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MORTI SUL LAVORO, “UNA GUERRA NON DICHIARATA DELL’ORGANIZZAZIONE CAPITALISTICA DEL LAVORO”
Continua anche oggi, mercoledì 2 settembre, la strage quotidiana causata dal lavoro e dallo sfruttamento capitalistico. Tra le vittime anche chi, per questioni anagrafiche, dovrebbe potersi dedicare ad altro. È il caso dell’operaio di 79 anni morto in queste ore dopo che lo scorso 19 agosto era caduto da un ponteggio a Porto Cesareo, in provincia di Lecce. Sempre oggi un operaio di 30 anni è morto in un’azienda agricola a Ciminna, provincia di Palermo. Il lavoratore, Camara Dramane, originario del Gambia, era a bordo di un mezzo che si è ribaltato provocandogli una ferita al collo che non gli ha lasciato scampo. In Emilia, invece, un giardiniere di 75 anni è rimasto ferito a Medicina, provincia di Bologna, colpito dal coperchio di un escavatore mentre effettuava delle potature. È ricorverato in condizioni gravi. Infine tre lavoratori feriti, ieri sera, in un incidente avvenuto all’interno di uno stabilimento di A2a a Crotone. Si tratta di un dipendente diretto di A2a e due operatori di una società esterna che erano impegnati in attività di manutenzione ordinaria dell’impianto. Il commento di Vito Totire, medico del lavoro e portavoce della rete nazionale “Lavoro sicuro”, che hai nostri microfoni ha parlato di “una guerra non dichiarata e unilaterale di un’organizzazione capitalistica del lavoro che mira esclusivamente al profitto a tutti i costi. Se ne esce non solamente con la cultura della prevenzione”. È necessario aumentare le capacità d’intervento degli enti ispettivi ma spetta anche ai lavoratori “mettere in campo le proprie capacità di auto difesa”. Ascolta o scarica
September 2, 2026
Radio Onda d`Urto
Il ricordificio sui morti di lavoro
Ci deve essere un ufficio apposito, da qualche parte, che si occupa di ricordare alle nostre “autorità” le date, gli anniversari che devono essere assolutamente ricordati. Tra queste spiccano le stragi di lavoratori, oggi Brandizzo, ieri Firenze, l’altro ieri Luana e via andando. Brevi spezzoni televisivi ricordano quelle giornate, chi […] L'articolo Il ricordificio sui morti di lavoro su Contropiano.
August 31, 2026
Contropiano
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa sulle morti sospette di persone bisognose di cura e ascolto
PUBBLICHIAMO UN IMPORTANTE ARTICOLO DEL COLLETTIVO ANTIPSICHIATRICO ANTONIN ARTAUD DI PISA RELATIVAMENTE ALLE CIRCOSTANZE CHE HANNO CAUSATO LA MORTE DI FAKIR, TITOLARE DI UNA DITTA DI TRASPORTI E FACCHINAGGIO, A BOLOGNA NEL LUGLIO SCORSO. NE CONDIVIDIAMO L’IMPIANTO E L’ANALISI CHE PORTA INEVITABILMENTE IL DISCORSO SULLA PROGRESSIVA MILITARIZZAZIONE DI OGNI ARTICOLAZIONE DELLA SOCIETÀ ITALIANA IN UN’OTTICA REPRESSIVA SEMPRE PIÙ PRONUNCIATA. LA LETTURA DI OGNI FENOMENO SOCIALE, COMPRESE QUELLE SITUAZIONI IN CUI SI ESPRIMONO PARTICOLARI SOFFERENZE E BISOGNI, IN CHIAVE ESCLUSIVAMENTE SECURITARIA DIMOSTRA LA COMPLETA INCAPACITÀ E LA PATENTE INADEGUATEZZA DI APPARATI ISTITUZIONALI EVIDENTEMENTE CONVINTI CHE L’UNICA RISPOSTA POSSIBILE SIANO MANETTE E MANGANELLI. COME IL COLLETTIVO, SIAMO ANCHE NOI CONVINT3 CHE «UN VERO CAMBIAMENTO NON PUÒ PASSARE CHE DALLA CONSAPEVOLEZZA DIFFUSA DELLA NECESSITÀ DI UN RITORNO ALLA DISPONIBILITÀ ALLA CURA, QUELLA VERA, FATTA DI ASCOLTO, CAPACITÀ DI RELAZIONE, VICINANZA». NO, DECISAMENTE QUESTA NON PUÒ ESSERE LA NUOVA NORMALITÀ. COMUNICATO STAMPA È passato un mese da quando il 19 luglio scorso a Bologna è stato ucciso Abderrahim Fakir, 42 anni, schiacciato a terra e soffocato dalla polizia durante un fermo. Fakir viveva in Italia da quando aveva sette anni ed era titolare di una ditta di trasporti e facchinaggio. Negli ultimi mesi alla sua avvocata aveva manifestato timori legati all’entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulla migrazione. Aveva paura di essere espulso dall’Italia nonostante avesse i documenti in regola. La sua terribile storia è sparita dai giornali. Non se ne parla già più. Sembra che non rimanga altro da fare che aspettare i risultati dell’autopsia. Anche se non ne abbiamo bisogno per sapere come è morto. Da quando il 3 marzo 2014 Riccardo Magherini è morto schiacciato a terra a Firenze, contenuto e soffocato dai carabinieri, non abbiamo fatto un passo avanti. Siamo rimasti sempre e ancora lì. Riccardo chiedeva aiuto. Come Fakir. Sembra ormai una pratica ordinaria, normale, accettabile quella di rispondere all’inquietudine, allo smarrimento, all’evidente sofferenza, all’intimo turbamento in maniera repressiva e violenta, anche con lo schiacciamento a terra, il ginocchio sulla schiena, le manette, la contenzione, il soffocamento. Le cronache sono piene di storie simili a quella di Fakir o di Riccardo Magherini. Chi vuole, (noi come Collettivo ci siamo cimentati in questa impresa) si prenda la briga di cercarle, studiarle, divulgarle… Tantissime sono le persone decedute in seguito all’esecuzione di un fermo di polizia con annesso Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO), all’azione congiunta di divise e camici bianchi, di gazzelle della polizia e ambulanze del 118 o della Croce Rossa. Riccardo e Fakir sono morti come tanti altri. Luigi Marinelli, schiacciato da un ginocchio sulla schiena durante l’intervento della polizia nella sua abitazione a Roma il 5 settembre 2011. Giacomo Zotti, morto a Urago d’Oglio in provincia di Brescia durante un TSO, a causa di due iniezioni di sedativo mentre era bloccato dai carabinieri il 26 ottobre 2011. Vincenzo Sapia, soffocato a terra da un carabiniere a Mirto Crosio in provincia di Cosenza il 24 maggio 2014. Andrea Soldi, immobilizzato con una presa al collo, ammanettato e soffocato durante un TSO (non voleva recarsi al CSM a farsi somministrare la dose di psicofarmaci) da tre vigili urbani e uno psichiatra il 5 agosto 2015 a Torino. Arafet Arfaoui, morto a Empoli il 17 gennaio 2019 dopo un’iniezione di sedativo mentre era ammanettato e schiacciato a terra dai carabinieri, con i piedi legati da un cordino di plastica. Igor Squeo, morto a 33 anni in circostanze ancora non chiarite la notte tra l’11 e il 12 giugno 2022 a Milano in seguito a un intervento di polizia e sanitari nel suo appartamento, ammanettato, schiacciato a terra in posizione prona e potentemente sedato. M.M, soffocata a 39 anni all’interno di una chiesa di Vigevano dopo essere stata ammanettata, contenuta e bloccata a pancia in giù da due vigili urbani il 3 novembre 2023. E chissà quante altri. Tante, troppi hanno perso la vita nel corso di un intervento delle forze dell’ordine durante l’esecuzione di un Trattamento Sanitario Obbligatorio. Il TSO a tutt’oggi continua a essere l’unica pratica considerata “medica” che impone una “cura” indesiderata e involontaria attraverso l’intervento della forza pubblica. A migliaia ne vengono praticati ogni anno in Italia, decine ogni giorno. E troppo spesso finiscono così, con la morte “accidentale” di chi li subisce. Come società e come individui facciamo fatica a empatizzare con chi esprime una sofferenza latente, evitiamo di considerare il dolore interiore e nascosto. Siamo capaci di percepire solamente la minaccia. L’unica risposta a chi si trova in un momento di difficoltà, chiede aiuto ed esige cura, ascolto, vicinanza e accoglienza sono le forze dell’ordine e dosi massicce di neurolettici e sedativi. L’incontro ravvicinato con una persona in forte crisi ha come conseguenza quasi meccanica l’appello a chi ha il monopolio della forza. Farsi carico, prendersi personalmente cura di una persona che esprime difficoltà sembra appartenere a spazi, tempi e dimensioni lontane. Nel nostro tempo, nel nostro spazio, nella nostra dimensione ciò non è più possibile. Si salta a piè pari qualsiasi rapporto umano. Chi urla per strada è potenzialmente pericoloso per sé e per gli altri, e al cittadino che non vuole guai non rimane che una soluzione, chiamare le forze dell’ordine o l’ambulanza per il ricovero coatto in psichiatria. Spesso quando le divise operano insieme ai camici bianchi, le parole si trasformano in armi, le relazioni sono surrogate da bombardamenti di psicofarmaci, contenzione e segregazione in reparti psichiatrici. Fakir è morto perché bravi cittadine alla finestra desiderosi di tranquillità, cellulare alla mano in modalità ripresa video, lo hanno consegnato a uomini in divisa. I quali, ben lungi dal preservare l’incolumità delle persone, hanno messo in atto il loro compito primario: controllare, contenere e reprimere. Le persone sofferenti sono spesso circondate da uno stigma: una modalità collettiva, costruita nei secoli, di osservare la realtà che ci circonda e di rapportarsi alle persone, che trasforma la vulnerabilità in vergogna o pericolo. Dei matti si ride o se ne sta alla larga. Lo stigma psichiatrico va anche oltre: previene e annulla qualsiasi responsabilità personale anche se si mettono in atto trattamenti violenti e contenitivi prolungati. Alle persone considerate matte, pazze, deliranti difficilmente si crede, anche quando denunciano un danno o un abuso. Così agisce lo stigma. Ci si sente più liberi di agire impuniti. Chi è in crisi non è credibile e non è attendibile come testimone. Fakir è stato colpito anche da questo stigma. Dopo la sua morte è stata orchestrata dai media e dal dibattito politico di infimo livello a cui siamo abituati una campagna stampa tesa a screditarlo come persona. Si è detto che forse aveva delle patologie pregresse, che assumeva stupefacenti. È stata perquisita la sua abitazione ed è comparsa la sua cartella clinica di un ricovero risalente a un mese prima della morte, quando era andato al pronto soccorso dell’ospedale Maggiore di Bologna per un taglio al polso, durante il quale aveva chiesto un aiuto psicologico. Il fine era chiaro: dimostrare che lui stesso fosse la causa del suo omicidio. La famiglia di Fakir chiede verità e giustizia. La procura di Bologna ha già mostrato da che parte sta lo Stato: il fascicolo sui due poliziotti e i quattro operatori del 118 intervenuti al Pilastro non è stato aperto nel registro ordinario degli indagati, ma nel cosiddetto modello 45 bis, il registro “scudo” introdotto dall’articolo 12 del decreto sicurezza, riservato ai casi in cui si presume sin da subito una causa di giustificazione per chi porta una divisa, in adempimento del dovere. Chi vi finisce iscritto non è formalmente indagato e gli accertamenti procedono su un binario separato e più rapido rispetto a quello ordinario. Per la morte di una persona disarmata, bloccata a terra e ammanettata, il punto di partenza dell’inchiesta è la presunzione che agenti di polizia e i volontari della Croce Rossa abbiano agito legittimamente. Si tratta della prima applicazione in assoluto di questa norma in Italia. Siamo con le famiglie di chi subisce abusi di questo tipo, spesso destinate a un doppio lutto, a una doppia perdita: strappate per sempre alla presenza dei propri cari, private della consolazione di una verità processuale plausibile e accettabile. Pochissimi sono i processi che giungono a una conclusione effettiva. Il che aggiunge un ulteriore inquietante elemento alla violenza che famiglie, parenti, amici della persona deceduta a causa dell’abuso sono costretti a sopportare: la privazione anche di una spiegazione, di una successione plausibile dei fatti e delle cause che hanno portato alla morte delle persone a loro più care. Quello che è successo a Fakir e a tutti gli altri è il risultato della perdita di qualsiasi contatto umano. È la conseguenza della delega di azioni, pensieri e rapporti solidali a istituzioni prive per statuto di capacità relazionale, di reale interesse verso le sensazioni altrui e nei confronti di stati d’animo non rispondenti a uno standard conforme. Un vero cambiamento non può passare che dalla consapevolezza diffusa della necessità di un ritorno alla disponibilità alla cura, quella vera, fatta di ascolto, capacità di relazione, vicinanza. Tutte caratteristiche che, inesorabilmente, stiamo, forse per sempre, perdendo in questi anni infami. Ci rifiutiamo di pensare che questa deriva rappresenti la nostra nuova normalità. Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud via San Lorenzo 38, 56100 Pisa antipsichiatriapisa@inventati.org www.artaudpisa.noblogs.org 3357002669  -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Israele cancella le prove del genocidio a Gaza
Le forze israeliane, insieme ad appaltatori civili israeliani, stanno conducendo un’operazione su vasta scala e organizzata per smaltire e rimuovere le macerie dai quartieri e dalle strutture che hanno distrutto nella Striscia di Gaza e trasferirle dalle aree sotto il loro controllo militare al di fuori della Striscia. Questo avviene […] L'articolo Israele cancella le prove del genocidio a Gaza su Contropiano.
August 7, 2026
Contropiano
Insensibili al crescente numero di morti a Gaza
Le parole “ucciso”, “ferito”, “mutilato” e simili spesso perdono gran parte del loro significato quando vengono ripetute così incessantemente. Prendiamo, ad esempio, un titolo come: “13 palestinesi uccisi a Gaza, altri feriti”. Sebbene molti di noi possano ancora provare un profondo senso di tristezza per una simile tragedia, la notizia […] L'articolo Insensibili al crescente numero di morti a Gaza su Contropiano.
August 5, 2026
Contropiano
Basta morti nelle campagne per il caldo e la fatica
19 anni, rumeno, morto in un campo di pomodori nel cremonese, morto di caldo, di fatica, di sfruttamento, in una bollente domenica d’agosto. Ma in campagna si lavora di domenica? Certo, si lavora tutti i giorni, sabati, domeniche e festivi compresi, piegati in due sotto il solleone, per 10 – 12 ore, con paghe da fame. Certo, i banchi dei supermercati non possono attendere, c’è bisogno di quei frutti che poi finiscono sulle nostre tavole a prezzi stracciati. Certo, c’è l’ordinanza della Regione Lombardia che vieta il lavoro dalle 12.30 alle 16.00, ma chi se ne frega, tanto i controlli non ci sono, quei controlli che dovrebbero garantire condizioni di lavoro decenti e salari contrattuali. E il padrone che faceva lavorare quei migranti in quelle condizioni chi è, dove sta? Silenzio tombale, come sempre. Anche da noi la situazione è in via di peggioramento. Si, i salari sono aumentati un po’, adesso si aggirano sui 5 – 6 euro (!), neanche la metà della paga contrattuale, poche ore in busta paga, quando c’è, condizioni di lavoro spaventose. E il controlli ispettivi? Semplicemente inesistenti. Qui c’è un sistema che va smantellato, fatto d’irregolarità, di nero, di grigio; dappertutto si lavora così, non è questione di qualche “mela marcia”. I braccianti sono quei lavoratori collocati nell’ultimo gradino della scala sociale, in una filiera agroalimentare infiltrata da sempre dalle mafie, che gode di robuste coperture istituzionali. Ne sappiamo qualcosa noi in Valle Scrivia. La legge 199/2016 è totalmente inapplicata, si scarica sul caporalato, ma il caporalato è solo parte del problema, sono gli “scafisti” delle campagne; i padroni sono i veri responsabili insieme alla grande distribuzione. Nelle ultime settimane, già cinque lavoratori agricoli hanno perso la vita nelle campagne per il caldo e la fatica, denuncia la Flai – Cgil. Noi restiamo convinti che, come per gli altri “martiri” delle nostre campagne, per lo più sconosciuti, il sipario si chiuderà nei giorni a venire nel silenzio dei media. Fino ai prossimi morti. Contro questo sistema di moderno sfruttamento, non bastono le carovane solidali, le bottigliette d’acqua, i cappellini e le borse termiche; ci vuole ben altro.  Serve organizzare la lotta, quella lotta che rivendica e afferma, che rende protagonisti del proprio cambiamento. Salari, condizioni di lavoro, salute, case, lotta al caporalato è il nuovo fronte. Così si rende giustizia ai martiri delle nostre campagne. SCHIAVI MAI! In attesa di conoscere il nome della vittima di questa modernità dello sfruttamento capitalista, ci uniamo al cordoglio della famiglia. Che la terra ti sia lieve, fratello. Presidio Permanente di Castelnuovo Scrivia Redazione Italia
August 4, 2026
Pressenza
Soldati morti e prezzo della benzina in salita, l’incubo di Trump
Ogni tragedia porta con sé dettagli ridicoli e atteggiamenti patetici. Ma l’America trumpiana sembra voler battere tutti i record in materia, rovesciano tonnellate di frasi sconclusionate sulla lava rovente dei bombardamenti. In assenza di una strategia coerente, di obbiettivi credibili (cambiano in continuazione, visto che non vengono raggiunti), ora tocca […] L'articolo Soldati morti e prezzo della benzina in salita, l’incubo di Trump su Contropiano.
July 20, 2026
Contropiano
Tregua in Libano, conferme bilaterali ma combattimenti in corso
Reuters: l’accordo Israele-Hezbollah sul “cessate il fuoco” entra in vigore Reuters ha citato un funzionario degli Stati Uniti dicendo che Israele e Hezbollah avevano accettato un “cessate il fuoco” dalle 4 del pomeriggio ora locale di oggi, 19 giugno. Il funzionario americano ha detto che i negoziatori statunitensi e del […] L'articolo Tregua in Libano, conferme bilaterali ma combattimenti in corso su Contropiano.
June 19, 2026
Contropiano
L’uso militare dell’intelligenza artificiale deve fermarsi
RETE ITALIANA PACE DISARMO FIRMA L’APPELLO INTERNAZIONALE Oltre 220 tra organizzazioni della società civile (tra cui Access Now, Amnesty International, Stop Killer Robots e la Rete Italiana Pace Disarmo) e singoli esperti hanno lanciato un appello congiunto contro la militarizzazione dell’intelligenza artificiale (IA) e per il suo immediato blocco nelle “catene di uccisione” (kill chain) militari. La guerra accelerata dall’Intelligenza Artificiale sta infatti diventando uno strumento per “validare” l’uccisione di esseri umani a una velocità e su una scala senza precedenti. Aziende e governi devono cessare la fornitura e l’uso di tecnologie che compromettono il rispetto del diritto internazionale nei conflitti armati. La Rete Italiana Pace Disarmo ha aderito convintamente a questa presa di posizione collettiva visto il suo ruolo di partner della campagna internazionale Stop Killer Robots, di cui segue le attività in Italia, impegnandosi da anni contro i sistemi d’arma autonomi e contro la delega a sistemi algoritmici delle decisioni di vita e di morte. L’appello denuncia una corsa incontrollata a militarizzare l’Intelligenza Artificiale, al di fuori di ogni regolamentazione e di ogni reale assunzione di responsabilità: una corsa al ribasso negli standard delle attività militari che minaccia la pace e la sicurezza globali. Da Gaza al Libano fino all’Iran, la realtà concreta della violenza scatenata attraverso “kill chain” guidate dall’IA smentisce ogni pretesa che questi sistemi possano essere impiegati in modo responsabile e coerente con il diritto internazionale. L’uso di strumenti di IA per generare e selezionare gli obiettivi (sia di luoghi/edifici che sopratutto umani) sta spingendo gli attori militari verso una forma di guerra che mina principi fondamentali del diritto umanitario, come distinzione, proporzionalità e precauzione. I firmatari del “Joint Statement on AI in warfare” chiedono alle aziende tecnologiche di non stipulare né dare esecuzione a contratti con agenzie militari o gruppi armati responsabili di possibili violazioni del diritto internazionale, e di astenersi dal fornire o esportare sistemi di Intelligenza Artificiale di supporto alle decisioni per le “kill chain militari” e l’individuazione di obiettivi per attacchi finché non saranno garantiti reale responsabilità, controllo umano significativo, supervisione e trasparenza. Agli Stati viene chiesto di interrompere l’uso di strumenti di IA, compresi i grandi modelli linguistici, nella conduzione del targeting militare e di assicurare trasparenza sull’uso che ne viene fatto nelle ostilità. Non è troppo tardi per cambiare rotta, ma la comunità internazionale deve agire con rapidità e determinazione perché la tecnologia sia al servizio delle persone, non della loro distruzione. La Rete Italiana Pace Disarmo sottolinea come la questione riguardi direttamente anche l’Italia e l’Europa, chiamate a una posizione chiara sulla regolamentazione dei sistemi d’arma autonomi e sull’impiego militare dell’Intelligenza Artificiale, in coerenza con i principi costituzionali e gli impegni internazionali. DICHIARAZIONE CONGIUNTA SULL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE NELLA GUERRA (qui la versione internazionale con fonti di riferimento e lista aderenti)   Noi, organizzazioni e individui firmatari, siamo profondamente allarmati dalla rapida militarizzazione delle tecnologie di intelligenza artificiale (IA). I sistemi di IA integrati nelle “catene di uccisione” (kill chain) militari stanno accelerando la velocità e la portata degli attacchi militari in un modo che crea nuovi e rilevanti rischi per la responsabilità nei conflitti e che rischia di agevolare violazioni del diritto penale internazionale, dei diritti umani e del diritto umanitario. Chiediamo pertanto alle aziende tecnologiche e agli Stati di interrompere la fornitura di sistemi di IA destinati all’uso nella kill chain militare e di adottare ogni misura per garantire che gli altri sistemi di IA che forniscono non causino né contribuiscano a violazioni del diritto internazionale umanitario (DIU) e del diritto internazionale dei diritti umani (DIDU). Questo include l’uso di sistemi di IA di supporto alle decisioni, compresi i sistemi di generazione degli obiettivi, la sorveglianza biometrica da remoto e i modelli di IA multimodali, inclusi i grandi modelli linguistici (LLM). La guerra accelerata dall’IA sta rapidamente diventando un mezzo per “timbrare” l’uccisione di massa a grande velocità e su larga scala, e attualmente nessuna correzione tecnica o procedurale può prevenire efficacemente le conseguenze letali e devastanti che derivano dalle sfide fondamentali che essa pone al diritto internazionale. Tutte le aziende, comprese quelle che stipulano contratti con agenzie militari governative lungo l’intera catena di fornitura dell’IA — dalla concessione in licenza e dall’addestramento dei modelli “di frontiera” fino alla fornitura di funzioni di elaborazione e archiviazione dei dati — devono adottare ogni misura possibile per garantire che i loro prodotti e servizi non causino, contribuiscano o siano direttamente collegati ad abusi dei diritti umani e a crimini internazionali. Nei conflitti armati, questa responsabilità si estende al rispetto del diritto internazionale umanitario e penale, dato l’accresciuto rischio di agevolare gravi abusi dei diritti umani in tali contesti. Laddove le aziende non siano in grado di prevenire o mitigare in modo concreto tali rischi, non devono stipulare né dare esecuzione a contratti di questo tipo. I sistemi di archiviazione e analisi dei dati abilitati dall’IA usati nella kill chain — tra cui il grande modello linguistico Claude di Anthropic e il Maven Smart System — secondo un’inchiesta della NBC starebbero giocando un ruolo nel supportare gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran. OpenAI ha recentemente accettato di fornire servizi di IA al Dipartimento della Difesa statunitense; Google ha stipulato contratti con il Dipartimento, come Anthropic, per “sviluppare prototipi di capacità di IA di frontiera per affrontare sfide critiche di sicurezza nazionale negli ambiti bellico e operativo”; Microsoft, Google e Amazon forniscono da anni servizi di archiviazione, elaborazione dati e altre infrastrutture ai programmi bellici del Dipartimento. Secondo notizie di stampa e dichiarazioni ufficiali del Dipartimento della Difesa, la rapida generazione di obiettivi tramite strumenti di IA ha consentito un aumento della velocità, della portata, dell’intensità e della forza distruttiva degli attacchi statunitensi contro l’Iran. Nelle prime 48 ore di attacchi, Israele e gli Stati Uniti avrebbero colpito quasi 2.000 obiettivi in Iran. Sebbene molto resti poco chiaro sul ruolo preciso svolto dai sistemi di IA in questi attacchi, le incursioni hanno avuto un impatto devastante sui civili e sulle infrastrutture civili. L’adozione di sistemi di targeting basati sull’IA in questa campagna segue l’esempio dell’uso, da parte del governo israeliano, di strumenti di analisi dei dati e machine learning alimentati dalla sorveglianza di massa nei suoi attacchi genocidi contro Gaza. Diluendo la responsabilità umana nelle decisioni di vita e di morte, l’uso da parte di Israele di sistemi come Lavender, Gospel e Where’s Daddy può contribuire a occultare crimini internazionali dietro un’apparenza di presunta oggettività algoritmica, offuscando al tempo stesso le responsabilità. Non è la prima volta che vediamo la Palestina usata come laboratorio per metodi di guerra sperimentali e disumanizzanti, anche attraverso partnership tecnologiche aziendali con le agenzie militari israeliane. Microsoft, Google, Palantir e altre aziende tecnologiche potrebbero aver contribuito o consentito l’accesso del governo israeliano a sistemi di archiviazione, elaborazione e analisi di dati di massa che stanno favorendo la distruzione e il genocidio in corso a Gaza, che finora ha causato l’uccisione di almeno 72.000 palestinesi. Studiosi e professionisti del diritto, esperti tecnici, lavoratori del settore tecnologico, relatori speciali dell’ONU e giornalisti investigativi mettono in guardia da tempo contro lo sviluppo e l’impiego dell’IA in guerra, dato l’accresciuto rischio di crimini internazionali. Nonostante le affermazioni dei suoi sostenitori secondo cui gli strumenti di IA renderebbero la guerra più efficace, precisa o “umana”, gli impieghi reali indicano che l’IA sta in realtà agevolando metodi di guerra più violenti, disumanizzanti e distruttivi. In particolare, siamo profondamente preoccupati dal fatto che l’uso degli LLM per la generazione e la definizione delle priorità degli obiettivi stia spingendo gli attori militari verso una forma di guerra in cui i principi fondamentali del diritto internazionale umanitario — tra cui i principi di distinzione, proporzionalità e precauzione — non sono, e probabilmente non possono essere, sufficientemente rispettati, data l’enorme velocità e portata di tali tecnologie, oltre alla natura inaffidabile, distorta e spesso illegalmente ottenuta dei dati di input. Affermiamo inoltre che queste dinamiche rischiano di agevolare abusi dei diritti umani, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Inoltre, l’opacità che accompagna l’uso di questi strumenti minaccia alla radice la possibilità di attribuire responsabilità morali o legali nei casi in cui vengano commessi errori. Come la stessa Anthropic ha dichiarato, “…oggi i sistemi di IA di frontiera semplicemente non sono abbastanza affidabili da alimentare armi pienamente autonome. Non forniremo consapevolmente un prodotto che metta a rischio i combattenti e i civili americani”. Gli attori che scelgono di impiegare sistemi di IA usati per commettere crimini internazionali devono essere ritenuti penalmente responsabili. Le nostre preoccupazioni non si limitano agli errori che possono derivare dal malfunzionamento di tali sistemi, ma riguardano il modo in cui questi sistemi trasformano alla radice le operazioni militari. Respingiamo pertanto la premessa secondo cui, allo stato attuale, correzioni tecniche o funzionali — che si tratti di un presunto “uomo nel circuito” (human in the loop) o di supposte barriere di sicurezza “cablate” nei modelli di IA — possano prevenire le conseguenze letali e devastanti delle kill chain accelerate dall’IA. Tali proposte permettono la normalizzazione e la proliferazione dell’integrazione dell’IA nel processo decisionale militare, a danno delle comunità e delle popolazioni vulnerabili. Allo stato attuale, un controllo umano significativo, una reale assunzione di responsabilità, la supervisione e la trasparenza di queste tecnologie non sono possibili nella loro forma odierna. Anche quando i sistemi di IA usati per l’acquisizione degli obiettivi non prendono la decisione finale di uccidere, rischiano di diventare meccanismi di mera ratifica per l’uccisione su larga scala, perché fanno leva su false nozioni di oggettività e possono spostare altrove la responsabilità e la dovuta diligenza, finendo per accelerare e snellire l’uccisione di massa. Sovrapporre a questi sistemi tecniche ancora più “prive di attrito” di sorveglianza, acquisizione degli obiettivi e operazioni di comando — ad esempio sotto forma di grandi modelli di IA come gli LLM — automatizza la disumanizzazione, riducendo le questioni di vita e di morte a un semplice prompt di chat. La decisione di uccidere un altro essere umano porta con sé un grave peso morale e giuridico e non deve mai essere ridotta al puro accettare o rifiutare le raccomandazioni di sistemi di IA. Quando gli eserciti si affidano all’IA per accelerare l’identificazione degli obiettivi con una velocità e una routinizzazione tali che qualsiasi revisione umana rischia di diventare una mera ratifica priva di controllo umano significativo, l’uccisione di massa può seguirne e spesso ne seguirà, in diretta violazione del principio di precauzione del DIU. Le aziende hanno la responsabilità di rispettare i diritti umani e di astenersi dal causare o contribuire ad abusi e ad altre violazioni del diritto internazionale, compreso il fornire sostegno materiale o finanziario a Stati coinvolti in crimini internazionali. Come stabilito dai Principi Guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani, le aziende che adottano tali comportamenti devono cessare immediatamente il loro contributo al danno. Anche quando un’azienda non causa né contribuisce al danno, ma è semplicemente collegata a esso, ci si attende che usi la propria capacità di influenza per cercare di porre fine a tali violazioni. Una volta stipulati contratti militari, le aziende possono avere un controllo limitato su come i loro prodotti e servizi vengano utilizzati, come dimostrato dal braccio di ferro tra Anthropic e il governo statunitense, oltre che dalle notizie di Google e Amazon che avrebbero sospeso l’applicabilità dei propri termini di servizio nei contratti con il governo israeliano. Ancora di recente, il 27 aprile 2026, più di 560 dipendenti di Google hanno firmato una lettera aperta all’amministratore delegato della società, sollecitandola a rifiutare l’uso della propria tecnologia di IA da parte del governo statunitense in operazioni militari classificate. Le aziende tecnologiche e i loro dirigenti dovrebbero prendere sul serio la propria potenziale responsabilità nei casi in cui le loro tecnologie giochino un ruolo in violazioni del diritto internazionale, prima di stipulare questi lucrosi contratti di difesa, e astenersi dal farlo laddove non siano in grado di compiere tale valutazione. Oltre a ciò, devono anche comprendere il ruolo che hanno nel ridisegnare l’architettura normativa dell’uso dell’IA nei conflitti. Noi, organizzazioni e individui firmatari, chiediamo: Alle aziende tecnologiche di: * astenersi dallo stipulare o dare esecuzione a contratti con agenzie militari o gruppi armati che commettono possibili violazioni del diritto internazionale, comprese violazioni dei diritti umani e crimini atroci; * astenersi dal vendere, trasferire, fornire assistenza o esportare sistemi di IA di supporto alle decisioni destinati alle kill chain militari e al targeting di esseri umani, compresi i sistemi di generazione degli obiettivi e la sorveglianza biometrica da remoto; * astenersi dal vendere o esportare sistemi di IA di supporto alle decisioni per scopi non letali, compresi i modelli di IA multimodali come gli LLM, destinati all’uso nei processi decisionali militari, finché non saranno possibili una reale assunzione di responsabilità, un controllo umano significativo, supervisione e trasparenza in linea con i principi del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani. Agli Stati di: * interrompere l’uso di strumenti di IA, compresi i grandi modelli linguistici, nella conduzione del targeting militare, e garantire il rispetto dei principi del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani; * garantire trasparenza su come l’IA viene attualmente utilizzata nella condotta delle ostilità. Rete Italiana Pace e Disarmo
June 15, 2026
Pressenza
Un altro naufragio evitabile nel Mediterraneo
Almeno 11 vittime nell’ennesimo naufragio nel Mediterraneo. Le autorità italiane e maltesi hanno deciso troppo tardi che valeva la pena intervenire in soccorso dell’imbarcazione in pericolo, con a bordo circa 60 persone. È stato invece il peschereccio Tuncay Sagun-2 a trarre in salvo 48 sopravvissuti. Il nostro aereo Seabird era sul posto e ha avvistato alcuni corpi a bordo della motovedetta italiana. Dalle informazioni a nostra disposizione ci risulta che, ancora una volta, le autorità erano ben consapevoli della situazione e che queste morti si potevano evitare. L’Italia e Malta hanno inviato i loro assetti di soccorso quando ormai era troppo tardi. Dai tracciamenti che abbiamo potuto verificare nella zona delle operazioni, ci risulta infatti che un aereo maltese era già presente sulla scena alle 10:33 UTC. Successivamente nella stessa area sono stati tracciati anche altri assetti aerei maltesi, italiani, di Frontex e di EUNAVFOR MED. Quando l’aereo di monitoraggio di Sea-Watch Seabird 1 ha raggiunto l’area alle 16:42 UTC, una motovedetta italiana, due navi maltesi e il peschereccio che aveva effettuato il soccorso erano sul posto. Abbiamo avvistato diversi corpi sulla motovedetta italiana, dentro ai sacchi per cadaveri. Abbiamo anche visto il trasferimento dei sopravvissuti dal peschereccio alle navi maltesi e l’evacuazione medica di almeno una persona, effettuata da un elicottero maltese. Ancora non si sa quante siano le persone disperse. Chi è Stato? Sea Watch
June 8, 2026
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