è strettamente legata alla salute del suolo. Secondo l’International Panel on Climate Change, attualmente il 30% dei suoli mondiali è degradato e si prevede un incremento fino al 90% nel 2050, con gravissime conseguenze sulla produzione alimentare globale. Di fronte alla desertificazione del proprio territorio e alla perdita di molti capi per la siccità, Francesca e Giulio decidono di intraprendere una rivoluzione verde applicando la teoria del pascolo rigenerativo.  Già molto diffusa in diverse aree siccitose in Australia, in Africa, Messico e Stati Uniti, questa tecnica di pascolo invece di utilizzare l’assistenza di fertilizzanti di sintesi e dell’agricoltura intensiva, ottimizza il rapporto tra suolo, piante e animali con mutui benefici per l’ecosistema. L’idea è semplice: imitare il comportamento dei grandi erbivori selvatici, che migrano costantemente per l’effetto delle stagioni e della predazione. Il movimento continuo dei pascoli accelera il ciclo di formazione dell’humus, favorendo la rigenerazione dei suoli e il sequestro del carbonio. Questa pratica, secondo la Royal Society, l’associazione scientifica britannica, è una soluzione a basso costo e a basso contenuto tecnologico che può contribuire alla mitigazione dei cambiamenti climatici, riducendo le emissioni di gas serra associate all’agricoltura convenzionale. Un report della FAO indica le filiere zootecniche come responsabili del 15% delle emissioni globali di gas serra di origine antropica. Ma mentre sono ormai palesi gli impatti ambientali degli allevamenti intensivi, il consumo di carne a livello globale continua a salire; sempre secondo la FAO dalla seconda metà del Novecento è aumentato di 5 volte e le proiezioni al 2050 indicano il trend in continua crescita. Se da un lato si investe su prodotti come la carne sintetica e alternative vegane, la pratica del pascolo rigenerativo ci invita a riflettere sulle modalità di allevamento dei bovini e sul loro impatto sul pianeta. La piccola rivoluzione di Francesca e Giulio, come quelle di migliaia di allevatori in tutto il mondo che si oppongono alle pratiche intensive, testimonia che se usati nel modo corretto gli erbivori possono diventare un alleato nella mitigazione degli effetti del cambiamento climatico. In una sorta di “richiamo della foresta” contemporaneo, “Cose che Accadono sulla Terra”, si confronta anche con un’altra tematica di estrema attualità: la presenza dei lupi. La Commissione Europea ha recentemente approvato la modifica di status da “strettamente protetti” a “protetti”, concedendo maggiore flessibilità agli Stati nella gestione della popolazione dei lupi, che è stimata in circa 20.000 esemplari in Europa, di cui 3.300 solo in Italia, 950 nelle regioni alpine e 2.400 nel resto della penisola. Nel film di Michele Cinque, il lupo è un antagonista per la famiglia di allevatori, ma nel corso della narrazione diventa, in un gioco di specchi, una metafora dell’uomo stesso. La presenza del lupo risveglia paure ancestrali, ma anche la nostra appartenenza al mondo animale e la nostra responsabilità nella sua salvaguardia. Date proiezioni: 23-24-25 giugno Torino, Cinema Massimo 24 giugno, San Donato, Orbetello – Festival Terramara, presso Azienda La Selva 30 giugno, 1-2 luglio Milano, Cinema Palestrina 1-3-4 luglio Bologna, Cinema Arlecchino, Jolly e Bristol 1-4 luglio Bergamo, Cinema Conca Verde 2 luglio Firenze, Arena apriti Cinema dell’estate Fiorentina in Piazza Pitti 4 luglio Ussita, Festival Cosa accade se abitiamo 7 luglio Fermo, Arena Capo d’arco 9-10-11 luglio Roma, Cinema Farnese Il tour prosegue fino a dicembre nei capoluoghi del Lazio e nel resto d’Italia. Su richiesta è disponibile il link per la visione riservata del film. Redazione Italia
June 23, 2025
Pressenza