Il piede di cartone
LORENA FORNASIR, LINEA D’OMBRA
Lorena Fornasir, di Linea d’Ombra, da anni si prende cura delle persone in
movimento che arrivano stremate dalla rotta balcanica nella «Piazza del Mondo»
di Trieste, come viene chiamata piazza della Libertà. Lo fa attraverso la cura
dei corpi feriti, ma anche attraverso l’ascolto e la restituzione di dignità a
chi attraversa il confine.
Un lavoro che nelle ultime settimane è stato accompagnato da intimidazioni,
minacce e aggressioni contro la rete solidale triestina 1. È dentro questo
contesto che Lorena racconta la storia di un piede ferito, avvolto nel cartone,
diventato suo malgrado il simbolo di un viaggio, della resistenza e
dell’ostinato desiderio di restare in piedi.
Quel piede di cartone giunto nella notte senza urla, senza clamore, sorretto da
braccia benevoli per elevarlo da terra! Ha valicato i confini resistendo alle
pietre taglienti, agli aghi di pino, agli scorpioni, al fango dei boschi, alle
pozzanghere d’acqua sporca dove si abbeverano i maiali selvatici.
Procede ora stremato lungo il selciato della piazza del mondo. È un piede
testardo che non si arrende. L’infezione avanza, forse le dita sono già in
cancrena ma lui non vuole fermarsi.
È il suo patto con la vita. “O vivo o muoio”. Scegliendo la vita, non si sottrae
al dolore di patirla. Ventisei ossa, trentatré articolazioni, più di cento tra
muscoli, tendini e legamenti lo stanno sostenendo. La parte più bassa del corpo
gli sorregge l’intera persona. Sta alla periferia del suo stesso corpo e, come
un secondo cuore, spinge la linfa verso l’alto. Cocciuto, va contro la gravità
che lo vorrebbe a terra, dolente, inerme, vinto.
Nella sua epidermide è tracciata la mappa del cammino dall’Afganistan all’Iran,
alla Turchia, alla terribile Bulgaria per finire nella fossa umana della Bosnia.
Cade, si risolleva, viene battuto, umiliato, riportato nel buco nero del
confine, là dove tutto ha inizio.
La radice del suo piede, tuttavia, è forte di quel dolore simile alla granata
esplosa nel tempo della propria vita anteriore. Si rialza, valica di nuovo i
confini, il piede lo tradisce ancora, il fango e le piogge dei boschi lo
infettano. Gli amici non l’abbandonano e nella notte calda di luglio approda
nella piazza del mondo.
Fiero nel pezzo di cartone che gli tiene insieme la carne come fosse una seconda
pelle, appare nella sua forma inquietante altero e dignitoso. C’è un’atmosfera
che lo circonda e che richiama il perturbante.
L’immaginario scava subito dentro quell’involucro e ne rifugge inorridito. Il
perturbante serve a questo: a reagire rimuovendo l’angoscia. Là dentro c’è la
morte, la cancrena corrode, mangia, richiama la caduta. Tra la presunzione di
una fine presunta prossima e la realtà di un individuo che non vuole arrendersi,
scorre lo spazio abitato da qualcosa che si chiama resistenza, dignità,
rispetto.
Tuttavia, la parte prende il posto del tutto, il piede fa sparire la persona e
lo spettatore catturato da quell’immagine che scorre nel web, interviene,
consiglia, si prodiga, impone, giudica, affinché quel piede venga riparato. Il
corpo, non la persona, è l’oggetto del coinvolgimento.
L’individuo, è relegato nell’ombra, privato di volontà e deumanizzato come
esattamente è accaduto lungo tutto il suo esilio: lui non conta, per i confini è
solo un numero da statistica, per il voyerismo mediatico, è solo un piede da
ospedalizzare.
C’è una pulsione che invece sorregge quel corpo: si chiama desiderio.
Un piede morente che vuole vivere è scandaloso.
Reca in sé una verità sovversiva che riflette, come in uno specchio, l’immagine
di un corpo sociale complice di una violenza inaccettabile.
Ho visto bambini provenire dalla rotta balcanica con i piedi ghiacciati, le dita
nere che abbiamo scongelato nel catino di acqua tiepida ma rimaste comunque un
pezzo di legno. Li ho visti proseguire vero il nord Europa con il primo treno
del mattino, incuranti del loro dolore e “curanti” invece del mandato familiare:
“vai, vivi e salvaci”.
> Un’idea non possiede odore, non è ascoltabile né tattile (Wilfred Bion)
Quel piede di cartone emana l’odore del marcio e, in sé, parla la lingua della
tragedia. L’odore della tragedia è succulento, permette di salvarci l’anima e di
intervenire sulla tastiera appropriandosi di un piede di cartone come fosse solo
un pezzo di carne.
Nel web l’angoscia di quell’immagine viene sedata attraverso l’esplosione di
commenti velenosi o distorti che giocano sulla rimozione del trauma senza
accettare che il vero trauma non è quello del migrante bensì il nostro.
L’angoscia, si palesa però anche attraverso la tentazione opposta fatta di
sdegno che offre un riparo morale grazie a parole di commiserazione e pietà, di
nuovo senza accettare che il migrante non è vittima ma protagonista di sé
stesso.
Pochi riconoscono che resistere richiede a quel piede la competenza tutta
interiore a mantenere integro il proprio equilibrio, a non cedere alla caduta.
A noi che restiamo nel reale della scena, dentro la piazza del mondo, fra quei
corpi di dolore, richiede invece la volontà di ascoltare il silenzio abitato dal
linguaggio del corpo.
Riusciamo così a riconoscere lo stigma straordinario del Desiderio. Un desiderio
di vita, di libertà, persino di gioia nell’essere salvo anche se cadùco, una
pulsione che impedisce la Caduta. Cadere sarebbe una resa, una consegna, una
profanazione del Desiderio. Ed è proprio la mancanza di una caduta che fa
scandalo tanto quanto il desiderio che anima quel corpo.
Cadere riconsegnerebbe il migrante al suo ruolo di inferiorità e di vittima. Se
non è un terrorista, uno spacciatore, uno che porta via il lavoro, almeno che
sia vittima. Che lui, colui che dovrebbe soccombere, “rimanga in piedi” è
insopportabile.
Rimanda ad un’alterità, ad un contrappasso del senso comune che supera la
misura. Quel migrante diventa improvvisamente una figura dell’eccesso. È
l’ospite indesiderato che viola l’ordine preordinato delle emozioni.
Non lui è “illegale” ma la sua tenuta. In tal modo, parafrasando il titolo di un
bellissimo libro di Shahram Khosravi “Io sono confine” 2, lui stesso mostra che
è confine, territorio in cui si gioca la propria autodeterminazione e la propria
autenticità di profugo.
Il suo corpo ferito, il suo piede di cartone tracciano una calligrafia di orme
sospese tra il paese d’origine, l’esilio e l’approdo. Tre categorie esistenziali
che sono però vita ed esperienza vissuta sul proprio essere.
Quel piede, quel corpo non chiedono nulla. Solo una pausa, una sosta, per poter
continuare il viaggio. Tutt’attorno, la scena si riempie di voci con la vacua
superficialità che tesse ciò che non si comprende: “un piede in cancrena?! Va
subito portato in ospedale! Di cancrena si muore!”
Qualcun altro, scatenato dalla vista insopportabile del cartone che avvolge il
piede marcio, lancia strali e accuse surreali.
Pochi conoscono il silenzio. Nell’ascolto del silenzio invece, le parole
scorrono in un dialogo muto che fa da ponte con la realtà psichica.
In questo regno intermedio tra la parola e l’essere, s’intuisce in quell’uomo
afgano e in quel piede che lo vertebra, un “sole interno”, una luce che egli
custodisce in sé e che non si può profanare.
È li che nasce la sua verticalità, la sua capacità di “stare in piedi”, cioè
eretto.
Resnik parlerebbe dell’incorporazione di una funzione vertebrante che ordina
l’essere nel mondo. Unita ad una funzione più avvolgente e contenitiva darebbe
luogo all’esperienza combinata tra pensiero ed emozione.
Nella piazza del mondo, palcoscenico reale ma anche metafora psichica,
parafrasando Winnicott verrebbe da dire che “il nostro specchio è il volto del
migrante”. In questo caso è il piede, non come volto, ma come misura di una
verticalità che il nostro sguardo non sa interpretare poiché mancano le emozioni
per capirlo.
Quel piede ha vissuto l’esperienza della soglia tra la vita e la morte, è
memoria che sente, è anche enclave di un territorio ermetico difficile da
rappresentare. L’incontro con questa dinamica unito all’immagine traumatica del
piede di cartone, crea un movimento a ritroso dentro la palude della psiche
sociale accompagnata dal bisogno di rimuovere tutto ciò che è scomodo.
Ritorniamo così ad essere abitati da quella terra oscura di cui non vogliamo
sapere nulla e che risale a noi solo come sintomo di una società malata di
indifferenza e individualismo.
Quel piede di cartone, alle prime luci dell’alba, se n’è andato alla volta del
nord europa e, ostinatamente, cocciutamente, è giunto dove voleva arrivare. Ora
si che è salvo davvero.
La sua immagine resterà indelebile nella mai mente. Continua ad interrogarmi, ad
affascinarmi per la sua mancanza di una Caduta. Il trauma che ha suscitato in
me, in noi, nel web, non può e non deve chiudersi.
È un trauma di cui nulla vorremmo sapere ma di cui io non voglio liberarmi.
Vorrei, invece, che continui ad essermi maestro nella mia pratica della Cura.
1. Il servizio su TG3 ↩︎
2. La scheda del libro ↩︎