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La repressione raccontata a mio figlio
In un momento storico in cui un gruppo di fanatici bianchi e religiosi sta compiendo da quasi tre anni, in diretta streaming e protetto da uno degli eserciti più forti e tecnologicamente avanzati del mondo, il genocidio di un popolo oppresso. In un momento in cui, negli Stati Uniti, reparti speciali uccidono civili per strada attraverso vere e proprie esecuzioni sommarie e hanno il compito di deportare le persone non bianche presenti sul territorio nazionale. Gli stessi Stati Uniti che, pochi anni prima, hanno represso nel sangue — sotto governi di destra e di sinistra — le manifestazioni moltitudinarie esplose dopo il soffocamento, da parte della polizia, dell’ennesimo cittadino nero_ In Italia, nel luglio del 2026, Fakir è stato ucciso per soffocamento da due poliziotti durante un fermo. Era disarmato e chiedeva aiuto. Quella notte, a Bologna, migliaia di persone sono scese in piazza. Erano arrabbiate con la polizia. Strano. In un’estate in cui Francia e Spagna bruciano, travolte da incendi alimentati dal caldo estremo, ventimila ecoattivistə si radunano sulle Alpi per il Festival Alta Felicità e assaltano ancora una volta il cantiere della TAV, dopo oltre vent’anni di lotte in difesa dell’ecologia e del territorio. Come reagiscono i media davanti a tutto questo? Quasi tutti, compresi quelli più progressisti, sono impegnati a discutere del problema dei “violenti”, dai quali anche la sinistra parlamentare dovrebbe immediatamente prendere le distanze, pena la vittoria della destra. Questa è la fotografia di quanto il dibattito pubblico, e gli esperti che hanno accesso al nostro sistema mediatico, siano oggi incapaci di rappresentare la realtà. C’è molta gente arrabbiata perché i sistemi democratici e le istituzioni non riescono più a proteggerla, e quindi protesta. In fondo, la storia della politica si organizza intorno a questa tensione. Non intorno al modo in cui il campo largo dovrebbe posizionarsi a favore del tema della sicurezza per impedire l’ascesa di Vannacci. La Storia, con la S maiuscola, si organizza intorno a due attori principali: i movimenti sociali e le forme attraverso cui si organizza il potere. E migliaia di anni di storia, più o meno, ci hanno mostrato questo: quando il modo in cui il potere viene amministrato esprime e tutela la collettività, il potere resta stabile; quando invece la opprime, la collettività reagisce, in forme più o meno conflittuali e violente. La sinistra parlamentare ha quindi due possibilità: sgridare chi protesta, come fa Vannacci, oppure stare dalla parte di chi protesta, anche per impedire che Vannacci arrivi davvero al potere. Il nostro giornalista di sinistra Michele Serra si sente invece in ostaggio di due fazioni: i manifestanti da una parte e i fascisti dall’altra. Vorrebbe poter vivere in un Paese di persone normali e ragionevoli come lui. Finisce così per equiparare ancora una volta gli oppressi ai loro seviziatori, evitando di vedere il punto politico essenziale: il mondo è già in fiamme. Quando le suffragette incendiavano edifici e compivano azioni radicali per ottenere il diritto di voto, probabilmente la stampa laburista inglese di inizio Novecento fu impegnata a distinguere le donne “terroriste” da quelle che prendevano il tè discutendo educatamente di uguaglianza. Ma, anche se fosse stato così, oggi ci farebbe sorridere. Perché la storia che abbiamo letto sui nostri sussidiari ci racconta altri attori: la vittoria finale della conquista del voto per le donne (sia quelle violente che quelle non) e un sistema industriale, capitalistico e patriarcale che aveva tutto l’interesse a mantenerle in una condizione di subordinazione e sfruttamento. La verità è che abbiamo bisogno di intellettuali e giornalisti capaci di parlarci di questa Storia con la S maiuscola mentre leggono i fatti politici che accadono intorno a noi. Perché il dibattito pubblico che ci circonda è imbarazzante, moralista e del tutto inadeguato alla realtà che pretende di raccontare. Cari giornalisti e classe dirigente nei media — Serra, Rampini, Mieli e tutti gli altri — che ora vi impegnate, da sinistra, a prendere le distanze dai cattivi maestri: fate un bel respiro e restate per un attimo in silenzio. Cerco di spiegarvi il doppio standard che volete censurare e come si spiegano le cose a chi finge di non capirle. C’è un mondo molto cattivo che, soffiando sul tema della sicurezza, cerca di imporre regimi sempre più repressivi. È composto da soggetti violenti, fanatici e, in alcuni casi, apertamente fascisti, alleati con i grandi blocchi industriali dei settori energetico, militare e tecnologico. Come vediamo negli Stati Uniti, in Israele, in Turchia, in Russia, in India, in Ungheria, in Argentina, in Cile e altrove, queste forze sono razziste, ostili ai diritti umani e civili e in guerra contro le classi subalterne. Se ne fottono di distruggere il pianeta perché, in cuor loro, dopo essersela spassata, credono di potersi salvare in qualche bunker di lusso. Oppure sono semplicemente troppo vecchi per preoccuparsene davvero. Ecco: in questo mondo di cattivi non ci sono i black bloc e gli attivisti. Loro sono i buoni. Se si scontrano con la polizia è perché la percepiscono come il braccio armato dei cattivi, oppure perché la vedono schierata a difesa delle loro macchine, delle loro infrastrutture e del loro potere. Di solito, la differenza tra i buoni e i cattivi sta anche in questo: se i buoni vengono ascoltati e le ragioni della loro rabbia trovano una risposta, smettono di essere arrabbiati; se invece vincono i cattivi, continuano a esercitare il proprio potere e diventano ancora più cattivi. Se il progetto della TAV venisse sospeso, o almeno rimesso in discussione attraverso un serio dibattito parlamentare, sono sicuro che gli attivisti non assalterebbero i cantieri il giorno dopo per paura di non servire più a nulla o di perdere la propria funzione di devastatori. Perché a loro non interessa essere devastatori, ma interessa che il cantiere si fermi. Vannacci, invece, ha bisogno che ogni mese un immigrato commetta un crimine. Ha bisogno di quel crimine per continuare a esistere politicamente. E se il crimine non c’è, lo inventa. Quindi, oggi, il compito di un buon giornalista dovrebbe essere un altro. Dovrebbe chiedersi: come si ferma il genocidio in corso? Come si impedisce che la polizia continui a uccidere civili per strada? Come si blocca un’opera che distrugge porzioni troppo vaste e preziose delle nostre Alpi? Come si sopravvive in Paesi che, estate dopo estate, stanno andando quasi interamente in fiamme? Queste sono le domande politiche all’altezza del presente. Non: quanto bisogna prendere le distanze da chi protesta? Non: quale parola usare per condannare un cassonetto incendiato? Non: come rassicurare ancora una volta l’opinione pubblica moderata che tutto può continuare come prima, purché le manifestazioni restino ordinate, silenziose e possibilmente invisibili. Il punto dovrebbe essere capire perché migliaia di persone arrivano a considerare necessario bloccare una strada, occupare un’università, interrompere una produzione, sabotare un cantiere o scontrarsi con la polizia. Capire quale violenza viene prima. Quale violenza viene considerata normale, amministrativa, legittima. E quale, invece, diventa improvvisamente intollerabile soltanto quando chi subisce decide di reagire. Un buon giornalista dovrebbe raccontare i rapporti di forza, seguire il denaro, nominare i responsabili, ricostruire le catene di comando, mostrare gli interessi economici e politici che rendono possibili la guerra, la repressione e la devastazione ambientale. Dovrebbe chiedere conto ai governi, alle imprese, agli eserciti e alle forze di polizia. Non limitarsi a chiedere ai movimenti sociali di essere più educati mentre cercano, spesso con strumenti fragili e contraddittori, di fermare qualcosa di infinitamente più violento di loro. Perché il problema non è che le persone sono troppo arrabbiate. Il problema è che, davanti a ciò che sta accadendo, non lo sono ancora abbastanza. Redazione Italia
August 6, 2026
Pressenza
[Cremona, Italia] Sabotaggio di una cabina elettrica
Riceviamo e diffondiamo Il giorno primo luglio abbiamo manomesso una cabina elettrica. La fortuna ha voluto che una parte del centro di Cremona sia andata al buio. Niente luce in strada. Senza volto, si è diffuso un blackout durato qualche ora. L’energia è legata alla guerra, la guerra alla repressione e repressione vuol dire carcere. Con questo gesto abbiamo voluto agire per esprimere solidarietà agli anarchici arrestati il 16 giugno. Un saluto a tutti i ribelli del mondo, sia chi sta dentro e chi lotta fuori. Dati i tempi di orrori, non possiamo dimenticare Ramy e Fakir.
Fakir e Mohamed: migrazione e disagio psichico, quando la doppia discriminazione uccide
Dalla mancanza di servizi alla risposta armata: così in Italia una crisi psichica può trasformarsi in un rischio di morte, soprattutto per chi vive ai margini. Due volte vittime: prima come migranti, poi come persone con disagio psichico. Le recenti vicende di Abderrahim Fakir, 43 anni, ucciso a Bologna durante un intervento delle forze dell’ordine, e di Mohamed Amin Bessioud, 25 anni, morto a Cosenza durante un controllo dei carabinieri, pongono una domanda urgente e scomoda: quanto vale la vita di chi si trova tra marginalità sociale e sofferenza mentale? Questi due giovani condividono un destino che non può essere liquidato come fatalità o semplice “errore”. Entrambi erano migranti. Entrambi vivevano una condizione di sofferenza psichica nota e segnalata. Entrambi sono deceduti nel contesto di interventi delle forze dell’ordine, seppure in circostanze differenti e attualmente oggetto di accertamento. A Bologna la Procura ha aperto un’inchiesta per chiarire le responsabilità e il nesso tra le modalità di contenimento adottate. A Cosenza è stato aperto un fascicolo per ricostruire la dinamica dei fatti e verificare eventuali responsabilità nella gestione dell’intervento. Queste vicende sollevano una questione più profonda: cosa accade quando una condizione di vulnerabilità viene letta prima come una minaccia e non come una richiesta di aiuto? Questa è la doppia discriminazione: essere percepiti come pericolosi per la propria fragilità. Queste morti vanno comprese anche alla luce dell’attuale crisi del sistema della salute mentale in Italia. Negli anni, il progressivo indebolimento dei servizi territoriali, le carenze strutturali e i tagli hanno lasciato sempre più sole le persone fragili e le loro famiglie. Un sistema che dovrebbe prevenire, accompagnare e prendersi cura rischia così di intervenire soltanto nell’emergenza, quando la sofferenza è già diventata crisi e le possibilità di una risposta basata sulla cura sono ridotte. I “minuti di nessuno”, come vengono definiti da David Vagni, sono quei momenti in cui il sistema fallisce completamente: quando non arriva un operatore formato, quando manca un mediatore, quando l’unica risposta è l’intervento coercitivo o l’intimidazione. Sono i minuti in cui una crisi psichica viene interpretata come minaccia, e non come richiesta di aiuto. I minuti che fanno la differenza tra la vita e la morte. Eppure, la sicurezza non può essere ridotta a controllo: la vera sicurezza nasce dalla presenza di servizi, relazioni, comunità. Non dalla militarizzazione dei territori. La vicenda di Fakir ci ricorda che la salute mentale non è solo una questione sanitaria, ma profondamente sociale. Essere poveri, migranti, soli, senza una rete di supporto, significa avere molte più probabilità di non ricevere cure adeguate, di essere lasciati indietro, di essere percepiti come un problema anziché come una persona con dignità e diritti. Nel frattempo, le famiglie delle persone con disabilità, delle persone che vivono condizioni di sofferenza psichica o che attraversano momenti di crisi legati a stress o altre difficoltà, continuano spesso a essere lasciate sole. Genitori, fratelli e caregiver si trovano a gestire situazioni complesse senza un supporto adeguato, senza continuità assistenziale e senza risposte tempestive. Questo isolamento aumenta il rischio che le crisi vengano affrontate solo quando sono già esplose, con conseguenze drammatiche per le persone coinvolte e per chi sta loro accanto. Accanto al tema della salute mentale esiste un’altra dimensione spesso ignorata: quella della comunità neurodivergente. Persone verbali e non verbali, con o senza autismo, con e senza stereotipie evidenti, convivono quotidianamente con incomprensione, discriminazione e abilismo. Una crisi, un sovraccarico sensoriale, uno “shutdown” possono essere facilmente scambiati per comportamenti oppositivi o pericolosi. Le famiglie e gli educatori lo sanno bene, in queste crisi le persone non agiscono intenzionalmente e possono trovarsi in situazioni di rischio per sé e per gli altri. Ma cosa accade quando questi episodi si verificano in contesti pubblici, magari durante una manifestazione pacifica e in presenza delle forze dell’ordine? È accettabile vivere con il timore che una crisi possa essere interpretata come una minaccia e che un intervento di contenimento possa trasformarsi in una tragedia? È giusto che una persona disabile o neurodivergente, o la sua famiglia, debba temere per la propria incolumità in situazioni che dovrebbero essere protette e sicure? Le morti di Fakir e Mohamed non sono casi isolati, ma la punta di un iceberg. Sono il sintomo di un sistema che non riconosce la complessità, la fragilità, la diversità e che non investe nella cura, che risponde con la forza dove servirebbero competenze, formazione, ascolto e relazione. Serve un cambio di paradigma: formazione specifica per le forze dell’ordine nella gestione delle crisi psichiche, servizi territoriali di salute mentale realmente accessibili e una rete integrata tra operatori sociali, sanitari e mediatori culturali. Serve soprattutto riconoscere pienamente la dignità e i diritti delle persone che vivono condizioni di sofferenza psichica, delle persone neurodivergenti e delle persone con disabilità, insieme alle loro famiglie. Perché nessuno dovrebbe morire per una crisi. E nessuno dovrebbe essere punito per la propria vulnerabilità. Oltre lo stigma: vigilanza civile e alleanze di cura Le implicazioni economiche e politiche di questa gestione emergenziale sono ormai evidenti. La militarizzazione di interi quartieri e una crescente deriva repressiva, alimentata anche dal dibattito pubblico su “sicurezza” e da nuovi dispositivi normativi come il DDL sicurezza e il cosiddetto “DDL anti-semitismo”, contribuiscono a spostare l’attenzione dalla cura al controllo. Il progressivo sottofinanziamento del Sistema Sanitario Nazionale e, in particolare, dei Dipartimenti di Salute Mentale ha ridotto l’assistenza territoriale, spesso limitandola a interventi frammentari o farmacologici, incapaci di garantire presa in carico continuativa, diagnosi tempestive e prevenzione. In questo vuoto, diventa più immediato – ma profondamente sbagliato – delegare la gestione delle crisi alle forze dell’ordine, invece di investire in équipe multidisciplinari di prossimità, formate per intervenire senza ricorrere alla coercizione. Le conseguenze ricadono su famiglie e comunità, lasciate sole e costrette a convivere con il timore che una crisi possa trasformarsi in tragedia. Non possiamo accettare che la risposta alla sofferenza psichica resti confinata alla repressione. L’eredità di Franco Basaglia ci ricorda che la cura passa dal riconoscimento della piena dignità della persona. In questa direzione si muovono oggi reti e realtà dal basso, che lavorano per contrastare stigma e isolamento, promuovendo pratiche di mutuo aiuto e solidarietà. Parallelamente, il contributo della divulgazione scientifica e culturale – portato avanti da attivisti, studiosi e associazioni della comunità neurodivergente – sta ridefinendo il modo in cui comprendiamo crisi, differenze e vulnerabilità (in fondo all’articolo si trova un elenco di riferimenti). Questi percorsi mettono in luce una verità spesso ignorata: le barriere non sono solo architettoniche, ma anche invisibili, sociali e culturali. L’abilismo e l’analfabetismo emotivo istituzionale producono una violenza strutturale che colpisce chi è già marginalizzato, trasformando la fragilità in colpa e la diversità in rischio di morte. Per questo è necessaria una vigilanza civile costante. Occorre chiedere con forza l’abbandono delle pratiche di contenimento fisico potenzialmente letali, un investimento concreto nei servizi territoriali di salute mentale e l’accesso equo e tempestivo alle diagnosi anche in età adulta. È altrettanto urgente garantire, nelle situazioni di crisi, la presenza di personale sanitario qualificato, affinché la prima risposta sia la cura – inclusa, se necessaria, la sedazione in contesto medico – e non la forza. Finché una crisi psichica continuerà a essere interpretata come una minaccia all’ordine pubblico, tragedie come quelle di Abderrahim Fakir e Mohamed Amin Bessioud resteranno possibili. Spetta alla collettività pretendere un cambiamento. Alle istituzioni ascoltare il malcontento sociale ed essere lungimiranti: sostituire la cultura del controllo con il diritto alla cura, la repressione con l’ascolto, la paura con una responsabilità condivisa.   Reti di riferimento su salute mentale, neurodivergenze, advocacy e costruzione di comunità contro stigma e abilismo: * Brigata Basaglia – realtà autogestita che sviluppa pratiche di salute mentale comunitaria, mutuo aiuto e contrasto allo stigma. Offre servizi gratuiti di supporto psicologico, ascolto telefonico e orientamento sociale. * Fabrizio Acanfora – scrittore e divulgatore sui temi della neurodivergenza e dell’autismo, impegnato nella diffusione della cultura della neurodiversità e nella critica dell’abilismo. * Neuropeculiar APS – associazione impegnata nella promozione della cultura della neurodiversità e organizzatrice di AUTcamp, la non conferenza dedicata ad autismo, disabilità, differenze e diritti. * Bradipi in Antartide – progetto di divulgazione sull’autismo e sulla neurodiversità, con particolare attenzione alle esperienze vissute, alla sensorialità, alla comunicazione e al superamento degli stereotipi. * Cose molto ADHD – progetto di divulgazione e advocacy dedicato all’ADHD, nato per raccontare la neurodivergenza attraverso esperienze, informazione e consapevolezza. 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July 29, 2026
Pressenza
Sicurezza o controllo? Il caso Fakir e la militarizzazione del Pilastro
Un’analisi del tessuto socio-culturale del Pilastro per comprendere le radici della mobilitazione.   L’omicidio di Abderrahim Fakir avvenuto nel quartiere Pilastro di Bologna durante un intervento di polizia, ha scosso profondamente la città e aperto interrogativi che vanno ben oltre la cronaca. Un uomo, segnato da una doppia marginalità – tra condizione migrante e disagio psichico – è morto mentre veniva immobilizzato a terra dagli agenti; la Procura ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo, iscrivendo diverse persone nel registro degli indagati. Senza entrare qui nel merito della gestione sanitaria del disagio psichico e delle pratiche di contenimento – tema che meriterebbe un approfondimento specifico – è necessario analizzare il contesto sociale e la storia del quartiere, che ha reagito in modo ampio e partecipato alla sua morte. Oggi, al Pilastro, si parla di forme di auto-organizzazione come video-controllo popolare, reti di mutuo soccorso, assistenza di prossimità e presidi territoriali informali. I video diffusi hanno rapidamente alimentato indignazione e proteste, con paragoni internazionali che evocano modelli di gestione repressiva come quelli attribuiti all’ICE negli Stati Uniti. Militarizzazione e protesta Il Pilastro è oggi il simbolo di una tensione più ampia. Già prima dell’omicidio, i comitati territoriali denunciavano una crescente militarizzazione del quartiere: aumento della presenza delle forze dell’ordine e un approccio securitario percepito come invasivo. Le tensioni degli ultimi mesi sono legate anche ai progetti di trasformazione urbana dell’area del parco Mitilini-Moneta-Stefanini, da tempo terreno di conflitto tra residenti e istituzioni. Dopo la morte di Fakir, la risposta della cittadinanza si è espressa in una grande mobilitazione popolare. Circa duemila persone hanno partecipato a una marcia pacifica nel quartiere, chiedendo “verità e giustizia”. Nel frattempo, iniziative e manifestazioni si sono diffuse anche in altre città italiane. La marcia del Pilastro si è distinta per la sua composizione eterogenea: residenti storici, giovani, famiglie, associazioni locali, comitati cittadini e volontari. Un segnale chiaro: il quartiere rifiuta di essere ridotto a una narrazione di degrado e rivendica la propria complessità sociale e politica. Una lunga storia di conflitto e mediazione Per comprendere il presente del Pilastro è necessario tornare alle sue origini. Nato negli anni Sessanta come quartiere di edilizia popolare, è stato fin da subito segnato da isolamento urbano e carenza di servizi. In questo contesto nacque, nella seconda metà degli anni ’60, il Comitato Inquilini Villaggio Pilastro, promosso da figure come Luigi Spina e Oscar De Paoli, con l’obiettivo di rispondere collettivamente alle condizioni di marginalità. Il Comitato ha storicamente combinato conflitto e dialogo. Le mobilitazioni si accompagnavano a un confronto costante con l’amministrazione comunale, allora guidata dal PCI, dando vita a un modello di partecipazione capace di incidere sulle politiche urbane. I risultati furono significativi. Tra il 1973 e il 1975, le proteste contro la speculazione edilizia portarono a modifiche decisive nella pianificazione urbanistica, tra cui la salvaguardia del cosiddetto “pratone”, oggi Parco Pier Paolo Pasolini. Anche episodi più radicali, come l’occupazione di via Frati nel 1971, rientravano in un ciclo di mobilitazione che alternava conflitto e negoziazione. Questa storia restituisce l’immagine di un quartiere capace di auto-organizzarsi e produrre cambiamento, costruendo nel tempo un’identità collettiva forte. Il Pilastro come laboratorio sociale Un altro elemento fondamentale è rappresentato dall’esperienza del Centro Medico Sistematico di Psicologia Applicata, attivo nel quartiere a partire dal 1969. L’intervento evidenziò criticità profonde: sovraffollamento abitativo, isolamento sociale e carenza di servizi educativi. Gli studi condotti mostrarono come il disagio non fosse individuale ma strutturale, legato alle condizioni urbanistiche e sociali. Dopo poco tempo il progetto si interruppe per mancanza di continuità e fondi istituzionali, lasciando irrisolti molti bisogni della comunità. Analisi successive, tra cui ricerche socio-territoriali come RISMA, hanno confermato la persistenza di queste fragilità, sottolineando come l’assenza di politiche di lungo periodo abbia contribuito a consolidare dinamiche di marginalità. Sicurezza o controllo? Centrale è il significato stesso di “sicurezza”. La militarizzazione dei territori e l’intensificazione dei controlli rischia di accentuare la distanza tra istituzioni e cittadini e di alimentare un clima di conflitto permanente. Tutto questo si inserisce in un contesto nazionale segnato da un rafforzamento degli strumenti repressivi, come evidenziato dal dibattito attorno al “ddl sicurezza” e al cosiddetto “ddl antisemitismo”. Diversi osservatori – tra cui giuristi, associazioni per i diritti civili e organismi internazionali – hanno segnalato il rischio che un’estensione eccessiva di tali strumenti possa comprimere gli spazi democratici e la libertà di espressione, aumentare strumenti repressivi e intensificare il conflitto sociale. In questo quadro, la militarizzazione da mesi di un intero quartiere con problematiche sociali irrisolte da anni e l’aumento della violenza della polizia appare non solo insufficiente, ma controproducente. La storia insegna che l’inasprimento del controllo, se non accompagnato da ascolto e politiche sociali, tende ad alimentare la radicalizzazione e lo scontro tra gruppi sempre più contrapposti. Il rischio è quello di una spirale in cui il conflitto si intensifica anziché risolversi. Il Pilastro, invece, ha dimostrato nel tempo che partecipazione, investimento sociale e mediazione possono generare risultati più duraturi. La mobilitazione per Fakir si inserisce in questa tradizione: una richiesta di giustizia che non è solo giudiziaria, ma anche sociale e politica. Ignorare queste istanze e rispondere unicamente con strumenti repressivi significa esporsi a uno scenario prevedibile: l’aumento delle tensioni e, nel peggiore dei casi, delle vittime. Oltre la cronaca L’omicidio di Abderrahim Fakir non è un episodio isolato. È la punta di un iceberg fatto di disuguaglianze urbane, politiche securitarie e fragilità sociali mai risolte. La marcia delle duemila persone al Pilastro indica che esiste una comunità viva, capace di reagire e di rivendicare diritti. Il futuro del Pilastro – e non solo di Bologna – dipenderà dalla capacità di trasformare questa crisi in un’occasione di ascolto e cambiamento. La scelta è aperta: continuare lungo la strada dell’emergenza e della militarizzazione, oppure investire in un progetto di città più giusto e inclusivo, capace di ascoltare le molteplici voci di comitati, volontari e realtà associative.   Fonti per approfondimento: La vicenda di Fakir ricorda che la salute mentale è (soprattutto) una questione di classe https://www.pressenza.com/it/2026/07/la-vicenda-di-fakir-ricorda-che-la-salute-mentale-e-soprattutto-una-questione-di-classe/ Il Pilastro di Bologna, dalla citofonata di Salvini alla morte di Fakir: storia del quartiere popolare e dei suoi 60 anni tormentati https://www.pressenza.com/it/2026/07/il-pilastro-di-bologna-dalla-citofonata-di-salvini-alla-morte-di-fakir-storia-del-quartiere-popolare-e-dei-suoi-60-anni-tormentati/ Morte di Fakir al Pilastro: la sicurezza è una rete, non una divisa https://www.pressenza.com/it/2026/07/morte-di-fakir-al-pilastro-la-sicurezza-e-una-rete-non-una-divisa/ Salute mentale e salute sociale: come peggiora la situazione in Italia https://www.pressenza.com/it/2026/05/salute-mentale-e-salute-sociale-come-peggiora-la-situazione-in-italia/   Redazione Bologna
July 29, 2026
Pressenza
Il Pilastro di Bologna, dalla citofonata di Salvini alla morte di Fakir: storia del quartiere popolare e dei suoi 60 anni tormentati
Dagli insediamenti di edilizia popolare degli anni Sessanta per all’arrivo «dei meridionali» all’immigrazione straniera degli ultimi vent’anni: pagine dolorose come la strage della Uno Bianca e proteste recenti per i progetti del Comune si mischiano a realtà culturali e sociali che vogliono cambiarlo Di recente ha compiuto 60 anni. A Bologna è da sempre etichettato con quel nomignolo che alcune zone delle città non riescono proprio a togliersi, nonostante nel tempo progetti sociali e iniziative culturali provino a cambiare volto (quantomeno la nomea) dei «quartieri difficili». A Bologna c’è la Bolognina (zona stazione), c’è la Barca (che adesso vanta anche un tratto di portici Unesco, il «Treno» maxi insediamento di edilizia popolare) e poi c’è lui, il Pilastro, che per anni ha etichettato anche chi ci abita «i pilastrini». Il Pilastro, «quartiere difficile» di Bologna che esiste da 60 anni Un quartiere difficile, spesso associato a fatti di cronaca, episodi di criminalità o polemiche cittadine: il quartiere bolognese del Pilastro (dove si è verificato il caso dell’uomo morto durante un’operazione di polizia) ha appena compiuto 60 anni, perché proprio nel luglio 1966 furono consegnate le chiavi dei primi appartamenti delle case popolari, occupate prevalentemente da famiglie del sud Italia trasferitesi a Bologna per lavoro. Negli anni Settanta venne inaugurato il «Virgolone», uno degli edifici più simbolici, lungo circa 700 metri. La trasformazione con l’immigrazione Il nome Pilastro deriva dalla presenza di un piccolo pilastro, segno del passaggio di una antica strada romana, su cui era collocata una Madonnina, tuttora esistente all’angolo tra via San Donato e via del Pilastro, da cui quest’ultima prende il nome. In origine via del Pilastro attraversava longitudinalmente il quartiere, ma con il tempo è diventata una strada secondaria dopo la costruzione di arterie di maggiore rilevanza. La grande trasformazione avvenuta nel tempo è legata all’immigrazione: prima qui vivevano gli italiani del Sud, poi sono arrivati gli «stranieri». Nel corso dei suoi sessant’anni di storia la composizione sociale del Pilastro è così cambiata, alimentando tensioni sociali ma facendo fiorire anche progetti d’integrazione. La Strage del Pilastro della Uno Bianca Nel 1991 il Pilastro fu teatro di una delle più efferate stragi della Uno Bianca, dove morirono i carabinieri Mauro Mitilini, Andrea Moneta e Otello Stefanini, ai quali è stata intitolata la stazione dei carabinieri recentemente inaugurata proprio con l’obiettivo di rafforzare nel quartiere, che si trova nella periferia est della città, la presenza delle forze dell’ordine. La citofonata di Salvini alle elezioni regionali del 2020 Nel 2020 il quartiere balzò al centro della campagna elettorale per le regionali quando il leader della Lega Matteo Salvini citofonò a una famiglia per chiedere se in quella casa abitasse uno spacciatore. L’esito delle urne non fu felice per il centrodestra, che sperava di ribaltare per la prima volta nella storia il governo dell’Emilia-Romagna, ma Stefano Bonaccini ebbe la meglio su Lucia Borgonzoni. Le recenti tensioni legate al Museo dei bambini Di recente è tornato al centro della tensione, per il movimento di opposizione al progetto del MuBa, il museo dei bambini e delle bambine promosso dal Comune di Bologna che dovrebbe aprire a breve. L’opposizione a questo progetto è spesso sfociata in scontri con la polizia ed è stata dovuta al taglio degli alberi e l’impatto ambientale che per i contestatori avrebbe il progetto. Il film che racconta la storia e il presente del Pilastro Di recente la storia e il presente del Pilastro sono diventati anche un film. Il regista è il toscano Roberto Beani, nato nel 1979: «Nel 2021 ho tenuto un corso alla Cineteca di Bologna-  ha raccontato il regista al Corriere di Bologna – sulle tecniche di reportage e con i ragazzi abbiamo fatto un piccolo lavoro sul Pilastro. Lì mi sono reso conto di quanto fosse interessante e mi è subito venuta voglia di farne un documentario. Caso ha voluto che Bruna Gambarelli di Laminarie contattasse poco dopo la casa di produzione con la quale lavoro da sempre, la Lab Film di Mauro Bartoli. Così mi sono proposto per fare il regista. Bruna e il Dom (uno spazio culturale storico del quartiere) sono state le corsie preferenziali per entrare in contatto con alcune realtà». Un tram chiamato desiderio Recente è anche la rabbia per essere stati al momento esclusi dal progetto della linea del tram (la rossa) che sarà inaugurata l’anno prossimo: previste inizialmente nel progetto le fermate al Pilastro ma rimaste ingarbugliate anche nei cantieri che riguarderebbero il Passante di Bologna. Il Comune aveva previsto di collegare anche il Pilastro con la linea tramviaria, si partirà senza, ma l’obiettivo è riuscire a dare al quartiere una nuova possibilità di svolta. Podcast del Corriere: La morte di Fakir. Inizia l’era Burnham. Perché la Spagna domina     Altri approfondimenti sul quartiere Pilastro: > La vicenda di Fakir ricorda che la salute mentale è (soprattutto) una > questione di classe   L’intervento del Centro Medico Sistematico di Psicologia Applicata al Pilastro, iniziato nell’ottobre 1969, ha evidenziato criticità legate a sovraffollamento, isolamento e carenza di servizi educativi. Il progetto si è interrotto a causa della mancanza di continuità istituzionale, lasciando irrisolti i bisogni di supporto sociale e specialistico della comunità. Approfondisci l’analisi su : http://www.risme.cittametropolitana.bo.it/mente-salute-mentale-percorsi/storia-laboratorio-psicologia-applicata/esperienza-Pilastro.html   Redazione Bologna
July 28, 2026
Pressenza
BOLOGNA: MIGLIAIA DI PERSONE IN CORTEO AL PILASTRO PER CHIEDERE VERITA’ E GIUSTIZIA PER FAKIR
Ad una settimana esatta dalla morte di Fakir a Bologna ieri in migliaia hanno manifestato al Pilastro , quartiere teatro del violento intervento di polizia che lo ha ucciso, per chiedere ‘verità e giustizia’. Al corteo, organizzato da residenti, collettivi e attiviti, è intervenuta in collegamento telefonico da Casablanca anche la moglie di Fakir che ha ringraziato i partecipanti e ha chiesto che sia fatta giustizia. Al corteo aperto da un gruppo di giovani e lo striscione “Siamo tutti Fakir”, sventolavano bandiere di Marocco, Italia e Palestina. Prima di partire si sono inginocchati, alzano il pugno in aria e rievocano il gesto del Black Lives Matter utilizzato dopo l’omicidio di polizia negli USA di George Floyd. Il corteo è terminato nel luogo dove è stato ucciso Fakir e proprio li’ è stata lasciata una targa in sua memoria. Non erano presenti i familiari del 42enne residenti a bologna che sempre ieri lo hanno voluto omaggiare con una cena di comunità durante la quale avevano ribadito la loro fiducia nella giustizia. La famiglia di Abderrahim Fakir ha lanciato una raccolta fondi per sostenere le spese legali, medico-legali e tecnico-scientifiche necessarie a seguire gli accertamenti sulla sua morte e l’eventuale procedimento giudiziario. Prossimo appuntamento il 12 settembre a Bologna per un’assemblea nazionale di movimento. Le valutazioni di Francesca del Comitato popolare del Pilastro Ascolta o scarica Il bilancio della manifestazione di Federico, della redazione di Radio Onda d’Urto Emilia-Romagna. Ascolta o scarica.
July 27, 2026
Radio Onda d`Urto
Bologna, oltre la cronaca: l’omicidio di Abderrahim Fakir e la militarizzazione del Pilastro
Riceviamo e pubblichiamo questo comunicato della Federazione Emilia Romagna del PCARC sui gravi fatti di cronaca avvenuti al Pilastro di Bologna. Pur non condividendo l’accettazione dello scontro violento – che contrasta con la nostra linea editoriale basata sulla nonviolenza – riteniamo fondamentale dare spazio alle analisi, alle istanze e alla rabbia profonda di un quartiere che da anni e mesi denuncia militarizzazione, speculazione, problemi ambientali e marginalità sociale. Il pluralismo e il diritto al dissenso passano anche dal dare voce alle diverse anime della protesta cittadina. _________ Bologna. Per Fakir: vendetta, organizzazione e prospettiva Il brutale assassinio di Abderrahim Fakir materialmente eseguito nel quartiere Pilastro di Bologna il 19 di luglio da due agenti di Polizia non è un fatto isolato. Avviene in un quartiere militarizzato, dove da mesi, per piegare la resistenza dei residenti alla distruzione degli spazi verdi promossa dall’Amministrazione Lepore a fini speculativi, la Polizia ha malmenato e ferito decine di persone, sparato lacrimogeni ad altezza persona, pattugliato le strade giorno e notte perseguitando i residenti. Il brutale assassinio di Abderrahim Fakir avviene in un più generale contesto in cui le autorità politiche non alzano un dito di fronte a (assecondano attivamente) licenziamenti di massa, omicidi sul lavoro, smantellamento dei servizi essenziali, col degrado sociale che ne risulta. Avviene mentre contro gli immigrati e i loro figli, che sono una parte sempre più rilevante e combattiva dei lavoratori nel nostro paese, la propaganda di regime soffia sul fuoco della mobilitazione reazionaria, per trasformare in guerra tra poveri il disastroso corso delle cose funzionale agli interessi dalla classe dominante. Avviene nel corso della rappresaglia repressiva contro chi si oppone all’aggressione e allo sterminio indiscriminato dei popoli oppressi nel mondo e al procedere di una guerra che di fatto è già mondiale. Tutta violenza che, per lor signori, è evidentemente “normale”. In sintesi, il brutale assassinio di Abderrahim Fakir sia per le cause che hanno portato un uomo, solo in mezzo a una strada, a gridare “aiuto” sia per il modo in cui i tutori dell’ordine (borghese) hanno soffocato quella voce è parte della guerra interna, che è guerra di classe. E quella voce non può spegnersi e non si spegnerà, perché risuona nei nostri cuori e nelle nostre teste, nei cuori e nelle teste di tutti coloro che non si rassegnano alla barbarie. E infiamma l’esistente. Chi la sera del 20 luglio si è ribellato alla barbarie, nonostante le minacce, i candelotti lacrimogeni sparati dai tetti, ad altezza d’uomo (ancor una volta) e persino contro i Vigili del Fuoco, nonostante la caccia all’uomo, ha mandato a chiare lettere il messaggio che se loro ci uccidono noi mettiamo a ferro e fuoco la città, HA FATTO BENE. Ha protetto l’incolumità di tutte le masse popolari mettendo a repentaglio la propria. Piena e incondizionata solidarietà, complicità e supporto, dunque, ai compagni e le compagne fermate e ferite: sono un esempio per noi tutte e tutti. Così come sono un esempio luminoso i lavoratori dell’Interporto, in larga parte immigrati organizzati dal Si Cobas, che, contro l’assassinio di un loro compagno, hanno bloccato per ore il traffico di merci, creando file di chilometri intorno alla città. Ciò in barba ai decreti sicurezza, agli sciopericchi di due ore a fine turno e a chi dice che i lavoratori non sono più disposti a fare scioperi politici. Un fatto grande, passato sotto silenzio dalla propaganda di regime in un clima di generale diversione e intossicazione. Sono un esempio i giornalisti del Comitato di Redazione del Tg regionale dell’Emilia Romagna che con un comunicato pubblicato hanno denunciato la censura vigente nell’apparato mass mediatico di regime. Abbiamo un problema con la Questura di Bologna  Presso la Questura di Bologna è operativo il VII Reparto mobile, che dal G8 di Genova ai recenti fatti del Pilastro ha una un’onorevole storia di “gestione dell’ordine pubblico” al servizio della reazione. Il VII Reparto mobile, e la Questura di Bologna più in generale, sono storicamente uno dei principali concentramenti di forze del Sindacato Autonomo di Polizia (SAP), che in questi giorni abbiamo sentito minacciare il Sindaco e i manifestanti a ogni piè sospinto. Del SAP, in distacco sindacale fin dal primo giorno di servizio proprio da Bologna, è stato Segretario generale (2014-2018) Gianni Tonelli, uno che sull’impunità rispetto al razzismo di Stato e sulla violenza ha fatto carriera. Per capirci, proprio il giorno dopo la sua elezione a Segretario, la platea del Congresso del SAP tributò a chi ha assassinato Federico Aldrovandi una standing ovation di circa cinque minuti di applausi in “solidarietà”. Tonelli, oggi Presidente onorario del SAP, è poi diventato anche parlamentare (2018) e infine Responsabile del Dipartimento Sicurezza e Immigrazione della Lega. Sono gli anni in cui la Prefettura di Bologna è guidata da un certo Matteo Piantedosi, che proprio in questo ambiente trova il suo trampolino di lancio. Tonelli è grande alfiere dell’introduzione del Taser per le forze dell’ordine e anche delle telecamere sulla divisa (per forzare la mano, il SAP diede le Spy pen ai suoi iscritti a Bologna), col presupposto che ovviamente questi filmati sono a uso e consumo del taglia e cuci della Questura, come dimostrano i fatti di questi giorni. Ma, parlando di Questura di Bologna, difficile non citare un altro dirigente del SAP, ovvero Marino Occhipinti noto esponente della Banda della Uno bianca. Insomma, è abbastanza evidente che abbiamo un problema con la Questura di Bologna. E non da ieri. Ci domandiamo e domandiamo al Sindaco, ai giornalisti di inchiesta, alla società civile: tutto questo è “normale”?  Le voci inascoltate che i partiti delle larghe intese non rappresentano più In questa situazione il polo di destra delle Larghe intese (governo Meloni e Ministro Piantedosi) cerca di barcamenarsi usando la situazione per dare l’assalto alla diligenza del “fortino Bologna” da sempre appannaggio del polo di sinistra delle Larghe intese e oggi amministrato da Lepore. L’oggetto del contendere sono i miliardi che girano intorno al sistema delle cooperative, degli appalti pubblici, dell’indotto delle grande aziende, dei fondi statali per repressione, riarmo e guerra (l’unico vero “piano di ripresa e resilienza” che hanno in serbo per noi). Il teatrino Lepore – Piantedosi a favore di campagna elettorale è una contesa di affari sulla pelle delle masse popolari. Sono, cioè, uniti contro le masse popolari. Ma sono anche effettivamente divisi e in accanita concorrenza fra loro. È opportuno vedere l’unità tra i due poli, per non farsi illusioni di sorta, ma è altrettanto opportuno anche vedere la lotta fra loro, perché la nostra azione sia tesa metterli uno contro l’altro e non a compattarli. A tutti i compagni e le compagne attivi nelle organizzazioni che di fatto già compongono il variegato fronte anti-Larghe intese e che in questi giorni stanno discutendo sul che fare, sull’opportunità o meno degli scontri, diciamo che invece di tentare di fermare il vento con le mani dobbiamo spiegare le vele e ragionare di quale sbocco politico vogliamo dare al movimento cittadino e non solo. Senza un ragionamento su come costruiamo le condizioni per cacciare le Larghe intese da Palazzo d’Accursio e dal governo del Paese le nostre mobilitazioni, non importa quanto disciplinate, combattive o partecipate, finiranno a uso e consumo della lotta tra gli sciacalli che oggi si contendono il palazzo. Bologna e l’Emilia Romagna hanno una storia gloriosa di organizzazione popolare. Un solo esempio noto: nel quartiere Pilastro il Comitato Inquilini Villaggio Pilastro mettendo al centro il principio che è legittimo tutto quello che è negli interessi delle masse popolari, combinando occupazioni, scioperi al contrario, blocchi stradali, assemblee permanenti riuscirono a imporre all’amministrazione le misure necessarie al territorio. > Se ora da molto vicino guardiamo molto lontano, all’esperienza del movimento > popolare americano contro l’ICE, il risultato non cambia: vediamo combinare > video-controllo popolare, reti di mutuo soccorso, pattugliamenti di brigate in > difesa del quartiere, assistenza porta a porta e campagne nazionali di > carattere politico. Sul nostro territorio sono attive decine di realtà: sindacati, la Rete di resistenza legale, la campagna Lince, i comitati ambientalisti che fanno quotidianamente fronte alla repressione, le associazioni degli immigrati. Una convergenza cittadina di queste realtà che, oltre a promuovere mobilitazioni, sedimenta organizzazione e coordinamento, esercita il controllo popolare, esige l’epurazione delle cricche fasciste che si annidano nelle istituzioni (fuori i nomi dei due poliziotti!), tutela gli attivisti e le attiviste, organizza casse di resistenza, elabora le misure che servono al territorio e per questa via impone all’Amministrazione di essere riconosciuta come autorità popolare è la strada (l’unica) che possiamo percorrere. Questo è il modo, concreto, di mobilitarci PRIMA che avvengano le tragedie. Questo è anche il modo, concreto, di costruire un’alternativa qui e ora. Anche per Fakir e per tutti i figli della Bologna operaia e popolare. Approfondimenti * Il Pilastro di Bologna, dalla citofonata di Salvini alla morte di Fakir: storia del quartiere popolare e dei suoi 60 anni tormentati https://corrieredibologna.corriere.it/notizie/cronaca/26_luglio_21/storia-pilastro-bologna-salvini-fakir-uno-bianca-59fa459e-e80f-4d59-bffa-fd99dcf74xlk.shtml?refresh_ce * L’esperienza del Pilastro: http://www.risme.cittametropolitana.bo.it/mente-salute-mentale-percorsi/storia-laboratorio-psicologia-applicata/esperienza-Pilastro.html Redazione Bologna
July 26, 2026
Pressenza
La vicenda di Fakir ricorda che la salute mentale è (soprattutto) una questione di classe
«La retorica della remigrazione che sta invadendo il dibattito pubblico lo terrorizzava» di Samuele Maccolini, 23/07/2026 Dalle ultime informazioni rese pubbliche su Abderrahim Fakir emerge con chiarezza l’impatto delle politiche migratorie e della marginalità sociale sulla salute mentale. Chi ha chiamato la Polizia ha parlato di un uomo «in escandescenza» che stava urlando e prendendo a calci i portoni di un garage. Il presidente della Società italiana di medicina di emergenza-urgenza Alessandro Riccardi ha definito il comportamento di Fakir «delirio iperattivo», che è dovuto a «una predisposizione personale associata a stress emotivo». Un verbale del pronto soccorso suggerisce che l’uomo soffrisse di disagio psichico. Il 20 giugno Fakir era stato ricoverato al Pronto Soccorso dell’Ospedale Maggiore di Bologna perché si era fatto un taglio in un polso e aveva chiesto di parlare con uno psichiatra. Al momento non si sa se l’uomo abbia ricevuto una diagnosi. Ma le ricostruzioni hanno accertato che negli ultimi mesi la salute mentale di Fakir stava peggiorando. I motivi sono legati alla condizione di straniero senza permesso di soggiorno. L’uomo era in Italia da quando aveva 7 anni. Al momento della morte era in attesa di ricevere la riconferma del permesso di soggiorno. Aveva comunque i documenti in regola poiché disponeva di un permesso temporaneo. Ma la possibilità di essere espulso dal Paese in cui viveva da oltre trent’anni lo preoccupava. L’avvocata che stava seguendo la pratica, Barbara Spinelli, ha raccontato al Post che «la retorica della remigrazione che sta invadendo il dibattito pubblico lo terrorizzava». A giugno l’ufficio immigrazione della questura di Bologna gli aveva chiesto di presentarsi per chiarire la sua posizione. Nonostante fosse un passaggio ordinario nel processo per la richiesta di asilo, Fakir «era andato nel panico». Secondo Spinelli, «il sistema penale e il sistema dei permessi di soggiorno sono un mix esplosivo che impedisce a tante persone di uscire dalla marginalità». La morte di Fakir fa luce sulle disuguaglianze nella salute mentale: chi vive ai margini subisce maggiormente la pressione psicologica del sistema, ma proprio quelle persone hanno meno possibilità di essere seguite e curate. Una questione (soprattutto) di classe. Redazione Italia
July 26, 2026
Pressenza