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Governare le migrazioni producendo irregolarità – di Antonio Ciniero
La notizia degli arresti eseguiti all’alba del 18 maggio - dodici persone accusate di tratta, caporalato e sfruttamento lavorativo ai danni di braccianti indiani - non rappresenta purtroppo un’eccezione. È, piuttosto, l’ennesima manifestazione di un sistema che continua a produrre vulnerabilità, ricattabilità e sfruttamento come effetti strutturali del modo in cui in Italia viene [...]
May 26, 2026
Effimera
DL “SICUREZZA”: TILT ISTITUZIONALE E MAGGIORANZA IN CONFUSIONE SUL PROVVEDIMENTO ULTRALIBERTICIDA
Governo e maggioranza, bacchettati persino dal Quirinale, corrono affannati per convertire in legge l’ultimo e cosiddetto “dl sicurezza”, voluto in pompa magna a febbraio 2026, pochi giorni dopo la manifestazione di 50mila persone contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna di Torino. Dentro il testo c’è un pacchetto molto ampio di misure in materia di sicurezza pubblica, immigrazione, cortei, ordine pubblico e tutele e poteri per le forze di polizia. Ne abbiamo parlato su Radio Onda d’Urto Federica Resta, ricercatrice in diritto penale e avvocata; Leonardo Fiorentini, segretario di Forum Droghe e Nicoletta Dosio, storica compagna del movimento No Tav in Val di Susa Partiamo dal tema delle ultime ore, l’emendamento della maggioranza che introduce un compenso, dello stato, per il legale che offre consulenza e informazioni a chi presenta domanda di rimpatrio volontario, anzichè difenderne i diritti, a partire da quello di rimanere dove vive, cioè in Italia. La mancetta è di circa 600 euro, ma solo per ognuno degli assistiti effettivamente rimpatriati. Il Consiglio nazionale forense ha chiesto al Parlamento di eliminare ogni riferimento al proprio coinvolgimento, mai avvenuto secondo l’organo di rappresentanza degli avvocati. Federica Resta, ricercatrice in diritto penale e avvocata. Ascolta o scarica Sempre nel nuovo pacchetto sicurezza c’è il capitolo che riguarda le sostanze. Forum Droghe esprime una netta condanna l’approvazione dell’emendamento presentato dal senatore Lisei alla legge di conversione del decreto sicurezza, che introduce una nuova stretta repressiva mascherato da intervento tecnico. Si tratta di un ulteriore e grave peggioramento della legislazione sulle droghe, che va nella direzione opposta rispetto a quanto sarebbe necessario: ridurre il ricorso al carcere, limitare la repressione penale, contrastare il sovraffollamento e riportare razionalità e proporzionalità in un sistema sanzionatorio da anni segnato da automatismi ideologici e da effetti socialmente devastanti. “Siamo di fronte all’ennesimo irrigidimento repressivo”, dichiara a Radio Onda d’Urto Leonardo Fiorentini, segretario di Forum Droghe. Ascolta o scarica C’è poi il capitolo più corposo, quello espliticamente pensato contro le manifestazioni, il conflitto e il dissenso. Nel testo viene dettagliato il “divieto di partecipazione a riunioni o ad assembramenti in luogo pubblico, con la sentenza di condanna per uno dei reati” indicati, una ventina. Viene anche introdotta l’ipotesi di arresto in flagranza differita. Sanzione amministrativa da un minimo di 413 euro a un massimo di 10mila euro per i promotori di manifestazioni che non ne danno avviso, almeno tre giorni prima, al questore.  Il commento ai nostri microfoni di Nicoletta Dosio storica del movimento No Tav in Val di Susa. Ascolta o scarica In chiusura c’è anche il capitolo che amplia a dismisura i poteri investigativi della polizia penitenziaria per reati commessi in carcere. Agenti di polizia penitenziaria potranno entrare in carcere con un’identità falsa, mescolarsi tra i detenuti e raccogliere informazioni sui reati compiuti dentro le mura.Non solo: gli agenti possono anche istigare i reati stessi. In pratica i poliziotti, fingendosi detenuti, potranno comprare o vendere droga, cellulari o far girare soldi sporchi perché saranno “finalizzate all’acquisizione di prove”. Con un’aggiunta su cui giuristi e difensori penalisti hanno espresso importanti dubbi: uno scudo penale che mette gli agenti al riparo da conseguenze giudiziarie per gli atti compiuti durante l’operazione sotto copertura.
April 21, 2026
Radio Onda d`Urto
IMMIGRAZIONE: CON IL NUOVO DDL E IL BLOCCO NAVALE SI VA VERSO UNA NUOVA STRETTA AI DIRITTI DEI MIGRANTI
Bollinato dalla Ragioneria generale dello Stato venerdì 10 aprile il disegno di legge in materia di immigrazione che include la delega per l’attuazione del Patto Ue su migrazione e asilo, varato dal Consiglio dei ministri l’11 febbraio. Con un valore di 40 milioni di euro, ora l’iter procederà verso il Senato. Il ddl prevede, fra l’altro, che i migranti trattenuti nei Cpr – i lager di Stato – possano usare telefoni ma solo senza fotocamera, per evitare che documentino gli abusi. Sparisce invece il divieto di accesso dei parlamentari nei Cpr. Non solo: il ddl stringe ancora di più le maglie del testo unico sull’immigrazione e introduce il blocco navale, contro le Ong che salvano migranti in mare. “È necessario che tutti i movimenti sociali, associazioni, si prendano in carico la lotta contro questa ipotesi di legge” dichiara Beppe Caccia, uno dei fondatori di Mediterranea Saving Humans ai microfoni di Radio Onda d’Urto. “Abbiamo imparato in questi anni che quando vengono tolti i diritti ai migranti, ai richiedenti asilo, ai rifugiati, alle persone che già sono più deboli… questo crea la premessa a un attacco che poi si estende a tutti e tutte”. Ascolta l’intervista a Beppe Caccia ai microfoni di Radio Onda d’Urto Ascolta o scarica
April 11, 2026
Radio Onda d`Urto
CPR VIA CORELLI: INVIATA UNA DIFFIDA AL SINDACO SALA. “AGISCA PER FARLO CHIUDERE”
Bollinato il disegno di legge immigrazione dalla Ragioneria generale dello Stato, include la delega per l’attuazione del Patto Ue su migrazione e asilo, varato dal Consiglio dei ministri l’11 febbraio. Il ddl introduce il blocco navale e interviene sul testo unico sull’immigrazione prevedendo, fra l’altro, che gli stranieri trattenuti nei Cpr possano usare solo telefoni senza fotocamera, in modo da non avere prove degli abusi quotidiani che avvengono in queste strutture. Resta però la possibilità di membri del governo e parlamentari di poter accedere nei CPR e proprio oggi a Milano c’è stata la visita dell’europarlamentare Cecilia Strada, PD, insieme a consiglieri regionali Onorio Rosati (Avs), Luca Paladini (Patto Civico), Paolo Romano (Pd), e Rahel Sereke, consigliera del Municipio 3. Al termine della visita hanno inviato una diffida al Sindaco di Milano, Beppe Sala, per agire con il ministero dell’interno e far chiudere questo centro. All’interno del centro hanno scoperto, tra le altre cose, che c’è in corso uno sciopero della fame da dieci giorni, ma non viene nemmeno segnato nel registro, come non vengono segnati gli atti di autolesionismo. “Dalla sua riapertura, al CPR di Milano – come del resto in tutti gli altri centri per il rimpatrio – vengono irrimediabilmente violati i diritti fondamentali delle persone trattenute, tra cui il diritto alla salute, alla difesa, all’informazione, alla comunicazione e a condizioni di vita dignitose. Criticità strutturali e violenze reiterate, episodi ricorrenti di tensione, proteste, atti di autolesionismo e tentativi di suicidio sono di casa dentro le gabbie del CPR” si legge nella lettera firmata. “Le evidenze emerse nel tempo – dalle risultanze del Comitato europeo per la prevenzione della tortura, alle vicende giudiziarie che hanno coinvolto la gestione del centro, fino ai ripetuti allarmi lanciati da associazioni, avvocati, garanti e società civile – delineano un quadro incompatibile con i principi fondamentali che dovrebbero orientare l’azione delle istituzioni democratiche, la tutela dei diritti umani e i principi fondamentali della Costituzione”. L’europarlamentare Pd Cecilia Strada ai nostri microfoni.Ascolta o scarica  
April 10, 2026
Radio Onda d`Urto
Prigioni per i richiedenti asilo. Nuovi hotspot in tutto il paese
Il governo per applicare la riforma europea del diritto di asilo vuole rendere “zona di frontiera” praticamente tutta la costa della penisola e della Sicilia. Questo si tradurrà in centri hotspot e privazione di libertà per i richiedenti asilo in tutto il paese, a cominciare dalle città dove sono arrivate negli ultimi anni le navi delle Ong che svolgono attività di ricerca e soccorso nel Mediterraneo, nel quadro della politica dei porti lontani condotta dal governo. Il nuovo Patto Europeo sulla migrazione e l’asilo prevede il “trattenimento” in frontiera, già in parte previsto dal decreto Salvini del 2018, implementando una nuova e ulteriore forma di detenzione per chi è in attesa di risposta per la propria domanda di asilo. Ne abbiamo parlato con Raffaele Viezzi, attivista No Cpr di Trieste Ascolta la diretta:
March 25, 2026
Radio Blackout - Info
Le imprese degli immigrati sfidano la crisi e riscrivono i luoghi comuni
Secondo il Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2025 del Centro Studi e Ricerche IDOS in collaborazione con CNA, in meno di quindici anni le aziende condotte da persone straniere sono cresciute di quasi il 50%, diventando un pilastro strutturale dell’economia italiana. Crescono quando le altre calano, resistono alle crisi, si strutturano, si diversificano e cominciano a trainare filiere produttive. Le imprese guidate da immigrati in Italia non sono più un fenomeno marginale o di passaggio: sono, secondo i numeri, uno dei motori silenziosi dell’economia italiana. È quanto emerge dal Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2025, presentato a Roma presso la sala “Esperienza Europa-David Sassoli” e realizzato dal Centro Studi e Ricerche IDOS in collaborazione con CNA – Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa. Una ricerca basata sui dati del Registro delle Imprese, condotta ininterrottamente dal 2014, che quest’anno porta con sé una lettura statistica della realtà: non solo i numeri crescono, ma lo fanno smentendo quasi tutti i pregiudizi consolidati sul fenomeno. QUASI 667MILA IMPRESE: UNA CRESCITA “ANTICICLICA” I dati parlano chiaro. Tra il 2011 e il 2024, mentre le imprese italiane “autoctone” perdevano il 7,9% delle unità, quelle condotte da persone straniere aumentavano del 46,9%, passando da 454.029 a 666.767. Una traiettoria ascendente che non si è interrotta neppure di fronte agli strascichi della crisi del 2008, alla pandemia o alle tensioni energetiche innescate dai conflitti internazionali. Il Rapporto definisce questo fenomeno con un’espressione precisa: “dinamismo anticiclico”. Alla fine del 2024, le imprese immigrate rappresentano l’11,3% di tutte le attività indipendenti del Paese, contro il 7,4% del 2011. E, secondo i ricercatori, il potenziale è ancora largamente inespresso. «L’imprenditoria immigrata non è solo parte integrante del tessuto produttivo italiano», scrivono IDOS e CNA, «ma un vettore che ne sostiene significativamente la crescita, anche grazie al sempre più spiccato protagonismo delle donne. Una realtà tutt’altro che marginale o congiunturale, capace di resistere ai mutamenti di contesto e di contribuire in modo strategico allo sviluppo economico del Sistema Paese». Uno degli stereotipi più duri a morire è quello dell’impresa immigrata come realtà fragile e provvisoria. I dati lo ridimensionano. È vero che le ditte individuali restano la forma prevalente (72,4%), ma la composizione interna sta cambiando velocemente. Le società di capitale, cresciute del 223,2% tra il 2011 e il 2024, coprono oggi il 21,1% del tessuto imprenditoriale immigrato, a fronte del 9,6% di tredici anni fa. Il Rapporto parla di una «incisiva transizione verso forme societarie più strutturate», accelerata soprattutto nel periodo post-pandemico. Anche la durata delle imprese racconta una storia diversa da quella del passato: più di un terzo di quelle esistenti (37%) ha alle spalle oltre dieci anni di attività, a testimonianza di «esperienze imprenditoriali consolidate e integrate nel mercato territoriale». Forse il dato più sorprendente riguarda il ruolo nelle filiere produttive locali. Tra il 2019 e il 2022, il 18% delle 136mila aziende manifatturiere italiane analizzate da un database di Intesa Sanpaolo ha acquistato beni e/o servizi da imprese immigrate, per un valore complessivo superiore a 3 miliardi di euro. Una quota che il Rapporto definisce «ancora relativamente contenuta, ma dalla valenza strutturale». Significativo anche il profilo dei fornitori: rispetto alle aziende autoctone, quelle immigrate offrono meno servizi di base e più servizi avanzati. Il 12% è addirittura identificato come «strategico» per le imprese che si riforniscono da loro. LE DONNE IMMIGRATE: LA VERA SORPRESA Nel Rapporto emerge una tendenza che spicca come interessante novità: quella delle donne. Tra il 2011 e il 2024 le imprese guidate da immigrate sono aumentate del 56,2%, un ritmo ben superiore a quello già notevole registrato dall’insieme dell’imprenditoria straniera. Sono oggi 164.509, un quarto (24,7%) di tutte le iniziative imprenditoriali degli immigrati in Italia, e rappresentano il 12,6% dell’intera imprenditoria femminile nazionale, un’incidenza quasi doppia rispetto al 7,3% del 2011. Un protagonismo che si fa ancora più significativo se si considera il contesto: le donne immigrate restano tra i segmenti più penalizzati del mercato del lavoro, largamente concentrate nel lavoro domestico e di cura, con scarse possibilità di mobilità professionale nonostante spesso dispongano di competenze elevate. L’imprenditoria rappresenta per molte di loro una via di emancipazione e autopromozione che il mercato del lavoro dipendente difficilmente offre. I settori di inserimento più frequenti restano il commercio e la ristorazione, ma negli ultimi cinque anni a crescere più rapidamente sono stati comparti fino a poco fa quasi inesplorati: le attività immobiliari (+33,3%), quelle finanziarie e assicurative (+24,7%), le professioni scientifiche e tecniche (+24,2%), i servizi alla persona (+27,2%). Nell’insieme, quasi 10.000 imprese femminili immigrate operano oggi in questi settori specialistici, a conferma di una capacità crescente di cogliere opportunità nuove e di costruire percorsi imprenditoriali sempre meno prevedibili. IL TRAMONTO DELLE “SPECIALIZZAZIONI ETNICHE” Per anni si è parlato di comunità di immigrati inchiodate a specifici settori: le persone di origine marocchina nel commercio, rumena nell’edilizia, cinese nella ristorazione e nel manifatturiero e così via. Il Rapporto registra una «lenta ma graduale attenuazione» di queste concentrazioni. Le specializzazioni non sono scomparse – albanesi e romeni restano fortemente presenti nell’edilizia, bengalesi e marocchini nel commercio – ma i margini si stanno erodendo, sotto la spinta del mercato e dell’emergere di nuovi profili imprenditoriali. Nel frattempo, dopo la pandemia, stanno crescendo in modo rilevante settori inaspettati: i servizi immobiliari (+32,6% dalla fine del 2020), quelli finanziari e assicurativi (+25,4%), le attività scientifiche e tecniche (+18,8%). E il commercio, un tempo dominante, registra una flessione del 6,6%. In controtendenza, il comparto alberghiero e della ristorazione segna un +93,6% dal 2011. Nonostante i risultati, il Rapporto segnala margini di crescita significativi. Il tasso di lavoratori indipendenti sul totale degli occupati delle persone straniere è ancora al 12,9%, contro il 20,9% dei nati in Italia. E solo il 27% degli autonomi immigrati impiega lavoratori dipendenti, un dato vicino alla media europea (28,6%) ma lontano dal 33,9% dei nativi. «È fondamentale valorizzare questo dinamismo attraverso politiche mirate», concludono IDOS e CNA, «che sostengano la crescita professionale, il consolidamento strutturale e l’accesso agli incentivi». Leggi la sintesi del Rapporto