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Le “sporche frontiere” d’Europa, dai Balcani al Mediterraneo
RESPINTI Le “sporche frontiere” d’Europa, dai Balcani al Mediterraneo di Duccio Facchini e Luca Rondi Altreconomia, 2026, pp. 192 Testi di Caterina Bove, Anna Brambilla, Riccardo Gatti, Maurizio Veglio, Cristina Molfetta. ** La prefazione di Gianfranco Schiavone L’ASILO, DA DIRITTO A CONCESSIONE Questo prezioso libro ci aiuta a comprendere il drammatico cambiamento in termini di tenuta dello Stato di diritto
Operazioni di polizia in Tunisia contro la Global Sumud Flotilla
A partire dal 6 marzo le autorità tunisine hanno arrestato  diversi membri, attuali ed ex, della Global Sumud Flottilla e li hanno portati all’Unità Investigativa della Garde National a El Aouina, Tunis Capital. Attualmente 7 persone sono detenute a El Aouina e sottoposte a interrogatori da parte della Garde Nationale. Dopo i primi 5 giorni, la Garde Nationale può prolungare il periodo di dentenzione e interrogatorio di altri 5 giorni. Dopo questo primo passaggio, le persone possono: o andare in tribunale davanti al giudice e finire in carcere, o essere rilasciate. Questa ondata di arresti coincide con i preparativi per la seconda Global Sumud Flottilla, che dovrebbe partire da Tunisi la prossima primavera. Gli arresti si collocano in un contesto regionale e globale di intensificazione dell’offensiva imperialista e sionista contro tutte le forze che rifiutano i progetti di egemonia e sottomissione, e contro la resistenza in Palestina e in Libano.  Il clima locale é segnato da una progressiva chiusura degli spazi pubblici, dal silenziamento delle voci libere e dalla criminalizzazione della solidarietà locale e internazionale. L’arresto di membri e organizzatori della Flotilla Sumud arriva dopo mesi di campagne di diffamazione contro questa iniziativa internazionale, che hanno colpito individualmente le persone che la sostengono, specialmente su Facebook. Oggi i social media amplificano queste operazioni, creano divisioni e manipolazioni,attraverso campagne di odio fatte per discreditare ogni espressione di solidarietà con il popolo palestinese. Un presidio autorizzato, poi vietato all’ultimo minuto e infine disperso con la forza è quanto successo allx attivistx della Global Sumud Flotilla che la sera di mercoledì 4 marzo si sono recatx al porto di Sidi Bou Said, in Tunisia, dove era prevista una iniziativa chiamata da tutta la comunità solidale e dai lavoratori portuali. Il porto di Sidi Bou Said è lo stesso dal quale la Flotilla salpò durante la sua ultima missione, quello in cui un’imbarcazione della Global Sumud Flotilla subì due attacchi da parte dei droni ed è lo stesso che accolse la Flotilla con migliaia e migliaia di persone. Il presidio era autorizzato, ma circa un’ora prima dell’inizio, l’autorità tunisina ha informato lx manifestanti già sul luogo che avevano ritirato l’autorizzazione senza altre giustificazioni. Il gruppo ha deciso comunque di raggiungere il porto ma, appena sceso dal bus, è stato avvicinato dalle prime forze di polizia, che hanno intimato di fermarsi: “noi abbiamo proseguito e dopo sono intervenuti con l’antisomossa”. C’erano anche Thiago Avila, dall’Italia Maria Elena Delia e Tony Lapiccirella, Greta Thunberg e rappresentanti della Freedom Floitilla e delle Thousand Madleens. Il giorno dopo, giovedì 5 marzo, le autorità locali hanno imposto l’annullamento di un incontro pubblico della Flotilla con rappresentanti della società civile e giornalisti al Ciné-Théâtre Le Rio di Tunisi. Tra i  motivo della presenza in Tunisia c’era anche un incontro organizzativo, della Global Sumud Flotilla, della Freedom Flotilla Coalition e della Thousand Madleens. La prossima missione è prevista verso fine aprile, in un contesto sempre più urgente: negli ultimi giorni infatti, il regime israeliano ha chiuso ogni via d’accesso alla Striscia di Gaza, invocando lo stato di emergenza nazionale e non meglio precisati “motivi di sicurezza” dopo l’aggressione militare israelo-statunitense all’Iran, interrompendo così il già scarso flusso di cibo, acqua e carbutante verso i 2 milioni di abitanti della Striscia già stremati da due anni di genocidio. Ascolta il racconto e le voci raccolte da alcunx compas in Tunisia. È chiaro che la Tunisia non è un paese sicuro, contrariamente a quanto dichiara l’Unione Europea. Libertà per Jawahar Channa Sana Msalhi Wael Nawar Ghassen Boughdiri Ghassen Henchiri Nabil Channoufi Amin Bennour Libertà per tutt* prigionier*
March 16, 2026
Radio Blackout - Info
Life Support soccorre 41 persone nel Mediterraneo centrale
La nave SAR di Emergency ha portato in salvo 41 persone nelle acque internazionali della zona SAR libica. Johnatan Nanì La Terra, capomissione della Life Support: “Il gommone in difficoltà era sovraffollato e nessuna delle persone a bordo indossava un salvagente” Alle 12 di stamattina si è concluso il soccorso a 41 persone portate in salvo dalla Life Support, la nave di ricerca e soccorso di EMERGENCY, nelle acque internazionali della zona SAR libica.  Il caso del mezzo in pericolo, un gommone alla deriva, è stato individuato direttamente dal ponte di comando della Life Support verso le ore 10.50. “Stamattina abbiamo avvistato dal ponte di comando un gommone sovraffollato e in difficoltà – dichiara Jonathan Nanì La Terra, capomissione della Life Support –. Abbiamo quindi messo in acqua i nostri gommoni di soccorso che si sono avvicinati al caso della barca in pericolo, a bordo della quale tutte le persone erano senza salvagenti. I nostri soccorritori hanno quindi distribuito i giubbotti di salvataggio a tutti, hanno trasferito i naufraghi sui nostri rhib e quindi al sicuro a bordo della Life Support. Il nostro staff di sanitari e mediatori culturali si sta prendendo cura delle 41 persone soccorse, mentre con la nave restiamo attivi e disponibili per eventuali ulteriori interventi”. Le persone soccorse, tutti uomini a eccezione di una donna incinta e nove minori non accompagnati, provengono da Sudan, Somalia e Sud Sudan. Paesi devastati da guerra, instabilità, povertà estrema e crisi climatica. Della cruenta guerra in Sudan che sta per entrare nel suo quarto anno, EMERGENCY stessa è suo malgrado testimone, essendo tuttora presente nel Paese con il Centro Salam di cardiochirurgia di Khartoum, con i suoi Centri di assistenza pediatrica a Khartoum, Nyala, Port Sudan, nonché con le sue postazioni per le visite cardiologiche nelle cliniche di Atbara, Kassala e Geddaref. I naufraghi hanno inoltre riferito di essere partiti alle 4 di mattina dalle coste libiche, sono molto provati e alcuni stanno soffrendo il mal di mare. La Life Support sta compiendo la sua 41esima missione nel Mediterraneo centrale, operando in questa regione dal dicembre 2022. Durante questo periodo, la nave SAR di EMERGENCY ha soccorso complessivamente di 3.289 persone. Emergency
March 13, 2026
Pressenza
Furundulla 311 – No rdio, Si rdio, Boh rdio?…
…brutto clima, ma NO Nordio! No P2 e NO fascisti del (M)SI di Benigno Moi Assodato che le vignette non vanno spiegate… ma sono un sasso buttato come spunto di riflessione, per ogni vignetta almeno un link (forse) Sirdio   Blocchi navali “La sicurezza come alibi. Se fosse un film, andrebbe sotto questo titolo la pessima trilogia che il governo
Una strage che non bisognava vedere
LA NOTIZIA SU QUELLA CHE È STATA PROBABILMENTE LA PIÙ GRANDE STRAGE NEL MEDITERRANEO DI QUESTI ANNI, CON OLTRE MILLE DISPERSI (I CUI CORPI STANNO RAGGIUNGENDO NEGLI ULTIMI GIORNI LE COSTE ITALIANE), È STATA TRAVOLTA DA SILENZIO E INDIFFERENZA. SUI SOCIAL INVECE GLI HATERS – QUELLI FINTI PRODOTTI DALLE MACCHINE MA ANCHE TANTE PERSONE VERE – SI SONO SCATENATI CONTRO CHI DOMENICA SCORSA HA PROMOSSO UNA PREGHIERA E UN’ORAZIONE CIVILE IN MARE. QUEL GESTO D’AMORE, SCRIVE LUCA CASARINI, VERSO I NOSTRI FRATELLI E SORELLE FATTI MORIRE IN MARE, È DIVENUTO AZIONE POLITICA DIROMPENTE CONTRO IL SILENZIO DELLE AUTORITÀ SU UNA STRAGE CHE NON BISOGNAVA VEDERE Domenica 22 febbraio, le Chiese della Sicilia insieme a Mediterranea e Refugees in Libya sono andati in mare con la barca a vela Safira, già usata in missioni di soccorso, per un momento di preghiera accompagnato da un’orazione civile, dedicati alle vittime ai familiari di quella che probabilmente è stata la più grande strage nel Mediterraneo di questi anni (oltre mille dispersi, i cui corpi stanno raggiungendo le coste italiane in questi giorni), travolta da silenzio e indifferenza -------------------------------------------------------------------------------- Mi è capitato di discutere con Corrado Lorefice, vescovo di Palermo, di quanto possa dare fastidio al potere e a quell’asservimento all’odio a cui esso si affida per tentare di garantire legittimità alle sue gesta, una preghiera, come quella che abbiamo recitato in mare domenica per ricordare i dimenticati della strage, i “fatti morire” durante i giorni del ciclone. BOT pagati dagli uffici del marketing elettorale, e persone singole che appartengono a varie conventicole, le “haters chains” digitali che si attivano solo per insultare, spargere odio razziale, menzogne sulle persone, sono come impazziti di rabbia per una preghiera innalzata per i nostri morti. “Nostri”, e già questo li manda fuori di testa. L’algoritmo aiuta questa dinamica, la amplifica, perché è così che chi detiene il controllo del “mezzo di produzione”, dello strumento social, si arricchisce. Lo scontro, la polemica, il fighting, moltiplica le interazioni, aumenta il rating con il quale si stabilisce il prezzo di vendita. Lo scontro sui social media incrementa il business perché è il motore principale dell’engagement (coinvolgimento), che si traduce direttamente in maggiore visibilità, traffico e, in ultima analisi, monetizzazione attraverso la pubblicità. Le piattaforme sono progettate per premiare soprattutto la rabbia, la polarizzazione, lo scontro, l’assalto, le minacce. La violenza, testo o immagini, è fonte di valorizzazione nel tecnocapitalismo. Ma d’altronde in un mondo dove il “Board of Peace” celebra la “colonizzazione a scopo immobiliare”, e dove il più grande investimento degli Stati sono le armi di distruzione di massa, come potrebbe essere diverso? Gli haters possono essere sia macchine, come i bot (gli agenti Smith di Matrix) sia persone vere e proprie. Le “macchine” sono prodotte, messe in funzione e vendute da centri, aziende e organizzazioni che sviluppano “bot” (intesi come chatbot basati su intelligenza artificiale, algoritmi conversazionali o automazioni). Si concentrano principalmente negli Stati Uniti, ma con una forte crescita di realtà specializzate in Italia ed Europa. Gli “umani” delle “catene dell’odio” invece, dai loro profili spesso imbarazzanti rivelano condizioni soggettive di particolare arretratezza e disagio: sembrerebbero persone molto sole, con bassa scolarizzazione, in generale piene di rancore verso un mondo che probabilmente non gli ha dato molto. L’organizzazione e la trasformazione delle psicopatie diffuse, delle crisi fobiche, delle frustrazioni, dell’alienazione, in strumenti di intimidazione digitale, è un lavoro vero e proprio per i responsabili social di molti politicanti. Il carattere filogovernativo di questa armata di sfigati nella vita reale, ma legionari minacciosi in quella virtuale davanti a una tastiera, rivela che c’è chi li usa in maniera scientifica per tentare di costruire un immaginario del “sentiment sociale” al quale poi riferirsi per tentare di rappresentarne le istanze non più individualizzate, ma divenute collettive per auto-riconoscimento. Naturalmente la funzione primaria di queste “legioni” che si attivano e attaccano, è anche quella tipicamente squadristica della minaccia e dell’intimidazione contro gli avversari e oppositori politici: dalla “character assassination” – la distruzione della reputazione mediante un processo intenzionale e duraturo che distrugge la credibilità e la reputazione – alla minaccia vera e propria. Alcuni di questi “militanti” delle haters chains filogovernative sono talvolta querelati per diffamazione aggravata o minacce e pagano con denaro contante le loro bravate in rete: ho lettere di scuse scritte da chi mi minacciava a diffamava davvero pietose (sto pensando di farne un libro) perché poi quando alla fine devono tirare fuori migliaia di euro – che vanno tutte a finanziare missioni di soccorso, e questo è davvero il bello – piangono come bambini. Comunque una messa, una preghiera, un gesto d’amore verso i nostri fratelli e sorelle fatti morire in mare, sono divenuti azione politica dirompente contro il silenzio delle autorità su una strage che non bisognava vedere. Contro il “male” fatto a sistema. La “necropolitica” che cos’è se non la strutturazione sistemica di politiche basate sul potere di imporre la morte sul desiderio di vita? La foto di don Mattia Ferrari che alza l’ostia al cielo per quei morti uccisi dal sistema e non dal mare e nemmeno dal ciclone, è una immagine potentissima contro il razzismo, contro la “globalizzazione dell’indifferenza” come diceva papa Francesco. La verità, come quella pronunciata nel suo scritto da don Corrado, fa paura a chi ha bisogno della menzogna per poter comandare. Abbiamo davanti uno straordinario esempio di che tipo di lotta e fra chi e che cosa, stia alla base di ogni idea e sogno di un mondo nuovo. Umano e disumano, verità contro menzogna, amore come arma potente e temuta in un vuoto esistenziale individualizzato e apocalittico che vogliono farci credere debba essere l’unico eterno e immutabile presente. E la “zona rossa” della religione, della fede in qualcosa che propone un sovvertimento radicale – siamo fratelli tutti – accende tutti gli allarmi degli agenti Smith di Matrix: “Dio, patria e famiglia”, o “sono madre e cristiana”, o faccio il comizio con il rosario in mano mentre aizzo la folla contro i “clandestini”, è l’unico cristianesimo consentito. E invece “cristiani diversi”, “poveri cristiani” come direbbe Ignazio Silone, cristiani che non blandiscono il potere ma mettono in pratica il Vangelo, e le due cose insieme, brama di potere e Vangelo, non possono stare, questi cristiani si stanno organizzando. Stanno “cospirando per il bene”. Insieme a tanti musulmani, o non credenti. Suore e sacerdoti insieme a laici. Con don Corrado, sorridendo della nostra comune condizione di “lapidati” da schiere di odiatori reali e macchinici sui social, concordavamo su ciò che Madleine Debreil scriveva: ”Cos’è il Male? È innanzitutto assenza di bene”. Praticare la cura, il soccorso, la protezione di coloro che sono esclusi, costruire comunità su queste basi, non sulle comodità di stanchi riti vuoti ma sulla strada rischiosa, perché non consentita dal potere e dalla cultura dominante, di quel “fratelli tutti” fatto di pratiche concrete e senza dover attendere il permesso di nessuno, È un atto rivoluzionario. Cosa abbiamo da perdere? Solo le nostre catene. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Una strage che non bisognava vedere proviene da Comune-info.
February 25, 2026
Comune-info
Blocco navale. Un sudario su profughi e migranti
Il governo ha varato un disegno di legge che segna un ulteriore passo nella persecuzione dei migranti. Viene istituito il “blocco navale”, che prevede che “nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale, l’attraversamento del limite delle acque territoriali può essere temporaneamente interdetto con delibera del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’Interno”. L’interdizione – diretta alle ong pur senza nominarle, visto che non è applicabile ai barconi – potrà essere disposta in quattro casi: rischio terrorismo, pressione migratoria eccezionale, emergenze sanitarie, eventi internazionali che richiedano misure di sicurezza. I blocchi sono declinati in base a circostanze tanto vaghe ed estese da consentire all’esecutivo ampi margini di arbitrio. Il blocco è decretato per 30 giorni, rinnovabili sei volte. Ma nulla esclude, visto che il testo non lo dice, che poi possa essere disposto ancora, a catena, cambiando le motivazioni. Va da se che la norma è incompatibile con il divieto di respingimento collettivo, peraltro già ampiamente aggirato dalla normativa attuale. Di certo non basta a chiarirlo il fatto che l’interdizione sia legata alla possibilità di trasportare i migranti «in Paesi terzi diversi da quello di appartenenza o provenienza» con i quali l’Italia ha accordi che ne prevedono assistenza, accoglienza trattenimento. Si alza un muro davanti alle navi delle ONG che effettuano operazioni di soccorso nel Mediterraneo centrale. Ne abbiamo parlato con Riccardo Gatti di Medici senza Frontiere Ascolta la diretta:
February 23, 2026
Radio Blackout - Info
L’uragano Harry@0
Parliamo dell’uragano Harry che si è formato nel Mediterraneo e si è abbattuto su Sicilia, Calabria e Sardegna, ma parliamo anche delle specificità e delle lotte di questi territori, al di là dell’emergenze, contro la militarizzazione, il consumo di suolo, la turistificazione. Iniziamo da Niscemi, in provincia di Caltanissetta, dove il centro storico sta crollando e 1500 persone hanno dovuto lasciare le loro abitazioni a causa di una frana. Il terreno franoso aveva giò, in passato, causato altre frane, ma a Niscemi l’unica manutenzione in proposito viene fatta per il Muos, infrastruttura militare statunitense che comprende tre grandi antenne paraboliche, e si trova a pochi chilometri dal centro abitato di Niscemi, cosa che solleva non poche preoccupazioni per i rischi sanitari e ambientali legati alle emissioni. Lx abitanti di Niscemi si oppongono da più di 10 anni al Muos, che sorge su un’area protetta che dovrebbe tutelare gli ultimi ettari di quella che un tempo era la più grande sughereta mista a lecceta della Sicilia centrale. Ci spostiamo poi sulla costa, a Catania, per parlare della furia con cui Harry si è riversato sul litorale. Così come nel caso di Niscemi, chi abita sotto l’Etna lamenta una mancanza di accesso a servizi quali la salute e la mobilità, la mancanza di prevenzione e cura del territorio, e lo sfruttamento del territorio a fini turistici o per grandi opere pericolose e costose, come il Ponte sullo stretto. Con l’intervento di Valentino, dalla Calabria, andiamo a vedere le richieste di chi conosce e cura la terra in cui abita. Serve un cambio di paradigma, non le misure emergenziali della protezione civile: fermare il consumo di suolo, lo sfruttamento dei territori a scopi turistici o militari, frenare la corsa veloce verso l’autodistruzione.
February 7, 2026
Radio Blackout - Info
L’uragano Harry@1
Parliamo dell’uragano Harry che si è formato nel Mediterraneo e si è abbattuto su Sicilia, Calabria e Sardegna, ma parliamo anche delle specificità e delle lotte di questi territori, al di là dell’emergenze, contro la militarizzazione, il consumo di suolo, la turistificazione. Iniziamo da Niscemi, in provincia di Caltanissetta, dove il centro storico sta crollando e 1500 persone hanno dovuto lasciare le loro abitazioni a causa di una frana. Il terreno franoso aveva giò, in passato, causato altre frane, ma a Niscemi l’unica manutenzione in proposito viene fatta per il Muos, infrastruttura militare statunitense che comprende tre grandi antenne paraboliche, e si trova a pochi chilometri dal centro abitato di Niscemi, cosa che solleva non poche preoccupazioni per i rischi sanitari e ambientali legati alle emissioni. Lx abitanti di Niscemi si oppongono da più di 10 anni al Muos, che sorge su un’area protetta che dovrebbe tutelare gli ultimi ettari di quella che un tempo era la più grande sughereta mista a lecceta della Sicilia centrale. Ci spostiamo poi sulla costa, a Catania, per parlare della furia con cui Harry si è riversato sul litorale. Così come nel caso di Niscemi, chi abita sotto l’Etna lamenta una mancanza di accesso a servizi quali la salute e la mobilità, la mancanza di prevenzione e cura del territorio, e lo sfruttamento del territorio a fini turistici o per grandi opere pericolose e costose, come il Ponte sullo stretto. Con l’intervento di Valentino, dalla Calabria, andiamo a vedere le richieste di chi conosce e cura la terra in cui abita. Serve un cambio di paradigma, non le misure emergenziali della protezione civile: fermare il consumo di suolo, lo sfruttamento dei territori a scopi turistici o militari, frenare la corsa veloce verso l’autodistruzione.
February 7, 2026
Radio Blackout - Info
L’uragano Harry@2
Parliamo dell’uragano Harry che si è formato nel Mediterraneo e si è abbattuto su Sicilia, Calabria e Sardegna, ma parliamo anche delle specificità e delle lotte di questi territori, al di là dell’emergenze, contro la militarizzazione, il consumo di suolo, la turistificazione. Iniziamo da Niscemi, in provincia di Caltanissetta, dove il centro storico sta crollando e 1500 persone hanno dovuto lasciare le loro abitazioni a causa di una frana. Il terreno franoso aveva giò, in passato, causato altre frane, ma a Niscemi l’unica manutenzione in proposito viene fatta per il Muos, infrastruttura militare statunitense che comprende tre grandi antenne paraboliche, e si trova a pochi chilometri dal centro abitato di Niscemi, cosa che solleva non poche preoccupazioni per i rischi sanitari e ambientali legati alle emissioni. Lx abitanti di Niscemi si oppongono da più di 10 anni al Muos, che sorge su un’area protetta che dovrebbe tutelare gli ultimi ettari di quella che un tempo era la più grande sughereta mista a lecceta della Sicilia centrale. Ci spostiamo poi sulla costa, a Catania, per parlare della furia con cui Harry si è riversato sul litorale. Così come nel caso di Niscemi, chi abita sotto l’Etna lamenta una mancanza di accesso a servizi quali la salute e la mobilità, la mancanza di prevenzione e cura del territorio, e lo sfruttamento del territorio a fini turistici o per grandi opere pericolose e costose, come il Ponte sullo stretto. Con l’intervento di Valentino, dalla Calabria, andiamo a vedere le richieste di chi conosce e cura la terra in cui abita. Serve un cambio di paradigma, non le misure emergenziali della protezione civile: fermare il consumo di suolo, lo sfruttamento dei territori a scopi turistici o militari, frenare la corsa veloce verso l’autodistruzione.
February 7, 2026
Radio Blackout - Info
Harry è passato, ma è solo un avvertimento
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Le notizie sul clima non sono buone. Dall’uscita dell’amministrazione Trump dagli accordi di Parigi sulle limitazioni delle emissioni e del non raggiungimento di 1,5C° di temperatura (ormai superata), all’abbandono del New Green Deal (la strategia per rendere l’Europa climaticamente neutra entro il 2050) e al conseguente smantellamento della ricerca sulla questione ambientale, dalla resistenza all’abbandono dei motori termici per le auto a quella della diffusione delle fonti rinnovabili per favorire quelle fossili e, infine, alla dura repressione nei riguardi dei movimenti giovanili che si battono per il clima. Da una parte c’è un processo di rimozione collettiva: ci si illude che non sarà possibile la scomparsa della specie, l’innovazione tecnologica sarà in grado di fronteggiarla, prima o poi. Dall’altra le lobby del fossile pronte a sfruttare fino all’ultima goccia di petrolio esistente sotto la crosta terrestre, come ha dimostrato la recente questione del Venezuela. E poi le guerre, un po’ dovunque, che contribuiscono a incrementare la produzione di CO2 e a distruggere territorio e manufatti. Bisognerebbe ricordare, quanto alla sopravvivenza della nostra specie, che i dinosauri sono vissuti (incontrastati) su questo pianeta per 160 milioni di anni, eppure scomparsi perché diventati una specie ecologicamente insostenibile. La nostra, di specie, abita questo pianeta da circa 4,5 milioni di anni, un tempo assai più breve di quello dei dinosauri che pure sembravano i padroni indisturbati del pianeta. Molti ritengono che la crisi climatica proceda secondo una tendenza lineare con cambiamenti progressivi per cui è sempre possibile intervenire con sistemi di adattamento anch’essi progressivi tali da contenere gli effetti del riscaldamento climatico. Non è così. Nei sistemi complessi (e il clima lo è) i processi di interazione tra le variabili non sono lineari e nemmeno progressivi. Succede invece che una sollecitazione porti il sistema a collassare senza alcun preavviso (è il noto “effetto farfalla”). Questi sistemi sono caratterizzati da quelli che Federico Butera (su inTrasformazione, V.14, n. 2, 2025) chiama “punti di svolta”, ovvero quei particolari stati in cui le variabili retroagiscono tra loro positivamente in modo tale da stressare l’intero sistema. Accade per esempio nel corpo umano quando, in vecchiaia, è sufficiente una modesta malattia che mette sotto stress l’intero organismo facendo collassare, uno dopo l’altro, gli altri organi pur non direttamente colpiti dalla malattia. Conosciamo abbastanza bene i motivi che stanno accelerando la crisi climatica: utilizzo di fonti fossili, consumo di suolo, allevamenti intensivi di animali, disboscamenti, intubazioni di alvei di fiumi, impermeabilizzazione di suolo, abbandono delle zone montane con conseguente migrazione di popolazione verso le coste, e poi produzione di CO2 per auto, aerei, navi da crociera, ecc. Tuttavia questi processi non solo non vengono contrastati ma si continua a incentivarli con costruzioni più o meno abusive, aumento della mobilità nelle città, costruzione di nuovi porti per navi da crociera, nuove piste per aeroporti. Il ciclone Harry non sarà l’ultimo che si abbatterà sul Mediterraneo. Già nel 2019 Filippo Giorgi (del Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico: IPCC) avvisò che nel Mediterraneo sarebbero aumentati i medicanes, ovvero gli uragani. Questo mare risulta sempre più caldo ma ciò che produce più danni è il suo innalzamento: dal 1900 esso si è innalzato di oltre 20 cm, metà dei quali avvenuti dopo il 1993. Questi due elementi combinati (aumento della temperatura e innalzamento del livello) producono le devastazioni che abbiamo visto in Calabria, Sicilia e Sardegna. Mareggiate, onde alte fino a 9 metri e piogge abbondanti (circa 550 mm tra Ogliastra, Messina e Catanzaro in quattro giorni). La legge Galasso del 1985 tentò di porre rimedio alle costruzioni in vicinanza dei fiumi e del mare: 300 mt la distanza minima dalla linea di battigia, 150 mt da ciascuna sponda di fiume o torrente e 300 mt dalla riva dei laghi. Non è un divieto assoluto di costruire ma qualsiasi intervento in queste fasce richiede l’autorizzazione paesaggistica. In Sicilia la legge vieta di edificare a meno di 150 mt e in Sardegna a meno di 300, tuttavia in quella fascia proibita si sono consumati, dal 2006 al 2021, circa 1600 ettari di suolo. È evidente per chi ha viaggiato in treno attraversando la Calabria osservare scheletri di costruzioni in cemento disseminate a pochi metri dal mare. L’abbandono delle aree interne, con conseguente degrado dei territori, e le costruzioni sulle coste hanno reso particolarmente vulnerabili questi luoghi, esposti alla furia del mare e dei venti. Non è un fenomeno che riguarda il solo Mediterraneo, l’IPCC ha rilevato che circa 680 milioni di persone vivono attualmente nelle coste e che questo numero salirà a un miliardo verso gli anni 2050. Venendo a quanto accaduto per effetto del ciclone Harry, l’ultimo rapporto dell’Ispra ci dice che nella sola Calabria dal 2006 al 2020, su 745 chilometri di litorale calabrese 347 km hanno subito modificazioni per effetto dell’erosione costiera. La provincia di Catanzaro è quella più aggredita: il 77% delle coste alterate. E già vent’anni fa, in un documento dal titolo “Opere di ricostruzione e protezione del litorale in erosione”, un gruppo di geologi messinesi spiegava: «L’antropizzazione della pianura alluvionale ha ormai comportato la quasi totale scomparsa dell’apparato dunale retrostante, tipico della costa tirrenica della Calabria». E il naturale ripascimento delle spiagge non può avvenire, perché i torrenti a secco per la siccità, ma anche tombati dalle costruzioni e spolpati dalle attività estrattive necessarie all’edilizia, non hanno più sabbia da trascinare a valle (C. Dionesalvi su il manifesto del 25 gennaio). Purtuttavia sono richiesti alla Stato milioni di lire per poter ricostruire stabilimenti balneari e altre costruzioni distrutte dalle mareggiate quando è ormai evidente che bisogna liberare zone sempre più estese in vicinanza del mare. Costruire semmai lungomare, passeggiate a piedi o in bicicletta, stabilimenti in materiali leggeri smontabili; sistemi adattavi che non contrastino il sollevamento del mare e le sue mareggiate. In Italia sono particolarmente critiche le zone della Valle del Po e la città di Venezia. Forse, afferma Federico Butera, nel 2200, continuando a salire il livello del mare, il turismo a Venezia tornerà. Ma sarà fatto con escursioni in barca per vedere le rovine dell’antica città romana di Simena, la città scomparsa per sempre e sommersa dal mare. Purtroppo le esperienze urbane di Milano, Roma e Firenze lasciano male sperare che la grave crisi ambientale sia diventata patrimonio condiviso delle amministrazioni delle nostre grandi città. -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche a volerelaluna.it -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Harry è passato, ma è solo un avvertimento proviene da Comune-info.
February 1, 2026
Comune-info