SULLA COSTRUZIONE DI UN CPR A CASTEL VOLTURNO. INTERVENTO DI SERGIO SERRAINO RESPONSABILE PROGETTI EMERGENCY IN CAMPANIAIn questi giorni la questione dei CPR è stata al centro del dibattito politico
campano perchè è stato pubblicato un bando per la costruzione di una di queste
strutture a Castel Volturno. Sergio Serraino, responsabile dei progetti di
Emergency in Campania, ha inviato alla redazione di Radio Onda d’Urto una
riflessione sul tema. Serraino, nel 2002, quando era attivista del Coordinamento
per la pace di Trapani, ha pubblicato un libro dal titolo “Storie da un lager.
Un libro bianco sul Cpt Serraino-Vulpitta di Trapani”.
Su Radio Onda d’Urto abbiamo intervistato Sergio Serraino, responsabile dei
progetti di Emergency Campania. Ascolta o scarica
Di seguito l’introduzione al dossier curato da Sergio Serraino:
In questo nuovo dossier vi raccontiamo gli ultimi nove mesi del Vulpitta, dalla
riapertura nel febbraio 2003 alla nuova chiusura in novembre per l’ennesima
ristrutturazione.
Questi mesi sono trascorsi seguendo i ritmi di sempre: gli arrivi, i rimpatri,
le rivolte, i tentativi di fuga, gli episodi di autolesionismo.
Come un tragico rituale che si ripete sempre uguale.
Vi raccontiamo di altri uomini, non la storia delle loro vite, perché la ‘vita’
è propria degli uomini liberi, ma frammenti della loro esistenza, legati alla
condizione di clandestini trattenuti in un centro di permanenza temporanea.
Non abbiamo voluto ‘imbellettare’ nessun aspetto, nessun particolare per rendere
questi uomini più idonei al ruolo di vittime, più degni di compassione.
Abbiamo usato un linguaggio scarno, a volte monotono.
Abbiamo parlato di violenze, le violenze commesse nei loro confronti, commesse
da loro verso gli altri e verso sé stessi, perché per noi l’orrore di un centro
di permanenza temporanea sta tutto nelle storie di quelli che abbiamo
incontrato.
Ragazzi giovanissimi, come Kaled per esempio, che la prima volta che li vedi
sono allegri, sempre un po’ spacconi, ti dicono che loro al paese non ci
tornano, magari sposano un’italiana per avere il permesso di soggiorno, poi li
rivedi la volta dopo e ti accorgi di quanto la paura e la ‘terapia’ li abbiano
già segnati profondamente e per sempre.
L’orrore sta nelle parole di quelli che si tagliano per sfogare la rabbia,
perché ti verrebbe voglia di spaccare tutto ma poi ci stanno le manganellate e
il carcere, quindi meglio tagliarsi, anche solo per fare passare il tempo, che
là dentro non passa mai.
Questo dossier è dedicato a Dino Frisullo, perché ogni volta che abbiamo pensato
che fosse tutto inutile, che le denunce non sarebbero servite a cambiare le
cose, ogni volta che ci siamo creduti troppo fragili per affrontare il dolore e
la disperazione di altri uomini e ci è venuta voglia di tirarcene fuori, abbiamo
ricordato quelle parole che concludono il suo racconto sul rogo del Vulpitta:
‘Ho conosciuto molti Ahmet nella mia vita. Spero di ritrovarne qualcuno vivo
prima o poi, e di poterlo salutare senza vergognarmi, di me e di noi, come ora
mi vergogno’ (da ‘IL GIURAMENTO’).
Anche noi vorremmo un giorno poterci vergognare un po’ meno di oggi”.
Credo che tanti attivisti si riconosceranno in queste parole, scritte nel
lontano 2003, come io ieri all’incontro di Napoli mi sono rivisto in alcune
delle parole di Francesca Viviani , che mi hanno fatto ripensare a come si
concludeva invece l’introduzione al primo libro bianco, scritta un anno prima,
che riporto per intero.
“La storia del Vulpitta non è solo la cronaca degli eventi drammatici che lì si
sono verificati, l’elenco dei provvedimenti giudiziari che lo hanno riguardato o
i resoconti delle udienze del processo.
Il Vulpitta va raccontato anche attraverso le storie dei suoi “ospiti”, di chi
ha vissuto in quelle stanze, di chi è stato inghiottito dal buco nero del
rimpatrio, di chi è ritornato dopo quei trenta interminabili giorni alla sua
eterna condizione di clandestino; va raccontato attraverso le storie di quelli
che contano i giorni e le ore sperando di farcela ad uscire con il foglio di
via, di quelli che vogliono tornare a casa, di quelli appena sbarcati e di
quelli che in Italia vivono ormai da anni, di quelli che fanno i duri e di
quelli che passano le notti senza dormire perché hanno paura.
Abbiamo tentato di raccontare queste storie restandone fuori, non ci siamo
riusciti, così il
Vulpitta lo raccontiamo attraverso le nostre emozioni, attraverso la nostra
rabbia soprattutto.
Abbiamo scelto di raccontare non solo le storie ‘facili’, ma anche quelle di
coloro che non ci sono piaciuti, perché il Vulpitta è il luogo di tante
contraddizioni, dove la violenza che ne è elemento assolutamente naturale,
coesiste con manifestazioni di grande solidarietà.
Vi proponiamo queste storie perché di quelli che sono passati al Vulpitta
rimanga qualche traccia che non sia solo un decreto di espulsione, qualcosa che
li racconti come uomini e donne, non solo come ‘clandestini’.
Lo facciamo anche nel tentativo di recuperare un pò di dignità, non per coloro
che stanno
‘dentro’ ma per quelli che stanno ‘fuori’.
Un po’ di quella dignità persa quando una legge, di un governo di
centro-sinistra, istituì in Italia i ‘centri di permanenza ed assistenza per
extracomunitari’, dove vengono segregate persone anche se non hanno commesso
reati.
Quando un ministro, pure lui di centro-sinistra, dichiarò dopo il rogo al
Vulpitta, quando vi erano già tre morti e altri tre ragazzi stavano morendo in
ospedale, che non si trattava certo di carceri ma neanche di alberghi.
Quella dignità che continuiamo a perdere quando qualcuno invoca i CPT come una
occasione di lavoro per i disoccupati del sud.
Fra qualche anno probabilmente un ministro di un qualunque governo chiederà
scusa per tutto questo. Intanto oggi il Vulpitta rimane lì con il suo
intollerabile carico di morti , di dolore e disperazione, a patetica
testimonianza del fallimento della lotta dei governi italiani alla immigrazione
clandestina; lugubre simbolo, con i suoi enormi costi di gestione e le sue
costosissime ristrutturazioni, dell’ennesima vergogna di stato.
Le storie che vi raccontiamo vogliamo dedicarle a coloro che abbiamo conosciuto
ma anche a quelli che non abbiamo mai incontrato: a Mourad sperando che in
qualche modo sia riuscito a farcela; a Samir che era troppo diverso anche per un
posto come il Vulpitta; a Kamel che abbiamo visto, e non riusciremo mai a
dimenticare, appeso alle sbarre di un cancello con un lenzuolo stretto intorno
al collo; e a quella donna, a quel ragazzo di vent’anni, a quell’uomo annegati
il 27 aprile a Mazara, e a tutti gli altri, sepolti in quei cimiteri che ormai
sono diventati in nostri mari.
Ma le dedichiamo anche a tutti voi perché possiate non arrendervi mai alla
tentazione di considerare luoghi come il Vulpitta ‘normali’ o necessari”.
Come ho già scritto altre volte, se in 28 anni nulla è cambiato, se quello che
denunciavamo allora accade ancora oggi, ciò non dipende da chi o come li
gestisce, o da chi sta al governo, ma dalla ragione per cui questi centri
esistono: il rimpatrio forzato di donne e uomini che, migrando, esercitano e
rivendicano il proprio diritto di fuga, la libertà di sottrarsi a condizioni di
vita infelici, inaccettabili, pericolose, o semplicemente il desiderio di
conoscere il mondo, di provare a cambiare vita.
Allora durante le manifestazioni contro il centro di Trapani urlavamo “la storia
siciliana ce lo ha insegnato, emigrare non è reato”. Credo sia ancora questo il
messaggio da far passare. Quella aberrazione giuridica che è la detenzione
amministrativa è solo la conseguenza della logica disumana dei rimpatri. E le
rivolte, i tentativi di fuga, l’autolesionismo, sono forme di ribellione al
rimpatrio.
Potrebbero farci una spa dentro questi centri, non cambierebbe nulla, verrebbe
distrutta un attimo dopo. Non dovrebbe neanche interessarci se funzionano,
quant’è la percentuale di persone effettivamente rimpatriate, in che condizioni
vengono detenuti, etc.
Questi centri non possono essere “ripensati”, come spesso ho sento dire da
sinistra, vanno chiusi e basta. Quelle da ripensare invece sono le politiche
migratorie in questo paese ed in Europa. Il patto europeo sull’asilo prevede un
nuovo “grande internamento”, riducendo un diritto a un problema logistico,
perché non nasce per proteggere chi fugge, ma per proteggere dalla vista
dell’elettorato europeo chi fugge.
Una deriva razzista, colonialista, che ricorda il periodo tra le due guerre
mondiali. Non dobbiamo dimenticare che i campi di internamento furono
sperimentati nelle colonie e poi importati in Europa, non solo dai nazisti. E
ricordiamoci anche che la maggior parte delle persone internate nei campi dai
nazisti lo erano in regime di “custodia preventiva” (in tedesco Schutzhaft), una
misura amministrativa di polizia, esattamente come lo era il confino fascista, e
come è oggi il regime di detenzione nei centri per i rimpatri, e come sarà anche
il “fermo preventivo” previsto dall’ultimo decreto sicurezza.
Un altro slogan delle manifestazioni contro il centro di Trapani era: “no
border, no nation, no deportation!”
Sergio Serraino