Tag - carceri

Il Leviatano senza maschera
di Christian Argine Dalle infiltrazioni nei movimenti alla sorveglianza diffusa, gli apparati dello Stato mostrano il loro volto più profondo: governare il conflitto, disciplinare il dissenso e riprodurre il proprio …
Senza Basaglia il Far West
di Claudio Dionesalvi* Vagano per le strade gelide o roventi delle nostre città, sbattono la testa contro i muri e le saracinesche dei negozi, urlano, imprecano contro il nulla, lanciano …
Il silenzio della vergogna: lo stupro arma di guerra nelle prigioni dell’occupazione
L’11 maggio 2026, il celebre scrittore americano Nicholas Kristof ha infranto il muro di silenzio con un articolo pubblicato sul New York Times intitolato “Il silenzio che circonda lo stupro delle palestinesi“. Questo articolo non era un semplice reportage giornalistico, ma una dura accusa che smascherava la narrativa ufficiale dell’occupazione […] L'articolo Il silenzio della vergogna: lo stupro arma di guerra nelle prigioni dell’occupazione su Contropiano.
May 18, 2026
Contropiano
Donne palestinesi nelle gabbie israeliane
Incinte, malate, imprigionate. La difficile situazione situazione delle donne palestinesi nelle carceri israeliane. Ali Shawahneh, 46 anni, non ha tempo per cercare lavoro. Da quando Israele ha arrestato sua moglie, Amina Tawil, 36 anni, nella loro casa di Qalqilya, è diventato sia padre che madre per i loro quattro figli. […] L'articolo Donne palestinesi nelle gabbie israeliane su Contropiano.
May 15, 2026
Contropiano
Carceri al collasso tra sovraffollamento e criticità. I dati del Report del Garante
Al 7 aprile di quest’anno le persone adulte detenute in Italia sono 63.940, di cui: 61.142 uomini (95,62%) e 2.798 donne (4,38%). La composizione per cittadinanza mostra una prevalenza di cittadini italiani (43.816 persone, pari al 68,53%), affiancata da una consistente componente straniera di 20.124 persone (31,47%). All’interno di quest’ultima, emerge una marcata predominanza della componente extracomunitaria, che conta 17.421 persone e rappresenta l’86,6% del totale degli stranieri. Sono alcuni dei dati del recente Report analitico “Rispetto della dignità della persona privata della libertà personale” del Garante nazionale per i diritti delle persone private della libertà personale (GNPL). La fascia d’età compresa tra 25 e 44 anni concentra la quota più consistente della popolazione detenuta: 14.670 unità nella fascia 25-34 anni (22.9%) e 17.681 nella fascia 35-44 anni (27.7%), per un totale di oltre il 57% dell’intera popolazione carceraria. Tra i 45 e i 64 anni di età si colloca oltre il 37% della popolazione, mentre è over 65 il 5,3% delle persone detenute. Oltre tre quarti della popolazione detenuta in Italia (il 76,1%) sconta una condanna definitiva o è in attesa di giudizio per altri procedimenti pur avendo già una condanna definitiva. Le persone in attesa di primo giudizio sono 9.118 (14,26%), rappresentando la seconda categoria per numerosità. Rispetto alla durata della pena, il Report segnala come le pene brevi (0-3 anni) rappresentino il 19,29% del totale (9.387 persone), con una concentrazione maggiore nella fascia 2-3 anni. Le pene medie (3-10 anni) sono invece la categoria più numerosa con il 53,84% del totale (26.199 persone). All’interno di questa fascia, le pene da 5 a 10 anni sono le più comuni. Le pene lunghe (oltre 10 anni) rappresentano il 22,97 % del totale, mentre l’ergastolo riguarda il 3,90% del totale (1.898 persone). Per quanto riguarda la “pena residua”, ossia il tempo di condanna rimanente da scontare, i dati mostrano come oltre la metà delle persone private della libertà personale (51,11%) abbia una pena residua tra 0 e 3 anni. Questo dato, unito a quello precedente, ossia di una forte concentrazione sempre nelle fasce 0-3 anni, indica un sistema penitenziario con un alto turnover, dove la maggior parte delle persone private della libertà personale sconta pene relativamente brevi. Quasi un terzo della popolazione presso gli istituti penitenziari è legittimato a chiedere misure alternative alla detenzione. In riferimento ai reati, utilizzando la classificazione del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (DAP), si registrano un totale di 155.808 reati ascritti complessivamente, di cui 40.732 (26,14%) relativi a persone straniere. I reati contro il patrimonio rappresentano la categoria più numerosa con 36.864 (23,66% del totale), confermando la centralità di questa tipologia delittuosa nel sistema penitenziario italiano. I reati contro la persona interessano 29.108 persone detenute (18,68% del totale), con 9.435 stranieri (22,94% della categoria). Questa tipologia include reati gravi come omicidi, lesioni personali, violenze, evidenziando la presenza di criminalità violenta all’interno del sistema penitenziario. I reati connessi alla legge droga coinvolgono 21.724 persone private della libertà personale (13,94% del totale), con 6.194 stranieri (15,21% della categoria). Il Report analizza anche la situazione delle madri private della libertà personale con figli al seguito, che risultano essere 21, con 25 bambini che vivono in carcere con loro. Un dato significativo riguarda la componente straniera: 10 delle 21 madri (45,7%) e 12 dei 25 bambini (48%) non sono italiani. È una delle situazioni più delicate del sistema penitenziario, dove le esigenze di sicurezza si intrecciano con i diritti fondamentali dei minori. Infine, un focus specifico è dedicato al tema del sovraffollamento, con un indice calcolato al 138% su base nazionale. In particolare, su un totale di 189 istituti censiti, 4 si trovano in condizioni di sovraffollamento critico (oltre il 200%), mentre 61 presentano un tasso di occupazione superiore al 150%. Gli Istituti tra 100% e 150% sono 101 e solo 23 strutture operano sotto la capienza regolamentare. Come denuncia da tempo Antigone, le carceri italiane sono fuori dalla legalità a causa del sovraffollamento persistente e crescente. “Nei giorni scorsi, ha sottolineato l’associazione Antigone, l’ex sindaco di Roma, Gianni Alemanno, attualmente recluso nel carcere di Rebibbia Nuovo Complesso, ha ricevuto uno sconto di pena di 39 giorni a seguito dell’accoglimento di un ricorso da lui presentato per i trattamenti inumani e degradanti subiti nell’ambito della detenzione. Il caso di Gianni Alemanno è infatti solo uno delle migliaia di ricorsi accolti negli ultimi anni. Solo nel 2024, ultimo dato finora disponibile, a 5.837 persone detenute era stato riconosciuto uno sconto di pena per analoghe ragioni, generalmente riconducibili al fatto di essere stati reclusi in celle in cui mancava lo spazio minimo di 3 mq a persona. A fine 2024 le persone detenute nelle carceri italiane erano 61.861. Nel mese di marzo di quest’anno erano 64.000; è quindi facilmente prevedibile di come i ricorsi accolti cresceranno. Nel 2013 la Corte europea dei diritti dell’uomo, con la sentenza Torreggiani, condannò l’Italia per le condizioni inumane o degradanti delle nostre carceri. Circa 4.000 ricorsi erano stati presentati da altrettante persone detenute italiane. Quella sentenza pilota aprì le porte a una stagione di riforme, dove le condizioni di detenzione erano al centro dell’attenzione pubblica. Oggi i numeri dei ricorsi accolti sono più alti di quelli all’epoca presentati, eppure, nonostante il bisogno di interventi urgenti, al carcere si guarda solo come orizzonte di politiche penal-populistiche. E, nel frattempo, lo Stato italiano viene condannato dai Tribunali di sorveglianza.” Qualche settimana fa Antigone ha lanciato la campagna “Inumane e degradanti”, chiedendo al Governo e al Parlamento (anche attraverso una petizione) di intervenire subito con riforme necessarie a garantire condizioni di detenzione rispettose dei diritti: https://www.antigone.it/iniziative/3611-il-carcere-italiano-e-fuori-dalla-legalita-costituzionale. Qui il Report del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale: https://www.garantenazionaleprivatiliberta.it/gnpl/resources/cms/documents/Report_aprile_2026.pdf.   Giovanni Caprio
May 4, 2026
Pressenza
Milano, in Piazza Mercanti si leggono i nomi e le testimonianze dei prigionieri politici palestinesi
Se in piazza Duomo a Milano si lotta, nella vicina piazza dei Mercanti ci si raccoglie, si riflette. In quella piazza, le donne del Silenzio per la pace, il gruppo di Porti Aperti contro le morti nel Mediterraneo e altri uomini e donne da anni si trovano regolarmente per denunciare le tante ingiustizie di questo mondo. Così il gruppo che si ritrova in piazza Duomo per la Palestina, quotidianamente, da mesi, trasversale a decine di lotte, di gruppi, di iniziative di questa città, si è dato appuntamento nella stessa piazza dove sei mesi fa aveva letto i nomi delle migliaia di bimbi uccisi a Gaza. In quell’occasione si era deciso di cercare i nomi dei 10mila prigionieri politici palestinesi per leggerli in piazza. Giusto e importantissimo leggere i nomi di coloro che sono stati uccisi, ma urgente e decisivo ricordare coloro che sono a un passo dall’abisso, rinchiusi negli inferni delle carceri israeliane. Liberarli deve essere una priorità. Se quella tra israeliani e palestinesi fosse davvero una guerra, ci sarebbero prigionieri da una parte e dall’altra, ci sarebbero le carceri israeliane e quelle palestinesi. Ogni tanto si farebbe uno scambio di prigionieri, come avviene in tutte le guerre. I gruppi armati palestinesi quel 7 ottobre ci hanno provato, malamente. Hanno cercato di avere prigionieri da scambiare. Li abbiamo chiamati per due anni ostaggi. Va bene, erano ostaggi, ma allora lo sono anche i 10mila palestinesi nelle mani degli aguzzini delle prigioni israeliane. Quei gruppi armati palestinesi ci hanno provato, gli è andata malissimo. In quanti abbiamo pensato che in fondo siano caduti in una trappola? E invece in questi due anni si è palesato il volgare razzismo coloniale dello Stato di Israele, e, ahimè, di buona parte del popolo israeliano. Da queste pagine abbiamo sempre sostenuto quella fetta di popolazione israeliana che lotta a fianco dei palestinesi, gruppi importantissimi, ma ancora insufficienti, devono crescere e crescere. Il razzismo è ancora dominante. Quel regime di apartheid si è squadernato nel momento in cui si è passati da quel rapporto che usarono i nazisti di dieci morti a uno, a quello ordinato dal governo criminale israeliano di 100 a uno. Solo 100 morti palestinesi bilanciano un morto israeliano, un ostaggio israeliano vale 100 ostaggi palestinesi. Ma è uno scambio truccato. Gli ostaggi israeliani sono stati rilasciati a poco a poco: erano uomini e donne ai quali i gruppi che li detenevano davano comunque da mangiare, quando fuori dai nascondigli, nella distruzione totale di Gaza, i bambini morivano di fame. Uomini e donne sui quali non si è sfogata la vendetta, il sadismo, non sono state inferte torture. Non sto separando questa vicenda tra “buoni” e “cattivi”, sarebbe troppo facile e ingenuo. Sto restituendo delle immagini che a gran parte dei potenti del mondo (e quindi a ruota a tutti i loro mezzi di disinformazione e propaganda) sono sembrate normali. È normale vedere uscire dalle carceri israeliane uomini distrutti, fatti a pezzi. È normale che decine e decine di prigionieri siano morti nelle carceri israeliane. È normale che molte volte non siano neppure restituiti i corpi dei morti ai loro cari, o che a questi siano stati espiantati organi. Qual è il limite? C’è? Qualcuno che ha più mezzi delle migliaia di uomini e donne che riempiono le piazze, vuole decidersi a porlo? Se fossimo nella situazione di 90 anni fa, nel 1936 in Spagna, migliaia di giovani starebbero partendo a sostenere una resistenza antifascista. Oggi credo non si faccia non perché non ci siano quei giovani, ma perché la sproporzione degli armamenti è tale che sarebbe solo un massacro in più. Forse già alla partenza ci esploderebbero i telefonini nelle tasche. In questi giorni stanno salpando ancora una volta decine di imbarcazioni verso la striscia di Gaza. Hanno armi? Neanche una. Hanno aiuti. A proposito: che fine hanno fatto gli aiuti della precedente Global Sumud Flotilla? Quelli che erano stati raccolti nei porti, che erano stati caricati? Quelli che il nostro governo a suo tempo disse: “Ma bastava dirlo, li portavamo noi, tornate pure a casa, grazie…” Vergogna. Torniamo a ieri, 17 aprile, Giornata internazionale per i prigionieri politici palestinesi. Decine e decine di donne e uomini si sono raccolti in Piazza Mercanti intorno a un leggio e a un microfono. La piazza era stata allestita magnificamente. Passando si capiva subito di cosa si trattasse. Alle 16.30 è iniziata questa Via Crucis: fogli in mano a persone che erano in fila per leggere la testimonianza di qualcuno che da dentro il carcere raccontava torture, vessazioni, violenze subite, incubi. Stringevano quei fogli come se fossero passati sotto una porta o volati da una feritoia. Parole scritte con mani tremanti da qualcuno che è riuscito ad uscire vivo (?) da quegli inferni. Scritte con le lacrime agli occhi che rende quasi impossibile scrivere. O scritte da uomini o donne che sono riusciti a farlo su pezzi di carta igienica o cartine di sigarette, o che semplicemente hanno passato queste parole di bocca in bocca fino a portarle fuori, come una piccola fiammella accesa che non deve spegnersi. Altro che fiaccola olimpica, qui c’erano lumini protetti da venti e piogge, difesi da corpi martoriati, per far uscire questi brandelli di preziosissime verità, senza le quali nulla sarebbe successo. Quelle parole dicono semplicemente questo: è successo, continua a succedere e dobbiamo fare tutto il possibile per fermare i responsabili di tali atrocità. Dobbiamo, sì, noi. Solo noi che siamo fuori possiamo salvare queste vite. Le resistenze interne non sono più possibili, il cappio si è stretto troppo. Per salvare il pilota statunitense, due settimane fa, si è mobilitato un intero esercito. Noi dobbiamo mobilitare il mondo. Ieri in Piazza Mercanti si sono ascoltate parole messe dentro a bottiglie e gettate in mare, non si è fatta una “celebrazione”. È stato un atto politico, la forte e decisa denuncia di una situazione insostenibile, ma anche una giornata di formazione per attivisti e attiviste i quali, mentre leggevano ed ascoltavano, si ripetevano dentro, uniti, stretti, con accenni di lacrime e con cuori gonfi, la versione del 2026 del motto di allora: “No pasaran!” Per la cronaca: hanno letto tra gli altri l’anziano e amato Basilio Rizzo, a lungo consigliere comunale e  l’ottantenne, ma traboccante energia Moni Ovadia; ha terminato la splendida cantante Silvia Zaru che da pochi giorni ha imparato a memoria, e con ottima pronuncia, una canzone palestinese. Grazie alle donne e agli uomini che hanno organizzato e dato vita a questo ennesimo tassello di un puzzle che somma pezzi ogni giorno, e che dovrà presto “precipitare” in una marea, a riempire le piazze, le strade, al seguito di un popolo che resiste. Oggi intanto a Milano, si misureranno le forze di una destra arrogante, capace di mentire e di ferire, simile a quella di sempre, che riesce a trascinare gente delusa e incattivita; dall’altra parte ci sarà chi si oppone a una deriva raccapricciante e vuole un mondo dove l’amore prevalga sull’odio, la vita sulla morte, la pace e la giustizia su guerra e ingiustizia.     Andrea De Lotto
April 18, 2026
Pressenza
Rapporto Liberties: gli Stati europei demolitori di diritti
L’Italia tra gli “smantellatori” dello stato di diritto: il rapporto che accusa il governo Meloni Il 30 marzo scorso è stata pubblicata l’edizione 2026 del report “Liberties and rule of law“, curata dal Liberties1, che anche quest’anno, come nel report del 2025, ha inserito l’Italia, con Ungheria, Slovacchia, Croazia e Bulgaria, tra i cinque Paesi UE che “smantellano” lo Stato