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BRESSANONE TIENE APERTO IL DORMITORIO PER LAVORATORI MIGRANTI, IN CHIUSURA TUTTI GLI ALTRI CENTRI DELL’ALTO ADIGE
Nuovo presidio dalle ore 18 di questo pomeriggio in piazza Municipio a Bolzano, in concomitanza con il Consiglio comunale, per chiedere che i lavoratori alloggiati nei cosiddetti “centri per l’emergenza freddo” non vengano sbattuti in strada. Un centinaio di persone hanno risposto all’appello lanciato da Bozen Solidale, che torna in piazza per la seconda volta in una settimana, anche in seguito agli sgomberi della polizia locale dello scorso giovedì. “L’unico esempio positivo in tutto l’Alto Adige è quello di Bressanone, in cui la struttura per la cosiddetta emergenza freddo verrà riconvertita a struttura di accoglienza anche per il periodo estivo, dando di fatto continuità” alla decina di lavoratori di origine migrante che vi alloggiano. A Bolzano, unica città dell’Alto Adige che dispone di servizi diurni per le persone senza casa, stanno arrivando centinaia di persone espulse dagli altri dormitori, quelli di Merano, a Brunico e Laives; a queste si aggiungono le famiglie di migranti curde, pakistane e afghane espulse da Austria e Germania, paesi che stanno applicando rigorosamente il nuovo regolamento europeo sui paesi terzi sicuri. “Non è più una questione di umanità, ma una questione di dignità” quindi “rilanciamo il presidio per martedì prossimo, 21 aprile”, ci ha raccontato dal presidio Matteo di Bozen Solidale. Ascolta o scarica
April 14, 2026
Radio Onda d`Urto
Il sistema di divieti che cancella le donne
Negli ultimi anni in Afghanistan si è assistito all’imposizione progressiva di un sistema di restrizioni estremamente severe che colpiscono l’intera popolazione, ma che sono rivolte in modo particolare a regolamentare ogni aspetto della vita delle donne. A prima vista, molti di questi divieti possono apparire casuali, incoerenti, grotteschi, più frutto della demenza che della costruzione di un sistema giuridico organico. In realtà, delineano con chiarezza l’idea che i Talebani hanno della donna: un corpo-oggetto da sottrarre allo sguardo pubblico, da isolare e tenere lontano dalla vita sociale perché ritenuto peccaminoso e “impuro”. Un dispositivo ridotto a funzione biologica, contenitore della vita e strumento per la riproduzione e la crescita della prole. Un serbatoio di carne, forza ed energia da utilizzare a discrezione degli uomini, gli unici ai quali viene riconosciuto il diritto a una vita pienamente umana, seppur regolata da una lettura rigida e arcaica della Sharia e da un sistema interno di caste imposto dal codice talebano. Il 2 aprile 2026, le Nazioni Unite hanno pubblicato un’approfondita revisione giuridica, elaborata congiuntamente dall’Office of the High Commissione for Human Rights e da UN Women. Il documento, basato sulla Convention on the Eliminazioni of All Forms of Discriminativo Against Women, analizza le misure introdotte dalle autorità de facto afghane e il loro impatto su donne e ragazze. L’analisi esamina sedici tra i principali provvedimenti adottati dal 2021: dal divieto di istruzione secondaria e universitaria per le ragazze all’esclusione dal lavoro, dall’obbligo di mahram per gli spostamenti alle limitazioni alla libertà di movimento, dal codice di abbigliamento obbligatorio alle restrizioni nell’accesso alla sanità. A queste si aggiungono il divieto o la forte limitazione della partecipazione politica, la chiusura di spazi pubblici, le restrizioni ai media e alla libertà di espressione femminile, le discriminazioni nell’accesso alla giustizia, l’impunità per le violenze di genere, i limiti all’attività delle ONG con personale femminile, l’esclusione dalla formazione professionale, il controllo sulla vita privata e familiare, le restrizioni economiche e, più in generale, un sistema strutturato di segregazione di genere. Secondo il rapporto, l’insieme di queste misure configura una forma di discriminazione sistemica e istituzionalizzata, in violazione diffusa degli obblighi internazionali assunti dall’Afghanistan con la CEDAW. La revisione è pensata come uno strumento operativo per governi e attori internazionali, chiamati a valutare la conformità del Paese al diritto internazionale e a monitorare eventuali evoluzioni future, anche alla luce del dialogo diplomatico in corso con i talebani. Auspichiamo che questo documento sia sufficiente a frenare le crescenti tentazioni al riconoscimento del governo talebano e a spingere Stati e istituzioni internazionali ad assumere una posizione più netta contro quello che viene sempre più spesso definito un sistema di apartheid di genere. Perché mentre si moltiplicano i segnali di apertura diplomatica e le pressioni verso una normalizzazione dei rapporti con i talebani, il rischio è che questo sistema venga progressivamente accettato, se non legittimato. Che la cancellazione delle donne dallo spazio pubblico diventi un fatto compiuto, assorbito nella realpolitik internazionale. Qui l’articolo integrale con un elenco, parziale e non esaustivo, delle restrizioni finora imposte, redatto con il contributo di un gruppo di rifugiati e rifugiate afghani in Italia da qualche anno. CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
April 13, 2026
Pressenza
La guerra al violino
Perchè i talebani distruggono gli strumenti musicali. di Giovanni Carbone Innanzitutto è meglio che faccia una piccola ammissione di colpevolezza, reciti un mea culpa per un veniale peccato da ragazzo, quindi assai in ritardo: c’era, a quel tempo, l’usanza di molti di andarsene, nelle calde serate d’estate – ma anche una giovane primavera bastava, eravamo giovani allora, meno afflitti dalle
La notte del 12 agosto del 2021 ho lasciato l’Afghanistan
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di mana5280 su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Sono anni che lavoro con rifugiati e migranti accolti nei progetti SAI e provo a ricostruire le loro storie, a mettermi in ascolto dei loro percorsi, spesso tortuosi, che li hanno portati qui da noi. Mi interessa capire non solo la loro storia ma anche l’orizzonte temporale, fatto di presente e futuro che compone o ricompone le esistenze. Prestare ascolto al loro vissuto permette di uscire dal ruolo omologato di migrante, persona da soccorrere ed aiutare senza distinzioni. Ogni persona accolta ha infatti un proprio vissuto, spesso segnato da traumi indelebili ma conserva gelosamente anche molto altro… odori, sapori, ricordi, rituali, affetti che chi lavora sempre in emergenza non riesce a decifrare fagocitato com’è dalla burocrazia e dagli schemi rigidi dei protocolli. Riuscire a scardinare lo scrigno prezioso di tutto “quell’altro” non detto può divenire un’esperienza forte e commovente. Nell’ultimo laboratorio che ho tenuto per un SAI calabrese ho incontrato una famiglia afghana che si trova in Italia da circa due anni. Parlano tutti abbastanza bene l’italiano ed è stato facile perciò comunicare e approfondire alcuni aspetti del loro percorso. Lui, il papà di cinque figli, è stato ai tempi della Repubblica un alto funzionario governativo nella provincia di Herat, tra le prime a cadere dopo l’invasione talebana del 2021. In Afghanistan aveva quattro guardie del corpo, una casa enorme, una vita decisamente agiata. Tutta la famiglia ha partecipato attivamente al laboratorio, producendo molto materiale fotografico per allestire una mostra sulla loro storia e cultura ma il momento più emozionante è stato quando Abdul – nome di fantasia per garantire l’anonimato in quanto perseguitato politico – ha letto ad alta voce, davanti a noi tutti, il suo racconto che riporto qui per intero. [Roberta Ferruti] Ricordo molto bene il 12 agosto 2021, era giovedì, molti distretti della provincia di Herat la mia città, erano già caduti in mano ai talebani, e la guerra era arrivata alle sue porte. Io sono rimasto nell’ufficio del governatore fino alle 12, poi sono andato a casa per mangiare. Quando ho acceso la televisione ho visto che i Talebani erano entrati nella città e stavano prendendo uno dopo l’altro gli uffici del governo. Herat era piena di paura, confusione e caos. Io ero contrario ai Talebani e avevo molta paura per la mia vita e per la mia famiglia. Quella notte è stata una delle notti più difficili della mia vita. Non pensavamo mai che il governo potesse cadere così velocemente. Dopo la caduta della città, molti soldati e funzionari del governo sono fuggiti. Ognuno cercava di salvare la propria vita e la propria famiglia. In quel momento ho capito che dovevo lasciare la città immediatamente. Senza dire niente a nessuno, neppure agli altri parenti: io, mia moglie e i miei cinque figli siamo saliti in macchina e abbiamo lasciato in fretta e furia la città. Un mio amico mi aveva detto che potevamo restare nascosti nella sua casa per qualche tempo. Vengo dall’Afganistan, una terra di straordinaria bellezza paesaggistica e culturale, caratterizzata da montagne imponenti, valli remote e una storia millenaria che affascina da sempre viaggiatori ed esploratori. La mia famiglia di provenienza è tra le più importanti dell’Afghanistan, molti familiari, infatti, hanno lavorato nelle istituzioni pubbliche, durante il periodo della Repubblica. Ho lavorato per dieci anni come capo in diversi distretti della provincia di Herat. Nell’ultimo si trovava la più grande base militare delle forze armate italiane della provincia di Herat e ho sempre tenuto una stretta collaborazione con loro lavorando a diversi progetti per aiutare la popolazione, ad esempio: sostegno alle scuole e all’educazione, sostegno agli ospedali e ai centri sanitari, collaborazione con gli uffici del governo, costruzione e manutenzione delle strade… Prima del 12 agosto del 2021 la situazione in Afghanistan era più stabile e più libera. I diritti delle donne erano rispettati, infatti le donne potevano studiare, lavorare e partecipare alle elezioni. Alcune di loro lavoravano anche al Parlamento e nei Consigli provinciali. La sicurezza era abbastanza buona e le Forze dell’ordine facevano il loro lavoro per proteggere la popolazione. La mia famiglia aveva una vita tranquilla e stabile. Avevamo tutto quello che serviva per vivere. La nostra casa era nel centro della città e avevamo tre automobili. Possiamo dire che avevamo una vita normale e serena. Purtroppo la situazione è cambiata dopo l’Accordo di Doha che ha gettato le basi per la caduta della Repubblica e il ritorno al potere da parte dei Talebani. La notte del 12 agosto del 2021 ho dunque lasciato la mia casa e la mia città insieme alla mia famiglia. Ad Herat c’era un grande disordine, fortunatamente durante il viaggio non abbiamo avuto intoppi. Ma, circa due ore dopo dall’arrivo a casa del mio amico, siamo stati informati del fatto che una decina di Talebani erano entrati nella nostra casa per cercarmi, hanno picchiato i miei cugini, che sono anche fratelli di mia moglie, e, hanno chiesto loro dove fossi. Per fortuna nessuno sapeva dove mi trovavo, tranne il mio amico. Solo per poco i Talebani non sono riusciti a trovarmi. Dal giorno dopo ho iniziato a cercare un modo per lasciare il paese. Dopo sette giorni, un mio amico è riuscito a ottenere per me un visto per l’Iran. Sono stato costretto a lasciare l’Afghanistan da solo, senza la mia famiglia, e sono andato in Iran. Dopo circa quattro mesi, mia moglie e i miei figli sono riusciti a venire anche loro in Iran insieme a mio cugino. Finalmente la nostra famiglia si è riunita di nuovo. All’inizio il nostro unico obiettivo era salvarci la vita, per questo motivo abbiamo scelto l’Iran, che era il paese più vicino e più sicuro per noi. Nei primi mesi non avevamo nessun contatto con le istituzioni internazionali. Dopo circa otto mesi, un mio amico mi ha dato l’indirizzo email del Ministero della Difesa italiano. Abbiamo scritto una email e dopo poco tempo abbiamo ricevuto una risposta positiva. Ci hanno chiesto di inviare tutti i documenti della nostra collaborazione con le forze dell’ordine italiane. Fortunatamente avevamo tutti i documenti e le prove e li abbiamo inviati. Poiché le forze dell’ordine italiane mi conoscevano bene e sapevano della nostra collaborazione, hanno accettato la nostra richiesta. Abbiamo aspettato circa venti mesi. Un giorno ci hanno chiamato e ci hanno detto di andare al Consolato italiano a Teheran per completare i documenti e ricevere il visto per l’Italia. Quel giorno è stato uno dei giorni più felici della nostra vita. Al consolato ci hanno accolto con grande gentilezza e rispetto. Il 21 dicembre 2023 abbiamo lasciato l’Iran per andare in Italia. Dopo essere atterrati a Roma, dove due operatori ci hanno accolto e ci hanno aiutato, abbiamo preso un altro aereo per la Calabria. Giunti all’aeroporto, abbiamo trovato due operatori dell’ufficio che seguiva il nostro caso. Sono stati loro stessi che ci hanno accompagnato sull’autobus che ci ha portati dove siamo ora. Voglio dire grazie al governo italiano, al popolo italiano e anche all’ufficio SAI per la loro gentilezza, ospitalità e aiuto. Siamo molto grati per il sostegno che abbiamo ricevuto. [Abdul] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La notte del 12 agosto del 2021 ho lasciato l’Afghanistan proviene da Comune-info.
April 1, 2026
Comune-info
Quando le donne si organizzano…
articoli di Christelle Kalhoule e Sarah Strack Ingenere intervista Shora Esmailian dossier Femministe nel mondo Politiche e buone pratiche – formazione Christelle Kalhoule è presidente di Forus, mentre Sarah Strack ne è la direttrice.  Quando le donne si organizzano, la democrazia sopravvive: ecco perché la giustizia di genere non può essere una vittima delle crisi globali Le prove sono evidenti:
[Da Roma a Bangkok] C'è una guerra tra Afghanistan e Pakistan?
Parliamo della guerra scoppiata tra Afghanistan e Pakistan il 27 febbraio, un giorno prima dell'attacco di Usa e Israele all'Iran per questo assai poco raccontata sui media. Torniamo indietro nel tempo per spiegarne le cause geopolitiche, scaviamo ancora di più nel passato per mettere in luce le radici coloniali del conflitto per poi parlare del presente, cercando di approfondire le relazioni di entrambi i paesi nell'ultimo lustro con tutti gli attori dell'area e cercando di individuare eventuali connessioni con l'altro conflitto in atto.
March 25, 2026
Radio Onda Rossa
L’Afghanistan accusa il Pakistan di aver bombardato un ospedale, si complica la mediazione della Cina
Dalla fine dello scorso mese c’è uno scambio di colpi significativo tra Afghanistan e Pakistan, che è culminato, lunedì sera, in quello che Kabul ha denunciato come un attacco deliberato a un ospedale specializzato nella riabilitazione da tossicodipendenze. Le cifre dei morti rilasciate dalle autorità afghane parlavano inizialmente di oltre […] L'articolo L’Afghanistan accusa il Pakistan di aver bombardato un ospedale, si complica la mediazione della Cina su Contropiano.
March 19, 2026
Contropiano
AFGHANISTAN: ATTACCHI PAKISTANI SU LARGA SCALA. COLPITE KABUL E KANDAHAR.
Guerra aperta tra Pakistan e Afghanistan. Islamabad hanno condotto raid aerei contro obiettivi militari in Afghanistan e dichiara di aver ucciso 274 talebani tra Kabul, Kandahar e Paktia. Il ministero della difesa di Kabul afferma di aver risposto con raid aerei in Pakistan. I due eserciti si sarebbero affrontati anche via terra nella zona del valico di frontiera di Torkham. “La pazienza è finita” dice il Governo pakistano, tornato a schierare il proprio potenziale militare a seguito di un attacco suicida rivendicato dai talebani pakistani, autonomi ma affiliati a quelli afghani, che ha ucciso più di 30 persone in una moschea sciita di Islamabad.  Sull’altro fronte il governo talebano afghano sostiene di “volere una soluzione pacifica”, ha dichiarato il portavoce Zabihullah Mujahid in una conferenza stampa, confermando inoltre la presenza di “aerei pachistani in volo sopra l’Afghanistan”. Difficile al momento capire esattamente cosa stia accadendo sul terreno afghano dove da decenni è presenti l’ong italiana Emergency. I centri sanitari dell’organizzazione hanno ricevuto finora nove feriti, ma il bilancio è fortemente parziale. “Nella notte tre pazienti sono giunti al nostro ospedale di Kabul dall’area di Pul-e-Charkhi, zona est della capitale, e sei hanno raggiunto il nostro posto di primo soccorso a Gardez (provincia di Paktia, a sud di Kabul)”, spiega Dejan Panic, direttore del programma di Emergency in Afghanistan. “Quattro di questi sono stati già trasferiti a Kabul e due arriveranno nelle prossime ore”, ha precisato, aggiungendo che è probabile che “il numero di feriti possa aumentare”. Emergency, ha affermato poi Panic, chiede “la fine immediata delle ostilità” tra i due Paesi, sostenendo che “questa nuova escalation di violenza rischia di far ripiombare” l’Afghanistan “nell’incubo della guerra” e che un eventuale allargamento del conflitto può avere “conseguenze imprevedibili” sull’intera regione. Su Radio Onda d’Urto l’intervista al giornalista Emanuele Giordana, già direttore di Lettera 22, e attuale direttore di Atlanteguerre.it. Ascolta o scarica
February 27, 2026
Radio Onda d`Urto
Coercizione senza consenso: gli Stati Uniti e il nuovo disordine imperialista
L’anno 2025 ha testimoniato un’escalation di minacce da parte degli Stati Uniti verso il Sud del Mondo. Nel giro di pochi mesi, Washington ha dichiarato che lo spazio aereo venezuelano era “completamente chiuso”, ha minacciato di invadere la Nigeria “a colpi di pistola” per proteggere i cristiani da un presunto […] L'articolo Coercizione senza consenso: gli Stati Uniti e il nuovo disordine imperialista su Contropiano.
January 29, 2026
Contropiano
Si rompe l’oblìo sulla missione militare italiana in Afghanistan
Ci sono volute le ruvide dichiarazioni di Trump per rompere l’oblìo sulla missione militare italiana in Afghanistan. Si tratta di una delle pagine rimosse dalla storia recente del paese. Con un sorrisetto beffardo, Trump riferendosi agli alleati della Nato, ha dichiarato alla Fox News: “Loro dicono di aver mandato un […] L'articolo Si rompe l’oblìo sulla missione militare italiana in Afghanistan su Contropiano.
January 26, 2026
Contropiano