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Ci resta quindi il sabotaggio
Nella notte del 7 aprile, Chamel Abdulkarim, dipendente di un’azienda di logistica, ha incendiato un magazzino della multinazionale Kimberly-Clark Corporation a Ontario, in California, causando il crollo e la completa…
April 14, 2026
La Nemesi
Rami, palestinese-americano: “Faccio attivismo per l’umanità e per me stesso”
La chiacchierata con Rami ci offre uno squarcio su quel che significa essere un palestinese della diaspora: vivere all’interno del sistema complice di chi sta uccidendo il tuo popolo, avere pezzi di cuore impazziti che cercano disperatamente di congiungersi con altre parti di te che stanno là, in un luogo dove non ti è mai stato permesso di mettere piede e che ti sei accontentato di guardare attraverso reti di filo spinato, mentre venivano sparati proiettili sulla folla e  gas lacrimogeni cercavano di disperdervi. Era il 15 maggio del 2011 e Rami era tra quelli che dal Libano erano arrivati sul confine israeliano per celebrare il “DayLand (la Naqba)”. L’IDF quell’anno uccise 15 persone, di cui alcuni bambini e ne ferì quasi 150. Ma soprattutto Rami ci insegna come sia possibile rinascere e riconsolidare quelle parti profonde e traumatizzate di noi stessi per diventare esseri umani evoluti, solidi e pronti per un mondo migliore. Quando hai iniziato a fare attività politica? Avevo tredici anni. Ero a conoscenza della colossale ingiustizia commessa contro i palestinesi e vedevo come avessero manipolato e indotto in errore il mondo intero, portandolo a credere che fosse Israele la vittima. Ciò accese in me la determinazione a dire la verità, ma avevo anche capito che la battaglia per la verità deve essere fatta in nome di tutti. Non sono uno che crede nei confini, nelle nazioni, nel patriottismo a tutti i costi; vorrei che raggiungessimo la consapevolezza di essere tutti abitanti di uno stesso pianeta, che è la nostra casa comune. Ho imparato che dobbiamo sforzarci di portare a un livello superiore ogni cosa che intraprendiamo, anche l’attività più semplice; dobbiamo guardarla con gli occhi futuri dell’intera umanità. Per esempio sto lavorando a una App che vorrei aiutasse bambini, uomini e donne di ogni nazionalità a curare i propri traumi. L’urgenza è scaturita dal mio vissuto personale, poiché per anni mi sono astenuto dal raccontare la mia verità; in gran parte perché nessuno mi aveva fornito gli strumenti giusti per farlo e così mi ero spento. In quel periodo mi pareva che il mondo intero fosse contro di me. Quando, nel 2023, sono scoppiate le grandi proteste, ho capito che dovevo tornare a impegnarmi in una forma di resistenza visibile e rumorosa; l’ho fatto, tuttavia, con un nuovo bagaglio di strumenti e ora desidero condividerli. Raccontami del percorso di crescita e degli strumenti che servono Mi sono interessato alla malattia mentale e ho compiuto studi da psicoterapeuta. Per diversi anni ho lavorato presso un rinomato centro di riabilitazione dove, per uno strano scherzo del destino, i miei assistiti erano per lo più benestanti sionisti. Per mia scelta li informavo che ero palestinese e spesso grazie al processo messo in moto dal dialogo terapeutico riuscivano a guardare il loro sistema di valori diversamente. Le cose più comuni che emergevano erano sensi di colpa mescolati alla paura di perdere il privilegio di far parte di quell’ambiente. In quanto cittadino americano, parte del mio ruolo qui consiste nel tentare di smantellare il sionismo confrontandomi con esso e guardandolo dritto negli occhi. Fammi un esempio Eravamo accampati nel campus dell’University of California e in diverse occasioni dei sionisti locali venivano a provocarci; l’ordine tra noi era di ignorarli. Io, però, gli andavo incontro sorridente e gli offrivo la mano per stringerla. Una volta un giovane ci stava urlando le cose peggiori, ma dopo che scambiammo qualche parola, si rese conto che la persona che aveva di fronte non corrispondeva all’immagine che si era costruito. Gli squillò il telefono e rispose; era sua madre. Le disse: «Indovina un po’, mamma? Sto parlando con un palestinese». Dopo una pausa, aggiunse: «No, no, mamma… questo è uno bravo». Se riusciamo a guardare da fuori la relazione tra oppressi e oppressori scopriamo di essere spesso noi oppressi i responsabili della regolazione emotiva e dello sviluppo morale dei nostri oppressori; ciò accade perché siamo in presenza di uno squilibrio di potere di grandi proporzioni, che non può a lungo andare non influenzare la parte che domina. Abbiamo bisogno che essi si risveglino alla propria umanità, se non altro perché ci permettano di sopravvivere. Tuttavia, mentre li aiutiamo a ritrovarsi —fermi nel nostro impegno per la verità e la giustizia — cresciamo anche noi e lo sbilanciamento di potere diminuisce. Sono molti i palestinesi della diaspora impegnati? Ce ne sono alcuni, ma altri, a causa dei traumi subiti, cercano di tenersi alla larga dall’attivismo; si sforzano di diventare emotivamente insensibili, ma non è possibile nascondersi davanti al genocidio dei tuoi fratelli e sorelle. Ci si illude di poter condurre una vita normale; si crede di aver sviluppato degli anticorpi, di essersi fatti la “pelle dura”, ma la rimozione cova al di sotto e finisce per presentare il conto. Che cosa possono fare i palestinesi americani per curare le loro ferite? Non devono cedere alla sonnolenza e scivolare nell’apatia; è quando reagisci che inizi a sentirti meglio. Devono capire che l’attivismo è la nostra prima cura, perché ci fa rinascere come persone integre e stabilizza un sistema di valori morali universali in cui riconoscersi. Come può un essere umano vivere sereno se nel suo intimo traballa? Al contrario se sei solido, centrato e con gli strumenti giusti non starai più zitto e saprai parlare al mondo con cognizione di causa. Lo strumento più potente per evolvere e raggiungere la pace è il dialogo? Per aiutare davvero i singoli popoli dobbiamo prima sviluppare il concetto di umanità e integrarlo in noi stessi – per questo nel mio gruppo di attivisti stendiamo tante bandiere e non solo quella palestinese, cerchiamo di non dimenticare nessuno. E certamente  il dialogo gioca un ruolo fondamentale nel processo di crescita personale e collettiva ma, non fraintendermi, per me è più efficace se lo applichiamo al conflitto e non a un generico desiderio di pace. In primo luogo perché non dobbiamo trasformare la pace in un dogma — non può esserci pace senza giustizia, e non può esserci giustizia senza porre confini fermi! — e in secondo luogo perché il conflitto è una realtà concreta più dello stato di pace (spesso ideale), che va affrontata e utilizzata come punto di partenza. Credo nel conflitto e credo che ce ne servano di più. Non mi sto riferendo a quelli armati, che sono la forma estrema, ma alla conflittualità che si presenta in nuce e che la maggior parte di noi considera giusto evitare. Invece no: bisogna entrare nel conflitto per risolverlo. Per farti capire: nel mondo dell’attivismo ci sono tante micro-conflittualità che, proprio perché vengono ignorate, spingono le parti deboli, o incomprese, ad andarsene, con perdita di risorse per l’intero gruppo. Lo stesso fenomeno si ripete nelle coppie, nelle famiglie, nei gruppi di lavoro, a scuola ecc. Se una parte sopporta e tace l’altra prevarica; è la nostra natura. Io insegno a mettere dei paletti e a dire “no” senza che ci sia distruzione nel sistema. Bisogna trasformare il conflitto in qualcosa di costruttivo Da qualche tempo mi ritrovo a svolgere il ruolo di mediatore in situazioni di questo genere all’interno dei gruppi di attivisti, poiché non possiamo permettere che obiettivi a breve termine frammentino le nostre fila; la vera liberazione non è una battaglia che si combatte e si vince, bensì il processo del compiere ogni passo con integrità, allineandosi di volta in volta alla verità che si scopre. Come vedi i palestinesi che resistono in Palestina? Sono i miei eroi e lo sono per l’umanità. Quando siamo nelle piazze urliamo “Palestina libera!”, ma credo che la Palestina sia già libera e per questo motivo la attaccano; la Palestina non è solo terra, sassi e ulivi; è anche un luogo della mente, e chi entra in questa dimensione diventa invincibile e libero. Lotta per tutti gli altri che ancora non lo sono. Camminiamo per il parco fino alle macchine. Osservo Rami brillare nella bruma dell’oceano che ha coperto leggera le punte degli alberi. In quella che ho scelto come mia cultura d’elezione, lo yoga, gli dèi esistono e camminano tra noi; li riconosci da come si muovono e dalla luce che emanano, ispirano coraggio e altruismo nel cuore di chi li incontra.       Marina Serina
April 5, 2026
Pressenza
No Kings Day nella California del Sud, una festa creativa e irriverente
Sabato 28 marzo sulla California del Sud splende un sole chiaro e maestoso che, con il suo solito fare pacifico, dall’alto guarda migliaia di persone festose invadere spiagge, parchi e strade per celebrare il No Kings Day, divenuto da qualche anno la giornata simbolo della difesa della democrazia nel Paese. A ogni sua nuova edizione aumentano gli appuntamenti: per oggi sono indette più di 3.000 manifestazioni e sono attesi circa 9 milioni di partecipanti. Solo qua da noi ve ne sono in calendario una settantina: alcune sono in luoghi iconici come Santa Monica, Beverly Hills, Venice e Hollywood, compaiono persino Malibu e Newport Beach; partecipano una miriade di cittadine sparse sulle colline come Filipinotown, Santa Clarita, Santa Ana, Anaheim (sede di Disneyland), Orange, Aliso Viejo e altre e all’appello non mancano nemmeno le località al confine del deserto come Victorville, o quelle nascoste tra le montagne come San Bernardino. Non ho che l’imbarazzo della scelta. Decido di dirigermi verso l’oceano per raggiungere la spiaggia di Laguna Beach – nelle cittadine sul Pacifico la spiaggia e i pontili fanno le veci delle nostre piazze. Non sono in ritardo, eppure il cordone di manifestanti è già lungo e operativo. Per fortuna trovo un parcheggio non troppo lontano e mi mischio alla folla per scattare fotografie. Non è previsto un corteo ma uno standing, un raduno dove si esibiscono cartelli e bandiere a bordo strada; chi passa in macchina è invitato a suonare il clacson e a urlare dal finestrino. Siamo sulla Pacific Coast Highway e in questo tratto si va a passo d’uomo quasi ogni giorno, è un altro modo di passeggiare. La maggior parte delle persone ha costruito il proprio cartello, ma se ne sei sprovvisto nel prato ci sono all’opera dei “ragazzi” che te ne confezionano uno al volo. L’area di Laguna piace molto agli artisti, che spesso la scelgono come luogo dove ritirarsi in pace. Noto una creatività raffinata e giocosa: per esempio un signore ha dipinto una Monarch, la farfalla simbolo della California, e sotto vi ha scritto “questo è l’unico monarca arancione che voglio vedere!” Il lepidottero negli anni Ottanta era praticamente estinto a causa di pesticidi e inquinamento; da qualche anno finalmente i californiani ne celebrano il ritorno, anzi, apprendo con stupore che, pur essendo una farfalla migratrice, lascia le Montagne Rocciose quando arriva l’inverno, gli esemplari che scendono nel Sud della California si ambientano stabilmente e non emigrano più. Per anni lo Stato si è impegnato in una campagna per salvarla e quasi ogni californiano ha creato un angolo di ristoro per lei nel proprio giardino. Pare che la tecnica abbia funzionato (però mi chiedo perché dobbiamo sempre arrivare a vedere il peggio davanti a noi per tirare fuori il meglio di noi e il No Kings non fa eccezione). Mentre cammino per tornare alla macchina e “volare” verso Long Beach appesi fuori da un bar ci sono tre cartelli e uno, di fianco al faccione di Trump, propone un gioco di parole che coglie in pieno il sentimento di tutti: “I RAN from the EPSTEIN FILES”. La manifestazione di Long Beach si svolge quasi integralmente nel parco sopra la scogliera e, forse in omaggio all’oceano che romba, è imponente. Di nuovo osservo il cinguettare complice tra quelli a bordo strada e quelli in macchina. Qui pare quasi che si siano messi d’accordo: molti hanno portato sedie da spiaggia e stanno comodamente seduti con il cartello sulle ginocchia, mentre gli automobilisti, oltre a pigiare sul clacson, esibiscono cartelli dai finestrini o attaccati sui cofani. Dietro di loro, nell’erba perfetta del parco, prende vita una vera festa, che assomiglia molto a una sagra di paese: una lunga fila di stand e bancarelle, che però non vendono churros e caramelle, ma slogan e informazioni per diventare attivi nel movimento. Alcuni raccolgono firme. Il popolo di Long Beach è variopinto, di ogni età ed esibisce una creatività fresca, irriverente e scatenata. Alcuni sono travestiti: c’è una coppia di ranocchi incoronati che passeggia mano nella mano, una statua della libertà che stufa di essere violata ha decapitato il pel di carota, mentre un’altra, meno sanguinaria, regala fischietti anti-ICE. C’è chi canta antiche e intramontabili canzoni hippies accompagnandosi alla chitarra, chi passeggia e chi si riposa ai piedi dei grandi alberi. Sto camminando da quasi un’ora e ancora non vedo dove finisce la “fiesta”, né la vedrò. Ho promesso ad Aki, un’amica giapponese che pratica capoeira, che sarò tra il pubblico. Il suo gruppo insieme a un duo di nativi chiuderanno la giornata di festa e impegno civile. Riprendo la macchina con l’intenzione di raggiungere la piazza davanti al Comune dove arriverà un corteo, che c’è ma non capisco dove sta, e si canteranno dei canti di libertà. Nel traffico impazzito del No Kings Day quando penso di aver perso ogni speranza di arrivare in tempo all’appuntamento vedo il gruppetto di capoeristi che si prepara; arrivo appena in tempo per vedere il corteo che sale i gradini della piazza cantando “This is what democracy looks like!” Marina Serina
March 29, 2026
Pressenza
Storia, fatiche e speranze del popolo chicano – messicani e nativi statunitensi
Ho cercato online uno specialista di orchidee perché mi dispiace ogni volta vederle appassire lentamente e morire. L’esperta spiegava che il 90% vengono malamente invasate in contenitori di plastica con un solo foro sul fondo (a volte manca anche quello) e le loro lunghe radici vengono così tanto compresse da stritorarle. Sebbene mostrino fiori dai colori sgargianti e dalla forma perfetta, in verità stanno morendo per soffocamento. Per salvarle bisogna liberarle dal vaso e ripulirle, tagliando con una forbice sterile la parte radicale ormai secca. Sono piante robuste e si riprenderanno, ma “l’operazione è da fare con cura e amore, perché non vogliamo creare loro altre ferite”. E mentre parlava accarezzava le radici delle piantine. Le radici del mondo vegetale le possiamo toccare e vedere, mentre altre, quelle degli esseri che si muovono, sono immateriali, ma ciò non significa che non siano forti e ben presenti. E quando vengono strappate, che sia per cattiveria, ignoranza o interesse, il soggetto che subisce prova dolore. Bob Marley cantava che i progenitori dei neri americani furono “stolen from Africa”; altri, come i navajo o gli armeni, furono costretti a marce estenuanti per allontanarli dalla loro terra; oggi si propone ai palestinesi l’“emigrazione volontaria”. E poi ci sono altri popoli che vivono come le orchidee: le loro radici sono state inscatolate e compresse nel bieco tentativo di farle morire. Uno di questi è il popolo chicano. Richy Guzman, giovane messicano americano e membro dei Brown Berets, mi ha dato appuntamento a Tierra Mia Coffee, un locale chicano di Long Beach, a sud di Los Angeles, con l’intenzione di farmi gustare un vero caffè al cioccolato messicano e farmi vivere qualcosa della sua cultura. La sala è gremita da persone di ogni età dal chiaro aspetto centro-americano e il frappé al marzapane è delizioso. Sebbene si pensi alla California del sud come la terra delle star e dei surfisti, anche il turista più distratto non può evitare di incontrare i chicano; sono dietro le scrivanie degli uffici e alle casse dei supermercati, ti assistono negli ospedali e nelle banche, li vedi nello specchietto retrovisore della macchina. Sono, semplicemente, la maggioranza. Una maggioranza silenziosa, pacifica e che si lamenta poco e forse per questo in pochi conoscono la loro causa e la discriminazione di cui sono stati e sono ancora oggetto. Proviamo a conoscerli attraverso le parole di Richy. Sono cresciuto in una comunità a a sud est di Los Angeles che si chiama Bell Gardens, per il 98 % chicana. Non tutte le famiglie sono emigrate, alcuni sono messicani che vivono qui da generazioni. Con mia sorella e gli altri ragazzi parlavo inglese, ma con i genitori e gli anziani del quartiere era un segno di rispetto usare lo spagnolo. Pensa che dal 1998 al 2016, in seguito all’approvazione della Proposta 227 l’uso dello spagnolo come lingua di insegnamento è stato di fatto vietato nelle scuole pubbliche della California. Questa legge ha eliminato la maggior parte dei programmi bilingui, causando un drastico calo dell’insegnamento in lingua spagnola, fino a quando gli elettori non l’hanno abrogata nel 2016. Io ascoltavo la musica che piace a tanti ragazzi, il punk-rock e mangiavo tacos e fajitas; per me quella era l’America e la consideravo la mia patria. E invece nel momento stesso in cui mi sono avventurato per il mondo, ho scoperto che vivevo in una bolla. È faticoso riconoscersi come chicano? Si, all’inizio lo è stato. La parola stessa è impegnativa, significa “non di qua-non di là”; accettarla fino a diventarne orgogliosi è un processo che prende tempo, che va a scavare nel profondo, che ti mette a nudo con te stesso. Tutti noi chicano abbiamo subito un indottrinamento bianco e fino a un certo punto della mia vita ero convinto di essere un messicano-americano alla pari degli altri cittadini americani; invece, fuori dalla bolla, l’altra America mi parlava come a un messicano forestiero, usando per altro tutti i più scontati cliché, dai baffi alla musica mariachi. A volte, fingendo di scherzare, mi sono persino sentito chiamare “wetback”(“schiena bagnata”, un termine denigratorio riferito a chi entra di nascosto negli Stati Uniti attraversando il fiume che fa confine con il Messico). Mai si permetterebbero simili libertà con un nero; così a un certo punto ho realizzato che non importa quello che fai e quanto ti sforzi, la maggior parte dei bianchi non ti vedrà mai come uguale a loro. Raccontami dei Brown Berets. Fu durante il servizio militare – sono stato in Marina per poter studiare fotografia e giornalismo – che tante piccole cose che non tornavano, indizi che negavo, composero un quadro chiaro. Dovetti accettare che non ero considerato nello stesso modo di un cittadino americano bianco. Tornato a casa sentii un gran bisogno di cercare le mie radici e incontrai i Brown Berets. Il gruppo è nato nel 1967 per aiutare il popolo messicano e nativo a emanciparsi e a reagire ai soprusi di cui erano vittime. Hanno fatto tanto per noi, tante battaglie; ad esempio è merito dei B.B. se in California nelle scuole è incluso il pasto. Prima era una spesa che le famiglie dovevano sostenere e per molte era difficile. Crediamo molto nella comunità e ci poniamo totalmente al suo servizio. Si tratta di una comunità interamente nativa e messicana? No, siamo tutti mischiati. Anche i B.B. non sono un gruppo chiuso, accogliamo chiunque sia motivato a difendere e proteggere i più deboli dalle ingiustizie.  Nel nostro gruppo c’è una donna bianca che crede molto nella causa; è sposata con un chicano, ma lui non ha voluto impegnarsi, mentre lei lo ha fatto e si trova benissimo. Che cosa succede con l’ICE? Danno da fare anche a voi? Sì, l’ICE ci dà un bel po’ da fare, ma soprattutto la nostra America, quella chicana, è costituita da nativi. In molti Stati dell’Ovest siamo la maggioranza, quindi come possono dirmi che loro proteggono l’America? Di quale America stiamo parlando? E che cosa fate? Come associazione offriamo sostegno economico e tutela legale e organizziamo feste: andiamo in un parco, montiamo tendoni e mettiamo bancarelle con cibo, vestiti, libri, gratuiti ovviamente, organizziamo giochi per bambini e facciamo musica. Una vera festa, ma circondiamo l’area e la pattugliamo perché ICE non si avvicini. Molti immigrati, intere famiglie, vivono segregati in casa; poter uscire e svagarsi è importante per tutti. Nel Giorno del Ringraziamento è venuta fuori una festa proprio bella. Recentemente sono emerse scomode verità su César Chavez, un leader contadino che negli anni Sessanta si è battuto per i diritti dei chicano. Alcune anziane militanti lo hanno accusato di averle violentate da ragazze. Che cosa significa questo per la causa chicana? Assolutamente nulla. I B.B. da molti anni hanno preso le distanze da Chavez; i politici (democratici) lo celebrano perché fa loro comodo, ma in pochi sanno che già a quei tempi le sue rivendicazioni erano limitate ai contadini residenti e cittadini. Chavez era contrario all’immigrazione e sosteneva che i braccianti venivano a rubare il lavoro. Questo fatto recente è solo un’ulteriore testimonianza che non era un uomo integro. Diversi gruppi di B.B. hanno emesso comunicati in cui si dichiara che “siamo vicini a Dolores Huerta e a tutte le donne che vorranno uscire dall’oblio. La verità va sostenuta e il nostro compito di tenere alta la fiaccola della causa chicana è diventato ancora più importante. È venuto il momento di salutarci. Ci abbracciamo calorosamente. Potrei essere un moscerino al cospetto di Richy, che ha la struttura tipica dei messicani nativi, spalle imponenti e un petto maestoso; impossibile per me abbracciarlo tutto. Mentre guido nel traffico rifletto. Ci sono popoli, come il mio, che secoli fa hanno elaborato la consapevolezza di diventare un popolo e riconoscersi in un territorio e infatti studiamo il Risorgimento; pensiamo mai che ce ne sono altri che stanno oggi elaborando le proprie radici? Chi sono? Da dove vengono? Che cosa gli corrisponde? Il caso dei chicano è particolarmente interessante perché rappresentano un popolo, e lo dicono i numeri, antico e giovane nello stesso tempo. Il loro sogno è di poter celebrare come patria quella che chiamano Aztlan, “la nostra terra indigena” (Richy mi mostra il nome scritto a caratteri cubitali e colorato sulla maglietta che indossa). È sbagliato? Non ci siamo noi liberati da secoli di dominazioni? Un popolo non prende forma in un giorno, è un fenomeno complesso e stratificato. È Richy a propormi questa visione e si dimostra ben conscio di vivere in un multiculturalismo che potrebbe essere un bene, se non fosse che una parte è cieca. Sempre recentemente ho scambiato due chiacchiere con due simpatiche signore bianche dagli occhi azzurri e lucenti. Erano state in Italia e ammiravano la nostra storia e i muri spessi delle nostre case e si lamentavano dicendo che loro hanno una storia così breve. No, signore care, in questa immensa terra millenni fa i pueblo costruivano splendidi villaggi a più piani in adobe, mattoni robusti che proteggono dal caldo e dal freddo. Quando i vostri progenitori sono arrivati questa terra non era vuota e possedeva già una lunga storia.           Marina Serina
March 27, 2026
Pressenza
USA: IN CALIFORNIA PROSEGUE LA RIVOLTA CONTRO TRUMP, CHE PENSA DI SPEDIRE A GUANTANAMO ANCHE CITTADINI “ALLEATI”, PURE ITALIANI
A Los Angeles, Usa, la Guardia nazionale inviata da Trump dopo 5 giorni di lotta, radicale, contro le deportazioni di migranti sta effettuando arresti di massa tra i manifestanti che continuano a radunarsi nelle strade nonostante sia stato imposto il cessate il fuoco. Migliaia di persone si oppongono, con mezzi diversi (dalle marce ai sit in, fino alle azioni dirette contro la polizia) alle deportazioni di migranti volute da Trump e messe in pratica con veri e propri rastrellamenti da parte dell’Agenzia federale per Immigrazione e dogane, la ICE, nel mirino di slogan e cortei di questi giorni Trump intanto continua a inviare militari nella città più importante della California e a minacciare i manifestanti. La democrazia è “sotto attacco davanti ai nostri occhi”, Donald Trump sta devastando il progetto storico dei nostri padri fondatori”: commenta il governatore della California, il democratico Gavin Newsom, in un appello dai toni molto forti “alle nostre comunità”. Manifestazioni anti-Trump e in solidarietà alle mobilitazioni californiane sono in corso tra le altre città anche a Chicago e New York. Secondo la stampa Usa il tycoon, dopo avere definito – in maniera confusa, come gli è consuetudine –  i manifestanti “insurrezionalisti, non so chi ma qualcuno li paga oppure sono agitatori”, avrebbe anche imposto la deportazione di 9mila persone, definite “immigrati irregolari”, a Guantanamo. Tra loro anche europei e italiani. Il lager Usa sull’isola di Cuba, però, non sarebbe “la loro destinazione finale”, fanno sapere dalla Casa Bianca. Il ministro degli Esteri italiano Tajani, preso diplomaticamente a schiaffoni dagli Usa – al pari di altri Paesi presunti “alleati” – non fa una piega e riferisce di “essere al lavoro per il loro rimpatrio”. Il commento di Raffaella Baritono, docente di Storia e politica degli Usa all’Università di Bologna Ascolta o scarica Le valutazioni di Mario Maffi, già docente di cultura Anglo – Americana all’Universita’ Statale e studioso di culture urbane, migranti e giovanili Ascolta o scarica
June 11, 2025
Radio Onda d`Urto
USA: SI ALLARGANO LE PROTESTE “CONTRO L’IDENTITARISMO ESTREMO DEI MOVIMENTI DI DESTRA” CHE VOGLIONO DEPORTARE I MIGRANTI. INTERVISTA A LUCA CELADA
Braccio di ferro tra Donald Trump e il governatore della California Gavin Newsom, che ha annunciato una seconda causa contro la decisione dell’amministrazione Trump di dispiegare altri 2mila uomini della Guardia nazionale e 700 marines per le rivolte di Los Angeles. Da tre giorni la città californiana è teatro di rivolte e scontri per le politiche anti-migratorie trumpiane e che stavano portando a raid ed espulsioni a tappeto. Nelle ultime settimane le operazioni della polizia hanno portato all’arresto di centinaia di persone: all’origine delle retate di migranti, che hanno fatto esplodere le proteste, c’è un netto cambio di strategia imposto dalla Casa Bianca, scontenta dei numeri ritenuti ancora troppo bassi di migranti arrestati e deportati ad gennaio ad oggi. Nel frattempo, le proteste contro l’ICE – l’agenzia governativa incaricata di dare la caccia, casa per casa, ai migranti per deportarli – si allargano. Manifestazioni e scontri si sono verificati a San Francisco, con 150 arresti. Cortei a in Texas (a Austin, dove sono state arrestate almeno 10 persone), Boston, New York, Atlanta, Seattle, Dallas, Louisville e tante altre città degli Stati Uniti. Il collegamento da Los Angeles con Luca Celada, giornalista del quotidiano Il Manifesto. Ascolta o scarica
June 10, 2025
Radio Onda d`Urto
USA: A LOS ANGELES MIGLIAIA DI PERSONE SI OPPONGONO ALLE DEPORTAZIONI DI MIGRANTI VOLUTE DA TRUMP. SCONTRI CON LA POLIZIA
Negli Stati Uniti d’America continua il battibecco a distanza tra i vecchi amici ed ex alleati Donald Trump ed Elon Musk. L’attuale presidente e il miliardario, un tempo alleati, sembrano ora muoversi su binari opposti. Musk ha lanciato l’idea di un “terzo partito” capace, a suo dire, di rappresentare l’80% della popolazione americana. Un progetto che, nelle intenzioni dell’imprenditore, vorrebbe rompere il duopolio politico di Repubblicani e Democratici. Non si è fatta attendere la replica di Trump, che ha liquidato la proposta dichiarando di “non pensare a Musk”, pur augurandogli “il meglio”. Parole apparentemente concilianti, ma seguite da un’affermazione più pungente: secondo il tycoon, Musk non ha ancora concluso il proprio lavoro con il governo degli Stati Uniti, e i contratti in essere — presumibilmente tra SpaceX e l’amministrazione — saranno “riesaminati”. “Si tratta di un sacco di soldi”, ha dichiarato Trump, aggiungendo che si farà “ciò che è giusto per lui e per il Paese”. Intanto, nel Paese reale, a Los Angeles, migliaia di persone sono scese in strada per opporsi alle operazioni di rastrellamento condotte contro le persone migranti dagli agenti dell’Agenzia federale per l’Immigrazione e le Dogane (ICE). Si tratta delle deportazioni di massa di migranti volute dall’amministrazione Trump. I manifestanti hanno circondato alcuni dei centri di detenzione utilizzati dai federali per trattenere le persone fermate. Ne sono nati duri scontri con la polizia, schierata in assetto antisommossa. Secondo Angelica Salas, direttrice della Coalizione per i diritti umani degli immigrati di Los Angeles, almeno 45 persone sono state arrestate in sette diverse località. “La nostra comunità è sotto attacco e vive nel terrore”, ha denunciato Salas. “Parliamo di lavoratori, padri, madri. Questo deve finire”. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto è intervenuto Martino Mazzonis, giornalista, americanista e nostro collaboratore. Ascolta o scarica.
June 7, 2025
Radio Onda d`Urto