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Una rete per una legge elettorale costituzionale
Gli enti firmatari della dichiarazione oggi divulgata promuovono la formazione di una coalizione per l’ottenimento di una legge elettorale costituzionale. Articolo 53, Associazione Minerva, Centro Nuovo Modello di Sviluppo, Costituente Terra, Lista Civica Italiana, Partecipazione Attiva e Schierarsi Piazza di Firenze affermano: «Fondamentale a questo scopo sarà una azione capillare di informazione della cittadinanza che viene confusa giornalmente con parole come “governabilità”, “preferenze”, “stabilità”, “velocità legislativa” usate per distogliere l’attenzione dallo scopo di queste leggi fatte per blindare carriere ed escludere le energie positive. È infatti la legge elettorale che incide più di qualsiasi altra sulla vita dei cittadini perché determina la qualità e il grado di libertà del parlamento che poi legifera su ogni questione della nostra vita». Insieme dichiarano: > I gruppi attivi, le liste civiche, le associazioni sono particolarmente > sensibili al tema della legge elettorale perché è lo strumento che consente o > impedisce l’ingresso delle migliori energie della società italiana nei luoghi > dove si decide. Le enormi energie dedicate a fare sit-in nelle piazze, a > raccogliere firme o ad attraversare il Mediterraneo vengono vanificate se poi > a prendere le decisioni sono comunque altre persone non scelte dai cittadini > italiani. > > La società civile, le associazioni, i giovani e coloro che hanno recentemente > respinto la revisione costituzionale sulla magistratura hanno la forza di > fermare la deriva degli ultimi decenni e ottenere una legge elettorale > rispettosa dei principi costituzionali. Occorre solamente che si mettano in > rete: siamo solo all’inizio della raccolta delle adesioni. > > Già da ora chiediamo almeno al “campo largo” di spiegare come intende portarci > fuori dal pericolo democratico in cui siamo immersi. > > Il “campo largo” non deve limitarsi a dire NO al melonellum, ma deve avere > anche una proposta scritta di legge elettorale costituzionale con l’impegno, > riportato nel programma elettorale, di approvarla subito in caso di vittoria > alle elezioni. > > Se il “campo largo” non fa questo passo non è credibile. > > Dire legge elettorale “costituzionale” è una cosa dirompente nel tran tran dei > professionisti della politica perché significa che la nomina dei parlamentari > passerebbe esclusivamente nelle mani della cittadinanza: solo questo è il > meccanismo che obbliga gli eletti a ricordarsi che stanno lavorando per la > qualità della vita e la dignità degli italiani. > > L’attuale dibattito parlamentare sulla legge elettorale è una noiosa replica > della solita commedia inscenata dai partiti da tre decenni: cambiare di > continuo la formula elettorale puntando però all’obiettivo di sempre, vale a > dire togliere alla cittadinanza il diritto costituzionale del voto e > cancellare la centralità del parlamento riempito da nominati dai capipartito > spesso con criteri di fedeltà e obbedienza. > > La caratteristica comune a tutte le leggi di questi decenni è la volontà, a > costituzione invariata, di stravolgere l’ordinamento costituzionale per > sostituire la centralità del Parlamento con la centralità dell’Esecutivo. > > Il dibattito è reso paradossale dal fatto che rosatellum e melonellum sono due > pericolose leggi fotocopia perché sono il prodotto di una destra e una > sinistra che convergono sulla negazione dei principi cardine della democrazia > rappresentativa. > > Invitiamo tutte le persone e le associazioni interessate a lasciare i propri > riferimenti su > https://framaforms.org/20260717-associazioni-aderenti-al-primo-comunicato-stampa-x-una-legge-elettorale-costituzionale > > Saranno poi contattate per le prossime iniziative semplici e di facile > attuazione. * Articolo 53 * Associazione Minerva * Centro Nuovo Modello di Sviluppo * Costituente Terra * Lista Civica Italiana * Partecipazione Attiva * Schierarsi Piazza di Firenze Redazione Italia
July 21, 2026
Pressenza
‘Stabilicum’, ovvero: l’importante è non perdere mai
Il nome dato alla proposta della maggioranza di governo per la riforma della legge elettorale è Stabilicum. Pur se in falso latino, come ormai prassi per le leggi elettorali in Italia, dovrebbe – o vorrebbe – veicolare un significato di stabilità e certezza di (ri)elezione del prossimo nuovo governo. Non entriamo qui nel merito delle specificità della legge elettorale sostenuta dalla maggioranza dal momento che ben più autorevoli commentatori ne hanno dato conto e ne stanno spiegando ad oggi risvolti positivi e negativi, problematiche e peculiarità. La volontà del governo attuale è quella di mostrarsi come forte e credibile nei confronti delle istituzioni politiche europee ma anche nei confronti della Nato, delle istituzioni bancarie comunitarie. Insomma: la necessità è quella di mostrare la propria stabilità, per l’appunto. Da qui la necessità di far sì che grazie alla prossima legge elettorale ‘si sappia la sera chi debba governare il giorno dopo’, parafrasando un Renzi quando era Presidente del consiglio dei ministri, era segretario del Partito democratico e propugnava il suo modello denominato Italicum. Praticamente una vita (politica) fa. Eppure il legislatore italiano ha messo più volte mano alla legge elettorale, cambiando spesso forma, modo e soglia d’accesso alle istituzioni al fine di mutare a proprio vantaggio una presenza parlamentare che fosse il più ‘monocolore’ possibile. Nel corso degli ultimi vent’anni le modifiche alla legge elettorale sono state tre. La prima fu nel 2005, la legge Calderoli successivamente denominata «porcata» dal suo stesso proponente, dunque diventata giornalisticamente nota col nome di Porcellum. Quella legge, poi dichiarata parzialmente incostituzionale, rimase in vigore per tre legislature e andò a modificare il Mattarellum, la legge Mattarella del 1993. Successivamente, nel 2015, da Matteo Renzi venne proposto l’Italicum, ma la legge che fu approvata quell’anno venne dichiarata incostituzionale, dunque mai realmente utilizzata. Ultima modifica, nel 2017, la legge Rosato, il Rosatellum, in vigore nelle ultime due legislature. Nel continente africano esiste un detto che recita più o meno in questo modo: «non si organizzano le elezioni per perderle [on n’organise pas des élections pour les perdre]». A onor del vero sembra che sia più questa espressione politicamente scellerata a guidare la maggioranza, piuttosto che la stabilità ricercata e sbandierata. Intendiamoci: se la vocazione dell’Italia è quella di mostrarsi forte e all’altezza degli altri paesi europei, quello che sta succedendo da un ventennio è la rappresentazione di un Paese preda di organizzazioni politiche gelose del potere e bramose di tenerlo per sé. Tutt’altro che un Paese moderno basato sulla cooperazione tra differenti forze politiche: il dibattito, anzi, è viziato da post sui social, politiche che si misurano con i cuori di Instagram o le visualizzazioni di TikTok e titoli sensazionalistici sulla stampa. Non solo. È anche la fotografia di forze politiche non disposte al dialogo e ad un’idea di sconfitta dopo il proprio periodo di governo ponendo come necessaria la legge (magari poi incostituzionale) per far sì che si possa tornare immediatamente al potere. Forse i governi di questi decenni più che a ideali di democrazia liberale, si sono ispirati a modelli di mantenimento quasi imperituro del potere come accade in Camerun, in cui Paul Biya è stato rieletto a 92 anni per l’ottavo mandato consecutivo oppure in Congo (Brazzaville) in cui Denis Sassou Nguesso governa dal 1997 senza mai essere stato sconfitto. L’importante è non perdere mai. La credibilità della classe dirigente e il bene del Paese possono aspettare. Marco Piccinelli
July 14, 2026
Pressenza
Un trucco dopo l’altro. La posta in gioco con la nuova legge elettorale
Truccare continuamente le regole del gioco per consentire la vittoria sempre agli stessi interessi. Sembra essere questa la principale preoccupazione alla base della ennesima nuova legge elettorale, la quarta da quando è stata imposta la fine del sistema proporzionale su cui si era retta la definizione della rappresentanza nella Prima […] L'articolo Un trucco dopo l’altro. La posta in gioco con la nuova legge elettorale su Contropiano.
July 14, 2026
Contropiano
Massimo Villone: riforma della legge elettorale, siamo sul piano inclinato di uno scivolamento verso l’autocrazia
Pubblichiamo il testo dell’intervista a Massimo Villone, Professore Emerito  di Diritto costituzionale  dell’ Università degli Studi di Napoli Federico II,  sulla riforma della legge elettorale in discussione alla Camera, registrata nell’ambito della serie di video interviste di Carteinregola Riforma della Legge elettorale: meno rappresentanza, meno democrazia a cura di Anna Maria Bianchi, Isabella Pierantoni e Pietro Spirito (in calce il video) Anna Maria Bianchi: Perché questa riforma e perché ora? Massimo Villone: Il punto di partenza lo dà Meloni nella campagna elettorale 2022, in cui dichiara l’obiettivo di rivoltare il paese come un calzino. Un obiettivo che poggia su tre riforme, subappaltate ai componenti della maggioranza: giustizia, premierato, autonomia differenziata. Il referendum del 22-23 marzo infligge un colpo inatteso all’agenda. Cade la giustizia, e la destra capisce che è meglio mettere in soffitta la riforma costituzionale del premierato, perché sarebbe rischioso affrontare un secondo voto popolare. Quindi mette in primo piano la legge elettorale, l’AC 2822, cosiddetto Stabilicum o Melonellum, strumentale a un premierato di fatto. Una legge pensata per ottenere un risultato sostanzialmente analogo a quello perseguito con la riforma costituzionale: un premier investito dal voto popolare, un parlamento docile e subalterno con ampia maggioranza per il premier, un esecutivo dominante nell’assetto istituzionale. Con un benefit collaterale: costruire la legge per favorire il ritorno del Centrodestra a Palazzo Chigi. Anna Maria Bianchi: Come persegue questi obiettivi la riforma elettorale? Massimo Villone: Gli strumenti principali sono due: la correzione maggioritaria e le liste bloccate. Nel 2022 il Rosatellum prevedeva un proporzionale corretto con collegi uninominali maggioritari, in cui vince chi prende un voto in più. Ma i collegi uninominali nel 2022 diedero una ampia maggioranza al CDX perché il CSX vedeva separati PD e M5S. Questa separazione consegnò al CDX circa l’80% dei collegi. Se il CSX nel 2027 corresse unito le urne potrebbero dare il risultato opposto, come il voto referendario anche suggerisce. Rimanendo il Rosatellum con i collegi il CDX sa di poter perdere. Da qui la necessità della principale modifica dello Stabilicum rispetto al Rosatellum: cancellare i collegi passando a una correzione del proporzionale con un premio di maggioranza. In tal modo si prescinde dalla competizione ristretta nel territorio del collegio, e si assegna con un calcolo puramente aritmetico un certo numero di seggi aggiuntivi al soggetto vincente su scala nazionale. L’aggiunta sovrarappresenta il vincente e sottorappresenta lo sconfitto rispetto ai seggi che ciascuno otterrebbe con una distribuzione proporzionale. Anna Maria Bianchi: Quali sono i profili di incostituzionalità della proposta? Massimo Villone: Le audizioni in I Commissione hanno messo in luce molteplici profili di incostituzionalità. Il primo è la disproporzionalità data dal premio a cifra fissa: 70 deputati e 35 senatori. Un maxipremio. Perché 70, e non 60 o 50 o una misura variabile, in ragione dei voti conseguiti nel proporzionale? Perché è la misura che consente a una coalizione vincente con il 43-45% dei voti di avvicinare il risultato del 2022. È questa la scommessa della destra. Ma proprio la cifra fissa determina la possibile disproporzionalità, perché rompe il nesso tra rappresentatività delle assemblee e risultato elettorale. Poi le liste completamente bloccate, sia nel proporzionale che per il premio. Elettrici ed elettori non scelgono nemmeno uno dei propri rappresentanti. Ancora, c’è l’aggancio del premio di maggioranza all’esito nazionale anche per il Senato, lesivo dell’art. 57 Cost., che prevede un senato eletto a base regionale. Accade infatti che il premio di maggioranza sia assegnato alla coalizione vincente nazionalmente anche nelle regioni in cui quella coalizione perde. Infine, c’è il tentativo di condizionare le prerogative del capo dello stato, prevedendo l’obbligo per le forze politiche di coalizione di indicare nella documentazione elettorale la persona che sarà proposta al Presidente della Repubblica per l’incarico di formare il governo. L’obiettivo non dichiarato è mettere il CSX in difficoltà, obbligandolo a scegliere formalmente il leader di coalizione. Anna Maria Bianchi: Ma la Corte costituzionale non aveva già assolto le liste bloccate, purché brevi, e il premio di maggioranza? Massimo Villone: È vero. Un premio di maggioranza che scatta sopra una soglia del 42%, come lo Stabilicum (nel nuovo testo base) prevede somiglia certo a quello che la Corte salvò nell’Italicum, con la sentenza 35 del 2017. Ma la differenza è in quello che lo Stabilicum aggiunge, e che l’Italicum non aveva: il premio agganciato all’esito nazionale anche al Senato, lesivo dell’art. 57 della Costituzione, e le liste interamente bloccate, là dove l’Italicum lasciava in parte le preferenze, bloccando il solo capolista. È un effetto cumulativo che rende l’impianto chiaramente incostituzionale, anche non volendo considerare eccessiva e incostituzionale già la misura del premio di per sé. Per chi volesse approfondire rinvio all’analisi dettagliata che ho pubblicato su ASTRID Rassegna 8/2026, e che si legge anche sulla mia pagina Facebook. Anna Maria Bianchi: Come possiamo contrastare una riforma incostituzionale? Massimo Villone: Dobbiamo sapere che non ci sono argini insuperabili. Abbiamo due custodi della Costituzione: il Presidente della Repubblica e la Corte costituzionale. Il Capo dello Stato può rinviare la legge alle Camere ai sensi dell’art. 74, ma è obbligato a promulgare in caso di riapprovazione. Inoltre, il Presidente si richiama per prassi alla “manifesta incostituzionalità”. Non basta un mero dubbio sulla conformità alla Costituzione, è necessaria una evidenza indiscutibile. E qui incrociamo la Corte costituzionale, con due sentenze principali, la 1/2014, sul Porcellum, e la 35/2017, sull’Italicum. Sono pronunce che colgono in parte i profili che oggi emergono per lo Stabilicum. Ma la Corte lascia al legislatore uno spazio di discrezionalità molto ampio, cui pone il limite di una “manifesta irragionevolezza”. È una giurisprudenza a maglie molto larghe, forse troppo larghe. Manifesta incostituzionalità e manifesta irragionevolezza concorrono nel lasciare al legislatore confini molto ampi ed elastici per quanto riguarda la legge elettorale. Inoltre, la Corte ci dice nella sentenza 1/2014 che la incostituzionalità della legge elettorale non impedisce al Parlamento già eletto in precedenza di rimanere in carica con pienezza di poteri. Esattamente quello che è successo. La sentenza 1/2014 dichiara la incostituzionalità della legge in base alla quale nel 2013 è eletto il parlamento, che però rimane regolarmente in carica fino al 2018. Ed è oggi molto improbabile che i tempi consentano alla Corte di pronunciarsi sullo Stabilicum prima del prossimo voto. Soprattutto considerando che i tempi del lavoro parlamentare sono gestiti dalla maggioranza secondo le sue convenienze. Anna Maria Bianchi: Quindi è inutile pensare di attaccare la riforma con le armi del diritto? Massimo Villone: Non è inutile. Ma certo può accadere che la nuova legge elettorale sia dichiarata incostituzionale dalla Corte dopo il voto, e il parlamento già eletto rimanga in carica così com’è. Se la destra vincesse, con i numeri garantiti dallo Stabilicum potrebbe avere a disposizione un’altra legislatura per riprendere il disegno originario: scrivere la propria Costituzione stravolgendo in alcuni punti nodali la Costituzione antifascista del 1948. A dire il vero, ci sarebbe una possibilità: uno scioglimento anticipato delle Camere da parte del Capo dello Stato, perché la pronuncia della Corte sulla illegittimità costituzionale della legge elettorale determinerebbe a mio avviso la “manifesta incostituzionalità” a lui richiesta per agire. Ma sarebbe una prima volta in assoluto, e la via non si mostra agevole. In realtà, il contesto e i tempi prevedibili ci dicono che la battaglia contro la riforma elettorale è oggi primariamente politica, e non giuridica. Anna Maria Bianchi: Una battaglia politica da combattere senza se e senza ma? Massimo Villone: Dobbiamo avere una consapevolezza: siamo sul piano inclinato di uno scivolamento verso l’autocrazia, perché con lo Stabilicum si realizza l’obiettivo di avvicinare la coalizione vincente alle maggioranze di garanzia, che toccano l’elezione parlamentare del Capo dello stato, di cinque giudici della Corte costituzionale e dei componenti laici del CSM. Sia chiaro: quelle maggioranze restano qualificate — due terzi o tre quinti a seconda dei casi, e maggioranza assoluta per il Quirinale dal quarto scrutinio — e salvo che per il Capo dello stato lo Stabilicum di per sé non le consegna. Ma l’avvicinamento c’è, la distanza si accorcia, e i pochi voti che mancano un governo in carica probabilmente non avrebbe difficoltà a trovarli. Per non dire che con una legislatura a disposizione quelle stesse maggioranze qualificate potrebbero essere riviste al ribasso. È uno scenario che ci colloca nella crisi – in atto in molti paesi – della democrazia cd liberale, in difficoltà nell’affrontare le sfide di un mondo che cambia. Anna Maria Bianchi: Ma cosa si può davvero fare in politica contro la riforma? Massimo Villone: Che le opposizioni ottengano in parlamento correzioni significative è del tutto improbabile, perché per regolamento e prassi parlamentari non dispongono di strumenti efficaci. Contro una maggioranza che rimane compatta le opposizioni non hanno armi decisive. La prospettiva è che la maggioranza mantenga l’impianto dello Stabilicum perché è servente alle sue esigenze. Ad esempio, ha bisogno di un megapremio e di liste completamente bloccate perché il passaggio al proporzionale con premio favorisce FdI rispetto ai partner di coalizione, e quindi c’è bisogno di molti posti sicuri da distribuire per accontentare tutti e mantenere l’accordo. Si è manifestato un problema Vannacci. Ma, a parte il teatrino su chi è la destra che più a destra non si può, dovranno venire a patti, perché Vannacci ha lo swing vote, il voto indispensabile a vincere. Se non c’è, la coalizione di destra perde. Quindi possiamo scommettere che, a meno che Vannacci non si riveli un fenomeno passeggero di folklore politico, si metteranno d’accordo. Al più, in specie se il campo largo non riuscisse a compattarsi, la destra potrebbe scegliere di abbandonare lo Stabilicum e votare con il Rosatellum. Il momento decisivo sarà comunque nelle urne, e voteremo con la legge elettorale che la destra riterrà più conveniente per sé, quale che sia. Rimane quindi indispensabile che il CSX risponda trovando unità e progetto politico. Anna Maria Bianchi: Quale potrebbe essere questo progetto politico? Massimo Villone: Ne indico due punti, a mio avviso suggeriti dalla storia degli ultimi 30 anni. Il primo. Rafforzare la partecipazione democratica e la messa in sicurezza della Costituzione, in rapporto a qualsiasi maggioranza il futuro ci riservi. Si può ad esempio pensare a qualche modifica per ampliare il ricorso ai referendum ex art. 75 e 138, a un ritocco verso l’alto delle maggioranze di garanzia, a un accesso preventivo alla Corte costituzionale per determinate leggi, come la stessa legge elettorale. Il secondo punto. Trovare il coraggio di abbandonare il mantra della stabilità e governabilità date dai numeri farlocchi di una correzione maggioritaria che consegna una ampia maggioranza di seggi a chi ha un ridotto consenso reale nel paese. La lezione che viene dai governi dell’ultimo trentennio, incluso quello in carica, è che alla fine non funziona. Stabilità forse e non sempre, governabilità no. Tornare invece al proporzionale, preferibilmente di collegio come il Senato pre-1993, consentirebbe il radicamento territoriale dei candidati nella dimensione del collegio, e una assegnazione dei seggi che riflette il consenso effettivo di ciascuna forza politica e favorisce il recupero di rappresentatività delle assemblee elettive. È quella la sede per perseguire la stabilità e la governabilità che l’assetto sociale prima che politico realisticamente consente. Non sono invece convinto di un ripristino delle preferenze, perché nessun soggetto politico è oggi in grado di gestirle, e si rischiano le truppe cammellate, le derive clientelari, i cacicchismi locali. Del resto, dall’avvio dei lavori in I Commissione mi pare che nessuno le voglia davvero. Due mosse per affrontare un tornante che comunque si avvicina nella storia del paese. Guarda la registrazione dell’intervista Vai a Legge elettorale 2026 – Cronologia e materiali Roma, 27 giugno 2026 ( intervista registrata il 17 giugno e inserita on line il 19 giugno) Per osservazioni e precisazioni: laboratoriocarteinregola@gmail.com
June 27, 2026
carteinregola
Quanta democrazia ci sarà nelle urne future?
due articoli di Franco Astengo e di Mario Sommella La democrazia piegata a colpi di maggioranza La nuova legge elettorale della destra e il grande inganno contro i cittadini di Mario Sommella Ogni volta la stessa scena. Cambiano i governi, cambiano i partiti, cambiano gli slogan, ma il vizio resta identico: riscrivere la legge elettorale sulla base della convenienza del
Legge elettorale: cavallo di Troia della destra?
Inizia in queste ore in Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati la discussione sulla nuova legge elettorale che la destra vorrebbe far approvare per poi collaudare alle prossime politiche. L’atteggiamento della maggioranza è, in apparenza, diverso da quello tenuto, ad esempio, sulla riforma della giustizia respinta dai cittadini pochi giorni fa. Il Presidente della Commissione, Nazario Pagano, che in passato si è distinto per il suo oltranzismo di maggioranza, si mostra dialogante, e vuole assumere, come dice lui, il ruolo del “sarto”, che taglia, cuce, trova le misure giuste. Insomma un invito a parlare e discutere per trovare accordi ampi. “A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca…”… diceva un tizio che pensava male e spesso agiva peggio, e quindi questa disponibilità improvvisa al dialogo lascia molto diffidenti. A costo di fare la fine del sacerdote Laocoonte è utile dire “timeo danaos et dona ferentes”, in questo caso “temo la destra pure quando dialoga”, o finge di dialogare. Si vuole, forse, scaricare le responsabilità sulle opposizioni, che si troverebbero o a giocare il gioco della destra? Oppure si vuole evidenziare che le opposizioni sono ostruzioniste e non dialoganti, e quindi giustificare colpi di maggioranza? Resta comunque il fatto che la decisione di far partire la discussione della legge elettorale a ridosso del voto non è nuova, ma non appare certo corretta. In passato si riteneva che le modifiche di questo tipo andassero discusse all’inizio e non alla fine della legislatura, nell’ottica di lavorare con il tempo necessario e prescindendo, per quanto possibile, dal “chi viene favorito” dato che in cinque anni le cose cambiano e così le situazioni politiche. Invece ora si parte quasi alla fine della legislatura che, ad essere realisti, terminerà al massimo nella primavera del 2027. E, quindi, i tempi sono ristretti e sarà quindi “necessario” procedere a tappe forzate, per garantire, secondo i proponenti, il mito della “governabilità”, dato che il Rosatellum non porterebbe che allo stallo ed al temuto governo tecnico. Si tratta di una interessante ammissione di debolezza da parte della destra che sino a poco tempo fa si proclamava vincitrice sempre e ovunque. Non solo il referendum ha incrinato questa immagine vincente della destra, e in particolare della Meloni. Gli alleati non sono così propensi ad accettare imposizione della Presidente, in particolare sulla eliminazione dei collegi uninominali, che sfavorirebbe in particolare la Lega che proprio su quei collegi punta per attenuare le conseguenze della crisi “vannacciana” e l’indebolimento elettorale del quale viene indicato come responsabile Matteo Salvini. In realtà, non è questa la sola criticità. Il premio di maggioranza per la coalizione che raggiungesse il 40% dei voti appare sproporzionato, tenendo anche conto della costante crescita dell’astensione, che porterebbe chi prendesse il 40% dei voti, di, per esempio, meno del 50% dei votanti, ad avere un numero di eletti sovradimensionato per quella che sarebbe, al massimo, la più grande delle minoranze in termini di votanti. Si afferma che il testo in discussione sia solo una bozza, che tutto può essere discusso e modificato. E qui ritorna Laocoonte, che sfida i serpenti ma non vuole fare entrare il cavallo in città. E fa bene. Proprio per quanto ricordato sopra. Il tempo è poco, le obiezioni molte. Se tra pochi mesi si vedesse uno “stallo”, dovuto alla discussione in corso, chi può garantire che il “sarto” non sia chiamato a confezionare il vestito sul gusto della Meloni? Portando in Aula un testo come quello attualmente in discussone, pasticciato e pieno di buchi? Timeo Melonas et dona ferentes… diffido della Meloni, del suo Governo e della sua maggioranza anche quando si mostrano aperti, anzi a maggior ragione quando si mostrano aperti! Federico Smidile Redazione Italia
March 31, 2026
Pressenza