Tag - immigrazione

BLACK HISTORY MONTH TORINO 2026
Febbraio 2026 segnerà l’avvio della quinta edizione della rassegna culturale Black History Month Torino. L’evento, promosso dall’Associazione Donne dell’Africa Subsahariana e II Generazione, si svolgerà sul territorio della città metropolitana di Torino, coinvolgendo più di 25 luoghi storici di grande importanza in 6 comuni (Torino, Rivalta di Torino, Pino Torinese, Carmagnola, Settimo Torinese e Collegno) e dando vita a oltre 85 manifestazioni culturali, artistiche e sociali in 28 giorni.  Questa rassegna, erede di una tradizione storica e internazionale che risale al 1926, cercherà per la quarta volta nella nostra città di celebrare e diffondere la storia degli afrodiscendenti con l’obiettivo di instillare un senso di orgoglio e contrastare i discorsi razzisti che promuovono l’idea di una presunta inferiorità nei successi ottenuti dalla comunità nera.  Nel 2026, il Black History Month Torino si concentrerà su 3 temi principali: “colonialismo commerciale, donne e potere, protagonisti nell’arte e nello sport”.  I temi dell’edizione 2026  – Colonialismo commerciale  – Donne e potere  – Protagonisti nell’arte e nello sport La selezione di queste tematiche è il risultato di un’attenta valutazione del contesto socio-politico contemporaneo e del desiderio di portare all’attenzione e analizzare le dinamiche del nostro tempo e le relative criticità.  Colonialismo commerciale, ieri come oggi, si manifesta attraverso lo sfruttamento delle risorse, il controllo politico ed economico e la creazione di profonde disuguaglianze, con effetti anche culturali e identitari sulle popolazioni locali. La decolonizzazione economica mira a ridurre la dipendenza dalle potenze coloniali e dalle multinazionali, promuovendo giustizia, sovranità sulle risorse e uno sviluppo sostenibile e rispettoso delle comunità. Tuttavia, questa transizione è ostacolata dalle strutture economiche esistenti e dalla dipendenza dei Paesi sfruttati, rendendo fondamentale diffondere educazione e consapevolezza attraverso momenti di confronto pubblico e rilettura critica degli equilibri economici globali, anche alla luce del ruolo delle nuove tecnologie. Donne e potere, le donne hanno storicamente avuto un accesso limitato al potere a causa di stereotipi di genere, discriminazioni e barriere sociali. Nonostante i progressi recenti, soprattutto nell’attivismo e nel terzo settore, continuano a incontrare difficoltà nell’accesso e nel mantenimento di ruoli decisionali. Per rafforzare l’empowerment femminile sono fondamentali educazione, mentorship e politiche di reale parità di genere. Il festival intende creare uno spazio di confronto coinvolgendo giovani donne afrodiscendenti in Europa e in Africa, che affrontano ostacoli aggiuntivi legati a dinamiche culturali, storiche e sociali, per valorizzarne le competenze e favorire l’accesso a opportunità professionali e istituzionali. Protagonisti nell’arte e nello sport, i giovani artisti e atleti afrodiscendenti svolgono un ruolo fondamentale come modelli positivi, capaci di ispirare le nuove generazioni e promuovere diversità e inclusione. Il festival valorizza la loro espressione creativa e sportiva in Italia e in Europa, dando spazio a linguaggi artistici e discipline diverse e alle loro testimonianze. L’arte africana, ricca di simbolismo, spiritualità e valore comunitario, ha avuto un forte impatto sulla cultura globale e merita maggiore riconoscimento. Nonostante le difficoltà legate a discriminazioni e mancanza di opportunità, il successo di questi protagonisti rafforza l’orgoglio e l’identità afrodiscendente. Anche quest’anno, il BHMT verrà proposto per l’intero mese di febbraio. L’edizione del 2026, proprio come le precedenti, sarà realizzata in collaborazione con una serie di enti e istituzioni torinesi e piemontesi. Inoltre, la rassegna è il risultato di un lavoro collettivo che vede il coinvolgimento diretto e attivo di numerose associazioni e fondazioni del territorio.  L’obiettivo è creare nuove connessioni con cittadinə, scuole e artistə. BHMTO aspira a coinvolgere la città in un evento rilevante non solo per celebrare la sua multiculturalità distintiva, ma anche come stimolo per promuovere e consolidare politiche dedicate alle minoranze etniche, alle comunità diasporiche, ai giovani afrodiscendenti e alle scuole, che rappresentano il principale ambito di intervento in questo contesto multiculturale.  Redazione Torino
USA: L’ICE UCCIDE RENEE NICOLE GOOD A MINNEAPOLIS. “SAY HER NAME”, DIVERSE PROTESTE NEL PAESE
Renee Nicole Good, 37 anni, è stata uccisa ieri, 7 gennaio 2026, durante un’operazione di rastrellamento condotta da agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE), l’agenzia anti-immigrazione, a Minneapolis, a pochi isolati dal luogo in cui il 25 maggio 2020 venne ucciso George Floyd. Il Dipartimento della Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti ha dichiarato in un comunicato che alcuni rivoltosi avrebbero iniziato a ostacolare gli agenti dell’ICE e che una donna avrebbe utilizzato il proprio veicolo come arma, tentando di investirli. Questa versione è stata sostenuta anche da Trump, mentre il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, ha smentito duramente tali ricostruzioni, affermando che fossero false, posizione poi rafforzata dal video diffuso. Durante una conferenza stampa, lo stesso sindaco si è rivolto agli agenti dell’ICE invitandoli ad andarsene, dicendo testualmente: “Get the f** out of here.” Poche ore dopo la morte di Renee Nicole Good a Minneapolis, e in altre metropoli americane, migliaia di persone sono scese in strada per protestare contro la violenza indiscriminata dell’ICE. A New York, i dimostranti hanno riempito Foley Square per poi marciare fino al 26 di Federal Plaza, la sede centrale del Dipartimento della Sicurezza Interna. A Detroit si sono radunati davanti all’edificio dell’Ice in Michigan Avenue, nel centro della città. La protesta è stata organizzata dal Comitato d’Azione Comunitaria di Detroit che denuncia “l’abuso di potere“. Proteste anche a San Francisco, Seattle e Boston. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto, Martino Mazzonis, giornalista e americanista. Ascolta o scarica.
IMMIGRAZIONE: IL CONSIGLIO DELL’UE APPROVA L’ENNESIMA SVOLTA REPRESSIVA
Il Consiglio dell’Unione europea, nella sessione che riunisce i ministri dell’interno, ha approvato proposte di modifica  liberticide e illiberali al regolamento sul trattamento delle persone che giungono in Europa. Si tratta di modifiche che potrebbero portare a rifiuti automatici delle domande di protezione internazionale e sono in palese contrasto con la Convenzione di Ginevra.  Queste modifiche, che hanno visto l’opposizione di Francia, Spagna, Portogallo e Grecia, arrivano con il sostegno del Partito popolare e non ci si aspettano grandi cambiamenti nel prossimo passaggio per l’approvazione finale, ovvero il voto nel Parlamento Europeo, dove avranno sicuramente il sostegno dei partiti di estrema destra.  Con Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio italiano di solidarietà-Ufficio rifugiati onlus di Trieste, abbiamo approfondito ai microfoni di Radio Onda d’Urto soprattutto due aspetti. La nozione di Paese d’origine sicuro, con la creazione di una lista composta da Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia. In questo caso la modifica serve a creare una sorta di rifiuto quasi automatico per le domande di asilo provenienti da questi paesi. Sebbene ogni domanda debba comunque essere esaminata, l’inserimento in lista comporta l’applicazione della procedura accelerata di frontiera, che riduce notevolmente le garanzie di esame . “Soprattutto si verifica un’inversione dell’onere della prova“, sottolinea Schiavone: “è il richiedente a dover dimostrare le ragioni per cui, nonostante il paese sia ritenuto sicuro in generale, non lo è nel suo caso specifico”. Il governo italiano ha insistito molto a mettere in questa lista paesi da dove c’è una forte immigrazione, ma dove le garanzie del rispetto dei diritti democratici sono lontanissime dall’essere soddisfatte. Secondo Schiavone comunque “qualunque giudice che esamini la conformità della qualificazione data al paese non potrà che rimettere la questione alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, sollevando l’evidente contraddizione” del fatto che un paese non diventa sicuro solo perché viene inserito in una lista. La modifica più “sorprendente” e, per Schiavone, “incredibile” riguarda l’ampliamento della nozione di Paese Terzo Sicuro. Un concetto che fino ad oggi era applicabile “solo in via residuale, per pochissimi casi” solo se il richiedente asilo avesse “legami significativi” con tale paese (come proprietà o familiari), che rendessero ragionevole il suo ritorno. Invece ora con questa modifica un paese diventa “sicuro” anche se una persona richiedente asilo vi ha semplicemente transitato prima di arrivare nell’UE. “Questo è visto come una limitazione geografica mascherata, esplicitamente proibita dalla Convenzione di Ginevra del 1951 e dal Protocollo di New York del 1964”, ricorda Schiavone. A questo si aggiunge la possibilità di riconoscere come paese terzo sicuro anche paesi con cui l’Unione Europea stringesse accordi per inviarvi i richiedenti asilo, anche se questi non vi hanno mai transitato . Questa seconda ipotesi, estremamente grave, “richiama immediatamente alla mente la vicenda fallita dell’accordo Gran Bretagna-Ruanda, che fu dichiarato illegale”. Ascolta l’intervista completa con Gianfranco Schiavone, Consorzio italiano di solidarietà-Ufficio rifugiati onlus di Trieste. Ascolta o scarica
Dinknesh, una storia etiope
Ieri mi è arrivato un pacchetto a casa: conteneva “Dinknesh, una storia etiope”, un libro scritto da Carlo Presciuttini, un carissimo amico che per le nostre storie personali considero come un fratello maggiore. Carlo infatti ha 70 anni ed è nato nel 1955, esattamente 10 anni più di me e come me ha fatto il servizio civile e l’insegnante. Certo quando lui fece obiezione di coscienza al servizio militare non erano molti a fare questa scelta. Bisognava sottoporsi al giudizio di una commissione esaminatrice, che aveva il compito di verificare l’autenticità della propria dichiarazione di contrarietà all’uso individuale e collettivo delle armi, ovviamente partendo dal presupposto che essere invece favorevoli all’uso delle armi sia la normalità che non ha bisogno di essere indagata e sottoposta a giudizio.  Inoltre, con una forma punitiva abrogata molti anni più tardi dalla Corte Costituzionale, vi era l’obbligo di prestare un Servizio Civile alternativo a quello militare di 20 mesi invece di 12. Carlo svolse quindi il suo servizio civile a Roma, tra la fine del 1977 e la metà del 1979, con il Movimento Internazionale per la Riconciliazione e aderì alla Lega Obiettori di Coscienza.  Si occupò in particolare della produzione e del commercio delle armi, che già allora l’Italia forniva con disinvoltura a feroci dittature e a Paesi in guerra, talvolta, con una buona dose di cinismo, addirittura ad entrambe le parti contrapposte (all’Iran e all’Iraq giusto per fare un esempio).  Carlo si occupava soprattutto allo studio di progetti di fattibilità finalizzati alla riconversione della produzione industriale, dal settore bellico a quello civile, collaborando con la Federazione Lavoratori Metalmeccanici, potente organizzazione sindacale che allora univa gli operai e gli impiegati metallurgici di Cgil, Cisl e Uil. Il principale interlocutore era il sindacalista Alberto Tridente, che in seguito sarebbe diventato europarlamentare per Democrazia Proletaria, partito della nuova sinistra rosso-verde affine alle opinioni politiche di Carlo e alle mie. Tra la fine del 1979 fino al termine del 1980, Carlo venne assunto come responsabile del Centro di Formazione di Trappeto da Danilo Dolci, uno dei maestri del pensiero nonviolento, che fondò e fu per molti anni responsabile del Centro Studi e Iniziative di Partinico; le due località si trovano a pochi chilometri di distanza in provincia di Palermo. I principali interlocutori di Carlo furono la Chiesa Valdese, le scuole elementari e medie del territorio e le realtà politiche e sindacali più sensibili ai temi del disarmo e della difesa dell’ambiente. Carlo seguì inoltre con interesse l’avviarsi dell’esperienza della scuola comunitaria di Mirto, fortemente voluta da Danilo Dolci. Rientrato a Roma fu tra i promotori di Archivio Disarmo, esperienza nata nel 1982 su sollecitazione del senatore Anderlini della Sinistra indipendente (composta da intellettuali eletti come indipendenti nelle liste del Partito Comunista Italiano). I primi anni Ottanta del secolo scorso (nonostante il crescente riflusso politico successivo al lungo Sessantotto italiano, che percorre tutti gli anni Settanta, fino alla sconfitta degli operai della Fiat di Torino del 1980) furono gli anni di un vasto movimento pacifista italiano ed europeo contro l’istallazione dei missili dotati di testate nucleari Pershing e Cruise da parte della Nato e SS20 da parte dell’Unione Sovietica. Il dispiegamento degli euromissili, in un periodo di forte tensione tra la Nato ed il Patto di Varsavia, aumentava esponenzialmente i rischi di una guerra atomica combattuta sul teatro europeo. Soltanto l’avvento di Michail Gorbaciov come Segretario Generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica portò a una politica di distensione e di disarmo, purtroppo abbandonata in questi ultimi anni, riesumando toni bellicisti finalizzati a far accettare le politiche di riarmo europeo a scapito della difesa delle conquiste dello stato sociale. Nel 1983 anche Carlo partecipò alle lotte per tentare di fermare la conversione dell’Aeroporto “Magliocco” di Comiso in una base militare statunitense dove posizionare i missili Cruise, che peraltro erano montati su veicoli in grado di disperderli nel territorio siciliano, come infatti accadeva durante le esercitazioni. In questa occasione tuttavia possiamo  registrare un vittoria postuma del movimento pacifista poiché l’Aeroporto di Comiso è ora civile e la base militare statunitense è stata smantellata. A quel tempo io e Carlo non ci conoscevamo, ma in qualche modo le nostre vite si intrecciarono: nel 1982 a Varese, mentre frequentavo l’istituto magistrale, ascoltai Danilo Dolci raccontare la storia delle lotte nonviolente in Sicilia, anch’io partecipai a Comiso al movimento pacifista e feci il Servizio Civile tra il 1984 e il 1985 per Pax Christi a Napoli, nel quartiere popolare Ina Casa di Secondigliano.  Infine collaborai a Roma con il Centro Interconfessionale per la Pace, diretto allora da Padre Gianni Novelli, che negli anni Settanta era stato giornalista della rivista COM/Nuovi Tempi (edita dalle Comunità Cristiane di Base e dai Valdesi). Successivamente, nel 1984, Carlo vinse il concorso come insegnante di Italiano, Storia, Geografia ed Educazione Civica di Scuola Media, diventò quindi Preside nel 1993 e, dopo un incarico presso il Ministero degli Affari Esteri alla Farnesina, andò a lavorare, a partire dal 2002, ad Addis Abeba, capitale dell’Etiopia come Direttore della Scuola Italiana. La Scuola Italiana di Addis Abeba è tuttora una delle numerose istituzioni scolastiche statali che operano all’estero per i dipendenti delle ambasciate e per i figli degli italiani che vogliono mantenere un più stretto contatto con la madrepatria. La Scuola Elementare e la Scuola Media di Addis Abeba avevano tuttavia la caratteristica di essere frequentate da un buon numero di bambine e bambini etiopi. Durante questa sua esperienza Carlo fece il possibile e l’impossibile per favorire l’inserimento di questi alunni etiopi e soprattutto per impedirne l’allontanamento per cause economiche, arrivando a pagare di tasca propria la retta alle famiglie più povere, con le quali strinse rapporti di sincera ed intensa amicizia. A circa 1 km dall'Università statale di Addis Abeba: moschea in costruzione (nel 2015). Sui lati sinistro e destro del corso d'acqua (maleodorante) vi sono abitazioni simili a quella di Shiromeda, dove Dinknesh, la protagonista del racconto e narratrice, ha vissuto per diversi anni. Foto di Carlo Presciuttini Un mercato etiope molto distante da Addis Abeba (2011), Foto Carlo Presciuttini Addis Abeba - Palazzina primo Novecento in legno e muratura nei pressi della scuola statale italiana. In basso: vecchie Lada (Fiat 124 prodotte in Russia) adibite a taxi. Foto Carlo Presciuttini Donne manovali in zona agricola. Foto di Carlo Presciuttini. Addis Abeba, Shiromeda, verso la chiesa, di domenica. Foto di Carlo Presciuttini Rientrato quindi a Roma nel 2010, sempre come Dirigente Scolastico, negli ultimi tre anni del suo lavoro approdò  alla mia scuola di allora, la Lola di Stefano, dell’Istituto Comprensivo Crivelli a Monteverde Nuovo. Io ero stato eletto come RSU della FLC CGIL, condividevamo principi di massima trasparenza ed equità nell’assegnazione del Fondo di Istituto (spesso invece utilizzato con grande disinvoltura a beneficio della ristretta corte di zelanti e fedeli collaboratori di Dirigenti Scolastici autoritari). Soprattutto ricordo l’impegno di Carlo (mio e di alcune altre insegnanti) per favorire l’inserimento nella nostra scuola delle bambine e dei bambini rom di origine rumena e bosniaca del Campo di Via Candoni, peraltro assai distante dalla nostra scuola, come atto di solidarietà nei confronti delle scuole più limitrofe (come quella in cui insegno attualmente al Trullo) che non potevano assumersi da sole questo compito gravoso ma fondamentale. Ricordo una visita che facemmo io e Carlo al campo di via Candoni per incontrare le famiglie di alcuni nostri alunni: non è facile trovare dirigenti scolastici così aperti e disponibili. Dopo essere andato in pensione nel 2016, Carlo è tornato per un anno nella sua amata Etiopia. Da anni divorziato e padre di tre figli ormai grandi (curiosamente due dei suoi quattro figli hanno lo stesso nome di due dei miei quattro figli: Irene e Francesco), si sposò con Alem, una donna etiope, anzi più precisamente tigrina, ma per ragioni di salute della moglie che necessita di cure specialistiche, è rientrato in Italia e vive ora a Terni, con la moglie e la sua quarta figlia Betty (a questo punto, per non farle un torto scrivo che l’altra figlia si chiama Chiara).  Betty frequenta l’Università di Terni, dove ha ritrovato due studentesse etiopi della Scuola Italia, e dove collabora in particolare, come sempre con paziente spirito unitario, con i giovani di Potere al Popolo. Nel suo libro, con grande affetto Carlo mi ringrazia di averlo spinto a scrivere la sua straordinaria storia di educatore, militante nonviolento e dirigente di un’istituzione scolastica della Repubblica Italiana fedele ai valori della Costituzione più che ai desiderata dei vari governi. Una persona estremamente gentile e pacata nei modi, capace di dialogo, ma al tempo stesso di idee radicali. Un uomo sensibile e capace di empatia, di ascolto e di condivisione con le famiglie povere ed emarginate della capitale etiope per aiutarle a dare un futuro alle loro bambine ed ai loro bambini. . Dal fiume al villaggio, portatrici d’acqua, Foto Carlo Presciuttini Il suo libro è sicuramente uno strumento utilissimo per avvicinarsi alla cultura e alla vita quotidiana di un popolo, quello etiope, verso il quale peraltro l’Italia ha un debito storico per gli efferati crimini contro l’umanità commessi durante l’occupazione fascista. Soprattutto ci aiuta a capire perché molte donne e uomini rischiano di essere imprigionate, torturate e violentate e sfidano la morte attraversando il deserto ed il Mar Mediterraneo per sfuggire alla guerra e alla fame, pur restando intimamente legate alla propria terra e alla propria cultura. Buona lettura dunque. Dalla prefazione: Una giovane donna etiope racconta la propria vita e quella della sua famiglia a un amico italiano, dando voce a chi solitamente è costretto al silenzio. Emergono scene di un’infanzia difficile, lotte quotidiane per sopravvivere, speranze riposte nel futuro dei figli. E’ un racconto di precarietà endemica, ma anche di coraggio, solidarietà familiare e dignità. E’ il ritratto di un popolo che resiste e sogna, che non teme di guardarsi in uno specchio ove anche noi, lettori d’Occidente, possiamo osservarci, accorgendoci dell’indifferenza e superficialità che dimostriamo nel giudicare chi vive ai margini senza conoscerne la storia. “Laddove è sofferenza, non voltiamoci dall’altra parte: ciascuno di noi ha momenti difficili da affrontare e necessita del conforto di una persona amica.” Carlo Presciuttini Il libro può essere acquistato contattando ILMIOLIBRO seguendo questo link: > Dinknesh, una storia etiope Etiopia villaggio rurale. Foto di Carlo Presciuttini Capanna Barche di pescatori a Wenchi (2004), Foto ddi Carlo Presciuttini Chiesa Tewahedo (cristiano-ortodossa di rito etiope) a Wenchi. Foto di Carlo Presciuttini Mauro Carlo Zanella
La “Marcia per la pace” a Parigi apre nuovi scenari
La Marcia per la pace a Parigi di questo martedì 11 novembre è stato un appuntamento inedito rispetto agli ultimi tre anni di mobilitazioni per la Palestina e contro la guerra. Una piattaforma politicamente netta – che condanna la NATO, il riarmo europeo, l’invio di armi in Ucraina e il […] L'articolo La “Marcia per la pace” a Parigi apre nuovi scenari su Contropiano.
Aree interne: la presenza straniera contribuisce a contrastare lo spopolamento
Nel gennaio 2025, si stima che nel mondo i migranti internazionali siano 304 milioni, più del doppio rispetto al 1990 (153 milioni). In termini percentuali si è passati dal 2,9% al 3,7% della popolazione mondiale, percentuale che è rimasta invariata negli ultimi anni. Sono aumentati, invece, in maniera molto significativa i profughi e gli sfollati, che alla fine del 2024 hanno raggiunto la cifra record di 123,2 milioni. Uno scenario che si riverbera anche sul contesto italiano. La componente straniera – oltre 5,4 milioni di persone, pari a circa il 9,2% del totale – continua a crescere, sostenendo in maniera decisiva la dinamica demografica complessiva. Il saldo migratorio con l’estero ha compensato sia il saldo naturale negativo sia la riduzione della mobilità interna. “I cittadini stranieri regolarmente residenti in Italia, si legge nel XXXIV Rapporto Caritas-Mighrantes, si concentrano per lo più al Centro-Nord, mentre la presenza di migranti irregolarmente presenti sul territorio si distribuisce in modo disomogeneo, mostrando condizioni abitative spesso precarie e forme di insediamento che variano a seconda del contesto: dai ghetti rurali del Sud Italia agli spazi occupati nelle aree urbane del Centro-Nord”. I principali Paesi di origine dei cittadini stranieri in Italia restano Romania, Marocco, Albania, Ucraina e Cina, ma negli ultimi anni si osserva una crescita significativa di nuovi arrivi dal Perù e soprattutto dal Bangladesh. In appena due anni, i cittadini bangladesi hanno visto rafforzarsi in modo netto la loro presenza, tanto che il Bangladesh figura ormai tra le prime tre nazionalità per nuovi rilasci di permessi di soggiorno in oltre la metà delle province italiane. Nel complesso, i motivi familiari (43,7%) e di lavoro (40,7%) continuano a rappresentare la gran parte dei permessi di soggiorno validi, mentre quelli legati ad asilo, protezione internazionale o speciale si fermano al 7,2%. Questo dato conferma la tendenza a una presenza sempre più stabile, legata non solo all’inserimento lavorativo, ma anche alla costruzione di percorsi familiari duraturi. La dimensione familiare si riflette in un altro aspetto cruciale: la natalità. Pur in un quadro di costante decremento, nel 2024 le nascite complessive si attestano intorno alle 370 mila, e oltre il 21% dei nuovi nati ha almeno un genitore straniero. Si tratta di un indicatore eloquente del contributo strutturale delle famiglie migranti alla rigenerazione della popolazione residente. Allo stesso modo, le oltre 217 mila acquisizioni di cittadinanza registrate nel 2024 rappresentano non solo un traguardo individuale, ma anche una lente privilegiata per leggere le trasformazioni in corso: nelle aree interne, in particolare, la presenza straniera contribuisce a contrastare lo spopolamento e a mantenere vivi servizi, scuole e attività economiche di base. Su questo sfondo, il lavoro si conferma come snodo decisivo. Gli occupati in Italia hanno raggiunto quota 24 milioni, di cui oltre 2,5 milioni stranieri (10,5%). Il tasso di occupazione complessivo è salito al 61,3% (+1 punto rispetto al 2023), ma con forti divari: per i non comunitari scende al 57,6% (-3,3 punti), per i comunitari resta stabile al 62,2%. La disoccupazione, pur calando nel complesso (-14,6%), migliora soprattutto per gli italiani (-16%), meno per i non comunitari (-5,9%), che restano a un tasso del 10,2% contro il 6,1% degli italiani. Anche sul fronte dell’inattività, il quadro è diseguale: se dal 2021 il calo è stato di 2,2 punti, tra il 2023 e il 2024 il dato resta stabile, con un preoccupante +6,1% per i non comunitari. Nel complesso, emerge un mercato del lavoro fortemente segmentato, dove le opportunità non si distribuiscono in modo omogeneo né tra italiani e stranieri, né tra uomini e donne. Parallelamente, cresce il ruolo attivo degli stranieri: nel 2024 sono stati attivati 2.673.696 rapporti di lavoro con cittadini stranieri, pari al 25% del totale (+5,8% rispetto al 2023). La condizione di precarietà sembra, però, coinvolgere l’intero sistema Italia. Se una persona su dieci in Italia vive in condizione di povertà assoluta, ovvero è priva delle risorse fondamentali per condurre una vita dignitosa, l’incidenza della povertà tra i cittadini italiani si attesta al 7,4%, mentre tra gli stranieri raggiunge il 35,1%, coinvolgendo più di una persona su tre. Complessivamente, gli individui di cittadinanza straniera che vivono in povertà assoluta sono 1.727.000, pari al 30,3% dei poveri assoluti presenti in Italia, stimati in circa 5,7 milioni. Di nuovo, tra le criticità che coinvolgono le persone di cittadinanza straniera prevalgono le situazioni di disoccupazione (50,9%) e di “lavoro povero” (24,7%). Per quanto riguarda l’istruzione, nell’anno scolastico 2023/2024 si registra la presenza di 910.984 alunni con cittadinanza non italiana, con un’incidenza pari all’11,5%. Per certi versi, le nuove generazioni dell’immigrazione assomigliano a tutte le nuove generazioni, ma sono più cosmopolite e più “naturalmente” multiculturali, perché abituate a muoversi, a cercare un equilibrio tra mondi diversi. La grande maggioranza dei figli di immigrati è nata e cresciuta in Italia: ragazze e ragazzi italiani di fatto, ma privi di cittadinanza formale. Qui una sintesi del XXXIV Rapporto Immigrazione 2025 di Caritas e Migrante Giovanni Caprio
Nuova destra, vecchio nazionalismo.
Quello che interessa alle forze politiche che organizzano le masse è molto spesso un riconoscimento identitario. Il tentativo, riuscito, di solleticare il narcisismo degli individui che hanno bisogno di rappresentarsi in uno spettacolo che li faccia sentire migliori, aderenti al proprio sè ideale, purtroppo piuttosto distante da quello impersonato durante la settimana lavorativa e nel tempo libero. Da questo orizzonte pre-politico di mobilitazione popolare le destre non hanno nessuna intenzione di uscire, perchè gli interessi che vanno a rappresentare sono soltanto quelli delle élites, e Trump negli USA lo ha mostrato senza dubbio. Il rilancio del nazionalismo sciovinista serve solo a vincere le elezioni e indirizzare i disoccupati verso l'arruolamento militare. Per le forze socialiste, invece, la sfida è proprio quella di canalizzare l'indignazione in protesta, governandola, per arrivare a costruire forme di organizzazione trasformativa su obiettivi condivisi. Continua a leggere→
Gli italiani tra vecchi stereotipi e nuove sensibilità
L’opinione pubblica italiana si muove oscillando tra  vecchi stereotipi che si fa fatica a superare e  nuove sensibilità che, seppur lentamente,  si affermano. A confermare tale tendenza è un recente sondaggio Radar SWG che ha indagato in ordine all’immigrazione, alla percezione dei canoni estetici e ai concorsi di bellezza e alla cucina multietnica. Per la maggioranza degli italiani, per il 57%, l’immigrazione è un fenomeno ineluttabile, quindi la sfida è gestirlo al meglio. Un terzo però degli italiani, che vota soprattutto partiti di centrodestra, ritiene invece che bisogna fermarlo perché crea solo danni. L’elettorato di centrodestra associa al termine immigrato principalmente le persone africane o che arrivano in Italia tramite la tratta del mare. Anche il decreto flussi divide gli italiani e a prevalere, seppur di poco,  sono le opinioni negative. Il Consiglio dei Ministri ha approvato in via preliminare il DPCM relativo ai flussi migratori per il triennio 2026-28, un decreto che prevede l’ingresso in Italia di circa 500mila nuovi immigrati lavoratori per i prossimi 3 anni. E a condividere la misura del Governo  sono più gli elettori delle opposizioni che quelli della maggioranza.  In questa edizione di Radar, cogliendo l’occasione della nuova edizione di Miss Italia, Swg ha scelto anche di approfondire il tema dei canoni di bellezza e della rappresentazione del corpo nella società italiana. I dati mostrano come, da un lato, vi sia una crescente apertura verso modelli più inclusivi e consapevoli, dall’altro persista ancora il peso di stereotipi radicati che condizionano la visione collettiva. “La percezione di una differenza di trattamento tra corpi maschili e femminili, si legge nel report, rimane evidente: gran parte degli italiani riconosce che il corpo della donna sia ancora maggiormente esposto e oggettificato, anche se inizia a emergere la sensazione che il divario si stia gradualmente riducendo. Tuttavia, quando si osservano i criteri con cui vengono raccontati socialmente i corpi, emergono gli antichi stereotipi: alla donna si associa soprattutto la dimensione della seduzione, mentre all’uomo quella della prestanza fisica e del potere. Un dualismo che conferma come i modelli culturali e sociali continuino a seguire schemi ben riconoscibili”. Per quanto riguarda i concorsi di bellezza, l’opinione pubblica si divide in due gruppi simili per dimensione: per il 42% non danno origine a comportamenti di oggettificazione, ma per il 36% rischiano di normalizzare atteggiamenti problematici. Tra i più giovani prevale nettamente quest’ultima percezione, segno di una sensibilità diversa che guarda con occhio critico a certi format tradizionali. Per oltre il 50% degli italiani i canoni di bellezza del corpo si stanno evolvendo, ma con una resistenza degli antichi stereotipi. Per 1 su 5 c’è più consapevolezza e inclusione. La rappresentazione del corpo femminile è ancora centrata su seduzione ed eleganza, mentre quella maschile su prestanza fisica e potere.  La cucina etnica è ormai entrata stabilmente nelle abitudini culinarie degli italiani e conquista soprattutto le nuove generazioni, che la scelgono con frequenza nettamente superiore rispetto agli over 50. Tra le preferenze emergono con forza le grandi cucine asiatiche — cantonese e giapponese — seguite dalla cucina messicana. Quello che un tempo era percepito come “esotico” appare oggi sempre più normalizzato e integrato nella propria routine alimentare, soprattutto tra i più giovani. “La diffusione delle cucine estere, si sottolinea nel report, è percepita in larga parte come un arricchimento culturale e gastronomico: due italiani su tre esprimono un’opinione positiva, riconoscendole il merito di ampliare l’offerta e stimolare curiosità, seppur con la consapevolezza che tale diffusione possa mettere in difficoltà i ristoratori italiani e possa influire negativamente sulla qualità media del settore”. A trainare il fenomeno contribuiscono diversi fattori: la crescente presenza di comunità straniere sul territorio, il peso della globalizzazione e della mobilità internazionale, ma soprattutto l’evoluzione dei gusti e della mentalità delle nuove generazioni, sempre più aperte al confronto interculturale e desiderose di ampliare il proprio repertorio gastronomico. In questo contesto cresce il desiderio di vedere più alternative etniche nelle proprie città: nuove aperture vengono accolte con entusiasmo e voglia di scoperta, pur accompagnate da una quota di timore per la penalizzazione dei locali tradizionali e per possibili nuovi segmenti di clientela che minerebbero la comunità che vive il territorio circostante. Questa ambivalenza segnala un mercato in trasformazione, in cui la curiosità e l’apertura sembrano destinate a prevalere, ridisegnando progressivamente il panorama della ristorazione italiana.  Qui per scaricare l’indagine Radar Swg: https://www.swg.it/pa/attachment/68c920b02ac54/Radar_8%20-%2014%20settembre%202025.pdf.    Giovanni Caprio
USA: SCONTRO TRA GIUDICI FEDERALI E PRESIDENZA, L’ULTIMA PAROLA SPETTERÁ ALLA CORTE SUPREMA. L’INTERVISTA A MARTINO MAZZONIS
Giornata no per Donald Trump: dopo la bocciatura dei dazi dei giorni scorsi, oggi con due voti a favore e uno contrario, una corte d’appello federale della capitale statunitense ha reintegrato Rebecca Slaughter, commissaria della Federal Trade Commission (FTC) nominata da Biden e licenziata dal Tycoon, La Corte ha giudicato illegale il suo licenziamento, ma la Casa Bianca ha già dichiarato che presenterà ricorso alla Corte Suprema. Tuttavia, nell’ordinanza della Corte d’appello, si legge che “è improbabile che il governo vinca in appello perché qualsiasi sentenza a suo favore da parte di questa Corte dovrebbe sfidare i precedenti vincolanti, pertinenti e ripetutamente preservati della Corte Suprema” E non solo. Una Corte d’appello federale ha inoltre stabilito che l’uso del contestato Alien Enemies Act – il decreto voluto da Trump per deportare più rapidamente presunti membri di gang venezuelane – è illegale e ne ha bloccato l’uso in diversi stati del sud degli Stati Uniti. Secondo il giudice, Trump non può utilizzare una legge di guerra del 1798, invocata per la prima volta a marzo, per portare avanti il proprio piano di espulsioni in Texas, Louisiana e Mississippi. Infine l’ambasciatore americano Matthew Whitaker presso la NATO, ha bocciato la contabilità creativa degli stati dell’Unione Europea e anche l’Italia: il ponte sullo stretto di Messina non potrà essere pagato con i fondi NATO, ha detto l’ambasciatore. Su questi temi abbiamo intervistato il giornalista e americanista Martino Mazzonis. Ascolta o scarica