Tag - venezia

VENEZIA: VIETATO UN CIONDOLO CON LA BANDIERA DELLA PALESTINA ALLA MOSTRA DEL CINEMA. LA TESTIMONIANZA DEL NOSTRO INVIATO
Anche per la 83ma edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Radio Onda d’Urto ha un inviato speciale al Lido. Si tratta di Massimo Morelli, docente e critico cinematografico, oltre che storico redattore di Celluloide, la trasmissione dedicata a cinema e dintorni del martedì (ore 12.30 – 13 e ore 13.30 – 14.30), che ripartirà con la nuova stagione martedì 8 settembre. Ogni giorno corrispondenze, commenti, recensioni e valutazioni critiche alle pellicole più interessanti passate nelle sale del Lido. Tutte le corrispondenze saranno sul sito di Celluloide. Il primo racconto dal Lido che pubblichiamo venerdì 4 settembre riguarda invece un grave episodio di censura di cui il nostro inviato è stato testimone: a una donna che si apprestava ad attraversare i varchi che danno l’accesso al Lido per assistere alle proiezioni dei film in gara, alcuni esponenti delle forze dell’ordine hanno imposto di togliere una catenina con la bandiera della Palestina per entrare. Ascolta la corrispondenza di Massimo Morelli. Ascolta o scarica
September 4, 2026
Radio Onda d`Urto
Venice4Palestine rilancia: “la bandiera palestinese sia issata al Lido”
Dopo il no del direttore Alberto Barbera, Venice4Palestine torna a chiedere alla Biennale di issare la bandiera palestinese per tutta la restante durata della Mostra, sottolineando la presenza in selezione ufficiale di due film indicati dalla stessa manifestazione come palestinesi. Il collettivo, il cui nuovo appello ha già superato il migliaio di firme, replica alle dichiarazioni di Barbera a Repubblica, secondo cui la bandiera non può essere esposta perché la Palestina non è riconosciuta come Stato dall’Italia, e invita la Biennale ad andare “oltre i protocolli”, assumendo una posizione pubblica che si traduca in un gesto concreto. Venice4Palestine esprime inoltre solidarietà agli artisti che si sono esposti pubblicamente sulla Palestina, citando Vanessa Redgrave, Susan Sarandon e Mark Ruffalo, e rilancia l’appuntamento del 9 settembre a Roma, dalle 13.00 davanti a Montecitorio, per la maratona di protesta e dissenso: “La solidarietà non si processa, il dissenso non si silenzia”. Di seguito il comunicato integrale di Venice4Palestine. L’attenzione riservata in questi giorni dalla stampa internazionale al nostro appello, che ha già superato il migliaio di firme, conferma che anche a Venezia, come da tempo accade nei festival di cinema, la conversazione è già dominata dal genocidio in Palestina e dal rapporto tra cinema e politica. Crediamo fermamente che il cinema e la creazione artistica hanno sempre un valore politico. Così come le scelte individuali di ognunə di noi. Per questo ringraziamo il direttore Barbera per averci chiarito qualsiasi dubbio rispondendo direttamente alle nostre richieste – e di averlo finalmente fatto in maniera pubblica, chiarendo le sue decisioni. Anche queste scelte hanno un valore politico. Avevamo chiesto che la bandiera palestinese venisse issata insieme a tutte quelle dei Paesi rappresentati dai film in selezione ufficiale, ma Barbera conferma su Repubblica che la bandiera palestinese non ci sarà – nonostante la presenza di due film palestinesi. Il pretesto addotto dal direttore è che solo le bandiere dei Paesi riconosciuti dallo Stato italiano possono essere esposte dalla Biennale e “la Palestina purtroppo non è ancora uno Stato” afferma – convenientemente trascurando che invece la Palestina è uno Stato per circa 150 altri Paesi nel mondo, compresi 35 Stati europei tra cui Francia, Spagna e Gran Bretagna. Facciamo presente al direttore Barbera che in realtà lo Stato italiano ha già implicitamente riconosciuto lo Stato della Palestina poiché riconosce, già da tempo, l’ambasciatrice palestinese in Italia, Sua Eccellenza Mona Abuamara. Se è vero che “tutti vorremmo che lo fosse” (uno stato), dice Barbera riferendosi alla Palestina, allora cominci la Biennale a fare dei gesti concreti di solidarietà reale, riconoscendo, come gran parte dell’Europa e del mondo già fanno, che la Palestina già lo è, senza nascondersi dietro regole vetuste e senza usare la selezione dei film come un alibi per non esprimere le proprie posizioni. Non è più tempo. I film parlano per se stessi e tutt’al più per i loro autori, non certo per le istituzioni come la Biennale. C’è ancora tempo invece per un gesto simbolico e concreto allo stesso tempo. In fondo la Mostra ha già de facto riconosciuto la Palestina come Stato, riconoscendola come Paese di origine di due film in selezione ufficiale – come si può leggere nel sito ufficiale della manifestazione. Può benissimo, laddove ci sia una volontà concreta, ufficializzare questa posizione. Rilanciamo quindi la richiesta al direttore di issare la bandiera della Palestina per tutta la restante durata del festival. E rilanciamo la richiesta che facciamo fin dallo scorso anno che anche le istituzioni, specie quelle culturali, trovino il coraggio di fare uno scarto, di andare oltre i protocolli e di prendere finalmente una posizione chiara e netta che vada oltre le parole, invece di continuare a lasciare che siano artistə e lavoratorə dell’arte e della cultura a doversi assumere, a proprio rischio individuale, la responsabilità di esprimere la protesta e il dissenso di fronte al genocidio del popolo palestinese per mano del Governo di Israele. E il rischio individuale può essere grande per chi mette la propria popolarità al servizio della lotta palestinese. L’abbiamo visto succedere nel passato, ormai lontano, a Vanessa Redgrave quando lanciò il suo j’accuse contro i teppisti sionisti dal podio degli Oscar; l’abbiamo visto succedere in questi anni di genocidio a Susan Sarandon per aver denunciato pubblicamente quanto accadeva e ancora accade a Gaza; lo vediamo in questi giorni con quanto sta accadendo nei confronti del coraggioso attore Mark Ruffalo, preso di mira da una campagna diffamatoria, tanto ingiustificata quanto strumentale, per essersi espresso con grande forza critica nei confronti di Israele: a tuttə loro – e alle migliaia di altrə che, pur non avendo la stessa forza contrattuale, si sono egualmente espostə – va tutta la nostra solidarietà, il nostro sostegno e la nostra riconoscenza per mostrarci il valore di certe scelte. Ricordiamo ancora una volta che sionismo non equivale a ebraismo, che il Governo Israele non rappresenta il popolo ebraico nella sua totalità, che antisionismo e antisemitismo sono due cose profondamente diverse e che criticare Israele è legittimo e soprattutto non è interpretabile come espressione di antisemitismo. Per questo mercoledì prossimo 9 settembre saremo a Roma insieme a tutte le altre realtà promotrici per la maratona di protesta e dissenso che avrà luogo dalle ore 13.00 davanti Montecitorio e a cui invitiamo tuttə a partecipare: la solidarietà non si processa, il dissenso non si silenzia. Redazione Italia
September 3, 2026
Pressenza
Inoltrenews: Dalla mostra del cinema di Venezia alle scuole: l’autunno caldo contro Israele
DI FILIPPO PIPERNO SU INOLTRENEWS DEL 1° SETTEMBRE 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Filippo Piperno, pubblicato su Inoltrenews il 1° settembre 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo, in particolare in relazione alle iniziative da mettere in campo per il primo giorno di scuola. «Intanto, un’altra campagna prepara l’ingresso nelle scuole italiane. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Docenti per Gaza e Scuola per la pace – Torino e Piemonte hanno diffuso un appello per il primo collegio docenti, pubblicato ieri, 30 agosto, e aggiornato oggi. Il percorso è pronto: mozione da mettere all’ordine del giorno, attività per la prima giornata di lezione e modulo per comunicare agli organizzatori quanto realizzato. Se il collegio respinge la proposta, i promotori suggeriscono di avvalersi dell’opzione metodologica di minoranza….continua a leggere su www.inoltrenews.it -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
VENEZIA: LA POLIZIA CARICA LA MANIFESTAZIONE CONTRO IL MEGAYACHT DELL’AMBASCIATORE USA FERTITTA
Scudi e manganelli a difesa del megayacht del miliardario ambasciatore Usa in Italia Tilman Fertitta, con manifestanti fermati dalla polizia prima di raggiungere lo yacht. È quanto accaduto venerdì nel tardo pomeriggio a Venezia, in occasione delle proteste contro la presenza di Fertitta in città in occasione della Festa del Redentore. “È emblematico che la polizia intervenga a protezione di un’imbarcazione da 450 milioni di dollari contro un’iniziativa cittadina allegra, partecipata, caratterizzata dalla presenza di gonfiabili” ha dichiarato Stella del Laboratorio Occupato Morion di Venezia, realtà tra le promotrici della protesta Venezia non si Usa. “Fertitta è un rappresentante delle politiche di Trump e la nostra protesta era contro le guerre, le politiche razziste dell’ICE, contro il genocidio in Palestina, contro la monocultura turistica che rende difficile la vita dei residenti a Venezia”. La presenza a Venezia di questo miliardario “è uno schiaffo in faccia a chi non arriva alla fine del mese e a chi fa fatica a trovare affitto, casa, un lavoro al di fuori dell’economia turistica”. “Nonostante il blocco fisico, siamo soddisfatti della giornata e dei contenuti espressi durante gli interventi a favore della giustizia sociale, la redistribuzione della ricchezza, l’emergenza climatica e la resistenza della città contro i processi di turistificazione”, continua Stella. La festa del Redentore è “ancora una festa popolare per i veneziani, con le tavolate in giro per la città, ma le amministrazioni attuale e precedente non hanno fatto nulla per far sì che resti ai veneziani”. “Si deve prenotare per poter vedere i fuochi d’artificio, viene contingentata la presenza, in generale si sta cercando di turistificare anche questa celebrazione”. “Chi si oppone a queste logiche”, conclude Stella, “è chi realmente vive la città: c’era ieri in piazza e ci sarà oggi in mezzo alle calli nelle fondamente”. Ascolta l’intervista con Stella del Laboratorio occupato Morion di Venezia. Ascolta o scarica
July 18, 2026
Radio Onda d`Urto
Cisint e l’arte di far star male la gente
ANNA MARIA CISINT, EURODEPUTATA (LEGA), È STATA SINDACA DI MONFALCONE, CITTÀ CHE OSPITA UN’ECCELLENZA DEL MADE IN ITALY, LE OFFICINE DI FINCANTIERI, INTONO A CUI LAVORANO TANTI MIGRANTI, PER LO PIÙ BENGALESI, IN 400 DITTE, DIVERSE DELLE QUALI NOTE PER PRECARIATO, RICATTI, CAPORALATO. LA SIGNORA CISINT HA DEDICATO LA SUA VITA A FAR STARE MALE ALCUNE PERSONE. I BENGALESI DOPO LAVORO HANNO PIACERE DI SEDERSI IN PIAZZA E CHIACCHIERARE CON GLI AMICI? LA SINDACA HA FATTO TOGLIERE LE PANCHINE. LE DONNE VOGLIONO FARSI UN BAGNO A MARE NEI LORO COSTUMONI UN PO’ BUFFI? ECCO CHE LA SINDACA VIETA DI ENTRARE IN ACQUA VESTITE. SE NE STESSERO A CASA, ALLORA… SOLO CHE LA SIGNORA CISINT HA PENSATO BENE DI FAR ALZARE LA SOGLIA DI REDDITO MINIMO PER AVERE UNA CASA POPOLARE, IN MODO DA ESCLUDERE GLI IMMIGRATI. I MUSULMANI HANNO DUE CENTRI CULTURALI, DOVE SI PERMETTONO ANCHE DI PREGARE? ECCO CHE CISINT VIETA LA STESSA PREGHIERA PERCHÉ NON SAREBBE PREVISTA NELLA DESTINAZIONE D’USO. NEI GIORNI SCORSI, CISINT HA DENUNCIATO COME SIA IN CORSO IN ITALIA E IN EUROPA UN VERO GOLPE CONTRO LO STATO DI DIRITTO, MOSTRANDONE LE PROVE… Foto di mohammad samir su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- La signora Anna Maria Cisint è eurodeputata, e già sindaca di Monfalcone (Gorizia). Una città che ospita un’eccellenza del Made in Italy, anzi un player mondiale, le officine di Fincantieri. Made in Italy non solo si dice in una lingua che non è l’italiano, ma si fa con braccia non italiane. Infatti, il segreto di tanto success ce lo rivela Gianni Barbacetto. La Fincantieri ha tagliato del 75% la manodopera diretta, creando una rete di subappalti che ha ridotto il costo del lavoro del 50 per cento. 1.600 lavoratori nei cantieri sono dipendenti Fincantieri, “Gli altri – spiega il segretario provinciale della Cgil Thomas Casotto – lavorano per 400 ditte che spesso applicano condizioni di lavoro semilegali o del tutto illegali: precariato, minacce, ricatti, caporalato; e paga ‘globale’ (che cioè mette insieme e forfetizza ferie, straordinari, malattia, tredicesima, tfr, permessi, infortuni: di fatto azzerandoli). È successo anche che il ‘padrone’ consegni una busta paga di 1.500 euro e poi pretenda di andare con il dipendente al bancomat, facendosi restituire 500 euro in contanti”. Non sorprenda quindi che nei cantieri lavorino operai di 67 paesi diversi, tra cui spiccano 7.076 bengalesi. Che faticano e rischiano la vita, ma non votano e non saprebbero come spiegarsi a un avvocato. Ora, il partito (Lega) di Anna Maria Cisint si trova al governo, e recentemente, proprio quel governo ha autorizzato l’ingresso di 500mila lavoratori extracomunitari per il triennio 2026-28. Circa metà per per “lavoro subordinato non stagionale e autonomo” e metà per “lavoro stagionale nei settori agricolo e turistico” (come funzioni in pratica è un’altra storia). Il governo sostenuto da Anna Maria Cisint li definisce: “manodopera indispensabile al sistema economico e produttivo nazionale e altrimenti non reperibile”. Questo in un paese con 2 milioni e 452 mila disoccupati e 13 milioni e 246mila inoccupati in età lavorativa. Senza bengalesi, niente global leadership di Monfalcone. Ora, la storia ci insegna che quando sei in un paese lontano a fare una vita di cacca, i piccoli rituali ti salvano – gli irlandesi a New York che si trovavano a cantare le loro canzoni, o i “terroni italici” con la festa del Patrono. E la signora Cisint ha dedicato la sua vita a far stare male la gente che fatica in fondo anche per lei. I bengalesi dopo lavoro hanno piacere di sedersi in piazza e chiacchierare con gli amici? La sindaca ha fatto togliere le panchine. Le donne vogliono farsi un bagno a mare nei loro costumoni un po’ buffi? Ecco che la sindaca vieta di entrare in acqua vestite. Se ne stessero a casa, allora… solo che la signora Cisint ha pensato bene di far alzare la soglia di reddito minimo per avere una casa popolare, in modo da escludere gli immigrati. I musulmani hanno due centri culturali, dove si permettono anche di pregare? Ecco che Cisint vieta la stessa preghiera perché non sarebbe prevista nella destinazione d’uso. Uscita da Monfalcone, i suoi orizzonti vessatori si allargano. A Mestre c’è un giardino pubblico, dove i “musulmani” (non è dato sapere di quale etnia) sono soliti pregare. Evidentemente non hanno i soldi per affittare un locale per farsi una moschea. E posso immaginarmi perché: Mestre fa parte del comune di Venezia, che come overtourism è messo peggio di Firenze. A Firenze, l’intera industria degli Airbnb non si reggerebbe senza i peruviani che lavorando in nero corrono in bici a cambiare le lenzuola e buttare i rifiuti. Ma siccome gli appartamenti sono presi appunto da Airbnb, i peruviani non hanno dove dormire loro stessi. Una mattina, i musulmani che vanno a pregare trovano l’angolo del giardino in cui di solito pregano occupato da due ragazze in bikini che dicono che vogliono prendere il sole. Come sia andata, non lo sapremo mai, ma pare che l’imam abbia chiesto loro di lasciare il posto il tempo di dire la preghiera. Sono tredici anni che partecipo all’autogestione di un giardino pubblico, e conosco benissimo la situazione: arrivano i ragazzi della scuola media che vogliono fare la partita nel campetto, e si lamentano che è occupato dai bambini piccoli; arrivano quelli che ci vogliono fare yoga, e si lamentano perché gli arrivano le pallonate in testa; e se ci sono quelli che fanno pugilato, non ci possono stare anche quelli che fanno yoga. Sono cose che si negoziano. Ma la notizia arriva a Cisint che dall’alto del suo smartphone sull’aereo per Bruxelles dice la sua, sul fatto che in un angolino di un giardino, la “manodopera indispensabile al sistema economico e produttivo nazionale” faccia una cosa sua: “Questo è quello che sta accadendo in tutta Europa e in Italia. La conquista, il governo e la sostituzione sono i loro obiettivi: un vero e proprio golpe contro lo Stato di diritto”. È affascinante la chiosa dell’articolo che ne parla, non si capisce se sia della giornalista o dell’eurodeputata: “Permettere che le consuetudini religiose di una comunità arrivino a limitare le libertà individuali altrui significa abdicare al principio di legalità e alla difesa dei valori occidentali. In gioco c’è ben più di un parco pubblico”. Questa è stata la tesi centrale del laicismo più odioso. Come quelli che vorrebbero vietare la processione in onore della Santa Patrona perché ostacola il traffico. Qui potete aderire, ad esempio, alla campagna dell’UAAR – Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti – per vietare che il suono delle campane limiti la libertà di dormire del cittadino laico, solo perché lo richiedono le consuetudini religiose di una comunità. Ma non ci risulta che l’UAAR abbia ancora cercato di vietare agli scout cattolici di dire una preghiera nella loro sede, perché non previsto dalla destinazione d’uso (non ci risulta, ma non suggeriteglielo!). Non a caso, un intervento di Cisint si intitola, “La minaccia di Allah“: che è il nome che anche i cristiani arabi usano per chiamare Dio. -------------------------------------------------------------------------------- * Miguel Martínez è nato a Città del Messico, è cresciuto in giro per l’Europa e soprattutto in Italia, ed è laureato in lingue orientali (arabo e persiano). Di mestiere fa il traduttore e trascorre molto tempo in un giardino comunitario autogestito del borgo San Frediano Oltrarno di Firenze. Questo il suo prezioso blog, dove questo articolo è apparso con il titolo Non c’è più Laicità! -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Cisint e l’arte di far star male la gente proviene da Comune-info.
June 29, 2026
Comune-info
Tra laguna e sentiero: l’allaccio italiano alla Peacewalk
In questi giorni, un gruppo eterogeneo di pacifisti, sognatori e camminatori esperti sta calpestando argini e testando correnti per tracciare l’allaccio italiano alla Peacewalk 2026. Non è solo una questione di mappare sentieri; è un atto di ascolto del territorio. L’appuntamento è fissato: dal 24 al 30 agosto 2026, il tratto da Venezia a Trieste diventerà un laboratorio di pace in movimento. Il percorso non è una linea retta tracciata su un freddo GPS, ma un ritorno alle origini del movimento. Nell’elaborazione del tratto veneziano, M. Alessandra Filippi — storica e ricercatrice indipendente — ha contribuito a mettere in evidenza come la dimensione mista terra-acqua costituisca il codice genetico dell’Alto Adriatico. In queste terre ci si è sempre mossi così: tra lagune, foci fluviali e cabotaggio costiero. I pellegrini che partivano da Venezia non “uscivano a piedi”, ma salpavano. La Peacewalk ripropone questa modalità ancestrale in tappe che sanno di acqua e terra: * Venezia →Punta Sabbioni (24 agosto)→ Jesolo : Si parte dall’acqua, navigando la laguna fino a Punta Sabbioni per poi iniziare il cammino. * Jesolo → Caorle: Lungo gli argini del Piave, dove il passo si fa lento e regolare. * Caorle → Lignano: Attraversando il confine fluido del Tagliamento. * Lignano → Aquileia: Il passaggio in battello, storicamente coerente con il respiro della laguna. * Aquileia → Monfalcone → Trieste: L’arrivo il 30 agosto, per ricongiungersi con la marcia europea proveniente da Lubiana. La Peacewalk è un progetto immenso: un cammino di 8.500 km che collega Finisterre a Gerusalemme, la marcia mira a trovare un terreno comune oltre i conflitti. Lungo tutto il percorso sventolerà un solo simbolo: una bandiera bianca con una colomba gialla. Nessun logo, nessuna sigla, solo l’identità nuda della pace. Il cammino possiede un potere disvelante: toglie i veli alla percezione e trasforma l’altro da ostacolo a compagno di rotta. Ma il passo è incompleto se non si sposa con la capacità di trasformazione della realtà propria della nonviolenza. Come ci ricorda Michele Boato dell’Ecoistituto Alexander Langer la nonviolenza non è passività, ma una forza attiva capace di scardinare le logiche del conflitto. In questo solco si muove Movimento Tellurico, parte dell’organizzazione del ramo italiano della Peacewalk, che da anni pratica il “cammino solidale” in solidarietà alle popolazioni colpite dal terremoto in centro Italia. > “Camminare significa conoscere il territorio, le sue ferite e le sue speranze, > creando vibrazioni positive che, come un terremoto al contrario, > ricostruiscono legami sociali e solidali.” Questa verifica tecnica non serve solo a segnare tracce. Potrebbe essere necessario mettere un limite di partecipanti per garantire la sostenibilità dei traghetti e dell’accoglienza in palestre e canoniche. Quantomeno non sarà possibile, essendo ancora stagione turistica, fare i trasbordi via acqua contemporaneamente oltre a un certo numero di persone. Alcuni passaggi sono dei veri e propri colli di bottiglia che ci portano a considerare questa scelta come necessaria. Ci sono possibili alternative con bus o biciclette, ma potremo essere più precisi solo più avanti. Nei prossimi giorni troverete tutte le informazioni aggiornate sul sito www.localmarchforgaza.it nella sezione calendario. Le Local March for Gaza, anche loro parte dell’organizzazione del ramo italiano della Peacewalk, sono delle esperienze di cammino e impegno iniziate lo scorso anno con la processione da Oropa a Milano, e poi replicate in altre trenta marce sui cammini e nelle aree marginali italiane. L’obiettivo è lasciare una traccia GPS permanente, un’eredità per gli anni a venire, affinché questo cammino di pace continui a essere battuto. Perché tra una laguna e un sentiero è ancora possibile scrivere una storia dove il viaggio non serve a conquistare, ma a comprendere. Per informazioni e iscrizioni: peacewalk.info   Ettore Macchieraldo
May 11, 2026
Pressenza
Decine di padiglioni chiusi e cortei contro Israele. Inizia la Biennale di Venezia
Padiglioni chiusi e migliaia di persone in corteo hanno segnato la giornata di mobilitazione contro la presenza di Israele alla Biennale di Venezia, durante il terzo giorno di pre-apertura. Mentre lo sciopero dei lavoratori della cultura lasciava con la serranda abbassata 27 stand nazionali — Italia esclusa — da via Garibaldi si muovevano tremila persone, in direzione Arsenale. L’obiettivo dei manifestanti era il padiglione israeliano, per denunciare i crimini internazionali commessi da Tel Aviv, dal genocidio in Palestina ai recenti assalti alla Flotilla diretta a Gaza. A impedire la contestazione democratica è stato il massiccio dispiegamento di forze dell’ordine, che con scudi e manganelli ha bloccato il corteo nei pressi di Campo della Tana. Collettivi dei lavoratori della cultura, come Art not genocide alliance (ANGA), e sigle sindacali, tra cui l’Unione Sindacale di Base (USB) avevano indetto per ieri una giornata di mobilitazione contro precarietà, guerra e genocidio in Palestina. I promotori hanno denunciato i continui tagli al settore, che rendono incerta la vita di migliaia di operatori, mentre la spesa pubblica in armi continua a crescere e lo farà anche negli anni a venire. Il governo Meloni, su ordine di Donald Trump, ha infatti deciso di destinare il 5% del PIL alla spesa militare. Mentre Israele e Stati Uniti disseminano il caos — tra Palestina, Libano, Iran, Venezuela — le multinazionali del settore, tra cui l’italiana Leonardo, si arricchiscono, realizzando profitti da record. «A pochi giorni dall’apertura della Biennale, ci appelliamo a chiunque creda che l’arte non possa diventare strumento di normalizzazione del genocidio». Con queste parole l’Art not genocide alliance aveva rilanciato la contestazione verso Israele, che proprio ieri ha inaugurato il suo padiglione alla Biennale di Venezia. Chi invece oggi, dopo tre giorni di pre-apertura, non parteciperà all’inaugurazione ufficiale è la Russia, cacciata dalla presidenza della Biennale su pressione dell’Unione Europea che dopo gli inviti era passata alle minacce. Si tratta della stessa organizzazione sovranazionale che non ha invece mosso un dito contro la presenza israeliana, scrivendo l’ennesima pagina di doppiopesismo europeo. Sul piano economico, in due anni e mezzo l’UE non ha varato alcun pacchetto di sanzioni nei confronti di Israele, come fatto invece 20 volte per la Russia, alla luce dell’invasione dell’Ucraina. Pochi giorni fa, a Bruxelles, è stata respinta la sospensione dell’accordo di associazione tra UE e Israele. Spagna, Slovenia e Irlanda avevano chiesto di sanzionare Tel Aviv per i suoi crimini, dalla colonizzazione della Palestina al genocidio del suo popolo, passando per la recente invasione del Libano e gli attacchi alla Flotilla diretta a Gaza. Nel silenzio delle istituzioni i popoli continuano ad agire. L’appello lanciato dai lavoratori della cultura è stato accolto a Venezia: 27 padiglioni della Biennale sono rimasti chiusi durante l’evento di pre-apertura, con gli artisti che hanno spiegato le proprie ragioni ai visitatori incuriositi. Anche se l’Italia ha deciso di non aderire all’iniziativa, garantendo il massimo supporto all’alleato israeliano, ci hanno pensato migliaia di cittadini a dare continuità allo spirito solidale mostrato negli anni verso il popolo palestinese, prendendosi le strade veneziane.   L'Indipendente
May 9, 2026
Pressenza
VENEZIA: IN CENTINAIA PROTESTANO CONTRO ISRAELE ALLA BIENNALE, VENERDÌ CORTEO PER CHIEDERE LA LIBERAZIONE DI THIAGO E SAIF
Centinaia di persone in presidio, poi trasformatosi in corteo, chiamato da Art Not Genocide Alliance contro la presenza del padiglione israeliano alla Biennale. Al contempo si teneva la conferenza stampa ufficiale di presentazione della Biennale Arte 2026, che apre al pubblico il 9 maggio, al Teatro Piccolo dell’Arsenale . Oltre alla manifestazione di Art Not Genocide Alliance, una seconda iniziativa del collettivo punk rock russo delle Pussy Riot insieme al collettivo Femen: hanno protestato con una ventina di attiviste davanti al padiglione della Russia. Art Not Genocide Alliance ha rilanciato con la manifestazione in programma venerdì 8 maggio, che partirà in via Garibaldi a Venezia alle ore 16.30. Stella, del centro sociale Morion, ci racconta la mobilitazione della mattinata a Venezia e le ragioni della protesta contro la presenza di Israele alla biennale. Ascolta o scarica Sempre oggi conferenza stampa, a Padova, in presenza di due attivisti sequestrati di Israele e rilasciati a Creta, Anna Ghedina e Luca Cuzzato. Anche qui è stato dato appuntamento a Venezia per venerdì, ponendo l’accento sull’importanza di chiedere la liberazione di Thiago e Saif. Ai nostri microfoni le testimonianze di Anna Ghedina e Luca Cuzzato dei centri sociali del nord-est e di Ya Basta! Êdî bese! Ascolta o scarica