La notte del 12 agosto del 2021 ho lasciato l’Afghanistan--------------------------------------------------------------------------------
Foto di mana5280 su Unsplash
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Sono anni che lavoro con rifugiati e migranti accolti nei progetti SAI e provo a
ricostruire le loro storie, a mettermi in ascolto dei loro percorsi, spesso
tortuosi, che li hanno portati qui da noi. Mi interessa capire non solo la loro
storia ma anche l’orizzonte temporale, fatto di presente e futuro che compone o
ricompone le esistenze. Prestare ascolto al loro vissuto permette di uscire dal
ruolo omologato di migrante, persona da soccorrere ed aiutare senza distinzioni.
Ogni persona accolta ha infatti un proprio vissuto, spesso segnato da traumi
indelebili ma conserva gelosamente anche molto altro… odori, sapori, ricordi,
rituali, affetti che chi lavora sempre in emergenza non riesce a decifrare
fagocitato com’è dalla burocrazia e dagli schemi rigidi dei protocolli. Riuscire
a scardinare lo scrigno prezioso di tutto “quell’altro” non detto può divenire
un’esperienza forte e commovente. Nell’ultimo laboratorio che ho tenuto per un
SAI calabrese ho incontrato una famiglia afghana che si trova in Italia da circa
due anni. Parlano tutti abbastanza bene l’italiano ed è stato facile perciò
comunicare e approfondire alcuni aspetti del loro percorso. Lui, il papà di
cinque figli, è stato ai tempi della Repubblica un alto funzionario governativo
nella provincia di Herat, tra le prime a cadere dopo l’invasione talebana del
2021. In Afghanistan aveva quattro guardie del corpo, una casa enorme, una vita
decisamente agiata. Tutta la famiglia ha partecipato attivamente al laboratorio,
producendo molto materiale fotografico per allestire una mostra sulla loro
storia e cultura ma il momento più emozionante è stato quando Abdul – nome di
fantasia per garantire l’anonimato in quanto perseguitato politico – ha letto ad
alta voce, davanti a noi tutti, il suo racconto che riporto qui per intero.
[Roberta Ferruti]
Ricordo molto bene il 12 agosto 2021, era giovedì, molti distretti della
provincia di Herat la mia città, erano già caduti in mano ai talebani, e la
guerra era arrivata alle sue porte. Io sono rimasto nell’ufficio del governatore
fino alle 12, poi sono andato a casa per mangiare. Quando ho acceso la
televisione ho visto che i Talebani erano entrati nella città e stavano
prendendo uno dopo l’altro gli uffici del governo. Herat era piena di paura,
confusione e caos. Io ero contrario ai Talebani e avevo molta paura per la mia
vita e per la mia famiglia. Quella notte è stata una delle notti più difficili
della mia vita. Non pensavamo mai che il governo potesse cadere così
velocemente. Dopo la caduta della città, molti soldati e funzionari del governo
sono fuggiti. Ognuno cercava di salvare la propria vita e la propria famiglia.
In quel momento ho capito che dovevo lasciare la città immediatamente. Senza
dire niente a nessuno, neppure agli altri parenti: io, mia moglie e i miei
cinque figli siamo saliti in macchina e abbiamo lasciato in fretta e furia la
città. Un mio amico mi aveva detto che potevamo restare nascosti nella sua casa
per qualche tempo.
Vengo dall’Afganistan, una terra di straordinaria bellezza paesaggistica e
culturale, caratterizzata da montagne imponenti, valli remote e una storia
millenaria che affascina da sempre viaggiatori ed esploratori. La mia famiglia
di provenienza è tra le più importanti dell’Afghanistan, molti familiari,
infatti, hanno lavorato nelle istituzioni pubbliche, durante il periodo della
Repubblica. Ho lavorato per dieci anni come capo in diversi distretti della
provincia di Herat. Nell’ultimo si trovava la più grande base militare delle
forze armate italiane della provincia di Herat e ho sempre tenuto una stretta
collaborazione con loro lavorando a diversi progetti per aiutare la popolazione,
ad esempio: sostegno alle scuole e all’educazione, sostegno agli ospedali e ai
centri sanitari, collaborazione con gli uffici del governo, costruzione e
manutenzione delle strade… Prima del 12 agosto del 2021 la situazione in
Afghanistan era più stabile e più libera. I diritti delle donne erano
rispettati, infatti le donne potevano studiare, lavorare e partecipare alle
elezioni. Alcune di loro lavoravano anche al Parlamento e nei Consigli
provinciali. La sicurezza era abbastanza buona e le Forze dell’ordine facevano
il loro lavoro per proteggere la popolazione. La mia famiglia aveva una vita
tranquilla e stabile. Avevamo tutto quello che serviva per vivere. La nostra
casa era nel centro della città e avevamo tre automobili. Possiamo dire che
avevamo una vita normale e serena. Purtroppo la situazione è cambiata dopo
l’Accordo di Doha che ha gettato le basi per la caduta della Repubblica e il
ritorno al potere da parte dei Talebani.
La notte del 12 agosto del 2021 ho dunque lasciato la mia casa e la mia città
insieme alla mia famiglia. Ad Herat c’era un grande disordine, fortunatamente
durante il viaggio non abbiamo avuto intoppi. Ma, circa due ore dopo dall’arrivo
a casa del mio amico, siamo stati informati del fatto che una decina di Talebani
erano entrati nella nostra casa per cercarmi, hanno picchiato i miei cugini, che
sono anche fratelli di mia moglie, e, hanno chiesto loro dove fossi. Per fortuna
nessuno sapeva dove mi trovavo, tranne il mio amico. Solo per poco i Talebani
non sono riusciti a trovarmi. Dal giorno dopo ho iniziato a cercare un modo per
lasciare il paese. Dopo sette giorni, un mio amico è riuscito a ottenere per me
un visto per l’Iran. Sono stato costretto a lasciare l’Afghanistan da solo,
senza la mia famiglia, e sono andato in Iran. Dopo circa quattro mesi, mia
moglie e i miei figli sono riusciti a venire anche loro in Iran insieme a mio
cugino. Finalmente la nostra famiglia si è riunita di nuovo. All’inizio il
nostro unico obiettivo era salvarci la vita, per questo motivo abbiamo scelto
l’Iran, che era il paese più vicino e più sicuro per noi. Nei primi mesi non
avevamo nessun contatto con le istituzioni internazionali. Dopo circa otto mesi,
un mio amico mi ha dato l’indirizzo email del Ministero della Difesa italiano.
Abbiamo scritto una email e dopo poco tempo abbiamo ricevuto una risposta
positiva. Ci hanno chiesto di inviare tutti i documenti della nostra
collaborazione con le forze dell’ordine italiane. Fortunatamente avevamo tutti i
documenti e le prove e li abbiamo inviati. Poiché le forze dell’ordine italiane
mi conoscevano bene e sapevano della nostra collaborazione, hanno accettato la
nostra richiesta. Abbiamo aspettato circa venti mesi. Un giorno ci hanno
chiamato e ci hanno detto di andare al Consolato italiano a Teheran per
completare i documenti e ricevere il visto per l’Italia. Quel giorno è stato uno
dei giorni più felici della nostra vita. Al consolato ci hanno accolto con
grande gentilezza e rispetto. Il 21 dicembre 2023 abbiamo lasciato l’Iran per
andare in Italia. Dopo essere atterrati a Roma, dove due operatori ci hanno
accolto e ci hanno aiutato, abbiamo preso un altro aereo per la Calabria. Giunti
all’aeroporto, abbiamo trovato due operatori dell’ufficio che seguiva il nostro
caso. Sono stati loro stessi che ci hanno accompagnato sull’autobus che ci ha
portati dove siamo ora. Voglio dire grazie al governo italiano, al popolo
italiano e anche all’ufficio SAI per la loro gentilezza, ospitalità e aiuto.
Siamo molto grati per il sostegno che abbiamo ricevuto.
[Abdul]
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