Enrico Gargiulo: «I protocolli riducono la visibilità delle scelte politiche»
C’è qualcosa di molto fragile e allo stesso tempo estremamente violento, negli
scenari globali contemporanei. Guerre interconnesse, crisi permanenti,
ridefinizioni tumultuose degli equilibri geopolitici: dentro questo quadro,
l’effettività del diritto – a cominciare da quello internazionale – appare
progressivamente più incerta, selettiva, intermittente. Ma proprio mentre si
moltiplicano le rappresentazioni della crisi dell’ordine giuridico e politico,
gli strumenti ordinari di amministrazione del potere rischiano di diventare
ancora più invisibili e normalizzati.
È per questa ragione che l’ultimo libro di Enrico Gargiulo, Protocollo. Uno
strumento di potere (Elèuthera, 2026), assume una duplice utilità: analitica e
politica. Il volume disegna un percorso immersivo dentro il concetto di
protocollo, seguendone genealogie, trasformazioni, usi e funzioni. Con un
approccio che attraversa storia, saperi giuridici e teoria critica, Gargiulo
mostra come il protocollo non sia soltanto una procedura tecnica o
amministrativa, ma un dispositivo capace di organizzare rapporti di potere,
orientare comportamenti e produrre gerarchie. Un’analisi minuziosa, che però si
sviluppa costantemente iscritta dentro uno scenario più ampio: quello delle
trasformazioni contemporanee delle forme di governo.
Nella prospettiva delineata dall’autore, sociologo dell’Università di Torino, il
protocollo agisce infatti come un potente «neutralizzatore politico». Trasforma
decisioni storicamente situate in procedure apparentemente inevitabili; sposta
il conflitto dal terreno della scelta a quello dell’implementazione tecnica;
contribuisce a presentare come neutrale ciò che è invece il prodotto di rapporti
di forza, interessi e asimmetrie materiali.
E se è vero – come spesso è affermato nel dibattito pubblico, anche da
prospettive molto differenti tra loro – che una delle cifre del presente è la
progressiva scomparsa della politica, allora vale la pena seguire il percorso
proposto da Gargiulo ed esplorare fino in fondo la portata del protocollo. Non
solo per comprendere meglio questo specifico dispositivo, ma anche per
interrogare più in generale le forme contemporanee del governo, della
coercizione e dell’amministrazione delle condotte.
Nel contesto attuale, segnato da ristrutturazioni violente dell’ordine
neoliberale e da una crescente instabilità globale, come nasce l’esigenza di
concentrarti proprio sul concetto di protocollo? C’è stato un episodio specifico
da cui è nata l’idea di questa focalizzazione?
Il mio interesse per il concetto di protocollo nasce da una curiosità relativa
alle trasformazioni che interessano le modalità di governo contemporanee, sempre
più segnate dall’uso di strumenti tecnici e amministrativi capaci di regolare la
vita sociale. All’interno di scenari segnati da crisi, instabilità ed emergenze
– vere o presunte – i protocolli si affermano come dispositivi centrali per
affrontare l’incertezza, offrendo procedure standardizzate che orientano
l’azione e riducono la necessità di decidere in maniera contingente. Ma il mio
interesse per il concetto di protocollo nasce anche da curiosità più specifiche.
> La gestione dell’emergenza dovuta alla diffusione del Covid-19, in
> particolare, è stata un momento fondamentale. Una vera e propria “pandemia di
> protocolli” ha fatto seguito alla diffusione globale del virus: quasi ogni
> gesto quotidiano, importante o meno che fosse, è stato regolato da una
> procedura specifica, che andava rispettata in modo tassativo.
Lo scenario internazionale, a sua volta, è stato determinante. Non a caso il
libro si apre raccontando un episodio legato all’invasione israeliana della
striscia di Gaza e al genocidio della popolazione palestinese. Dopo il secondo
cessate il fuoco tra Israele e Hamas, presso lo Sheba Medical Center di Tel Aviv
è stato realizzato in tempi rapidi un protocollo ad hoc per l’assistenza agli
ostaggi liberati. In assenza di linee guida già disponibili, il personale medico
si è basato su saperi esperti relativi a eventi simili per costruire una
procedura operativa dedicata. L’episodio, se da un lato mostra come i protocolli
siano strategici nei momenti di emergenza – situazioni inedite sono governate
attraverso dispositivi formalizzati –, dall’altro rivela le asimmetrie
nell’accesso a risorse fondamentali: la possibilità di costruire e applicare un
protocollo efficace dipende da fattori materiali, cognitivi e relazionali
distribuiti in modo diseguale. Le differenze tra il trattamento riservato agli
ostaggi israeliani e quello destinato alle persone palestinesi liberate dalle
carceri in cui erano detenute lo rende visibile in maniera evidente.
Da considerazioni più generali e da episodi come questo nasce l’idea di
focalizzarmi sul protocollo. Uno strumento che appare neutrale e tecnico ma che,
in realtà, gioca un ruolo del tutto politico: mentre promette efficienza e
uniformità contribuisce a riprodurre le disuguaglianze e a spostare l’attenzione
dalle scelte alle procedure, spoliticizzando l’azione pubblica. Analizzarlo,
dunque, significa interrogare le forme contemporanee del potere, in molti casi
esercitate in modo indiretto, discreto e apparentemente neutrale.
Come si inserisce il tema del protocollo nel tuo percorso di ricerca? Che
continuità vedi con i lavori in tema di anagrafe, saperi di polizia, politiche
dell’integrazione e della cittadinanza? Il filo conduttore è nel percorso di
politicizzazione di dispositivi che tendono a presentarsi come neutri o
puramente tecnici?
Il concetto di protocollo è una sorta di filo rosso nei miei lavori. Rappresenta
il punto di convergenza di interessi sviluppati nel tempo attorno ad ambiti
diversi ma in qualche modo collegati: la cittadinanza e le sue trasformazioni;
le politiche di integrazione della popolazione immigrata; il sapere di polizia,
l’anagrafe e le sue performatività; gli strumenti amministrativi. Campi che,
nella loro eterogeneità, condividono un elemento centrale: il ruolo strategico
che strumenti tecnici e burocratici, privi di uno statuto giuridico chiaro,
rivestono nella regolazione della vita sociale.
L’attenzione per il concetto di protocollo, più in dettaglio, nasce da una
curiosità maturata studiando dispositivi in apparenza banali ma, in realtà,
capaci di influenzare concretamente i comportamenti agendo in modo prescrittivo
e al contempo pedagogico. L’anagrafe è piuttosto rappresentativa: strumenti
amministrativi che appaiono poco vincolanti e posti molto in basso nella scala
delle fonti del diritto, come le ordinanze e le circolari sindacali,
contribuiscono a garantire o a negare visibilità amministrativa a individui e
gruppi e, quindi, a costruire disuguaglianze materiali e simboliche.
> La polizia è altrettanto significativa: strumenti come i manuali o i
> protocolli operativi indicano come classificare la popolazione e insegnano a
> operare selezioni, riproducendo gerarchie sociali e distinguendo tra soggetti
> “legittimi” e “illegittimi”. Le politiche di integrazione sono a loro volta
> emblematiche: documenti di programmazione che appaiono come poco vincolanti
> aiutano a strutturare il modo in cui guardiamo alle relazioni sociali tra
> persone “native” e “immigrate”, nascondendo processi politici e decisioni che
> regolano in maniera selettiva il diritto al soggiorno e il riconoscimento
> dell’appartenenza.
Il filo conduttore che lega cose diverse tra loro, dunque, è il carattere
profondamente politico di dispositivi che tendono a presentarsi come tecnici o
ad apparire banali e scontati. Il protocollo, in questo senso, incarna
perfettamente il rapporto ambiguo tra tecnica e politica, tra la neutralità
apparente delle decisioni e l’esercizio effettivo, e in una certa misura
arbitrario, del potere: è, parafrasando il titolo di un libro di Sandro Mezzadra
e Brett Neilson (Border as Method), un metodo di governo. Analizzarlo significa
allora rendere visibile ciò che normalmente resta opaco, mostrando come la
gestione delle popolazioni si eserciti attraverso pratiche quotidiane e
apparentemente innocue.
Nel libro utilizzi il paradigma della soft law per descrivere il funzionamento
del protocollo: un dispositivo il cui carattere coercitivo è spesso poco
evidente. Se dovessi sintetizzare, qual è oggi il peso specifico del protocollo
nelle forme contemporanee di governance?
Nello scenario contemporaneo, il protocollo ha un peso sempre più rilevante
nelle pratiche di governo. In particolare quando assume la forma della
cosiddetta soft law: un insieme eterogeneo di documenti contenenti indicazioni
tecniche o operative – linee guida, libri “colorati” (blu, giallo, bianco,
ecc.), manuali – che, pur non avendo lo status formale di norme giuridiche,
sostituiscono la legge tanto da produrre effetti vincolanti e da incidere
concretamente sui comportamenti, suggerendo buone pratiche e provando a
uniformare le condotte, standardizzandole.
> Allo stesso tempo, si comporta come una pseudo-legge, capace di integrare una
> normativa generica o inadeguata. È assimilabile perciò a uno strumento di
> infra-diritto, che in apparenza va a definire in dettaglio i contenuti di una
> norma ma che, di fatto, finisce per introdurne una ex novo, consentendo così
> una regolazione flessibile, adattabile a contesti diversi e particolarmente
> efficace nella gestione di situazioni complesse o emergenziali.
Il protocollo, date le sue caratteristiche, svolge una funzione politica
precisa: permette di governare “a distanza”, delegando agli esperti la
definizione delle procedure e spostando il conflitto dal piano delle decisioni a
quello dell’implementazione tecnico-operativa. In sostanza, è un meccanismo
capace di ridurre la visibilità delle scelte politiche e di proteggere i
decisori dalle critiche, contribuendo a una forma di spoliticizzazione.
Il risultato è una particolare modalità di esercizio del potere, fondata su
strumenti informali, flessibili e apparentemente neutri che, tuttavia,
mantengono un forte carattere normativo. In uno scenario del genere,
“protocollo” è il nome generale che possiamo dare a dispositivi che veicolano
decisioni scaturite da percorsi poco visibili ma non per questo meno incisivi.
Il contenimento della mobilità è uno degli assi principali attraverso cui
analizzi gli effetti dei protocolli, sia nel presente – penso al caso Albania –
sia in prospettiva storica, anche coloniale. Perché la mobilità è, nelle tua
analisi, un terreno privilegiato per osservare il funzionamento del protocollo?
La mobilità è un terreno privilegiato per osservare il funzionamento dei
protocolli: costituisce uno degli ambiti in cui il governo delle popolazioni si
manifesta in modo più evidente e conflittuale. Il movimento delle persone, in
quanto tale, mette in crisi l’ordine statale, che presuppone stabilità,
sedentarietà e appartenenze territoriali definite.
> In uno scenario segnato dall’ossessione per la mobilità, i protocolli sono
> strumenti capaci di regolare e contenere gli spostamenti individuali,
> contribuendo a classificare i soggetti, a stabilire le condizioni di accesso e
> permanenza e a definire chi può muoversi legittimamente e chi no. Aiutano
> inoltre a far apparire le norme che disciplinano il movimento come naturali e
> inevitabili, nascondendo il fatto che sono il prodotto di decisioni politiche
> e rapporti di potere.
La mobilità, nello specifico, è un ambito in cui operano numerosi dispositivi
amministrativi e documentali – registri, controlli, protocolli operativi – che
producono effetti performativi: non si limitano cioè a registrare i movimenti,
ma contribuiscono a definirli, rendendo alcune forme di spostamento visibili e
legittime e altre invisibili e illegittime. È un settore, inoltre, in cui gli
strumenti protocollari assumono la forma delle intese e degli accordi. Come il
Protocollo di intesa tra Italia e Albania di cui hai parlato in dettaglio qui,
che prevede la costruzione, nel territorio albanese, di centri (hotspot e CPR)
sotto la giurisdizione italiana, destinati a trattenere e processare le domande
di asilo di persone soccorse in mare, allo scopo di velocizzarne il rimpatrio.
Storicamente, più in generale, la regolazione della mobilità è associata a
logiche di controllo e classificazione della popolazione, come mostrano in modo
chiaro le misure di polizia che si sono stratificate nel corso del tempo, il cui
scopo ultimo, al di là delle retoriche sicuritarie ed emergenziali tramite cui
di volta in volta sono state giustificate e legittimate, è mantenere l’ordine
sociale distinguendo tra soggetti “accettabili” e “pericolosi”. Per queste
ragioni lascia trasparire in maniera cristallina la dimensione normativa,
selettiva e gerarchica dei protocolli: è il luogo in cui il loro funzionamento
appare meno neutro e più chiaramente legato alla produzione di disuguaglianze e
al controllo delle popolazioni.
Il libro non ha solo una finalità analitica: nelle conclusioni ti confronti
esplicitamente con l’approccio abolizionista. Chi immagini come destinatariə
politico del tuo libro? Che cosa può significare un uso abolizionista del tuo
lavoro sul protocollo?
Il libro si rivolge a una platea ampia ma chiaramente orientata: studios*,
attivist*, professionist* del diritto e, più in generale, persone interessate a
comprendere criticamente il funzionamento degli strumenti di governo
contemporanei. Un pubblico tendenzialmente non neutro, che può appropriarsi
delle analisi contenute nel testo per interrogare e mettere in discussione le
forme attuali di esercizio del potere.
In questo senso, il richiamo all’abolizionismo e alle proposte analitiche e
politiche sull’argomento allude a una prospettiva critica che non vuole
limitarsi a una riforma degli strumenti esistenti ma intende problematizzarne
radicalmente le funzioni e gli effetti. Un uso abolizionista delle analisi
critiche sul concetto di protocollo implica innanzitutto la messa a tema,
esplicita e pubblica, del carattere politico di dispositivi che si presentano
come tecnici, mostrandone la funzione produttiva di gerarchie, esclusione e
controllo. Comporta, inoltre, il non accettare come inevitabili o naturali le
procedure che regolano la vita sociale, riconoscendole piuttosto come il
risultato di scelte situate e contestabili. In sostanza, la posta in gioco
dell’analisi portata avanti nel libro è de-naturalizzare i dispositivi di
governo, analogamente a quanto avviene in altri lavori o proposte di stampo
abolizionista che hanno come oggetto i confini, l’idea di integrazione o le
strutture carcerarie e manicomiali.
Una lettura abolizionista del concetto di protocollo, insomma, non consiste nel
rifiuto assoluto dei dispositivi protocollari – che sarebbe irrealistico e forse
anche controproducente – ma si sostanzia nella messa in luce delle condizioni di
possibilità della loro pervasività: ossia, nella critica dei tratti portanti
della struttura giuridica e politico-economica in cui viviamo, il capitalismo,
al cui interno le decisioni politiche passano molto spesso attraverso procedure
banalmente tecniche. Un approccio abolizionista all’analisi dei protocolli,
inoltre, si traduce nella capacità di immaginare alternative: vale a dire, forme
di organizzazione e di gestione della vita collettiva che non si fondino su
dispositivi opachi e gerarchici ma provino a costruire relazioni più orizzontali
e meno coercitive. Il libro, quindi, non ha la pretesa di offrire soluzioni
immediate, ma ha l’ambizione di fornire le basi analitiche per una critica
radicale del mondo in cui viviamo e per una possibile trasformazione delle
pratiche di governo che lo segnano in maniera strutturale.
La copertina è di Mariann Szőke Pixabay
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