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SCUOLA RESISTENTE DI SABATO 24 OTTOBRE
Per analizzare il movimento studentesco Scuola Resistente è entrata direttamente nelle scuole occupate e ha dialogato con i protagonisti. Le classi sociali dominanti e i loro rappresentanti in Parlamento sembrano, infatti, vivere su un altro pianeta e forse è proprio così perché dai toni delle loro minacciose invettive, rimbalzate sui media mainstream, traspare un certo stupore per le azioni svolte proprio da una parte di quella fetta di società che in questi ultimi decenni hanno maltrattato platealmente senza soluzione di continuità. D’altra parte, la sua componente più “moderata”, partecipa alla solita gara tra chi riesce a distinguere meglio tra manifestanti “per bene” e manifestanti “per male”: non è così, invece, tra i ragazzi e le ragazze che si sono riappropriati dei loro spazi occupando le scuole dopo soli 30 giorni dall’inizio dell’anno scolastico. Gli/le student3 esprimono con lucidità le loro ipotesi e propongono analisi politiche che rivelano alti livelli di consapevolezza, tutt’altro che rassegnata di fronte alla macchina repressiva. Dalle interviste che abbiamo raccolto negli istituti Newton e Plinio Seniore di Roma-centro, emerge un livello di capacità di analisi politica e di tessere trame e connessioni tra rivendicazioni provenienti da vari strati della società, a volte anche distanti ideologicamente una dall’altra, da fare invidia a tutti quei rappresentanti politici che oggi inveiscono contro i ragazzi e minacciano rappresaglie militari: il re però è nudo!. Mentre il potere, gonfiando il petto, mostra il suo lato più repressivo e vendicativo, dalle interviste con i ragazzi, emerge invece la consapevolezza di dover “canalizzare politicamente” e contro il “vero nemico” tutta quella (comprensibile) rabbia. Si evidenzia anche la capacità di analizzare sul piano simbolico-comunicativo azioni che al contrario sono state da più parti derubricate superficialmente alla stregua di un puro appiattimento passivo intorno a valori consumistici: “molti di quegli oggetti sottratti dietro le vetrine rotte – hanno sottolineato unanimemente durante le interviste i/le ragazz3 – sono stati poi redistribuiti…solo che è più comodo nascondere questi fatti!”. Scuola Resistente di sabato 24 ottobre Ascolta o scarica  IL TABÙ DELLA “POLITICA” A SCUOLA “Il problema principale – ci spiega Tea, dell’ IIS Plinio Seniore – è che invece di stimolare un ambiente che sia politicizzato, quale dovrebbe essere la Scuola, ovvero un’istituzione che stimola il pensiero, sul piano politico, e della cultura in generale, penalizza, in modo anche piuttosto pesante, proprio le persone che dentro questa scuola cercano di attivarsi in questo senso. Sono penalizzati tutti quelli che cercano di attrarre dentro la politica interna all’istituto o verso quella nazionale, gli studenti più distratti. Assistiamo a situazioni in cui, durante i picchetti informativi, dove con un megafono esponiamo semplicemente la situazione del nostro Paese, o illustriamo, per esempio, cos’è il DDL Bongiorno o quello cosiddetto anti-Maranza, i docenti ci danno contro cercando di ostacolarci e bloccarci in tutti i modi, mettendoci i bastoni tra le ruote. Tutto questo invece di stimolare, appunto, uno scambio di informazioni indispensabili per vivere in questo Paese. Noi siamo stanchi di quest’Italia populista, siamo stanchi di quest’ignoranza diffusa dove si continua a proporre sempre nuove leggi scolastiche. Siamo di fatto, limitati nelle attività di tutoraggio de3 ragazz3 del primo liceo: non siamo messi in grado come studenti più grandi di orientarli verso degli spazi politici interni. Abbiamo limiti anche nelle assemblee d’istituto, perché non possiamo scegliere liberamente gli ospiti esterni. L’anno scorso, per esempio, volevamo organizzarne una sul tema della legalizzazione della cannabis: ci è stato detto che questo avrebbe significato schierarsi a favore! Addirittura la preside ha detto una cosa del genere! Ci impongono di fare i discorsi per la rappresentanza d’istituto, un organo fondamentale per la scuola, perché è quella che poi rappresenta una comunità di ben 1.600 studenti ma solo su base volontaria e questo fa sì che soltanto i ragazzi, con genitori di un certo status socio-economico che a casa spiegano ai figli l’importanza di un organo del genere, alla fine si convince a partecipare. Sempre di più, già a partire dalla Scuola ci si abitua ad una politica elitaria che poi è coerente con l’etichetta della “scuola del centro” quella cioè di una scuola di studenti con famiglie illuminate, ricche e che possono permettersi di mandare il proprio figlio in settimana bianca, di sostenerlo con le ripetizioni per fare fronte all’ammasso di verifiche che si crea in un periodo solo dell’anno scolastico: la divisione in trimestri e poi in pentamestri non funziona! Questi studenti, inoltre, possono stare tranquilli perché arrivano a scuola in tutta comodità, in quanto non abitano in periferia e non devono quindi farsi 2h di viaggio sui mezzi pubblici ogni mattina per arrivare a scuola….Quindi, noi vediamo un distacco che tra l’altro cresce sempre di più, tra le persone della periferia urbana e quelle, appunto, avvantaggiate sul piano socio-economico. Non si fa nulla per colmare questo “vuoto” dentro l’ambiente scolastico: la Scuola dovrebbe, invece, consentire a tutti di parlare con le stesse armi in pugno, o fare sì che tutti abbiano un tipo di cultura che una volta usciti dal liceo permetta loro di affrontare lo stesso percorso di studi, di costruirsi da soli un proprio futuro. La classe dirigente, invece, alla fine è sempre la stessa! noi siamo stanchi di questa cosa, quindi ci schieriamo contro e occupiamo. Se il dialogo con la dirigenza di questa scuola ci è reso impossibile allora noi troveremo altri canali, ne troveremo uno anche più “violento”. Non solo io ma molti miei compagni, non ci dichiariamo a priori a favore della “non-violenza” perché tutte le rivoluzioni non sono state fatte così! Oggi per esempio parlavamo proprio delle rivolte di Milano: noi diamo appoggio e sostegno ai compagni e a questa rabbia che finalmente sta scattando dal basso, interrompendo un po’ questo piattume e populismo. Finalmente diventiamo un po’ più “europei”, seguendo la linea della Francia, della Spagna, della Germania, del Belgio e di tutti gli altri Paesi in lotta. Noi quindi ci dichiariamo solidali con i compagni che hanno portato avanti le manifestazioni di Milano negli ultimi giorni e non condanniamo gli atti descritti dai media come “vandalici” nel senso che è ovvio che si tratti di azioni che derivano da una rabbia, da un sentimento che fondamentalmente non viene capito o meglio che non si cerca nemmeno di capire. Non ci si chiede cosa ci sia dietro questa rabbia: abbiamo visto in piazza persone, anche molto giovani, rompere vetrine e appunto cercare un ribaltamento della città ma poi nessuno cerca di capire da dove venga questa volontà: ci si limita a condannarla e far vedere i lati più negativi. Dietro c’è una realtà fatta da chi non può permettersi nemmeno i libri per la scuola che possono comportare spese fino a 500 euro considerando tutto il materiale. Molti non possono permettersi nemmeno i soldi per la gita scolastica e i fondi d’Istituto però non ci sono per far si che tutti riescano a partecipare: mentre le scuole cadono letteralmente a pezzi si spendono soldi per le armi e per le guerre. Da noi per esempio piove dal soffitto!. È ovvio che queste cose, alle quali ormai siamo abituat3, nel quotidiano ti fanno crescere dentro, piano piano, una rabbia che poi esplode in manifestazioni, appunto, più violente; Il problema è quindi come questa energia possa essere canalizzata ma soprattutto va innanzitutto capita. Bisogna ricercarne le radici e convincersi che c’è un vero odio di classe, una volontà di lotta di classe e di un ribaltamento della società e delle attuali classi sociali. Quindi noi non ci schieriamo contro ma anzi, ancora una volta, ci esprimiamo solidali con i compagni di Milano. RIBALTARE LE CITTÀ “Cosa intendiamo per ribaltare le città? Diciamo, in parole povere – prosegue Tea – che innanzitutto il caos e il disagio che è stato espresso dai compagni è un disagio reale, fondamentale. Noi siamo stanchi di chiedere il “permesso” al sistema, proprio quello contro il quale manifestiamo, di farci dire “come” manifestare. Siamo stufi di dover concordare col governo i percorsi delle manifestazioni, di essere seguiti, di dover far “autorizzare” le nostre manifestazioni, di chiedere dunque sempre il permesso e le modalità in cui noi dobbiamo o possiamo esprimere il nostro dissenso. Noi siamo arrabbiati, siamo scontenti di questo governo, siamo contro le nuove iniziative che sono state proposte e le nuove iniziative che il governo è riuscito a far passare. E quindi noi ci facciamo vedere! ribaltando e sconvolgendo la città: creiamo un disagio, perché evidentemente è l’unico modo per farci sentire. Perché sono anni che in Italia viene portata avanti una modalità molto più moderata per le manifestazioni che però non sconvolgeva o non creava sufficiente disagio ai livelli di quello creato in questi giorni in Italia e negli altri paesi d’Europa, come in Francia o in Spagna. È del tutto vidente che ci sia questa necessità! Se è uscita uscita fuori così la necessità esiste e finalmente c’è una presa di coscienza da parte delle classi sociali più basse e delle persone che sono stanche di una città e di un sistema che è fatto per pochi. Viviamo in un sistema elitario, dove sopravvivi soltanto se parti da una posizione più avanzata rispetto agli altri e quindi se sei già in una condizione socio-economica superiore a tutti gli altri. LA SOCIETÀ DEL CONTROLLO “Non mi sento sotto controllo – risponde Tea in merito ai vari sistemi di videosorveglianza, di tipo digitale sulla rete, ecc.. – proprio perché aderisco a queste modalità più incisive di manifestazione che si fanno più sentire e che sono più d’impatto. D’altra parte, invece, abbiamo visto come l’utilità delle proteste e manifestazioni “classiche” sia stata pressoché nulla negli ultimi anni. Dunque nel momento in cui un tipo di manifestazione, di comunicazione o di protesta non ha funzionato, oppure, anche a causa nostra, non ha portato a nessun risultato anche a seguito di importanti rivendicazioni, allora c’è la necessità della ricerca di un nuovo tipo di azione politica da parte de3 ragazz3. Insomma nuove modalità anche di scendere in piazza: non può essere imposto al popolo come esprimere il proprio dissenso, cosa si possa dire o fare o cosa non fare, di fronte a un governo di cui è profondamente scontento e dal quale si sente represso. Tutto ciò apparirà scomposto o come una rabbia poco canalizzata ma detto questo, non ci facciamo dire come manifestare, dove e cosa dire!. Non ci si può limitare a vedere solo una vetrina rotta! Lì dietro sta tutto un disagio che finalmente sta esplodendo, forse, dopo anni di populismo, di disinteresse verso la politica e appunto di crescita di una politica di destra che punta principalmente sull’ignoranza diffusa”. L’ OCCUPAZIONE NEL DETTAGLIO Anche per destrutturare le consuete ricostruzione fantasiose e tendenziose che immancabilmente dipingono gli studenti occupanti come vandali abbiamo, Lorenzo e Antonio anch’essi studenti-attivisti del Plinio Seniore, ci raccontano che “a partire da quel lunedì in cui abbiamo occupato, sono partite diverse attività anche formative che vanno dalla storia degli spazi sociali occupati autogestiti e la loro utilità nel territorio, all’educazione sessuo-affettiva, peraltro vietata di fatto anche alle superiori dal ministro Valditara che noi invece crediamo sia fondamentale. Abbiamo inoltre fatto corsi sull’economia e sul femminismo durante la Resistenza e avremo una giornata dedicata interamente alla situazione a Cuba, a quello che da più parti viene definito come un “genocidio silenzioso”. Quindi, da una parte, crediamo che l’occupazione serva proprio per riappropriarsi degli spazi scolastici svolgendo lezioni che parlino di attualità e di tutti quei temi che non riescono mai a attraversare la scuola perché censurati o perché, quando quei pochi professori illuminati provano a parlarne, questi ultimi vengono repressi dal Ministero, come abbiamo visto gli anni scorsi quando si tentava di parlare della Palestina e del genocidio a Gaza. Quindi crediamo che l’occupazione serva proprio per riportare in classe temi di attualità che in altri modi difficilmente potranno mai essere affrontati. Dall’altra parte, invece, stiamo anche portando avanti delle attività di riqualificazione degli ambienti, perché negli ultimi anni la nostra scuola come tante altre è stata sempre più abbandonata a sé stessa. Da noi per esempio il cortile interno, col passare degli anni, ha cominciato ad assomigliare sempre più ad una discarica di banchi mentre all’interno le classi non vengono mai ritinteggiate o ripulite, i bagni risultano spesso rotti, mentre dai tetti si ripetono le infiltrazioni d’acqua. A dispetto di quanto si dice, nel nostro piccolo, stiamo provando a ritinteggiare le classi, a ripulirle, a buttare l’immondizia insomma stiamo cercando di lasciare la scuola in condizioni migliori rispetto a come l’abbiamo trovata all’inizio, del resto come abbiamo fatto anche durante le occupazioni degli anni passati. OCCUPAZIONI: LO SCENARIO ATTUALE “Negli ultimi anni – proseguono Lorenzo e Antonio – le occupazioni, cioè proprio il modello seguito, è sicuramente cambiato. Quest’anno la nostra iniziativa è nata dalla necessità concreta di cambiare qualcosa e di vivere, quantomeno per una settimana, la scuola nella sua essenza, cioè viverla nel modo in cui vogliamo noi, non come vuole e come ci vuole far vivere l'”istituzione Scuola”, il Ministero, o le classi dirigenti e le tutte istituzioni di questo Paese. È un’occupazione che nasce dalla necessità di opporsi in modo radicale al sistema di scuola pubblica, che ormai non può più chiamarsi tale vista la privatizzazione in atto a più livelli tanto che noi ormai la paragoniamo ad un’azienda: se pensiamo ai percorsi di alternanza scuola-lavoro affidati ad aziende private vediamo che ci mettono fin dall’inizio, dall’adolescenza, nelle mani di un sistema basato su sfruttamento e precarietà. Quest’anno c’è una crisi che si è ancora di più gravata rispetto agli anni scorsi: un carovita arrivato alle stelle, la guerra che sta continuando in Iran, il genocidio in Palestina che non si ferma e che non possiamo ignorare. L’anno scorso abbiamo occupato a inizio ottobre proprio per questo e quest’anno continuiamo a rivendicare il fatto che i popoli devono avere il diritto di autodeterminarsi e di emanciparsi contro un oppressore straniero. Del genocidio a Cuba, silenzioso che ormai dura da almeno 70 anni per caso se ne parla a scuola? Purtroppo no! l’occupazione è anche un’occasione in cui possiamo e dobbiamo parlarne, per creare una coscienza intorno a questi argomenti “scomodi” e che le istituzioni non vogliono che noi conosciamo. Il caso di Cuba, per esempio lo consideriamo come un genocidio silenzioso perché da 70 anni il nostro alleato statunitense impone un blocco economico a causa del quale non arriva l’energia elettrica, petrolio, medicinali e derrate alimentari e c’è un problema di approvvigionamento idrico. Nonostante ciò è uno popolo che continua a resistere e a rivendicare il governo a modello socialista, un modello alternativo al capitalismo continuando a lottare e a resistere proprio come avvenne in Italia durante la Resistenza partigiana nel secolo scorso. A Cuba non c’è il deflagrare delle bombe, non ci sono allarmi anti-aereo ma c’è una stretta al collo, un popolo costretto a vivere con le poche risorse che ha”. COMUNICATO UFFICIALE DEL COLLETTIVO STUDENTESCO DELL’ I.I.S. PLINIO SENIORE OCCUPATO Oggi, 19 ottobre, a seguito di un’assemblea decisionale ampiamente partecipata, la comunità studentesca del Plinio Seniore ha scelto di occupare la scuola. È la nostra risposta a una situazione politica nazionale e internazionale che non possiamo più ignorare. Gli argini della passività si stanno rompendo e i popoli si stanno risvegliando. Dal “Blocchiamo tutto” dello scorso anno, che ha visto milioni di persone in piazza per la causa palestinese, alle mobilitazioni di massa che stanno tornando a spaventare i governi, nelle ultime settimane ci siamo mobilitatɜ anche noi contro un modello di scuola e di società che non ci rappresenta. L’abbiamo visto con lo sciopero del 16 ottobre, che ha portato in piazza migliaia di studentɜ in tutta Italia e centinaia dal Plinio. La partecipazione ha reso evidente la necessità di organizzare la rabbia sociale, che può sfociare solo nel conflitto, e quella di riprenderci i nostri spazi e occupare la nostra scuola, necessari per garantire una formazione anti-sistema altrimenti impossibile. Siamo contro una scuola che assomiglia sempre di più a un’azienda, con i ruoli dirigenziali ormai assimilati a manager autocratici e accentratori; contro una scuola-caserma, in cui la militarizzazione è sempre più intrinseca al percorso di studio; contro una scuola che non ci emancipa, che ci abitua a un futuro di guerra, sfruttamento e precarietà. È ormai evidente come l’istruzione non sia più capace di dare a tuttɜ le stesse possibilità, nascondendo ingiustizie e classismo dietro la “meritocrazia”. La classe dirigente, che si finge cieca davanti ai problemi che viviamo tutti i giorni, propone false soluzioni di matrice fascista, razzista e misogina. Il DL Scuola ne è una prova: una legge che impone un tetto massimo del 30% di studentɜ stranierɜ per aula, che impone la lingua italiana ai loro genitori e che vieta di indossare il burqa e il niqab alle ragazze musulmane. Non ci stupisce la tendenza di questo governo di creare un nemico comune, puntando il dito contro la persona straniera, il capro espiatorio, promuovendo il razzismo di stato. In questo contesto si inserisce l’infame proposta della remigrazione. Vediamo inoltre come il ministro dell’istruzione Valditara tagli i programmi di filosofia riducendo autori rivoluzionari come Marx e Spinoza, fondamentali per la formazione del pensiero critico, riformi l’educazione civica dandole un’accezione nazionalista e reazionaria, vieti di parlare di politica a scuola con la scusa del contraddittorio e ostacoli i corsi di educazione sessuo-affettiva. Questo avviene in un contesto già fortemente impoverito della sua funzione critica, dove i programmi scolastici da decenni sono relativizzati alla cultura euro-centrica, sminuendo usi e costumi di popolazioni lontane e impedendone l’accettazione senza spirito di superiorità. L’intersezionalità tra le discipline e con il mondo attuale risulta solo sulla carta; in più, assistiamo allo studio massiccio e nozionistico di materie di cui non ci si interroga, e quindi non si fa comprendere, la necessità. È necessario interrogarsi su come modernizzare i contenuti nella scuola, superando la staticità delle lezioni frontali e delle valutazioni periodiche per evitare che gli argomenti diventino conoscenze “a scadenza” fini a sé stesse. Serve altresì scardinare la paura della scuola di ripercorrere e analizzare la storia contemporanea del nostro mondo, rendendo questa istituzione uno spazio di elaborazione reale che permetta alle nuove generazioni di fare i conti con le parti più buie e complesse del nostro presente. Tutto ciò risulta impossibile se il modello Valditara reprime il dissenso e inchioda le componenti scolastiche usando la burocrazia come freno e deterrente. Come se non bastasse, il governo propone il DL Bongiorno che mira a sostituire il consenso con il dissenso: il nostro “NO” non basta più, rafforzando la cultura dello stupro. Ci convincono che con una denuncia si risolva tutto, quando solo il 3% dei casi di violenza viene portato in tribunale, consolidando la vittimizzazione secondaria e colpevolizzando le vittime, mentre al contempo gli spazi di tutela a riguardo, come centri antiviolenza e consultori, vengono osteggiati se non definanziati e chiusi. Lo stesso schema si ripresenta all’interno della nostra scuola, dove sono presenti professori e personale molesti, denunciati e richiamati più volte ma senza mai ottenere un risultato che renda il Plinio un luogo sicuro per studentɜ e lavoratorɜ. Perché sono questi i problemi che viviamo tutti i giorni: soffitti che crollano, cortili allagati, bagni e termosifoni rotti. Mancano fondi e personale, la cui precarietà è sempre più normalizzata, mentre il governo pensa a stanziare 13 miliardi in armamenti. La nostra richiesta è chiara: reindirizzare questi fondi all’istruzione pubblica, sempre se così si può chiamare. Negli ultimi 30 anni, dall’Autonomia Scolastica alla Buona Scuola renziana, vediamo come l’obiettivo delle istituzioni sia uno e sia chiaro: rendere lɜ studentɜ facilmente manipolabili e l’istruzione subalterna agli interessi di mercato. Ciò combacia perfettamente con la logica del profitto che questo sistema vuole farci assorbire, che prevede una vita basata sullo sfruttamento e la precarietà. Questo modello culmina in due riforme fondamentali: da una parte la riforma del 4+2 partita da Valditara, che rende il futuro dellɜ studentɜ degli istituti tecnici e professionali sempre più precario e ricattabile a causa della specializzazione estrema e privatizzata, invece di fornire le basi culturali necessarie per essere cittadinɜ consapevoli; dall’altra parte il modello dell’alternanza scuola-lavoro che da decenni plagia il pensiero dellɜ studentɜ verso una scuola utile solo al mercato del lavoro, mascherando lo sfruttamento come formazione necessaria e alleggerendo il lavoro delle aziende rispetto alla preparazione dellɜ dipendenti, riversando il peggio sullɜ lavoratorɜ sempre più sfruttatɜ e precarɜ. L’abolizione di queste riforme è necessaria per ritornare a una scuola basata sulla conoscenza, ed è ancora più urgente a causa dei danni tragici provocati sullɜ studentɜ: non possiamo dimenticare la morte di Lorenzo Parelli, Giuseppe Lenoci e Giuliano De Seta, a cui si aggiungono decine di migliaia di infortuni durante l’alternanza. Parlando di scuola-azienda non possiamo ignorare l’ultima evoluzione che questo modello ha subito, quella della scuola-caserma. Negli ultimi anni abbiamo visto come profitto e militarizzazione si legassero sempre di più, ricadendo nella scuola: i percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento con Leonardo, le presentazioni dell’esercito nelle scuole e la narrazione bellicista del nostro governo che si riflette fortemente sulle ultime generazioni. La normalizzazione della militarizzazione passa dalla scuola e attraversa tutti gli spazi: dai metal detector nelle scuole alle zone rosse, sono tutte misure reazionarie e inefficaci, utili solo a farci accettare la cultura della guerra. L’esempio più significativo di questo modello è l’uccisione di Abderrahim Fakir, con la sola colpa di essere straniero, da parte delle forze dell’ordine, espressione concreta del potere esecutivo di un sistema basato su razzismo e violenza. Rivendichiamo ciò anche per l’esperienza dell’occupazione e del movimento pro-Palestina dello scorso anno. Non scordiamo la complicità delle nostre scuole e istituzioni con il genocidio palestinese, il tacito consenso e l’indifferenza verso le oppressioni occidentali. Non basta una giornata per parlare di ciò che è successo: serve stimolare un’elaborazione reale nella mente di tuttɜ noi per combattere il concetto di supremazia europea. Ripudiamo la logica della guerra in quanto contrappeso della crisi economica nazionale ed europea, con prezzi dei carburanti alle stelle e di conseguenza un rincaro dei prezzi generalizzato. Investire nel riarmo significa tagliare dal welfare decidendo di schierarsi dalla parte della morte invece che della vita; accettare l’interventismo occidentale significa non riconoscere le cause del nostro malessere. Non è più sostenibile campare nel sistema capitalista, ed è ora di accettarlo e condannarlo. Se lɜ studentɜ occupano le case e piantano le tende perché il costo della casa è diventato così alto da non garantire più questo diritto; se lɜ lavoratorɜ scioperano e bloccano il paese e i rifornimenti perché il lavoro non basta più per sopravvivere; se in tutta Europa i popoli insorgono, è ora che la politica ci ascolti. Da decenni la classe politica è sempre di più una casta, lontana e insensibile alle manifestazioni di massa, nascosta dietro il sottile dito della repressione, pavida degli interventi per sostenere i ceti medi e bassi. Si tenta sempre di più di restringere gli spazi democratici: è evidente come sia scomoda per una classe dominante sempre più autocratica la formazione del pensiero critico e lo scambio di opinioni. Lo vediamo con la nuova legge elettorale, che obbliga i partiti politici extraparlamentari a raccogliere 450.000 firme nel giro di due settimane, una richiesta che neanche i partiti parlamentari potrebbero soddisfare e che va a gravare solo su determinate forze politiche. È chiaro come questo governo abbia paura che in Parlamento entrino membri di partiti di reale opposizione che propongono una vera alternativa. Nello stesso contesto si inserisce il DL Romeo, un decreto legge con il solo scopo di reprimere il dissenso e giudicare antisemiti tuttɜ coloro che si schierano al fianco del popolo palestinese. Rivendichiamo con forza il nostro antisionismo, che i nostri Stati complici si dimenticano di differenziare dall’antisemitismo. Ribadiamo la nostra solidarietà a tutti i popoli in lotta contro l’imperialismo e il neocolonialismo, declinazioni del capitalismo. Siamo arrivatɜ alla crisi della storia e i fatti ce lo dimostrano: oggi come non mai lɜ studentɜ, cittadinɜ del mondo futuro, si trovano di fronte a una crisi di prospettive generalizzata che va dalla guerra continua che sembra inevitabile, al caroprezzi che avanza anno dopo anno perché la crescita economica è ad uso dei padroni, fino a una crisi climatica che incombe sulle nostre teste. Non vogliamo vivere in un mondo che rifiutiamo e che non ci appartiene, e per questo faremo tutto ciò che è in nostro potere per cambiare direzione. Organizzare la protesta è vitale e insieme creeremo la nostra alternativa. L’occupazione è l’apice dell’espressione del nostro dissenso, non tanto per il rumore fatto da una scuola bloccata e dallɜ studentɜ che con forza denunciano il loro radicato malcontento, quanto per la speranza che dimostra una scuola occupata, dove lɜ studentɜ prendono in mano quella che è la loro realtà di tutti i giorni e con convinzione la portano sulla strada che ritengono giusta per loro. Creare una scuola che sia davvero nostra è ciò in cui speriamo per il futuro, e durante l’occupazione essa ci appartiene e ci permette finalmente di dare vita ai nostri progetti, formazioni ed espressioni più personali. La nostra vitalità si esalta oggi tra queste mura, perché noi ora possiamo dire di aver vinto contro l’oppressore e da qui ripartire più fortɜ che mai, in nome della nostra libertà. Questo è solo l’inizio del nostro nuovo futuro, dove la nostra resistenza è diventata intrascurabile e passa dalla mobilitazione, dal riappropriamento di spazi fisici e quindi contro-culturali, dall’espressione pubblica del dissenso e soprattutto dal ribaltamento delle forze produttive. Occupare, manifestare e scioperare sono le parole d’ordine per la ripartenza della nuova gioventù che di fronte al nemico non farà neanche un passo indietro. Uscitɜ dalla scuola continueremo a riempire le piazze, portando avanti le nostre istanze finché non saranno soddisfatte. Crediamo con convinzione che la lotta non si debba fermare alle occupazioni delle scuole, ma esse devono funzionare da motore di slancio per le manifestazioni successive. Come abbiamo fatto in passato continueremo le proteste dentro e fuori scuola, con la scuola tutta. La mobilitazione continuerà con lo sciopero generale ed internazionale del 30 ottobre: studentɜ e lavoratorɜ si uniscono e continueranno a farlo perché la lotta non si ferma e non si fermerà mai. Scuola Resistente è una trasmissione in onda il sabato alle 18.00 curata da Stefano Bertoldi nostro collaboratore e corrispondente da Roma
October 25, 2026
Radio Onda d`Urto
SCUOLA: LA PROTESTA NON SI FERMA ANZI SI ALLARGA. DECINE QUELLE OCCUPATE A ROMA
La protesta non si ferma anzi si allarga anche nelle scuole, contro un futuro che non c’è. Si allunga così ogni giorno che passa l’elenco delle occupazioni contro carovita, mancanza di futuro, collasso della scuola pubblica e dl Valditara con tetto agli alunni di origine migrante. Istituti occupati a Napoli, Bologna, Torino, Firenze, Cosenza e Roma. Al liceo Plinio Seniore di via Montebello di Roma il Collettivo “20 novembre” ha diffuso un documento politico dell’occupazione, in cui si legge che la grande partecipazione allo sciopero dello scorso 16 ottobre “ha reso evidente la necessità di organizzare la rabbia sociale, che può sfociare solo nel conflitto, e quella di riprenderci i nostri spazi e occupare la nostra scuola, necessari per garantire una formazione anti-sistema altrimenti impossibile. Siamo contro una scuola che assomiglia sempre di più a un’azienda con ruoli dirigenziali ormai assimilati a manager autocratici e accentratori. Contro una scuola caserma, in cui la militarizzazione è sempre più intrinseca al percorso di studio”. “Occupare, manifestare, scioperare, sono le parole d’ordine per la ripartenza della nuova gioventù che di fronte al nemico non farà neanche un passo indietro. Usciti dalla scuola, continueremo a riempire le piazze, portando avanti le nostre istanze, finché non saranno soddisfatte”. A essere occupata è stata anche la succursale del liceo Newton in via dell’Olmata (la sede principale era stata occupata lo scorso 13 ottobre). L’iniziativa è stata rivendicata dal collettivo Assange. Tra le motivazioni figurano “la situazione in Palestina”, ma anche la crisi abitativa: “Le case popolari – denunciano studentesse e studenti – non sono sufficienti per soddisfare la richiesta abitativa. E il governo, invece di tutelare le famiglie che vivono in complessi come quello Spin Time, continua a sgomberare queste comunità. Lasciando padri, madri e bambini per strada in condizioni disumane”. Dalla Capitale sentiamo le voci di studentesse-i raccolte al liceo Plinio – Seniore occupato realizzate dal nostro collaboratore, Stefano Bertoldi. Ascolta o scarica  Altre interviste realizzate al Plinio-Seniore e al Newton nella trasmissione Scuola Resistente in onda sabato prossimo alle 18.
October 22, 2026
Radio Onda d`Urto
SCUOLA RESISTENTE: PUNTATA DI SABATO 17 OTTOBRE
Ospite di Scuola Resistente di questa settimana è Gianni Tognoni, medico e segreterio generale del Tribunale Permanente dei Popoli perché il 30 settembre scorso il TPP ha pubblicato la sentenza sulle bambine e sui bambini indigeni, rinchiusi nelle cosiddette scuole residenziali del Canada, scomparsi, maltrattati e seviziati per decenni e sulle sepolture senza nome; è stata quindi anche l’occasione per affrontare il tema del genocidio sotto diversi punti di vista, non solo giurisprudenziali. La sessione del TPP, svoltasi a Montréal nel maggio 2026, ha raccolto testimonianze di vittime, familiari, studiosi e difensori dei diritti dei popoli indigeni. Al centro dell’indagine vi è il sistema di queste “scuole” veri e propri centri di reclusione e di lavaggio massiccio dei cervelli, dove transitarono per oltre un secolo circa 150.000 bambini delle First Nations, Inuit e Métis dopo essere stati sottratti alle famiglie. Oltre ad un genocidio culturale fu portato avanti un genocidio secondo tutti i parametri del diritto internazionale: obiettivo dello Stato federale del Canada ma in totale continuità con le politiche dei primi colonizzatori, era quello di impedire ad un intero popolo di nativi americani di potersi riprodurre biologicamente e culturalmente per le generazioni a venire. I bambini subirono separazioni forzate, abusi fisici e sessuali, malnutrizione, malattie non curate, lavoro forzato e in numerosi casi trovarno la morte. Il sistema ebbe il suo massimo sviluppo tra il XIX secolo e il ventesimo secolo ma più vicino a noi, anche nel primo dopoguerra anche se formalmente andò avanti fino al 1998. Con Gianni Tognoni, quindi, abbiamo avuto l’occasione di trattare il concetto stesso di genocidio che passa attraverso un processo di disumanizzazione dell”altro da noi”, sia come persona umana sia come rappresentante portatore di una propria cultura. <<Quando la persona e con essa un intero popolo – ha sottolineato Tognoni – vengono sottratti dal concetto stesso di essere umano, allora è possibile agire qualsiasi nefandezza dall’annientamento della cultura di cui è portatrice fino alla annientamento fisico dei corpi>>. Molti di questi infatti, furono sepolti in tombe non contrassegnate e ancora oggi non sono stati identificati né sono stati ritrovati anche solo i resti di numerose vittime. Sul piano culturale, invece, il sistema mirava all’assimilazione, attraverso la distruzione delle lingue, delle culture, delle tradizioni e delle strutture sociali indigene: si tratta di un lento processo dove la cultura bianca colonialista in diverse parti del mondo ha attuato lo stesso copione, per giustificare la propria presenza in un territorio considerato strategico oppure per l’estrazione di un minerale di interesse economico. <<In questo caso – ha continuato Tognoni – il Canada si è reso responsabile anche di complicità con processi coloniali ed estrattivisti simili, ospitando sedi legali anche di società minerarie di altri paesi offrendo loro condizione agevolate>>. La Commissione canadese per la Verità e la Riconciliazione aveva già definito nel 2015 questo processo un “genocidio culturale” ma il TPP sostiene, in aggiunta, qualcosa di ancora più importante che riguarda in termini preventivi, ancora una volta, il concetto stesso di “genocidio”, troppo spesso relegato unicamente all’interno del ricordo ingombrante della Shoah. Le violazioni, infatti, non appartengano soltanto al passato e individua continuità nelle politiche contemporanee e le stigmatizza affinché questo genocidio si interrompa definitivamente: già da oggi e per gli anni a venire, il governo federale deve mettere in atto diverse iniziative perché non basta fermarsi all’ammissione delle proprie colpe soprattutto se queste sono fossilizzate nelin un passato più o meno lontano. Secondo il Tribunale, il Canada è quindi responsabile di genocidio e crimini contro l’umanità, tra cui apartheid e sparizioni forzate tanto che il numero e l’identità di molti bambini morti o scomparsi rimangono ancora sconosciuti. Oltretutto milioni di documenti utili alle famiglie per ricostruire le vicende dei propri cari restano negli archivi governativi o delle chiese che, soprattutto in passato, erano protagoniste della gestione criminale di questi centri di detenzione. Il TPP denuncia anche la prosecuzione dell’espropriazione delle terre e delle risorse ancestrali e le condizioni di disagio presenti in alcune riserve. Particolarmente significativo è il dato secondo cui, dopo la fine delle scuole residenziali, circa 165.000 bambini indigeni sarebbero stati sottratti alle famiglie. La sentenza chiede al Canada di recuperare e proteggere i resti dei bambini, rendere accessibili gli archivi e sostenere le comunità indigene. Chiede inoltre di indagare sulle sterilizzazioni forzate e sulle donne e ragazze indigene scomparse o uccise. Tra le raccomandazioni figurano, invece, riparazioni per le violazioni territoriali e per il trauma intergenerazionale, la tutela delle lingue, delle culture, dei sistemi giuridici e dei luoghi sacri indigeni, pari accesso a sanità, istruzione, abitazione e servizi sociali e a modificare di conseguenza la propria legislazione in questa direzione. Volendo partire dal titolo stesso dato alla commissione dello Stato canadese, la cosiddetta riconciliazione non può limitarsi quindi a gesti simbolici ma richiede oltre al riconoscimento delle responsabilità passate degli interventi concreti a partire da domani. Trasmissione a cura di Stefano Bertoldi, sociologo, giornalista freelance collaboratore di Radio Onda d’Urto e di Pressenza. Ascolta o scarica 
October 21, 2026
Radio Onda d`Urto
SCUOLA RESISTENTE: PUNTATA DI SABATO 26 SETTEMBRE
Naji al-Ali, uno dei più noti vignettisti palestinesi, divenne famoso soprattutto per aver creato Handala, il bambino palestinese rappresentato sempre di spalle, diventato un simbolo della causa palestinese: a soli 50 anni, Nanji, voce dissidente divenuta troppo scomoda per molti, venne assassinato con la complicità del Mossad e dell’entità sionista dell’epoca. Handala è anche il nome dell’imbarcazione della Freedom Flotilla Coalition, partita da Siracusa a fine luglio 2025 poco prima della Global Sumud Flotilla. Ospiti di Scuola Resistente di questa puntata sono Antonio Mazzeo che fu a bordo di quella missione e Lelio Bonaccorso, disegnatore impegnato socialmente su più fronti che con lui ha pubblicato “Handalino”, una graphic novel, incentrata sulle avventure di un peluche, anche lui a bordo di Handala, intorno al quale si erano coagulati molti sogni e speranze per i bambini palestinesi: Handala fu poi assaltata il 26 luglio 2025 da un reparto di èlite dell’IDF. Antonio Mazzeo da anni lotta contro la militarizzazione crescente della nostra società, con un’ attenzione particolare, negli ultimi anni, al sistema educativo, attraverso l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole dell’università. Sul versante artistico, Lelio Bonaccorso, anche lui messinese, ha percorso un’analoga strada di lotta che ha spaziato dalla tragedia dei naufraghi del Sud del mondo, (ad es. con “Salvezza”, la prima graphic-novel della Feltrinelli scritta dopo una navigazione a bordo della nave Aquarius di SOS Mediterranee), fino al recente “Il ponte”, sul caso emblematico dell’inutile ponte sullo Stretto, a cavallo tra devastazioni territoriali-ambientali e logiche mafiose-imprenditoroali. “C’è un filo rosso che collega tutti questi fatti che ci vedono coinvolti come “Occidente” – ci ha spiegato Bonaccorso durante l’intervista – e ogni volta l’obiettivo è quello di creare, attraverso il fumetto, un ponte comunicativo per aumentare il livello di consapevolezza”. Mazzeo e Bonaccorso sono quindi l’esempio concreto di un modo diverso di interpretare il proprio lavoro in chiave di impegno civile a differenza di quei docenti che si appresteranno ad autocensurarsi o a fare la spia, in base alla futura legge contenuta nel DDL1004 che di fatto equipara l’antisionismo all’antisemitismo o a differenza di quei disegnatori della “scuderia Bonelli” (tra i quali tre dei più noti fumettisti del celebre Dylan Dog), che si sono prestati a disegnare le gesta eroiche del commissario Mascherpa, fumetto propagandistico edito dalla Polizia di Stato. I nostri figli o nipoti, un giorno, ci chiederanno conto, (soprattutto a noi docenti!), dei motivi della nostra indifferenza o quantomeno del silenzio di fronte al genocidio a Gaza e anche di fronte alla pulizia etnica in corso in Cisgiordania e dell’escalation di violenze contro i palestinesi dei campi profughi. “Che a Gaza sia in corso un genocidio – ha ricordato Gianni Tognoni segretario del Tribunale Permanente dei popoli in una nostra recente intervista – ormai da tempo non ci sono più dubbi anche all’interno della comunità dei maggiori esperti giuristi di diritto internazionale in ogni parte del mondo: di fronte ad un reo confesso che addirittura si fa un vanto di perpetrare impunemente, in spregio a tutte le sui crimini di guerra e contro l’umanità e soprattutto di fronte al silenzio di buona parte della comunità internazionale, si rimane senza parole, non si sa cos’altro aggiungere a quanto si sia stato già detto”. Handalino è quindi non solo un fumetto ma un vero e proprio strumento didattico per le maestre e i maestri, un antidoto contro l’indifferenza e soprattutto per formare le giovanissime generazioni all’esercizio dell’empatia nei confronti di bambini e bambine che hanno avuto la casualità di nascere in un posto martoriato a causa della nostra volontà di dominio coloniale, dal 1948 (ma anche prima) ad oggi. Trasmissione curata da Stefano Bertoldi, sociologo, giornalista freelance collaboratore di Radio Onda d’Urto e di Pressenza. Ascolta o scarica   
September 27, 2026
Radio Onda d`Urto
SCUOLA RESISTENTE: PUNTATA DEL 12 SETTEMBRE 2026
Ad un quarto di secolo dall’uccisione di Carlo Giuliani in circostanze controverse e mai del tutto chiarite, apriamo il ciclo 2026/27 di Scuola Resistente con Ilaria Bracaglia del Comitato Piazza Carlo Giuliani e con Italo di Sabato, voce nota agli ascoltatori di Radio Onda d’Urto, più volte ai nostri microfoni come Osservatorio Repressione. Il comitato ogni anno bandisce delle borse di studio per studenti/esse degli ultimi anni delle scuole secondarie superiori e dell’ università, per incentivare studi e riflessioni dal basso, intorno ai fatti del G8, evitando così una rimozione collettiva, sempre dietro l’angolo. Gli studenti e le studentesse, invece, devono sapere che cosa avvenne in un paese come l’Italia le cui istituzioni si proclamano, ad ogni occasione ed ossessivamente, democratiche. Genova 2001 rappresenta, infatti, uno spartiacque paradigmatico, una sorta di prova generale di un modello di controllo sociale repressivo da parte di istituzioni, a questo dedicate che oggi imperversano dalla sfera digitale a quella più materiale dei corpi e dei territori, con strumentazioni sempre più sofisticate ed interconnesse. Pochi anni dopo quella prova drammatica, coordinata, nei suoi risvolti più muscolari, direttamente dal governo, avrebbe trovato, con la legge 124/2007, la sua sistematizzazione e istituzionalizzazione. Nel 2007, infatti, AISE e AISI vengono poste sotto la diretta responsabilità della Presidenza del Consiglio e coordinate dal D.I.S. superando così la precedente dipendenza dei Servizi rispettivamente da Difesa e Interno. Uno degli artefici di questa riforma che spinse l’acceleratore in direzione di una diffusione capillare, a partire da scuole e università, della “cultura della sicurezza” declinata in anni più vicino a noi in “cultura della difesa”, fu proprio il deus ex-machina di quella che fu definita la “macelleria messicana” di Genova 2001: Gianni De Gennaro, il “superpoliziotto” a capo della Polizia di Stato e già stretto collaboratore di Giovanni Falcone. Dopo quei fatti gravissimi, qualche condanna certamente ci fu ma molti di più furono i depistaggi e gli insabbiamenti per non parlare degli scandalosi avanzamenti di carriera per alcuni poliziotti che uscirono dalla Diaz con i manganelli insanguinati, o i sette anni concessi come premio a De Gennaro alla presidenza di Finmeccanica oggi Leonardo SpA. Ilaria Bracaglia ha sistematizzato, sul versante antropologico ed etnografico, il vissuto collettivo di quell’esperienza drammatica costruendo fin dalla sua tesi laurea e proseguendo con un dottorato ed ulteriori ricerche, una narrazione alternativa di quei fatti. La tesi (del 2014) aveva, infatti, il titolo Genova: obbedir tacendo, reagir narrando. Reazioni tattiche multimediali e approfondiva lo studio dei comitati civici nati dopo il G8. Quel lavoro, l’anno dopo, le valse anche il premio ACAT Italia “Una tesi di laurea per fermare tortura e pena di morte”. Quel progetto culturale perverso, di militarizzazione in senso lato, iniziato in quegli anni in modo sempre più sistematico e invasivo proprio nelle scuole, sul lungo periodo, ha portato purtroppo i propri frutti avvelenati. “Quello che ho notato in questi ultimi anni, parlando con gli studenti e leggendo le loro tesine – ha infatti sottolineato Ilaria Bracaglia – è la tendenza a suddividere le forme del dissenso e del conflitto, in modalità buone, accettabili e cattive e quindi a dividere in modo manicheo i manifestanti “buoni” da quelli “cattivi”. Con Italo Di Sabato invece abbiamo affrontato lo scenario globale in cui si inquadra questo approccio repressivo, iniziato con un salto di qualità a partire appunto dal 2001 e che oggi va a colpire, oltre alle soggettività marginalizzate e razzializzate, proprio i giovani, gli studenti e con loro le varie proteste di piazza che li vede sempre più protagonisti come ad esempio gli ultimi movimenti di protesta contro le connivenze dello Stato italiano con l’entità sionista in Israele o il modello sociale finanziarizzato che porta al soffocamento di iniziative sociali e mutualistiche come quella, tra le tante, dello Spintime a Roma. Dallo “Stato sociale” allo “Stato penale”, il dissenso trasformato da fatto politico in problema di ordine pubblico, la repressione moderna divenuta negli anni essenzialmente preventiva: questi sono i tre temi principali interconnessi alla sfera studentesca e alle lotte all’interno e all’esterno degli istituti scolastici gradualmente trasformati in istituzioni totali. La puntata di sabato 12 settembre Ascolta o scarica
September 22, 2026
Radio Onda d`Urto
SCUOLA RESISTENTE: LA PUNTATA DI SABATO 30 MAGGIO 2026
Ai microfoni di Scuola Resistente, sabato 30 maggio 2026, Romano Lupi, insegnante nelle scuole secondarie in Liguria, giornalista e scrittore, ci racconta del suo ultimo libro scritto con Fabio Balocco, “La sventura”, in particolare soffermandosi sul capitolo che riguarda la scuola. “La sventura” è un resoconto molto dettagliato che, spaziando dalla scuola all’ambiente, alle politiche industriali, racconta in maniera impietosa di tutte le azioni, sfacciatamente neoliberiste, commesse dalla sinistra al potere ispirate, come da un manuale di Scienza della Politica, all’ideologia neoliberale. Madre e matrigna di tutte le riforme scolastiche, senza andare troppo lontano ma rimanendo in questi ultimi 30 anni, è stata certamente la cosiddetta riforma Berlinguer (Luigi, Ministro dell’ istruzione e dell’ università dell’epoca) ispirata “tecnicamente” dal sociologo Guido Martinotti. Nel 1997, Martinotti, presiedette il gruppo ministeriale sull’autonomia didattica e l’innovazione dei corsi di studio universitari, da cui uscì la famosa “Bozza Martinotti”, che anticipò molte delle trasformazioni poi confluite nel decreto 509/1999. Fu in quegli anni, sul finire degli anni novanta e all’alba del secondo millennio che furono introdotte diverse parole-mito: efficienza ed efficacia del sistema formativo, didattica per competenze, crediti e debiti formativi, ecc. Nel sistema universitario e negli ambiti della ricerca, invece, si iniziò a parlare della “qualità” della ricerca e delle ricadute industriali della stessa dimenticando a piè pari concetti quali la “serendipity” e introducendo invece il suo esatto opposto: obiettivi definiti in anticipo, programmi di ricerca con risultati prevedibili, tempi certi, indicatori quantitativi di produttività, sequenza delle pubblicazioni. Nelle stanze dello stesso palazzo in cui oggi operano i cervelloni dell’INVALSI, si riunivano i primi gruppi di consulenti seriamente intenzionati a standardizzare i vari sistemi di valutazione che poi dettero vita all’ANVUR (Agenzia Nazionale Valutazione Università e Ricerca), ovvero la morte della ricerca teorica (o “pura”) e il trionfo di quella “applicata”. Si potrebbe pensare che siano stati dei consulenti del Fondo monetario Internazionale o della Banca Mondiale o di quella europea a concepire un modello simile, invece sono stati proprio loro, quelli della “sinistra progressista”, ad aprire quella strada che da semplice carrareccia ha poi consentito di spianare un’autostrada, come da sempre sono soliti fare i neo-fascisti quando finalmente vanno al governo. In tutto questo, c’è stata una grande coerenza tra i vari interventi, anche considerando gli altri settori della società: si va dalle privatizzazioni, a vere e proprie svendite dei “gioielli di famiglia”, per quanto riguarda le aziende statali e/o partecipate, per passare alla cosiddetta autonomia scolastica e ai nuovi presidi-sceriffo che tutti ormai conoscono bene e funzionali ad esso, la creazione, di fatto, a livello organizzativo di un cerchio magico intorno proprio ai dirigenti scolastici. Questi si spartiscono i pochi lupini che il sistema pubblico elargisce, in misura sempre più ridotta, al sistema scolastico. Per concludere, non si potevano non menzionare le varie università online-telematiche che pescano nel torbido, proponendo abilitazioni a pagamento che hanno consentito e consentiranno, a nuove generazioni di insegnanti, con in tasca due/ tremila euro , di sostituire le precedenti non per merito ma per capacità reddituale. In questo mercato della cultura, ci sono stati docenti che si sono spinti oltre sulla base di un semplice calcolo costi-benefici dell’investimento: hanno letteralmente comprato i punti di servizio, (fino al dodici punti corrispondenti ad un anno di servizio di insegnamento, anche con una sola ora di supplenza) nella scuola paritaria dove lavora un parente o un amico. Come? Restituendo alla scuola, in contanti, l’equivalente del contratto/contrattino di supplenza e versando, sempre di tasca propria, i contributi INPS corrispondenti. Qualche anno così e poi si è pronti per fare il grande salto inserendosi con un discreto punteggio in tasca, nelle graduatorie per le supplenze di un grande centro urbano come Roma o Milano, con molte più possibilità di aggiudicarsi supplenze, rispetto ad un piccolo centro del Sud Italia. A completare il quadro, appunto, l’acquisto dell’abilitazione all’insegnamento tramite una delle tante università telematiche e quindi il passaggio automatico dalla seconda fascia alla prima. Questa totale degenerazione del sistema di reclutamento del corpo insegnante italiano è stato possibile – ha poi commentato Romano Lupi – anche grazie a questo approccio utilitaristico ed economicistico introdotto dalla sinistra al potere dove alcuni suoi esponenti di rilievo, tutti ex-PCI, hanno non pochi conflitti di interesse proprio con alcune di queste università telematiche; insomma, le tre “i” di Berlusconi (impresa, inglese, Informatica), in confronto, sono state un gioco da ragazzi. La puntata di Scuola Resistente di sabato 30 maggio 2026. Ascolta o scarica.
May 30, 2026
Radio Onda d`Urto
SCUOLA RESISTENTE: LA PUNTATA DI SABATO 23 MAGGIO 2026
Alessandra Alberti, di Torino, insegnante di lingua e letteratura inglese alle superiori, antimilitarista convinta, a Radio Onda d’Urto sottolinea, senza se e senza ma “che la presenza delle Forze dell’Ordine e delle Forze armate a scuola sia inconciliabile con quella che è la natura stessa della scuola pubblica: un luogo dove l’insegnamento delle discipline passa necessariamente per l’educazione alla pace, alla solidarietà e alla risoluzione non violenta dei conflitti“. Con Alessandra Alberti abbiamo colto l’occasione, commentando l’ultimo articolo di Rossella Latempa su Roars in pratica un fermo-immagine impietoso sul modello sfacciatamente classista del sistema educativo-formativo italiano attuale, per individuarvi anche un altro filo rosso che viene definito, dall’ ex-rappresentante di armi, Guido Crosetto, “Cultura della Difesa”. I tre canali ufficiosi della scuola pubblica, quello di serie A di serie B e oggi anche di serie C, non sono stati inventati oggi, come ci raccontano Fabio Balocco e Romano Lupi in “La sventura”: “ma certamente – afferma Alessandra Alberti – oggi tutto questo, in questi ultimi anni, ha subìto una forte accelerazione anche e soprattutto a causa di questa riforma sconfusionata degli istituti tecnici ridotti a quattro anni che fa il paio con l’introduzione degli ITS Academy (4+2)”. Gli ITS Academy sono dei percorsi formativi inquadrati all’interno di Fondazioni private che ricevono “anche” fondi pubblici, quindi di fatto sono dei cicli formativi pensati e progettati per le esigenze contingenti di Confindustria: oggi c’è esigenza di dominare ed addestrare l’intelligenza artificiale, una competenza che potrebbe risultare utile per guidare alla perfezione un drone militare? Ecco che interviene l’ITS Academy che propone un percorso ad hoc naturalmente in un quadro di enfasi e di sbornia da overdose digitale, anch’essa proveniente da lontano, le grottesche tre “i” berlusconiane: inglese, informatica, impresa. Dalla critica alle analisi predittive dell’INVALSI ma diremmo anche connaturate nell’approccio sottostante al cosiddetto “merito” o della scuola come “talent-scout”, il passaggio a ciò che Crosetto definisce come la possibilità di “riscatto delle giovani generazioni del sud d’Italia”, ovvero la carriera militare, il passo è tragicamente breve. Qui torniamo, quindi, alla cosiddetta cultura pervasiva della difesa (un tempo si parlava più di “sicurezza” in senso lato) o meglio di un approccio che punta alla deterrenza più che la prevenzione, alla repressione più che ancora una volta, alla prevenzione: “l’opposizione alla presenza dei militari – prosegue Alberti – si è rivelata molto ardua, perché pochi/e pochissimi/e insegnanti sono coscienti del fatto che la militarizzazione è sempre più pervasiva nella nostra società e che la scuola si trova proprio al centro di questo processo. Anzi, mi è capitato di parlare con colleghi e colleghe che in nome della cosiddetta libertà di scelta dei ragazzi e delle ragazze, ritengono che quando i militari vengono a fare orientamento in uscita per presentare la carriera militare come possibile sbocco dopo il diploma, sia giusto tener conto ANCHE di questa possibilità. Solo che come abbiamo detto a Torino l’anno scorso quello del soldato non è un mestiere come un altro ed è nostro preciso compito come insegnanti decostruire l’idea della guerra come inevitabile e necessaria”. Che in Italia sia in atto un processo di militarizzazione strisciante ed una svolta a destra verso l'”israelizzazione” che parte dal sistema formativo per estendersi a tutta la società, non lo affermano solo i docenti dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ma è Crosetto stesso: “La Difesa è una grande macchina al servizio del Paese. Funziona quando ogni ingranaggio fa la sua parte: militari e civili, competenze operative e amministrative, esperienza e innovazione. Non riesco a immaginare una Difesa che non investa sempre di più sul personale civile. Non riesco a immaginare una Difesa con una sola “componente” militare. La Difesa è e sarà sempre più efficiente quando anima militare e anima civile sapranno integrarsi e cooperare , con compiti diversi ma ugualmente indispensabili. (…) Minacce ibride, cyber, disinformazione, intelligenza artificiale, infrastrutture critiche: il mondo è cambiato, e cambia anche il modo di difendere l’Italia”. Così ha affermato recentemente il ministro in occasione della “Giornata del Personale Civile dell’Amministrazione della Difesa” ma queste parole si ripetono in ogni contesto in cui lui interviene che sia civile o militare, educativo o lavorativo non fa differenza: anche il servizio civile per come è concepito, nel quadro più generale dell’introduzione della mini-naja, rientra in questa visione con le stellette. Stefano Bertoldi, sociologo, giornalista freelance collaboratore di Radio Onda d’Urto e di Pressenza. Ascolta o scarica.
May 25, 2026
Radio Onda d`Urto
SCUOLA RESISTENTE: PUNTATA DI SABATO 18 APRILE
Nuova puntata sabato 18 aprile 2026, su Radio Onda d’Urto, di “Scuola Resistente”, trasmissione su istruzione e dintorni, a cura del nostro collaboratore Stefano Bertoldi, sociologo, giornalista freelance collaboratore di Radio Onda d’Urto e di Pressenza, (Agenzia di stampa internazionale). Di seguito, il testo introduttivo, sempre di Stefano Bertoldi, e l’intervista a Federico Giusti ( membro dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e, tra le altre attività, anche esponente della C.U.B. Toscana particolarmente impegnato contro l’invasione delle strutture militari) e Federica (insegnante, attivista appartenente alla rete Docenti per Gaza) di Parma. Verona, Brescia, Vicenza-Verona e oggi Parma: non si dà pace l’EOS (European Outdoor Show), ovvero una delle più grandi kermesse, aperta anche alle scolaresche, delle fabbriche di armi (e dintorni) per uso cosiddetto “civile” in Italia. Di “civile” in realtà c’è ben poco, non solo per il tipo di rapporto con gli animali (intesi come cacciagione) e la natura ma perché, come possiamo sentire nell’ intervista, in realtà è la cultura “militarizzante” che la fa da padrone. Con oltre 40mila visitatori e 300 soggetti espositori, questo mega-circo fatto di tiri a segno – le aree esterne sono state utilizzate per linee di tiro a volo e prova fucili, con un servizio navetta per un poligono TSN vicino per testare pistole e carabine – attrezzature per la caccia, enti che promuovono improbabili joint-venture tra cacciatori e ambientalisti e pro-biodiversità (ad es. Fondazione U.N.A., attiva “nella promozione di un modello di caccia sostenibile, rispettoso della biodiversità e del territorio”….!?) si è chiusa quindi con un grande successo di pubblico. Cucina sana, zero antibiotici, animali che vivono liberi e felici ma che poi muoiono ammazzati con un colpo di carabina in testa: “Il Villaggio UNA ospita l’Arena Gusto Selvatico”. Ci chiediamo, però, del perché di così tanti cambi di location, in pochi anni, per poi approdare a Parma, il fulcro della “food-valley”? L’ipotesi che viene articolata dai due ospiti di Scuola Resistente di questa puntata, Federico Giusti ( membro dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e, tra le altre attività, anche esponente della C.U.B. Toscana particolarmente impegnato contro l’invasione delle strutture militari) e Federica (insegnante, attivista appartenente alla rete Docenti per Gaza) è che proprio a Parma si può puntare ad una convergenza, in chiave di “difesa patriottica”, di più filoni culturali che possono far presa su diversi target. A parte la presenza plateale degli studenti di un istituto alberghiero Parmense, si è registrata una preoccupante presenza di tant3 altr3 giovani student3, scolaresche gruppi singoli oppure accompagnati dai genitori. Il filo conduttore che emerge è sempre quello della “difesa”: come se non bastasse quella fatta di fucili e carri armati, o sistemi anti-hacker, contro nemici sempre nuovi esterni al nostro civile Occidente, è la società nel suo insieme che oggi deve essere coinvolta nella difesa dei propri asset distintivi come appunto quelli legati al Made in Italy . Non è un caso che sia stato creato sfacciatamente un Ministero ad hoc per cui nella difesa dal “nemico esterno” ci si deve concentrare anche sui sistemi industriali più avanzati, le infrastrutture e appunto il Made in Italy, dove ci rientra un po’ di tutto… dal parmigiano al prosciutto. Con l’approdo a Parma, infatti, possiamo dire ironicamente che la cupola delle armi e il partito trasversale della guerra, quello del “si vis pacem, para bellum”, ci prendono per la gola. Per dare un’idea minimale di che tipologia siano le “energie” che animano e hanno animato EOS 2026, di quale rapporto uomo-natura si tratti, di che cibo e a spese di chi e cosa, ecco una breve rassegna stampa : > Visita a EOS 2026: cosa mi è piaciuto della fiera di Parma https://www.ilsole24ore.com/art/caccia-e-tiro-volo-eos-show-si-trasferisce-fiere-parma-AHEpgAKB https://www.cacciapassione.com/eos-show-26-con-fiere-di-parma-e-fondazione-una-guardano-gia-al-futuro/ > EOS SHOW ’26 A FIERE DI PARMA: È SUBITO RECORD https://www.federcaccia.org/eos-show-26-a-fiere-di-parma-e-subito-record/ https://www.eos-show.com/fondazione-una#:~:text=Fondazione%20UNA%20partecipa%20a%20EOS%20Show%202026,della%20fondazione%20nel%20mondo%20outdoor%20e%20faunistico. Sullo sfondo, volutamente “flou”, ci sono le guerre, tutte intorno a noi sempre più sfacciatamente rivolte alla distruzione delle popolazioni locali, della loro cultura (vedi le ultime minacce di Trump alla civiltà persiana) delle infrastrutture civili, in poche parole tutto ciò che tiene in vita un’economia sul piano materiale e soprattutto umano: kermesse come EOS attraverso l’edulcorazione delle uccisioni anche se “solo” di animali, la promozione dell’avventura in chiave di sopravvivenza all’interno di una natura che può rivelarsi ostile e dove, alla bisogna, con l’addestramento adeguato, ci si può difendere da eventuali nemici provenienti da una civiltà “sottosviluppata” che rappresenta il male, sono funzionali alla normalizzazione della cultura militarizzante. A questo tipo di cultura si ricollega anche la diffusione della Ginnastica Dinamica Militare, peraltro ospitata spesso nelle palestre scolastiche di istituti comprensivi sempre a caccia di sovvenzioni, dei corsi di autodifesa per un pubblico femminile, il pullulare di corsi di sopravvivenza immersi nella natura selvaggia e organizzazioni che praticano il Softball o il Softair. Scuola Resistente di sabato 18 aprile in onda alle ore 18 Ascolta o scarica 
April 20, 2026
Radio Onda d`Urto
SCUOLA RESISTENTE: PUNTATA DI SABATO 11 APRILE
Nuova puntata sabato 11 aprile 2026, su Radio Onda d’Urto, di “Scuola Resistente”, trasmissione su istruzione e dintorni, a cura del nostro collaboratore Stefano Bertoldi, sociologo, giornalista freelance collaboratore di Radio Onda d’Urto e di Pressenza, (Agenzia di stampa internazionale). Di seguito, il testo introduttivo, sempre di Stefano Bertoldi, e l’intervista a Dario studente del liceo Minghetti di Bologna.  Dario, studente del Minghetti di Bologna, ci racconta di un caso di successo, di una lotta andata a buon fine contro una presenza militare indesiderata ma pianificata e annunciata dall’ alto attraverso una circolare interna: grazie alla collaborazione di alcuni docenti questa circolare è diventata però di dominio pubblico, all’interno dell’Istituto che ha visto diversi studenti opporsi rendendo quantomeno inopportuno quell’incontro. Siamo quindi di fronte ad un’alleanza che non può che essere positiva, tra docenti, ancora non molto numerosi ma agguerriti e studenti. Bologna non è nuova a queste intromissioni: poco tempo prima l’Accademia militare di Modena tentò di far passare un proprio percorso di studi, pensato ad hoc per loro, all’interno la facoltà di filosofia: non se ne fece nulla ma la vicina sede accademica di Modena e Reggio Emilia non se l’è proprio sentita di rinunciare. Unimore non ha certamente lo stesso fascino e prestigio di una dell’università più antiche d’Italia insieme a quella di Camerino, con la quale si contende il primato ma è pur sempre un’esrmpio di università statale che il mondo militare è riuscito a parassitare. Il Liceo Minghetti di Bologna, quindi, anche grazie a quest’inedita alleanza intergenerazionale, pur in presenza di un preside-sceriffo di cui Dario non ha mancato di raccontarci le gesta, poco edificanti ed onorevoli, di questi ultimi anni, è riuscito a bloccare un corso di ‘formazione”, di fatto l’ennesimo intervento di cosiddetto orientamento al lavoro con l’Accademia Militare di Modena. Dopo le proteste degli studenti, guidate da OSA, i ragazzi e le ragazze del Minghetti hanno agito in totale controtendenza e opposizione rispetto alla crescente militarizzazione delle scuole italiane. Il caso viene collegato da Dario al vittorioso “NO” giovanile al recente referendum che oggi trova altri importanti obiettivi in altre pratiche di lotta organizzata. Contro la colonizzazione bellicista della formazione e la promozione della carriera militare come sbocco per i giovani, si moltiplicano, quindi, le iniziative di resistenza, anche in vista della grande mobilitazione internazionale dell’8 maggio cui Dario ha dato appuntamento a tutti coloro che non si rassegnano a questa deriva sporca di sangue. A dire il vero le nuove e future guerre non avranno bisogno di molta “manodopera” ma quella poca dovrà essere altamente qualificata per poter governare sistemi sempre più sofisticati di intelligenza artificiale e droni altamente tecnologici; oltre a questo settore, in grande crescita, sempre per i profili di medio-alto livello di preparazione intellettuale, ci sarà quello inserito nella cosiddetta guerra ibrida fatta di contro-informazione o dis-informazione pianificata a tavolino: queste iniziative servono quindi più che altro a diffondere e a normalizzare questa visione belligerante dei rapporti tra Stati e tra individui nonché a presentare la carriera con le stellette, come fortemente appetibile sebbene riservata a pochi “eletti”, coraggiosi ed altamente qualificati. Per fortuna sono sempre meno i ragazzi che non si lasciano irretire e incantare dal canto delle sirene il cui testo ci parla di stipendi ricchi e sicuri, almeno rispetto alla media nazionale, un futuro lavorativo assicurato anche in caso di congedo anticipato, oltre che a benefit di tutti i tipi a partire dall’alloggio assicurato. Scuola Resistente la puntata di sabato 11 aprile in onda alle ore 18 Ascolta o scarica 
April 13, 2026
Radio Onda d`Urto
SCUOLA RESISTENTE: PUNTATA DI SABATO 4 APRILE
Nuova puntata sabato 4 aprile 2026, su Radio Onda d’Urto, di “Scuola Resistente”, trasmissione su istruzione e dintorni, a cura del nostro collaboratore Stefano Bertoldi, sociologo, giornalista freelance collaboratore di Radio Onda d’Urto e di Pressenza, (Agenzia di stampa internazionale). Di seguito, il testo introduttivo, sempre di Stefano Bertoldi, e l’intervista a Carlo Verdelli. Il “Diavolo in tasca” di Carlo Verdelli, scrittore, giornalista già direttore di diverse importanti testate giornalistiche, è un libro-inchiesta a tratti scioccante, sicuramente “disturbante” perché attraverso storie vere, dimostra che lo smartphone è diventato una forma di dipendenza strutturale e un nuovo strumento di potere sociale. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Verdelli, propone l’unica strada, forse ancora percorribile, della formazione delle insegnanti di scuola primaria o addirittura di scuola dell’infanzia, per arginare un fenomeno che sta provocando diverse disfunzioni presso intere generazioni sempre più giovani: isolamento sociale, mancanza di “allenamento mentale” indotto dalla comodità delle chatbot, conformismo, emulazione, sino ad arrivare ad una abdicazione delle figure genitoriali e/o educative e dei punti di riferimento affettivo. “Considerando l’abbassamento dell’età in cui le giovani generazioni entrano in contatto con i vari device – ci spiega Verdelli – il ruolo delle insegnanti è fondamentale per riuscire a recuperare un rapporto paritetico e non sottomesso e/o dipendente con il cellulare”. Sono numerosi gli esempi scioccanti di suicidio, tentati suicidi o comunque di comportamenti a-sociali e/o autodistruttivi, contenuti nel libro: purtroppo sono tutte storie vere ma sono descritte al solo scopo di attirare l’attenzione, più che sulla necessità di aumentare le barriere repressive, i divieti e l’ampliamento dei vari strumenti giuridici o amministrativi, su una diffusione quantomeno della consapevolezza degli effetti perversi di uno strumento che è diventato ormai il prolungamento anatomico delle nostre mani. A poco servono, sebbene siano comunque importanti, anche solo sul piano simbolico ha proseguito Verdelli le classi action portate avanti negli USA che puntano, tra le altre cose, alla condanna delle grandi piattaforme sulla base di un impianto accusatorio piuttosto semplice da dimostrare: le varie forme di dipendenza sono state create ad arte al solo scopo di aumentare i profitti. Si sono moltiplicati nel corso degli anni, infatti, i casi di dirigenti di queste piattaforme che nauseati da un cinismo imprenditoriale preda di una logica del profitto che non guarda in faccia a nessuno, auto-licenziatisi e subito dopo trasformatisi, nei più severi accusatori degli dei loro ex-datori di lavoro. “Viviamo in una prigione volontaria digitale – afferma Verdelli, facendo un parallelismo tra cellulare-telefonino e cellulare-pulmino per tradurre i carcerati da un istituto penitenziario all’altro – dove la dipendenza è normalizzata e il problema non riguarda solo i giovani ma l’intera società”. In questo caso ci si riferisce in particolare a delle insegnanti conosciute dall’autore che di fronte a dei gruppi di bambin# che maneggiavano dei telefonini hanno affermato sconsolate “ma che cosa possiamo fare noi!”. La scuola certamente non può sostituirsi all’intera società né tantomeno alla funzione educante delle figure parentali Ma certamente molti docenti potrebbe iniziare a dire no all’invasione del digitale nelle scuole spesso fino a sé stessa o, come accaduto per i fondi del PNRR, accettata senza poterne discutere la validità pedagogica né tantomeno avviare conseguentemente delle riflessioni in merito: ci riferiamo in particolare alle proposte “prendere o… prendere” imposte in tutte le scuole italiane dai/lle presidi-sceriffo, per predisporre ad esempio le cosiddette “aule immersive”; ma di esempi “esotici” se ne possono elencare a decine e tutti immancabilmente in direzione ostinata e contraria alla relazione umana, all’incontro tra i corpi, agli sguardi tra insegnante e allievo/a insomma alle relazioni “calde” alla base di ogni processo educativo. La puntata di sabato 4 aprile 2026 di Scuola Resistente in onda il sabato pomeriggio alle 18 Ascolta o scarica 
April 4, 2026
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