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Catania, le ‘Città Vicine’ oggi: attività, pensiero, orizzonti
Pubblichiamo il comunicato sul Convegno in presenza e online de le Città Vicine e MAG Verona che si terrà nel novembre prossimo all’Ostello degli Elefanti – via Etnea 28, Catania – nelle giornate di sabato 14 (ore 17-20) e di domenica 15  (ore 10-13). I temi degli incontri del convegno 2026  “sono stati pensati – scrivono i promotori – per parlare delle nostre attività, delle nostre esperienze, del nostro pensiero e degli orizzonti che potremo allargare. Abbiamo una lunga esperienza alle spalle – affermano con orgoglio – ma forse dobbiamo riflettere su quanto siamo o non siamo riuscite/i nelle nostre città a incidere e a cosa possiamo pensare di nuovo per un salto di qualità della nostra azione politica”[accì] ____________ In questo ultimo anno abbiamo potuto apprezzare e anche partecipare a pratiche ed esperienze trasformative collegate, per la peculiarità espressivo-artistica del loro linguaggio, al campo dell’arte visiva e concettuale e che con i loro contenuti e significati hanno risvegliato nel profondo sensibilità sopite e suscitato risonanza e partecipazione in varie città d’ Italia e del mondo. Ci riferiamo al movimento degli stupendi arazzi della pace realizzati dalle molteplici realtà di donne in Italia che da oltre un anno danno vita alle manifestazioni della rete “10, 100, 1000 piazze di donne per la pace”, promosse dalla Biblioteca delle donne dell’UDI di Palermo, dalle donne delle Comunità Cristiane di Base di Pinerolo e dalle donne di Caltanissetta. Ci riferiamo, altresì, alla missione della Global Sumud Flotilla, al senso di umanità bellezza e creatività politica messo in essere dalle centinaia di donne e uomini componenti gli equipaggi di mare e di terra. Le variopinte e provvisorie navi delle spedizioni, accompagnate nei porti di partenza da migliaia di donne e uomini, hanno solcato il mare per raggiungere Gaza e superare il blocco israeliano con il loro carico di farmaci, beni di prima necessità, di pace, solidarietà e amore. Carico destinato alle donne agli uomini e ai bambini e bambine palestinesi. Idee e azioni queste che risentono e riflettono anche la creatività e l’unicità del pacifismo attivo nella storia delle donne, impegnate a scongiurare e fermare le guerre con linguaggi, forme e strumenti attinenti alla sacralità della quotidianità, della convivenza, della natura, della bellezza, dell’arte, della vita. In questi anni abbiamo visto affermarsi parole come cittadinanza attiva e democrazia partecipata. Ma la riflessione di Lia Cigarini, che ci è stata vicina nel cammino percorso dalle Città Vicine e ci ha spinto sempre verso una “pratica politica originale”, ci aiuta, ancora oggi, a coglierne il limite quando queste formule chiedono alle donne semplicemente di partecipare a forme politiche già date, costruite su una pretesa neutralità che troppo spesso assume la misura maschile come universale. Di come le donne, che hanno scelto di stare dentro quelle formule politiche e amministrano le città, ne hanno cambiato o no la forma e con quali pratiche, discuteremo con donne sagge che con noi dialogano da tempo. La questione politica è trarre beneficio, sempre, dal riconoscere la natura costituente delle pratiche delle donne: partire da sé, dalla relazione, dall’esperienza, dai corpi, dai desideri e dal lavoro quotidiano per creare libertà e trasformare il modo stesso di vivere insieme. È una lezione che sentiamo viva nel pensiero di Luisa Muraro, nella centralità che ha dato alla parola, alla relazione e alla libertà femminile, e nella sua capacità di riconoscere autorità a ciò che nasce dall’esperienza e dalla relazione tra donne. Da qui, come abbiamo sempre fatto, possiamo guardare alla città con occhi diversi. Elena Granata ci invita a pensare la città come spazio di condivisione, biodiversità sociale, riuso, immaginazione e incontro. Un’idea di città non mercificata ma viva, che sa valorizzare ciò che già esiste e trasformarlo in possibilità di relazione e di vita comune. Le pratiche delle donne ci hanno insegnato cosa significa abitare: prendersi cura delle persone e dei luoghi, creare cultura, difendere uno spazio, costruire relazioni, contrastare la violenza, custodire ciò che è fragile. Sono pratiche che producono comunità e, quindi, producono città. Possiamo noi agire con il nostro sapere nelle città in cui tutto è governato dal guadagno e dove corpi e storia hanno perso ogni significato? Noi crediamo ancora di sì. Ed è qui che la riflessione di Simone Weil sul radicamento diventa per noi particolarmente preziosa. L’essere umano ha bisogno di luoghi, memoria, relazioni, cultura, responsabilità: di un ambiente capace di nutrire l’anima. Lo sradicamento, prodotto dalla perdita dei legami, dalla mercificazione della vita e dalla forza esercitata sui più fragili, genera solitudine e impoverimento umano. La città può allora essere pensata come un luogo di appartenenza nel quale la bellezza, la cultura, la memoria e le relazioni costituiscono qualcosa di fragile e prezioso da custodire. Salvare la città significa salvare qualcosa che appartiene alla civiltà e che nessuno dovrebbe avere il diritto di distruggere.  Ripartiamo da tutto questo per affinare la nostra pratica politica in città, per riflettere sulle attività che già facciamo, per produrre pensiero, dando parola a ciò che viviamo. Mettiamo in relazione le nostre esperienze per aprire nuovi spazi, nuovi orizzonti.  Ci incontriamo a Catania il 14 e 15 novembre per ritrovarci, con passione e fiducia, per dare maggior senso alle nostre pratiche. PER INFO: TEL. 045-8100279; INFO@MAGVERONA.IT  Redazione Sicilia
September 28, 2026
Pressenza
Palermo, i seminari della Biblioteca delle donne: nuova luce sui nodi del presente
I NODI DEL PRESENTE IN UNA NUOVA LUCE Tre testi per interrogare il presente   > QUESTI SEMINARI NASCONO DA TRE ANNI DI INTERLOCUZIONI IN PRESENZA DAPPRIMA > ALL’INTERNO DELLA BIBLIOTECA DELLE DONNE UDIPALERMO ED ESTESE POI AD AMICHE > ESTERNE ALL’ASSOCIAZIONE. ABBIAMO VIA VIA MESSO AL CENTRO LE OPERE DI TRE > PENSATRICI – LUISA MURARO, JUDITH BUTLER, CARLA LONZI –  NON COME PUNTI FERMI > TEORICI MA CON L’INTENTO DI ESPLORARE I NODI DEL PRESENTE, CHE A NOSTRO > GIUDIZIO INVESTONO LE QUESTIONI RELATIVE ALL’ORDINE SIMBOLICO DELLA MADRE, AL > GENERE, ALL’INDIPENDENZA SIMBOLICA DELLE DONNE DA UN SISTEMA PATRICENTRICO. IN > FEDELTÀ A UN METODO SCATURITO DALLA PRATICA DI RELAZIONI TRA DONNE CHE NON > DISGIUNGONO MA CONNETTONO VITA E STORIA, COSCIENZA DI SÉ E ESPRESSIONE DI SÉ, > FARE E ESSERE, VI INVITIAMO A PRENDERE PARTE ATTIVA ALLA TAPPA FINALE DEI > NOSTRI SCAMBI.   I SEMINARI SI SVOLGERANNO NEI SEGUENTI POMERIGGI, DALLE 16.30 ALLE 19.30 > GIOVEDÌ 8 OTTOBRE 2026 – L’ORDINE SIMBOLICO DELLA MADRE (LUISA MURARO) CONDUCONO IL SEMINARIO:  MARIA D’ASARO, IDA LA PORTA, NATALIA MILAN, MARIELLA PASINATI                   > GIOVEDÌ 15 OTTOBRE 2026 – QUESTIONE DI GENERE (JUDITH BUTLER) CONDUCONO IL SEMINARIO:  DOMENICA BRUNI, ELENA DI LIBERTO, FEDERICA DI MARTINO, MARIA CONCETTA SALA    > GIOVEDÌ 22 OTTOBRE 2026 – SPUTIAMO SU HEGEL (CARLA LONZI) CONDUCONO IL SEMINARIO: ROBERTA CORDARO, IVANA MARGARESE, MARIA CONCETTA SALA, ELISABETTA SANSONE   I SEMINARI SI SVOLGERANNO PRESSO LA SEDE DELL’ECOMUSEO MARE MEMORIA VIVA (EX DEPOSITO LOCOMOTIVE DI SANT’ERASMO) – VIA MESSINA MARINE 14 – PALERMO  Redazione Palermo
September 22, 2026
Pressenza
Luisa Muraro, la libertà di pensare altrimenti
Come quando si accende la luce. Pensare con Luisa Muraro. A cura di Laura Colombo, Vita Cosentino e Wanda Tommasi, Mimesis/Lo scandalo della differenza, 2026, pp.184, euro 16,00 stampa -------------------------------------------------------------------------------- Come quando si accende la luce. Pensare con Luisa Muraro è un titolo di particolare bellezza, molto ben scelto per un libro che raccoglie le relazioni presentate al convegno omonimo dedicato alla filosofa italiana nel settembre 2025 all’Università Cattolica di Milano. Un titolo suggestivo capace di evocare la corrente affettiva, la gratitudine, il desiderio di esprimere riconoscenza a una delle fondatrici del pensiero italiano della differenza sessuale, sentimenti che hanno animato, in sua presenza, l’incontro milanese, voluto dalle amiche della Libreria delle Donne di Milano e della Comunità filosofica Diotima negli spazi della stessa Università in cui Muraro aveva studiato più di sessant’anni prima. Il volume, pubblicato subito dopo la sua scomparsa, avvenuta il 13 giugno scorso, intesse i contributi di Chiara Zamboni, Vita Cosentino, Diana Sartori, Ida Dominijanni, Cesare Casarino, Riccardo Fanciullacci, Carla Lunghi, Maria-Milagros Rivera Garretas, Wanda Tommasi, Annarosa Buttarelli Zambelli, Paolo Gomarasca, Laura Colombo, donne e uomini che sono stati in uno stretto rapporto di dialogo e scambio ideale con Muraro e riprendono «questioni e nodi dei suoi testi», partendo dalla constatazione proposta da Chiara Zamboni nell’Introduzione: «il pensiero di Luisa Muraro è un bene comune». Un bene comune perché la sua vastissima produzione – libri, saggi, interviste, articoli – non è mai stata confinata da lei in rigide definizioni, ma considerata sempre aperta al contributo di chi legge, alla possibilità di una sua trasformazione, di una ritessitura e di un rilancio, in continuità con l’intenzione iniziale del suo pensiero. Zamboni sottolinea un tratto essenziale della sua persona, «la vocazione alla scrittura», sperimentata in tanti contesti del suo percorso di vita: l’immersione nelle lotte del Sessantotto, la relazione con Rosetta Infelise con cui fondò il Circolo Bernanos, la collaborazione con Elvio Fachinelli e il movimento antiautoritario nei primi anni ’70, per approdare finalmente al «luogo proprio dello scrivere», quello del femminismo, grazie all’incontro con Lia Cigarini divenuta poi sua compagna di vita e di pensiero, con cui, insieme ad altre amiche, nel 1975 inaugurò la Libreria delle Donne di Milano. Un laboratorio politico, questo, in cui confluivano le esperienze dei gruppi di autocoscienza maturate negli anni precedenti, le suggestioni che arrivavano dalle pratiche dell’inconscio delle donne francesi di Politique et Psychanalise e in cui prendeva consistenza, nei suoi snodi teorici e nella ricchezza di nuove pratiche, il pensiero della differenza, come emerge dall’intervento di Carla Lunghi, dove l’attività della Libreria viene attentamente indagata nel rapporto con il Gruppo Promozione Donna di Milano lungo gli anni Ottanta e Novanta. È dunque «nel terreno fertile del femminismo della differenza», per tornare a Chiara Zamboni, che si esprime il valore politico della scrittura di Luisa Muraro, sempre avvertita come necessità esistenziale, come strumento indispensabile per dar forma al pensiero, mai scissa dalla relazione con le altre e autorizzata dall’ascolto delle loro parole. Per lei la scrittura è sì una vocazione, ma anche «un impegno assunto interiormente» per offrire le condizioni affinché le donne possano comunicare «la loro esperienza con indipendenza, sottraendosi ai regimi discorsivi di potere ed esplorando liberamente sé stesse nel legame intimo che hanno con il mondo». Attorno a questo impegno si muove tutto il pensiero di Muraro che già nel 1981, con Maglia o uncinetto. Racconto linguistico-politico sulla inimicizia tra metafora e metonimia, si interroga sulla dicibilità della verità soggettiva e illumina due direttrici possibili della lingua, quella metaforica, dell’astrazione, dei rimandi ideali, che interpreta i fatti secondo codici unitari, generali, prestabiliti, e quella metonimica che si fa strada nella concretezza dei vissuti, dando senso a «nessi materiali, di tipo spaziale, temporale, causale». Incrociando questi due assi linguistici, come fa chi lavora a maglia usando due ferri, il libro mostra la possibilità di dare voce e attendibilità all’esperienza soggettiva, rivolgendosi soprattutto a chi non possiede le competenze simboliche per portarla nel discorso pubblico ed è costretto al conformismo, all’imitazione dei modelli linguistici dominanti, ad una uniformazione che cancella potenzialità personali e collettive. È una condizione in cui si sono trovate anche le donne prima del sommovimento degli anni Settanta, quando, grazie alla ricchezza delle pratiche di relazione, del partire da sé, grazie alla capacità di mettere in parola le esperienze precedentemente confinate nell’opacità, hanno potuto uscire da uno stato di povertà simbolica, trovando la propria voce, aprendo così la strada a una trasformazione di sé stesse e della realtà, ingegnandosi a «mettere al mondo il mondo», come titolava uno dei libri di Diotima, la comunità filosofica femminile che Muraro, insieme ad altre docenti, fondò all’Università di Verona nel 1984. Uno spazio di produzione teorica e politica e di intensa attività editoriale, che secondo Vita Cosentino testimonia un altro aspetto rilevante della personalità di Muraro, quello di essere «una iniziatrice e una costruttrice di imprese», sostenuta da un sentimento importante, l’amore per le iniziative delle altre donne, sentimento che la portò ad essere «un’instancabile viaggiatrice della differenza», a intrecciare, fuori e dentro l’Europa, rapporti con innumerevoli interlocutrici, «che fossero professoresse universitarie e grandi intellettuali o sindacaliste e operaie o insegnanti o infermiere o anche suore», e a frequentare associazioni, seminari, incontri pubblici, disseminati in Italia. Il dare inizio, inteso come attitudine ma anche come ricerca e fatica, ritorna nel saggio di Diana Sartori dedicato al libro più conosciuto di Luisa Muraro, L’ordine simbolico della madre, un libro tradotto in più lingue, molto commentato ed anche criticato in Italia e all’estero, e dalla stessa autrice riconsiderato nel corso degli anni. Uscito nel 1991, a dieci anni di distanza da Maglia e uncinetto, il volume dice dello sforzo intrapreso da Muraro per sciogliersi dalla «trappola dell’inizio», dai vincoli che la filosofia tradizionale ha sempre posto a tutti quelli che l’hanno praticata, imponendo loro, ogni volta, «di partire da un inizio assoluto». Una trappola in cui sono state coinvolte anche le donne che in quella filosofia hanno cercato risposte al proprio desiderio di sapere e al proprio bisogno di senso. Compiendo uno scarto radicale di pensiero, Muraro afferma di essersi «improvvisamente accorta» che «l’inizio cercato» era «davanti» a lei, consisteva nel legame con la madre da cui abbiamo ricevuto la vita e appreso la lingua, una lingua viva che ci consente di esplorare il mondo e di dare valore all’esperienza che ne traiamo. Imparare ad esprimere amore e gratitudine nei confronti della madre, «comunque lei sia stata», anche quella che non avremmo voluto fosse, apre al simbolico perché il riconoscimento del rapporto originario di dipendenza da lei introduce all’accettazione della dipendenza nei confronti delle altre donne e della realtà stessa, perché l’autorità attribuita alla madre costruisce relazioni femminili in cui è contemplato il valore della genealogia, in cui agiscono la disparità e l’affidamento, lo scambio e la mediazione. Si trattava di una proposta sovversiva, che sottraeva le figlie al logos del padre e tracciava un percorso per guadagnare l’indipendenza simbolica, trovando nel riferimento all’autorità materna non una limitazione della propria libertà ma, come afferma Sartori, «un ordine e una misura», una «misura più alta ed anche più esigente» di quella paterna. Nei tanti interventi raccolti nel volume si fa più volte riferimento al modo di procedere del pensiero e della scrittura di Muraro, ma è nel contributo di Ida Dominijanni che la mossa della schivata viene messa particolarmente a fuoco. La schivata «è una mossa a lato», è la capacità di «cambiare improvvisamente tracciato» per non farsi trovare laddove gli altri pensano di poterci raggiungere, è la scelta di «aggirare l’ordine del discorso predefinito», di «guardare le cose da un punto di vista decentrato». Questa mossa filosofica, ricorda Dominijanni, è stata associata dalla stessa Muraro a un passaggio storico decisivo, «la separazione femminile dalla politica maschile», un distacco che nei primi anni Settanta diede origine al femminismo della «seconda ondata» e alla nascita di un «soggetto imprevisto», quello della differenza sessuale. Si trattava di un esodo che «metteva in gioco il paradigma della modernità». Le donne, infatti, rifiutando la condizione marginale imposta dai «compagni» con cui fino allora avevano condiviso la ribellione del Sessantotto, ingaggiavano «una rivolta dentro la rivolta», perché gli uomini a cui si erano affiancate – impegnati a rivendicare i principi di libertà uguaglianza e fraternità impliciti nel contratto sociale moderno (tutto declinato al maschile) – non ne riconoscevano il fondamento patriarcale che aveva determinato la loro oppressione ed esclusione dalla scena pubblica. Se fino a quel momento il legame con la politica maschile era stato ineludibile, soprattutto sul terreno delle lotte intraprese per la parità e l’emancipazione femminile, il gesto della separazione offriva una prospettiva radicalmente diversa, consentendo alle donne di definire la propria esistenza senza modellarla su quella dell’altro sesso, fuori dalla dialettica «servo padrone», già rifiutata da Carla Lonzi nel suo inaugurale Sputiamo su Hegel (1970), fuori anche da ogni vittimismo e ricerca di fusione e complementarietà con gli  uomini. Come quando si accende la luce dà conto della vastità degli interessi e degli studi di Luisa Muraro, studi che nello spazio di questa recensione non sono stati sempre nominati. Il suo pensiero, definito da Cesare Casarino «un’anomalia nella storia della filosofia occidentale moderna e contemporanea», non ha trovato però un giusto riconoscimento nel variegato panorama del femminismo italiano e internazionale da cui spesso sono arrivate letture fuorvianti. Come dice ancora Ida Dominijanni, Muraro non si è mai impegnata in «un pensiero incentrato sul genere», sulla «critica della costruzione patriarcale del femminile». Se il genere si è definito dentro la «continuità storica» del patriarcato, «la differenza sessuale» ha interrotto «questa continuità inaugurando una storia di libertà. Un territorio in cui le donne non sono solo costrutti del linguaggio e dell’immaginario maschile, bensì soggetti pensanti e parlanti». Sono considerazioni che chiariscono come il pensiero della differenza non possa essere ridotto a essenzialismo, perché il partire da sé, dal corpo sessuato, non significa rimanere avvinte alla propria specificità. Il partire da sé – fondato sull’esercizio della parola – indica il punto da cui prende avvio l’espressione di un vissuto interiore, ma comporta la capacità di allontanarsene, di incontrare l’alterità, di compiere un movimento che immette nella complessità del reale e inaugura il nuovo, contraddicendo ogni chiusura identitaria. Rifuggendo dall’essenzialismo, in uno scambio proficuo, il pensiero delle donne ha saputo incrociare anche l’inquietudine di molti uomini che, riconoscendosi nelle sue pratiche, hanno provato a sovvertire dentro di sé, nella sfera delle relazioni, dell’affettività e della sessualità il paradigma del maschile ereditato dalla tradizione patriarcale. La politica del simbolico proprio perché agisce nell’ambito del linguaggio, si apre allora a tutte quelle soggettività che cercano di significare la propria esperienza fuori dagli assetti dominanti del dicibile, mosse dal desiderio, dalla tensione e dalla responsabilità di andare verso una trasformazione di sé e della realtà esistente. L'articolo Luisa Muraro, la libertà di pensare altrimenti proviene da Pulp Magazine.
September 10, 2026
Pulp Magazine
ADDIO A LUISA MURARO. FILOSOFA, FEMMINISTA, PENSATRICE, TRADUTTRICE DEL PENSIERO DELLA DIFFERENZA
E’ morta sabato 13 giugno 2026 Luisa Muraro, filosofa, docente universitaria, scrittrice, una delle teoriche e delle voci più distintive del femminismo della cosiddetta “seconda ondata” e del pensiero della differenza. Nata nel 1940 in Provincia di Vicenza, i cui ricordi d’infanzia della II Guerra Mondiale e della Resistenza sono conservati nel libro Salti di gioia, Luisa Muraro si avvicina alla filosofia negli anni ’60 durante gli studi all’Università Cattolica di Milano: il suo docente di riferimento è Gustavo Bontadini che la avvia alla passione per la linguistica e alla filosofia della scienza. Partecipa, all’età di 28 anni, alla rivolta del ’68 e alla “rivolta nella rivolta”, quella femminista. Durante gli anni settanta, poi, anche in rapporto alle vicende politiche di quegli anni, interrompe la carriera universitaria e inizia a insegnare nella scuola dell’obbligo. Qui dà vita insieme a Elvio Fachinelli e ad altri a un esperimento didattico di scuola “antiautoritaria”: l’esperienza è documentata e fatta oggetto di riflessione nel libro L’ Erba voglio: pratica non autoritaria nella scuola. In quegli stessi anni, con Fachinelli, Lea Melandri e altri, scrive sulla rivista che ha preso il nome dal libro citato, L’erba voglio. Sempre negli anni ’70 entra nel DEMAU, acronimo di Demistificazione Autoritarismo, e successivamente Demistificazione dell’Autoritarismo Patriarcale, collettivo neofemminista nato a Milano tra il 1965 e il 1966. Qui incontra Lia Cigarini, con cui fonderà nel 1975 la fortunata esperienza della Libreria delle donne di Milano, ancora oggi attiva. Luisa Muraro ha poi tradotto in italiano diversi scritti sul “pensiero della differenza“, quella sessuale teorizzato da Luce Irigaray in Francia che rifiuta l’omologazione e l’uguaglianza intesa come “assimilazione” del modello maschile. Insegna in seguito all’Università di Verona dove con Chiara Zamboni, Adriana Cavarero e altre attiviste fonda la comunità filosofica femminista Diotima. “Luisa Muraro è morta. – scrive Laura Colombo sul sito della Libreria delle donne di Milano. – Con lei viene meno una delle grandi pensatrici del Novecento e di questo inizio di secolo. Dico pensatrice, e non solo pensatrice femminista, perché il suo femminismo ha spostato il luogo da cui si pensa, mettendo al centro la differenza sessuale e quindi l’esperienza, la relazione, la lingua materna, l’autorità femminile”. Oggi, domenica 14 giugno, avrebbe compiuto 86 anni. Pamela Marelli, femminista e transfemminista bresciana, legge il testo scritto da Laura Colombo e dedicato a Luisa Muraro. Ascolta o scarica. Qui la registrazione della Lectio Magistralis tenuta da Luisa Muraro nel 2012 dal titolo “Combattere senza odiare”. Ascolta o scarica.
June 14, 2026
Radio Onda d`Urto
Per Luisa, un ricordo
La morte di Luisa Muraro lascia un vuoto difficile da nominare. Non soltanto perché scompare una delle più importanti pensatrici del Novecento e di questo primo scorcio di secolo, ma perché viene meno una figura che per molte e molti è stata insieme maestra, interlocutrice, misura e orientamento. Una figura che ha attraversato anche Palermo, dove è venuta più volte su invito della Biblioteca delle donne e del Centro di consulenza legale UDIPalermo, per presentare i suoi libri, partecipare a incontri e seminari. Colpiva il rigore del suo pensiero, sempre esigente e mai accomodante. Colpivano anche la sua capacità di ascolto e la generosità con cui metteva in circolo idee, intuizioni e domande. Non parlava da un sapere già concluso: piuttosto dalla passione di chi continua a cercare, insieme ad altre, parole capaci di dire il reale. Il suo lavoro ha segnato profondamente il pensiero contemporaneo perché non è nato dall’elaborazione di un sistema teorico astratto, separato dalla vita. È nato dentro l’esperienza del femminismo, nelle pratiche politiche delle donne, nelle relazioni, nei conflitti, nelle scoperte che quel movimento ha reso possibili. Per Luisa il femminismo non è stato un tema da studiare né un settore particolare del sapere: è stato il luogo a partire dal quale il pensiero ha preso forma e si è trasformato. Da qui si comprende come il pensiero non si separi dal luogo in cui prende parola, e come quel luogo ne modifichi il senso. Ha insegnato a generazioni di donne a dare credito alla propria esperienza, a riconoscere che la relazione non è un fatto secondario o privato, ma una condizione fondamentale dell’esistenza umana; che la lingua non è uno strumento neutro, ma il luogo in cui si forma il senso del mondo; che l’autorità può esistere senza dominio e senza potere. Tra i suoi libri, L’ordine simbolico della madre segna una svolta decisiva. In quelle pagine Muraro mette in questione l’idea di un soggetto autosufficiente, riportando al centro la relazione originaria con la madre come ciò da cui ciascuna e ciascuno prende avvio. Nessuna e nessuno viene al mondo da sé: si nasce dentro una relazione e si entra nel linguaggio attraverso una voce ricevuta. In questa esperienza originaria, non riconosciuta nel suo valore simbolico, Muraro indica una condizione che riguarda tutte e tutti. Non era una questione soltanto teorica: per molte il pensiero di Luisa Muraro ha aperto un diverso rapporto con la propria esperienza e con le parole necessarie a nominarla. E’ stata una maestra nel significato più profondo della parola: non perché offrisse risposte definitive, ma perché sapeva aprire domande che cambiano il modo di stare al mondo. Aveva il raro dono di rendere più esigente il pensare e insieme più libera la vita. La salutiamo con dolore profondo, sapendo che il modo migliore per onorarla non è custodirne il ricordo come qualcosa di concluso. È continuare a fare ciò che lei ci ha insegnato: partire dall’esperienza, cercare parole vere, affidarci a ciò che tiene insieme le vite, andare più a fondo nel presente.           Redazione Palermo
June 14, 2026
Pressenza