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Roma: Bande de femmes 2026
Bande de femmes, #BDF, banda di donne, gang di donne, ma anche gioco linguistico con Bande dessinée (il termine francese per indicare le strisce illustrate dei fumetti) è un festival di fumetto e illustrazione a partire dalle artiste, illustratrici e fumettiste organizzato dalla Libreria femminista Tuba che coinvolge molti altri spazio al Pigneto. L'edizione 2026, la tredicesima, si svolgerà il 30 giugno con la Notte a colori, il 1 e 2 luglio con Blossoms e il 3 e 4 Luglio 2026 con gli incontri a via Pesaro. Ne parliamo con una delle curatrici
June 24, 2026
Radio Onda Rossa
Napoli, Arrevutamm Pride 2026. Corpi e territori
IN PIAZZA GARIBALDI UN PRIDE RADICALE, AUTOFINANZIATO E POLITICO, CHE INTRECCIA RIVENDICAZIONI QUEER, SOLIDARIETÀ ALLA PALESTINA E RIFIUTO DELLE LOGICHE COMMERCIALI E ISTITUZIONALI. Napoli, 20 giugno 2026 Piazza Garibaldi, metà pomeriggio. Il sole batte ancora sui sampietrini quando arrivo, e la piazza è già più piena di quanto mi aspettassi. Il monumento al centro diventa il punto di raccolta naturale, la quinta scenica intorno alla quale la gente si dispone senza che nessuno lo abbia deciso. Sopra le teste, uno striscione dipinto a mano: “NO PRIDE IN GENOCIDE”, lettere rosa e nere. Poco più in là, un’anguria di cartone con “FREE PALESTINE” in bianco su rosso oscilla sopra la folla. La piazza non aspettava. Era già. Arrevutamm Pride non si presenta come un evento. La Manifesta 2026 lo dice in apertura: è un progetto politico vivo, fluido, in divenire. Un laboratorio permanente che si anima del fuoco di chi lo attraversa. Il nome viene dal napoletano, “rivoltiamo”, e il capovolgimento riguarda prima di tutto il metodo. Niente sponsor, niente sponsorizzazioni commerciali, niente logiche verticistiche. L’autofinanziamento non è una scelta obbligata dalla mancanza di risorse, è una posizione politica: rifiutare che le rivendicazioni di chi viene sistematicamente espulso dal discorso pubblico vengano monetizzate, addomesticate, rese presentabili al mercato. Durante la dichiarazione di apertura, dal megafono: “La nostra autonomia politica non è in vendita in questa piazza”. La Manifesta chiama per nome ciò da cui Arrevutamm si distanzia: “la politicità completamente annientata dalle logiche di consumo, da quelle di consenso, da quelle neoliberali”. Un Pride scomodo, dicono di sé, che nasce come spazio per persone queer marginalizzate, cancellate, rese feticcio, tokenizzate, silenziose. Nasce, soprattutto, come risposta alla stanchezza dei compromessi. La Manifesta 2026 porta una delle affermazioni politiche più nette che si possano leggere in un documento di movimento in questo momento: “NO PRIDE IN GENOCIDE finché la Palestina non sarà libera dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo”. Non una postilla, non una nota a margine, ma una delle colonne portanti dell’intero impianto politico del collettivo. Arrevutamm ha costruito il corteo di oggi in solidarietà con quei corpi, ha spostato una delle proprie assemblee preparatorie dentro il presidio permanente pro-Palestina dell’Università Federico II, a Porta di Massa. Il pinkwashing, nella lettura di Arrevutamm, non è solo la pratica delle aziende che appendono una bandiera arcobaleno a giugno. È anche la pratica degli Stati che usano i diritti delle persone queer come argomento di legittimazione della propria violenza militare. Dal megafono: “Non è possibile accettare che ai Pride partecipino le stesse aziende che inquinano il pianeta, che lucrano sui nostri dati, che distruggono con progetti imperialisti interi territori e popoli, che quando la Casa Bianca chiama non pensano due volte a rimuovere tutti i programmi di diversity and inclusion pur di mantenere buoni rapporti con l’amministrazione”. Arrevutamm rifiuta di essere la faccia presentabile di un Occidente che bombarda. “Finché la Palestina non sarà libera dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo, il nostro grido sarà solo uno”. Quello che accade a Napoli oggi non è un caso isolato. Negli stessi giorni, il Rivolta Pride di Bologna porta lo stesso “NO PRIDE IN GENOCIDE” come asse politico centrale, non come postilla. A Roma il Pride ufficiale ha escluso il carro di un’associazione filo-sionista sotto la pressione del movimento. La formula è la stessa, la direzione è la stessa: nei Pride radicali italiani il sostegno alla causa palestinese non è un tema aggiunto, ma un criterio di appartenenza. Il conflitto non è tra chi fa Pride e chi non lo fa: è dentro la parola stessa, su cosa debba contenere e a quali esistenze debba rispondere. Quando parte il corteo, lo striscione principale occupa tutta la larghezza della strada: “ARREVUTAMM PRIDE 2026”, fiamme rosa alla base, e sul lato sinistro “CORPI E TERRITORI”. Guardando chi sfila, viene da pensare che quella scritta non sia solo una dichiarazione programmatica. I corpi in questo corteo non corrispondono all’immaginario che certi Pride hanno costruito e replicato negli anni: corpi performativi, omologati, esibiti come prova di accettabilità. Qui c’è altro, e non è semplice da nominare senza scivolare nella retorica. Sono corpi che non hanno contrattato la propria presenza, che non si sono resi presentabili per ottenere il diritto di sfilare. Corpi che non chiedono di essere trovati accettabili perché rifiutano la logica stessa dell’accettazione: quella per cui esisti nella misura in cui qualcuno con più potere di te decide che puoi farlo. Non è una postura, non è un’estetica alternativa. È il rifiuto di diventare merce di scambio: ti mostro quanto sono normale, tu mi concedi i diritti. Quei corpi rivendicano sé stessi senza attendere che qualcuno conceda loro il diritto di farlo. L’energia in piazza non era quella dei cortei che celebrano. Era qualcosa di più intenzionale: la voglia concreta di non essere soggetti passivi, ma responsabili della propria vita. Dalla dichiarazione di apertura: “Noi non chiediamo che ci vengano concessi i diritti, pretendiamo che ci vengano garantiti tutti quelli che attivamente la società ci toglie e ci strappa dalle mani. Non chiediamo il favore di essere tollerate e incluse”. E ancora, rivolto alle istituzioni presenti in piazza: “Fate un passo indietro. Mettetevi nella folla, parlate con le comunità, sentite che hanno da dire, e semmai partite da qui per compiere il vostro lavoro”. Una settimana dopo, il Napoli Pride ufficiale celebrerà i trent’anni dal primo corteo del 1996. Due manifestazioni nella stessa città, nello stesso giugno. La questione che Arrevutamm solleva non è di concorrenza tra cortei, né di purezza politica contrapposta alla contaminazione istituzionale. È più scomoda: riguarda cosa si intende per orgoglio quando il termine viene usato da soggetti politicamente inconciliabili. Se orgoglio può significare contemporaneamente autofinanziamento e sponsorizzazione bancaria, antisionismo e viaggio a Tel Aviv, presidio universitario pro-Palestina e Pride Park al Palazzo Fuga, allora la parola non descrive più niente di preciso. Il rischio non è la divisione del movimento, che è sempre esistita ed è spesso stata fertile. Il rischio è che la proliferazione di usi dello stesso termine finisca per svuotarlo, per renderlo un contenitore disponibile a qualsiasi riempimento, compreso quello di chi lo usa per non fare niente. Arrevutamm prova a tenere il termine ancorato a una pratica concreta: niente sponsor, niente istituzioni sul palco, niente silenzio su Gaza. La Manifesta 2026 chiude così: “Saremo tumulto, come il bradisismo dei Campi Flegrei, da cui far emergere nuovi orizzonti nella frattura dell’esistente”. Il bradisismo è il movimento lento del suolo che si gonfia dal basso. Oggi, in questa piazza, non sembrava una metafora. Piazza Garibaldi durante Arrevutamm Pride 2026, con cartello “Free Palestine”. Francesco Russo
June 22, 2026
Pressenza
[2026-06-19] STONE BUTCH BLUES (Leslie Feinberg) : presentazione del libro con dibattito @ LOA Acrobax
STONE BUTCH BLUES (LESLIE FEINBERG) : PRESENTAZIONE DEL LIBRO CON DIBATTITO LOA Acrobax - Via della Vasca Navale 6, Rome, Metro B San Paolo (venerdì, 19 giugno 18:30) STONE BUTCH BLUES - di Leslie Feinberg Il romanzo più famoso di Leslie Feinberg tratta questioni di classe, razza, religione, politica e genere, che hanno segnato la vita e la lotta politica di Leslie Feinberg, e che rendono questa lettura ancora così carica di significato e forza. Nella cornice della New York operaia degli anni Quaranta, tra la fabbrica e i bar queer, le amicizie, gli amori e la dura repressione della polizia, l'oppressione di classe e di genere si articolano e colpiscono praticamente insieme. L'esperienza personale si intreccia alla coscienza politica, nel suo desiderio di liberazione e autodeterminazione, dandoci esempio e spazio per svolgere ancora riflessioni importanti sull'analisi storica e politica della liberazione trans e sulla lotta di classe. VENERDI' 19 GIUGNO ORE 18.30 AD ACROBAX!!! A seguire: MECCANISMO - open air live fest https://roma.convoca.la/event/stirpe999
June 18, 2026
Gancio de Roma
Il mese del Pride al tempo del regime di guerra
I PRIDE E IL CONFLITTO INTERNO Siamo nel pieno del mese del Pride, ogni weekend è ricco di appuntamenti e manifestazioni in molte città del paese, tant’è che ormai da anni “il mese” si prolunga anche a luglio e settembre, per evitare troppe sovrapposizioni di date. A Roma, la parata sarà sabato 20 giugno, ma le iniziative a tema sono già ora numerose in città. Negli ultimi giorni ha fatto molto discutere la scelta degli organizzatori di Roma Pride di non far partecipare alla parata il carro dell’associazione Keshet. L’associazione – che portava sempre le bandiere con la stella di David bianca su sfondo arcobaleno – non ha mai nascosto le sue posizioni apertamente filo sioniste. Per questa presenza nel corso degli anni – sopratutto dall’inizio del genocidio in Palestina – ci sono state infinite critiche nei confronti del Roma Pride e contestazioni nei confronti del carro di Keshet che, ricordiamo, nel 2025 fu l’unico a non voler spegnere la musica nel minuto di silenzio per le persone morte a Gaza. La scelta del Roma Pride è ovviamente una vittoria del movimento e un segnale di quanto il sostegno alla causa palestinese sia diventato egemonico nei gruppi lgbtqia+ del nostro paese. Questo fatto sarebbe stato impensabile solo 4 anni fa, quando ancora il meccanismo del pinkwashing funzionava perfettamente e ad ogni pride circolavano numerosi volantini di promozione di Tel Aviv, definita nel 2012 miglior meta al mondo per il turismo gay. > Tuttavia va sottolineato che mantenere vincoli con le forme più brutali di > pinkwashing – quale è la partecipazione di Keshet al Pride – era solo una > delle critiche che le realtà di movimento queer hanno posto per anni ai > soggetti ufficiali organizzatori dei Pride. Le altre critiche, rivolte per lo più alle parate più grandi quali Roma, Milano, Napoli, Firenze e Torino, sono anzitutto la presenza pervasiva di sponsor di ogni tipo, espressione di pessime corporation markettare pronte a rifarsi una facciata colorandosi di arcobaleno a giugno ma poi responsabili di pessime politiche sindacali, ambientali e sociali. Ricordiamo, a titolo di esempio, a Roma la presenza di carri di Acea e American Express, a Milano addirittura Amazon.  Inoltre si rileva l’assenza di un reale approccio politico intersezionale, volto a intendere la rivendicazione di diritti civili intrecciata a quella di diritti sociali e ambientali nonché volto a criticare in modo sistemico le forme con cui capitalismo e patriarcato agiscono nella nostra società. In quest’approccio la discriminazione delle persone lgbtqia+ è solo una delle molteplici espressioni di violenza e in quanto tale si deve vedere la propria lotta e le proprie alleanze in forma sinergica e convergente. Viene poi giudicato negativamente il posizionamento estremamente benevolo quando non spudoratamente clientelare nei confronti delle amministrazioni comunali che patrocinano l’iniziativa, a cui spesso vengono generosamente offerti palchi e visibilità. A volte sono le stesse amministrazioni e partiti di centro sinistra che sgomberano spazi sociali, cementificano aree verdi, vendono la città alle piattaforme di turismo desertificatore.  Si ritiene grave poi la carenza di spazi di visibilità e protagonismo per la comunità transgender e – al contrario – la promozione di un immaginario che ipervisibilizza corpi maschili abili, altamente performanti, omologati e normati e invece trascura la diversità, i corpi non normati nonché le molteplici forme di disabilità. Sempre legata alla costruzione dell’immaginario si contesta una narrazione del Pride che anziché parlare di diritti e autodeterminazione ripiega se stessa su slogan nazional-popolari come “Love is love”. Infine, nelle città più grandi è oggetto di numerose critiche la gestione dell’organizzazione della parata. Questa avviene spesso in modalità gravemente proprietarie, con tanto di registrazione del marchio e di espulsione da pseudo-assemblee ristrette di ogni soggetto critico nei confronti dei soggetti organizzatori principali – nel caso romano il circolo Mario Mieli. Da ultimo si rifiuta lo spazio dato alla associazione lgbt delle forze di polizia, Polis aperta, che si presenta frequentemente alle parate, permettendo così anche alle forze dell’ordine di ripulirsi da abusi e violenze commesse quotidianamente nei confronti delle soggettività marginalizzate di questo paese incluse quelle lgbtqia+. Foto di Muriel Brodolo IPOTESI DI LOTTA QUEER Davanti a queste problematiche, evidenti e serie già alla fine degli anni ‘00, le realtà di movimento queer in ogni città hanno ciclicamente optato per diverse opzioni genericamente riconducibili a due macro ipotesi. La prima è quella di costruire parate alternative, spesso in giorni differenti per non porsi in competizione diretta. La seconda è quella di lavorare all’interno dello spazio – a volte angusto – offerto dagli organizzatori ufficiali per ripoliticizzare la parata, per imporre parole d’ordine, paletti minimi e ordini del giorno che possano, anno dopo anno, imporre un immaginario all’altezza delle sfide poste dall’epoca storica in cui viviamo. A volte questo tentativo di ripoliticizzazione non è possibile negli spazi preparatori ma viene agito direttamente durante i cortei, partecipando con carri di contenuto e non solo di performance. In alcuni casi si è optato per entrambe le ipotesi, ossia si sono organizzate parate alternative e poi si è cercato di influenzare il Pride ufficiale partecipando con un carro proprio. Ovviamente entrambe le ipotesi hanno rischi. Organizzando solo cortei alternativi si rischia di trincerarsi nella difesa della rappresentazione identitaria di se stessx senza ambizione trasformativa nei confronti della società. Nel partecipare da dentro si rischia di venire invisibilizzatx in parate molto annacquate nella forma e nei contenuti oltre che spesso faticose da attraversare a causa di metodi di gestione del potere in piazza tutt’altro che transfemministi. > Optare per una ipotesi o per l’altra dipende ovviamente dal contesto locale, > da scelte e posizionamenti del soggetto organizzatore e pure dalle scelte > legittime di chi in quel momento sta impegnandosi nei collettivi e nelle > assemblee di realtà di movimento queer. Un esempio significativo è stato quello bolognese in cui per anni si organizzò una parata alternativa che diede vita nel 2019, con B-side Pride, a una contaminazione importante tra collettive e associazioni. Nel 2021 le posizioni delle realtà di movimento divennero talmente egemoniche in città da rendere possibile la nascita di Rivolta Pride come unico pride della città, in cui collettivi e associazioni costruiscono la piattaforma attraverso assemblee aperte e orizzontali. Il Rivolta Pride divenne famoso per essere riuscito – nel 2022 – a impedire la partecipazione “visibile” di Polis aperta alla propria parata. Ancora oggi al Pride bolognese non ci sono carri di aziende, ogni spesa è frutto di raccolta fondi di base e all’amministrazione comunale non viene offerto alcun palco, anzi, la loro partecipazione non li risparmia, durante il corso dell’anno, da critiche per le loro scelte neoliberali da parte degli organizzatori stessi del Pride. Altri Pride hanno assunto posizionamenti simili. A Genova il Liguria Pride ha costruito un manifesto politico del Pride 2026 ricco di contenuti e posizionamenti fortemente radicali.  Pure a Palermo si costruisce un Pride con contenuti e posizioni nette, come dimostrato quest’anno davanti ad alcune scelte di rainbow washing dell’amministrazione comunale. A Roma il collettivo Priot nel 2023 organizzò una parata alternativa e poi prese parte con un proprio carro al Roma Pride. Lo stesso collettivo nel 2024 e 2025 scelse invece di organizzare solo parate alternative. Sempre a Roma, il gruppo Infinity Pride, nato giusto quest’anno, rilancia le critiche strutturali all’organizzazione ufficiale con l’obiettivo esplicito di riuscire a cambiare la parata. Il gruppo ha inoltre espresso chiaramente quanto la scelta di escludere Keshet sia solo una parte delle richieste di cambiamento, dichiarando però di voler partecipare comunque alla parata del 20 giugno. A Napoli invece il conflitto è apertissimo, e l’incompatibilità tra movimento e organizzazione ufficiale è netta – come racconta la rete queer alternativa Arevuttam Pride – visto che il presidente di Arcigay Napoli ha posizioni gravemente omonazionaliste. Verrà organizzata una parata in un giorno alternativo. A seguito della mancata approvazione del DDL Zan si era costituita una rete nazionale nel 2021, Stati Genderali LGBTQIA+ che tra i molti scopi aveva pure come obiettivo sotteso quello di far avanzare la politicizzazione di tutti i Pride e quindi – in qualche modo – promuovere una transizione simile a quella che si era ottenuta a Bologna, in ogni città. Questo processo si interruppe per vari motivi inclusa la disomogeneità su scala nazionale di un soggetto come Arcigay ma pure per la forte eterogeneità dei gruppi queer che partecipavano alla rete, nonché per la nota difficoltà della sinistra di movimento a consolidare nel tempo larghe coalizioni nazionali. Dal 2017 in poi un ruolo importante lo ha svolto anche la rete Non Una di Meno, che è riuscita a promuovere un posizionamento radicalmente transfemminista e inclusivo in tante città e che quindi ha aperto dello spazio e permesso di “spostare a sinistra” molte realtà lgbtqia+, anche se ovviamente pure NUDM vive di stagioni e di partecipazioni variegate nel tempo e nei contesti cittadini. Foto di Muriel Brodolo I PRIDE, LA STORIA, IL FUTURO La storia del movimento queer italiano è sempre stata attraversata da due tendenze, una presente all’interno dei movimenti dal basso di critica sistemica, l’altra pronta alla mediazione – a volte consociativa – con gli apparati istituzionali. Quest’ultima dimostrò però tutta la sua debolezza nel 2016 quando – anche con una forte maggioranza politica di centro-sinistra in Parlamento – si ottenne una legge monca e fortemente deludente come la legge Cirinnà per le unioni civili. Oggi viviamo già in un’altra epoca, l’attacco da parte della destra è sempre più violento e pervasivo basti pensare la ferocia della violenza nei confronti delle persone trans. Diventa pertanto urgente evitare minoritarismi identitari autorappresentativi ma al tempo stesso è fondamentale non fare neppure un passo indietro rispetto alla radicalità dei contenuti e dei posizionamenti. A corollario dell’avanzata della destra fascista nel mondo, il cambio di regime a Washington ha fatto indietreggiare molte corporation che hanno smesso di investire nelle policy di diversità e inclusione e di conseguenza hanno smesso di sponsorizzare i Pride. Questo cambiamento ha iniziato a farsi sentire anche in Italia, a conferma di quanto le loro bandiere arcobaleno siano state sempre bieco opportunismo di marketing.  Meno corporations vuol dire – potenzialmente – avere più spazio per un discorso radicalmente politico. Non è chiaro quale evoluzione potrà esserci nel futuro prossimo. Senza dubbio c’è bisogno di un movimento queer radicale e di piazza. La reazione tutto sommato debole all’approvazione della legge sul consenso informato a scuola – che sancisce la fine di ogni possibilità di educazione sessuo-affettiva – non è un bel segnale. > I Pride hanno però un grande merito, quello di riuscire a coinvolgere e > motivare una notevole varietà di persone non militanti ma che sono spesso > disposte a prendere posizioni notevolmente radicali, a volte molto più dei > soggetti organizzatori. Questi ultimi vengono così “trascinati” ad fare scelte nette e a schierarsi – come è stato per il sostegno alla questione palestinese negli ultimi due anni. Nelle scene finali del film Pride del 2014, viene rappresentato il dissidio tra le due anime del mondo lgbtqia+ che abbiamo fino a qui descritto, proprio all’inizio del Pride di Londra del 1985. Il conflitto nel film viene risolto a favore dell’ala più radicale proprio grazie all’alleanza che aveva costruito negli anni precedenti con le lotte dei minatori.  Forse la chiave per essere marea che sa mantenere posizioni radicali sta proprio lì, nelle alleanze costruite con altri movimenti che parimenti richiedano una trasformazione sistemica del mondo in cui viviamo. Allora forse proprio la marea intersezionale che si è manifestata nel movimento a sostegno della Palestina – anche grazie all’azione della Global SUMUD Flotilla – può essere uno stimolo che indica una strada possibile, aperta ma tutta ancora da costruire. Foto Muriel Brodolo La copertina è di Patrizia Montesanti Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. 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June 16, 2026
DINAMOpress
[L'orda d'oro] Rosso è il melograno
Dalla Cina alla Spagna, nel corso della storia il melograno è stato associato a tanti significati quanti sono i suoi chicchi. La storia di oggi ci porta in Armenia, dove il melograno è un simbolo di lotta anticoloniale, alla California, dove è diventato informalmente associato alla comunità ebraica lesbica. Facciamo una deviazione nel deserto del Turkmenistan a conoscere lo scienziato sovietico che ha salvato i melograni selvatici. Scaletta musicale: * Nicholas Jaar - The Garden of Eden * Bongtower - The Well * L'Antidote - Pomegranate
June 9, 2026
Radio Onda Rossa
[2026-06-12] F-KAP - Festival Kwir Art Palestine @ Casa delle donne Lucha y Siesta
F-KAP - FESTIVAL KWIR ART PALESTINE Casa delle donne Lucha y Siesta - Via Lucio Sestio,10. Metro A fermata Lucio Sestio (venerdì, 12 giugno 16:00) Ci troveremo a Lucha Y Siesta il 12 e 13 Giugno (dalle 16:00) per una due-giorni in solidarietà e complicità con la Resistenza Palestinese e di tutti i popoli oppressi, per immaginare e vivere insieme uno spazio di arte, musica, cibo e dibattiti. Vi aspettiamo al F-KAP Festival Kwir Art for Palestine (ma anche fuckapitalism) ❤️‍🔥❤️‍🔥 A breve più info sui nostri social!
May 30, 2026
Gancio de Roma
[2026-05-24] Presentazione del libro "Stregoneria e controcultura gay" @ Spazio sociale occupato 100celle Aperte
PRESENTAZIONE DEL LIBRO "STREGONERIA E CONTROCULTURA GAY" Spazio sociale occupato 100celle Aperte - Via delle Resede, 5, 00171 Roma (domenica, 24 maggio 16:00) Presentazione del libro "Stregoneria e controcultura gay" di Arthur Evens, traduzione di Edizioni Anarcoqueer. Inizio alle ore 16 A seguire aperitivo a sostegno della SOCERA, la tipografia autogestita di 100celle aperte.
May 7, 2026
Gancio de Roma
Puntata del 10/03/2026@0
Il primo argomento della serata è stato lo sciopero transfemminista globale 2026, ne abbiamo parlato in collegamento telefonico con Chiara di Non Una Di Meno Torino: “Quest’anno sarà ancora sciopero transfemminista, lunedì 9 marzo, e l’8 sarà una giornata di lotta e mobilitazione. Due giorni potenti che fermino la produzione e la riproduzione sociale, che rendano visibile l’invisibile, che facciano emergere il sommerso e mettano al centro desiderio, rabbia e lotta. Per ribadire che questo presente costellato da violenza patriarcale, razzista e istituzionale, guerre, genocidi, militarizzazione, repressione, precarietà non è un destino a cui non possiamo sfuggire, ma il prodotto di politiche e retoriche autoritarie precise. Il genocidio incontrastato del popolo palestinese, la spartizione di Gaza, l’attacco al Venezuela, al Rojava, le stragi continue in Iran, Congo e Sudan, le violenze e gli omicidi dell’ICE, la repressione del dissenso che ovunque si abbatte sui movimenti e su chiunque non si allinea a questo sistema, le politiche persecutorie antimigranti e il razzismo istituzionale sempre più feroce, sono tutti sintomi della più generale deriva transnazionale, segnata da un’escalation bellica e di violenza patriarcale che ridisegna le priorità politiche ed economiche verso riarmo, guerra e imperialismo. L’economia di guerra non è più una minaccia astratta, ma una realtà tangibile che ci colpisce in modo ancora più terribile come donne, froce, lesbiche, persone queer, trans, non binarie, malatə, neurodivergenti e con disabilità, razzializzate, migrantə, sex workers, prigionierə, lavoratricə, anziane e in modo crescente bambinə. La sottrazione delle risorse destinate ai bisogni reali, per destinarle invece al riarmo e alla militarizzazione, è sistemica. L’autodeterminazione e la libertà dei corpi e dei popoli sono sotto attacco ovunque e in modi diversi, ma tutti con un impatto devastante. Una politica della guerra, sul piano interno, è quella che fa della cultura dello stupro e della violenza sessista, maschilista, istituzionale ed economica le proprie parole chiave; una politica che pone al centro la virilità maschile, in un Paese in cui i femminicidi sono all’ordine del giorno e in cui le istituzioni si mostrano incapaci di affrontare il problema su un piano politico, sociale e culturale. Siamo noi i soggetti che la società patriarcale ha deciso di sacrificare per poter garantire il proprio funzionamento, è su di noi che si scarica tutto il peso e la violenza di questa crisi capitalistica e delle sue guerre. La sentiamo nel peso del lavoro riproduttivo e di cura, nei femminicidi, nella violenza di genere e dei ruoli di genere, nel controllo dei corpi, nel consumismo e nell’estrattivismo sui territori. La nostra risposta alla violenza è collettiva, culturale e quotidiana e straborda nelle piazze e negli scioperi. Per farlo abbiamo bisogno della pratica transfemminista, che continua ad essere uno degli anticorpi più efficaci e potenti, perché riesce a mettere al centro le vite materiali, le relazioni personali e politiche e le infrastrutture della cura. Vogliamo continuare a immaginare insieme nuovi modi di opporci a questo presente soffocante, per costruire una lotta imprevedibile e concreta. Non permetteremo la strumentalizzazione della violenza patriarcale da parte del governo per legittimare risposte securitarie. “Sicurezza” che si traduce in politiche di controllo, militarizzazione dei quartieri, repressione e profilazione razziale, aumento dellə detenutə per reati penali, civili e amministrativi che sono costrettə a vivere in condizioni inumane in carceri sovraffollate. L’uso sproporzionato della forza contro i movimenti sociali, le manifestazioni studentesche e quelle sindacali è il volto interno di questa stessa politica di guerra. È stato approvato l’ennesimo Pacchetto Sicurezza: misure che non sono pensate per la nostra sicurezza, ma per reprimere chi esprime dissenso e svuotare le piazze, rendendo la lotta costosissima sul piano economico e sul piano sociale e dando più protezione economica e politica alle forze dell’ordine (che sono ancora senza numeri identificativi). La violenza dello stato si manifesta anche con proposte di legge come il DDL Bongiorno. Ci opponiamo alla formulazione della nuova legge sulla violenza sessuale, che elimina il consenso come parametro per giudicare se ci sia stata o meno violenza e smaschera la cultura profondamente patriarcale, misogina e antifemminista dell’esecutivo, che mette sul banco dellə imputatə chi ha subito violenza invece di chi l’agisce, mentre fa la guerra ai Centri Anti Violenza autonomi e transfemministi. Vogliamo rimettere al centro i nostri desideri, la nostra rabbia, l’autodeterminazione sui nostri corpi e sui nostri territori. Continuiamo a organizzarci, per trasformare il dolore in rabbia e la rabbia in lotta, per innescare il cambiamento personale e collettivo, tramare e cospirare insieme. La potenza transfemminista in grado di distruggere le fondamenta di questo sistema razzista, patriarcale, coloniale, abilista e repressivo, forte di quello che abbiamo costruito e trasformato negli ultimi 10 anni e di tutte le genealogie precedenti, ma che sia in grado di leggere il presente e adeguare pratiche e lotte. Lo sciopero è esploso in questi anni, anche a partire dal movimento transfemminista globale, nella sua dimensione di pratica sovversiva. È un processo politico costruito non solo su specifiche rivendicazioni, ma con l’obiettivo di trasformare radicalmente i presupposti materiali e sociali di disuguaglianze e gerarchie. E quindi, dopo dieci anni, oggi è ancora più urgente lo sciopero dal lavoro riproduttivo e produttivo, dai generi e di genere. Scioperiamo perché senza consenso è stupro. Scioperiamo perché senza dissenso è dittatura. Scioperiamo perché non vogliamo che le nostre vite siano regolate da un’economia di guerra che impone militarizzazione in ogni ambito delle nostre vite. Scioperiamo per lo smantellamento delle frontiere che generano morti continue e contro il razzismo di stato. Scioperiamo perché nelle scuole non vogliamo le forze dell’ordine ma un’educazione sessuo-affettiva al consenso e al desiderio. Scioperiamo perché siamo stanchə di vivere di contratti di lavoro poveri, di lottare contro la disoccupazione, contro la violenza economica, razzista e maschilista dentro e fuori ai luoghi del lavoro. Scioperiamo per una salute transfemminista per spazi e reti di cura – siano essi autogestiti o all’interno dei servizi di sanità pubblica – che sappiano farsi carico della nostra salute a 360°: dalla salute sessuale e riproduttiva alla salute mentale. Scioperiamo perché vogliamo una casa per tuttə. Scioperiamo perché ancora oggi il sud Italia è ai margini delle politiche istituzionali, in cui il progetto surreale del ponte sullo stretto è al centro e le nostre vite terrone sono dimenticate. Scioperiamo per il reddito di autodeterminazione. Scioperiamo per l’autodeterminazione dei popoli oppressi, per la fine del colonialismo in tutte le sue forme e delle guerre. Scioperiamo per immaginare una società che metta al centro la cura e la vita, non il profitto e la guerra. LE NOSTRE VITE VALGONO. NOI SCIOPERIAMO!“ Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Claudio Signore di AL COBAS Milano a fronte dell’incidente del 27 febbraio in cui il tram linea 9 a deragliò finendo contro il muro di un’abitazione e provocando due morti e 54 feriti e di altri deragliamenti di tram avvenuti nei giorni successivi sempre nel capoluogo lombardo. Evidentemente c’è qualcosa che non và nel sistema di trasporto pubblico milanese e come sempre a farne le spese sono i lavoratori e gli utilizzatori del servizio, per questo il sindacato AL COBAS che rappresenta i lavoratori di questo settore, è già da tempo che porta avanti svariate battaglie sindacali, ultimo lo sciopero che è stato proclamato per il 27 marzo. Tra le rivendicazioni di questi lavoratori la riduzione dei carichi di lavoro, una maggiore attenzione alla sicurezza del personale e dei viaggiatori e l’opposizione ad un nuovo accordo in vista che aumenterebbe ulteriormente l’orario di lavoro giornalieri per i tramvieri. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- il terzo argomento della serata ha riguardato il trasporto aereo, ai nostri microfoni abbiamo quindi ospitato Gianni Cervone di CUB Linate e Malpensa. Da lui ci siamo fatti descrivere le motivazioni che hanno portato all’indizione dello sciopero del 18 marzo, sciopero che potrebbe venire “congelato” data l’apertura da parte delle aziende di handling tirate in causa, che si sono dette disponibili all’apertura di un tavolo di trattativa con i lavoratori. Buon ascolto
March 15, 2026
Radio Blackout - Info
Puntata del 10/03/2026@1
Il primo argomento della serata è stato lo sciopero transfemminista globale 2026, ne abbiamo parlato in collegamento telefonico con Chiara di Non Una Di Meno Torino: “Quest’anno sarà ancora sciopero transfemminista, lunedì 9 marzo, e l’8 sarà una giornata di lotta e mobilitazione. Due giorni potenti che fermino la produzione e la riproduzione sociale, che rendano visibile l’invisibile, che facciano emergere il sommerso e mettano al centro desiderio, rabbia e lotta. Per ribadire che questo presente costellato da violenza patriarcale, razzista e istituzionale, guerre, genocidi, militarizzazione, repressione, precarietà non è un destino a cui non possiamo sfuggire, ma il prodotto di politiche e retoriche autoritarie precise. Il genocidio incontrastato del popolo palestinese, la spartizione di Gaza, l’attacco al Venezuela, al Rojava, le stragi continue in Iran, Congo e Sudan, le violenze e gli omicidi dell’ICE, la repressione del dissenso che ovunque si abbatte sui movimenti e su chiunque non si allinea a questo sistema, le politiche persecutorie antimigranti e il razzismo istituzionale sempre più feroce, sono tutti sintomi della più generale deriva transnazionale, segnata da un’escalation bellica e di violenza patriarcale che ridisegna le priorità politiche ed economiche verso riarmo, guerra e imperialismo. L’economia di guerra non è più una minaccia astratta, ma una realtà tangibile che ci colpisce in modo ancora più terribile come donne, froce, lesbiche, persone queer, trans, non binarie, malatə, neurodivergenti e con disabilità, razzializzate, migrantə, sex workers, prigionierə, lavoratricə, anziane e in modo crescente bambinə. La sottrazione delle risorse destinate ai bisogni reali, per destinarle invece al riarmo e alla militarizzazione, è sistemica. L’autodeterminazione e la libertà dei corpi e dei popoli sono sotto attacco ovunque e in modi diversi, ma tutti con un impatto devastante. Una politica della guerra, sul piano interno, è quella che fa della cultura dello stupro e della violenza sessista, maschilista, istituzionale ed economica le proprie parole chiave; una politica che pone al centro la virilità maschile, in un Paese in cui i femminicidi sono all’ordine del giorno e in cui le istituzioni si mostrano incapaci di affrontare il problema su un piano politico, sociale e culturale. Siamo noi i soggetti che la società patriarcale ha deciso di sacrificare per poter garantire il proprio funzionamento, è su di noi che si scarica tutto il peso e la violenza di questa crisi capitalistica e delle sue guerre. La sentiamo nel peso del lavoro riproduttivo e di cura, nei femminicidi, nella violenza di genere e dei ruoli di genere, nel controllo dei corpi, nel consumismo e nell’estrattivismo sui territori. La nostra risposta alla violenza è collettiva, culturale e quotidiana e straborda nelle piazze e negli scioperi. Per farlo abbiamo bisogno della pratica transfemminista, che continua ad essere uno degli anticorpi più efficaci e potenti, perché riesce a mettere al centro le vite materiali, le relazioni personali e politiche e le infrastrutture della cura. Vogliamo continuare a immaginare insieme nuovi modi di opporci a questo presente soffocante, per costruire una lotta imprevedibile e concreta. Non permetteremo la strumentalizzazione della violenza patriarcale da parte del governo per legittimare risposte securitarie. “Sicurezza” che si traduce in politiche di controllo, militarizzazione dei quartieri, repressione e profilazione razziale, aumento dellə detenutə per reati penali, civili e amministrativi che sono costrettə a vivere in condizioni inumane in carceri sovraffollate. L’uso sproporzionato della forza contro i movimenti sociali, le manifestazioni studentesche e quelle sindacali è il volto interno di questa stessa politica di guerra. È stato approvato l’ennesimo Pacchetto Sicurezza: misure che non sono pensate per la nostra sicurezza, ma per reprimere chi esprime dissenso e svuotare le piazze, rendendo la lotta costosissima sul piano economico e sul piano sociale e dando più protezione economica e politica alle forze dell’ordine (che sono ancora senza numeri identificativi). La violenza dello stato si manifesta anche con proposte di legge come il DDL Bongiorno. Ci opponiamo alla formulazione della nuova legge sulla violenza sessuale, che elimina il consenso come parametro per giudicare se ci sia stata o meno violenza e smaschera la cultura profondamente patriarcale, misogina e antifemminista dell’esecutivo, che mette sul banco dellə imputatə chi ha subito violenza invece di chi l’agisce, mentre fa la guerra ai Centri Anti Violenza autonomi e transfemministi. Vogliamo rimettere al centro i nostri desideri, la nostra rabbia, l’autodeterminazione sui nostri corpi e sui nostri territori. Continuiamo a organizzarci, per trasformare il dolore in rabbia e la rabbia in lotta, per innescare il cambiamento personale e collettivo, tramare e cospirare insieme. La potenza transfemminista in grado di distruggere le fondamenta di questo sistema razzista, patriarcale, coloniale, abilista e repressivo, forte di quello che abbiamo costruito e trasformato negli ultimi 10 anni e di tutte le genealogie precedenti, ma che sia in grado di leggere il presente e adeguare pratiche e lotte. Lo sciopero è esploso in questi anni, anche a partire dal movimento transfemminista globale, nella sua dimensione di pratica sovversiva. È un processo politico costruito non solo su specifiche rivendicazioni, ma con l’obiettivo di trasformare radicalmente i presupposti materiali e sociali di disuguaglianze e gerarchie. E quindi, dopo dieci anni, oggi è ancora più urgente lo sciopero dal lavoro riproduttivo e produttivo, dai generi e di genere. Scioperiamo perché senza consenso è stupro. Scioperiamo perché senza dissenso è dittatura. Scioperiamo perché non vogliamo che le nostre vite siano regolate da un’economia di guerra che impone militarizzazione in ogni ambito delle nostre vite. Scioperiamo per lo smantellamento delle frontiere che generano morti continue e contro il razzismo di stato. Scioperiamo perché nelle scuole non vogliamo le forze dell’ordine ma un’educazione sessuo-affettiva al consenso e al desiderio. Scioperiamo perché siamo stanchə di vivere di contratti di lavoro poveri, di lottare contro la disoccupazione, contro la violenza economica, razzista e maschilista dentro e fuori ai luoghi del lavoro. Scioperiamo per una salute transfemminista per spazi e reti di cura – siano essi autogestiti o all’interno dei servizi di sanità pubblica – che sappiano farsi carico della nostra salute a 360°: dalla salute sessuale e riproduttiva alla salute mentale. Scioperiamo perché vogliamo una casa per tuttə. Scioperiamo perché ancora oggi il sud Italia è ai margini delle politiche istituzionali, in cui il progetto surreale del ponte sullo stretto è al centro e le nostre vite terrone sono dimenticate. Scioperiamo per il reddito di autodeterminazione. Scioperiamo per l’autodeterminazione dei popoli oppressi, per la fine del colonialismo in tutte le sue forme e delle guerre. Scioperiamo per immaginare una società che metta al centro la cura e la vita, non il profitto e la guerra. LE NOSTRE VITE VALGONO. NOI SCIOPERIAMO!“ Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo approfondimento della puntata lo abbiamo fatto in compagnia di Claudio Signore di AL COBAS Milano a fronte dell’incidente del 27 febbraio in cui il tram linea 9 a deragliò finendo contro il muro di un’abitazione e provocando due morti e 54 feriti e di altri deragliamenti di tram avvenuti nei giorni successivi sempre nel capoluogo lombardo. Evidentemente c’è qualcosa che non và nel sistema di trasporto pubblico milanese e come sempre a farne le spese sono i lavoratori e gli utilizzatori del servizio, per questo il sindacato AL COBAS che rappresenta i lavoratori di questo settore, è già da tempo che porta avanti svariate battaglie sindacali, ultimo lo sciopero che è stato proclamato per il 27 marzo. Tra le rivendicazioni di questi lavoratori la riduzione dei carichi di lavoro, una maggiore attenzione alla sicurezza del personale e dei viaggiatori e l’opposizione ad un nuovo accordo in vista che aumenterebbe ulteriormente l’orario di lavoro giornalieri per i tramvieri. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- il terzo argomento della serata ha riguardato il trasporto aereo, ai nostri microfoni abbiamo quindi ospitato Gianni Cervone di CUB Linate e Malpensa. Da lui ci siamo fatti descrivere le motivazioni che hanno portato all’indizione dello sciopero del 18 marzo, sciopero che potrebbe venire “congelato” data l’apertura da parte delle aziende di handling tirate in causa, che si sono dette disponibili all’apertura di un tavolo di trattativa con i lavoratori. Buon ascolto
March 15, 2026
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