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Ludmilla Iapira: “Oggi in Italia con il mio stipendio vivo dignitosamente. In Moldavia non ci riuscirei”
Ludmilla mi aspetta sulla porta di casa con il bicchiere di kwass già in mano – sa che lo adoro e che mi ricorda uno dei romanzi russi che porto nel cuore, “Oblomov” di Ivan Gončarov. Oggi mi racconterà del suo piccolo Paese, la Moldavia. Molti di noi, me inclusa, solo da qualche anno si sono accorti che le tante persone, tra cui moltissime donne, che silenziosamente e con grande discrezione sono entrate nelle nostre vite portano con sé una storia e una cultura propria. Liquidarle come immigrate da “staterelli” della vecchia U.R.S.S. è superficiale e un po’ arrogante. Dunque, vista l’ignoranza che aleggia su queste Repubbliche faccio un cappello con qualche dato geografico e storico. La Moldavia si estende per un territorio di 33.846kmq, nel quale vivono circa tre milioni e mezzo di persone, 105 abitanti per kmq. In sostanza è poco più grande della Lombardia (23.863,65 kmq con i suoi dieci milioni di abitanti– 422,33 ab per kmq) ma decisamente meno popolosa. Fu a lungo un principato dell’Impero Ottomano che godeva di ampia libertà, ma dopo la prima guerra mondiale passò sotto il dominio del Regno di Romania fino al 1940, quando parte del suo territorio originale divenne una Repubblica aderente alla Federazione Sovietica – l’altra metà rimane entro i confini rumeni e ucraini. La sua tradizione agricola è tuttora il motore portante del Paese. La UE ha accettato la sua candidatura di prossimo membro della Comunità; il suo ingresso è previsto per il 2030. Siamo coetanee, ma siamo cresciute in un mondo che era diviso in due e a parte la propaganda di entrambe le parti, sapevamo poco gli uni degli altri. Come si viveva nella vecchia Repubblica Moldava aderente all’U.R.S.S.? Sono cresciuta in campagna – i miei genitori lavoravano la terra – in un ambiente sereno in cui non ci mancava nulla. Mio padre soffriva di un problema cardiaco e pertanto riceveva una pensione con la quale praticamente viveva l’intera famiglia, quattro figli e i due genitori. Mia mamma era contadina nel settore del tabacco e ciò che lei guadagnava sceglievamo di accumularlo su un libretto di risparmio; sarebbe servito per emergenze, matrimoni, ecc. come facevano tutte le famiglie. Foto di Alina Iapira Come funzionava l’economia a quei tempi? Che cosa ti ha portata in Italia? Esistevano strutture simili alle vostre aziende agricole. Erano suddivise per ramo, per esempio potevi lavorare per quello della frutta, della verdura, del tabacco, dei cereali ecc. Lì convergeva la materia prima e ogni mese il lavoratore veniva retribuito di un tot stabilito con cui si viveva dignitosamente. Non c’era concorrenza tra le aziende perché il prezzo dei prodotti era stabilito dall’alto. Ma il momento più bello, quello che ogni moldavo attendeva come la “Grande Festa”, era la fine dell’anno: ogni gruppo divideva le rimanenze dell’annata fra tutti i lavoratori. Tutto il nostro mondo crollò, quasi all’improvviso, poco dopo la perestrojka e fu il caos. Ricordo mia madre piangere quando capì che la svalutazione aveva ridotto in fumo il suo lavoro di anni. Si continuò a lavorare, ma invece di pagarci in denaro ci davano prodotti o pseudo-buoni. Poi divisero la terra, ma lo fecero considerando gli anni che si erano prestati di lavoro, quindi a noi giovani non spettò nulla. Nel frattempo mi ero sposata ed erano arrivate le mie gioie, Alina e Andrey; i miei genitori si facevano in quattro per aiutarci, ma alla fine ho dovuto emigrare per dar da mangiare e assicurare un futuro ai miei figli. Recentemente ho letto un articolo uscito sul Fatto Quotidiano secondo cui il governo moldavo era caduto a causa della corruzione vicina ai suoi vertici. I moldavi si aspettavano tanta corruzione? Come stanno reagendo? Innanzitutto ti correggo: il governo di Maia Sandu, pur investito dallo scandalo, non è caduto. La corruzione nel nostro Paese ha preso piede da tanto tempo, ma prima la cosa era meno sfacciata e quelli di prima, i filo-russi, rubavano, ma davano qualcosa anche al popolo. Non fraintendermi, non li sto giustificando, ma capisco che se sei povero, come ormai sono diventati i miei compatrioti, anche una briciola fa la differenza. Per esempio prendi il peggiore, Vladimir Plahoniuc, che con Ilan Shor fu complice nel “furto del secolo”: quando fu arrestato ammise il crimine commesso e a sua discolpa fece notare le opere che aveva realizzato. L’attuale governo invece, oltre a essere molto opaco e sempre più dittatoriale, chiude infrastrutture pubbliche, spinge alla privatizzazione e, dulcis in fundo, strizza l’occhio a Bucarest; non gli dispiacerebbe annettere la Moldavia alla Romania. Per questo a volte ho paura che il mio piccolo Paese vogliano farlo sparire. Come si vive in Moldavia oggi? Con grande fatica e se va avanti così la gente inizierà davvero a morire di fame. Ti do due dati che puoi comparare con i prezzi italiani. Uno stipendio medio-alto è di 10.000-12.000 Leu moldavi, mentre il minimo è di 6.000-7.000Leu. 20 Leu corrispondono a 1 Euro. Dunque uno stipendio medio in Euro sarebbe 500-600 Euro, il minimo 300 Euro; un insegnante ricade nella categoria medio, un addetto alle pulizie nella minima. Ma quali sono i prezzi sul mercato?  Una famiglia tipica deve spendere almeno 50 Euro a settimana solo per mangiare; il gas costa 26 Leu a metrocubo, cioè 1,30 Euro, la benzina 29 Leu a litro cioè 1,45 Euro, e poi c’è il mercato immobiliare impazzito. L’affitto di un monolocale a Chișinău, la capitale, va da 250 Euro in su e il valore degli immobili si è raddoppiato in soli quattro anni, dunque lo stesso monolocale che nel 2022 costava 22.000 Euro oggi lo compri a 44.000 Euro. Chi se lo può permettere? Ci sono proteste contro il caro-vita? Certo, ma pochi scendono in piazza, perché chi lo ha fatto è stato picchiato dalla polizia, arrestato e criminalizzato dai media. Non è facile opporsi a questo governo. Come vedono i moldavi la guerra tra Russia e Ucraina appena al di là del confine? Se ne sente la presenza? All’inizio sì. Persino dalla capitale si sentivano deflagrazioni, ma oggi non più. Credo che chi vive in Moldavia debba fronteggiare ogni giorno tanta insicurezza economica che la guerra passa in secondo piano. Tuttavia c’è di che preoccuparsi. Non so che cosa progetta il governo, ma una nuova legge entrata in vigore lo scorso gennaio non mi piace per nulla: hanno deciso che ogni uomo fino ai quarantacinque anni non può lasciare il Paese per essere disponibile alla chiamata alle armi. Tempo fa una mia connazionale che vive a Bologna fece un appello sui social perché il figlio era stato bloccato all’aeroporto di Chișinău. Spero sia riuscita a riportarlo a casa. Anni fa ti vidi tornare felice dalla Moldavia; mi raccontasti che gioia era stato abbracciare i tuoi cari, mangiare il cibo della tua terra e che riannusare i suoi profumi ti aveva ricaricata di energia. Come ti senti oggi? Tempo fa sognavo di tornare nella mia prima patria per trascorrere la vecchiaia tra la mia gente, ma ho cambiato idea. É paradossale, ma oggi in Italia con il mio stipendio vivo dignitosamente, mentre in Moldavia non ci riuscirei. I due Paesi mi sono cari nello stesso modo e vorrei il meglio per entrambi. Purtroppo credo che in Moldavia, finché non ci sarà un cambio di politica che metta al centro le persone  e non gli interessi esteri, per i miei connazionali sarà molto dura e quando penso a loro mi si stringe il cuore. Nota: Vladimir Plahoniuc è un politico moldavo e Ilan Shor un banchiere di origine israeliana. Il primo è stato condannato a diciannove anni di carcere; fuggì ma fu arrestato in Grecia ed estradato; il secondo, condannato a quindici anni, si rifugiò prima in Israele e poi in Russia ed è tuttora libero. Sul “furto del secolo”, la colossale frode bancaria del 2014: https://it.wikipedia.org/wiki/Scandalo_della_frode_bancaria_in_Moldavia Marina Serina
July 15, 2026
Pressenza
Il fuoco amico manda sotto la Meloni sulla legge-truffa elettorale
La maggioranza di governo è stata sconfitta per un voto – 188 i contrari, 187 i favorevoli – sull’emendamento relativo alle preferenze che gli stessi partiti di maggioranza avevano voluto all’interno della nuova legge elettorale in discussione a Montecitorio ma sul quale si erano registrate divergenze. Il partito della Meloni […] L'articolo Il fuoco amico manda sotto la Meloni sulla legge-truffa elettorale su Contropiano.
July 15, 2026
Contropiano
‘Stabilicum’, ovvero: l’importante è non perdere mai
Il nome dato alla proposta della maggioranza di governo per la riforma della legge elettorale è Stabilicum. Pur se in falso latino, come ormai prassi per le leggi elettorali in Italia, dovrebbe – o vorrebbe – veicolare un significato di stabilità e certezza di (ri)elezione del prossimo nuovo governo. Non entriamo qui nel merito delle specificità della legge elettorale sostenuta dalla maggioranza dal momento che ben più autorevoli commentatori ne hanno dato conto e ne stanno spiegando ad oggi risvolti positivi e negativi, problematiche e peculiarità. La volontà del governo attuale è quella di mostrarsi come forte e credibile nei confronti delle istituzioni politiche europee ma anche nei confronti della Nato, delle istituzioni bancarie comunitarie. Insomma: la necessità è quella di mostrare la propria stabilità, per l’appunto. Da qui la necessità di far sì che grazie alla prossima legge elettorale ‘si sappia la sera chi debba governare il giorno dopo’, parafrasando un Renzi quando era Presidente del consiglio dei ministri, era segretario del Partito democratico e propugnava il suo modello denominato Italicum. Praticamente una vita (politica) fa. Eppure il legislatore italiano ha messo più volte mano alla legge elettorale, cambiando spesso forma, modo e soglia d’accesso alle istituzioni al fine di mutare a proprio vantaggio una presenza parlamentare che fosse il più ‘monocolore’ possibile. Nel corso degli ultimi vent’anni le modifiche alla legge elettorale sono state tre. La prima fu nel 2005, la legge Calderoli successivamente denominata «porcata» dal suo stesso proponente, dunque diventata giornalisticamente nota col nome di Porcellum. Quella legge, poi dichiarata parzialmente incostituzionale, rimase in vigore per tre legislature e andò a modificare il Mattarellum, la legge Mattarella del 1993. Successivamente, nel 2015, da Matteo Renzi venne proposto l’Italicum, ma la legge che fu approvata quell’anno venne dichiarata incostituzionale, dunque mai realmente utilizzata. Ultima modifica, nel 2017, la legge Rosato, il Rosatellum, in vigore nelle ultime due legislature. Nel continente africano esiste un detto che recita più o meno in questo modo: «non si organizzano le elezioni per perderle [on n’organise pas des élections pour les perdre]». A onor del vero sembra che sia più questa espressione politicamente scellerata a guidare la maggioranza, piuttosto che la stabilità ricercata e sbandierata. Intendiamoci: se la vocazione dell’Italia è quella di mostrarsi forte e all’altezza degli altri paesi europei, quello che sta succedendo da un ventennio è la rappresentazione di un Paese preda di organizzazioni politiche gelose del potere e bramose di tenerlo per sé. Tutt’altro che un Paese moderno basato sulla cooperazione tra differenti forze politiche: il dibattito, anzi, è viziato da post sui social, politiche che si misurano con i cuori di Instagram o le visualizzazioni di TikTok e titoli sensazionalistici sulla stampa. Non solo. È anche la fotografia di forze politiche non disposte al dialogo e ad un’idea di sconfitta dopo il proprio periodo di governo ponendo come necessaria la legge (magari poi incostituzionale) per far sì che si possa tornare immediatamente al potere. Forse i governi di questi decenni più che a ideali di democrazia liberale, si sono ispirati a modelli di mantenimento quasi imperituro del potere come accade in Camerun, in cui Paul Biya è stato rieletto a 92 anni per l’ottavo mandato consecutivo oppure in Congo (Brazzaville) in cui Denis Sassou Nguesso governa dal 1997 senza mai essere stato sconfitto. L’importante è non perdere mai. La credibilità della classe dirigente e il bene del Paese possono aspettare. Marco Piccinelli
July 14, 2026
Pressenza
Hamas dissolve il governo di Gaza
Il 6 luglio, Ismail al-Thawabta, direttore generale dell’ufficio stampa del governo di Gaza guidato da Hamas, ha annunciato lo scioglimento della struttura governativa della Striscia dopo circa 20 anni. “Ci auguriamo che questo importante passo sul campo contribuisca a porre fine all’aggressione, a fermare il genocidio, a garantire il ritiro […] L'articolo Hamas dissolve il governo di Gaza su Contropiano.
July 10, 2026
Contropiano
Cala Finanza, il governo revoca la ZES al progetto Tavolara Bay
La revoca della Zona Economica Speciale al progetto Tavolara Bay da parte del governo segna una delle più grandi vittorie popolari della Sardegna contemporanea. Cala Finanza diventa il punto di svolta di una stagione di resistenza civile che ha rimesso al centro la difesa del territorio, la sovranità comunitaria e la capacità dei sardi di riconoscersi come popolo. Una vittoria che molti paragonano a Pratobello, ma con una differenza decisiva: nel 1969 fu una comunità a respingere lo Stato, oggi è stato un intero popolo a respingere una speculazione globale travestita da sviluppo. Per mesi la Sardegna ha vissuto una mobilitazione capillare, militante, continua. Presìdi, assemblee, controinformazione, ricorsi, iniziative spontanee. Una pressione sociale che ha attraversato paesi, città, coste, montagne. Una rete di cittadini che ha trasformato Cala Finanza in un simbolo identitario, un luogo dove la difesa della terra è diventata difesa della dignità. La revoca della ZES non è un atto tecnico: è la certificazione politica che la Sardegna non accetta di essere trattata come una zona franca per operazioni speculative. La reazione è stata immediata e collettiva. In un’epoca dominata dalla frammentazione, dall’individualismo e dalla retorica della crescita a ogni costo, i sardi hanno dimostrato una capacità reattiva senza precedenti. Una resistenzialità che non nasce dall’emergenza, ma da una coscienza maturata nel tempo: la consapevolezza che il territorio non è una merce, che la costa non è un asset, che la comunità non è un ostacolo ma un soggetto politico. Cala Finanza ha unito generazioni diverse, sensibilità diverse, territori diversi. Ha rimesso al centro l’idea di popolo come corpo unico, come comunità che decide, che si oppone, che difende. La vittoria non è solo la fine di un progetto: è l’inizio di una nuova fase. Una fase in cui la Sardegna rivendica il diritto di scegliere il proprio futuro, di proteggere i propri luoghi, di respingere chi tenta di trasformare la bellezza in profitto privato. La costa di Loiri Porto San Paolo rimane ciò che deve essere: patrimonio collettivo, spazio di vita, non vetrina per investimenti miliardari. La revoca della ZES è un precedente che peserà su ogni tentativo futuro di aggirare la volontà popolare, un segnale che potrà influenzare altre battaglie territoriali in Italia. E qui si apre un fronte nuovo: ciò che è accaduto in Sardegna può diventare un precedente importante anche per la Puglia, dove comunità e territori stanno affrontando pressioni analoghe, progetti invasivi, tentativi di privatizzazione mascherati da sviluppo. Cala Finanza dimostra che la mobilitazione dal basso può ribaltare decisioni già scritte, che la partecipazione può fermare la macchina della speculazione, che un popolo unito può difendere la propria terra. La Sardegna ha mostrato una via: resistere, organizzarsi, vincere. Cala Finanza è già leggenda. Non per retorica, ma perché ha dimostrato che quando un popolo decide di alzarsi in piedi, nessuno lo ferma. Un grazie enorme va a tutti i comitati, associazioni, cittadini e amministratori che hanno combattuto questa battaglia. Grazie al popolo sardo. SOS Cala Finanza Gruppo d’Intervento Giuridico Onlus SURRA Comitato Costituzione Attiva Sassari Rete #NOBAVAGLIO Sardegna – liberi e informati     Rete #NOBAVAGLIO
July 2, 2026
Pressenza
L’ITALIA COMPRA SEMPRE PIÙ ARMI DAGLI USA. “IL TURBOCAPITALISMO ARMATO RISCHIA DI FAR ESPLODERE UNA BOLLA FINANZIARIA”
Un’analisi dell’Osservatorio Mil€x rivela che dal 2023 il Ministero della Difesa italiano ha ordinato sistemi d’arma statunitensi per un valore di 4,4 miliardi di euro, coprendo investimenti fino al 2035. L’indagine evidenzia una forte dipendenza tecnologica dai colossi Usa, tra cui Lockheed Martin e Boeing, sollevando preoccupazioni per l’autonomia strategica europea a favore dell’industria bellica d’oltreatlantico. Il dossier evidenzia come nove nuovi programmi, inclusi droni avanzati e sistemi Himars, portino la spesa totale, considerando il mantenimento dei programmi storici come l’F-35, a circa 4,4 miliardi di euro tra il 2023 e il 2027. L’Osservatorio Mil€x ha prodotto l’analisi considerando i decreti del Ministero della Difesa che coincidono con la XIX Legislatura, quella del governo Meloni. Ne risulta una brusca accelerazione di acquisti rispetto ai governi precedenti. Questi acquisti sono stati favoriti dalle richieste pressanti dell’amministrazione Trump e della Nato, poi i mercati finanziari hanno agevolato gli interscambi. Questo ha portato ad “una situazione di turbocapitalismo armato, che sta producendo una bolla finanziaria ancora più grossa di quella del 2008. Se scoppierà sarà un problema”, ha dichiarato ai nostri microfoni Francesco Vignarca dell’Osservatorio Mil€x sulle spese militari. Ascolta o scarica 
July 2, 2026
Radio Onda d`Urto
Quando la cultura sfidò il silenzio: Fidel Castro, il potere e gli intellettuali a Cuba (1961)
La Rivoluzione cubana ottenne la vittoria infrangendo molti paradigmi ideologici e politici (era impossibile trionfare combattendo contro l’esercito; nessun governo socialista poteva sopravvivere a 145 chilometri dagli Stati Uniti; solo i partiti comunisti sarebbero stati in grado di guidare un processo di liberazione socialista nazionale; i proletari dovevano essere i soggetti e i protagonisti fondamentali di questi processi). Fidel Castro e i suoi compagni superarono le barriere del pessimismo e del dogmatismo insiti in quei preconcetti . Lanciarono il loro assalto al potere attraverso la lotta armata e, una volta rovesciata la tirannia di Fulgencio Batista, erano certi che costruire un consenso fosse essenziale per raggiungere l’egemonia. Gli ostacoli erano immensi: gli attacchi della controrivoluzione interna e dell’imperialismo statunitense, urgenti necessità materiali, errori in vari ambiti della vita nazionale e, di fronte alla necessità di sopravvivenza, la ricerca di alleati esterni. Nel frattempo, si adoperarono per creare una nuova cultura. Il primo passo in questa direzione fu la Campagna di Alfabetizzazione. Il Ministero dell’Istruzione supervisionò questo compito e, attraverso la sua Direzione della Cultura, sviluppò anche festival di musica, balletto e teatro, mostre d’arte, distribuzione gratuita di libri, concorsi letterari e così via. Il 16 gennaio 1961 fu creato il Consiglio Nazionale della Cultura. In quel periodo, il paese si stava preparando a un’invasione mercenaria orchestrata dal governo degli Stati Uniti. In questo contesto, due giovani registi, Orlando Jiménez e Sabá Cabrera, hanno girato il cortometraggio “PM”, presentato in anteprima nella prima metà di maggio in un programma televisivo. Quando i registi hanno chiesto il permesso di proiettarlo nelle sale cinematografiche, la richiesta è stata respinta, con la motivazione che il film rifletteva solo un aspetto della vita notturna cittadina (persone che ballano, ascoltano musica, bevono), omettendo gli sforzi dei cittadini per difendersi dalle aggressioni esterne. Un gruppo di intellettuali ha quindi compreso che tale provvedimento limitava la libertà creativa e ha comunicato alle autorità la propria decisione di non partecipare al Congresso degli Scrittori e degli Artisti che si stava organizzando. Nel giugno del 1961, L’Avana era in fermento. Solo due mesi prima, le milizie avevano respinto l’invasione della Baia dei Porci e il Primo Ministro Fidel Castro aveva proclamato ufficialmente il carattere socialista della Rivoluzione. Tra la tensione di un’offensiva militare e il fervore di una radicale trasformazione sociale, si combatteva un’altra battaglia cruciale, seppur invisibile, per l’anima e la mente della nazione. In questo contesto, il Presidente Osvaldo Dorticós lanciò un’esortazione: “Nessuno taccia “. Questo appello convocò gli artisti cubani a un incontro con la leadership politica del paese presso la Biblioteca Nazionale José Martí il 16, il 23 e il 30 giugno. L’obiettivo? Definire, per la prima volta, le regole di ingaggio tra potere politico e libertà creativa nella nascente società socialista. L’universo intellettuale che vi si riuniva era un mosaico affascinante ed eterogeneo. Da un lato, c’erano figure affermate dell’avanguardia tradizionale, scrittori e artisti che portavano il peso del patrimonio culturale cubano, come il romanziere Alejo Carpentier, il poeta Nicolás Guillén e il drammaturgo Virgilio Piñera. Dall’altro, c’erano giovani creatori animati da un fervido desiderio di innovazione, come il giornalista Guillermo Cabrera Infante e alcuni registi. Coesistevano due visioni dell'”intellettuale”. Per il popolo, l’intellettuale era il custode delle opere dello spirito, della letteratura e della scienza. Tuttavia, dagli ambienti più dogmatici della sinistra, questi creatori erano visti con sospetto: erano considerati uno strato intermedio di origine piccolo-borghese, segnato da un “peccato originale” di individualismo, soprattutto perché molti di loro non avevano partecipato direttamente alla lotta clandestina o guerrigliera. Questi incontri fornirono il contesto ideale affinché questa classe intellettuale cercasse la propria legittimità e definisse il proprio spazio di fronte al nuovo apparato egemonico dello Stato. I principali dibattiti hanno rivelato discussioni che andavano ben oltre il destino del cortometraggio censurato. La controversia principale verteva sulla responsabilità dell’artista nei confronti del pubblico. L’arte dovrebbe essere uno strumento diretto di educazione e propaganda, oppure dovrebbe preservare la propria autonomia estetica? Il 30 giugno 1961, dopo aver ascoltato dubbi, lamentele e proposte degli artisti per due venerdì consecutivi, Fidel Castro pronunciò il discorso di chiusura, noto come ” Parole agli intellettuali “. Consapevole che la Rivoluzione necessitava del prestigio internazionale e del potere simbolico dei suoi artisti, cercò di placare i timori del settore creativo dettando quello che sarebbe diventato il principio guida della politica culturale cubana: “Quali sono i diritti degli scrittori e degli artisti, rivoluzionari o non rivoluzionari? All’interno della Rivoluzione: tutti; contro la Rivoluzione: nessun diritto.” Con questa celebre formula, Castro stabilì un quadro politico ampio ma selettivo. La Rivoluzione non avrebbe richiesto che tutti i creatori fossero marxisti-leninisti, né avrebbe imposto uno stile artistico ufficiale come il realismo sovietico. Sarebbero stati accettati creatori “onesti” che, pur non essendo rivoluzionari attivi, rispettassero e non si opponessero al processo politico. Nessuno avrebbe dovuto presumere di essere infallibile o affermare che chiunque non la pensasse esattamente allo stesso modo avesse torto. Lo spirito di critica doveva essere produttivo e costruttivo. Quell’estate, quando gli intellettuali cubani ruppero il silenzio, non si limitarono a discutere di estetica, cinema o letteratura; stavano plasmando i contorni ideologici della Cuba del futuro . La storia culturale ci mostra che arte e potere politico intrattengono una relazione complessa, spesso tragica, ma sempre decisiva per l’identità di un popolo. Rievocare quei dibattiti in tutta la loro complessità è un esercizio essenziale per comprendere la cultura. E ci permette di apprezzare le idee di quel leader che stava per compiere 35 anni e che oggi avrebbe celebrato il suo centenario. Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
July 2, 2026
Pressenza
La politica senza più il potere
Occuparsi dei turbamenti della classe politica italiana è uno sforzo di stomaco, quasi come assistere ad un’autopsia. E’ necessario, purtroppo, ma niente affatto entusiasmante, visto che nulla di definitivo e di «ampio respiro» può esservi trovato. Governo Meloni e «campo largo» soffrono infatti della stessa malattia: come raggiungere e blindare […] L'articolo La politica senza più il potere su Contropiano.
July 2, 2026
Contropiano
Migranti, in Spagna boom della regolarizzazione
È scaduto oggi il termine stabilito dal governo spagnolo per accedere alla regolarizzazione di uomini e donne migranti che non abbiano commesso reati gravi e che risultino presenti da prima del 31 dicembre 2025. Ci si attendevano 750 mila domande, ne sono giunte circa 1 milione e 300 mila e gli organismi preposti le vaglieranno una per una. Regolarizzazione significa diritto all’assistenza sanitaria, a reclamare un contratto di lavoro decente, a usufruire di diritti fondamentali senza rischiare di essere espulsi. Il governo spagnolo ha fatto da tempo questa scelta intelligente che ha visto crescere il PIL, i salari e migliorare il welfare. Il provvedimento ha fatto indignare le destre spagnole, che intendono impugnarlo per farlo annullare e quelle europee, secondo cui gli effetti vanno in contrasto col piano migrazioni e asilo approvato il 12 giugno scorso. In Italia, quasi in contemporanea, si realizzano invece i piani attuativi per aumentare il numero dei Centri per il rimpatrio – meglio chiamarla deportazione – e quelli per respingere in frontiera. Si getteranno centinaia di milioni di euro in propagandistici e xenofobi programmi repressivi di stampo trumpiano e contemporaneamente – alla faccia della sicurezza – si costringeranno centinaia di migliaia di persone a una ancora maggiore invisibilità, al lavoro nero, al rischio di finire nelle reti della criminalità. Una scelta cinica, criminale ma anche totalmente inefficace. Chi oggi strepita di “remigrazione” dovrebbe spiegare dove trovare i 10 miliardi di euro per realizzarla e come potrebbe essere rimpiazzata la manodopera espulsa. Ma ai fascisti da sempre interessa la propaganda, non provvedimenti che garantiscano a chi lavora contratti, tutele e diritti. Quella spagnola è una semplice lezione di buon senso e di chi pensa realmente al futuro del Paese. Chi governerà l’Italia in futuro si deve rendere conto che la regolarizzazione permanente è una condizione necessaria non solo per chi arriva, ma per i diritti di chiunque viva del proprio lavoro. Maurizio Acerbo, segretario nazionale Stefano Galieni, responsabile nazionale immigrazione, Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea   Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
June 30, 2026
Pressenza
C’è un futuro per il partito laburista?
Andy Burnham ha vinto trionfalmente l’elezione suppletiva nel seggio di Makerfield, un risultato storico che lo riporta alla Camera dei Comuni e lancia una sfida diretta e formale alla leadership di Keir Starmer per la guida del Partito Laburista e del governo britannico. Con quasi il 55% dei voti e un distacco di circa 9.000 preferenze rispetto al candidato di Reform UK, l’ex-sindaco di Manchester ha capitalizzato il malcontento verso l’attuale Primo Ministro, posizionandosi come il candidato forte in grado di bloccare l’avanzata della destra populista di Nigel Farage. Come già avevano dimostrato i risultati di Caerphilly (dove aveva vinto il candidato del Plaid Cymru) e di Gorton & Denton (dove invece si era affermata la candidata dei Greens), questa vittoria dimostra che la sinistra può superare Reform UK quando si schiera compatta dietro un unico candidato. La vittoria di Burnham ha fatto precipitare gli eventi a Westminster, dove, dopo circa due mesi in cui un numero consistente di parlamentari del partito laburista avevano chiesto una transizione verso una nuova leadership, Keir Starmer lunedì scorso ha rassegnato le proprie dimissioni da primo ministro, rimanendo in carica solo per gli affari correnti. Più o meno in contemporanea, Wes Streeting, l’ex-ministro della Sanità e candidato di punta della componente blairiana del Labour, si è ritirato dalla competizione e ha annunciato che sosterrà Burnham. Il comitato esecutivo nazionale del Partito Laburista ha presentato il 23 giugno il calendario delle elezioni: i parlamentari avranno la possibilità di presentare le proprie candidature dal 9 al 15 luglio, mentre i sindacati e le altre organizzazioni affiliate dovranno farlo il giorno successivo. È prevista una conferenza speciale per il 17 luglio che, a meno che non si verifichi una competizione forzata, vedrà Burnham eletto leader del Partito Laburista e Primo Ministro. Quest’ultimo ha già annunciato i punti qualificanti del suo programma di governo. IL “MANCHESTERISM” Colui che si appresta a diventare il nuovo inquilino di Downing Street, basa il suo manifesto politico sul cosiddetto “Manchesterism”. Questa visione, descritta come un socialismo pragmatico e attento alle imprese, punta a ribaltare le politiche neoliberiste della finanza londinese per favorire il rilancio industriale ed economico del Nord e delle aree dimenticate del Paese. Il Regno Unito presenta una delle peggiori disuguaglianze regionali tra i paesi “sviluppati”, il che, secondo Burnham, è dovuto in parte all’elevata centralizzazione del potere politico a Londra.  Per questo, e per contenere le spinte indipendentiste in netta avanzata negli ultimi anni, il deputato eletto a Makerfield ha in programma di trasferire parte delle attività di Downing Street a Manchester e in Irlanda del Nord, nell’ambito di misure volte a decentrare il potere da Londra entro la fine dell’anno. I pilastri del programma di governo prevedono: 1) Il controllo pubblico dei servizi essenziali attraverso la nazionalizzazione o la forte supervisione statale su distribuzione energetica, ferrovie e utilities idriche (come ad esempio la Thames Water). 2) Una riforma fiscale basata sul taglio del 20% delle tasse locali (business rates) per pub e spazi culturali, finanziato da maggiori imposte sulle majors dell’e-commerce come ad esempio Amazon. 3) Investimenti strutturali, con un focus massiccio sull’edilizia sociale a basso costo per frenare le speculazioni dei privati e potenziamento dell’istruzione tecnica. 4) Decentramento radicale, con il trasferimento di effettivi poteri di spesa e decisionali da Westminster direttamente alle regioni e ai sindaci locali. Si tratta di un programma che riaccende le speranze dello storico elettorato laburista, a partire dalle organizzazioni sindacali. Andrea Egan, segretaria generale di UNISON, ha dichiarato che il prossimo primo ministro ha «l’opportunità di rompere con i rimedi di facciata e di realizzare una trasformazione completa di questo Paese, trasferendo in modo permanente ricchezza e potere alla classe lavoratrice», attraverso l’attuazione completa del piano “Make Work Pay”, un imponente programma di investimenti pubblici e di internalizzazione volto a risanare i servizi pubblici (scuola e sanità su tutti), nonché la proprietà pubblica nazionale dei servizi di pubblica utilità. La segretaria generale di Unite, Sharon Graham, ha salutato positivamente le dimissioni di Starmer e ha affermato la necessità di intervenire con urgenza per porre fine al blocco delle soglie di tassazione, una specie di flat tax in salsa britannica, porre un tetto massimo al prezzo dell’energia e intervenire sulla strategia industriale, con investimenti in posti di lavoro e nell’industria. Infine, il segretario generale della Fire Brigades Union, Steve Wright, ha dichiarato che «chiunque subentri a Keir Starmer» dovrà «rompere con la convinzione diffusa che sia giusto attaccare i servizi pubblici», «affrontare la disuguaglianza di ricchezza che ha permesso ai servizi pubblici privatizzati di derubare i cittadini di questo Paese». LE INCOGNITE Fin qui, le dichiarazioni di principio, ma Burnham dovrà però affrontare due grosse incognite. La prima riguarda la cornice economica e finanziaria dentro la quale applicare il suo programma. Nonostante le promesse di un cambiamento radicale, l’ex-sindaco di Greater Manchester ha comunque assicurato che rimarrà all’interno delle rigide regole fiscali dello Stato definite da Rachel Reeves, l’attuale Cancelliera dello Scacchiera contro cui si sono indirizzati gli strali del movimento sindacale e che Burnham ha già dichiarato che non confermerà. È dunque probabile l’inserimento di tecnici o politici moderati fedeli a questa linea per rassicurare i mercati finanziari. Il secondo punto è invece legato alla questione immigrazione e alla mattanza israeliana a Gaza. Per contrastare Reform UK nel Nord dell’Inghilterra, Burnham ha adottato una linea sull’immigrazione molto più dura rispetto al passato. L’ex-sindaco ha dichiarato di appoggiare gran parte delle rigide riforme promosse dalla ministra dell’Interno di Starmer, Shabana Mahmood, tese a limitare i flussi legali e illegali. Burnham ha fatto un passo indietro rispetto alle sue storiche battaglie sui sussidi ai migranti e ha esortato il governo a fare un “maggiore uso” dei centri di detenzione per immigrati e ad accelerare le espulsioni dei richiedenti asilo respinti. Sebbene proponga misure di reinserimento lavorativo per chi è rimasto “in un limbo burocratico” già all’interno dei confini, questa parziale sovrapposizione con le ricette securitarie solleva forti dubbi e critiche sia tra le associazioni per i diritti umani che all’interno dell’ala sinistra del Labour. > Coalizioni come Stand Up to racism e sindacati come UNISON hanno già chiarito > che ci dovrà essere un cambiamento di approccio sia sui centri di detenzione, > sia sugli arresti, sia ancora sui licenziamenti e le deportazioni di > lavoratori e lavoratrici migranti, soprattutto nella Sanità. Ciò che serve, > secondo i movimenti, è una rottura totale con la politica del razzismo e della > ricerca di capri espiatori. Inoltre Burnham, storicamente vicino al gruppo Labour Friends of Israel (il corrispettivo britannico del gruppo di Picierno, Fassino e Fiano in Italia, per capirci), ha mostrato una posizione ambigua verso lo Stato ebraico. Infatti, pur facendo dichiarazioni formali e sottoscrivendo appelli per il cessate il fuoco e per il riconoscimento ufficiale dello Stato di Palestina, egli ha sempre rifiutato di definire l’azione militare israeliana a Gaza come un “genocidio”, ma soprattutto non ha mai preso posizione sul sostegno economico, logistico e militare britannico a Israele e al momento non ha risposto alla richiesta, arrivata da Jeremy Corbyn, di una commissione d’inchiesta a Westminster sul ruolo britannico nelle operazioni militari israeliane a Gaza qualora Burnham diventasse primo ministro. Insomma, Burnham si trova quindi a dover gestire un delicato, doppio equilibrio: 1) rassicurare il movimento sindacale, le realtà associative sui territori e la base elettorale del partito (che chiedono una radicale trasformazione delle politiche economiche e sociali) senza spaventare l’elettorato moderato e il modo finanziario e imprenditoriale, che tanto ha speso per mandare Starmer a Whitehall; 2) rassicurare le comunità migranti locali e la sinistra pacifista senza spaventare sempre lo stesso elettorato moderato, che magari strizza l’occhio a Farage sulle politiche migratorie, e/o le storiche organizzazioni filo-israeliane interne al partito. La composizione del governo dovrebbe rispecchiare questa situazione. Accanto a uomini che già facevano parte dell’esecutivo Starmer in ruoli chiave, come il blairiano Wes Streeting, ex-Segretario alla Salute e in prima linea per ottenere un ministero di primissimo piano o la riconferma in un ruolo di peso nel settore dei servizi pubblici, o Darren Jones, attuale Chief Secretary al Tesoro, che avrebbe ottenuto rassicurazioni sulla linea di stabilità economica, assicurandosi un ruolo centrale nella gestione finanziaria del nuovo governo, o ancora Al Carns, ex- ministro delle forze armate ed ex-ufficiale dei Royal Marines, che dovrebbe garantire continuità e competenza sui dossier legati alla difesa e alla sicurezza nazionale, vi è l’attuale ministro dell’Energia Ed Miliband in cima alla lista per sostituire Rachel Reeves nel ruolo di Cancelliere dello Scacchiere (Ministro delle Finanze). L’obiettivo di Miliband è modificare radicalmente le rigide regole fiscali ereditate dall’era Starmer-Reeves, sbloccando maggiori investimenti pubblici e fondi da destinare alle priorità del nuovo esecutivo. C’è poi il tema della comunicazione, che nell’epoca Starmer è stato a dir poco disastroso. Per questo Burnham avrebbe scelto James Purnell come suo Chief of Staff (Capo di gabinetto). Purnell, ex-ministro dell’era Blair-Brown, torna a sorpresa in politica attiva dopo anni, e dovrebbe portare, nelle intenzioni del futuro primo ministro, una visione di rottura rispetto alle strategie comunicative e gestionali del cerchio magico di Starmer. CONCLUSIONI Sir Keir ha praticamente distrutto il Labour Party, Burnham potrebbe ridare un futuro al partito rilanciando una politica socialdemocratica dentro una cornice di reale decentramento amministrativo, anche per rintuzzare l’avanzata dell’indipendentismo socialista in Galles, Irlanda del Nord e Scozia. È di pochi giorni fa la notizia che la Socialist Campaign (la corrente di sinistra nel gruppo parlamentare laburista) non presenterà candidati alternativi alla leadership, neanche di bandiera, come invece ha fatto in passato. Allo stesso modo già da giorni si erano espressi anche i blairiani nel partito. È possibile sia stato raggiunto un compromesso su una gestione “alla Lyndon Johnson” del governo, basata su una politica sociale ed economica interna attenta ai segmenti sociali popolari e operai, e una politica estera che invece si mantiene dentro la cornice Nato e “riarmista”. Rimane il nodo immigrazione, dove sembra che Burnham sia intenzionato a mantenere gli approcci restrittivi di Shabana Mahmood e questa scelta non sarà indolore sul piano del rapporto coi movimenti, così come quella su Gaza. Al momento non ci sono certezze, ma solo sensazioni e interpretazioni di dinamiche e notizie. Dovremo aspettare dopo il 17 luglio per vedere come questo nodo verrà sciolto e da questo dipenderà il futuro del Partito Laburista, se mai ne avrà uno. Su questo, molto inciderà proprio il mantenimento e la crescita di quelle mobilitazioni dal basso che negli ultimi due anni hanno rafforzato l’unità tra le campagne sociali e politiche antirazziste, contro la guerra e contro l’austerità e le vertenze messe in campo dal movimento sindacale. La copertina è tratta da WikiCommons Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo C’è un futuro per il partito laburista? proviene da DINAMOpress.
June 29, 2026
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