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CASTEL VOLTURNO, GRAVINA-ALTAMURA, BRESCIA: IN MARCIA PER LA CHIUSURA DEI CPR, PER LA PACE E L’ACCOGLIENZA
Alla manifestazione a Castel Volturno contro i CPR hanno partecipato circa 20.000 persone arrivate non solo dalla Campania ma anche da altre Regioni. Le rivendicazioni enunciate dall’intervento di apertura sono chiare: no CPR, basta morti in mare, ma anche contro il carovita. Si chiedono più fondi per diritti, integrazione e welfare, non in costruzione di CPR, guerre e controllo delle frontiere. Da Castel Volturno il collegamento con Sergio Serraino Emergency Campania Ascolta o scarica  Circa 5mila persone hanno preso parte alla Marcia per la pace, che da Gravina in Puglia ha raggiunto Altamura. ‘Prima di tutto la pace’ il titolo della manifestazione, organizzato dal comitato promotore ‘Marcia per la pace Gravina Altamura 2026’ a cui hanno aderito oltre 150 sigle, tra cui Rifondazione comunista, Donne in nero di Bari, Emergency, Pax Christi e La Giusta Causa. L’appello, rivolto alle istituzioni, è la cessazione delle guerre. “Abbiamo manifestato – spiega Rifondazione in un comunicato – contro le servitù militari e i poligoni di tiro sulla Murgia, contro le ipotesi di siti per lo stoccaggio di scorie nucleari, per difendere l’ambiente, il paesaggio, il lavoro e la qualità della vita”. A Brescia la “Marcia per l’accoglienza e la cittadinanza” promossa da 40 realtà del terzo settore ha visto sfilare per le vie del centro storico un migliaio di persone. Il collegamento con Umberto della nostra Redazione Ascolta o scarica 
October 25, 2026
Radio Onda d`Urto
Castel Volturno dice no al CPR: «Né qui né altrove»
Ieri Castel Volturno non è stata soltanto una città del litorale domizio. È diventata uno dei luoghi nei quali si misura concretamente lo scontro tra due idee opposte di società e di politiche migratorie. La manifestazione nazionale convocata dal Comitato regionale campano“No CPR, né qui né altrove” ha chiamato alla […] L'articolo Castel Volturno dice no al CPR: «Né qui né altrove» su Contropiano.
October 25, 2026
Contropiano
CASTEL VOLTURNO: SABATO 24 OTTOBRE MANIFESTAZIONE NAZIONALE PER LA CHIUSURA DI TUTTI I CPR
Emergency promuove e aderisce alla manifestazione nazionale “No ai Cpr, né a Castel Volturno, né altrove” che si terrà il 24 ottobre a Castel Volturno, ore 13 al Centro Fernandes, per dire che la comunità non ha bisogno di un Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) sul proprio territorio e, nello stesso tempo, chiedere la chiusura di tutti i Cpr, ribadendo “la necessità del superamento dell’intero sistema della detenzione amministrativa”. Nel secondo rapporto di monitoraggio sui Cpr pubblicato dal Tavolo Asilo e Immigrazione, emerge ancora più chiaramente come questi luoghi di detenzione, di fatto, abbiano conseguenze importanti sia sulla salute fisica che su quella mentale delle persone trattenute. Sono luoghi patogeni, cioè in grado di generare o deteriorare gravemente la salute psicofisica delle persone. All’interno dei Cpr è stata più volte denunciata una massiccia e spesso incontrollata somministrazione di terapie sedative e psicofarmaci, che sembrano utilizzati in modo improprio come strumento di gestione dell’ordine pubblico e di contenimento della tensione interna, anziché per reali finalità terapeutiche. A questo si aggiunge un numero allarmante di atti di autolesionismo, continui tentativi di suicidio e anche di morti tragiche, specchio di una profonda e disperata sofferenza psicologica. “Dopo 28 anni di esistenza del sistema dei Cpr, possiamo affermare che il problema non sia solo nella gestione dei luoghi ma nell’obiettivo per cui sono nati: il rimpatrio forzato di uomini e donne che, migrando, esercitano e rivendicano il proprio diritto di sottrarsi a condizioni di vita inaccettabili e pericolose”. L’intervista a Sergio Serraino, coordinatore Emergency CampaniaAscolta o scarica   
October 23, 2026
Radio Onda d`Urto
Donzelli attacca la Casa del Popolo di Marano. Sabato manifestazione contro il Cpr a Castel Volturno
Il capogruppo parlamentare di Fratelli d’Italia Donzelli ha attaccato in un post la scuola di italiano della Casa del Popolo di Marano per il post di Potere al Popolo: “Scaffali vuoti, e loro spendono 43 milioni per un lager a Castel Volturno”. Il deputato di Fratelli d’Italia ha rilanciato il […] L'articolo Donzelli attacca la Casa del Popolo di Marano. Sabato manifestazione contro il Cpr a Castel Volturno su Contropiano.
October 22, 2026
Contropiano
Greta Thunberg e Francesca Albanese al Marea Village: da Bagnoli a Gaza, le lotte per i diritti si incontrano
Nel Parco San Laise, ex base NATO di Napoli, un incontro gremito nonostante la pioggia battente. Al centro del dibattito il legame tra militarismo, crisi ambientale, genocidio e resistenza dei territori. NAPOLI, 10 ottobre 2026 – Una sala gremita, la pioggia battente e un pubblico che, per trovare riparo, avanza progressivamente fino a ritrovarsi quasi a ridosso dei relatori. Nessuna distanza, un unico flusso di partecipazione, scandito a più riprese dai cori «Free Palestine» e «Siamo tutti antifascisti». È questa l’atmosfera che ha accompagnato l’incontro con Greta Thunberg e Francesca Albanese al Marea Village, ospitato nel Parco San Laise di Bagnoli, negli spazi dell’ex base NATO. Un luogo tutt’altro che casuale, come è stato ricordato più volte durante il pomeriggio: un’ex installazione militare restituita alla città, mentre la presenza della NATO è stata trasferita altrove. Un territorio che porta ancora le ferite dell’industrializzazione e dell’inquinamento e nel quale le comunità locali continuano a rivendicare bonifica, salute e accesso pubblico al mare. GRETA THUNBERG: DALLA LOTTA PER BAGNOLI ALLA RESISTENZA GLOBALE Arrivata a Napoli il 9 ottobre, Greta Thunberg ha incontrato studenti e attivisti, visitato Bagnoli e partecipato a un’assemblea contro il progetto del CPR di Castel Volturno. Il giorno successivo ha preso parte al corteo cittadino per la Palestina, prima di raggiungere il Marea Village per l’incontro pubblico dedicato al rapporto tra militarismo, ecocidio e genocidio. Nel suo intervento, l’attivista svedese ha espresso innanzitutto la propria vicinanza alla popolazione di Bagnoli, riconoscendo la fatica di una battaglia che coinvolge il corpo, la vita quotidiana e il futuro di un’intera comunità. Proprio questa lotta, ha osservato, dimostra quanto sia necessario unire le rivendicazioni territoriali a quelle politiche, ambientali e sociali. «Stiamo vivendo veramente un momento senza precedenti. Questo momento fa molta paura, perché si stanno letteralmente sgretolando tutte le certezze, tutte le idee su cui avevamo fondato la nostra visione del mondo», ha affermato, denunciando un sistema ormai incompatibile con l’idea stessa di umanità. «Siamo arrivati al punto di criminalizzare l’empatia e di criminalizzare soprattutto il buon senso». Da qui il richiamo al significato simbolico del luogo che ospita l’incontro, un’ex base NATO, nella quale parlare di pace significa anche interrogarsi sul militarismo e sulle sue conseguenze. Per Thunberg, la guerra contro l’umanità e quella contro la natura sono profondamente connesse: il militarismo alimenta l’inquinamento, aggrava la crisi ecologica e contribuisce alla distruzione delle condizioni necessarie alla vita, mentre le risorse vengono sottratte alla tutela delle popolazioni. L’attivista ha insistito sulle responsabilità di un sistema nel quale gli interessi economici e i profitti di breve periodo prevalgono sulla sopravvivenza delle persone e dell’ambiente. «Le persone che in questo momento stanno distruggendo il pianeta sono le stesse persone che stanno permettendo che il genocidio sia ancora in corso». Una crisi dalle molteplici sfaccettature, ha ricordato, che coinvolge tutti, le persone che amiamo e le comunità nelle quali viviamo. Di fronte a questa realtà, «l’idea di rimanere neutrali di fronte a queste tematiche climatiche non è assolutamente accettabile». Il suo messaggio è tornato quindi a Bagnoli, alla capacità di organizzazione e resistenza dimostrata dagli abitanti: «E come le persone di Bagnoli sanno bene, non verrà nessuno a salvarci. Dobbiamo salvarci da soli, fare gruppo e rimanere attivi. Perché se una cosa è chiara è che le persone, le forze dietro a questa crisi hanno più a cuore i profitti a breve termine che l’aiuto verso le persone che ne soffrono le conseguenze». Particolarmente intenso l’appello rivolto alle nuove generazioni, alle quali Thunberg ha chiesto di trasformare la frustrazione in partecipazione politica e resistenza: «Mi rivolgo in particolare ai giovani qui presenti, a tutti i giovani, per dire che anch’io faccio parte di quel gruppo di giovani che si è visto rubare il futuro giorno dopo giorno da quegli adulti che erano in grado di proteggerci e di essere lì per noi». E ancora: «Dobbiamo sfruttare l’immensa rabbia che abbiamo, l’immensa frustrazione che abbiamo a causa di questo enorme tradimento delle generazioni precedenti e canalizzarlo in atti di resistenza». Nella parte conclusiva del suo intervento, Greta ha rivolto un durissimo attacco al governo italiano, definito apertamente «fascista». Pur riconoscendo che la popolazione italiana ha dimostrato di essere dalla parte della Palestina e contro il genocidio, ha denunciato la complicità dell’esecutivo nelle politiche migratorie del Mediterraneo: «Sappiamo bene che questo governo, fascista, continua ancora oggi ad essere complice diretto, autore diretto di politiche sistemiche volte alla completa deumanizzazione delle persone che provano ad attraversare il Mediterraneo». Una disumanizzazione che, secondo Thunberg, passa attraverso la costruzione dei CPR, definiti «veri campi di concentramento». Da qui l’appello a partecipare alla mobilitazione nazionale del 24 ottobre a Castel Volturno, contro il progetto del nuovo centro di permanenza per il rimpatrio, e allo sciopero generale del 30 ottobre. FRANCESCA ALBANESE: QUANDO IL DIRITTO INTERNAZIONALE VIENE CAPOVOLTO Nel suo intervento, Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, ha ripercorso il progressivo indebolimento delle garanzie del diritto internazionale, richiamando il libro di Luigi Daniele, Il diritto del più forte. La distruzione dell’ordine internazionale. Un testo che, secondo Albanese, dovrebbe essere letto da qualsiasi giornalista e rappresentante politico che, dopo tre anni di quello che definisce genocidio a Gaza, continui a ricorrere alla legittima difesa per giustificare le operazioni israeliane. La giurista ha ricordato come il processo di erosione del diritto internazionale non sia cominciato a Gaza, ma affondi le proprie radici nella cosiddetta guerra al terrore successiva all’11 settembre 2001. Nel suo ragionamento, norme nate per proteggere i civili, i bambini, i giornalisti, il personale sanitario e gli ospedali sono state progressivamente reinterpretate fino a essere utilizzate per giustificare proprio quelle condotte che avrebbero dovuto impedire. Albanese ha poi espresso la propria soddisfazione nel condividere l’incontro con Greta Thunberg, sottolineando come la difesa dei diritti umani e quella dell’ambiente non possano essere considerate battaglie separate. Crisi climatica, siccità, scarsità delle risorse, conflitti e migrazioni sono fenomeni strettamente collegati. Nel suo intervento ha rivolto anche un riconoscimento esplicito all’attività di Sea-Watch: «Sea-Watch fa un lavoro incredibile, che si schiera contro quel tentativo di imporre l’omissione di soccorso istituzionalizzata». Una denuncia rivolta alle politiche migratorie europee che, secondo Albanese, spingono cittadini e istituzioni a voltare le spalle a chi attraversa il Mediterraneo «per sopravvivenza, non per scelta», alla ricerca di una possibilità di vita all’interno di quella che ha definito la «fortezza Europa». Un altro passaggio particolarmente significativo ha riguardato il rapporto tra economia, diritto internazionale e genocidio. Albanese ha sottolineato la necessità di superare la frammentazione delle competenze e di mettere in relazione le diverse discipline, raccontando come proprio l’approfondimento degli interessi economico-finanziari legati all’occupazione israeliana abbia segnato una svolta nel suo lavoro. «È proprio nel momento in cui ho avuto la capacità di concentrarmi sui nessi economico-finanziari del sistema che permette al genocidio di andare avanti nell’impunità più assoluta e di continuare ad aumentare i propri profitti, è lì che il sistema si è rivoltato contro con violenza». La relatrice ha richiamato le conseguenze subite dopo la pubblicazione del suo rapporto sull’economia dell’occupazione e del genocidio, evidenziando come l’indagine sugli interessi economici coinvolti abbia provocato reazioni particolarmente dure. Il suo intervento si è concluso con un invito a riconoscere le connessioni tra le diverse battaglie: «Ed è lì il segreto: dobbiamo veramente imparare a far dialogare il diritto con l’economia, l’economia con l’ambiente e riuscire noi, in quanto cittadini e cittadine, a capire perché queste cose sono collegate. E se ci uniamo, secondo me, la spuntiamo». LE ALTRE VOCI DEL MAREA VILLAGE Numerose le voci che hanno contribuito al dibattito, arricchendolo di testimonianze, analisi e differenti esperienze di attivismo. Tra gli intervenuti, il giurista Luigi Daniele, autore del volume Il diritto del più forte, e l’economista Emiliano Brancaccio, che ha richiamato le responsabilità strutturali della logica del capitale e la necessità di costruire un’alternativa a un sistema fondato sulla massimizzazione del profitto. Spazio anche a Sanabel, progetto di solidarietà con i bambini e i ragazzi con disabilità di Gaza, accompagnato da una testimonianza video sulle difficoltà affrontate dagli operatori del Centro Irada nel riprendere le attività educative in un territorio devastato dalla guerra. Tra le voci intervenute anche Giulia, giovane attivista palestinese del Centro Culturale Handala Ali di Napoli, realtà impegnata nella solidarietà con il popolo palestinese e nella promozione della sua cultura e dei suoi diritti. Particolarmente intensa la testimonianza di Giorgia Linardi, portavoce di Sea-Watch Italia, organizzazione umanitaria impegnata nelle operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale e nella denuncia delle violazioni dei diritti delle persone migranti. Linardi ha portato all’attenzione del pubblico la drammatica realtà di chi tenta di attraversare il mare per raggiungere un luogo sicuro, raccontando episodi di persone abbandonate in acqua, costrette a rimanere per giorni aggrappate a strutture di fortuna nell’attesa di un soccorso. Ha denunciato inoltre il paradosso di un sistema nel quale chi interviene per salvare vite umane rischia a sua volta provvedimenti restrittivi, sanzioni e conseguenze giudiziarie. Una testimonianza che ha riportato il dibattito alla concretezza delle operazioni di salvataggio e alla criminalizzazione della solidarietà, rendendo ancora più evidente il collegamento con le parole pronunciate poco prima da Albanese. Tra gli interventi conclusivi, Nives Monda, attivista del movimento BDS Napoli (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), ha riportato l’attenzione sull’importanza di tradurre la solidarietà con il popolo palestinese in azioni concrete. Il movimento, nato nel 2005 su iniziativa della società civile palestinese, promuove forme di pressione economica, culturale e istituzionale non violenta affinché Israele rispetti il diritto internazionale e i diritti dei palestinesi. Monda è impegnata anche nella rete degli Spazi Liberi dall’Apartheid Israeliana (SPLAI). Eddy Sorge, attivista del Movimento Disoccupati 7 Novembre e del laboratorio politico Iskra, tra le voci della mobilitazione contro l’America’s Cup a Bagnoli, ha sottolineato il significato politico della scelta del Parco San Laise come sede del Marea Village. Un territorio segnato da decenni di inquinamento e da una lunga storia di lotte per il lavoro, la salute e la restituzione del mare alla cittadinanza. Sorge ha criticato gli interventi legati all’America’s Cup, denunciando il rischio che, anziché rispondere alle esigenze di bonifica e riqualificazione ambientale, favoriscano nuove trasformazioni urbanistiche a danno degli abitanti. Ha infine rilanciato la mobilitazione prevista per l’11 ottobre a Bagnoli. DA BAGNOLI ALLA PALESTINA, UN’UNICA RICHIESTA DI GIUSTIZIA La serata si è così trasformata in qualcosa di più di un incontro con due figure internazionali. In un’ex base militare, tra la pioggia, gli applausi e i cori di una sala gremita, le rivendicazioni di Bagnoli hanno incontrato quelle per la Palestina, per la tutela dell’ambiente, per i diritti delle persone migranti e per la difesa del diritto internazionale. Il messaggio emerso dagli interventi di Greta Thunberg e Francesca Albanese è che queste battaglie non possono più procedere isolate: difendere un territorio, una popolazione o il diritto alla vita significa interrogarsi sulle stesse strutture di potere che ne minacciano l’esistenza. Nota redazionale: le dichiarazioni di Greta Thunberg riportate nell’articolo sono state raccolte e trascritte dall’autrice sulla base della traduzione italiana fornita dall’interprete che ha affiancato l’attivista durante l’incontro al Marea Village. Per ulteriori informazioni sugli appuntamenti e sulle iniziative del festival, consulta il programma del Marea Village . GALLERIA FOTOGRAFICA Alcuni momenti della giornata Foto: Lucia Montanaro / Pressenza La drag queen Priscilla durante il suo intervento al Marea Village, tra identità, libertà e diritti. La presentazione del progetto Sanabel a sostegno dei bambini autistici di Gaza e delle attività educative del Centro Irada, durante il Marea Village. Francesca Albanese durante il suo intervento al Marea Village, nel Parco San Laise di Bagnoli. Il pubblico gremisce gli spazi dell’ex base NATO di Bagnoli durante l’incontro al Marea Village. Greta Thunberg mostra la locandina della manifestazione nazionale contro i CPR del 24 ottobre a Castel Volturno, durante il Marea Village. Nives Monda, attivista di BDS Napoli, durante il suo intervento al Marea Village. Greta Thunberg durante il suo intervento al Marea Village, nel Parco San Laise di Bagnoli. Cartelli di protesta tra il pubblico durante l’incontro al Marea Village di Bagnoli. Eddy Sorge durante il suo intervento contro l’America’s Cup a Bagnoli, al Marea Village. Un momento del dibattito al Marea Village, nel Parco San Laise di Bagnoli. Giulia, attivista del Centro Culturale Handala Ali di Napoli, durante il suo intervento al Marea Village. Opera di Trisha esposta durante il Marea Village, al Parco San Laise di Bagnoli. Una veduta della sala gremita durante il dibattito al Marea Village, nell’ex base NATO di Bagnoli.   Lucia Montanaro
October 11, 2026
Pressenza
«No ai CPR, né a Castel Volturno né altrove». Il 24 ottobre la manifestazione nazionale
Sabato 24 ottobre alle 13 una manifestazione nazionale a Castel Volturno, in provincia di Caserta, contro il CPR che il governo vuole costruire nel parco umido “La Piana”. Martedì 22 settembre ore 19, la call nazionale di organizzazione. Sabato 24 ottobre, alle ore 13, si terrà a Castel Volturno una manifestazione nazionale per fermare la costruzione di un Centro di permanenza per i rimpatri. L’iniziativa nasce dall’appello lanciato da monsignor Pietro Lagnese, vescovo di Caserta e arcivescovo di Capua, da cui è nata un’alleanza ampia e trasversale, riunita nel Comitato regionale campano «No CPR, né qui né altrove», contro la scelta di spendere 43 milioni di euro per un CPR nel territorio. Nei mesi scorsi si sono susseguiti assemblee, concerti e catene umane; ora l’invito è a convergere su un’unica parola d’ordine: «Né qui né altrove». Come annunciato nei mesi scorsi, il Ministero dell’Interno intende realizzare nel Parco umido “La Piana” – area protetta per la sua biodiversità – un CPR da 120 posti, con un bando Invitalia da oltre 43 milioni di euro. Il progetto si inserisce nel disegno di aprire un CPR in ogni regione, dopo le scelte di Trento e di Aulla (Massa-Carrara), e nell’attuazione del nuovo Patto europeo su asilo e immigrazione. Il fronte del no è ampio e trasversale: associazioni, movimenti, sindacati, comunità di fede e istituzioni. Sul territorio, tra le altre realtà, il Centro Fernandes, il comitato don Diana, Libera, il Movimento Migranti e Rifugiati di Caserta, il Centro Sociale ex Canapificio e la CGIL di Caserta; sul piano ecclesiale la Conferenza episcopale campana e il cardinale di Napoli Mimmo Battaglia; su quello istituzionale il presidente della Regione Roberto Fico. Alla manifestazione del 24 ottobre hanno annunciato adesione, tra gli altri, la CGIL Napoli e Campania, Emergency, il gruppo di imprese sociali Gesco, la cooperativa sociale Era e il CNCA. L’appuntamento del 24 ottobre arriva dopo la commemorazione della strage del 18 settembre 2008, quando il clan dei Casalesi uccise sei lavoratori africani e Antonio Celiento lungo la via Domitiana, e nel solco della memoria di Jerry Essan Masslo, il bracciante e attivista sudafricano assassinato a Villa Literno nel 1989, la cui morte è al centro della mobilitazione e diede impulso alla prima legge organica sull’asilo. Nell’appello il Comitato indica le proprie richieste. La sicurezza sociale, anzitutto: risorse per i servizi, il lavoro, il sostegno al reddito, i trasporti, le famiglie e le persone più fragili. La cura del territorio e dell’ambiente: bonifica dei suoli, tutela dei fiumi, difesa dei litorali, contrasto agli sversamenti e all’abusivismo, restituzione alla comunità degli spazi sottratti alle mafie. E il cambiamento delle politiche migratorie: superare la logica del respingimento e della reclusione, per una politica fondata sulla lotta alla povertà, sugli ingressi regolari, sul permesso di soggiorno, sul diritto d’asilo, sull’accoglienza e sul contrasto allo sfruttamento. Ci sono per questo dei determinati “No” e al tempo stesso dei decisi “Sì”. > No al CPR, né qui né altrove > No ai lager nelle nostre città > No a nuovi muri e fili spinati > No agli ecomostri > Sì alla sicurezza sociale > Sì alla cura delle persone e dell’ambiente > Sì a Castel Volturno laboratorio di umanità, diritti e giustizia sociale L’appuntamento è per sabato 24 ottobre, alle ore 13, a Castel Volturno. L’organizzazione passa per l’assemblea/call nazionale di domani, 22 settembre ad ore 19, aperta a chi voglia contribuire da tutta Italia. Attraverso il modulo diffuso dal Comitato regionale campano «No CPR, né qui né altrove» è possibile aderire alla manifestazione e segnalare la propria partecipazione all’assemblea. Dignità, diritti e sicurezza devono camminare insieme, per tuttə.
September 21, 2026
Progetto Melting Pot Europa
NAPOLI: OLTRE 10MILA PERSONE PER DIRE “NO AI CPR, NE’ A CASTEL VOLTURNO NE’ ALTROVE”.
Oltre 10mila persone in piazza a Napoli nella mattinata di sabato 20 giugno per il corteo regionale contro l’ipotesi di una lager per migranti (Cpr) a Castel Volturno. La manifestazione, partita da piazza Garibaldi e terminata in zona Prefettura, ha ribadito invece a gran voce le richieste di lavoratori, studenti, associazioni e classi popolari: politiche fondate su diritti, lavoro e inclusione, in materia soprattutto di permessi di soggiorno, case e redditi degni. Il corteo, che ha scelto come parole d’ordine “Inventare l’avvenire. No Cpr, No War, No Racism”, è stato lanciato dal Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli, con il sostegno di decine di realtà del territorio partenopeo e di altre province campane. Tra le realtà presenti l’ex Opg Je So Pazzo, che in una nota post corteo parla della necessità di “dire che nessuna persona è illegale e che non accetteremo di vivere in una società costruita sulla paura, sulla segregazione e sulla guerra tra poveri. Mentre il governo Meloni investe in deportazioni, detenzione amministrativa e nuovi Cpr, noi continuiamo a stare dalla parte di chi lotta per diritti, dignità e libertà. A Castel Volturno come ovunque, i Cpr vanno chiusi. Da Napoli è arrivato un messaggio chiaro: non ci faremo dividere, non ci faremo silenziare”. Su Radio Onda d’Urto Moussa Diakitè, portavoce del Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli e Mimma D’Amico, compagna del centro sociale Ex Canapificio di Caserta. Ascolta o scarica
June 20, 2026
Radio Onda d`Urto
SULLA COSTRUZIONE DI UN CPR A CASTEL VOLTURNO. INTERVENTO DI SERGIO SERRAINO RESPONSABILE PROGETTI EMERGENCY IN CAMPANIA
In questi giorni la questione dei CPR è stata al centro del dibattito politico campano perchè è stato pubblicato un bando per la costruzione di una di queste strutture a Castel Volturno. Sergio Serraino, responsabile dei progetti di Emergency in Campania, ha inviato alla redazione di Radio Onda d’Urto una riflessione sul tema. Serraino, nel 2002, quando era attivista del Coordinamento per la pace di Trapani, ha pubblicato un libro dal titolo “Storie da un lager. Un libro bianco sul Cpt Serraino-Vulpitta di Trapani”. Su Radio Onda d’Urto abbiamo intervistato Sergio Serraino, responsabile dei progetti di Emergency Campania. Ascolta o scarica  Di seguito l’introduzione al dossier curato da Sergio Serraino: In questo nuovo dossier vi raccontiamo gli ultimi nove mesi del Vulpitta, dalla riapertura nel febbraio 2003 alla nuova chiusura in novembre per l’ennesima ristrutturazione. Questi mesi sono trascorsi seguendo i ritmi di sempre: gli arrivi, i rimpatri, le rivolte, i tentativi di fuga, gli episodi di autolesionismo. Come un tragico rituale che si ripete sempre uguale. Vi raccontiamo di altri uomini, non la storia delle loro vite, perché la ‘vita’ è propria degli uomini liberi, ma frammenti della loro esistenza, legati alla condizione di clandestini trattenuti in un centro di permanenza temporanea. Non abbiamo voluto ‘imbellettare’ nessun aspetto, nessun particolare per rendere questi uomini più idonei al ruolo di vittime, più degni di compassione. Abbiamo usato un linguaggio scarno, a volte monotono. Abbiamo parlato di violenze, le violenze commesse nei loro confronti, commesse da loro verso gli altri e verso sé stessi, perché per noi l’orrore di un centro di permanenza temporanea sta tutto nelle storie di quelli che abbiamo incontrato. Ragazzi giovanissimi, come Kaled per esempio, che la prima volta che li vedi sono allegri, sempre un po’ spacconi, ti dicono che loro al paese non ci tornano, magari sposano un’italiana per avere il permesso di soggiorno, poi li rivedi la volta dopo e ti accorgi di quanto la paura e la ‘terapia’ li abbiano già segnati profondamente e per sempre. L’orrore sta nelle parole di quelli che si tagliano per sfogare la rabbia, perché ti verrebbe voglia di spaccare tutto ma poi ci stanno le manganellate e il carcere, quindi meglio tagliarsi, anche solo per fare passare il tempo, che là dentro non passa mai. Questo dossier è dedicato a Dino Frisullo, perché ogni volta che abbiamo pensato che fosse tutto inutile, che le denunce non sarebbero servite a cambiare le cose, ogni volta che ci siamo creduti troppo fragili per affrontare il dolore e la disperazione di altri uomini e ci è venuta voglia di tirarcene fuori, abbiamo ricordato quelle parole che concludono il suo racconto sul rogo del Vulpitta: ‘Ho conosciuto molti Ahmet nella mia vita. Spero di ritrovarne qualcuno vivo prima o poi, e di poterlo salutare senza vergognarmi, di me e di noi, come ora mi vergogno’ (da ‘IL GIURAMENTO’). Anche noi vorremmo un giorno poterci vergognare un po’ meno di oggi”. Credo che tanti attivisti si riconosceranno in queste parole, scritte nel lontano 2003, come io ieri all’incontro di Napoli mi sono rivisto in alcune delle parole di Francesca Viviani , che mi hanno fatto ripensare a come si concludeva invece l’introduzione al primo libro bianco, scritta un anno prima, che riporto per intero. “La storia del Vulpitta non è solo la cronaca degli eventi drammatici che lì si sono verificati, l’elenco dei provvedimenti giudiziari che lo hanno riguardato o i resoconti delle udienze del processo. Il Vulpitta va raccontato anche attraverso le storie dei suoi “ospiti”, di chi ha vissuto in quelle stanze, di chi è stato inghiottito dal buco nero del rimpatrio, di chi è ritornato dopo quei trenta interminabili giorni alla sua eterna condizione di clandestino; va raccontato attraverso le storie di quelli che contano i giorni e le ore sperando di farcela ad uscire con il foglio di via, di quelli che vogliono tornare a casa, di quelli appena sbarcati e di quelli che in Italia vivono ormai da anni, di quelli che fanno i duri e di quelli che passano le notti senza dormire perché hanno paura. Abbiamo tentato di raccontare queste storie restandone fuori, non ci siamo riusciti, così il Vulpitta lo raccontiamo attraverso le nostre emozioni, attraverso la nostra rabbia soprattutto. Abbiamo scelto di raccontare non solo le storie ‘facili’, ma anche quelle di coloro che non ci sono piaciuti, perché il Vulpitta è il luogo di tante contraddizioni, dove la violenza che ne è elemento assolutamente naturale, coesiste con manifestazioni di grande solidarietà. Vi proponiamo queste storie perché di quelli che sono passati al Vulpitta rimanga qualche traccia che non sia solo un decreto di espulsione, qualcosa che li racconti come uomini e donne, non solo come ‘clandestini’. Lo facciamo anche nel tentativo di recuperare un pò di dignità, non per coloro che stanno ‘dentro’ ma per quelli che stanno ‘fuori’. Un po’ di quella dignità persa quando una legge, di un governo di centro-sinistra, istituì in Italia i ‘centri di permanenza ed assistenza per extracomunitari’, dove vengono segregate persone anche se non hanno commesso reati. Quando un ministro, pure lui di centro-sinistra, dichiarò dopo il rogo al Vulpitta, quando vi erano già tre morti e altri tre ragazzi stavano morendo in ospedale, che non si trattava certo di carceri ma neanche di alberghi. Quella dignità che continuiamo a perdere quando qualcuno invoca i CPT come una occasione di lavoro per i disoccupati del sud. Fra qualche anno probabilmente un ministro di un qualunque governo chiederà scusa per tutto questo. Intanto oggi il Vulpitta rimane lì con il suo intollerabile carico di morti , di dolore e disperazione, a patetica testimonianza del fallimento della lotta dei governi italiani alla immigrazione clandestina; lugubre simbolo, con i suoi enormi costi di gestione e le sue costosissime ristrutturazioni, dell’ennesima vergogna di stato. Le storie che vi raccontiamo vogliamo dedicarle a coloro che abbiamo conosciuto ma anche a quelli che non abbiamo mai incontrato: a Mourad sperando che in qualche modo sia riuscito a farcela; a Samir che era troppo diverso anche per un posto come il Vulpitta; a Kamel che abbiamo visto, e non riusciremo mai a dimenticare, appeso alle sbarre di un cancello con un lenzuolo stretto intorno al collo; e a quella donna, a quel ragazzo di vent’anni, a quell’uomo annegati il 27 aprile a Mazara, e a tutti gli altri, sepolti in quei cimiteri che ormai sono diventati in nostri mari. Ma le dedichiamo anche a tutti voi perché possiate non arrendervi mai alla tentazione di considerare luoghi come il Vulpitta ‘normali’ o necessari”. Come ho già scritto altre volte, se in 28 anni nulla è cambiato, se quello che denunciavamo allora accade ancora oggi, ciò non dipende da chi o come li gestisce, o da chi sta al governo, ma dalla ragione per cui questi centri esistono: il rimpatrio forzato di donne e uomini che, migrando, esercitano e rivendicano il proprio diritto di fuga, la libertà di sottrarsi a condizioni di vita infelici, inaccettabili, pericolose, o semplicemente il desiderio di conoscere il mondo, di provare a cambiare vita. Allora durante le manifestazioni contro il centro di Trapani urlavamo “la storia siciliana ce lo ha insegnato, emigrare non è reato”. Credo sia ancora questo il messaggio da far passare. Quella aberrazione giuridica che è la detenzione amministrativa è solo la conseguenza della logica disumana dei rimpatri. E le rivolte, i tentativi di fuga, l’autolesionismo, sono forme di ribellione al rimpatrio. Potrebbero farci una spa dentro questi centri, non cambierebbe nulla, verrebbe distrutta un attimo dopo. Non dovrebbe neanche interessarci se funzionano, quant’è la percentuale di persone effettivamente rimpatriate, in che condizioni vengono detenuti, etc. Questi centri non possono essere “ripensati”, come spesso ho sento dire da sinistra, vanno chiusi e basta. Quelle da ripensare invece sono le politiche migratorie in questo paese ed in Europa. Il patto europeo sull’asilo prevede un nuovo “grande internamento”, riducendo un diritto a un problema logistico, perché non nasce per proteggere chi fugge, ma per proteggere dalla vista dell’elettorato europeo chi fugge. Una deriva razzista, colonialista, che ricorda il periodo tra le due guerre mondiali. Non dobbiamo dimenticare che i campi di internamento furono sperimentati nelle colonie e poi importati in Europa, non solo dai nazisti. E ricordiamoci anche che la maggior parte delle persone internate nei campi dai nazisti lo erano in regime di “custodia preventiva” (in tedesco Schutzhaft), una misura amministrativa di polizia, esattamente come lo era il confino fascista, e come è oggi il regime di detenzione nei centri per i rimpatri, e come sarà anche il “fermo preventivo” previsto dall’ultimo decreto sicurezza. Un altro slogan delle manifestazioni contro il centro di Trapani era: “no border, no nation, no deportation!” Sergio Serraino
June 15, 2026
Radio Onda d`Urto
La Campania accoglie e chiede verità
Un appello aperto alle realtà antirazziste, ai collettivi, alle associazioni e alle persone attive nei territori della Campania per costruire un momento di confronto e coordinamento contro la detenzione amministrativa, il razzismo istituzionale e la precarizzazione delle vite migranti. È questo il senso della lettera aperta diffusa in vista dell’incontro-assemblea regionale convocato per il prossimo 26 maggio 2026 dalle 10:30 presso l’Università di Salerno, nel campus di Fisciano 1. L’iniziativa nasce in un contesto segnato da un progressivo irrigidimento delle politiche migratorie e di accoglienza, a livello sia nazionale che europeo. Le organizzazioni promotrici denunciano una fase caratterizzata dal rafforzamento dell’approccio emergenziale e repressivo alla gestione delle migrazioni, con conseguenze sempre più pesanti sul piano dei diritti, dell’accesso all’accoglienza e delle condizioni materiali di vita delle persone migranti e rifugiate. Al centro della mobilitazione vi è innanzitutto il progetto di apertura di un CPR a Castel Volturno 2, considerato dalle realtà aderenti un ulteriore passo verso la normalizzazione della detenzione amministrativa delle persone straniere 3. Notizie/CPR, Hotspot, CPA CPR A CASTEL VOLTURNO: ASSOCIAZIONISMO, CHIESA E REGIONE DICONO NO Il Viminale ha individuato un'area naturalistica con una spesa preventivata di oltre 43 milioni di euro Redazione 27 Aprile 2026 Una prospettiva che, secondo la lettera, contraddice radicalmente qualsiasi idea di accoglienza e convivenza, rafforzando invece dispositivi di controllo, esclusione e segregazione. L’appello richiama anche l’impatto imminente del nuovo Patto europeo su asilo e migrazione, che entrerà progressivamente in vigore nei prossimi mesi e che viene descritto come un ulteriore consolidamento delle politiche di esternalizzazione delle frontiere, limitazione dell’accesso alla protezione internazionale e ampliamento dei meccanismi di trattenimento. Accanto al tema dei CPR, la lettera pone l’attenzione sulla crisi dei percorsi di accoglienza in Campania. Molte persone inserite nel sistema SAI stanno infatti uscendo dai progetti senza soluzioni abitative o strumenti di supporto adeguati. Una situazione che riguarda anche persone provenienti da contesti di guerra, come la Striscia di Gaza, e che rende evidente – denunciano le realtà promotrici – l’assenza di politiche strutturali sul diritto all’abitare. Particolarmente duro è poi il passaggio dedicato al Decreto flussi, definito un meccanismo che continua a produrre irregolarità amministrativa anziché garantire canali di ingresso regolari e accessibili. I dati citati dalla campagna Ero Straniero mostrano come in Campania il sistema presenti livelli di inefficacia ancora più elevati rispetto alla media nazionale: nel 2025, a fronte di 6.295 quote previste, sarebbero stati richiesti soltanto 118 permessi di soggiorno, con un tasso di successo dell’1,9%. La lettera dedica inoltre ampio spazio alla situazione nella provincia di Salerno, dove tra il 2025 e il 2026 si sono registrate diverse morti di persone immigrate rimaste, secondo i promotori, senza verità e giustizia. Viene ricordato in particolare il caso dell’uomo di nazionalità indiana morto il 24 aprile 2026 all’ospedale di Salerno dopo essere arrivato con una grave cancrena alle gambe, probabilmente causata dall’esposizione a sostanze chimiche. Secondo le realtà firmatarie, questi episodi non possono essere letti separatamente, ma fanno parte di un quadro più ampio di negazione dei diritti e di produzione sistemica di vulnerabilità. Allo stesso tempo, l’appello rivendica l’esistenza di una rete diffusa di solidarietà e resistenza già attiva sul territorio campano: associazioni, collettivi, sportelli, comunità e singole persone che continuano a costruire pratiche di accoglienza e mutualismo. L’obiettivo dell’assemblea del 26 maggio è proprio quello di mettere in connessione queste esperienze, favorire il confronto tra realtà che operano in territori differenti e costruire percorsi comuni di mobilitazione contro CPR, razzismo istituzionale e politiche di esclusione. Per aderire e partecipare all’assemblea è possibile scrivere all’indirizzo: gavallone@unisa.it. Tra le prime adesioni figurano: SOS Cpr, LasciatiCIEntrare, Comunità Accogliente, Metis Fest, Centro sociale ex Canapificio di Caserta, Associazione senegalesi di Salerno, Rete vesuviana solidale, CSC Credito Senza Confini, Frontiera Sud e CIDIS Impresa Sociale. 1. Il CPR di Castelvolturno: un progetto contro un territorio, Vie di fuga (7 maggio 2026) ↩︎ 2. Il Ministero dell’Interno vuole costruire un Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) da 120 posti nel Parco umido La Piana di Castel Volturno, A fine aprile l’agenzia Invitalia ha pubblicato su incarico del Viminale l’appalto da 41,2 milioni ↩︎ 3. Interpellanza in merito alla realizzazione di un nuovo CPR a Castel Volturno (Caserta), con particolare riferimento all’impatto sociale e ambientale sul territorio, Ministero dell’Interno (8 maggio 2026) ↩︎