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IL VOTO IN UNGHERIA, LA TREGUA NEL GOLFO… E IN LIBANO
Il baratro bellico in cui ci hanno spinto le autocrazie e i sovranismi globali, a cominciare dall’ideologia confessionale sionista sposata alle sette evangeliche del mondo Maga contrapposte al caleidoscopio islamico, trova infiniti addentellati nei fenomeni emergenti attorno ai centri di potere che fanno della propaganda guerrafondaia uno dei puntelli su cui mantenere il potere. Anche nella competizione elettorale magiara tutta giocata a destra lo scontro è sulla scelta di campo nel conflitto in Ucraina, una divisione che comprende tutti i temi: approvvigionamento energetico, emigrazione e soprattutto guerra. Allora abbiamo provato con Francesco Dall’Aglioad approfondire meglio la sfida tra Magyar e Orbán, che vede quest’ultimo in difficoltà dopo 16 anni di potere assoluto – durante i quali ha imposto un controllo totale sulle menti e sulla società ungherese, impostando un sistema che gli consentirebbe di mantenere il controllo anche dopo una sconfitta, come per il PiS polacco dopo la vittoria di Tusk – per l’ascesa di un fuoruscito da Fidesz, ma europeista e non filoputiniano. L’elemento che dimostra l’importanza del regime di Orbán per le autocrazie che regolano il mondo in questo periodo storico sono gli endorsement che accomunano la scelta di campo elettorale di Trump (Vance è rimasto tre giorni a fare campagna elettorale a Budapest), ovviamente Putin, e persino Xi: bloccare un’Europa balbuziente evidentemente è importante e la figura di Orbán assicurerebbe lo scacco. Se Magyar dovesse raggiungere i due terzi dei seggi, potrebbe essere l’inizio della parabola discendente del sovranismo in Europa, inaugurato un ventennio fa proprio da Orbán. Ma lo sfondo bellico ucraino su cui si giocano le elezioni magiare si collega facilmente con l’altro orizzonte di guerra nel Sudovest asiatico e con Francesco Dall’Aglio analizziamo anche il pantano da cui Trump stenta a uscire senza essere riuscito a centrare nessuno degli obiettivi dati all’inizio della aggressione pianificata di nuovo durante un tavolo di trattative aperto. In parte a questa sconfitta imprevista – per l’approssimazione e la presunzione razzista delle riunioni della amministrazione americana – si è giunti per la hybris trumpiana; in parte per le pressioni altrettanto ideologiche di Netanyahu, che ha promesso ai fascisti ultraortodossi la Eretz Israel, sfruttando la congiuntura favorevole. Il premier israeliano ha collegato la propria impunità a questo progetto al punto da sfidare il suo padrino americano, stracciando la tregua per Trump salvifica, pur di proseguire nell’occupazione del Libano, a cominciare dallo spregevole bombardamento di Beirut dell’8 aprile 2026, Abbiamo preso spunto da questa feroce pagina del già atroce volume scritto dal fervore biblico dell’esecutivo sovranista ebraico per parlare con Lorenzo Forlanidella capacità di resilienza di un popolo senza stato, composito, multietnico, multireligioso e sulla cui divisione conta Netanyahu per piegarlo. Ma forse non ce la fa nemmeno stavolta. -------------------------------------------------------------------------------- La “democrazia illiberale” di Orban che governa l’Ungheria da 16 anni rischia di essere messa in discussione dall’esito delle elezioni di domenica 12 aprile. Nonostante l’inedito e fragoroso endorsement di Vance ,volato a Budapest per sostenere il campione dell’onda nera sovranista ,i sondaggi sono sfavorevoli al leader del partito Fidesz .L’architettiura di controllo sociale e la gabbia legislativa costruita negli anni da Orban sembrano non reggere più di fronte al malcontento delle classi borghesi ed urbane che soffrono l’isolamento del paese e la crisi economica. L’alternativa è il pallido conservatore Magyar che è stato nel partito di governo per una ventina d’anni per poi fuoriuscirne e presentarsi alle elezioni con un programma fortemente reazionario rispetto all’emigrazione quasi sovrapponibile con quello di Fidesz ,ma che si distingue sulla questione del sostegno all’Ucraina e l’acquiescenza ai diktat di Bruxelles. Gli Stati Uniti sostengono un governo Orban che costituisce un cuneo nell’Europa ,un punto di rottura in grado di disarticolare le politiche di Bruxelles a sostegno dell’Ucraina ma al contempo non rinunciano a mantenere aperto il fronte ucraino nell’ottica di logorare la Russia. L’esito elettorale ungherese potrebbe incrinare il fronte sovranista che si è schierato compatto con Orban,ma l’alternativa costituita da Magyar appare molto simile alla parabola di Tusk in Polonia. Ne parliamo con Francesco Dall’Aglio esperto di Europa orientale con il quale ci confrontiamo anche sugli scenari aperti dalla tregua apparente nella guerra israelo americana contro l’Iran . -------------------------------------------------------------------------------- April 8th 2026: ulteriore linea rossa oltrepassata dal tizzone d’inferno Netanyahu. Il Libano è sempre un’avventura facile per Israele, che però si rivela insidioso per le truppe con la stella di David, benché conoscano l’estrema polarizzazione e la possibilità di mettere zizzania, giocando sulle differenze interne. Il Libano non ha risorse per crearsi protettori interessati, non è un corridoio strategico per fare leva su esigenze logistiche globali, eppure forse stavolta quell’Oscurità eterna in cui il premier ebraico vorrebbe avvolgere i suoi nemici della mezzaluna sciita gli si ritorce contro, perché ha esagerato, trascinando Trump in una palude a sei mesi dal voto, e la sua hybris stavolta forse nel negoziato impostogli con i libanesi (qualsiasi cosa significhi quell’appartenenza a una nazione inesistente e per quello seducente) trova quei lacci che potranno imbrigliarlo: di fronte non ha uno stato, ma un composto mal amalgamato di comunità che però vivono un territorio – quello che il suprematismo biblico pretende sia giudeo – conosciuto come il Paese dei Cedri, e se viene bombardato senza criterio né distinzione di religione, etnia, quartiere, finisce con unire i componenti di quella società riottosa, ricomposta dalle bombe che cadono indiscriminatamente, proditoriamente, durante una tregua appena sbandierata universalmente, con una ferocia inaccettabile persino per un mondo assuefatto negli ultimi tre anni ai più efferati crimini di guerra, rimasti incredibilmente impuniti e ammantati da un silenzio complice. Abbiamo affrontato l’analisi della condizione in cui versa il Libano con Lorenzo Forlani, giornalista appassionato e personalmente coinvolto nelle vicende libanesi; nella sua elucubrazione non manca nemmeno l’aspetto che coinvolge da un lato la comunanza e dall’altro la divisione del destino del paese nel momento in cui di nuovo – con sfregio della comunità internazionale – l’Idf pretende di appropriarsi della parte meridionale del Libano, quella fertile striscia di terra a sud del fiume Litani. Tzahal cerca di sfruttare la contingenza internazionale che permette di procedere senza contrasti nelle annessioni e negli assassini extragiudiziari attraverso l’etichetta “membro di Hezbollah”, che consente lo sterminio di chiunque abbia legami di qualunque tipo col partito milizia e di tutti quelli che gli sono in quel momento vicini. Ma forse ha tirato troppo la corda e anche quei 10 minuti a tradimento subito dopo la tregua che hanno causato quasi 400 morti civili sono stati quella goccia che ha fatto traboccare il vaso, perché è riuscito nell’intento di bloccare il ceasefire ma per quello il viscido Netanyahu è stato costretto a doversi inventare una via d’uscita ai colloqui di pace imposti dall’“amico” Trump. Sullo sfondo di una resistenza che non è solo Hezbollah: tutti concordano sulla mostruosità dei metodi israeliani, le divisioni nascono quando i libanesi analizzano gli sviluppi degli eventi e del ruolo del partito di dio. Il quadro che risulta dalla sentita e partecipata ricostruzione di Lorenzo Forlani consente di apprezzare la capacità di trovare soluzioni e scappatoie alle innumerevoli drammatiche situazioni che si sono affacciate sul territorio negli ultimi anni: la crisi economica, lo sconquasso della bomba nel porto di Beirut, i continui bombardamenti e le aggressioni israeliane. Sempre la società composita e senza un preciso collante è riuscita a respingere il colonialismo imperiale di Tel Aviv. Nonostante il Libano sia privo di un esercito – e le forze armate siano sovvenzionate dagli Usa e inquadrate in un uso esclusivamente di polizia interna – appunto, finora è sempre stato un non-stato a contrapporsi al potente esercito dello stato ebraico.
April 10, 2026
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IL VOTO IN UNGHERIA, LA TREGUA NEL GOLFO… E IN LIBANO
Il baratro bellico in cui ci hanno spinto le autocrazie e i sovranismi globali, a cominciare dall’ideologia confessionale sionista sposata alle sette evangeliche del mondo Maga contrapposte al caleidoscopio islamico, trova infiniti addentellati nei fenomeni emergenti attorno ai centri di potere che fanno della propaganda guerrafondaia uno dei puntelli su cui mantenere il potere. Anche nella competizione elettorale magiara tutta giocata a destra lo scontro è sulla scelta di campo nel conflitto in Ucraina, una divisione che comprende tutti i temi: approvvigionamento energetico, emigrazione e soprattutto guerra. Allora abbiamo provato con Francesco Dall’Aglioad approfondire meglio la sfida tra Magyar e Orbán, che vede quest’ultimo in difficoltà dopo 16 anni di potere assoluto – durante i quali ha imposto un controllo totale sulle menti e sulla società ungherese, impostando un sistema che gli consentirebbe di mantenere il controllo anche dopo una sconfitta, come per il PiS polacco dopo la vittoria di Tusk – per l’ascesa di un fuoruscito da Fidesz, ma europeista e non filoputiniano. L’elemento che dimostra l’importanza del regime di Orbán per le autocrazie che regolano il mondo in questo periodo storico sono gli endorsement che accomunano la scelta di campo elettorale di Trump (Vance è rimasto tre giorni a fare campagna elettorale a Budapest), ovviamente Putin, e persino Xi: bloccare un’Europa balbuziente evidentemente è importante e la figura di Orbán assicurerebbe lo scacco. Se Magyar dovesse raggiungere i due terzi dei seggi, potrebbe essere l’inizio della parabola discendente del sovranismo in Europa, inaugurato un ventennio fa proprio da Orbán. Ma lo sfondo bellico ucraino su cui si giocano le elezioni magiare si collega facilmente con l’altro orizzonte di guerra nel Sudovest asiatico e con Francesco Dall’Aglio analizziamo anche il pantano da cui Trump stenta a uscire senza essere riuscito a centrare nessuno degli obiettivi dati all’inizio della aggressione pianificata di nuovo durante un tavolo di trattative aperto. In parte a questa sconfitta imprevista – per l’approssimazione e la presunzione razzista delle riunioni della amministrazione americana – si è giunti per la hybris trumpiana; in parte per le pressioni altrettanto ideologiche di Netanyahu, che ha promesso ai fascisti ultraortodossi la Eretz Israel, sfruttando la congiuntura favorevole. Il premier israeliano ha collegato la propria impunità a questo progetto al punto da sfidare il suo padrino americano, stracciando la tregua per Trump salvifica, pur di proseguire nell’occupazione del Libano, a cominciare dallo spregevole bombardamento di Beirut dell’8 aprile 2026, Abbiamo preso spunto da questa feroce pagina del già atroce volume scritto dal fervore biblico dell’esecutivo sovranista ebraico per parlare con Lorenzo Forlanidella capacità di resilienza di un popolo senza stato, composito, multietnico, multireligioso e sulla cui divisione conta Netanyahu per piegarlo. Ma forse non ce la fa nemmeno stavolta. -------------------------------------------------------------------------------- La “democrazia illiberale” di Orban che governa l’Ungheria da 16 anni rischia di essere messa in discussione dall’esito delle elezioni di domenica 12 aprile. Nonostante l’inedito e fragoroso endorsement di Vance ,volato a Budapest per sostenere il campione dell’onda nera sovranista ,i sondaggi sono sfavorevoli al leader del partito Fidesz .L’architettiura di controllo sociale e la gabbia legislativa costruita negli anni da Orban sembrano non reggere più di fronte al malcontento delle classi borghesi ed urbane che soffrono l’isolamento del paese e la crisi economica. L’alternativa è il pallido conservatore Magyar che è stato nel partito di governo per una ventina d’anni per poi fuoriuscirne e presentarsi alle elezioni con un programma fortemente reazionario rispetto all’emigrazione quasi sovrapponibile con quello di Fidesz ,ma che si distingue sulla questione del sostegno all’Ucraina e l’acquiescenza ai diktat di Bruxelles. Gli Stati Uniti sostengono un governo Orban che costituisce un cuneo nell’Europa ,un punto di rottura in grado di disarticolare le politiche di Bruxelles a sostegno dell’Ucraina ma al contempo non rinunciano a mantenere aperto il fronte ucraino nell’ottica di logorare la Russia. L’esito elettorale ungherese potrebbe incrinare il fronte sovranista che si è schierato compatto con Orban,ma l’alternativa costituita da Magyar appare molto simile alla parabola di Tusk in Polonia. Ne parliamo con Francesco Dall’Aglio esperto di Europa orientale con il quale ci confrontiamo anche sugli scenari aperti dalla tregua apparente nella guerra israelo americana contro l’Iran . -------------------------------------------------------------------------------- April 8th 2026: ulteriore linea rossa oltrepassata dal tizzone d’inferno Netanyahu. Il Libano è sempre un’avventura facile per Israele, che però si rivela insidioso per le truppe con la stella di David, benché conoscano l’estrema polarizzazione e la possibilità di mettere zizzania, giocando sulle differenze interne. Il Libano non ha risorse per crearsi protettori interessati, non è un corridoio strategico per fare leva su esigenze logistiche globali, eppure forse stavolta quell’Oscurità eterna in cui il premier ebraico vorrebbe avvolgere i suoi nemici della mezzaluna sciita gli si ritorce contro, perché ha esagerato, trascinando Trump in una palude a sei mesi dal voto, e la sua hybris stavolta forse nel negoziato impostogli con i libanesi (qualsiasi cosa significhi quell’appartenenza a una nazione inesistente e per quello seducente) trova quei lacci che potranno imbrigliarlo: di fronte non ha uno stato, ma un composto mal amalgamato di comunità che però vivono un territorio – quello che il suprematismo biblico pretende sia giudeo – conosciuto come il Paese dei Cedri, e se viene bombardato senza criterio né distinzione di religione, etnia, quartiere, finisce con unire i componenti di quella società riottosa, ricomposta dalle bombe che cadono indiscriminatamente, proditoriamente, durante una tregua appena sbandierata universalmente, con una ferocia inaccettabile persino per un mondo assuefatto negli ultimi tre anni ai più efferati crimini di guerra, rimasti incredibilmente impuniti e ammantati da un silenzio complice. Abbiamo affrontato l’analisi della condizione in cui versa il Libano con Lorenzo Forlani, giornalista appassionato e personalmente coinvolto nelle vicende libanesi; nella sua elucubrazione non manca nemmeno l’aspetto che coinvolge da un lato la comunanza e dall’altro la divisione del destino del paese nel momento in cui di nuovo – con sfregio della comunità internazionale – l’Idf pretende di appropriarsi della parte meridionale del Libano, quella fertile striscia di terra a sud del fiume Litani. Tzahal cerca di sfruttare la contingenza internazionale che permette di procedere senza contrasti nelle annessioni e negli assassini extragiudiziari attraverso l’etichetta “membro di Hezbollah”, che consente lo sterminio di chiunque abbia legami di qualunque tipo col partito milizia e di tutti quelli che gli sono in quel momento vicini. Ma forse ha tirato troppo la corda e anche quei 10 minuti a tradimento subito dopo la tregua che hanno causato quasi 400 morti civili sono stati quella goccia che ha fatto traboccare il vaso, perché è riuscito nell’intento di bloccare il ceasefire ma per quello il viscido Netanyahu è stato costretto a doversi inventare una via d’uscita ai colloqui di pace imposti dall’“amico” Trump. Sullo sfondo di una resistenza che non è solo Hezbollah: tutti concordano sulla mostruosità dei metodi israeliani, le divisioni nascono quando i libanesi analizzano gli sviluppi degli eventi e del ruolo del partito di dio. Il quadro che risulta dalla sentita e partecipata ricostruzione di Lorenzo Forlani consente di apprezzare la capacità di trovare soluzioni e scappatoie alle innumerevoli drammatiche situazioni che si sono affacciate sul territorio negli ultimi anni: la crisi economica, lo sconquasso della bomba nel porto di Beirut, i continui bombardamenti e le aggressioni israeliane. Sempre la società composita e senza un preciso collante è riuscita a respingere il colonialismo imperiale di Tel Aviv. Nonostante il Libano sia privo di un esercito – e le forze armate siano sovvenzionate dagli Usa e inquadrate in un uso esclusivamente di polizia interna – appunto, finora è sempre stato un non-stato a contrapporsi al potente esercito dello stato ebraico.
IL VOTO IN UNGHERIA, LA TREGUA NEL GOLFO… E IN LIBANO
Il baratro bellico in cui ci hanno spinto le autocrazie e i sovranismi globali, a cominciare dall’ideologia confessionale sionista sposata alle sette evangeliche del mondo Maga contrapposte al caleidoscopio islamico, trova infiniti addentellati nei fenomeni emergenti attorno ai centri di potere che fanno della propaganda guerrafondaia uno dei puntelli su cui mantenere il potere. Anche nella competizione elettorale magiara tutta giocata a destra lo scontro è sulla scelta di campo nel conflitto in Ucraina, una divisione che comprende tutti i temi: approvvigionamento energetico, emigrazione e soprattutto guerra. Allora abbiamo provato con Francesco Dall’Aglioad approfondire meglio la sfida tra Magyar e Orbán, che vede quest’ultimo in difficoltà dopo 16 anni di potere assoluto – durante i quali ha imposto un controllo totale sulle menti e sulla società ungherese, impostando un sistema che gli consentirebbe di mantenere il controllo anche dopo una sconfitta, come per il PiS polacco dopo la vittoria di Tusk – per l’ascesa di un fuoruscito da Fidesz, ma europeista e non filoputiniano. L’elemento che dimostra l’importanza del regime di Orbán per le autocrazie che regolano il mondo in questo periodo storico sono gli endorsement che accomunano la scelta di campo elettorale di Trump (Vance è rimasto tre giorni a fare campagna elettorale a Budapest), ovviamente Putin, e persino Xi: bloccare un’Europa balbuziente evidentemente è importante e la figura di Orbán assicurerebbe lo scacco. Se Magyar dovesse raggiungere i due terzi dei seggi, potrebbe essere l’inizio della parabola discendente del sovranismo in Europa, inaugurato un ventennio fa proprio da Orbán. Ma lo sfondo bellico ucraino su cui si giocano le elezioni magiare si collega facilmente con l’altro orizzonte di guerra nel Sudovest asiatico e con Francesco Dall’Aglio analizziamo anche il pantano da cui Trump stenta a uscire senza essere riuscito a centrare nessuno degli obiettivi dati all’inizio della aggressione pianificata di nuovo durante un tavolo di trattative aperto. In parte a questa sconfitta imprevista – per l’approssimazione e la presunzione razzista delle riunioni della amministrazione americana – si è giunti per la hybris trumpiana; in parte per le pressioni altrettanto ideologiche di Netanyahu, che ha promesso ai fascisti ultraortodossi la Eretz Israel, sfruttando la congiuntura favorevole. Il premier israeliano ha collegato la propria impunità a questo progetto al punto da sfidare il suo padrino americano, stracciando la tregua per Trump salvifica, pur di proseguire nell’occupazione del Libano, a cominciare dallo spregevole bombardamento di Beirut dell’8 aprile 2026, Abbiamo preso spunto da questa feroce pagina del già atroce volume scritto dal fervore biblico dell’esecutivo sovranista ebraico per parlare con Lorenzo Forlanidella capacità di resilienza di un popolo senza stato, composito, multietnico, multireligioso e sulla cui divisione conta Netanyahu per piegarlo. Ma forse non ce la fa nemmeno stavolta. -------------------------------------------------------------------------------- La “democrazia illiberale” di Orban che governa l’Ungheria da 16 anni rischia di essere messa in discussione dall’esito delle elezioni di domenica 12 aprile. Nonostante l’inedito e fragoroso endorsement di Vance ,volato a Budapest per sostenere il campione dell’onda nera sovranista ,i sondaggi sono sfavorevoli al leader del partito Fidesz .L’architettiura di controllo sociale e la gabbia legislativa costruita negli anni da Orban sembrano non reggere più di fronte al malcontento delle classi borghesi ed urbane che soffrono l’isolamento del paese e la crisi economica. L’alternativa è il pallido conservatore Magyar che è stato nel partito di governo per una ventina d’anni per poi fuoriuscirne e presentarsi alle elezioni con un programma fortemente reazionario rispetto all’emigrazione quasi sovrapponibile con quello di Fidesz ,ma che si distingue sulla questione del sostegno all’Ucraina e l’acquiescenza ai diktat di Bruxelles. Gli Stati Uniti sostengono un governo Orban che costituisce un cuneo nell’Europa ,un punto di rottura in grado di disarticolare le politiche di Bruxelles a sostegno dell’Ucraina ma al contempo non rinunciano a mantenere aperto il fronte ucraino nell’ottica di logorare la Russia. L’esito elettorale ungherese potrebbe incrinare il fronte sovranista che si è schierato compatto con Orban,ma l’alternativa costituita da Magyar appare molto simile alla parabola di Tusk in Polonia. Ne parliamo con Francesco Dall’Aglio esperto di Europa orientale con il quale ci confrontiamo anche sugli scenari aperti dalla tregua apparente nella guerra israelo americana contro l’Iran . -------------------------------------------------------------------------------- April 8th 2026: ulteriore linea rossa oltrepassata dal tizzone d’inferno Netanyahu. Il Libano è sempre un’avventura facile per Israele, che però si rivela insidioso per le truppe con la stella di David, benché conoscano l’estrema polarizzazione e la possibilità di mettere zizzania, giocando sulle differenze interne. Il Libano non ha risorse per crearsi protettori interessati, non è un corridoio strategico per fare leva su esigenze logistiche globali, eppure forse stavolta quell’Oscurità eterna in cui il premier ebraico vorrebbe avvolgere i suoi nemici della mezzaluna sciita gli si ritorce contro, perché ha esagerato, trascinando Trump in una palude a sei mesi dal voto, e la sua hybris stavolta forse nel negoziato impostogli con i libanesi (qualsiasi cosa significhi quell’appartenenza a una nazione inesistente e per quello seducente) trova quei lacci che potranno imbrigliarlo: di fronte non ha uno stato, ma un composto mal amalgamato di comunità che però vivono un territorio – quello che il suprematismo biblico pretende sia giudeo – conosciuto come il Paese dei Cedri, e se viene bombardato senza criterio né distinzione di religione, etnia, quartiere, finisce con unire i componenti di quella società riottosa, ricomposta dalle bombe che cadono indiscriminatamente, proditoriamente, durante una tregua appena sbandierata universalmente, con una ferocia inaccettabile persino per un mondo assuefatto negli ultimi tre anni ai più efferati crimini di guerra, rimasti incredibilmente impuniti e ammantati da un silenzio complice. Abbiamo affrontato l’analisi della condizione in cui versa il Libano con Lorenzo Forlani, giornalista appassionato e personalmente coinvolto nelle vicende libanesi; nella sua elucubrazione non manca nemmeno l’aspetto che coinvolge da un lato la comunanza e dall’altro la divisione del destino del paese nel momento in cui di nuovo – con sfregio della comunità internazionale – l’Idf pretende di appropriarsi della parte meridionale del Libano, quella fertile striscia di terra a sud del fiume Litani. Tzahal cerca di sfruttare la contingenza internazionale che permette di procedere senza contrasti nelle annessioni e negli assassini extragiudiziari attraverso l’etichetta “membro di Hezbollah”, che consente lo sterminio di chiunque abbia legami di qualunque tipo col partito milizia e di tutti quelli che gli sono in quel momento vicini. Ma forse ha tirato troppo la corda e anche quei 10 minuti a tradimento subito dopo la tregua che hanno causato quasi 400 morti civili sono stati quella goccia che ha fatto traboccare il vaso, perché è riuscito nell’intento di bloccare il ceasefire ma per quello il viscido Netanyahu è stato costretto a doversi inventare una via d’uscita ai colloqui di pace imposti dall’“amico” Trump. Sullo sfondo di una resistenza che non è solo Hezbollah: tutti concordano sulla mostruosità dei metodi israeliani, le divisioni nascono quando i libanesi analizzano gli sviluppi degli eventi e del ruolo del partito di dio. Il quadro che risulta dalla sentita e partecipata ricostruzione di Lorenzo Forlani consente di apprezzare la capacità di trovare soluzioni e scappatoie alle innumerevoli drammatiche situazioni che si sono affacciate sul territorio negli ultimi anni: la crisi economica, lo sconquasso della bomba nel porto di Beirut, i continui bombardamenti e le aggressioni israeliane. Sempre la società composita e senza un preciso collante è riuscita a respingere il colonialismo imperiale di Tel Aviv. Nonostante il Libano sia privo di un esercito – e le forze armate siano sovvenzionate dagli Usa e inquadrate in un uso esclusivamente di polizia interna – appunto, finora è sempre stato un non-stato a contrapporsi al potente esercito dello stato ebraico.
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