La mia esperienza in un “albergue de seguridad” per migranti in Messico. Prima parteVeronica, una giovane volontaria italiana, ci racconta l’esperienza vissuta in
un centro riservato a rifugiati e richiedenti asilo a Tapachula, nell’estremo
sud-est dello Stato del Chiapas, in Messico, vicino al confine con il Guatemala.
Sono arrivata qui un po’ per caso, come sempre nella mia vita. Mentre cercavo un
volontariato da fare in Colombia, dove pianificavo di passare i prossimi mesi,
un amico mi ha parlato di questo posto in Messico, un Paese che da tanti anni
sogno di conoscere. Quando mi ha detto che si trattava di un centro per
rifugiati, dentro di me si sono mosse tante cose. Prima di tutto, la possibilità
di dare il mio contributo per il diritto alla mobilità delle persone,
nell’ambito di un fenomeno come quello delle migrazioni che da sempre ho creduto
prioritario, ma che negli ultimi anni purtroppo mi ha coinvolta personalmente e
violentemente. La curiosità di conoscere un sistema diverso di accoglienza, in
un Paese così peculiare come il Messico, luogo di partenza, transito e
destinazione, la porta di ingresso agli Stati Uniti e il punto di incontro tra
nord e sud del mondo. La paura di non saperne gestire il peso emotivo e la
speranza di poter conoscere un luogo di accoglienza che funziona. Li ho
contattati e sono partita.
Dalla città di Tapachula, un pullman stracolmo di persone mi ha portata fino
alla cancellata. Mentre portavo le mie cose al dormitorio, un bimbo piccolo mi
ha salutato. Come ti chiami? Veronica e tu? Io sono E. e lui è J, e tu da dove
vieni? Noi dal Guatemala. L’ultimo giorno, prima di partire, quando sono andata
a salutare la famiglia e ho detto che sarei andata proprio in Guatemala, si sono
emozionati. Il piccolo mi ha detto: “Anch’io ci voglio andare, vengo con te e
dopo torno qua. Possiamo cercare la mia scuola.” La sua sorellina di otto anni
mi ha detto di stare attenta: “Lì a volte sparano.”
Alla fine del primo giorno avevo già capito che sarebbe stato più facile del
previsto. Nonostante tante criticità che sono emerse poco a poco, lo spazio è
umano, le condizioni sono dignitose e anche se molte persone stanno in dormitori
da 20 posti con un unico ventilatore in un prefabbricato con temperature medie
di 30-35 gradi, la priorità è la relazione umana e ogni persona accolta trova
uno spazio sicuro e di ascolto.
Tapachula è la città di riferimento di varie frontiere formali, ma anche il
punto di arrivo dei cammini di chi entra irregolarmente, attraversando il fiume
che in questa regione fa da confine naturale tra Guatemala e Messico. Camminando
per il centro, ristoranti cinesi e giapponesi sono testimoni di una migrazione
di operai asiatici arrivati a fine XIX secolo (per la costruzione delle rotaie,
così mi raccontano, ma non trovo informazioni al riguardo), che si sono poi
installati nella regione. Vedo anche venditori ambulanti centroamericani e
haitiani, bancarelle di prodotti per i capelli afro e una popolazione africana.
La storia delle migrazioni a Tapachula meriterebbe un piccolo approfondimento;
io purtroppo non ne conosco i dettagli, ma si percepisce come sia stato punto di
transito e meta di diversi gruppi durante gli anni. Più del 60% dei richiedenti
asilo in Messico presenta la propria richiesta a Tapachula.
Qui li chiamano “albergues”: sono centri di accoglienza temporanea per migranti
e a Tapachula ce ne sono una decina, gestiti principalmente da associazioni
civili e religiose. Creato nel 2018 a seguito dell’emergenza della “carovana
migrante” grazie a un finanziamento di UNCHR-ACNUR e ancora oggi sostenuto
principalmente da associazioni e agenzie, quello dove mi trovo è un “albergue de
seguridad”, rivolto nello specifico a rifugiati e richiedenti asilo. A causa
delle recenti politiche USA, gli ultimi mesi hanno visto un taglio importante
dei finanziamenti, che si nota nella quotidianità: i pasti sono sempre più
basici (generalmente spaghetti ai würstel, pasta al tonno, soia con verdure e
riso, zuppa di fagioli e poco altro) e sono state sospese tutte le attività
extra organizzate internamente.
Gli ospiti sono principalmente persone che scappano da persecuzioni e violenze;
i casi di migranti economici sono rari. Un nuovo fenomeno è invece quello delle
persone deportate dagli Stati Uniti. Si tratta principalmente di persone over
60, originarie di Cuba, ma non solo (ad esempio una mamma centroamericana con i
suoi due bimbi, la prima nata proprio negli Stati Uniti). Questa nuova utenza
presenta bisogni specifici, come cure mediche, letti bassi e dormitori al piano
terra (purtroppo nella sezione maschile ne è presente solo uno).
Durante la mia permanenza, gli utenti erano tra i 70 e i 77, inclusi minori e
neonati. Lo spazio è stato creato per circa 250-300 posti letto, ma ad oggi il
numero di ospiti è fortemente ridotto. Da un lato il calo della richiesta è
dovuto alla diminuzione delle carovane, al fatto che oggi le persone restano per
un tempo molto più lungo – fino a un anno e mezzo- a causa dei ritardi nelle
procedure di richiesta di protezione e quindi la popolazione accolta è
tendenzialmente più stabile, ma anche la chiusura delle frontiere. Dall’altro la
mancanza di fondi rende impossibile abilitare tutti i dormitori (alcuni dei
quali avrebbero necessità di manutenzione, i letti andrebbero cambiati ecc) e
non permette di offrire un servizio adeguato a un numero così alto di persone,
in termini di staff, gestione, alimentazione e distribuzione di beni di prima
necessità e servizi.
La popolazione si divide, indicativamente, in un 60% di uomini e un 40% di
donne, con al momento due utenti che si identificano in “differenze”. Una
ventina quasi i minori, che includono adolescenti e giovani, bambini e neonati
(l’ultimo è nato nel centro il giorno prima che io arrivassi).
Foto di Ale Cárdenas Olguín
I principali Paesi di provenienza sono Haiti (33%), Honduras (20%) e Cuba (12%).
La maggior parte dei cubani sono in realtà persone migrate molti anni fa negli
Stati Uniti (alcuni hanno vissuto là per oltre 25 anni, qualcuno è arrivato che
era minorenne e là ha costruito la sua vita), che per mancanza di accordi con
Cuba vengono deportati in Messico, proprio nel punto più a sud, per
“scoraggiare” un nuovo tentativo di ingresso negli Stati Uniti. Il resto
proviene da altri Paesi del centro America e Caraibi (Guatemala, El Salvador,
Repubblica Dominicana), da Colombia e Venezuela, ma anche da Benin, Iran e
Russia. Alcuni minori sono nati negli USA o in Messico.
Tapachula è una regione povera e con un grande problema di criminalità (dai
cartelli alla delinquenza), di cui i migranti come sempre sono le prime vittime.
Attraversare il Messico non è facile: continui posti di blocco, militari,
narcos, rapimenti, aggressioni, tratta di persone. Dal momento della richiesta
di protezione fino alla risposta che, se positiva, concede la residenza, le
persone ricevono una specie di permesso provvisorio, che non permette loro né di
lavorare formalmente, né di spostarsi liberamente nel Paese. Durante questo
tempo, che può arrivare a due anni a causa della corruzione, i richiedenti asilo
devono presentarsi e firmare all’ufficio COMAR ogni due settimane e non possono
uscire dallo Stato nel quale hanno fatto richiesta (per questo le deportazioni
avvengono qui)
Alcuni vengono per restare. Altri volevano raggiungere gli Stati Uniti, ma con
la chiusura delle frontiere decidono di stabilirsi in Messico. Qualcuno aspetta
solo la prima occasione per andare oltre confine, o per tornarci. La maggioranza
aspetta la residenza per spostarsi al centro o al nord del Paese, dove le
opportunità lavorative sono buone e gli stipendi dignitosi. E., ad esempio, mi
dice: “Ho lasciato Cuba a 16 anni. Non ho niente là. La mia famiglia, i miei
amici, tutti sono negli Stati Uniti. Li ci sono i miei figli. Prima o poi
riapriranno la frontiera, aspetto solo il momento giusto, per me qui non c’è
niente”. Qualcuno invece sogna di aprire un ristorante in Messico. Per altre
persone, l’unica meta è allontanarsi il più possibile dai propri persecutori: si
fermeranno dove non riusciranno a trovarli.
Anna Polo