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Libano, il Parlamento ha abolito la pena di morte
L’11 agosto, mentre in Siria un tribunale condannava a morte in contumacia l’ex presidente Bashar al-Assad, il Parlamento libanese ha approvato la legge che abolisce la pena di morte sostituendola con l’ergastolo ai lavori forzati, ufficializzando una moratoria sulle esecuzioni in vigore dal 17 gennaio 2004. Il voto è l’esempio di una giustizia basata sui diritti umani e non sulla vendetta. Una volta che il testo sarà stato firmato dal Presidente della Repubblica e pubblicato nella Gazzetta ufficiale, il Libano sarà il 114mo Stato ad aver abolito la pena di morte. In totale gli Stati che non ricorrono più alla pena capitale per legge o per prassi sono 145, a fronte dei 54 che la mantengono. Per tradurre la legge in pratica, sarà necessario commutare le 85 condanne a morte pendenti e ratificare il Secondo protocollo opzionale al Patto internazionale sui diritti civili e politici, che ha per obiettivo l’abolizione della pena capitale. L’adozione della legge abolizionista, proposta inizialmente da sette deputati il 7 ottobre 2025, è stata anche frutto delle iniziative delle organizzazioni della società civile quali l’Associazione libanese per i diritti civili, la Campagna nazionale per l’abolizione della pena di morte in Libano e l’Associazione giustizia e perdono.     Riccardo Noury
August 11, 2026
Pressenza
Argentina. Milei scatena la repressione, ma la legge sulla proprietà agli stranieri si è fermata
Nonostante le condizioni meteorologiche ostili e l’annuncio del giorno prima che il governo avrebbe rimosso la legge sulla “stranierizzazione della terra” dal suo progetto, una folla di manifestanti ha riempito la Plaza de los Congresos per chiarire che “la patria non è in vendita.” A quel punto il governo di […] L'articolo Argentina. Milei scatena la repressione, ma la legge sulla proprietà agli stranieri si è fermata su Contropiano.
August 8, 2026
Contropiano
L’Italia e le guerre
Qualche domandina al governo prima che ci arrivi un missile in testa senza che nessuno ci avvertisse. Provo ad immaginare che il nostro sia un paese in qualche modo ancora democratico e provo anche ad immaginare che nel nostro paese ci siano giornalisti che fanno il loro mestiere. E così […] L'articolo L’Italia e le guerre su Contropiano.
August 5, 2026
Contropiano
L’imbroglio con cui l’Italia sta entrando in guerra contro l’Iran
Secondo quanto abbiamo già denunciato pochi giorni fa, è stata affidata a poche righe leggibili sul sito del Ministero della Difesa, la comunicazione del fatto che a partire da marzo 2026, l’Italia ha schierato un contingente militare in Arabia Saudita “a supporto delle Forze Armate e di sicurezza di Arabia Saudita, […] L'articolo L’imbroglio con cui l’Italia sta entrando in guerra contro l’Iran su Contropiano.
August 4, 2026
Contropiano
Missione militare in Arabia Saudita, Rete Pace Disarmo chiede lo stop
Rete Italiana Pace e Disarmo apprende con forte preoccupazione le notizie sulla cosiddetta Task Force Air – Arabia e sulla parallela Task Force Land – Arabia: un dispositivo militare italiano di prima grandezza schierato dalla seconda metà di marzo 2026 in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein, di cui l’opinione pubblica e lo stesso Parlamento hanno appreso tutti i dettagli non da un passaggio parlamentare, ma da una scarna nota comparsa sul sito del Ministero della Difesa dopo mesi di silenzio. Non si tratta di un travaso simbolico di personale già presente nell’area. Parliamo di circa 400 militari dell’Aeronautica (con quattro caccia Eurofighter, un velivolo radar per l’allarme precoce e un sistema antidrone) affiancati da un contingente terrestre dell’Esercito di circa 300 uomini, dotato di una batteria missilistica terra-aria SAMP-T e di radar dispiegati tra Arabia Saudita e Bahrein. Assetti da combattimento e sistemi d’arma collocati a ridosso di un teatro di guerra attivo, non solo per quanto riguarda la crisi iraniana: almeno una parte del contingente si trova presso la base saudita di Al Taif, a circa 250 km dal confine con lo Yemen. Una missione nuova, ad alta valenza politica e ad alto rischio, molti dei cui mezzi sono partiti o sono in procinto di partire dall’Italia. Nessuno di questi assetti è stato oggetto di discussione e voto parlamentari specifici. L’Arabia Saudita compare nella scheda 4 della Delibera missioni 2026 soltanto come voce di un elenco generico di Paesi di quell’area geografica, in una Scheda che però è priva di qualunque dettaglio su consistenza, armamenti e finalità del dispiegamento in quello Stato. Il Governo si trincera dietro la facoltà, introdotta con la riforma quadro delle Missioni Militari del 2024, di “spostare forze e assetti nella stessa area geografica” dove già insistono missioni autorizzate. Ma è precisamente questo il punto che Rete Italiana Pace e Disarmo denuncia: un riferimento generico dentro una tabella per aree non equivale ad aver illustrato al Parlamento uomini, mezzi, armamenti e obiettivi operativi di una missione. Chi ha seguito con attenzione le audizioni dei vertici militari davanti alle Commissioni Esteri e Difesa (come Rete Italiana Pace e Disarmo fa da anni, partecipandovi direttamente) sa bene che in quelle sedi non è stata data alcuna indicazione di dettaglio su un dispiegamento di questa portata. Le critiche mosse in queste ore da chi chiede trasparenza non nascono dunque da una lettura distratta dei documenti, ma da ciò che quei documenti e quelle audizioni oggettivamente contengono e da ciò che, altrettanto oggettivamente, non contengono. Sostenere che tutto fosse “già pubblico” perché un giornalista ha saputo ricostruirlo consultando il sito della Difesa non è una prova di trasparenza: ne è la smentita. Non è la prima volta che solleviamo il problema. Già in occasione del dibattito sul decreto missioni Rete Italiana Pace e Disarmo era intervenuta in audizione parlamentare chiedendo un cambio di rotta e denunciando tempistiche e modalità di esame inaccettabili, con missioni portate all’attenzione delle Camere quando sono già prorogate e operative. E anche in occasione della modifica legislativa del 2024 la nostra Rete aveva evidenziato come il nuovo impianto avrebbe “permesso più facilmente il dispiegamento di forze armate in maniera repentina e senza gli opportuni passaggi parlamentari” con una proposta governativa che andava nella direzione di “rendere ancora più inefficaci la trasparenza e il controllo politico su un tema rilevante come quello delle Missioni militari”. Il caso della Task Force Arabia conferma, nel modo più netto, quelle preoccupazioni. Il nodo di merito è questo: se l’inserimento di un Paese in un elenco per aree geografiche, unito a una facoltà di “ricollocamento”, basta a coprire lo schieramento di caccia e batterie missilistiche con finalità mai esplicitate, quel meccanismo cessa di essere uno strumento di flessibilità operativa e diventa una delega in bianco. È il precedente che allarma: legittimata questa interpretazione, non vi sarebbe più alcun limite chiaro all’apertura di nuovi teatri operativi da parte dell’Esecutivo (potenzialmente anche sulla sola base di accordi bilaterali) sottraendo alle Camere ogni decisione effettiva e cancellando il ruolo che la Costituzione riserva al potere legislativo. Una situazione di preoccupazione che è resa ancora più pressante e concreta dagli eventi di queste ore. Secondo quanto riportato dal Guardian, e ripreso da numerose testate, l’Arabia Saudita si starebbe preparando a una nuova, ampia offensiva militare contro i ribelli Houthi in Yemen (per mare e possibilmente via terra) mentre chiede anche a diversi Paesi, l’Italia inclusa, di aderire a una coalizione navale nel Mar Rosso. In questo scenario Rete Italiana Pace e Disarmo pone una domanda diretta: come si troverebbero coinvolti i militari italiani presenti nella Task Force in Arabia Saudita, con i loro sistemi di difesa aerea e anti-missile schierati a poche decine di chilometri dal confine yemenita, in caso di escalation? Con quali compiti, quali regole d’ingaggio, quale mandato? Sono esattamente le domande cui una missione votata dal Parlamento avrebbe dovuto rispondere prima di partire. Come sottolinea Alfio Nicotra, coordinatore dell’Esecutivo di Rete Italiana Pace e Disarmo, che per la Rete ha partecipato all’audizione parlamentare sulle missioni: «Lo avevamo denunciato con chiarezza nella nostra audizione nelle Commissioni Esteri e Difesa della Camera dei Deputati: le modifiche apportate nel 2024 alle tabelle delle missioni internazionali dell’Italia, con il loro accorpamento per aree geografiche, hanno reso più opache e non trasparenti le singole missioni. Il fatto che centinaia di soldati italiani siano stati dispiegati da questa primavera in Arabia Saudita al fine di contrastare potenziali attacchi iraniani dimostra che con questo escamotage il governo italiano ha tenuto all’oscuro e nascosto al Parlamento una missione militare ad alta valenza politica ed ad alto rischio per il nostro Paese.» «I poteri di controllo ed indirizzo delle Camere vengono di nuovo aggirati. Questo dimostra che la legge quadro 21 luglio 2016, n. 145 sulle missioni internazionali non risponde più ai presupposti per cui era stata varata — ovvero rendere centrale il ruolo del Parlamento — ma richiede una revisione puntuale di queste distorsioni. L’Italia non può ritrovarsi in un potenziale teatro di guerra aggirando le prerogative che la nostra Costituzione assegna al potere legislativo.» Per questo Rete Italiana Pace e Disarmo chiede: * lo stop immediato del dispiegamento e il ritorno della decisione nella sede che le compete, il Parlamento, con una discussione e un voto specifici sulla missione; * che il Governo riferisca con urgenza e in modo completo alle Camere sull’intera consistenza del dispositivo militare italiano nella penisola arabica (uomini, mezzi, armamenti, basi, catena di comando, regole d’ingaggio e finalità) e sui rischi di coinvolgimento in un’eventuale escalation in Yemen; * che si apra senza rinvii una revisione puntuale della legge n. 145/2016, per correggere le distorsioni introdotte con l’accorpamento del 2024 e impedire che la “libera interpretazione” governativa dei perimetri geografici svuoti il potere di controllo e indirizzo delle Camere. I fatti sono questi: una missione militare rilevante è stata avviata e resa operativa senza un voto parlamentare specifico, in una regione sull’orlo di una nuova guerra. Nessuna missione militare può sostituire la politica; nessuna sicurezza costruita nell’opacità e nell’aggiramento delle regole democratiche può essere una sicurezza duratura. Rete Italiana Pace e Disarmo
August 2, 2026
Pressenza
700 militari italiani nel Golfo Persico: così il governo ha aggirato il Parlamento
Per mesi agli italiani è stata raccontata solo una parte della storia. Nelle deliberazioni sul Decreto Missioni e nelle comunicazioni del Ministero della Difesa, la presenza italiana nel Golfo Persico è stata descritta come un’attività di assistenza e protezione del personale e dei cittadini italiani presenti nell’area. Oggi, però, il quadro che emerge è molto diverso e apre una questione politica e istituzionale che non può essere ignorata. Secondo le informazioni disponibili, l’Italia ha schierato fino a 700 militari tra Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti. Il Ministero della Difesa conferma una Task Force Air composta da circa 400 militari dell’Aeronautica, con caccia Eurofighter, un velivolo radar, sistemi anti-drone e sistemi di difesa aerea. A questo dispositivo si aggiungerebbe, secondo altre fonti, un contingente terrestre di circa 300 militari dislocato negli stessi Paesi del Golfo. Nel complesso, non si tratta di una presenza simbolica né di un semplice supporto logistico, ma di uno dei più consistenti schieramenti militari italiani degli ultimi anni in una delle aree più instabili e militarizzate del pianeta. Ma il punto centrale non è soltanto questo. La questione più grave riguarda il modo in cui il Parlamento è stato chiamato a pronunciarsi. Le Camere non hanno mai discusso apertamente né votato uno schieramento di queste dimensioni. Hanno autorizzato missioni descritte con formule generiche, senza che l’effettiva consistenza del contingente e il suo ruolo operativo diventassero oggetto di un confronto politico trasparente. Secondo il ministro Guido Crosetto tutta la documentazione era a disposizione del Parlamento, ma questa spiegazione lascia aperta una domanda semplice: se le informazioni erano davvero così chiare, perché cittadini, mezzi d’informazione e gran parte degli stessi parlamentari hanno compreso la reale portata della missione solo mesi dopo, grazie alle ricostruzioni giornalistiche? È qui che si concentra il problema. Una democrazia parlamentare non vive soltanto del rispetto formale delle procedure. Il Parlamento può esercitare davvero il proprio ruolo solo se viene messo nelle condizioni di deliberare con piena consapevolezza. Se una decisione destinata a incidere sulla politica estera, sulla sicurezza nazionale e sul possibile coinvolgimento dell’Italia in un teatro di guerra viene presentata con formule che ne attenuano la reale portata, il controllo democratico perde gran parte del suo significato. E tutto questo avviene mentre il Medio Oriente attraversa una delle fasi più drammatiche degli ultimi decenni. Il genocidio a Gaza, le tensioni tra Israele e Iran, gli attacchi alle rotte commerciali e il crescente riarmo della regione rendono il Golfo uno dei punti più pericolosi del pianeta. In questo contesto, rafforzare la presenza militare italiana con caccia, sistemi radar e difese antiaeree rappresenta una scelta politica di enorme rilevanza, che avrebbe dovuto essere sottoposta a un confronto parlamentare pieno, esplicito e trasparente. C’è poi un altro aspetto che riguarda direttamente la vita quotidiana degli italiani. Ogni aumento della tensione nel Golfo si riflette sul prezzo dell’energia. Crescono il costo del petrolio, del gas, dei carburanti e, di conseguenza, le bollette e il costo della vita. Intanto continuano ad aumentare le risorse destinate alla spesa militare, mentre sanità, scuola, trasporto pubblico e welfare continuano a fare i conti con finanziamenti insufficienti. Resta infine il nodo costituzionale. L’articolo 11 della Costituzione non è una formula di principio né una dichiarazione simbolica. È uno dei cardini della Repubblica e stabilisce che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Proprio per questo il modo in cui il governo ha portato questa decisione in Parlamento assume un significato che va ben oltre il profilo procedurale. Se il dispiegamento di un dispositivo militare fino a 700 uomini, con caccia, sistemi radar e difesa antiaerea nel cuore della più grave area di crisi internazionale fosse stato ritenuto pienamente coerente con l’articolo 11, non ci sarebbe stato alcun motivo di attenuarne la portata attraverso formule generiche di “assistenza”, “supporto” e “tutela”. Il fatto stesso che si sia scelto di rappresentare la missione in termini così riduttivi dimostra quanto fosse difficile sostenerne apertamente la compatibilità con il principio costituzionale del ripudio della guerra. Il governo deve tornare immediatamente in Parlamento, non per chiedere una sanatoria politica di una decisione già assunta, ma per assumersene fino in fondo la responsabilità davanti al Paese. Deve spiegare perché abbia scelto di rappresentare una missione di questa portata attraverso formule che ne attenuavano la reale natura e riconoscere che il Parlamento è stato chiamato a deliberare senza essere posto nelle condizioni di valutare pienamente la scelta che stava autorizzando. Ma soprattutto il governo deve trarne le conseguenze politiche: interrompere ogni ulteriore coinvolgimento militare dell’Italia nell’area e disporre il rientro del contingente. Una decisione che contrasta con il principio del ripudio della guerra sancito dall’articolo 11 della Costituzione non può essere semplicemente riproposta con una diversa procedura parlamentare. Deve essere rimossa. Perché quando sono in gioco la pace e la guerra, la trasparenza non è un dettaglio procedurale. È la condizione minima perché il Parlamento possa esercitare il proprio ruolo e i cittadini possano giudicare consapevolmente le scelte compiute in loro nome. Ma la trasparenza, da sola, non basta. Se per ottenere un’autorizzazione parlamentare è necessario attenuare o mascherare la reale portata di una missione militare, il problema non è soltanto il metodo. È la scelta politica stessa. E quando quella scelta si pone in contrasto con il principio del ripudio della guerra sancito dall’articolo 11, non è sufficiente correggere la procedura: occorre cambiare la decisione. Giovanni Barbera
July 31, 2026
Pressenza
La Rivoluzione dei Fenicotteri continua nonostante fermi e intimidazioni
Il 23 luglio, nel suo ormai 54° giorno, la protesta si è tenuta – in aggiunta all’appuntamento fisso del pomeriggio – anche la mattina a partire dalle 8:00 davanti al Parlamento. Diverse centinaia di persone si sono radunate intorno al Parlamento, mentre all’interno era in corso la seduta plenaria che avrebbe deciso sulla proprietà delle terre agricole agli stranieri. Più che in un unico punto, i manifestanti si sono distribuiti intorno ai diversi ingressi del Parlamento, già circondato da transenne metalliche e da ingenti schieramenti di polizia. La polizia, che per legge avrebbe dovuto avere la targa identificativa nell’uniforme quel giorno non l’aveva. Un segno di quello che avrebbe seguito. ©️Trivet La polizia albanese in tenuta antisommossa ma senza i codici identificativi Ormai sapete che le manifestazioni principali si svolgono nel tardo pomeriggio ogni giorno da oltre cinquanta giorni, con il corteo da piazza Skanderbeg che si dirige verso la sede del premier, per il presidio che dura diverse ore e poi la marcia che continua per altro tempo e percorso indefiniti. A questi appuntamenti fissi che scandiscono ormai la quotidianità della capitale Tirana, si aggiungono azioni straordinarie al mattino o nei weekend. Vengono convocate ad esempio quando il Parlamento è riunito come i presìdi del 2 luglio e del 20 luglio, oppure davanti ad altre istituzioni, come quello del 9 luglio in cui si è protestato davanti al Ministero della Cultura contro i quattro milioni di euro pubblici destinati al concerto di Ye (conosciuto ai più come Kanye), mentre nei fine settimana la mobilitazione si sposta nei territori recintati e sottratti all’accesso pubblico, tra cui Zvërnec (13 maggio, 30 giugno, 6 giugno), Rrjoll (13 giugno) e Kakome (21 giugno). ©️Trivet – Cartellone della protesta del pomeriggio 23 luglio in cui c’è scritto “Metamorfosi non è diventare un insetto, ma quando la polizia serve il crimine e non i cittadini”   ©️Trivet Durante la protesta 9 luglio in cui si è protestato davanti al Ministero della Cultura contro i 4 milioni di euro pubblici destinati al concerto di Ye (Kanye West). Nel cartello c’è scritto “Edi Rama: dove si incontrano l’antisemitismo e il sionismo”   ©️Trivet La mobilitazione del 13 giugno a Rrjoll, uno dei territori recintati e sottratti all’accesso pubblico e dei privati proprietari per il progetto di un oligarca, la famiglia Ulaj di Gener2. Tornando ai disegni di legge in discussione in Parlamento, tra i provvedimenti contestati vi è una bozza di legge pubblicata per la consultazione dal Ministero dell’Agricoltura e dello Sviluppo rurale, intitolata «Sul trasferimento della proprietà dei terreni agricoli a persone fisiche e giuridiche straniere». Il testo apre la strada all’acquisto di terreni agricoli da parte di cittadini e società straniere, prevedendo che le nuove disposizioni producano effetti sette anni dopo l’eventuale adesione dell’Albania all’Unione Europea. Attualmente gli investitori stranieri possono prendere in affitto la terra agricola fino a 99 anni, ma non acquistarla. Il nuovo testo consentirebbe invece la compravendita di terreni privati e statali, compresi quelli appartenenti al fondo delle terre pubbliche definite “disponibili” o non ancora assegnate. In un contesto, quello albanese, in cui ancora tante famiglie non hanno legalizzato le proprie proprietà e tante proprietà e terreni sono contestati. Una proposta di legge discussa pochi giorni dopo che il Viceministro dell’Agricoltura Fatmir Guri e il direttore generale del Ministero israeliano dell’Agricoltura e della Sicurezza alimentare, Oren Lavi, hanno firmato, durante una visita, un memorandum dedicato alle “tecnologie agricole, alla produzione sostenibile, alla sicurezza alimentare e alla ricerca congiunta” tra Albania e Israele. Era il 2 giugno, terzo giorno della Rivoluzione dei Fenicotteri. Intorno alle ore 10, la tensione della protesta, iniziata in modo pacifico, sale drasticamente quando la polizia ha tentato di spostare le barricate per impedire il lancio di uova e pomodori contro i veicoli dei parlamentari. Fallito il tentativo di allontanare i manifestanti, le forze dell’ordine hanno utilizzato spray al peperoncino e due autocisterne ad acqua per disperdere la protesta. Per alcuni minuti, l’ingresso del Parlamento si è trasformato in un luogo di scontro e lancio di pomodori e uova. ©️Trivet Lancio dei pomodori e uova ai poliziotti Dalla piazza, insolitamente fresca nonostante l’ora di punta, si sono levati gli slogan “Rama, dimettiti”, “Rama in carcere, Berisha in carcere” e “Parlamento del crimine”, “È giunta la vostra fine”, ma anche quelli in lingua italiana “Edi Rama figlio di pu***na” o “Edi Rama va******lo”. Gli slogan dedicati alla polizia erano “Polizia del crimine” ma anche “Hiqni kapelet” e “Bashkohuni me ne”, come invito a togliere il cappello e a unirsi alla protesta, per il futuro dell’Albania. ©️Trivet   ©️Trivet I presidi sono continuati fino intorno alle 16, quando la Polizia di Stato ha fermato 32 persone per portarle nei commissariati numero 1 e 3 di Tirana, di cui 2 sono ancora in stato di fermo. Il Comitato Albanese di Helsinki nel suo monitoraggio ha accertato e dichiarato attraverso un suo comunicato stampa che tra le persone fermate vi erano due donne che non avevano compreso per quale ragione fosse stata limitata la loro libertà. Una di loro ha riferito di essere stata portata via mentre stava semplicemente filmando. Elsa Paja, l’attivista, artista e designer  che insieme alle sorelle nel trio artistico Trivet che ha realizzate le foto di quest’articolo e che ha affermato: > “Pensano di spaventarci, ma il comportamento della forze della polizia ci > rafforza soltanto perché dimostra che la Rivolta dei Fenicotteri è dalla parte > giusta, ogni albanese dovrebbe unirsi alle proteste.” Carrie Ann Morgan, un’antropologa socio-linguista americana che vive in Albania da anni, fermata mentre andava a casa, senza essere informata dei suoi diritti né delle accuse rivoltegli. Edison Lika, attivista di Mesdhe e volontario di Drejtesi Sociale trascinato mentre era lontano dalla protesta, collegato in diretto online con la TV di News24 e denunciava live gli inseguimenti della polizia nei confronti dei cittadini. Allo stesso modo l’attivista e consigliere comunale di Tirana per Lëvizja Bashkë, Movimento Insieme, Mirela Ruko: semplicemente per il fatto di essere presente in protesta, senza alcuna accusa specifica di violenza, come riportato da Citizens. Dello stesso partito anche Emiljando Kitaj che ha denunciato, come anche l’attivista Arnen Sula dell’associazione Tek Bunkeri, per i media il trattamento degradante e offensivo della polizia durante l’accompagnamento in centrale. Nel commissariato si trovava anche un manifestante con ferite alla testa e a un braccio, trasferito dopo essere stato prelevato dall’ospedale militare. Stessa cosa che hanno subito altri manifestanti: prelevate dall’ambulatorio dell’urgenza per le ferite causate dalle sostanze usate dalla polizia per finire detenute in commissariato. Le testimonianze raccolte parlano inoltre di persone trascinate a terra e dell’impiego di gas lacrimogeni in presenza di bambini, anziani, persone malate e con disabilità. Il manifestante Skerdi Topalli ha denunciato in particolare il trattamento riservato alle donne e alle madri trascinate via dagli agenti. Tra le persone condotte in commissariato c’era anche Vjolanda Peca, giornalista di Citizens.al, fermata mentre stava documentando la protesta. Il rappresentante del Comitato Albanese di Helsinki Zylyftar Bregu ha condannato sia il fermo sia l’interrogatorio della giornalista che, anche se in quel momento non mostrava il badge dopo essersi identificata come giornalista, avrebbe dovuto ricevere un diverso trattamento da parte della polizia e non subire in una limitazione della libertà. Come denunciato anche dall’Associazione dei Giornalisti Albanesi (AGSh) nella sua dichiarazione. La repressione però non ha disperso la mobilitazione: i manifestanti sono rimasti davanti agli ingressi e alle uscite del Parlamento fino a dopo le 17. Al termine del presidio, gli organizzatori hanno invitato la cittadinanza a marciare verso i commissariati nr. 1 e 2. nei quali erano trattenute le persone fermate. La Rivoluzione dei Fenicotteri non è morta, né arretra di un passo. La risposta del 23 luglio mostra e semmai rafforza la volontà del popolo albanese di resistere. I fenicotteri continuano a occupare lo spazio pubblico nonostante le intimidazioni, le campagne di delegittimazione, le transenne, gli idranti, i lacrimogeni e i fermi di polizia. La forza dei fenicotteri sta proprio nella persistenza. La forza dei fenicotteri albanesi non consiste nel rispondere alla violenza con altra violenza, ma nel continuare a occupare lo spazio pubblico nonostante le intimidazioni, le campagne di delegittimazione, le transenne, gli idranti, i lacrimogeni e i fermi di polizia. Essere pacifici non significa accettare l’ingiustizia, né fermarsi o arretrare. Oggi è il 56° giorno e la protesta che richiamerà la diaspora è prevista per il 14, 15 e 16 agosto. Foto di Trivet ©️Trivet – Cartellone della protesta del pomeriggio 23 luglio in cui c’è scritto “Metamorfosi non è diventare un insetto, ma quando la polizia serve il crimine e non i cittadini” PER APPROFONDIRE: * https://citizens.al/it/2026/07/24/na-moren-vetem-se-ishim-aty-rrefimet-e-protestuesve-te-shoqeruar-ne-komisariate/ * https://www.reporter.al/2026/07/23/oret-e-tensionit-mes-policise-dhe-protestuesve-perballe-parlamentit/ * https://www.reuters.com/world/protesters-clash-with-albanian-police-demonstrations-triggered-by-kushner-resort-2026-07-23/ * https://citizens.al/it/2026/07/23/protesta-para-kuvendit-gaz-lotsjelles-dhe-shoqerime-ne-komisariat/ * https://agsh.al/2026/07/23/deklarate-mbi-protesten-e-dates-23-korrik-2026/ * https://ahc.org.al/deklarate-per-shtyp-te-respektohen-dhe-hetohen-garancite-ligjore-te-perdorimit-te-lendeve-kimike-shoqerimit-dhe-arrestimit-ne-flagrance-te-protestuesve-para-kuvendit/ * https://acqj.al/it/toke-pa-tituj-te-qarte-treg-i-hapur-per-kapitalin-e-huaj/ * https://citizens.al/it/2026/07/07/nga-asnje-qindarke-te-4-2-milione-euro-per-koncertin-e-kanye-west/ * https://citizens.al/it/2026/07/09/mjaft-me-spektakel-mbeshtesni-kulturen-aktivistet-kundershtojne-4-milione-e-per-kanye-west/ * https://citizens.al/2026/07/08/para-nga-fondi-rezerve-per-koncertin-e-kanye-west-pikepyetje-mbi-kriterin-e-emergjences/ * https://balkaninsight.com/2026/07/10/cancel-it-state-cash-for-kanye-west-show-sparks-outrage-in-albania/bi/ Fioralba Duma
July 25, 2026
Pressenza
Spese militari italiane: mezzo “trilione” pagato dal 2010 e quasi 500 miliardi in più da qui al 2035
L’Osservatorio Mil€x sulle spese militari ha presentato oggi alla Camera dei Deputati il proprio Annuario 2026. La scelta della sede non è casuale: l’Annuario nasce come strumento di trasparenza rivolto in primis al Parlamento, perché oggi nessun documento ufficiale fornisce a Deputati e Senatori, nel momento del voto, gli elementi per decidere in modo consapevole su una partita sempre più rilevante del bilancio pubblico. La fotografia fornita dall’Annuario va oltre il singolo dato con respiro annuale, sul quale il nostro Osservatorio Mil€x – che compie 10 anni di attività di analisi al servizio dei cittadini – garantisce un monitoraggio continuo, offrendo una ricostruzione d’insieme, pluriennale e verificabile che nessuna fonte pubblica espone in forma unitaria. Quindici anni di spesa, un ventennio di acquisti di armi Integrando le stime annuali dal 2010 al 2026, si ottiene un totale di spesa militare sugli ultimi 17 bilanci che supera i 429 miliardi correnti (circa 503,6 miliardi, cioè mezzo “trilione” a valori costanti odierni. La lettura in euro costanti evidenzia come lo shock inflattivo del 2022-2023 abbia assorbito quasi per intero gli aumenti nominali post conflitto in Ucraina, con un vero “salto reale” del riarmo concentrato nel biennio 2025-2026. Ma è sugli acquisti di armi che la ricostruzione pluriennale è più netta: dai 3 miliardi annuali del 2006 si passa ai 13,2 del 2026 (dato più che quadruplicato e totale di circa 138 miliardi nel ventennio) con una concentrazione fortissima negli ultimi anni: i soli esercizi 2023-2026 valgono oltre 46 miliardi per il procurement militare. È la prova quantitativa della tesi già esposta da Mil€x: l’espansione della spesa militare passa quasi interamente dall’acquisto di armi, a vantaggio dell’industria, mentre le voci operative restano compresse. Dove porta la traiettoria: gli scenari futuri I più recenti Documenti Programmatici Pluriennali della Difesa proiettano a oltre 130 miliardi il costo di nuovi sistemi d’arma nei prossimi quindici anni, di cui 35 già definitivamente stanziati. E la nuova stima Mil€x dell’impegno decennale aggiuntivo per la traiettoria NATO al 5% del PIL entro il 2035 (confermata dal Governo dopo il vertice di Ankara di luglio 2026) è di circa 498 miliardi, più onerosa dei 445 calcolati un anno prima: il profilo di spesa scelto concentra gli aumenti già nel prossimo biennio. La prova del consuntivo: si spende più di quanto si vota Una delle novità più rilevanti dell’edizione 2026 dell’Annuario Mil€x è il confronto tra ciò che il Parlamento autorizza e ciò che si spende davvero. Dai Rapporto di Performance della Difesa e dal Rendiconto dello Stato emerge come gli stanziamenti definitivi superino sistematicamente la previsione di Legge di Bilancio, con una forbice di aumento tra il +9% e il +16% (ad esempio nel 2025 la Difesa è passata da 31.295 a 35.519 milioni, +13,5%). La discussione parlamentare che parte a ottobre avviene così ogni anno su una fotografia che può sottostimare tra i 2,7 e i 4,2 miliardi la spesa reale a consuntivo, e non per caso ma per un meccanismo che si ripete. Si stanzia perfino più di quanto il sistema riesca a spendere: nel 2025 si è avuto un disavanzo di cassa di quasi 2 miliardi sull’investimento e il debito commerciale è quadruplicato (da 97 a 361 milioni). La trasparenza arretra mentre i volumi esplodono Tutto ciò avviene nel momento di massima opacità informativa. Il DPP 2025 ha eliminato i costi complessivi dei singoli programmi ed è arrivato in ritardo; il “2% del PIL” certificato dalla NATO a marzo 2026 è una riclassificazione contabile che gonfia il perimetro da 31,3 a 45,3 miliardi senza spesa reale in più. Intanto nella sola XIX Legislatura sono stati approvati 78 programmi di riarmo per 36,4 miliardi, esaminati in poche sedute senza istruttorie indipendenti né analisi di alternative. La serie storica ricostruita da Mil€x sui DPP (che certifica l’accelerazione post 2022 anche sull’acquisto di armi) rischia di essere l’ultima compilabile su fonti esclusivamente ufficiali. Uno strumento per il controllo democratico «In una fase di riarmo senza precedenti, rafforzare il controllo democratico e la trasparenza non è meno urgente di prima: lo è molto di più» è l’indicazione chiara che l’Osservatorio Mil€x fa emergere da questa analisi approfondita e multilivello. L’Annuario 2026 si chiude con raccomandazioni al legislatore: contenuti minimi di legge e tempi certi per il DPP, superamento della frammentazione contabile tra ministeri, un parere parlamentare realmente vincolante sugli acquisti d’arma, un’autorità indipendente di controllo del procurement e una disciplina di controllo sull’influenza indebita dell’industria militare sulle scelte della politica in questo ambito. Il testo integrale dell’Annuario Mil€x 2026 è scaricabile a questo link, mentre qui è possibile scaricare un estratto con “Punti chiave” e “Raccomandazioni” MIL€X - Osservatorio sulle spese militari italiane
July 23, 2026
Pressenza
E’ scattato lo scudo “parlamentare” … per i politici della destra
Lo scudo penale nella sua versione parlamentare, a quanto pare è scattato per i politici della destra. Era dal 27 maggio che la Procura di Roma aveva chiesto alla Commissione per le autorizzazioni a procedere della Camera di acquisire la chat tra l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, non indagato, e […] L'articolo E’ scattato lo scudo “parlamentare” … per i politici della destra su Contropiano.
July 23, 2026
Contropiano
Il fuoco amico manda sotto la Meloni sulla legge-truffa elettorale
La maggioranza di governo è stata sconfitta per un voto – 188 i contrari, 187 i favorevoli – sull’emendamento relativo alle preferenze che gli stessi partiti di maggioranza avevano voluto all’interno della nuova legge elettorale in discussione a Montecitorio ma sul quale si erano registrate divergenze. Il partito della Meloni […] L'articolo Il fuoco amico manda sotto la Meloni sulla legge-truffa elettorale su Contropiano.
July 15, 2026
Contropiano