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Sudan: atrocità delle Fsr a El Fasher
È uscito oggi un nuovo rapporto di Amnesty International sulle atrocità compiute dalle Forze di supporto rapido in Sudan, a El Fasher. Qui sotto il comunicato stampa con il link al report Nuovo rapporto di Amnesty International sul Sudan: atrocità delle Fsr a El Fasher, “macchia sulla coscienza dell’umanità” In evidenza: * le Forze di supporto rapido (Fsr) hanno commesso crimini contro l’umanità e pulizia etnica * bambine e bambini presi intenzionalmente di mira durante gli attacchi delle Fsr * l’urgente bisogno di un cessate il fuoco e di protezione internazionale In un nuovo rapporto diffuso oggi, Amnesty International ha accusato i paramilitari delle Forze di supporto rapido (Fsr) di aver commesso crimini contro l’umanità e pulizia etnica durante la conquista di El Fasher, nello stato sudanese del Darfur settentrionale. L’organizzazione per i diritti umani ha chiesto un immediato cessate il fuoco e l’urgente dispiegamento di una forza internazionale per proteggere la popolazione civile. Il rapporto, intitolato “Città sotto assedio, bambine e bambini sotto tiro”, descrive uccisioni, ferimenti, pestaggi, torture e arresti avvenuti dall’inizio del 2024 a ottobre del 2025 nella città di El Fasher e nei suoi dintorni, mentre le Fsr combattevano con le Forze armate sudanesi e le Forze congiunte, alleate dell’esercito, in una guerra che stava devastando il Darfur settentrionale. In quel periodo le Fsr si sono rese responsabili dei crimini di uccisione, trasferimento forzato, imprigionamento, stupro, schiavitù sessuale, ulteriori forme di violenza sessuale, schiavitù, sterminio e persecuzione. Centinaia di migliaia di bambine e bambini sono stati sfollati, molti dei quali a ripetizione, rischiando di essere uccisi o di rimanere feriti durante gli attacchi o la fuga. Gli orfani non si contano. Persone con disabilità e anziane sono state vittime di attacchi mirati, abbandonate ed escluse da forme essenziali di assistenza. Durante i loro attacchi nel Darfur settentrionale, le Fsr hanno regolarmente usato l’espressione falangay, che indica servitù o schiavitù, riferendosi alle popolazioni civili di etnia non araba. “La guerra in Sudan è una guerra contro i civili. Il mondo era stato messo in guardia sugli orrori cui la popolazione civile di El Fasher sarebbe andata incontro durante l’assedio delle Fsr. Questa è una macchia sulla coscienza dell’umanità”, ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International. “I civili non sono stati un danno collaterale della violenza. Spesso sono stati presi di mira e hanno patito sofferenze immense, vittime di uccisioni, ferimenti, stupri, rapimenti e reclutamenti forzati su scala massiccia”, ha aggiunto Callamard. “Occorrono urgentemente un cessate il fuoco a livello nazionale e il dispiegamento di una forza internazionale indipendente e dotata di risorse adeguate a proteggere la popolazione civile dai crimini di tutte le parti coinvolte nel conflitto. Se la comunità internazionale non agirà con urgenza, gli attacchi contro i civili, l’immensa sofferenza e i traumi inferti alle bambine e ai bambini proseguiranno senza sosta”, ha commentato Callamard. Per realizzare il suo rapporto, Amnesty International ha intervistato 247 persone, 208 delle quali (169 adulte e 39 bambine e bambini) hanno subito le conseguenze del conflitto o ne sono state testimoni. Il rapporto inoltre analizza materiale tratto da fonti aperte, tra cui 89 video e molte immagini satellitari. Il 10 giugno 2026 Amnesty International ha scritto al generale Mohamed Hamdan Dagalo, capo delle Fsr, presentandogli le conclusioni del suo rapporto. Al momento della pubblicazione non aveva ricevuto alcuna risposta. L’analisi delle prove raccolte nello spazio geografico e temporale esaminato ha portato Amnesty International alla conclusione, senza alcuna riserva, che le Fsr abbiano commesso il crimine di persecuzione basata sull’identità etnica. Gli atti documentati in questo rapporto, così come ulteriori crimini oggetto di altre indagini, possono essere riferiti al crimine di genocidio, tema su cui l’organizzazione per i diritti umani sta attualmente indagando. L’assedio come arma di guerra  Nel novembre 2023 le Fsr controllavano quattro delle cinque capitali del Darfur. Mancava quella del Darfur settentrionale, El Fasher. All’inizio del 2024 hanno avviato attacchi sistematici contro le città, i villaggi e i campi per sfollati intorno ad El Fasher, colpendo i civili, facendo razzie e dando alle fiamme infrastrutture civili. Molte delle comunità attaccate erano prevalentemente di etnia zaghawa. Durante i loro attacchi, le Fsr hanno incendiato le abitazioni di persone fuggite da tempo, dando l’idea che il loro obiettivo fosse quello di rendere quelle zone inabitabili. Queste azioni, insieme al continuo controllo territoriale esercitato dalle Fsr e all’impedimento alle persone fuggite di tornare, costituiscono il crimine di pulizia etnica. Nel dicembre 2024 Yagoub*, un ragazzo zaghawa di 17 anni, si trovava presso la fattoria della famiglia nei pressi di Abu Zerega, 35 chilometri a sud di El Fasher. Quando le Fsr hanno attaccato, ha tentato di fuggire ma è stato arrestato: “Mi hanno legato e picchiato con un bastone e col calcio di un Ak-47. Poi è arrivato un tipo su un cammello e ha detto ‘Questo è il figlio di un falangay’ e mi ha sparato a una gamba”. Yagoub ora ha bisogno delle stampelle per camminare. Otto dei suoi cugini, quattro dei quali di età compresa tra 11 e 17 anni, sono stati uccisi nel corso dell’attacco. A partire da maggio 2024, via via che i villaggi intorno a El Fasher venivano spopolati a forza, le Fsr hanno stretto brutalmente d’assedio la capitale, limitando l’ingresso di cibo e di forniture umanitarie e bombardandola quasi quotidianamente. Per far fronte alla fame, la popolazione è stata costretta a mangiare ambaz, un derivato dalla produzione di olio di arachidi usato normalmente come cibo per il bestiame. Tutta la popolazione civile, ma soprattutto le bambine e i bambini su cui le malattie e la malnutrizione possono avere effetti irreversibili, hanno subito le conseguenze di questa carestia provocata dall’uomo. Le donne intervistate da Amnesty International hanno raccontato cos’ha voluto dire partorire in condizioni di grave privazione e stress, in rifugi sotterranei, in ospedali sotto bombardamento o in fuga dalla violenza. Impossibilitate ad alimentarsi adeguatamente, non potevano produrre abbastanza latte per i neonati. Senza alcuna prospettiva di sicurezza, molte di loro hanno dovuto assistere all’agonia dei loro piccoli. Rashida*, 39 anni, ha perso il figlio più piccolo di un anno nell’agosto 2025: “Era diventato molto debole e non prendeva il latte. Si era fatto magrissimo”. La conquista di El Fasher Il 26 ottobre 2025 le Fsr hanno lanciato l’offensiva finale contro El Fasher. La popolazione civile che tentava di fuggire si è imbattuta in una barriera di sabbia ampia 57 chilometri. È iniziato il massacro: centinaia di persone sono state uccise, molte altre torturate o imprigionate.  Quasi tutte le persone sopravvissute intervistate da Amnesty International sono state testimoni di uccisioni, stupri, altre forme di tortura e cattura di ostaggi. Una donna di 58 anni ha visto oltre 1000 corpi: “Le persone uccise sono state buttate all’interno della barriera di sabbia. Le Fsr dicevano che l’avrebbero riempita di cadaveri”. Tra questi, molti bambini e bambine. Taiseer*, una zaghawa di 68 anni fuggita coi suoi cinque nipoti, ha raccontato che le Fsr hanno sparato a morte contro un bambino di 12 anni che era con loro. Zubeida*, una bambina di 15 anni, è l’unica sopravvissuta al massacro di circa 25 persone solo perché ha detto due bugie: che era “mezza araba” e che suo padre era nelle Fsr. Ha assistito all’uccisione di adulti e bambini e di donne che avevano opposto resistenza allo stupro. Chi è rimasto a El Fasher ha assistito a terribili violazioni dei diritti umani. Amnesty International ha parlato con 18 tra pazienti, loro parenti e operatori sanitari che erano all’interno della Clinica materna saudita quando le Fsr hanno attaccato la struttura, uccidendo decine di civili. Le strutture sanitarie sono protette dal diritto internazionale umanitario e attaccarle costituisce un crimine di guerra. Violenza sessuale, cattura di ostaggi e arruolamento di bambini  Le Fsr hanno commesso stupri e altre forme di violenza sessuale su scala massiccia. Amnesty International ha intervistato 26 persone sopravvissute alla violenza sessuale, tra le quali 20 donne e, di queste ultime, quattro minorenni. Tutte hanno descritto le gravi umiliazioni cui sono state sottoposte, con conseguenze fisiche e psicologiche di lungo periodo. Tasneem*, una zaghawa di 13 anni, è stata rapita nell’aprile 2025 quando le Fsr hanno attaccato il suo villaggio a ovest di El Fasher. Al momento dell’attacco, stava pascolando le greggi insieme al padre. Suo padre è stato ucciso e lei catturata e portata a El Dain, a circa 350 chilometri di distanza: “[La prima volta che mi hanno stuprata] erano in tre. Mi hanno bendata e mi hanno costretta a stare a terra. Mi hanno detto che era per colpa dei ragazzi del mio gruppo, dei falangayat, che combattevano contro di loro”. Le Fsr hanno inoltre arrestato illegalmente persone civili, trattenendole in molti casi a scopo di riscatto e spesso in condizioni terribili. Amnesty International ha intervistato 45 persone che avevano trascorso periodi di detenzione, tra le quali bambini anche di soli 13 anni, tra luglio 2024 e gennaio 2026, sottoposte a violenza e a trattamenti degradanti: pestaggi, offese di natura etnica, diniego di acqua e cibo, sovraffollamento e mancanza d’aria. Decine se non centinaia di persone sono morte di disidratazione o malattie. Amnesty International ha intervistato nove uomini trattenuti nel centro di detenzione di Mina al-Bari, situato nella periferia orientale di El Fasher, per periodi anche di cinque mesi tra la metà del 2024 e l’inizio del 2026. Hanno riferito di essere stati confinati in container tenuti chiusi per la maggior parte del tempo, con un caldo asfissiante e con pochissima circolazione d’aria. Queste sono due testimonianze: “Non potevamo allungare le gambe, non potevamo dormire sdraiati. Quelli delle Fsr dicevano che non gl’importava se saremmo morti”. “Il mio corpo era completamente disidratato, io e molte altre persone svenivamo. Una volta le Fsr, pensando che fossimo morti, ci hanno gettato fuori dal container, poi si sono accorte che eravamo ancora vivi, ci hanno riportato nel container e ci hanno torturati”. Amnesty International ha anche documentato il massiccio ricorso, da parte delle Fsr, all’arruolamento e all’impiego di bambini appartenenti a gruppi arabi alleati o a gruppi non arabi, in questo caso rapiti durante gli attacchi ai villaggi e ai campi per sfollati. A loro veniva chiesto di combattere, raccogliere informazioni o badare al bestiame. Rashid* è stato rapito dalle Fsr nel luglio 2024, quando aveva circa 17 anni. Per quasi nove mesi è stato costretto a occuparsi delle capre. Era sorvegliato da tre ragazzi armati, a loro volta arruolati dalle Fsr, che lo sottoponevano a umiliazioni e pestaggi e gli negavano acqua e cibo: “Mi controllavano e quando cercavo di riposare mi puntavano le armi addosso. Mi hanno picchiato su ogni parte del corpo”. Chi sono i comandanti  Amnesty International ha identificato comandanti delle Fsr responsabili di gravi violazioni del diritto internazionale. Le Fsr hanno filmato esecuzioni di massa e poi condiviso le immagini. Amnesty International ha verificato 19 video di un grande massacro avvenuto nei pressi della barriera di sabbia, 12 chilometri a nordovest di El Fasher. In nove di essi si vede il comandante delle Fsr Al-Fateh Abdullah Idris, noto come ‘Abu Lulu’, uccidere persone fatte prigioniere che indossavano abiti civili. Tra gli alti comandanti delle Fsr nel centro di detenzione di Mina al-Bari figurano il maggiore Gedo Hamdan Ahmed Mohamed (“Abu Shoukh”), che ha diretto gli interrogatori e ha partecipato alle torture, e il colonnello Abbas Khater Bakhtir, che ordinava le torture e si occupava del pagamento dei riscatti. Queste violazioni si sono verificate ripetutamente e su vasta scala e ciò porta alla conclusione che persone con ruolo di autorità conoscessero, o avrebbero dovuto conoscere, ciò che stava accadendo e non sono intervenute per fermarlo o per punire i responsabili. Raccomandazioni “La comunità internazionale deve andare oltre le espressioni di preoccupazione e agire concretamente per proteggere i civili e spezzare il ciclo dell’impunità”, ha sottolineato Callamard. “Il Sudan è stato colpito duramente dal taglio ai finanziamenti umanitari, che ha aggravato una già catastrofica crisi dei diritti umani ai danni di una comunità che ha perso ogni cosa. Tutti i partner internazionali del Sudan dovranno assicurare che aiuti adeguati raggiungano le persone rifugiate e sfollate e che siano messi a disposizione servizi specifici per le bambine e i bambini”, ha aggiunto Callamard. “Occorrerà anche rafforzare i meccanismi di accertamento delle responsabilità dando il necessario sostegno a quelli esistenti, come la Corte penale internazionale e le Missioni di accertamento dei fatti delle Nazioni Unite e dell’Unione africana. I comandanti identificati in questo rapporto dovranno essere sottoposti a indagini e, nel caso emergano sufficienti prove ammissibili, processati”, ha proseguito Callamard. “Tutti gli Stati dovranno immediatamente cessare di fornire armi e munizioni a ogni parte coinvolta nel conflitto del Sudan e anche agli Emirati Arabi Uniti, il principale sostenitore delle Fsr, fino a quando non rispetteranno l’embargo sulle armi dichiarato dalle Nazioni Unite. Il Consiglio di sicurezza dovrà ampliare al resto del Sudan l’embargo attualmente vigente sull’invio di armi in Darfur”, ha concluso Callamard. *I nomi sono stati modificati per ragioni di sicurezza. Per maggiori informazioni: www.amnesty.it/5×1000   Amnesty International
July 1, 2026
Pressenza
LEGAMBIENTE LOMBARDIA: “ESAURITE LE RISERVE NEVALI DELL’ARCO ALPINO, PIANURA PADANA A RISCHIO SICCITÀ”
Da giovedì caldo torrido su mezza Europa, seconda ondata in un mese, con l’estate nemmeno formalmente iniziata. Temperature elevatissime attese anche nel Nord Italia, dove Legambiente annuncia un’estate 2026 molto difficile sul fronte siccità. Solo in Lombardia mancano i due terzi dei volumi idrici nevosi. Mentre nei grandi laghi c’è un miliardo di metri cubi d’acqua, nei bacini montani sono solo 0,7 miliardi di metri cubi, contro una media stagionale di 1,2 miliardi. Sul tema, la sezione lombarda della storica associazione ambientalista italiana ha pubblicato un nuovo rapporto intitolato “Degrado del suolo e rischi di desertificazione. Agroecologia e lotta alla desertificazione per i suoli del bacino padano”. Il rapporto è stato pubblicato in occasione della Giornata mondiale per la lotta alla desertificazione e alla siccità, istituita dalle Nazioni Unite nel 1994, che si celebra ogni anno il 17 giugno. Nell’intervista che abbiamo realizzato per approfondire il rapporto, il responsabile scientifico di Legambiente Lombardia Damiano Di Simine traccia un quadro allarmante, definendo “accelerato” il processo di desertificazione in corso. “L’aumento di temperature porta con sé anche un aumento dei processi di evaporazione e traspirazione delle piante: infatti ogni grado di aumento della temperatura comporta un’accelerazione dei fenomeni attraverso cui l’acqua viene persa” ha sottolineato ai nostri microfoni. Col caldo aumenta il fabbisogno d’acqua delle colture, ma “allo stesso tempo aumenta anche la difficoltà di rifornirle. Se storicamente la disponibilità idrica in pianura Padana si basa sulle precipitazioni nevose, oggi le riserve nevali dell’arco alpino sono esaurite”. Con l’estate che inizia prima “si allunga la stagione vegetativa ma in realtà aumenta la criticità idrica dei mesi successivi”. Si profila quindi un’estate torrida che, salvo cambiamenti drastici nelle previsioni, sarà caratterizzata da “problemi di disponibilità idrica nei mesi di luglio e agosto; questi potrebbero anche diventare estremamente severi”, specialmente per il settore agricolo. L’intervista a Damiano Di Simine, responsabile scientifico di Legambiente Lombardia. Ascolta o scarica
June 16, 2026
Radio Onda d`Urto
Pena di morte: Amnesty International denuncia il più alto numero di esecuzioni degli ultimi 44 anni
Secondo l’ultimo rapporto annuale di Amnesty International sulla pena di morte nel mondo, diffuso oggi, nel 2025 le esecuzioni hanno raggiunto il numero più alto dal 1981: 2707 persone sono state messe a morte in 17 stati. Questo allarmante record registrato nel rapporto è da imputare a pochi governi determinati a imporre il proprio potere con il terrore. Le autorità iraniane, le maggiori responsabili dell’impennata di esecuzioni, hanno messo a morte almeno 2159 persone, oltre il doppio del 2024. In Arabia Saudita le esecuzioni sono salite ad almeno 356, grazie soprattutto all’aumentato uso della pena di morte per reati di droga. In Kuwait le esecuzioni sono triplicate (da sei a 17), in Egitto quasi raddoppiate (da 13 a 23) e lo stesso è accaduto a Singapore (da nove a 17) e negli Usa (da 25 a 47). Complessivamente, nel 2025 le esecuzioni sono cresciute del 78 per cento rispetto alle almeno 1518 del 2024. Il totale dell’anno scorso non tiene conto delle migliaia di esecuzioni che Amnesty International ritiene continuino ad aver luogo in Cina, lo stato che resta pertanto in testa alla classifica mondiale della pena di morte. “Questo allarmante aumento nell’uso della pena di morte si deve a un piccolo, isolato gruppo di stati intenzionati a ricorrere alle esecuzioni a ogni costo nonostante la costante tendenza globale verso l’abolizione. Dall’Arabia Saudita alla Cina, dalla Corea del Nord all’Iran, dal Kuwait a Singapore, dagli Usa allo Yemen, questa vergognosa minoranza sta usando la pena di morte per instillare paura, stroncare il dissenso e mostrare la forza delle istituzioni dello stato nei confronti delle persone svantaggiate e delle comunità marginalizzate”, ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International. Il ritorno di politiche altamente punitive nella “guerra alla droga” è stato il principale responsabile dell’aumento dell’uso della pena di morte: il 46 per cento delle esecuzioni note ad Amnesty International ha riguardato reati di droga, come in Arabia Saudita (240), Iran (998), Kuwait (2) e Singapore (15). I parlamenti di Algeria, Kuwait e Maldive hanno adottato norme per ampliare l’uso della pena di morte ai reati di droga. Il governo del Burkina Faso ha fatto propria una proposta di legge per il ripristino della pena di morte per reati quali “alto tradimento”, “terrorismo” e “atti di spionaggio”, mentre in Ciad è stata istituita una commissione che dovrà esaminare questioni relative alla pena di morte, inclusa la sua reintroduzione. A eseguire condanne a morte è rimasta una manciata di stati  A fronte dell’aumento delle esecuzioni, queste sono rimaste appannaggio di un’isolata minoranza di stati: Arabia Saudita, Cina, Corea del Nord, Egitto, Iran, Iraq, Somalia, Usa, Vietnam e Yemen sono gli stessi dieci stati che hanno eseguito condanne a morte consecutivamente negli ultimi cinque anni e che hanno esibito un costante disprezzo per le garanzie stabilite dagli standard e dalle norme del diritto internazionale dei diritti umani. Quattro stati hanno ripreso a eseguire condanne a morte (Emirati Arabi Uniti, Giappone, Sud Sudan e Taiwan); insieme ad Afghanistan, Kuwait e Singapore, risultano 17 gli stati in cui nel 2025 vi sono state esecuzioni. Progressi sono stati registrati ovunque nel mondo, a conferma che la speranza è più forte della paura. Non ci sono state esecuzioni né condanne a morte in Europa e in Asia Centrale. Per il diciassettesimo anno consecutivo gli Usa sono stati gli unici nelle Americhe a eseguire condanne a morte, quasi la metà delle quali in Florida. Nell’Africa subsahariana ci sono state esecuzioni solo in Somalia e in Sud Sudan, nell’Asia meridionale solo in Afghanistan, nell’Asia sudoccidentale solo a Singapore e in Vietnam. Nella regione del Pacifico Tonga è rimasto l’unico stato a mantenere la pena di morte. > “È il momento che gli stati che eseguono condanne a morte si allineino al > resto del mondo e facciano di questa orribile pratica un ricordo del passato. > La pena di morte non ci dà maggiore sicurezza. Al contrario, è un > irreversibile affronto all’umanità guidato dalla paura e che mostra un > profondo disprezzo per il diritto internazionale dei diritti umani”, ha > sottolineato Callamard. La fiamma dell’abolizione resta sempre accesa Quando, nel 1977, Amnesty International avviò la sua campagna contro la pena di morte, solo 16 stati l’avevano abolita. Oggi quel numero è salito a 113, oltre la metà del mondo. Addirittura, più di due terzi degli stati è abolizionista per legge o per prassi. Di fronte a un contesto di comportamenti predatori, di paura e di odio, alcuni stati hanno preso l’iniziativa per dimostrare che, con una pressione continua e con determinazione, l’abolizione globale è a portata di mano. Il Vietnam ha abolito la pena di morte per otto reati (tra i quali trasporto di droga, corruzione e appropriazione indebita), il Gambia l’ha abolita per omicidio, tradimento e altri reati contro lo stato. Con una decisione storica, la governatrice dell’Alabama (Usa) ha commutato la condanna a morte di Rocky Myers, il primo nero del braccio della morte statale verso il quale è stata esercitata clemenza. In Libano e in Nigeria sono state presentate proposte di legge abolizioniste e la Corte costituzionale del Kirghizistan ha dichiarato incostituzionali i tentativi di reintrodurre la pena di morte. “Mentre nel mondo i diritti umani sono sotto attacco, milioni di persone continuano ogni anno a lottare contro la pena di morte con una potente dimostrazione di umanità condivisa. L’abolizione sarà possibile se ci mostreremo forti contro un gruppo di pochi e isolati stati. Dobbiamo tenere accesa la fiamma dell’abolizione fino a quando il mondo non sarà del tutto libero dall’ombra del cappio”, ha concluso Callamard. Amnesty International
May 18, 2026
Pressenza
Sempre meno mamme giovani, sempre più disuguaglianze
In Italia, nonostante il crescente dibattito pubblico attorno al tema, la maternità si traduce ancora in un equilibrio fragile tra occupazione e carico di cura, tra desiderio e rinuncia, con carriere che si fermano o rallentano e difficoltà a rientrare nel mercato del lavoro. È la fotografia che emerge dall’XI edizione del Rapporto “Le Equilibriste, la maternità in Italia” diffuso alla vigilia della Festa della Mamma ed elaborato dal Polo Ricerche di Save the Children. Guardando in particolare ai salari, nel settore privato le madri registrano una penalizzazione che può arrivare fino al 30% dopo la nascita di un figlio, mentre nel settore pubblico la penalizzazione è più contenuta (5%), ma comunque rilevante. Rispetto alla partecipazione al mercato del lavoro, dai dati si evince che mentre gli uomini con figli sono più presenti nel mercato del lavoro degli uomini senza figli, per le donne avere figli è associato a una minore occupazione lavorativa. Se il 78,1% degli uomini tra i 25 e 54 anni senza figli è occupato, con una percentuale che si attesta al 92,8% tra i padri con almeno un figlio minore (92,9% per chi ne ha uno e 92,7% per chi ne ha due o più), per le donne della stessa fascia d’età la situazione è molto diversa: lavora il 68,7% tra quelle senza figli, ma la quota scende al 63,2% tra le madri con almeno un figlio minorenne (67% per chi ne ha uno e 58,8% con due o più). Il tasso di occupazione scende ancora per le madri con almeno un figlio in età prescolare (58,2%). Le differenze territoriali sono marcate: tra le madri 25-54enni con almeno un figlio minore il tasso di occupazione si attesta al 73,1% al Nord e 71% al Centro, mentre nel Sud e isole scende al 45,7%. Il pianeta maternità è caratterizzato anche dal part-time: ne fanno ricorso il 32,6% delle donne 25-54enni con almeno un figlio minore (di cui l’11,7% è part-time involontario), contro il 3,5% dei padri nella stessa condizione. In aumento la quota di donne occupate con contratti a termine da almeno 5 anni (da 17,4% a 19,1%). Il Rapporto “Le Equilibriste – La maternità in Italia 2026” propone anche quest’anno il Mothers’ Index regionale, realizzato in collaborazione con l’ISTAT, che misura le condizioni delle madri attraverso 7 ambiti – Demografia, Lavoro, Rappresentanza, Salute, Servizi, Soddisfazione soggettiva e Violenza – utilizzando 14 indicatori provenienti da diverse fonti del sistema statistico nazionale. In questa edizione la regione più “amica delle madri” è l’Emilia-Romagna, seguita dalla Provincia Autonoma di Bolzano e dalla Valle d’Aosta, che torna sul podio dopo il forte arretramento registrato nell’edizione precedente. Segnali di miglioramento si osservano per il Piemonte, che sale dal 12° all’8° posto, e per la Calabria, che guadagna due posizioni, passando dal 18° al 16° posto. Al contrario, si registrano arretramenti nel Nord-Est: il Friuli-Venezia Giulia scende dall’8° al 13° posto e il Veneto dal 9° al 12°, evidenziando un indebolimento relativo nel confronto nazionale. Perdono terreno anche il Molise, che scivola dal 15° al 17° posto e il Lazio, che passa dal 6° al 9° posto. Nel Mezzogiorno il quadro resta complessivamente stabile e su livelli inferiori alla media nazionale: l’Abruzzo, con un valore pari a 99,259, si conferma la regione meglio posizionata tra quelle meridionali (14° posto), mentre in fondo alla classifica si collocano la Basilicata, la Puglia (92,226) e la Sicilia. Nel complesso, la situazione italiana mostra un lieve peggioramento rispetto agli ultimi due anni: l’indice nazionale scende rispetto sia al 2024 che al 2023. Una flessione riconducibile in particolare al peggioramento delle dimensioni della demografia, del lavoro e della salute. L’Indice regionale considera, tra l’altro, anche la “dimensione della violenza”, che misura la presenza di centri antiviolenza e case rifugio per 100.000 donne, evidenziando una distribuzione fortemente disomogenea sul territorio e mostra una sostanziale stabilità nel tempo. Al primo posto si conferma nuovamente, il Friuli-Venezia Giulia, seguito dalla Provincia Autonoma di Bolzano al 2° posto e dall’Emilia-Romagna al 3° posto. Su livelli elevati si collocano anche la Valle d’Aosta al 4° posto, la Lombardia al 5° posto e l’Abruzzo al 6° posto. La Provincia Autonoma di Trento e la Basilicata chiudono la graduatoria all’ultima posizione. Da anni Le Equilibriste ci invita a guardare oltre i numeri delle nascite, interrogandoci sulle condizioni reali in cui prende forma la scelta di avere figli. Oggi più che mai, le equilibriste non sono solo le madri che cercano di conciliare tutto, ma anche le donne che devono valutare se diventare madri. Il Dossier infatti torna al nodo centrale del rapporto tra maternità e lavoro, dove la child penalty continua a pesare su occupazione, reddito e carriere, con forti disuguaglianze territoriali e generazionali. Accanto a questi divari, emergono anche le situazioni più fragili, come quelle delle madri sole. > “La lettura dei dati, ha sottolineato Antonella Inverno, Responsabile Ricerca > e Analisi Dati di Save the Children Italia, ci restituisce la fotografia di un > Paese in cui la maternità resta ancora uno dei principali fattori di > disuguaglianza. Viviamo in un sistema che continua a scaricare i costi della > genitorialità in modo sproporzionato sulle donne, come il rapporto Le > Equilibriste denuncia da undici anni. Nel 2026 dobbiamo ancora rimarcare come > la situazione delle madri in Italia sia addirittura peggiorata rispetto agli > scorsi anni. Nonostante gli impegni annunciati, aumentano le dimissioni delle > neomamme e, tra le madri più giovani, la maggior parte non studia, non lavora > e non è inserita in percorsi di formazione”. Come ogni anno, Save the Children dà voce alle mamme “equilibriste” con le storie e le sfide che hanno affrontato Caterina, Aurora, Elisa e Tiziana quando sono diventate mamme: https://www.youtube.com/watch?v=wRci-8jgPNg&t=4s. Qui per il Rapporto: https://s3-www.savethechildren.it/public/allegati/le-equilibriste-la-maternita-italia-nel-2026_0.pdf. Giovanni Caprio
May 7, 2026
Pressenza
Il volontariato a dieci anni dalla riforma del Terzo Settore
A dieci anni dall’entrata in vigore della Riforma del Terzo Settore (Legge n. 106 del 6 giugno 2016, entrata in vigore il 3 luglio 2016)  arriva una bocciatura netta da parte di chi il volontariato lo vive ogni giorno: il 51,5% dei volontari esprime un giudizio negativo sull’impatto del nuovo Codice. È questo il dato principale che emerge dalla ricerca promossa dal Movimento di Volontariato Italiano – MoVI, che fotografa uno scollamento sempre più evidente tra impianto normativo e realtà associativa e che è stata presentata in occasione del convegno nazionale “Il volontariato a dieci anni dalla riforma del Terzo Settore”, promosso dal MoVI insieme alla Scuola Superiore Sant’Anna, al Centro di Ricerca Maria Eletta Martini (MEM), alla Fondazione Emanuela Zancan, alla Fondazione per la Coesione Sociale ETS e al Centro di ricerca Maria Eletta Martini, tenutosi a Pisa il 17 e 18 aprile scorsi. Questi alcuni numeri del dissenso: il 51,5% dei volontari (scelti tra persone che hanno avuto un ruolo direttivo gestionale) esprime un parere nettamente negativo; il 30,7% degli intervistati denuncia un’eccessiva burocratizzazione che genera paralisi operativa; il 12,3% segnala una penalizzazione diretta delle piccole organizzazioni, schiacciate da adempimenti uniformi che non rispettano la diversità del settore; solo il 12,3% del campione promuove la Riforma con un parere positivo. Nonostante il 79,7% dei partecipanti dichiari di conoscere il nuovo assetto normativo, l’effetto reale che ne scaturisce è quello di una vera e propria “gabbia burocratica”, ove gli strumenti di accreditamento come il RUNTS e l’obbligo di nuove competenze digitali e contabili vengono percepiti come barriere d’accesso che sottraggono tempo all’azione sociale per destinarlo alla gestione amministrativa. Dalla ricerca emerge la preoccupazione per una progressiva “aziendalizzazione” del settore. La transizione in atto segna il passaggio da un volontariato fondato sulla vocazione e sulla spontaneità a un modello sempre più professionalizzato e strutturato. Il MoVI rileva come questa trasformazione si manifesti in una crisi della gratuità, dove la previsione di compensi – pur favorendo alcuni servizi e l’ingresso dei giovani tramite il Servizio Civile – rischia di generare una confusione strutturale tra volontariato e lavoro. Allo stesso tempo si assiste a una deriva progettuale, con un’enfasi crescente su bandi e rendicontazione che tende a trasformare le associazioni in veri e propri “progettifici”, nei quali la competizione per le risorse finisce per prevalere sulla cooperazione territoriale. Infine, il rapporto con la pubblica amministrazione appare sempre più asimmetrico: la co-progettazione viene spesso vissuta come una pratica formale, in cui il volontariato è chiamato a svolgere un ruolo di supplenza rispetto alle carenze del pubblico, operando però entro cornici economiche già definite. “La bocciatura della riforma del Terzo Settore da parte del volontariato conferma la necessità di un miglioramento del Codice in questo ambito, ha sottolineato Gianluca Cantisani, presidente del MoVI. In dieci anni sono state introdotte diverse modifiche migliorative al codice, che tuttavia si sono rivelate insufficienti alle necessità del volontariato. È mancato un reale ascolto del mondo del volontariato e un’analisi attraverso un filtro sociale adeguato ai tempi che stiamo vivendo. Con questa ricerca, il MoVI si propone di portare nelle sedi istituzionali le istanze emerse dai territori”. Per il MoVI, dal Convegno è emersa la necessità non tanto di correggere alcuni aspetti tecnici della normativa, quanto di ripensare il ruolo stesso del volontariato nel sistema sociale e nel terzo settore. Il presidente Gianluca Cantisani al termine del convegno ha proposto di: rilanciare il volontariato come forma di advocacy verso le istituzioni e come partecipazione democratica e cura dei beni comuni, distinta dalla gestione di servizi; riformare il Codice del Terzo Settore per semplificare gli adempimenti per le realtà del volontariato più piccole e spontanee e chiarire meglio i confini tra le diverse tipologie di enti; riconoscere il volontariato informale (una proposta indicata come politicamente più urgente per colmare il deficit di democrazia che l’interpretazione del codice rischia di rafforzare nel Paese), introducendo nel Codice uno spazio per le aggregazioni spontanee e un percorso graduale verso la formalizzazione del loro ruolo. Qui alcuni dati. Giovanni Caprio
April 24, 2026
Pressenza
Rapporto di Francesca Albanese sulla tortura dei palestinesi praticata da Israele
L’esperta delle Nazioni Unite Francesca Albanese ha dichiarato lunedì 23 marzo 2026 che il mondo ha dato a Israele carta bianca per torturare i palestinesi, descrivendo la vita nei territori occupati come “una serie continua di sofferenze fisiche e psicologiche”. «La tortura è di fatto diventata politica di Stato in Israele», ha affermato Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967. Presentando il suo ultimo rapporto al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, ha aggiunto: «A Israele è stata di fatto concessa la licenza di torturare i palestinesi perché la maggior parte dei vostri governi e ministri lo ha permesso». Il rapporto di Albanese afferma che Israele pratica la tortura sistematica dei palestinesi su una scala tale da “indicare una punizione collettiva e un intento distruttivo”. “Il mio rapporto dimostra inoltre che la tortura si estende oltre le mura delle prigioni, in quello che può essere descritto solo come un ambiente di tortura imposto da Israele all’intero territorio palestinese occupato”, ha dichiarato al Consiglio per i Diritti Umani. Ha aggiunto che la tortura distrugge le fondamenta della vita, priva le persone della loro dignità e lascia dietro di sé solo gusci vuoti. “Le testimonianze che io e molti altri abbiamo documentato non sono solo tragiche storie di sofferenza, ma prove di crimini brutali contro l’intero popolo palestinese, in tutto il territorio occupato, attraverso una serie di atti criminali” ha affermato. Albanese ha avvertito che la risposta internazionale rappresenterà una prova della responsabilità collettiva, sia giuridica che morale, degli Stati. “Il disprezzo per il diritto internazionale non si fermerà alla Palestina”, ha aggiunto. “È già evidente dal Libano all’Iran, negli Stati del Golfo e in Venezuela. Se non verrà arginato, si diffonderà ben oltre”. L’ambasciatore palestinese Ibrahim Khraishi ha dichiarato al Consiglio che le pratiche documentate nel rapporto di Albanese “non sono solo singoli casi di tortura, ma piuttosto torture sistematiche e collettive. Ribadiamo il nostro appello alla comunità internazionale affinché intraprenda azioni urgenti per garantire la responsabilità e porre fine all’impunità”. Parlando a nome dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica, composta da 57 membri, il Pakistan ha affermato: “L’impunità si è radicata e le garanzie si sono erose… Questi crimini vengono commessi con l’intento di infliggere sofferenze individuali e collettive ai popoli sotto occupazione, con lo scopo di cancellarli dalla loro terra”. Il delegato del Venezuela ha chiesto: “Dov’è la comunità internazionale? È doloroso e vergognoso vedere i Paesi rimanere in silenzio e persino finanziare questo massacro”. Il rappresentante del Sudafrica ha dichiarato: “L’inazione di fronte alla brutalità di Israele non è neutralità, è complicità.” Il testo del rapporto sul sito Onu (in inglese): https://www.ohchr.org/en/documents/country-reports/ahrc6171-torture-and-genocide-report-special-rapporteur-situation-human   ANBAMED
March 26, 2026
Pressenza
Quartieri al buio: Cittadinanzattiva Lazio lancia un sondaggio
Troppi quartieri restano al buio: strade poco sicure, disservizi ignorati, qualità della vita che si abbassa. Cittadinanzattiva Lazio lancia un sondaggio anonimo sull’illuminazione pubblica nel Comune di Roma al fine di un miglioramento dell’illuminazione, della qualità e della sicurezza dei nostri quartieri. Le risposte serviranno a creare un Rapporto sulla situazione, al fine di fare proposte di miglioramento che verranno portate all’attenzione del Comune di Roma e del gestore. Il link per compilare il sondaggio è il seguente https://forms.gle/P7gNU96nL4sBstxo7 Per osservazioni e precisazioni sulla pubblicazione del testo di Cittadinanzattiva Lazio scrivere a: laboratoricarteinregola@gmail.com 16 marzo 2026
March 18, 2026
carteinregola
PUBBLICATE CON DUE ANNI DI RITARDO LE RILEVAZIONI NAZIONALI SUI CENTRI ANTIVIOLENZA, 61MILA DONNE HANNO CHIESTO AIUTO
È un quadro stabile ma disarmante quello che emerge dai dati pubblicati oggi dall’Istat nel rapporto intitolato “I Centri Anti Violenza e le donne che hanno avviato il percorso di uscita dalla violenza”. Il documento fa riferimento all’anno 2024, “durante il quale poco più di 36.400 donne hanno affrontato il percorso di uscita dalla violenza grazie all’aiuto dei 409 centri anti violenza (Cav) presenti sul territorio italiano. Si sono rivolte ai Cav “61.370 donne, in media 169 donne per Cav, con valori più alti nel Nord-ovest (241) e nel Nord-est (238) e più bassi nel Sud (72)”. Secondo l’analisi dei dati di Viviana Cassini, presidente del Cav – Casa delle donne di Brescia, il ritardo della pubblicazione dei dati a livello nazionale, potrebbe rallentare la conoscenza e quindi le strategie da mettere in campo da parte delle istituzioni nazionali, in primis, il governo. Tuttavia, nei casi analoghi a quello del Cav da lei presieduto, i dati a disposizione sono decisamente più recenti (2025) e questo permette loro di essere più tempestive nell’adottare azioni adeguate. Tra i principali risultati evidenziati dalla pubblicazione Istat, le violenze di carattere economico – subite dal 39,7% delle donne che si sono rivolte ad un Cav – ma anche “l’elevatissimo il numero di figli che assistono alla violenza subita dalla propria madre” e l’aumento di donne con disabilità che si sono rivolte ai Cav. Si conferma inoltre come la stragrande maggioranza delle violenze avvengano all’interno della coppia e come trovare una sistemazione lontana dal contesto nel quale si è verificata la violenza sia una delle difficoltà principali delle sopravvissute alla violenza. Alla luce dei dati Istat, abbiamo chiesto a Viviana Cassini quali dovrebbero essere le azioni da intraprendere urgentemente da associazioni e istituzioni: “la prevenzione” è in cima alla lista delle priorità, poi la necessità di offrire alle vittime di violenza la possibilità concreta di “rientrare nel circuito sociale e lavorativo”; terza cosa “costruire percorsi nuovi e diversi” in modo che la donna possa “affrontare gente nuova, posti nuovi rispetto invece alla famiglia d’origine”. Infine è necessario insistere sul “cambiamento culturale” e spingere per una “legislazione più puntuale”, al contrario da quella promossa dal DDL Buongiorno che “mette di nuovo al centro dell’accusa la donna che deve giustificarsi se ha messo in atto tutta una serie di atti che facilitavano la possibilità di far capire all’altro che lei non ci stava, nel caso della violenza sessuale”. L’intervista con Viviana Cassini, presidente del CAV – Casa delle donne di Brescia. Ascolta o scarica
March 10, 2026
Radio Onda d`Urto
Le povertà nascoste
In questi ultimi anni si è sempre più consolidata una diffusa condizione di insicurezza economica e della vita di relazione, di insufficienza di reddito, condivisa da un numero molto ampio di famiglie e persone “quasi povere”. Si tratta di famiglie e persone che hanno una spesa per consumi mensile appena superiore alla linea standard di povertà relativa (1.218,07 euro mensili per una famiglia di due componenti). Non sono di classe media e non sono considerate povere nelle statistiche ufficiali. In larga misura sono integrate nella vita sociale e lavorativa e possono avvalersi, prevalentemente, di una rete parentale e amicale di supporto emotivo ed economico che trattiene loro in una condizione sociale intermedia ed evita una condizione di deprivazione materiale più profonda. Insomma, non esiste una povertà: esistono piuttosto molteplici forme di vulnerabilità, situate in contesti diversi, che si sviluppano lungo traiettorie personali, familiari e territoriali. E’ quanto emerge (tra le tante altre cose) dall’interessante Rapporto “L’Italia delle povertà. Dinamiche sociali, risposte pubbliche e racconto dei media” dell’Alleanza contro la povertà in Italia, a cura di Chiara Agostini, Cecilia Ficcadenti, Rosangela Lodigiani, Franca Maino, Leonardo Piromalli, Antonio Russo, Remo Siza, Paola Villa, Gianfranco Zucca. Nel loro insieme, i capitoli del Rapporto propongono tre messaggi comuni: 1. La povertà è un processo, non uno stato. Si costruisce nel tempo e può coinvolgere, in forme diverse, ampie fasce della popolazione esposte a fragilità lavorative, abitative e relazionali. 2. Le misure statistiche e le politiche pubbliche selezionano ciò che è visibile. Ogni indicatore e ogni requisito istituzionale rende governabili alcuni aspetti della povertà, ma ne lascia in ombra altri: la dimensione biografica, il ruolo delle reti, l’importanza dei diritti effettivamente esigibili. 3. La narrazione della povertà è un elemento costitutivo del fenomeno stesso. Il modo in cui media, politica e istituzioni costruiscono la legittimità del bisogno influenza chi è riconosciuto come povero e chi, invece, rimane privo di voce pubblica. E’ alla povertà nascosta che il Rapporto dedica uno dei capitoli più interessanti dal titolo: “Le povertà che le famiglie possono nascondere“. L’Istat (2025a) rileva che nel 2024 le famiglie quasi povere erano l’8,2% delle famiglie italiane, famiglie che hanno una spesa per consumi superiore dal 10 al 20% alla linea di povertà relativa (erano 8,1%, nel 2023). Sono famiglie e persone costantemente in bilico fra povertà e condizioni di reddito un po’ più favorevoli, persone che vivono appena al di sopra della soglia di povertà e per le quali un susseguirsi di eventi negativi (una spesa imprevista, una riduzione del salario), o di eventi positivi, quali la nascita di un figlio, può determinare condizioni di vita economicamente non più sostenibili. In larga misura evidenziano gli esiti di una integrazione costantemente precaria, parziale, instabile, non soddisfacente che riguarda la vita pubblica e la vita privata, che riguarda il lavoro e le relazioni primarie. Ai quasi poveri si affianca un’altra parte di famiglie a basso reddito. Sono il 6% delle famiglie italiane che vivono appena al di sotto della soglia di povertà, sono appena povere in quanto hanno un livello di consumi inferiore del 10% o del 20% della linea standard di povertà. Nel loro insieme, famiglie quasi povere e famiglie appena povere costituiscono il 14,2% delle famiglie italiane. > “Sono famiglie e persone, si sottolinea nel Rapporto, con le quali interagiamo > quotidiana mente (anziani, giovani coppie, lavoratori scarsamente retribuiti, > precari o persone che lavorano poche ore alla settimana, famiglie con figli > minori o con giovani adulti privi di reddito) che hanno instabili posizioni > sociali spesso nel nostro stesso ambito di lavoro, che condividono le > aspettative, le consuetudini e i sistemi di valori, i progetti di vita dei > gruppi sociali con redditi più elevati. Queste forme di povertà entrano nella > normalità della vita quotidiana, seppure per le famiglie e le persone che si > trovano in questa condizione partecipare alla vita sociale comunemente > condivisa sia sempre più difficile. Non sono più considerate un’emergenza e > sono osservate con naturalità come parte delle differenze e delle > disuguaglianze inevitabili di una società. Queste forme di povertà si > consolidano nella prossimità delle nostre relazioni, negli stessi luoghi di > consumo: nei centri commerciali, nelle vie cittadine della vita notturna c’è > posto per tutti. Una condizione di deprivazione economica diventa parte > integrante della normalità delle nostre relazioni sociali, delle nostre reti > di amicizia e di vicinato. La normalità che emerge per molti aspetti comprende > scelte e stili di vita che pochi anni fa la maggioranza delle persone > marginalizzava”. Il contrasto alla povertà, come si sottolinea nel Rapporto, non riguarda solo chi ne è direttamente colpito: riguarda l’intera società. Una comunità che tollera livelli elevati di esclusione accetta implicitamente un modello di convivenza in cui alcuni vivono con diritti pieni e altri con diritti dimezzati. Questo indebolisce la coesione sociale, alimenta la sfiducia nelle istituzioni, riduce il potenziale umano ed economico del Paese, compromettendo il futuro di tutti. Contrastare la povertà significa fare determinate scelte politiche, investendo risorse, costruendo infrastrutture sociali, rafforzando i servizi, riconoscendo che la vulnerabilità non è un fallimento individuale, ma un rischio collettivo che deve essere condiviso. > “Oggi il Paese, si legge nel Rapporto, ha bisogno di una strategia nazionale > contro la povertà che sia stabile, verificabile, fondata sulle evidenze. Una > strategia non dipendente dai cicli politici, ma costruita su un consenso ampio > tra le forze sociali. Una strategia che riconosca che il benessere non si > produce soltanto distribuendo risorse, ma costruendo capacità, rafforzando i > territori, garantendo diritti”. Qui il Rapporto dell’Alleanza contro la povertà in Italia: https://alleanzacontrolapoverta.it/wp-content/uploads/2026/02/LItalia-delle-poverta_Report.pdf. Giovanni Caprio
February 9, 2026
Pressenza
Sempre più distanti le due Italie del welfare
In Italia, il welfare assorbe 669,2 miliardi di euro pari al 60,4% del totale della spesa pubblica, con la componente previdenziale che pesa per il 16% del Pil. Tutte le componenti sono in forte crescita nel periodo 2019-2025: politiche sociali (+35,2%), previdenza (+25,3%), sanità (+24,8%) e istruzione (+21,1%). Nel 2024 si è avuto il minimo storico di nascite (370mila) e saldo naturale a -281mila; nello scenario mediano ISTAT, la popolazione scende a 54,8 milioni al 2050, con la quota di over-65 al 34,9%. Intanto, persistono forti disuguaglianze: il 23,1% degli italiani è a rischio povertà o esclusione sociale, con forti eterogeneità territoriali. Sono alcune delle evidenze del Rapporto 2025 del Think Tank “Welfare, Italia”, iniziativa promossa da Unipol in collaborazione con TEHA Group e con il sostegno di un comitato scientifico composto da Veronica De Romanis, Giuseppe Curigliano, Giuseppe Guzzetti e Stefano Scarpetta. Il Rapporto 2025 dedica il proprio focus alla Strategia italiana per il Capitale Umano, riconoscendo che la sostenibilità del welfare non dipende solo dalle risorse finanziarie, ma dalla capacità di generare e valorizzare competenze, produttività e partecipazione. Il Capitale Umano è al tempo stesso input del sistema economico – attraverso il lavoro, la conoscenza e l’innovazione – e beneficiario finale del welfare, in quanto cittadino, lavoratore, studente o pensionato. Per quanto riguarda “Educazione e competenze”, il Rapporto mette in luce come la spesa per istruzione in Italia sia il 3,9%% del PIL (sotto la media dell’Eurozona pari a 4,6%), con una spesa per studente inferiore a quella dei principali Paesi europei. Non solo, ma persistono dispersione scolastica (9,8% dei 18-24enni, oltre 400mila giovani) e una quota di laureati 25-34 anni ancora bassa (31,6% vs una percentuale europea pari a 44,1%). Il Rapporto, a tal fine, sollecita metodi formativi aggiornati (anche con AI-learning), valutazione esterna della qualità, rifunzionalizzazione delle infrastrutture scolastiche (aperture estese, servizi alla comunità) e un orientamento più efficace nelle transizioni. In parallelo, promuove life-long learning e certificazione delle competenze per allineare profili e fabbisogni. In merito al tema “Mercato del lavoro e inclusione”, i dati indicano la disoccupazione giovanile al 19,3% e, soprattutto, l’occupazione femminile al 57,4%, sotto la media UE di oltre 13 punti (70,8%). Inoltre, si evidenzia come il Paese registri una fuga di laureati (oltre 49mila nel 2024) con un costo stimato 6,9 miliardi di euro l’anno. “È necessario agire, si sottolinea nel Rapporto, su occupazione giovanile, femminile e senior, riduzione dei divari retributivi, qualità del lavoro e benessere organizzativo, per trasformare istruzione e competenze in partecipazione effettiva e in produttività”. Per quanto riguarda “Attrazione e retention delle competenze”, l’Italia è tra i Paesi UE con minor capacità di attrarre studenti universitari stranieri e presenta quote limitate di lavoratori immigrati ad alta qualifica. Servono incentivi mirati, internazionalizzazione di atenei e ricerca, percorsi di carriera competitivi e condizioni abilitanti per trattenere e attirare Capitale Umano ad alto valore aggiunto: sono le proposte avanzate dal Rapporto 2025 del Think Tank “Welfare, Italia”. In tema di “Prevenzione e invecchiamento attivo”, evidenze internazionali stimano fino a 14 euro di ritorno per ogni euro investito in sanità preventiva. Nonostante ciò, nel 2024 solo il 5,6% della spesa sanitaria pubblica è stato destinato alla prevenzione (7,7 miliardi su 137,4). Il Rapporto invita a potenziare screening, vaccinazioni, accesso tempestivo a terapie innovative, sviluppare percorsi di invecchiamento attivo e favorire modelli organizzativi e tecnologici che supportino la continuità della cura. Secondo le stime del Think Tank, allineando l’Italia ai benchmark europei su occupazione giovanile, femminile, stranieri, partecipazione 60-69enni, si può attivare un incremento occupazionale di circa 2,8 milioni di unità e una crescita del PIL fino a 226 miliardi di euro, pari a +10,6% rispetto ai livelli attuali. L’obiettivo è un welfare sostenibile, inclusivo ed equo, fondato su Capitale Umano e prevenzione, in grado di unire crescita economica e coesione sociale e di sostenere la competitività di lungo periodo del Paese. Nel 2020 il Think Tank “Welfare, Italia” ha messo a punto uno strumento di monitoraggio, basato su 22 KPI (Key Performance Indicator), che valuta, all’interno di un indicatore sintetico, sia aspetti legati alla spesa in welfare sia aspetti legati ai risultati che questa spesa produce. In questi termini, l’indicatore sintetico, che prende in considerazione gli ambiti di politiche sociali, sanità, previdenza e formazione, consente di identificare a livello regionale i punti di forza e le aree di criticità in cui è necessario intervenire. Nel Welfare Italia Index 2025, l’amministrazione territoriale con il punteggio più elevato è la P.A. di Trento (83,8 punti), seguono la P.A. di Bolzano (80,4 punti) e la regione Friuli-Venezia Giulia (78,3). Dal lato opposto del ranking, si posizionano la Campania (62,0 punti), la Basilicata (60,7 punti) e la Calabria (60,2 punti). L’edizione 2025, rispetto ai dati 2024, segnala una costante polarizzazione nella capacità di risposta del sistema di welfare delle Regioni italiane. Il divario tra Regione best e worst è infatti pari a 23,6 punti (in aumento di 1,9 punti rispetto all’edizione precedente). Qui per scaricare il Rapporto: https://www.ambrosetti.eu/think-tank-welfare-italia/. Redazione Italia
November 7, 2025
Pressenza