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Ombre israeliane sui “soldati del papa”
Nel 2025 un’azienda romana – Selenia 2000 Srl, con sede a San Cesareo – ha fornito alla Città del Vaticano 100 pistole Glock cal. 9×19 parabellum modello G19 GEN5, dieci torce tattiche a luce visibile-non visibile X300 per dirigere il tiro e otto visori notturni binoculari BNVD AN/PVS-31, prodotti dalla multinazionale americana L3Harris Technologies e di solito utilizzati dalle forze speciali. Nello stesso ordinativo – autorizzato dalle autorità italiane ai sensi della Legge 185, come dovrebbe avvenire per ogni transito di armamenti attraverso il territorio italiano verso un paese terzo – erano compresi alcuni ricambi per la mitragliatrice media FN MAG cal. 7,62×51 e per la mitragliatrice leggera Minimi in due calibri, 5,56 e 7,62, armi queste di esclusivo impiego militare, cioè da guerra. In totale circa 50.000 euro di materiale. I visori Binocular Night Vision Device (BNVD) AN/PVS-31A [evidenziati in rosso] come si presentano nel sito web di L3Harris (https://www.l3harris.com/all-capabilities/binocular-night-vision-device-bnvd-an-pvs-31 ). Selenia 2000 Srl è una piccola ma redditizia azienda commerciale e di rappresentanze, con una dozzina di dipendenti. Opera dal 1992 e negli anni si è saputa ritagliare una propria specializzazione di mercato nell’optoelettronica e nel machine vision, attrezzature che ha anche fornito al Comando Interforze per le Operazioni delle Forze Speciali e in particolare al 9° Reggimento d’assalto paracadutisti “Col Moschin” di Livorno. È infatti rappresentante esclusiva per l’Italia della società svizzera Safran Vectronix, oltre che dell’americana L-3 Warrior Systems – Insight Technology Division e di numerose altre aziende estere. Nel 2025 il fatturato annuo ha superato i 30 milioni di euro, con un utile di 6,57 milioni di euro, pari al 21% del fatturato, una percentuale ragguardevole. Da qualche anno si è trasferita dalla vecchia sede romana in zona Tuscolana in un nuovo e più ampio capannone nell’area artigianale di San Cesareo, nei pressi della diramazione Roma Sud della A1. Alla guida dell’azienda sono Giuseppe e Pietro Di Rocco, fondatori e attuali CEO, coadiuvati dalla seconda generazione famigliare (Giacomo, Giovanni e Giulia Di Rocco detengono ciascuno un quarto del capitale della Srl). Selenia 2000 negli ultimi anni si è aggiudicata numerosi bandi per forniture alla pubblica amministrazione. Secondo la Relazione annuale al parlamento è tra i primi dieci importatori italiani di armamenti, tuttavia mantiene un profilo molto discreto, non ha un sito web, i suoi esponenti non sono presenti sui social e nelle associazioni di categoria, con l’eccezione dell’iscrizione ad AIAD, la Federazione delle aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza, a partire dall’ottobre 2020. La scheda tecnica pubblicata dal  Comando delle Forze Speciali dell’Esercito (COMFOSE)  relativa al visore Smash 3000 prodotto dall’israeliana Smart Shooter e venduto in Italia da Selenia 2000. Di recente, però, la sua immagine discreta è stata messa in discussione. Un’interpellanza parlamentare presentata nel novembre 2024 dal M5S (firmatari Marco Pellegrini, Bruno Marton e Stefania Ascari) ha rivelato che Selenia 2000 ha fornito l’esercito italiano di puntatori elettronici per i fucili d’assalto delle forze speciali prodotti dalla società israeliana Smart Shooter, di cui la stessa Selenia 2000 è rappresentante per l’Italia. Molte fonti, tra cui Who profits?, indicano che i dispositivi elettronici dotati di IA prodotti da Smart Shooter sono stati impiegati in crimini di guerra compiuti dalle IDF nella Striscia di Gaza dopo il 7 Ottobre 2023. In particolare ci sono molte testimonianze che droni armati di Smart Shooter sono stati utilizzati per colpire civili già feriti, in particolare bambini, e soccorritori (cfr. la deposizione del dr. Nizam Mamode di fronte a una commissione del parlamento britannico https://www.bbc.com/news/articles/c7893vpy2gqo ). Viene da chiedersi, come hanno fatto i deputati M5S nell’interrogazione, se sia opportuno per le forze armate italiane servirsi di attrezzature militari utilizzate dai soldati delle IDF e testate sul campo da Small Shooter ai danni della popolazione civile palestinese. E ancor più chiedersi se sia opportuno che i “soldati del papa” siano dotati di dispositivi forniti da un’azienda italiana con così profondi legami commerciali con le aziende israeliane più implicate nei crimini di guerra contro civili inermi. Tanto più che la stessa L3Harris, produttrice dei visori notturni per le guardie svizzere, fornisce a Israele sistemi di rilascio di bombe, utilizzati sui caccia F-35 impiegati nei bombardamenti nella Striscia di Gaza, e ha firmato importanti accordi commerciali con l’industria aerospaziale israeliana, in particolare con IAI Israel Aerospace Industries.
July 21, 2026
Weapon Watch
La morte e la fanciulla
Dalle fanciulle dormienti delle fiabe alle vampire gotiche fino alle sorelle Lisbon e a The Substance, l’immaginario occidentale ha trasformato la giovane donna… L'articolo La morte e la fanciulla sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
July 20, 2026
L'INDISCRETO
Una vittoria per Esc e per la città. Ma ogni vittoria è monca se non passa per la vittoria di tuttə
La notizia è infine arrivata: la Giunta Capitolina ha approvato la delibera con la quale viene finalmente formalizzata l’assegnazione di Esc, al termine di un lungo e tortuoso processo di regolarizzazione avviato, oltre tre anni fa, a seguito dell’approvazione della delibera 104 sul patrimonio pubblico indisponibile, e passato per la cancellazione – oggi definitivamente riconosciuta anche dai tribunali – del debito ingiusto che dal 2014 gravava sulle spalle delle attiviste e degli attivisti di Esc. > Si tratta, indubbiamente, di una vittoria. Una vittoria per Esc – che, dopo > oltre un decennio di vera e propria persecuzione amministrativa, vede > finalmente riconosciuta appieno anche dalle istituzioni la propria legittimità > sociale e politica – e una vittoria per la città: per quel pezzo di città che, > in questi anni, non ha smesso di immaginare e, insieme, di costruire una città > diversa, più degna, lottando strenuamente per la difesa di spazi che non sono > solo presìdi di welfare territoriale e luoghi di sperimentazione culturale > indipendenti, ma sono anche e soprattutto spazi di autonomia politica e di > organizzazione dal basso. È con questa idea tenace che, in questo decennio, si sono tessute e ritessute le reti metropolitane capaci di affermare, con perseveranza, l’esistenza di un modello diverso di città. L’intelligenza di riconoscere questa autonomia, questo valore, e di invertire la tendenza della politica rispetto al decennio precedente, è quella che, per la vicenda di Esc, occorre riconoscere alla politica che oggi governa Roma. La capacità di superare i peggiori automatismi amministrativi, i più asfittici teoremi legalitari e il più insopportabile immobilismo, va riconosciuta nell’impegno della Giunta Capitolina a tradurre in atti amministrativi concreti ed efficaci le proposte politiche e i regolamenti, così come nell’impegno di quanti, nell’Assemblea Capitolina e nel Municipio II, hanno saputo farsi traduttori di istanze da troppo tempo ignorate. Nelle luci e nelle molte ombre della delibera 104, la vittoria di Esc può e deve essere un precedente virtuoso da applicare alla città nel suo complesso. Quel regolamento – esito, anch’esso, delle lotte – contiene i semi del riconoscimento del valore sociale e dell’autonomia politica degli spazi sociali e autogestiti, così come al contempo contiene i semi pericolosi della competizione e della burocratizzazione. > Un regolamento – come la città ha riconosciuto dal principio – la cui > traduzione e applicazione è, ancora oggi, un campo di battaglia, per decidere > se esso debba essere uno strumento di selezione e di controllo amministrativo, > o se piuttosto possa essere lo strumento di un’alleanza nuova tra la città e > la politica, il volano del rilancio, per il tramite del patrimonio pubblico, > di un’idea diversa di città, altra rispetto alla città della rendita. Ed è per queste ragioni che, nel quadro dell’applicazione della delibera 104, non è tollerabile che ci sia chi vinca e chi perda. Per questo, la vittoria di Esc rappresenta un’importante discontinuità, non solo con il passato, e deve essere estesa a tutti gli spazi – altrettanto decisivi per la città – ancora oggi a rischio, laddove sembrano prevalere ancora le logiche peggiori della competizione, dei sigilli, della persecuzione amministrativa. Occorrerà continuare a lottare, insieme, fino a quando il risultato non sarà garantito, per tutte e tutti. Ogni vittoria è monca se non passa per la vittoria di tutti gli altri: nessuno si salva da solo. Le delibere di assegnazione, peraltro, segnano un passaggio decisivo, ma non conclusivo, dell’applicazione del Regolamento. > Si apre per Esc una stagione nuova, che sarà segnata anche dalla ricerca di > modelli di gestione e autogestione inediti, dalla sperimentazione di forme > nuove di riproduzione delle soggettività, e dalla sfida della ricerca di una > sostenibilità possibile a condizione di non mutare la propria natura. Si > tratterà, ancora, di un terreno di battaglia, di confronto con > l’amministrazione, per fuggire dalla burocratizzazione dell’autogestione alla > ricerca di punti di equilibrio che sappiano riconoscere anche il valore > dell’informalità. Ringraziamo chi in questi anni ci ha sostenuto attraversando lo spazio, contribuendo al crowdfunding, partecipando e costruendo con noi centinaia di attività, assemblee e piazze, servizi e mutualismo, seminari, festival e eventi culturali. Grazie a chi non ci ha mai fatto perdere il senso del nostro progetto collettivo. Adesso si apre una sfida nuova ma sappiamo di poterla affrontare insieme. la copertina è di Esc Atelier Autogestito Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. 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July 19, 2026
DINAMOpress
Torino, master HumanAIze: dopo le proteste Leonardo SpA rimossa dalle aziende partner
Nell’ambito delle ultime elezioni universitarie si è potuta costatare la presenza di diversi programmi che prevedono un progetto di trasformazione della ricerca e delle facoltà universitarie in volano dell’impresa – inclusa quella bellica – e di sostegno attivo alle nuove tecnologie, intelligenza artificiale inclusa. Il biglietto da visita di liste legate al centro-destra era non solo quello di una università governata dal securitarismo e dalla contrazione degli spazi di libertà collettiva (per capirci zero permessi per aule autogestite o spazi per iniziative di studenti e studentesse contro la guerra) ma di un mondo universitario strettamente connesso con il mondo delle imprese, incline a rafforzare la collaborazione con imprese di armi, fondazioni e centri di ricerca ad esse collegati. Bologna, Roma, Firenze, Pisa e Torino, dove le proteste studentesche contro il genocidio sono state più forti, sono state anche le città universitarie ove l’assottigliarsi delle destre negli organismi studenteschi è stata accompagnata da campagne di vittimismo, da aperta contrapposizione alle mobilitazioni per la Palestina e da critiche a percorsi di studio che non disegnano strette relazioni con le imprese di armi e nutrono dubbi sulla ricerca legata a tecnologie duali, utilizzate in gran parte nel settore militare e solo, nella sempre più residuale parte, in quello civile. Il capitalismo va dove maggiori sono i margini di profitto, i titoli azionari dei gruppi produttori di sistemi d’arma hanno raggiunto risultati paragonabili a quelli delle multinazionali farmaceutiche ai tempi del Covid. In questo scenario in continua evoluzione, l’omologazione del mondo universitario passa anche dai nuovi equilibri determinati dall’ingresso di liste e rappresentanti di destra negli organismi di rappresentanza degli atenei; l’obiettivo è ridurre ai minimi termini le critiche verso la partecipazione degli atenei a progetti di ricerca duali. A tal proposito è da evidenziare la campagna costruita attorno a HumanAIze, master di due atenei torinesi con il contributo di STEM by women e della Fondazione Compagnia di San Paolo, aperto alle facoltà umanistiche e dedicato all’intelligenza artificiale, non gratuito e con un tirocinio in alcune aziende partner. Le critiche, emerse in ambito studentesco e non, sono state subito respinte dal Comitato Scientifico che esclude attività militari e lo sviluppo di tecnologie duali all’interno del master. Ma nella presentazione del master perché ad un certo punto, stando agli studenti, è comparso il nome di Leonardo SpA? E perché dopo le prime proteste leggiamo che il nome di Leonardo SpA è stato rimosso così come si apprende da un articolo pubblicato dalla Stampa lo scorso 2 luglio? Nel frattempo, come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università crediamo che sarebbe utile iniziare a discutere non solo delle ragioni per le quali la ricerca non debba avere fini duali ma anche quale modello sociale si affermerà con l’utilizzo della IA. A dirlo non siamo noi ma esponenti di punta di aziende che fanno ampio ricorso all’IA, producono sistemi di arma di ultima generazione e parlano di future società dove il pubblico sarà fortemente ridimensionato con crescenti disparità economiche e sociali favorite proprio dalle tecnologie di ultima generazione (clicca qui). Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Genova 2001 – 2026 #2. C’eravamo allora, ci siamo ancora. Una riflessione 25 anni dopo
L’indicazione è chiara: dobbiamo tenere la posizione di sinistra, chiudere l’angolo della testuggine. Scudi serrati, caschi, protezioni in gomma piuma e plastica, ginocchiere e paragomiti, maschere antigas. Camminiamo senza fretta, non dobbiamo perdere la linea con la testa. Solchiamo via Tolemaide, aspettando l’onda. > Siamo tante, siamo belli, siamo carich3. Abbiamo una paura fottuta, convinti > comunque che bucheremo la zona rossa, lontana ancora diversi chilometri. Ci > basta aprire un varco, interrompere il rituale osceno dei padroni del mondo, > far entrare le ragioni dell’umanità, che porta in dote le parole nuove ma > antiche insorte il 31 dicembre 1993 in un angolo sperduto del sud-est > messicano. Ci siamo coperti il volto per farci vedere. Nonostante le bandane e gli occhiali da mare, da sub e da neve, riconosciamo ogni sguardo delle prime file, quell’ “esercito di straccioni” che si è formato nei controvertici e nelle contestazioni dell’oligarchia globale, da Seattle in poi: Mobiltebio a Genova, l’Ocse a Bologna, il FMI a Praga, il Global Forum a Napoli. Ma anche l’assedio al Cpt di via Corelli a Milano, la provocazione di Haider a San Pietro, la fuga dei fascisti da una piazza antirazzista di Roma est. Siamo quello che facciamo, siamo ciò che comunichiamo, siamo “moltitudine” (anche) per farla finita con i Settanta e l’eterno ritorno di qualche “centralità” che spiega sempre tutto. Proviamo a forzare il limite del conflitto tenendo dentro tutt3, usiamo i corpi come metafora materiale della qualità biopolitica dello sfruttamento e della ribellione, tentiamo di rompere lo schema dello scontro militare separato e del circolo vizioso repressione-lotta alla repressione. > Surfiamo un’onda che sembra inarrestabile, che si presenta come identità > multipla: tattica di piazza, specchio della nuova composizione sociale, > immaginario che morde la realtà, proposta politica generale, idea di un mondo > fatto di tanti mondi. Il camion in mezzo alla folla è il cuore di un corpo collettivo che esonda in ogni dove, nato e cresciuto nei centri sociali, nelle scuole e facoltà occupate, nelle filiere della precarietà di vita e di lavoro, spesso imposta, a volte scelta per non guardare più indietro. Le voci si alternano su uno spartito intenso, danno indicazioni, scrutano l’orizzonte, rafforzano le motivazioni, scaricano la tensione.  Avanziamo in discesa, giù, in caduta libera, tra le carcasse annerite e fumanti ai lati della strada, residui di una guerra cominciata qualche ora prima.  Il serpentone uscito dallo stadio Carlini è autorizzato fino al cuore della zona rossa, Palazzo Ducale, dove gli “otto grandi” stanno scrivendo il menù fisso che ci proporranno nei successivi 25 anni: guerra permanente, fili spinati, dominio sincretico dei colossi del silicio e del fossile, ritorno della schiavitù, economia del genocidio, espropriazione della vita e delle libere scelte come nuova frontiera dell’accumulazione e del valore di scambio. All’incrocio con via Torino, ai lati, prende forma il vero blocco nero in assetto di guerra: centinaia di carabinieri caricano i fucili con i gas e prendono la mira. Nemmeno il tempo dello stupore e della paura, che sulla testa del corteo si abbatte una tormenta di lacrimogeni, cariche impazzite, soldati intrippati con gli occhi di fuori e la bava alla bocca. I caroselli con i blindati, la caccia al manifestante isolato, la voglia di fare male, lasciare il segno. Da li in poi, ci difendiamo, teniamo botta, recuperiamo feriti, ci ricompattiamo, cerchiamo di riprendere il filo di una strategia che è saltata in aria, che ci costringe a essere lucidi mentre il mondo ci crolla addosso. > Le milizie occupano Genova, vogliono chiudere i conti con quella generazione > cresciuta sul ciglio del baratro neoliberale, che si è fatta spazio tra “la > fine della storia” e l’inganno a buon mercato della dot-com, che prova a > riaprire la partita della trasformazione radicale, in mare aperto, con uno > sguardo meticcio, senza facili ormeggi. Quella stagione di lotte e speranze finisce li. Il sigillo sarà apposto un mese e mezzo dopo, l’11 settembre 2001. Piazza Alimonda, Carlo, Bolzaneto e Diaz diventano i nomi, la carne e il sangue di un rosario collettivo, dolente e allucinato, nel Paese con “la Costituzione più bella del mondo”. Oggi non si respira, di notte non si scende sotto i 28 gradi. In tv, impunemente, con un sorriso sfigurato, un sottosegretario di qualcosa afferma che «bisogna farla finita con l’ideologia green». Fuori da quel set con l’aria condizionata spinta a 21 gradi, l’apocalisse cambia le coordinate della geografia dei viventi, le abitudini, il rapporto con l’economia, il lavoro, la città, la cura della vita, gli affetti. Lo scarto tra forme di vita e rappresentazione politica, tra esperienza materiale e forme del potere, è uno dei lasciti più marcati di quel ciclo di lotte, che ha anticipato tendenze e trasformazioni, seminato nuove grammatiche e istituzioni autonome (politiche, sociali, sindacali, mutualistiche), ma non abbastanza (a oggi) per decifrare il rebus del rapporto con lo spazio pubblico di governo e/o autogoverno. > In controluce, come simulacro della crisi del vecchio ordine mondiale, delle > sue regole di ingaggio e del suo racconto, le destre hanno disegnato un > fascismo proprietario globale che impone la sua agenda, le sue parole, la sua > egemonia, il suo esercito privato, sotto un mandato imperativo: identificare > il governo del mondo con il comando d’impresa, in una linea di potere che > salda colore della pelle, identità di genere, supremazia di classe. Un mostro politico, l’Occidente globale, che prova a rimettere ordine in cantina una volta per tutte, che non si fa remore a riprendere in mano i concetti tabù seppelliti dopo due guerre mondiali e dall’esperienza dello sterminio come banalità logistica, microfisica dell’orrore, infrastruttura dell’estinzione. L’Occidente globale è riuscito nell’impresa di rovesciare la responsabilità storica del colonialismo e delle politiche di massacro, in Europa e nel mondo, in un nuovo format di oppressione e genocidio. Gaza è l’avanguardia macabra di questo modello sociale e urbano. È l’Israele Globale, il sogno agognato dalla generazione Epstein, che dobbiamo fermare. la copertina è tratta da Wikicommons Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. 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July 17, 2026
DINAMOpress
Esiste una stima realistica degli occupati in Italia nell’industria militare?
PER DOVERE DI CRONACA, DI GIANNI ALIOTI Non vogliamo assolutamente mettere in discussione il prestigio scientifico della Fondazione Luigi Einaudi, “un punto di riferimento [non solo a Torino dove ha la sua storica sede] per una ricerca libera e inclusiva nelle scienze sociali” [come si definisce nel proprio sito web], ma solo chiarire l’attribuzione impropria a questa istituzione di un affidabile report sull’industria militare in Italia. In realtà lo studio pubblicato dalla Fondazione Luigi Einaudi,1 a cura del professore Alberto Pagani, ha come titolo “DIFESA, L’INDUSTRIA NECESSARIA”. Uno studio che vi invito a leggere, perché è sempre utile conoscere punti di vista diversi anche se lontani dalle proprie sensibilità. Chi fosse interessato può scaricarlo a questo link: Siamo sempre rispettosi delle opinioni altrui, ma quando in pubblicazioni ufficiali si riportano numeri e dati con pressappochismo prendendoli per buoni senza usare neppure il condizionale e ignorando fonti più attendibili, uno dei nostri compiti come osservatorio è “svelare l’evidenza”. Non sarebbe stata nostra intenzione contestare il professore Alberto Pagani per quanto scritto (gratuitamente, spero per la Fondazione Einaudi), se non fosse che un bravo ed esperto giornalista del quotidiano “il manifesto”, come Alessandro De Pascale, in un articolo del 10 luglio 2026 “IL COMPARTO DIFESA NAZIONALE – Pochi grandi player e tante piccole e medie realtà, l’affare dei beni duali”, abbia riportato correttamente dati e informazioni prodotte da The Weapon Watch (e gliene siamo grati), ma sia scivolato nella classica “buccia di banana”. L’articolo, infatti, richiamando lo studio della Fondazione Luigi Einaudi del giugno 2025, riporta che nel comparto (indotto compreso) lavorano 159.000 persone. Anche l’amico Gaetano Quadrelli, direttore della Pastorale sociale e del lavoro di Piemonte e Valle d’Aosta, nel documento di sintesi sul prezioso incontro realizzato la sera del 18 giugno 2026 al Sermig di Torino con don Bruno Bignami (direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e lavoro della CEI) scrive: “Stando agli ultimi dati attendibili (Fondazione Luigi Einaudi, giugno 2025) l’industria italiana per la difesa conta 50.000 occupati diretti che salgono a 159.000 considerando l’indotto”. Non abbiamo alcun dubbio che entrambi abbiano riportato questi dati in perfetta buona fede, ritenendo la fonte ufficiale affidabile. Un motivo in più per convincersi che sia necessario spiegare la non correttezza di questi dati, che sovrastimano e manipolano la dimensione occupazionale reale dell’industria militare in Italia. Per farlo dobbiamo tornare alla fonte secondaria (lo studio della Fondazione Luigi Einaudi) e alle fonti primarie (tra cui il rapporto AIAD – TEHA – The European House Ambrosetti del settembre 2025). Chiunque può verificare, sin dall’indice, che lo studio della Fondazione Luigi Einaudi non è un report sull’industria militare italiana e i dati sull’occupazione nel settore, peraltro non coincidenti, figurano nell’Abstract e nel paragrafo 2.5 della parte seconda dello studio, facendo riferimento ad altre fonti. Nell’Abstract c’è scritto: “I dati AIAD (Federazione Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza) indicano oltre 50.000 addetti impiegati dalle sole imprese federate. Considerando anche l’occupazione indiretta e quella indotta, il numero di lavoratori legati al settore aumenta significativamente. Il rapporto Cesi-Italia1 menziona un totale di 159.000 persone. Nel 2023, le autorizzazioni all’esportazione di armamenti hanno raggiunto i 4,76 miliardi di euro, ma si stima che il valore dell’industria della Difesa italiana si aggiri intorno ai 16 miliardi di euro”. Nel paragrafo 2.5 dello studio è, invece, riportato: “Negli anni recenti, il fatturato del settore Aerospazio, Difesa e Sicurezza (AD&S) italiano si aggira intorno 18 – 20 miliardi di euro annui, con una significativa quota derivante dall’export. È probabile che le tensioni geopolitiche recenti abbiano ulteriormente influenzato questi valori, aumentandoli. Il settore impiega direttamente in Italia circa 50.000 addetti diretti, altamente qualificati, con un potenziale impatto occupazionale con l’indotto che è stimato tra i 150.000 e i 180.000 lavoratori”. Come potete leggere l’unico dato comune sono i 50 mila addetti, anche se l’Abstract li riferisce solo alle aziende federate all’AIAD, l’associazione di Confindustria che organizza le aziende del settore aerospaziale, difesa e sicurezza; mentre il professore Alberto Pagani li attribuisce all’intero settore. Poco male. Le aziende associate all’AIAD, non per numero, ma per occupati superano sicuramente il 90% del settore. Il problema, però, è la fonte primaria: l’AIAD. Senza alcun pudore è da oltre 30 anni che scrive di 50 mila addetti nel settore, un numero costante nel tempo. La realtà è che l’AIAD, presieduta da Giuseppe Cossiga subentrato a Guido Crosetto (2014-2022) diventato Ministro della Difesa, non ha mai monitorato annualmente la variazione di fatturati e occupati delle proprie aziende associate. Per nascondersi da questa vergogna dal 2019 l’AIAD non ha più reso pubblico e accessibile il proprio bilancio sociale, un obbligo di trasparenza richiesto persino ai più piccoli “enti del terzo settore”… Solo nel settembre 2025, dopo anni di opacità e discredito sulla gestione dei dati (largamente compensato dall’azione affaristica e di lobbying), l’AIAD ha pubblicato – con l’ausilio della TEHA – un report sulla filiera industriale della difesa e sicurezza in Italia. Ma il dato costante dei 50 mila occupati diretti nell’industria militare, disseminato dagli anni ’90 fino a oggi, continua a essere il dato più intercettato e diffuso dall’IA. Il nuovo report sostiene, invece, che la filiera della “Difesa e Sicurezza” in Italia nel 2024 “ha generato oltre 22 miliardi di Euro di fatturato e sostenuto oltre 62.000 occupati diretti. Considerando anche l’impatto indiretto e indotto, questi valori salgono rispettivamente a 60 miliardi di Euro e 145.000 occupati. Con circa 6,5 miliardi di Euro di esportazioni autorizzate di armamenti nel 2024 (pari a circa il 29% del totale del fatturato), l’Italia ha raddoppiato la propria quota di mercato globale tra il 2015 e il 2024 […]” Da una elaborazione di The Weapon Watch, su bilanci aziendali 2024 e sulle Relazioni annuali della Presidenza del consiglio al Parlamento italiano sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo della esportazione, importazione e transito dei materiali d’armamento, dal 2020 al 2025, risulta che le prime dieci aziende in Italia2 per fatturato militare raggiungono quasi 20 miliardi di euro di ricavi nella “Difesa e Sicurezza” (intorno al 90% del totale registrato nel rapporto AIAD – TEHA) pari al 59% dei loro ricavi totali (il 41% è nel civile). Mentre il valore di tutte le esportazioni di materiali d’armamento, autorizzate alle prime 10 aziende dai governi italiani dal 2020 al 2025 in base alla Legge 185/90, raggiunge l’80% sul totale. Il numero di lavoratori dipendenti occupati in queste dieci aziende in Italia supera le 64.000 unità, di cui oltre 37.000 attribuibili all’ambito militare. In pratica questo dato certificato dai bilanci aziendali delle Top 10 corrisponde solo al 60% del totale della forza-lavoro calcolata dal rapporto AIAD-TEHA per l’intero settore “Difesa e Sicurezza”, una percentuale inverosimilmente bassa, che fa ritenere sovrastimato il dato dei 62.000 occupati diretti nel militare. Aggiungiamo che nel novembre del 2024 è stato pubblicato un approfondito e dettagliato rapporto dell’Area Studi di Mediobanca che stimava, analizzando le Top 100 del settore in Italia, in base ai dati di bilancio 2023, un fatturato aggregato, pari a 40,7 miliardi di euro, di cui solo il 49% attribuibile interamente al militare, pari a circa 20 miliardi di euro. Il numero di occupati delle Top 100 attribuibile solo all’ambito militare era stimata intorno alle 54.000 unità. Mentre il valore aggiunto relativo al militare era pari a circa lo 0,3% del PIL italiano. Se il dato di 62.000 occupati diretti nell’industria militare contenuto nel rapporto AIAD – TEHA risulta “sovrastimato”, è alquanto discutibile il dato di 145.000 occupati totali (diretti, indiretti e indotto) contenuto nel rapporto. A maggior ragione è del tutto irrealistica e priva di qualsiasi base scientifica la cifra di 159.000 occupati riportata nell’Abstract dello studio della Fondazione Luigi Einaudi e, ancora più bizzarro, il dato riportato nello studio medesimo, in cui si afferma che l’occupazione indotta (che come tale si somma ai 50mila diretti) è stimata tra le 150mila e 180.000 unità. La sede di Prometeia, a Bologna in Piazza Trento e Trieste.. A questo punto, per onestà intellettuale, dobbiamo dire che il Centro Studi Internazionali (Cesi-Italia) con sede a Roma non c’entra nulla con questi numeri che gli sono stati attribuiti. Secondo l’IA sembrerebbe che la fonte originaria siano i moltiplicatori economici e occupazionali usati dall’Istituto italiano di studi economici “Prometeia”, con cui ha misurato l’impatto del Gruppo Leonardo a livello nazionale e nelle singole regioni (Lombardia e Piemonte). Quel rapporto, ricordiamo, era stato oggetto di molte critiche e di sorrisi sarcastici, visto l’uso arbitrario e stravagante di moltiplicatori che avrebbero iper-gonfiato sia il numero delle aziende della supply-chain di Leonardo (4mila a livello nazionale), sia l’impatto sull’occupazione e sul PIL in Italia. Il tutto nasce da un uso alquanto spregiudicato del “Sistema input-output” elaborato dall’economista Wassily Leontief. In pratica, attraverso un sistema di coefficienti, è possibile misurare quanti posti di lavoro vengono generati nell’intera economia a seguito di una variazione nella domanda o negli investimenti di uno specifico settore. Calcolato il numero degli occupati diretti, nel nostro caso sono quelli del settore aerospaziale, difesa e sicurezza attribuiti alla quota di fatturato militare, si applicano alcuni coefficienti (moltiplicatori occupazionali) determinando una stima verosimile del numero di occupati indiretti lungo la catena di sub-fornitura. L’occupazione indotta misura, invece, l’impatto del reddito guadagnato e speso in beni di consumo e servizi (alimentari, abitazione, tempo libero, ecc.) dai lavoratori occupati direttamente e indirettamente nel settore considerato. Queste spese generano un’ulteriore occupazione nei settori terziari e di consumo… ma vale, ovviamente, per chiunque abbia un reddito da lavoro o da altre fonti (es. pensioni), non solo per i dipendenti di Leonardo che lavorano in campo militare. Nel caso dello studio AIAD – TEHA è stato utilizzato un moltiplicatore economico della filiera industriale “Difesa e Sicurezza” pari a 2,72 e un moltiplicatore occupazionale pari a 2,30 (62.000 x 2,30 = 142.600). L’ASD in un suo rapporto del 2022, che misurava l’impatto economico e sociale del settore aerospaziale, difesa e sicurezza in Europa, aveva applicato un moltiplicatore analogo, calcolando che ad ogni occupato diretto ne corrispondeva un altro indiretto (coefficiente 1,07), ma correttamente non aveva incluso l’indotto negli occupati legati al settore (diretti + indiretti). A nessuno verrebbe in mente di applicare il moltiplicatore occupazionale ai 714.000 lavoratori dipendenti nella sanità pubblica o al milione e 480.000 lavoratori dipendenti della scuola pubblica o, tantomeno, ai 15 milioni e 400.000 pensionati che con un assegno medio mensile di 1.370 euro contribuiscono anche loro all’occupazione indotta. Sgombriamo, quindi, il campo dall’uso improprio di questo espediente matematico per gonfiare il peso economico e occupazionale dell’economia di guerra, conteggiando anche il personale dei bar dove vanno a fare colazione i dipendenti e i manager di Leonardo. Conclusione I 159.000 occupati nell’industria in Italia legati alle produzioni militari sono una fake news (forse originata da Prometeia), ripresa senza verificare né il dato, né la fonte in uno studio della Fondazione Luigi Einaudi che, consapevolmente o inconsapevolmente, ricicla la fake news dandogli attendibilità. Con il risultato che è rilanciata – anche in buona fede – da alcuni articoli sui media sia cartacei, sia online. Una citazione la merita anche il professore Alberto Pagani, che partendo dai 50.000 occupati diretti dell’AIAD, prima del rapporto 2025, ha finito per dare i numeri, stimando un impatto ulteriore tra i 150.000 e i 180.000 occupati. Per uno studioso i numeri, si sa, sono da maneggiare con cura, come gli “esplosivi” che transitano dal porto di Marina di Carrara. In mezzo a questo modo bizzarro di fare ricerca, l’unica stima attendibile (riferita al 2023), ci sembra quella di 54.000 occupati diretti, contenuta nel rapporto pubblicato dall’Area Studi Mediobanca. Se utilizziamo il coefficiente applicato da ASD per calcolare gli occupati indiretti, l’occupazione totale (diretti + indiretti) risulterebbe intorno alle 112.000 persone, ben 47.000 in meno rispetto al dato di 159.000 (uno scarto del 42%). In ultimo, azzardando una proiezione al 2024 l’occupazione totale (diretti + indiretti) non supererebbe i 120.000 occupati, 25.000 in meno del dato contenuto nel rapporto AIAD – TEHA (uno scarto del 21%). Secondo The Weapon Watch rendere pubblico il discorso sul lavoro che produce armi è già riconvertirlo, è già metterlo in discussione, non darlo più per scontato, né accettarlo per sempre… Smontare, nel nostro piccolo, numeri e dati di una falsa narrazione sull’industria militare, equivale a svelare che “il re è nudo”. 1 ⁠In Italia esistono con lo stesso nome, ma sono due entità distinte, la Fondazione Luigi Einaudi con sede a Torino istituita nel 1964, grazie alla donazione della famiglia Einaudi della biblioteca e per iniziativa di enti pubblici, istituti di credito e società torinesi. E la Fondazione Luigi Einaudi, per studi di politica economia e storia, istituita nel 1962 con sede a Roma, per iniziativa dell’allora leader Giovanni Malagodi del Partito Liberale Italiano. 2 Il Cesi-Italia (Centro Studi Internazionali) ha pubblicato un rapporto nel giugno 2026, ma ci risulta sia solo inerente alle sfide strategiche e della sicurezza nel settore spaziale e non sull’industria aerospaziale e della difesa. Non risulterebbe da documenti accessibili che il Cesi-Italia abbia mai menzionato la cifra di 159mila occupati nel settore industriale della Difesa e Sicurezza in Italia. 3 La tabella e i dati di questa elaborazione saranno inclusi nel capitolo scritto da Gianni Alioti su “L’industria militare europea” nel libro, a cura di Mario Pianta, in via di pubblicazione da Feltrinelli Editore con il titolo “Se l’Europa va alla guerra. Politica, economia e tecnologia della corsa al riarmo”. 1    1⁠In Italia esistono con lo stesso nome, ma sono due entità distinte, la Fondazione Luigi Einaudi con sede a Torino istituita nel 1964, grazie alla donazione della famiglia Einaudi della biblioteca e per iniziativa di enti pubblici, istituti di credito e società torinesi. E la Fondazione Luigi Einaudi, per studi di politica economia e storia, istituita nel 1962 con sede a Roma, per iniziativa dell’allora leader Giovanni Malagoli del Partito Liberale Italiano. 2    2
July 14, 2026
Weapon Watch
Cinema di propaganda sulla pelle dei palestinesi: da collaborazionisti a eroi, il passo è breve
Come viene segnalato da un interessante e dettagliato articolo di Vdnews, il 27 maggio un comunicato stampa diffuso da Rai Cinema e MasiFilm srl ha annunciato la realizzazione di “Linea di difesa – Gaza”, il primo film di una trilogia cinematografica dedicata alle missioni speciali svolte dall’Italia «nei contesti internazionali più critici per contribuire al mantenimento della pace, garantire la sicurezza e proteggere i civili» (clicca qui). Così recita la presentazione ufficiale del film prodotto con la collaborazione e il supporto della Presidenza del Consiglio dei ministri, del Ministero della Difesa, del Ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, nonché dell’Unità di crisi della Farnesina. «Dalla sala decisionale di Roma alla mediazione vaticana, fino al perimetro operativo, il film mette in scena lavoro di squadra, senso del dovere, e peso emotivo delle scelte estreme. L’eroismo della responsabilità di un’Italia competente e umanitaria» continua, non senza retorica, il dossier in venticinque pagine di presentazione del film che sarà diretto da Alessandro Tonda, già direttore nel 2025 de Il Nibbio, film sulla storia di Nicola Calipari, anch’esso con un ampio sostegno istituzionale. Dopo il primo film, centrato sull’AISE (Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna), la trilogia dovrebbe continuare con un secondo film sul 9° Col Moschin  (Il 9º Reggimento d’assalto paracadutisti “Col Moschin” è il reparto di incursori  dell’ Esercito Italiano) e il terzo sull’Unità di crisi della Farnesina: «tre storie che valorizzano la vocazione al dialogo, la qualità operativa e il profilo umanitario che da sempre contraddistinguono l’approccio italiano nelle situazioni di emergenza globale». Un’operazione che appare dal sapore decisamente propagandistico e che può essere facilmente letta sia nel segno della retorica di quegli “italiani brava gente” e “popolo d’eroi”, che dell’esaltazione della cultura della difesa militare prodotta attraverso la decantazione dell’azione eroica degli appartenenti agli apparati militari, polizieschi e di intelligence di Stato. D’altra parte, tutto ciò emerge in maniera lampante dall’osservazione dell’immagine che apre il dossier di presentazione del film: un grande aereo militare al centro dell’immagine sovrasta un paesaggio devastato, sullo sfondo appena distinguibili delle persone vittime dei bombardamenti, al centro il titolo “Linea di difesa”, con l’ultima parola, più grande delle altre, unica a colori: quelli del tricolore italiano! “Gli eroi” protagonisti del film – una funzionaria dell’AISE, proveniente dalla Polizia di Stato (interpretata da Sara Seraiocco), un veterano delle forze speciali, ora sotto copertura dell’AISE (interpretato da Stefano Accorsi), un comandante del 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti (Vinicio Marchioni) – come recita la sinossi, per salvare Asif, un minore di tredici anni e altri, derogheranno al protocollo e accetteranno una moneta di scambio operativa, «mentre l’Unità di Crisi italiana prepara visti e posti negli ospedali italiani, il varco si apre per tempo breve, ma nessuno ha intenzione di mollare, perché in gioco c’è il valore della vita stessa». A pensar male si fa peccato, ma sappiamo che difficilmente ci si inganna. E, allora, come non vedere in questa produzione un tentativo di “brandwashing” (e anche di pessima fattura) di fronte alla connivenza e collaborazione spudorata che il governo italiano ha mostrato verso quello israeliano in questi ormai quasi tre anni di genocidio? Nessun accordo con Israele a livello governativo è stato interrotto, nessuna condanna chiara dell’operato criminale dello stato sionista in nessuna sede, nazionale, europea, internazionale è stata espressa dal governo italiano; anzi condannata, censurata, repressa sistematicamente è stata ogni forma di solidarietà attiva che la società italiana ha mostrato verso la popolazione palestinese… Di esempi ne potremmo citare fin troppi, dalle bandiere fatte togliere dai balconi, alle segnalazioni ai servizi sociali attivate per aver partecipato a uno sciopero della fame per Gaza, alle ispezioni ministeriali nelle scuole per aver parlato del genocidio con una rappresentante dell’ONU, alle denunce e condanne verso gli attivisti per le manifestazioni contro l’operato criminale israeliano… L’atteggiamento, sprezzante verso qualsiasi norma del diritto internazionale e verso qualsiasi principio democratico, è costato al governo italiano un’ondata di rabbia e dissenso espressosi nelle piazze dell’autunno scorso, in molte forme e molti contesti territoriali di tutto lo Stivale: dunque quale maniera migliore di rifarsi una faccia se non con la promozione di una trilogia nella quale l’apparato militare e di Intelligence italiano venga mostrato nel ruolo di salvatore e benefattore delle povere vittime delle guerre, tra cui i palestinesi di Gaza? Leggendo la presentazione del progetto e la sinossi del film, non  può non colpire il lampante ordine discorsivo coloniale: protagonisti sono i salvatori bianchi, occidentali, con le loro tecnologie sofisticate e i loro apparati efficienti; sullo sfondo la popolazione di Gaza, oggettificata, vittimizzata, privata di ogni capacità di azione autonoma… Anche perché, sappiamo bene che appena questi soggetti – gli altri – iniziano a parlare e ad agire autonomamente,  subito diventano i nemici: quei nemici che è giusto bombardare, torturare, privare di tutto perché disumanizzati. Vittimizzare e disumanizzare sono facce di una stessa medaglia, appartengono entrambe a un processo di negazione della dignità ad esistere autonomamente, liberamente. D’altra parte, non solo viene fatta scomparire la popolazione palestinese ma anche gli autori del genocidio! In oltre venticinque pagine di presentazione mai viene nominato l’IDF o il ruolo e la responsabilità di Israele, un vuoto lampante e sconcertante emerge dalla descrizione del film: da dove arrivino i bombardamenti, da chi siano provocate le distruzioni e le sofferenze della popolazione che il governo italiano si propone di salvare resta un mistero… Quasi fosse una terribile catastrofe naturale o divina, di fronte alla quale cala un velo di silenzio omertoso. Pensando che l’ipocrisia di fronte a un genocidio possa essere il peggio a cui si possa assistere, ci si può però domandare se ancor peggio non sia voler fare, e in maniera palese, di un genocidio un grande spettacolo, come recita la dichiarazione di Massimiliano Di Lodovico, produttore per MasiFilm: «Con questo titolo accettiamo una sfida produttiva ambiziosa: realizzare un action-thriller italiano dal respiro internazionale, capace di fondere tensione cinematografica, spettacolarità e assoluta autenticità operativa». Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, non possiamo non continuare a denunciare come l’ideologia della difesa totale e la politica della militarizzazione della società sia sostenuta da una propaganda sempre più violenta, ipocrita e di cattivo gusto che arriva a utilizzare come strumento la produzione cinematografica. Se da una parte il governo taglia i fondi al cinema italiano, rendendo sempre più difficile la possibilità di fare cinema  soprattutto ai giovani artisti; se, come dimostra il recente caso sul film dedicato alla storia di Giulio Regeni, viene ostacolato qualsiasi tentativo di fare cinema di denuncia rispetto alle connivenze del nostro governo con le violazioni del diritto internazionale;  al contrario il cinema, o quello che ne resta, viene rispolverato come arma di propaganda di Stato, facendo eco ad un triste passato da cui gli attuali governanti sembrano trarre grande ispirazione. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
FESTA RESISTENTE 11 LUGLIO: 10 ANNI DI RIOCCUPAZIONE!
Ecchiceee! Sempre con largo anticipo annunciamo che sabato 11 luglio famo A FESTA RESISTENTE per i 10 anni di rioccupazione! E i 30++ anni di 100CELLE APERTE! In questo momento abbiamo davvero poco da festeggiare ma proprio per questo tocca farlo! Beccateve ‘sta grafica con il disegno fichissimo di CROMA, che ringraziamo di cuore come sempre Ce sta un bel programmino che trovate sulla locandina, non scriviamo più nulla perché fa caldo! Ah solo che il Benefit sarà per Agripunk Onlus Daje che se divertimo, o almeno ce provamo
July 10, 2026
100celle aperte
TRE GIORNI CONTRO LA REPRESSIONE
OGGI VENERDÌ 10 LUGLIO DALLE 18:30 ALLO SPAZIETTO Oltre a festeggiare il compleanno, un bel traguardo collettivo raggiunto, non possiamo in nessun modo dimenticare l’asfissiante repressione che incombe da tempo su chiunque provi ad alzare la testa, a lottare per un mondo più giusto. Nemmeno per un attimo dimentichiamo le persone, nostre compagne, rinchiuse con questo caldo torrido all’interno delle infami galere. Gli arresti del 16 giugno rappresentano un ulteriore salto di qualità nell’esercizio del controllo, dell’azione preventiva, coercitiva e punitiva dello stato! Con foga implacabile e feroce quando si tratta di individualità anarchiche. Per questo domani ospiteremo convintamente una delle 3 giornate dedicate alla lotta contro la repressione. CONTRO TUTTE LE GABBIE SEMPRE AGGIORNAMENTO: Ieri  il tribunale del riesame ha annullato tutte le misure di custodia cautelare (carcere e domiciliari) per lx compagnx arrestatx il 16 giugno per reato associativo! Restiamo in attesa degli sviluppi per altri 2 compagni
July 10, 2026
100celle aperte
Marina di Carrara, porto degli esplosivi.
URGENTE UN OSSERVATORIO PER LA TRASPARENZA Importante incontro pubblico a Marina di Carrara, il 2 luglio scorso, alla presenza del sindaco di Carrara, Serena Arrighi, dei rappresentanti dei lavoratori portuali e della società civile, di cittadini e comitati locali. Il tema è quello sollevato dalla giornalista d’inchiesta Linda Maggiori, in particolare con un suo articolo pubblicato il 12 giugno 2026 da Altreconomia. L’incontro è stato promosso dall’Accademia apuana della pace, che ha raccolto le inquietudini e gli allarmi circa un movimento portuale di esplosivi, rivelatosi ingente. La prima denuncia è arrivata dai lavoratori del porto: tir che espongono le placche arancioni obbligatorie per i carichi esplosivi, sempre accompagnati da guardie giurate e vigili del fuoco, si presentano nelle ore serali o notturne e caricano sui traghetti diretti in Sardegna. Il sindacato UBS ha chiesto un incontro urgente con Bruno Pisano, presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Orientale, sotto la cui competenza ricade anche il porto di Carrara. Pisano, alla presenza del sindaco Arrighi, ha assicurato che si tratterebbe di esplosivi civili, fuochi d’artificio, polveri per le cave destinate ai cantieri in Sardegna. La realtà è ben diversa, e si è iniziato ad averne conto grazie ad un accesso civico agli atti che Maggiori e Altreconomia hanno indirizzato alla competente Capitaneria di porto. 934 tonnellate di esplosivi in uscita nell’anno 2025, di cui poco meno del 90% con classe di rischio 1.1D, e 735 tonnellate in entrata, quasi solo in classe 1.1D, classe che si applica alle munizioni militari, alle cariche esplosive e ad alcuni proiettili ad alto potere esplosivo. I dati della Capitaneria, si noti, escludono esplicitamente «per motivazioni di sicurezza nazionale» gli esplosivi militari. Così oggi sappiamo che il porto di Marina di Carrara è «classificabile quale entità critica» per gli organi preposti alla tutela dei trasporti sensibili e alla difesa nazionale. Il traghetto «Rosa dei Venti», di proprietà di Corsica Ferries-Sardinia Ferries, è attualmente noleggiato al Gruppo Grendi tramite un contratto time charter che si estende fino al 2028, e impiegato nel collegamento merci regolare tra Continente e Sardegna. Il Gruppo Grendi è il principale operatore nel porto di Marina di Carrara.. Nessuno a Carrara, neppure il sindaco e tantomeno gli abitanti e i villeggianti della ridente frazione di Marina, ha mai saputo di convivere con una corrente di traffico così pericolosa e così “critica” per la difesa nazionale. Carrara si aggiunge così a Cagliari, Ravenna, Gioia Tauro, La Spezia, Genova, Venezia-Marghera, Monfalcone, città portuali dove abbiamo documentato passaggi di armi e munizioni dirette verso paesi coinvolti in guerre e genocidi, dallo Yemen al Sudan, dall’Ucraina a Israele. Da tempo sappiamo che invece di tutelare gli “interessi nazionali” e della difesa i nostri governi si preoccupano di favorire e promuovere affari con paesi che non rispettano nessuna regola democratica, che soffocano nel sangue o nelle prigioni la dissidenza politica e culturale, che praticano l’apartheid, che non hanno firmato i trattati che limitano il commercio delle armi o che prevedono il disarmo nucleare. Quanto alla sicurezza di lavoratori e residenti, le autorità – che temono sempre l’allarmismo – non fanno che minimizzare pensando di tranquillizzare. Tuttavia, negli ultimi cinque anni le esportazioni italiane di esplosivi sono raddoppiate in valore (da 52 a 106 milioni di euro) e quasi quintuplicate in peso (da 1800 a 8500 tonnellate, dati Istat), quelle verso l’Ucraina sono quasi un terzo del totale esportato, quelle verso Israele si sono moltiplicate per cento. Questi non sono dati che possono lasciare tranquilli. Anche Weapon Watch ha portato la sua voce all’incontro di Carrara, in sostanza per ribadire due punti. Innanzi tutto per ricordare che lo spirito e la lettera della Legge 185 del 1990 impongono alle autorità e al governo la trasparenza del commercio estero degli armamenti, esplosivi inclusi. Proprio perché si tratta di un commercio delicato, che implica scelte di politica internazionale e anche – come vediamo in questi giorni – di politica interna con forti ricadute sul bilancio dello stato, proprio per questi motivi i cittadini hanno diritto di sapere di cosa si sta parlando, a quali logiche corrispondono le relazioni con i paesi importatori e quali sono le aziende che ne beneficiano. Se poi si tratta di merce pericolosa, come gli esplosivi e le munizioni, allora c’è anche un aspetto di trasparenza in materia di sicurezza di cui le autorità devono tener conto. In secondo luogo, sulla base delle proprie ricerche Weapon Watch sottolinea che hanno sede nella provincia di Massa Carrara nove aziende connesse a vario titolo con il complesso militare-industriale, di cui tre sono rilevanti impianti per la produzione di munizioni pesanti ed esplosivi (Leonardo presso il Centro interforze munizionamento avanzato di Aulla, MBDA stabilimento di Aulla, UEE Italia Srl di Licciana Nardi). Se poi si considera un raggio di 50 km dal porto di Marina di Carrara, le aziende legate al complesso militare industriale diventano 67. Inoltre va considerata la prossimità con due importanti scali marittimi come La Spezia e Livorno, da cui transitano frequentemente attrezzature militari, e la presenza in questo tratto del Tirreno settentrionale e nell’immediato retroterra di una serie di importanti basi militari, tra cui quella gigantesca di Camp Darby dell’esercito statunitense. È su questo apparato produttivo e sulla logistica che lo connette al mercato globale che si sta concentrando l’attenzione della società civile e dei lavoratori, che pongono domande legittime le cui risposte sono garantite da leggi nazionali e trattati internazionali. Anche la recente sentenza del TAR dell’Emilia Romagna, sempre su iniziativa di Linda Maggiori, ha ribadito il diritto alla trasparenza – sia pure con alcune limitazioni di non poco peso – attraverso l’accesso civico generalizzato, che è un «accesso dichiaratamente finalizzato a garantire il controllo democratico sull’attività amministrativa, nel quale il c.d. right to know, l’interesse individuale alla conoscenza, è protetto in sé». Quale può essere lo strumento concreto di questa trasparenza? La proposta che Weapon Watch ha avanzato a Genova, e che può naturalmente essere ripresa anche in altre città portuali, chiama in causa i sindaci e i consigli comunali in quanto rappresentanti eletti e auspicabili attori di una mediazione tra collettività e autorità con competenza sui trasferimenti di armi. È la proposta di un osservatorio per informare i cittadini a partire dai dati che possiedono enti e autorità dello Stato (prefetto, autorità portuale, Capitaneria di porto, Agenzia delle dogane), a cui partecipino anche operatori e lavoratori portuali, coordinato dalle figure elette in ambito comunale (sindaco, consiglieri comunali). Uno strumento, insomma, che sia al servizio della trasparenza e che aggiorni le comunità locali di quante armi passano dai nostri porti, di quali siano i produttori e i destinatari, e se questi traffici rispettino le normative vigenti anche in tema di sicurezza. Riportiamo qui la proposta di Weapon Watch presentata pubblicamente a Genova nel dicembre 2025. Proposta_osservatorio
July 10, 2026
Weapon Watch