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Nel “grande gioco” dell’Asia centrale, Kabul propone le sue ricchezze minerarie agli USA
Nel “grande gioco” di questo millennio l’Afghanistan dei talebani, forti della vittoria sulla maggiore potenza militare del mondo, ha la possibilità di agire con una certa autonomia su vari tavoli, come ha dimostrato la proposta diretta agli Stati Uniti con cui viene data la propria disponibilità ad accogliere le imprese […] L'articolo Nel “grande gioco” dell’Asia centrale, Kabul propone le sue ricchezze minerarie agli USA su Contropiano.
September 5, 2026
Contropiano
Il piede di cartone
-------------------------------------------------------------------------------- Quel piede di cartone giunto nella notte senza urla, senza clamore, sorretto da braccia benevoli per elevarlo da terra. Ha valicato i confini resistendo alle pietre taglienti, agli aghi di pino, agli scorpioni, al fango dei boschi, alle pozzanghere d’acqua sporca dove si abbeverano i maiali selvatici. Procede ora stremato lungo il selciato della “Piazza del mondo” di Trieste. È un piede testardo che non si arrende. L’infezione avanza, forse le dita sono già in cancrena ma lui non vuole fermarsi. È il suo patto con la vita. “O vivo o muoio”. Scegliendo la vita, non si sottrae al dolore di patirla. Ventisei ossa, trentatré articolazioni, più di cento tra muscoli, tendini e legamenti lo stanno sostenendo. La parte più bassa del corpo gli sorregge l’intera persona. Sta alla periferia del suo stesso corpo e, come un secondo cuore, spinge la linfa verso l’alto. Cocciuto, va contro la gravità che lo vorrebbe a terra, dolente, inerme, vinto. Nella sua epidermide è tracciata la mappa del cammino dall’Afghanistan all’Iran, alla Turchia, alla terribile Bulgaria per finire nella fossa umana della Bosnia. Cade, si risolleva, viene battuto, umiliato, riportato nel buco nero del confine, là dove tutto ha inizio. La radice del suo piede, tuttavia, è forte di quel dolore simile alla granata esplosa nel tempo della propria vita anteriore. Si rialza, valica di nuovo i confini, il piede lo tradisce ancora, il fango e le piogge dei boschi lo infettano. Gli amici non l’abbandonano e nella notte calda di luglio approda nella Piazza del mondo. Fiero nel pezzo di cartone che gli tiene insieme la carne come fosse una seconda pelle, appare nella sua forma inquietante altero e dignitoso. C’è un’atmosfera che lo circonda e che richiama il perturbante. L’immaginario scava subito dentro quell’involucro e ne rifugge inorridito. Il perturbante serve a questo: a reagire rimuovendo l’angoscia. Là dentro c’è la morte, la cancrena corrode, mangia, richiama la caduta. Tra la presunzione di una fine presunta prossima e la realtà di un individuo che non vuole arrendersi, scorre lo spazio abitato da qualcosa che si chiama resistenza, dignità, rispetto. Tuttavia, la parte prende il posto del tutto, il piede fa sparire la persona e lo spettatore catturato da quell’immagine che scorre nel web, interviene, consiglia, si prodiga, impone, giudica, affinché quel piede venga riparato. Il corpo, non la persona, è l’oggetto del coinvolgimento. L’individuo, è relegato nell’ombra, privato di volontà e deumanizzato come esattamente è accaduto lungo tutto il suo esilio: lui non conta, per i confini è solo un numero da statistica, per il voyerismo mediatico, è solo un piede da ospedalizzare. C’è una pulsione che invece sorregge quel corpo: si chiama desiderio. Un piede morente che vuole vivere è scandaloso. Reca in sé una verità sovversiva che riflette, come in uno specchio, l’immagine di un corpo sociale complice di una violenza inaccettabile. Ho visto bambine e bambini provenire dalla Rotta balcanica con i piedi ghiacciati, le dita nere che abbiamo scongelato nel catino di acqua tiepida ma rimaste comunque un pezzo di legno. Li ho visti proseguire vero il nord Europa con il primo treno del mattino, incuranti del loro dolore e “curanti” invece del mandato familiare: “Vai, vivi e salvaci”. Un’idea non possiede odore, non è ascoltabile né tattile (Bion). Quel piede di cartone emana l’odore del marcio e, in sé, parla la lingua della tragedia. L’odore della tragedia è succulento, permette di salvarci l’anima e di intervenire sulla tastiera appropriandosi di un piede di cartone come fosse solo un pezzo di carne. Nel web l’angoscia di quell’immagine viene sedata attraverso l’esplosione di commenti velenosi o distorti che giocano sulla rimozione del trauma senza accettare che il vero trauma non è quello del migrante bensì il nostro. L’angoscia, si palesa però anche attraverso la tentazione opposta fatta di sdegno che offre un riparo morale grazie a parole di commiserazione e pietà, di nuovo senza accettare che il migrante non è vittima ma protagonista di sé stesso. Pochi riconoscono che resistere richiede a quel piede la competenza tutta interiore a mantenere integro il proprio equilibrio, a non cedere alla caduta. A noi che restiamo nel reale della scena, dentro la Piazza del mondo, fra quei corpi di dolore, richiede invece la volontà di ascoltare il silenzio abitato dal linguaggio del corpo. Riusciamo così a riconoscere lo stigma straordinario del desiderio. Un desiderio di vita, di libertà, persino di gioia nell’essere salvo anche se cadùco, una pulsione che impedisce la caduta. Cadere sarebbe una resa, una consegna, una profanazione del desiderio. Ed è proprio la mancanza di una caduta che fa scandalo tanto quanto il desiderio che anima quel corpo. Cadere riconsegnerebbe il migrante al suo ruolo di inferiorità e di vittima. Se non è un terrorista, uno spacciatore, uno che porta via il lavoro, almeno che sia vittima. Che lui, colui che dovrebbe soccombere, “rimanga in piedi” è insopportabile. Rimanda a un’alterità, a un contrappasso del senso comune che supera la misura. Quel migrante diventa improvvisamente una figura dell’eccesso. È l’ospite indesiderato che viola l’ordine preordinato delle emozioni. Non lui è “illegale” ma la sua tenuta. In tal modo, parafrasando il titolo di un bellissimo libro di Shahram Khosravi Io sono confine, lui stesso mostra che è confine, territorio in cui si gioca la propria autodeterminazione e la propria autenticità di profugo. Il suo corpo ferito, il suo piede di cartone tracciano una calligrafia di orme sospese tra il paese d’origine, l’esilio e l’approdo. Tre categorie esistenziali che sono però vita ed esperienza vissuta sul proprio essere. Quel piede, quel corpo non chiedono nulla. Solo una pausa, una sosta, per poter continuare il viaggio. Tutt’attorno, la scena si riempie di voci con la vacua superficialità che tesse ciò che non si comprende: “un piede in cancrena?! Va subito portato in ospedale! Di cancrena si muore!” Qualcun altro, scatenato dalla vista insopportabile del cartone che avvolge il piede marcio, lancia strali e accuse surreali. Pochi conoscono il silenzio. Nell’ascolto del silenzio invece, le parole scorrono in un dialogo muto che fa da ponte con la realtà psichica. In questo regno intermedio tra la parola e l’essere, s’intuisce in quell’uomo afghano e in quel piede che lo vertebra, un “sole interno”, una luce che egli custodisce in sé e che non si può profanare. È li che nasce la sua verticalità, la sua capacità di “stare in piedi”, cioè eretto. Resnik parlerebbe dell’incorporazione di una funzione vertebrante che ordina l’essere nel mondo. Unita a una funzione più avvolgente e contenitiva darebbe luogo all’esperienza combinata tra pensiero ed emozione. Nella Piazza del mondo, palcoscenico reale ma anche metafora psichica, parafrasando Winnicott verrebbe da dire che “il nostro specchio è il volto del migrante”. In questo caso è il piede, non come volto, ma come misura di una verticalità che il nostro sguardo non sa interpretare poiché mancano le emozioni per capirlo. Quel piede ha vissuto l’esperienza della soglia tra la vita e la morte, è memoria che sente, è anche enclave di un territorio ermetico difficile da rappresentare. L’incontro con questa dinamica unito all’immagine traumatica del piede di cartone, crea un movimento a ritroso dentro la palude della psiche sociale accompagnata dal bisogno di rimuovere tutto ciò che è scomodo. Ritorniamo così ad essere abitati da quella terra oscura di cui non vogliamo sapere nulla e che risale a noi solo come sintomo di una società malata di indifferenza e individualismo. Quel piede di cartone, alle prime luci dell’alba, se n’è andato alla volta del nord Europa e, ostinatamente, cocciutamente, è giunto dove voleva arrivare. Ora si che è salvo davvero. La sua immagine resterà indelebile nella mai mente. Continua a interrogarmi, ad affascinarmi per la sua mancanza di una caduta. Il trauma che ha suscitato in me, in noi, nel web, non può e non deve chiudersi. È un trauma di cui nulla vorremmo sapere ma di cui io non voglio liberarmi. Vorrei, invece, che continui ad essermi maestro nella mia pratica della cura. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il piede di cartone proviene da Comune-info.
August 21, 2026
Comune-info
15 agosto 2021 – 2026. Dopo cinque anni, i Talebani sono ancora più spietati
Uno schermo nero, perché mostrare il proprio volto è troppo pericoloso. Nomi di fantasia, perché l’identità deve rimanere nascosta. E poi il collegamento che si interrompe, per riprendere poco dopo da un computer o da un telefono diverso: restare connesse troppo a lungo con lo stesso dispositivo potrebbe essere rischioso. È in queste condizioni che si è svolta la conferenza stampa organizzata dal CISDA con le attiviste di RAWA. Voci lontane, nascoste dietro uno schermo, ma giovani e combattive, che nel triste anniversario del ritorno al potere dei Talebani hanno voluto parlare alla stampa italiana. Raccontare cosa significa vivere oggi in Afghanistan. E, soprattutto, cosa significa essere donna in Afghanistan. Riassumere la condizione delle donne afghane è tanto semplice quanto drammatico. Le donne non possono lavorare, non possono studiare, non possono cantare, non possono affacciarsi alla finestra, non devono mostrarsi, non riescono a farsi curare, non possono andare nei parchi pubblici, non possono aprire negozi, non possono andare in bicicletta, non possono parlare a voce alta. “Non” è la parola che in Afghanistan si associa più frequentemente alla parola “donna”. “Le donne sono estromesse dal mondo del lavoro e dalla vita pubblica: i loro movimenti, il loro abbigliamento e persino la loro presenza nella società sono controllati. E non si tratta di qualche singola imposizione, ma di una segregazione sistematica… per questo dobbiamo parlare di apartheid di genere. Sono l’esclusione e il controllo sistematici delle donne, semplicemente perché sono donne”, ha esordito una delle attiviste di RAWA collegate dall’Afghanistan. Era il 15 agosto 2021 quando i media di tutto il mondo rilanciavano le immagini dell’aeroporto di Kabul preso d’assalto da centinaia di persone che tentavano di salire sugli aerei degli americani in fuga. Cinque anni dopo, non è soltanto la repressione a essere rimasta: secondo le attiviste di RAWA, il regime ha imparato a renderla più capillare, sfruttando anche strumenti tecnologici sempre più sofisticati. “I Talebani non sono cambiati. L’unica cosa che è cambiata è che sono diventati più spietati. Inoltre, hanno supporto finanziario e accesso alla tecnologia: attraverso questo accesso possono controllare la vita delle persone”, ha detto l’attivista RAWA, spiegando come l’acquisto di una SIM card possa avvenire solo presentando la carta d’identità elettronica, attraverso la quale è possibile ottenere tutte le informazioni, comprese quelle biometriche, dell’intestatario: “Quando c’è una manifestazione, come le ultime a Herat o nel Badakhshan, i talebani chiedono alle società di telecomunicazioni di fornire loro i numeri delle SIM card che risultano presenti nel luogo della manifestazione”. Da lì ad arrestare chi partecipa alle contestazioni il gioco è facilissimo. Il controllo non si ferma alla sorveglianza. Può trasformarsi rapidamente in arresto, interrogatorio, intimidazione: decine e decine di persone spariscono per giorni o per settimane, chiamate a rispondere di ciò che hanno detto, scritto o fatto. Anche una frase non perfettamente allineata con i dettami del regime può diventare una colpa. Ma il controllo non passa soltanto dagli strumenti digitali. Si estende alla vita quotidiana, al lavoro, agli aiuti umanitari, persino alle emergenze. L’Afghanistan è una terra devastata non solo dalle guerre e dal regime dei Talebani, ma anche da condizioni climatiche avverse, che alternano periodi di grave siccità a forti piogge e inondazioni e da frequenti terremoti. È proprio nelle situazioni di maggiore fragilità che, secondo RAWA, il regime mostra ancora una volta il proprio volto disumano, rendendo ancora più difficile la vita di donne e bambini: “Durante l’ultimo terremoto nella provincia di Herat, per esempio, una delle nostre squadre sanitarie che si è recata sul posto ha trovato diverse donne ancora sotto le macerie delle case”, ha spiegato l’attivista RAWA. La loro colpa? Non avere parenti maschi che si occupassero di loro. E poi la corruzione, che arriva persino alle cerimonie private. In occasione di fidanzamenti e matrimoni, raccontano le attiviste, gli uomini del regime possono presentarsi nell’hotel o nel luogo della celebrazione e chiedere denaro. Solo dopo il pagamento la festa può continuare. Lo stesso meccanismo coinvolge le ONG che cercano di lavorare a sostegno della popolazione, alle quali viene imposto un vero e proprio “pizzo”. Ma c’è un limite che, spiega RAWA, nemmeno il denaro riesce a superare: quello dei progetti rivolti alle donne. “Una persona che lavora in una di queste organizzazioni ci ha detto che stavano preparando una proposta di progetto rivolto alle donne, ma il governo ha imposto loro di sostituire la parola ‘donna’ con ‘famiglia’”. Anche la parola “donna” è impronunciabile nei documenti ufficiali, a meno che non si tratti di divieti. Eppure, mentre dentro l’Afghanistan il controllo si fa sempre più pervasivo, all’esterno il regime persegue un obiettivo apparentemente opposto: farsi accettare, diventare normale. Si sta infatti assistendo a una progressiva normalizzazione delle relazioni internazionali: il regime non viene formalmente riconosciuto, ma con chi controlla il territorio si tratta e questo offre ai Talebani la possibilità di presentarsi sempre più come un interlocutore normale. La normalizzazione, però, non passa soltanto dalle cancellerie. Passa anche dai video. Accanto alle relazioni con gli Stati e alle interlocuzioni con le organizzazioni internazionali, secondo RAWA è in corso un’intensa attività sui social: decine di video su YouTube, Facebook e TikTok mostrano turisti che passeggiano tranquillamente per le strade di Kabul o visitano il parco nazionale di Band-e Amir. “Gira anche un video dove si vede una donna ballare felice con un uomo in una zona di montagna. Ma sono falsi. Sono video che vogliono far vedere che la sicurezza in Afghanistan è ottima o che la vita è normale e serena. In realtà questi youtuber sono pagati dai Talebani per far vedere un Afghanistan che non esiste: parlano solo di cibo, di luoghi per picnic o di località turistiche da visitare. Nessuno di questi video parla di povertà, o della violenza contro le donne”. È l’altra faccia della normalizzazione: non soltanto ottenere relazioni diplomatiche, commercio o interlocuzione internazionale, ma costruire un’immagine del Paese nella quale la repressione scompare dal campo visivo. Eppure, sotto questa apparente normalità, qualcosa continua a muoversi. Una parte della popolazione afghana si ribella, pubblicamente o resistendo clandestinamente. Nonostante la repressione, le proteste non sono scomparse. Come nel Badakhshan, dove la popolazione ha organizzato manifestazioni pubbliche contro i Talebani e il loro regime, o nella provincia di Herat, nell’area di Jebrail, popolata soprattutto da Hazara: “Le forze di Amr al-Ma’ruf, la polizia morale, hanno arrestato alcune donne in questa zona a causa dell’hijab ‘non conforme’. La popolazione allora ha protestato e ha manifestato per il rilascio di queste donne”. Ma la ribellione non è soltanto quella visibile nelle manifestazioni, sempre duramente represse. È anche quella invisibile della clandestinità, del lavoro quotidiano di organizzazioni come RAWA: “Se vogliamo continuare il nostro lavoro, dobbiamo essere più forti di coloro che sono al potere. E il modo per essere più forti e preservare le militanti della nostra organizzazione è in questo momento condurre lotte clandestine”. Una clandestinità che permette di far arrivare all’estero la voce dell’Afghanistan e delle donne afghane, di continuare a occuparsi di istruzione attraverso scuole clandestine e di fornire assistenza a una popolazione sempre più stremata. È un lavoro difficile e pericoloso. I Talebani cercano continuamente chi organizza queste attività, chi lavora contro di loro: “Controllano i social media per individuare le attiviste e anche girare per le strade con un telefono in mano può essere rischioso: se ti fermano, te lo controllano” e se trovano qualcosa che non li convince l’arresto è immediato. Le donne di RAWA e delle altre organizzazioni con cui il CISDA lavora non si lasciano intimorire. Continuano con testardaggine a lavorare perché alle bambine e alle ragazze afghane venga riconosciuto un futuro. Una responsabilità che, anche per chi osserva da lontano, significa prima di tutto non lasciare che quella voce scompaia.   CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
August 16, 2026
Pressenza
Tre storie dall’Afghanistan, cinque anni dopo.
Sono passati cinque anni da quando gli americani e i loro alleati, dopo vent’anni di occupazione, a seguito di mesi di scontri, si sono ritirati dall’Afghanistan, lasciando il potere in mano ai talebani. Da agosto 2021 le famiglie faticano a … Leggi tutto L'articolo Tre storie dall’Afghanistan, cinque anni dopo. sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Visto familiare: il MAECI deve procedere per via telematica e fissare l’appuntamento in un’ambasciata diversa da Teheran
Il Tribunale di Roma ha accertato il diritto del nucleo familiare in Afghanistan (moglie e genitori) a ricongiungersi con il richiedente, rifugiato politico in Italia, ordinando altresì al Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale – e per esso all’Ambasciata d’Italia a Teheran (Iran) – l’immediata fissazione di un appuntamento al fine di poter procedere alla legalizzazione e/o produzione dei documenti apostillati e alla formalizzazione della domanda di visto; contestualmente, autorizzando la formalizzazione della domanda di visto in via telematica e disponendo che il MAECI, accettata la domanda in via telematica, fissi un appuntamento presso ambasciata diversa da Teheran. Il caso riguarda un nucleo familiare afghano che, ottenuto il nulla osta, da gennaio 2025 era in attesa di un appuntamento presso l’ambasciata d’Italia a Teheran per la consegna della documentazione. Adito il Tribunale, il MAECI fissava appuntamento a gennaio 2026, al quale il nucleo non poteva presenziare, in un primo momento per la mancanza di un visto di ingresso in Iran e poi a causa della guerra. Il Tribunale, richiamata la sentenza della Corte di Giustizia dell’UE C-1/23, decideva quindi, in accoglimento delle istanze difensive, stante l’eccessiva difficoltà a recarsi personalmente presso la sede competente e tenuto conto del coinvolgimento di minori, di autorizzare la formalizzazione della domanda in via telematica, posticipando la comparizione personale a una fase successiva. Tribunale di Roma, sentenza del 17 giugno 2026 Si ringrazia l’Avv. Anna Moretti per la segnalazione e il commento. * Consulta altre decisioni sul diritto al ricongiungimento familiare
I diritti non si classificano
SILVA MASO Quando, anni fa, ho deciso di aprire le porte di casa e iniziare ad accogliere persone, pensavo che significasse semplicemente offrire un posto dove dormire. Ho scoperto che, a volte, significa lasciarsi cambiare dalla storia che quella persona porta con sé. A. è rimasta a casa mia per circa sei mesi. Il tempo necessario per trovare un lavoro, sistemare i documenti e provare a ricostruire una vita che le era stata spezzata. La sera raccontava. L’infanzia. La scuola. Il parco. Le amicizie. Le risate. I sogni. Una vita normale. La stessa che potrebbe raccontare mia figlia. Poi, un giorno, tutto si è fermato. Con l’arrivo dei talebani non c’erano più il lavoro, la scuola, la libertà, il futuro. C’era solo la fuga. Sola. Senza lingua. Senza soldi. Senza più il riconoscimento di ciò che era stata. Con una sola possibilità: sopravvivere. Ha ricominciato dalle pulizie. Non perché fosse il suo destino. Ma perché quando ti portano via tutto, ricominciare è l’unico modo per non sparire. Una sera non sono riuscita a trattenere le lacrime. Non per il dolore dei suoi racconti. Ma per il silenzio che arrivava dopo. Le ho detto: «Mettiamoci nei panni dell’altra». Ci siamo scambiate i vestiti. Io ho indossato ciò che era riuscita a portare con sé nella fuga. Un regalo di suo fratello. Un frammento di casa cucito nella stoffa. Lei ha indossato i miei. L’empatia non è capire. È attraversare. È accettare il peso di una vita che non è la tua. Quel vestito non era un vestito. Era una madre lasciata indietro. Una lingua che non puoi più parlare. Una libertà strappata senza colpa. La paura di non avere più un posto nel mondo. Per questo, quando oggi sento parlare di Afghanistan, non riesco a separare il dibattito politico dal volto di A. L’Afghanistan dei talebani non è diventato un Paese sicuro 1. Le donne continuano a essere private dell’istruzione, del lavoro e della libertà di movimento. Il dissenso viene represso. I diritti fondamentali continuano a essere negati. Eppure l’Unione Europea ha ripreso i contatti con il regime talebano, ricevendone una delegazione a Bruxelles, con l’obiettivo di costruire accordi che possano facilitare anche il rimpatrio di cittadini afghani. La chiamano gestione dei flussi migratori. Ma quando la convenienza politica rischia di prevalere sulla tutela dei diritti umani, la domanda da porsi è un’altra: che valore hanno davvero quei diritti, se possono diventare negoziabili? Le politiche migratorie non riguardano numeri. Riguardano persone. Riguardano donne come A., che hanno perso tutto per poter continuare a vivere. Quando una scelta politica finisce per ignorare la realtà vissuta da chi fugge, il rischio è che una definizione amministrativa pesi più di una vita umana. A. ha diritto di vivere. Come ogni persona che fugge da guerra, persecuzione o violenza. Nessun accordo politico, nessuna categoria burocratica e nessuna ragione di opportunità potranno mai cambiare questo principio. I diritti non si classificano. Si garantiscono. 1. Per approfondire la situazione in Afghanistan consigliamo di seguire il lavoro del Coordinamento italiano in sostegno alle donne afghane (CISDA) e la lettura di questo articolo (NdR.) ↩︎
Afghanistan: allarmante aumento di bambini con malnutrizione acuta grave
La diminuzione di sostegni finanziari alle missioni umanitarie, la chiusura delle frontiere, l’incremento dei prezzi dei generi alimentari e la siccità hanno provocato l’incremento di oltre il 30% rispetto allo stesso periodo degli ultimi 3 anni del numero di bambini, la maggior parte di età inferiore a 1 anno, con complicanze mediche che richiedono cure salvavita nei centri ospedalieri di alimentazione terapeutica. Questo aumento segnala un deterioramento della situazione di sicurezza alimentare che la popolazione afghana si trova ad affrontare. La situazione critica sta mettendo a dura prova la capacità di Medici Senza Frontiere di rispondere efficacemente ai bisogni della popolazione. “I bambini arrivano da noi in una fase troppo avanzata del processo e spesso si presentano in condizioni critiche con complicanze mediche che si potrebbero prevenire – afferma Ana Lilia Banda, coordinatrice medica di MSF nel sud dell’Afghanistan – Ciò riflette non solo il peggioramento dell’insicurezza alimentare, ma anche il collasso dei sistemi progettati per individuare e trattare la malnutrizione in fase precoce. Una risposta efficace richiede diversi elementi di assistenza che funzionino tutti correttamente: dai servizi ambulatoriali che identificano e curano i casi senza complicanze, all’assistenza ospedaliera per i bambini in condizioni critiche. Ripristinare questa gamma completa di servizi contro la malnutrizione è essenziale per prevenire decessi evitabili”. Secondo i dati diffusi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), le significative riduzioni dei finanziamenti internazionali registrate dall’inizio del 2025 hanno portato alla sospensione o alla chiusura di 445 strutture sanitarie, tra cui 203 team mobili di assistenza sanitaria e nutrizionale nel 2025. Questi servizi svolgevano in precedenza un ruolo fondamentale nello screening a livello comunitario, nella diagnosi precoce e nella fornitura di cure. Allo stesso tempo, la chiusura delle frontiere legata alle tensioni geopolitiche regionali ha interrotto la catena di approvvigionamento di alimenti terapeutici nel paese e fatto aumentare i prezzi dei generi alimentari, compromettendone la disponibilità e peggiorando l’accesso complessivo al cibo per la popolazione, con ripercussioni particolarmente gravi sulle donne in gravidanza e sulle madri. La situazione è ulteriormente aggravata dalle ricorrenti condizioni di siccità, che hanno ridotto i raccolti e progressivamente intensificato l’insicurezza alimentare e le difficoltà economiche. “La malnutrizione non è solo un problema medico, ma anche sociale – afferma Banda di MSF – L’allattamento al seno esclusivo durante i primi 6 mesi di vita, seguito da un’alimentazione complementare adeguata, è essenziale per soddisfare i bisogni nutrizionali di un neonato. Ma quando le madri stesse non hanno abbastanza da mangiare, come possono nutrire i propri bambini? Stiamo vedendo molti bambini malnutriti di età inferiore a 1 anno, spesso accompagnati dalle loro madri o da chi se ne prende cura, che a loro volta hanno bisogno di assistenza”. Dall’inizio del 2026, i ricoveri presso il centro ospedaliero di alimentazione terapeutica supportato da MSF presso l’ospedale provinciale di Boost, nella provincia meridionale afghana di Helmand, hanno raggiunto un record mensile rispetto allo stesso periodo degli ultimi 5 anni. Tra gennaio e aprile 2026, i ricoveri di bambini colpiti da malnutrizione acuta grave con complicanze mediche hanno superato i 1.500, più del doppio rispetto al numero registrato nello stesso periodo del 2022. Il centro ospedaliero di alimentazione terapeutica di MSF a Kandahar ha accolto oltre 570 bambini malnutriti. Inoltre, più di 300 pazienti sono stati indirizzati verso altre strutture sanitarie. La domanda di cure è di gran lunga superiore a quanto le équipe di MSF possano sostenere, nonostante l’aumento della sua capacità. MSF ha già potenziato la propria risposta nelle province di Helmand e Kandahar. Tuttavia, con il picco stagionale di malnutrizione ormai in corso, si teme fortemente che l’aumento dei bisogni continui a superare l’attuale risposta umanitaria. MSF invita i donatori, le autorità sanitarie e le organizzazioni competenti a dare urgentemente priorità e a ripristinare i finanziamenti internazionali e nazionali per i programmi nutrizionali in tutto l’Afghanistan. Occorre inoltre garantire una fornitura ininterrotta di alimenti appositamente formulati e di forniture mediche essenziali. Senza un intervento immediato, la crisi rischia di aggravarsi, lasciando un numero sempre maggiore di bambini senza accesso alle cure salvavita di cui hanno urgente bisogno. MSF, che gestisce 7 progetti a Bamyan, Helmand, Herat, Mazar-i-Sharif, Kandahar, Khost e Kunduz, con particolare attenzione alla fornitura di servizi sanitari di secondo livello, attualmente fornisce sostegno nutrizionale ai bambini malnutriti nelle province di Helmand, Herat e Kandahar. Nel 2025, 9.388 bambini sono stati ricoverati nei centri ospedalieri di alimentazione terapeutica supportati da MSF, mentre 3.166 bambini sono stati inseriti nei centri di alimentazione terapeutica ambulatoriali. Medecins sans Frontieres
June 30, 2026
Pressenza
CISDA: Una piazza per le donne e il popolo dell’Afghanistan
“Libertà per le donne afghane!”, “Istruzione, Lavoro, Libertà”, “Coraggio, Dignità, Libertà”, “Free, free, afghan woman!” e “Azadi! Libertà!”: questi alcuni degli slogan intonati  durante la manifestazione “Donne di Herat – Istruzione Lavoro Libertà” dello scorso 21 giugno a Roma, in piazza Santi Apostoli. Una manifestazione organizzata, soprattutto, dalla comunità afghana italiana – la maggior parte residente a Roma, ma non solo – con l’aiuto e la partecipazione di diverse organizzazioni e associazioni vicine alle donne e al popolo dell’Afghanistan. La manifestazione si apre con un minuto di silenzio in ricordo di tutte le vittime dell’Afghanistan dei Talebani, con particolare enfasi sugli ultimi avvenimenti di Herat, in cui alcune donne sono state maltrattate e imprigionate per aver presumibilmente violato il codice di abbigliamento talebano; dopo questo episodio donne e uomini si sono riversati in una protesta tra le strade di Herat, accolti però dalla repressione dei Talebani, che hanno aperto il fuoco uccidendo una donna e un bambino (vittime confermate), e ferendo altri manifestanti. Un silenzio carico di emozione e di commozione e che racchiude, in realtà, dentro di sé un grido di stanchezza, rabbia, denuncia, forza, voglia e necessità di cambiamento. Al silenzio si susseguono poi voci, contributi, testimonianze e rappresentazioni legati da un unico filo rosso: la solidarietà e la vicinanza alle donne dell’Afghanistan, la denuncia forte e decisa nei confronti dei Talebani e il loro regime di terrore, la mobilitazione civile che a gran voce si oppone a qualsiasi forma di apertura verso il regime e la resistenza di un popolo che si batte per un Afghanistan libero. Le voci e la presenza delle associazioni e organizzazioni – come il Cisda, la Comunità di Sant’Egidio, Binario 15, Associazione Nawroz, Nove Caring Humans, Amnesty International, Partito Radicale – si sono susseguite alla voce e alla presenza dei singoli – come Stefano Liberti, Zahra Tofigh e Lucia Mazzanti (quest’ultima in veste di mediatrice dell’intero evento). Voci che hanno raccontato dell’Afghanistan, che hanno portato la voce diretta e indiretta delle donne e del popolo afghano, che hanno raccontato del proprio lavoro e del proprio contributo in solidarietà con le donne e con la comunità dell’Afghanistan e che hanno ampliato il grido di resistenza e di protesta. Ma le vere e i veri protagonisti sono state donne, ragazze, uomini e ragazzi afghani presenti alla manifestazione. Studentesse e studenti, attiviste e attivisti, rappresentanti di associazioni e organizzazioni, famiglie con le proprie bambine e i propri bambini; sono le testimonianze dirette di un popolo che soffre e ha sofferto, di donne e ragazze che hanno vissuto sulla propria pelle la privazione e negazione di ogni diritto fondamentale, di uomini e ragazzi che vogliono sconfiggere la narrazione tossica e patriarcale dei Talebani, di artiste e artisti che con la propria arte e con le proprie rappresentazioni hanno raccontato l’incubo di vivere sotto un regime di terrore, di privazione, di morte. La loro voce e le loro testimonianze sono state accompagnate da letture di poesie e racconti, da canti e da balli, da piccole ma potenti messe in scene teatrali, da grida e da gesti – il più emblematico: il “Signal For Help” internazionale (palmo rivolto verso l’interlocutore, pollice piegato all’interno e chiusura e apertura delle altre dita) utilizzato come gesto silenzioso per comunicare una situazione di pericolo, utilizzato soprattutto dalle donne in dinamiche di violenza. Voci, gesti e testimonianze di persone che sono riuscite a scappare dall’Afghanistan, ma che non per questo hanno dimenticato il loro popolo e le loro donne, e che cercano tutti i giorni di essere vicine e vicini a quel popolo e a quelle donne, di far sentire la loro voce, di battersi affinché più persone e donne possano scappare…ma soprattutto battersi affinché quel popolo e quelle donne possano liberarsi, una volta per tutte, dal terrore e dalla violenza del regime talebano e possano tornare a godere dei propri diritti e tornare a respirare e a vivere in un paese finalmente libero. Tanti i cartelli e gli striscioni: slogan e frasi che richiamano la lotta e la libertà del popolo dell’Afghanistan, messaggi di solidarietà e vicinanza alle donne afghane, denunce dirette contro i Talebani, una lista di tutti i divieti emanati dai Talebani e che gravano sulla vita e sui corpi delle donne afghane, messaggi di pace, di resilienza e di resistenza. E infine un grande striscione bianco, su cui bambine e bambini afghani hanno colorato e disegnato, facendo sentire anche la loro piccola – ma non per questo meno grande ed importante – voce per le donne e per un popolo che molti di loro non hanno neanche avuto modo di incontrare. Un coro di voci, di presenze e di contributi che hanno animato una piazza intera per quasi 3 ore e che ci ha tenuto a mandare un messaggio forte e chiaro: vicinanza e solidarietà al popolo e alle donne dell’Afghanistan, appoggio alla liberazione di un popolo contro un regime di terrore e di violenza, e opposizione alla complicità e al silenzio di gran parte della comunità e delle istituzioni europee e internazionali. Alessia Ghiraldo, attivista CISDA CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
June 28, 2026
Pressenza
“Guerra necessaria, mito occidentale”
A volte nella geopolitica, come in altri campi, ci sono cose che non si spiegano mentre avvengono e spesso anche dopo. Le guerre appartengono alla categoria delle cose che non si spiegano mai. Prima che scoppino non si percepiscono o si rifiutano i segnali di preavviso, mentre si combattono la […] L'articolo “Guerra necessaria, mito occidentale” su Contropiano.
June 28, 2026
Contropiano
Bruxelles tratta coi talebani sui rimpatri. Kabul legittimata in nome della “remigrazione”
L’arrivo di una delegazione ufficiale formata da cinque funzionari talebani a Bruxelles ha scatenato un vero e proprio terremoto politico. E non poteva essere altrimenti, dato che la UE continua a proclamarsi l’ultimo baluardo della democrazia e dei diritti, umani e civili (quelli sociali mai, ci mancherebbe…), e poi legittima […] L'articolo Bruxelles tratta coi talebani sui rimpatri. Kabul legittimata in nome della “remigrazione” su Contropiano.
June 27, 2026
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