CPR a Castel Volturno: associazionismo, chiesa e regione dicono noSessantatré ettari di zona umida, due laghetti, sentieri naturalistici e capanni
per il birdwatching. È il Parco umido La Piana, a Castel Volturno, in provincia
di Caserta, che il Ministero dell’Interno vuole cementificare e trasformare in
un Centro di Permanenza per il Rimpatrio da 120 posti, con un bando Invitalia da
oltre 43 milioni di euro.
Fonte: il manifesto
L’ennesima scelta del governo, dopo quelle di Trento e Aulla (provincia di
Massa-Carrara) in ordine di tempo, per implementare la mappa dei centri
detentivi che nuovamente ha scatenato una reazione immediata e trasversale:
associazioni, movimenti sociali, vescovi e istituzioni regionali si sono
schierati compatti contro un lager di Stato nel territorio.
Tutto quell’associazionismo locale, che a Castel Volturno lavora da anni per
supplire all’assenza dello Stato. Il Centro Fernandes, attivo dal 1996, il
comitato don Diana, Libera, il Movimento Migranti e Rifugiati di Caserta, il
Centro Sociale ex Canapificio e la CGIL di Caserta: voci diverse che convergono
sullo stesso punto.
A Castel Volturno «da anni associazioni, movimenti e comitati locali denunciano
la storica assenza dello Stato su diritti, casa, lavoro, servizi», mentre
migliaia di persone vivono in condizioni di precarietà strutturale. In questo
contesto, il governo sceglie di costruire un CPR. «Scegliere, proprio in una
delle più complesse realtà caratterizzata da uno dei più fragili sistemi di
convivenza d’Italia, di destinare fondi pubblici non per potenziare politiche
sulla casa, servizi, scuole, sanità territoriale, bensì per politiche di
segregazione, è una scelta politica inaccettabile».
Nell’area vivono decine di migliaia di persone con background migratorio 1 che,
come sottolineano i movimenti, «potrebbero essere sottratte al lavoro nero
regolarizzandole e che invece vengono mantenute in gravi condizioni di
marginalità e sfruttamento lavorativo». E ancora: «I CPR producono solo
violenza, opacità, spreco di risorse e ulteriore marginalizzazione. Non c’è
alcuna sicurezza con i CPR, ma solo abbandono istituzionalizzato e fallimento
politico».
Questa riflessione è la stessa di monsignor Pietro Lagnese, arcivescovo di Capua
e vescovo di Caserta che ha usato parole di netta contrarietà. il CPR, ha detto,
rappresenta «un’offesa per il territorio del Litorale Domitio, molte volte
mortificato a causa di scelte politiche sconsiderate, e già da tempo marchiato
dallo stigma del pregiudizio negativo». Lagnese ha messo in discussione anche la
logica stessa dello strumento: «La capienza effettivamente disponibile sui 10
CPR presenti sul territorio nazionale è di 672 posti, mentre le presenze
effettive sono pari a 546 persone. Perché allora aprire, con dispendio di denaro
pubblico, un nuovo CPR?». E ancora: «Perché aprirlo proprio a Castel Volturno,
una città che da anni prova, grazie all’impegno di tanti, a sperimentarsi come
laboratorio d’integrazione, riscattando un’immagine che la dipinge luogo di
degrado sociale e ambientale?»
Per il vescovo, il CPR non è solo inutile: è ideologicamente distorto. «Non
posso che dare un giudizio critico e manifestare il mio dissenso nei confronti
di una narrazione che, di fatto, assimila la condizione irregolare dei migranti
alla criminalità. L’atto di privare della libertà persone che non hanno commesso
reati e che hanno come unica colpa quella di aver lasciato la propria terra a
causa di povertà estrema, insicurezza, sfruttamento, guerre e persecuzioni,
ferisce la dignità di tutti noi». Poi l’annuncio, che suona come una promessa:
«Non resteremo in silenzio».
La presa di posizione di Lagnese è stata assunta dalla Conferenza episcopale
regionale, presieduta da monsignor Antonio Di Donna, che ha fatto sentire la
propria voce: i vescovi della Campania «si associano alle voci di quanti stanno
in queste ore esprimendo le loro profonde preoccupazioni, e ribadiscono con
forza che né quella terra né l’intera regione possono essere continuamente
mortificati per trovare soluzione ai problemi». Secondo la Chiesa campana, «si
tratta di una decisione che rischia di aggravare la situazione di territori già
fragili dal punto di vista economico e sociale, minando la stessa dignità dei
migranti». Il rischio denunciato è preciso: «Dentro la logica dello scarto
crescono inevitabilmente la marginalità e il pericolo di nuovi luoghi di
esclusione».
Anche il cardinale di Napoli, don Mimmo Battaglia, ha preso posizione: il
progetto «non è la risposta di cui questo territorio ha bisogno. È una scelta
che rischia di aggravare fragilità già evidenti, concentrando marginalità
proprio dove, invece, servono investimenti, servizi, lavoro e prospettive
concrete di futuro».
Il Forum per cambiare l’ordine delle Cose, prova anche a fare due conti:
quarantuno milioni di euro – secondo altre stime 43 – per rinchiudere 120
persone in condizione di irregolarità amministrativa. Fanno circa 340.000 euro a
persona. Una cifra che viene messe a confronto con tutto ciò che manca:
trasporti, bonifica della costa, infrastrutture, centri di accoglienza. Fondi
invece usati, prosegue il Forum «per inseguire finalità di propaganda politica e
non già una migliore politica che tuteli i diritti e la dignità delle persone in
movimento», con la certezza che «in larga parte non saranno mai rimpatriati».
Il rapporto “CPR d’Italia. Istituzioni totali“, curato dal Tavolo Asilo e
Immigrazione, è richiamato dal Forum come conferma che «tutti i centri per il
rimpatrio si caratterizzano per essere luoghi di estremo degrado, violenza e
sperpero di denaro pubblico».
Anche sul piano istituzionale il progetto ha suscitato parole di opposizione.
Roberto Fico, presidente della giunta campana, ha dichiarato: «Ci opporremo
perché è una scelta che penalizza un territorio già complesso. Servono
interventi che mettano insieme sicurezza e diritti, senza creare nuovi luoghi di
esclusione ed emarginazione sociale».
Come già avviene in altri territori, il fronte del no al CPR è ampio e
trasversale, e questa sarà la vera sfida per affrontare una nuova battaglia. A
dare la cifra dello spirito con cui si affronta questa lotta sono i movimenti
che ogni giorno si sporcano le mani sul campo: «Castel Volturno non è una nuova
zona da sacrificare. È un territorio a cui garantire giustizia». E le proposte
alternative sono già in campo: «Bisogna abbandonare la fallimentare scelta di
costruire nuovi CPR e destinare i 41-43 milioni ipotizzati a politiche pubbliche
di sostegno alla crescita economica e culturale del territorio. I CPR vanno
chiusi!».
1. Secondo i dati e le analisi del progetto InCas, la popolazione straniera
regolare residente al 1° gennaio 2023 risulta pari a 4.824 (circa il 17-18%
della popolazione). A questa si aggiungono persone prive di permesso di
soggiorno, stimate tra le 15.000 e le 20.000. ↩︎