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Non spegni il sole se gli spari addosso
Il Basket Beats Borders da Beirut a Torino Esistono fiori in natura, capaci di resistere a qualunque tipo di intemperia o condizione estrema. Addirittura ci sono fiori capaci di nascere laddove non sarebbe possibile, dove nessuno scommetterebbe più anche solo un centesimo. Il popolo Palestinese è questo, o almeno, questo è ciò che da sempre ho visto e avuto modo di sperimentare. Anche nei luoghi più angusti, contro chi, in Palestina e in giro per il mondo, li vorrebbe zittire, sotterrare ed eliminare, loro sono capaci di seminare e far nascere fiori resistenti, magnifici e difficili da estirpare. Fiori di resistenza che lasciano a bocca aperta. E’ un po’ questa la storia che vi voglio raccontare: una storia di resistenza che nasce in un luogo, il campo profughi di Shatila, nato dall’ingiustizia (la prima nakba del 1948) e teatro di uno dei massacri più efferati e disumani, la strage di Sabra e Shatila del 1982. Un luogo che oggi è teatro dell’oppressione Sionista Israeliana che bombarda indiscriminatamente uno stato sovrano, il Libano, nel tentativo di portare avanti la sua politica espansionistica e genocida. Esattamente come ha fatto e continua a fare in Palestina, a Gaza. Le forme con cui questo stato genocida porta avanti l’oppressione del popolo palestinese sono molte e diversificate. Non solo attraverso le bombe, e la guerra, ma con l’appropriazione di terre e con essa i suoi frutti. Attraverso la cancellazione dell’identità culturale di questo popolo, con il confinamento fisico e con il tentativo di mettere a tacere quella voce che dice: esistiamo e resistiamo; ma come dice una canzone a me cara dedicata a Carlo Giuliani, con un significato che credo calzi bene: “Non spegni il sole se gli spari addosso”! E ciò che si è creato all’interno di Shatila è questo. Un sole così grande che non potranno spegnere, perché è arrivato a scaldare la sensibilità di persone anche molto lontane da quel luogo. Parlo di ciò che Captain Majdi, con tanta fatica e con l’aiuto di persone che negli anni si sono spese, penso a David Ruggini, capo missione di Un Ponte Per in Libano, ha creato. Uno centro sportivo, lo Shatila Sport Centre, fulcro di un’insieme di progettualità sportive rivolte ai ragazze e le ragazze di Shatila, nel tentativo di tenerli e tenerle lontane, da contesti criminali, utilizzo di sostanze stupefacenti e una vita che li e le vorrebbe con la testa bassa. Sottomesse a ciò che un mondo malato ha imposto loro ancor prima che nascessero. Ed è così che circa dieci anni fa, nacque il progetto Basket Beats Borders. Un progetto rivolto alle ragazze palestinesi e non (perché ad oggi a Shatila ci sono profughi palestinesi ma anche siriani per un totale di circa 25000 persone a fronte delle 6000 che doveva contenere), che ha come obbiettivo quello di abbattere le barriere imposte, potersi autodeterminare come donne, fare sport e tentare di avere scambi culturali al di fuori delle mura di Shatila. Così, grazie all’impegno costante e instancabile di Majdi, David ed alcune realtà di sport popolare romane come gli All reds Basket, nel 2016 è avvenuto il primo scambio sportivo che ha visto questo gruppo di ragazza venire in Italia. Da li è nata una storia, un fiore bellissimo, che continua a diffondersi con forza. Quando ho incontrato Majdi la prima volta, a Firenze per un altro scambio sportivo con i bimbi del Palestine Youth Club, invitati dal Centro Storico Lebowsky, ho subitorealizzato  quanto cuore ci fosse in quell’uomo. Quanta determinazione, amore e voglia scorressero nelle sue vene, al punto da contagiarmi immediatamente. Così nel settembre 2025 ho deciso che se potevo far qualcosa, anche piccola, per aiutare a dar voce e luce a Majdi e alla comunità di Shatila, be andava fatto. Con Un Ponte Per son partito per il Libano,  a Shatila e ho preso parte come istruttore-educatore minibasket, alle attività sportive rivolte alle ragazzine di Shatila. In 24 ore venni travolto, dalla forza delle persone, dei bimbi e bimbe che ho incontrato, nonostante l’impatto molto forte con la realtà del campo profughi. Majdi mi fece promettere, e l’ho accettato molto volentieri (ignaro di che fatica sarebbe costata, ma che bello!!), che avrei provato con l’associazione di sport popolare di cui faccio parte, l’ASD San Salvario, a far venire le ragazze del Basket Beats Borders! Un’impresa in realtà! Perchè loro non hanno i nostri bei diritti e non possono viaggiare, non possono fare sport ufficialmente e sostanzialmente non sono nessuno. Tornato a Torino si è creata una sinergia magica per la quale ancor prima di proporre lo scambio, sono stato contattato da Marcello Giangualano, il quale conosceva bene il territorio di Chieri e soprattutto la realtà del Bea Chieri Basket, con la volontà espressa di fare qualcosa legato allo sport per la causa Palestinese. Ed ecco che tutti i punti si stavano unendo. Gli proposi questo scambio sportivo, dove lo sport, sempre più, si manifestava e manifesta come strumento politico vero, capace di smuovere persone, coscienze e istituzioni. Si creò questo tavolo di lavoro che vedeva coinvolte la San Salvario, Il Bea Chieri e il Trofarello sport e cultura. La macchina organizzativa si è avviata in un attimo attivando un crowdfounding dedicato ed eventi di promozione. Nei mesi lo sconforto che ci travolti è stato molto forte, perché le notizie della guerra con l’Iran e i bombardamenti Israeliani sul Libano e su Beirut, sembravano non lasciare molte speranze affinché l’ambasciata Italiana rilasciasse i visti necessari alle ragazze e a Majdi per poter viaggiare. Nonostante ciò, ma soprattutto motivati sempre dalla capacità di resistere e rilanciare che arrivava da Majdi e la sua comunità, ci siamo detti che dovevamo andare avanti. La voce di questo progetto è cominciata a circolare sempre più e le donazioni aumentavano. La fatica e l’incertezza a volte hanno fatto vacillare ma alla fine, come il fiore che nasce dalle macerie, è arrivata la notizia. Le ragazze possono partire!!!! Così, il 1 luglio, con un’eccitazione indescrivibile, siamo andati all’aeroporto di Malpensa per accogliere questo gruppo di giovani atlete, tra Palestinesi, Siriane e Libanesi. Perchè lo sport è inclusione! Sarebbe più giusto chiedere a loro cosa hanno provato ma sicuramente posso dire che l’accoglienza e l’affetto che hanno trovato una volta arrivate a Torino, è stato travolgente. Quasi tutte le realtà di sport popolare presenti sul territorio si sono spese insieme a noi per la realizzazione di questa settimana. Penso all’Aurora Vanchiglia, la Paco Rigore, la Dynamo Dora e altre che sicuramente sto dimenticando. Ci hanno raggiunto da Roma e  Firenze. Una settimana che ha visto tanti momenti sportivi con allenamenti e tornei, ma anche l’incontro con tutta la comunità solidale che ci ha sostenuti. Descrivere a parole le emozioni che ho provato nel vederle qua e le emozioni che ho visto negli occhi di tutti quanti, è impossibile. E’ il cuore che supera tutte le difficoltà e che non cede alla malvagità che ci circonda. E’ il grido di chi dice noi ci siamo e insieme a loro, Free Palestine! Il 7 luglio le abbiamo salutate con un groppo in gola ma il loro viaggio prosegue in direzione di Genova e Como. Faranno ritorno in Libano il 13 Luglio e un po’, la consapevolezza che torneranno in un contesto che vede bombe e devastazione, fa salire la tristezza. Ma il senso di questo scambio sta anche li. Trasmettere ai giovani e le giovani ragazze di Shatila che un’alternativa esiste. Che c’è un mondo pronto a sostenerle ed impegnarsi per aiutarle a dar loro voce e diritti. Questo è solo l’inizio. Il seme che Majdi e le ragazze hanno piantato qua è già pronto a fiorire e a diffondersi, continuando a supportare le progettualità sportive di questo pezzo di mondo. Se non sono loro ad arrendersi, non saremo certo noi a farlo! From the river to the see, Palestine will be free   Luca Garau Redazione Torino
July 13, 2026
Pressenza
LIBANO: L’IRAN CHIUDE NUOVAMENTE LO STRETTO DI HORMUZ, ISRAELE ANNUNCIA…UN ALTRO CESSATE IL FUOCO, IL TERZO IN 24 ORE
AGGIORNAMENTO SABATO 20 GIUGNO, ORE 18 – GIU – “Dopo una giornata di escalation, su indicazione del primo ministro Benjamin Netanyahu e del Ministro della Difesa Israel Katz, e in coordinamento con gli Stati Uniti, l’Idf ha ricevuto l’ordine di cessare il fuoco in Libano“. Lo riferisce Channel 12, tv israeliana vicina al Governo. E’ il terzo cessate il fuoco di cui parla Tel Aviv nell’arco di 24 ore. I due precedenti non sono mai stati rispettati. AGGIORNAMENTO SABATO 20 GIUGNO, ORE 15 – L’Iran ha annunciato la nuova chiusura dello Stretto di Hormuz al traffico navale “in seguito alle violazioni dell’accordo con gli Usa con i raid di Israele in Libano”. Lo riferisce il comando militare iraniano nel pomeriggio di sabato 20 giugno. Nelle ultime 36 ore in Libano Tel Aviv ha ammazzato almeno 83 persone, ferendo circa 150. Un muro di fuoco in particolare a Nabatieh, a sud del Libano e a nord del fiume Litani, ma pure a est, nella Valle della Beeka. Israele parla di “obiettivi militari” di Hezbollah, ma l’unica logica dell’ultradestra sionista di Netanyahu e coloni è politica: fare saltare, costi quel che costi, il già fragile Memorandum d’intesa raggiunto tra Teheran e Washington solo pochi giorni e che comprende, tra i punti, la chiusura di ogni fronte di guerra, Libano compreso, dove dal 2 marzo 2026 a oggi Tel Aviv ha fatto 4.057 morti, tra cui 135 operatori sanitari e di emergenza, 12.121 feriti e svariate centinaia di migliaia di persone ancora sfollate. Da Beirut la corrispondenza della tarda mattinata, su Radio Onda d’Urto, con David Ruggini, capomissione dell’ong Un Ponte Per. Ascolta o scarica
June 20, 2026
Radio Onda d`Urto
Un Ponte per si presenta alla 224° Presenza di Pace
Siamo arrivati alla 224° Presenza di Pace. Il 13 giugno la presenza in piazza Carignano ho visto la proposta di una nuova modalità mirata alla presentazione delle varie realtà che compongono il Coordinamento Agite. Ha inaugurato il nuovo format Un Ponte per. Quindi, chi è Un Ponte per?  Lo ha raccontato Silvano, uno dei sette membri del  Comitato torinese dell’associazione nata  nel 1991 con il nome di un Ponte per Baghdad. Lo scopo iniziale del gruppo era quello di risarcire il popolo iracheno, lenire le difficoltà della popolazione civile dovute al pesante embargo che arrivava a colpire anche le matite perché, si diceva, la grafite poteva essere usata per la costruzione di esplosivi. Un ponte per nasce seguendo il principio della nonviolenza e del rifiuto della sopraffazione di una parte sull’altra. Nasce per promuovere la pace e la giustizia sociale e ambientale ritenute inscindibili l’una dall’altra. Principi e obiettivi che hanno poi portato l’associazione a intervenire in altre zone bisognose di intervento, come adesso la Palestina e il Libano. Da queste due zone sono arrivate in piazza Carignano le testimonianze di due operatori adesso attivi in quelle zone. Dalla Palestina ha parlato in diretta Sharif, un gazawi che vive in Italia legato a Un ponte per. La sua famiglia vive ancora lì, nelle tende. Il calore in queste strutture è insopportabile, quella del fratello un giorno ha preso fuoco, molti sono rimasti feriti, ma gli ospedali sono quasi tutti distrutti. Sono dovuti tornare nelle tende, ma non possono esporsi al sole. Sharif ha raccontato anche del desiderio di poter avere qualche soldo da spendere al supermercato per accontentare la richiesta di un bambino, quello che qui facciamo in modo scontato e scontato non è. Dal Libano ha invece parlato il capo missione David Ruggini, che ha lasciato il suo racconto a un vocale registrato il giorno prima. In Libano con lo scoppio della guerra gli ordini di evacuazione hanno prodotto un esodo enorme. I rifugi sono stati allestiti nelle scuole – l’attività scolastica è stata spostata on line – ma con servizi di base scarsi e la situazione è nel complesso molto critica, demandata quasi unicamente alle azioni umanitarie, visto che lo Stato libanese non offre particolare supporto. Mentre nel sud del Paese la situazione è drammatica, con bombardamenti costanti e quotidiani, il nord non è stato toccato. Da poco è stato occupato il castello di Beaufort, a circa 1 km dal villaggio di Arnoun, un atto questo, prevalentemente simbolico visto che venne già occupato il 7 giugno 1982 dall’esercito israeliano e utilizzato fino al 2000 come base e posto di osservazione dell’IDF. E’ molto forte la propaganda israeliana supportata dagli Stati Uniti per dividere il governo libanese da Hezbollah, pressione che mette a serio rischio la stabilità interna. Purtroppo David non intravede nessun segnale di essere vicini ad una fine del conflitto. Tante le iniziative messe in campo dall’associazione; una lettura del sito o dei social  fornirà una mappa chiara dei progetti portati avanti. Cosa possiamo fare noi tutti per aiutare l’associazione? Intanto rimanere informati delle loro varie iniziative tramite sito e social. Ci si può iscrivere sostenendo così anche materialmente il loro lavoro. Inoltre possiamo sostenere le campagne che promuove adesso, che sono due in particolare. * La prima consiste nell’adesione alla campagna nazionale “Banche complici” del BDS. Il BDS nasce in Palestina seguendo 3 principi: fine della occupazione e della colonizzazione, rientro dei profughi e uguaglianza tra tutti i cittadini che vivono nell’area. Tra il 10 e il 20 giugno ha rilanciato una campagna volta al boicottaggio di tre grandi istituti di credito italiani, UniCredit, Intesa Sanpaolo e BNL-BNP Paribas, profondamente integrati nell’occupazione della Palestina e nelle guerre di Israele. Si propone a cittadine e cittadine di inviare mail a questi istituti chiedendo l’immediata cessazione di ogni forma di complicità con le violazioni del diritto alla vita dei palestinesi e darne visibilità sui social. * La seconda è la campagna di sostegno Giù le armi Leonardo che chiuderà il 24 giugno o prima se si raggiungerà la quota di 25.000 euro, ne mancano 5.000. Come? Usando il qr-code in evidenza. Qr-code per sostenere la campagna Giù le armi Leonardo La campagna è in favore dell’azione legale contro Leonardo presentata il 29 settembre 2025 insieme ad AssoPacePalestina, ATTAC Italia, ARCI, ACLI, Pax Christi, e dalla Dott.ssa Hala Abulebdeh, cittadina palestinese. L’atto di citazione notificato a Leonardo ed allo Stato italiano è stato depositato al Tribunale civile di Roma per chiedere che vengano dichiarati nulli i contratti stipulati da Leonardo Spa e dalle sue controllate con lo Stato di Israele, relativamente alla vendita e alla fornitura di armi all’IDF, le forza armate dello Stato d’Israele. La causa deve ancora proseguire, è stato disposto un rinvio a ottobre per il deposito delle memorie difensive. La Presenza è poi proseguita con i consueti interventi. Tra questi ricordiamo solo i due giovani italiani coinvolti nell’inchiesta sulle manifestazioni per la Palestina che pochi giorni fa si sono tolti la vita, tra divieti di dimora, misure cautelari sproporzionate e il diniego a partecipare a un funerale. Un fatto che merita un’attenzione e una riflessione approfondita anche sul ruolo della magistratura; ne abbiamo già parlato qui. Sara Panarella
June 15, 2026
Pressenza
LIBANO: LA TREGUA TRA BEIRUT E TEL AVIV “NON VALE PER IL SUD”; HEZBOLLAH LA RESPINGE. UCCISO UN CASCO BLU E DUE FERITI NEL SUD
AGGIORNAMENTO POMERIGGIO – Solo oggi, giovedì 4 giugno, 9 morti e 8 feriti per i raid israeliani tra Sohmor, nella valle della Bekaa, la diga di Qaraoun – una delle più importanti del Libano -, la periferia di Lebbaya, il sud di Beirut, Nabatieh, Bint Jbeil e Tiro, città millenaria a rischio distruzione. A Tel Aviv Netanyahu ha convocato i militari per un vertice, mentre suonano le sirene d’allarme nel nord. In Libano invece si trattiene il respiro, a partire da quelle almeno 130mila persone – i dati sono dell’Oms – a tutt’oggi sfollati nei 631 rifugi collettivi in tutto il Paese. Un dato sicuramente sottostimato, visto che non considera le migliaia e migliaia di sfollati informali e quelle 450mila persone che dal Libano hanno attraversato il confine con la vicina Siria. L’intervista a Lorenzo Trombetta, autore del recente libro “Damasco, crocevia millenario nello spazio euroasiatico”, analista mediorientale per Limes e Ansa. AGGIORNAMENTO MATTINA – Lo stato di Israele e il governo libanese di Beirut hanno concordato l’ennesimo cessate il fuoco, con la collaborazione esplicita delle autorità libanesi con l’occupazione israeliana: controlleranno, infatti, senza la partecipazione di Hezbollah, alcune delle aree invase dall’esercito israeliano. Secondo l’intesa, la tregua – che comunque esclude esplicitamente il sud del Paese – sarebbe subordinata, così si legge, alla “cessazione completa del fuoco di Hezbollah e all’evacuazione di tutti i suoi membri dal settore del Litani meridionale”. Sarebbe poi stato fissato un nuovo ciclo di colloqui dal 22 giugno per raggiungere un “accordo globale”. Hezbollah ha “informato il premier Aoun del proprio rifiuto dell’accordo, ribadendo che qualsiasi accordo accettabile debba comprendere il ritiro completo di Israele da tutto il territorio libanese”. Un soldato serbo della missione Unifil, intanto, è rimasto ucciso a Marjayoun, nel sud-est libanese. Altri due sono rimasti feriti. Lo riferiscono le Nazioni Unite. Scambio di accuse tra Tel Aviv e Hezbollah per la responsabilità dell’attacco, mentre Israele starebbe spingendo sempre di più perché lo scontro si sposti all’interno per aumentare le storiche divisioni della società libanese. A dirlo le agenzie di sicurezza libanesi, con le quali si confrontano anche le organizzazioni umanitarie sul campo, come Un Ponte Per, preoccupata dal fatto che “la possibilità che lo scontro si sposti internamente è probabile: la situazione è molto tesa”. Da Beirut il collegamento con David Ruggini, capomissione di Un Ponte Per in Libano. Ascolta o scarica
June 4, 2026
Radio Onda d`Urto
Palestina: l’insostenibile pesantezza della realtà
Un dossier ricco di articoli e voci. Articoli, voci e link– fra gli altri – di Leonarda Alberizia, Anbamed, BDS, Antonella Bundu, Damiano Censi, Duccio Facchini, Rula Jebreal, Yitzhak Laor, Radio Onda d’urto, David Ruggini, Dario Salvetti, Agnese Stracquadanio, Amina Tridente…   Genocidio a Gaza 30 – 05 Ieri pomeriggio, tre palestinesi sono stati uccisi e altri feriti in un
Bologna 13-14 maggio: colonialismo italiano su schermo
«NN – Non Noto» di Tezetà Abraham e «Omar Mukthar: il leone del deserto» di Mustafa Akkad. Il Centro Studi G. Donati organizza – con il Centro missionario diocesano di Bologna, Un Ponte Per, Rete Yekatit 12-19 febbraio  – presso il Cinema Gamaliele in via Mascarella 46 a Bologna la rassegna «Colonialismo italiano – storie da raccontare» con due proiezioni:   – mercoledì
Libertà per gli ostaggi palestinesi. Accendiamo la fiamma dell’umanità
Venerdì pomeriggio alle 17 presso il Centro Studi Sereno Regis si è svolto un interessantissimo incontro, Libertà per gli ostaggi palestinesi. Accendiamo la fiamma dell’umanità. All’incontro sono intervenuti Maria Elena Delia, portavoce della Global Sumud Flotilla, Giulia Torrini presidente di Un Ponte Per, Romana Rubeo caporedattrice di “The Palestine Cronichle” e Naim Abu Saif, studente di Gaza, autore de “L’ultimo respiro di Gaza”. L’evento, organizzato nella Giornata dei Prigionieri Palestinesi, è una risposta alla chiamata della campagna internazionale Red Ribbon. Attualmente sono 9.446 i detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, di questi 3.442 sono detenuti amministrativi senza accuse né processo, più di 350 i bambini. Si stima che dal 1967 in ogni famiglia palestinese ci sia stato almeno un membro detenuto nelle carceri israeliane. Detenuti che adesso hanno di fronte la nuova legge approvata dalla Knesset il 30 marzo che prevede: * La pena di morte per impiccagione senza possibilità di grazia. * Le sentenze saranno emesse da tribunali militari con una finestra di 90 giorni per eseguire le esecuzioni una volta emessa la sentenza. * Soprattutto questa legge si applica esclusivamente ai palestinesi in Cisgiordania, non ai coloni israeliani, un atto gravissimo che ci riporta direttamente agli anni del nazismo. Carcere è infatti una delle parole chiave dell’intervento del giovane Naim Abu Saif. Il carcere, è, nel suo racconto, un’entità vicina e tangibile. Tutti a Gaza hanno parenti, amici, conoscenti che sono o sono stati in carcere. Lo stesso padre di Naim venne incarcerato e poi ucciso durante la seconda Intifada. Tutti sanno di persone malate, maltrattate e detenute anche senza nessuna colpa se non quella di essersi trovate nel posto sbagliato al momento sbagliato. Naim ha voluto leggere la prima strofa della poesia “A mia madre”  del grande poeta palestinese Mahmoud Darwish, scritta nel 1965 agli inizi della sua carriera poetica, scritta dopo una visita in carcere della madre del poeta. Lo spunto arrivò in occasione di una visita della madre del poeta che gli portò pane e caffè. La guardia rovesciò tutto a terra. Da quel gesto, di una violenza che nella sua semplicità è devastante, nacque la poesia diventata un simbolo della memoria e della resistenza palestinese. Mi manca il pane di mia madre Il suo caffè La sua carezza Che cresce con la mia infanzia Giorno dopo giorno Amo la vita Perché se morissi Non sopporterei il pianto di mia madre! Madre, mancanza sono le altre parole chiave del racconto del giovane scrittore. La sua famiglia è ancora a Gaza, ancora in pericolo. Comunicare con loro è difficile, soprattutto con la madre che vive nel nord dove viveva lui stesso fino a pochi mesi fa, dove la situazione è peggiore rispetto ad altre zone del paese e non ha internet ne telefoni a disposizione. Due sorelle vivono a Gaza City e lì, racconta, la situazione va un pochino meglio. Naim adesso è a Torino, è tornato all’Università e ha pubblicato il libro “L’ultimo respiro di Gaza”, una raccolta di quanto scritto quando ancora viveva a Gaza, quando scrittura è servita per dare nome e, forse, un senso a quanto stava avvenendo. Il suo libro non è però possibile reperirlo in libreria. Per trovarlo bisogna partecipare a una delle varie presentazioni previste oppure contattare Naim sui social. Quello che è stato ben delineato grazie ai vari interventi è che la situazione è difficile ancora adesso, i numeri di morti e uccisioni è ridotto ma la pace è ancora lontana. Non potrebbe essere diversamente pensando alla legge che prevede la pena di morte per i palestinesi detenuti, solo per loro, e per impiccagione. Ecco perché partirà nuovamente la Global Sumud Flotilla, a breve dalla Sicilia via mare ma a maggio partirà anche un equipaggio via terra. Maria Elena Delia esprime in modo chiaro e netto il significato politico della spedizione. Con la Flotilla partiranno medici, educatori, eco builders, se c’è la pace non potranno non farli attraccare. Chiede anche il nostro sostegno nel seguirli e accompagnarli. Lo scorso anno furono le manifestazioni e le proteste a difenderli, facciamolo anche stavolta, rimaniamo pronti “a bloccare tutto”. Dopo l’incontro è stata organizzata una fiaccola in piazza Castello. Si può rivedere tutto l’evento sul canale youtube del Centro Sereno Regis: https://www.youtube.com/@serenoregistv/streams Sara Panarella
April 18, 2026
Pressenza