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Il Rearm Eu e la vera transizione bellica
RIPORTIAMO DI SEGUITO LA RELAZIONE TENUTA DA ANTONIO MAZZEO AL CONVEGNO NAZIONALE «DALLA FINTA TRANSIZIONE ECOLOGICA ALLA VERA TRANSIZIONE BELLICA. L’OCCIDENTE DICHIARA GUERRA ALL’AMBIENTE», PROMOSSO DA ECORESISTENZE E TENUTOSI A BOLOGNA IL 20 GIUGNO 2026. Il conflitto russo-ucraino, il genocidio del popolo palestinese per mano di Israele, la campagna militare USA-israeliana contro l’Iran, l’escalation bellica in tutta l’area mediorientale, in Africa orientale e nella regione subsahariana del continente nero. È guerra totale, la terza guerra mondiale che genera immani tragedie umane, sociali ed economiche, alimentata dalla sconsiderata corsa al riarmo e alla militarizzazione dei territori, della produzione e della ricerca dei paesi membri della NATO e dell’Unione europea. L’UE, in particolare, sta convertendo buona parte del suo apparato industriale alla produzione di armi altamente distruttive: sistemi spaziali e satellitari; munizioni di artiglieria e missili da crociera, balistici e ipersonici; velivoli con e senza pilota; sistemi di difesa antimissile e anti-droni; navi di superficie e sottomarini; grandi aerei per il trasporto di equipaggiamenti o truppe; sofisticate attrezzature per la guerra elettronica e cyber, ecc. Allo stesso tempo, Bruxelles ha dato vita ad una serie di programmi finalizzati alla militarizzazione delle infrastrutture logistiche e trasportistiche, della ricerca, dell’istruzione e dell’informazione. Il libro bianco European Defence Readiness 2030, pubblicato il 19 marzo 2025 dalla Commissione UE, prevede un piano finanziario quadriennale da 800 miliardi di euro per “riarmare” l’Europa in linea con le nuove strategie della NATO, in vista di uno scontro diretto con i “nemici” dell’Occidente: la Russia di Putin, l’Iran, la Corea del Nord, la Cina1. Centocinquanta miliardi sono stati destinati ad un fondo per “la sicurezza dell’Europa”, il SAFE (Security Action for Europe), per finanziare – tramite prestiti a lunga scadenza ed il concorso di capitali privati – programmi di acquisto di armamenti e di ammodernamento delle forze armate dei Paesi UE. Al SAFE possono accedere pure l’Ucraina, la Norvegia, la Svizzera, l’Islanda e il Liechtenstein, i paesi in via di adesione e quelli che hanno sottoscritto con l’UE un partenariato in materia di sicurezza e difesa. ReArm Europe consente di avviare programmi di sviluppo militare anche con le industrie di Canada, Regno Unito e Turchia2. Il fondo SAFE può essere impiegato anche per finanziare l’acquisto di sistemi d’arma ed equipaggiamenti fabbricati al di fuori dell’Unione Europea, consentendo l’acquisto soprattutto negli Stati Uniti e in Israele, i principali Paesi extra UE le cui industrie della Difesa sono particolarmente attive sul mercato comunitario. Nel febbraio 2026 il direttorio di Bruxelles ha autorizzato otto paesi membri dell’Unione all’uso dei prestiti agevolati previsti dall’iniziativa SAFE: Italia, Estonia, Grecia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e Finlandia. Il Governo Italiano ha richiesto ed ottenuto un prestito complessivo di 14 miliardi e 900 milioni di euro in 5 anni al 3% fisso di interesse, con rimborsi che saranno attivati a partire dal 2035 e che si esauriranno nell’arco temporale massimo di 45 anni3. In verità l’accesso ai fondi SAFE ha generato più di un conflitto all’interno delle forze di governo, in particolare tra il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgietti (Lega) e il titolare del dicastero della Difesa, Guido Crosetto (Fratelli d’Italia). Il primo, sostenuto dallo stretto entourage della premier Giorgia Meloni, è propenso a chiedere solo 5 dei 14,9 miliardi di euro disponibili, ma ciò ha suscitato le ire di Crosetto che ha minacciato le proprie dimissioni nel caso in cui venisse concordato di “tagliare” il fondo SAFE. Per assicurare gli investimenti nella produzione e approvvigionamento di armi e munizioni necessari a coprire la quota restante di 650 miliardi di euro del piano ReArm Europe, la Commissione UE ha previsto l’attivazione della clausola di salvaguardia del Patto di Stabilità (l’accordo tra i Paesi dell’Unione che impone che il deficit pubblico non superi il 3% del Prodotto interno lordo e che il debito pubblico non superi il 60% del PIL). Esiste inoltre la possibilità di utilizzare per il mega piano di riarmo una parte di quei fondi europei già stanziati per altri fini, primi fra tutti i “Fondi di coesione”, destinati principalmente alle aree più arretrate del continente per ridurre le disuguaglianze territoriali4. L’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) ha calcolato che la cifra- obiettivo di 800 miliardi potrà essere raggiunta solo con una forte crescita del deficit pubblico degli Stati UE. Per quanto riguarda l’Italia, paese già pesantemente indebitato, l’adeguamento al piano di riarmo potrebbe comportare una spesa militare aggiuntiva di 95 miliardi di euro in quattro anni e il deficit pubblico, oggi al 4%, anziché ridursi gradualmente fino al 3% – secondo quanto richiesto da Bruxelles – rischia di crescere fino al 4,6%5. Le proposte riarmiste della Commissione europea comporteranno inoltre un’espansione delle spese militari dei paesi UE fino a 580 miliardi di euro circa entro il 2029. Le quote dei bilanci statali per la “difesa” degli Stati membri avevano già subito una crescita del 31% nel periodo 2021-2024, raggiungendo i 326 miliardi (1,9% del PIL), anche in conseguenza delle forniture militari all’Ucraina in guerra contro la Russia. Si tratta di cifre enormi, di per sé insostenibili, che hanno già prodotto ricadute catastrofiche in termini di accesso ai servizi sociali di base e al welfare da parte della maggioranza della popolazione europea. Aspetto meno analizzato ma altrettanto dirompente di ReArm Europe è l’ulteriore processo di militarizzazione dei territori che esso genererà in alcune aree, in particolare nei Paesi dell’Europa orientale. Nel Libro bianco si fa esplicito accenno alla creazione di uno Scudo orientale al confine con la Russia e la Bielorussia e di una Linea di difesa del Baltico “per promuovere la deterrenza e contrastare le minacce militari e ibride”. Il rafforzamento dei sistemi di protezione delle frontiere dell’Unione europea, sempre secondo Bruxelles, includerà un “mix completo di barriere fisiche e lo sviluppo delle infrastrutture e di moderni sistemi di sorveglianza”. Anche le reti trasportistiche e le infrastrutture logistiche sono sottoposte ai piani di intervento finanziario affinché siano rese idonee a svolgere funzioni di mobilità militare. «Sono necessari investimenti significativi per migliorare le capacità di trasporto aereo di merci e le capacità in quanto alle infrastrutture per i combustibili mediante depositi, porti, piattaforme di trasporto aereo, marittimo e ferroviario, linee ferroviarie, vie navigabili, strade, ponti e poli logistici, grazie all’elaborazione di un piano strategico per lo sviluppo della mobilità militare, in collaborazione con la NATO», spiega la UE. «La mobilità militare è un facilitatore essenziale della sicurezza e della difesa europea. Grazie ad essa cresce l’abilità delle forze armate degli Stati membri e degli alleati di spostare rapidamente truppe e attrezzature attraverso l’Unione europea in caso di conflitto o di guerra ibrida intensificata. Per questi trasferimenti, le forze armate hanno la necessità di accedere a infrastrutture critiche che devono essere idonee ad uno scopo duale»6. Il programma EU Military Mobility è stato lanciato nel 2018 per consentire le operazioni in ambito continentale e le missioni extra-area delle forze armate UE e dei paesi membri, ma anche per rispondere alle richieste NATO. A seguito del conflitto russo-ucraino, il 10 novembre 2022 è stato varato il Piano d’azione per la mobilità militare 2.0 per potenziare e/o convertire a fini bellici le infrastrutture trasportistiche UE e dei partner continentali (Ucraina, Moldavia e paesi dei Balcani occidentali) e per «integrare la rete di distribuzione del carburante a supporto della movimentazione delle truppe in tempi rapidi e su larga scala». Al Piano 2.0 sono state destinate risorse per un miliardo e 700 milioni di euro nel quinquennio 2022-20267. ReArm Europe ha previsto infine la conversione a fini bellici di ogni settore del sapere, della conoscenza e della ricerca scientifico-tecnologica, a partire ovviamente dal mondo universitario e dell’istruzione secondaria. Nella risoluzione sulla politica di sicurezza e di difesa comune approvata a larga maggioranza dal Parlamento europeo il 2 aprile 2025, nel capitolo su Difesa e società, preparazione e prontezza civile e militare, l’Unione Europea e i suoi Stati membri sono chiamati «a mettere a punto programmi educativi e di sensibilizzazione, in particolare per i giovani, volti a migliorare le conoscenze e a facilitare i dibattiti sulla sicurezza, la difesa e l’importanza delle forze armate, e a rafforzare la resilienza e la preparazione delle società alle sfide in materia di sicurezza» (art. 164). Si chiede, inoltre, «di mettere a punto programmi di formazione dei formatori e di cooperazione tra le istituzioni di difesa e le università degli Stati membri dell’UE, quali corsi militari, esercitazioni e attività di formazione con giochi di ruolo per studenti civili» (art. 167)8. Per sostenere la ricerca, l’innovazione e lo sviluppo di nuove tecnologie belliche, la Commissione Europea ha istituito nel 2017 uno specifico “Fondo europeo per la difesa” (European Defence Fund – EDF). Scopo del fondo europeo è quello di «promuovere l’interoperabilità e la mobilità militare, nonché lo sviluppo di un complesso militare-industriale comunitario», sostenendo «l’innovazione e le tecnologie critiche che rispondono alla formula del dual use, ovvero di usi civili e militari». Nel periodo compreso tra il 2021 e il 2027 l’EDF ha previsto stanziamenti per 7,3 miliardi9. Il 16 aprile 2026 la Commissione europea ha reso noto che nel corso dell’ultimo anno erano stati promossi 57 progetti di collaborazione nel campo della ricerca e dello sviluppo con una spesa di 1,07 miliardi di euro, prioritariamente per produrre doni e loitering munitions (i cosiddetti droni kamikaze). Nello specifico 675 milioni di euro sono stati destinati a progetti di sviluppo, mentre i restanti 332 milioni per iniziative di ricerca. A questi finanziamenti vanno poi aggiunti quelli previsti dall’EDF Work Programme 2026 (1 miliardo di euro) e dall’European Defence Industry Programme (1,5 miliardi). Nel 2025, per la prima volta dalla loro istituzione, anche l’Ucraina ha potuto accedere ai fondi EDF, e «ciò ha segnato un passo significativo verso l’integrazione della base industriale e tecnologica del settore difesa ucraino nell’ecosistema europeo»10. Tra i maggiori beneficiari dei programmi di riarmo dell’Unione europea ci sono ovviamente le holding del vecchio continente produttrici di sistemi bellici. Esse stanno rivedendo i propri piani produttivi e stanno dando vita a nuove alleanze strategiche anche in vista della creazione di mega-concentrazioni finanziarie ed industriali. Nel marzo 2025 il gruppo italiano leader del comparto bellico, Leonardo S.p.A., ha presentato l’aggiornamento del proprio piano industriale per il 2025-2029. Nello specifico Leonardo punta ad aumentare le commesse nel quinquennio da 105 a 118 miliardi di euro, con ricavi complessivi per 106 miliardi (contro i 95 previsti nel periodo 2024-2028)11. Queste stime sarebbero frutto dei nuovi accordi di partenariato che il gruppo Leonardo ha sottoscritto con altre importanti aziende del comparto militare. Il 6 marzo 2025 è stato firmato un memorandum of understanding con Baykar Technologies (la società turca di proprietà di uno dei generi del presidente Erdogan che ha rilevato il gruppo Piaggio Aerospace con sede e stabilimenti in Liguria) per lo sviluppo, produzione e manutenzione di aerei senza pilota presso i siti di Leonardo di Ronchi dei Legionari (Gorizia), Grottaglie (Taranto), Torino, Roma Tiburtina e Nerviano (Milano). La società italiana spera di ricavare da questo accordo più di 600 milioni nel quinquennio 2025-2029. Il 24 febbraio 2025 è stata costituita invece una joint venture con il colosso tedesco Rheinmetall (Leonardo Rheinmetall Military Vehiche). La nuova società italo-tedesca è controllata pariteticamente al 50% da Leonardo e Rheinmetall, ha sede giuridica a Roma presso Rheinmetall Italia S.r.l. e sede operativa a La Spezia presso gli ex stabilimenti OTO Melara del gruppo Leonardo. Alla Leonardo Rheinmetall Military Vehiche è stata affidata dal governo Meloni-Crosetto, senza bando di gara, la produzione di 1.050 cingolati AICS/A2CS e 272 carri armati MBT da destinare all’Esercito italiano12. Stando all’accordo stipulato dai due gruppi industriali, solo il 60% della produzione dei nuovi sistemi da combattimento terrestri sarà effettuata in Italia. Anche il know how è nettamente a favore dei tedeschi: i cingolati AICS deriveranno dai Lynx Kf-41 progettati e realizzati da Rheinmetall, mentre i carri armati MBT deriveranno dal Panther Kf-51. Il costo dell’intero programma non è stato ancora determinato ma è prevedibile che esso supererà abbondantemente i 23,2 miliardi di euro nei prossimi 15 anni13. Sempre lo scorso anno, Leonardo ha acquisito il controllo di Iveco Defence Vehicles (IDV), già divisione dei veicoli militari del gruppo controllato da Exor presieduto da John Elkann, con sede centrale a Bolzano. Con l’acquisizione di Iveco Defence Vehicles, Leonardo punta a rafforzare il proprio ruolo in ambito europeo nel settore dei mezzi blindati e da trasporto militare. In particolare l’auspicato polo Leonardo Rheinmetall-IDV si è candidato a diventare fornitore unico per il nuovo programma plurimiliardario di trasporto blindato promosso dall’Unione Europea. Altrettanto dirompenti gli effetti dei programmi di riarmo europei e nazionali in termini di militarizzazione dell’intero territorio italiano. A Torino è in corso la realizzazione della Cittadella dell’Aerospazio, un mega-centro di ricerca, sviluppo e sperimentazione di nuovi sistemi aerospaziali a fini civili e militari, promosso dal Politecnico di Torino, UNITO e Leonardo S.p.A., con il supporto finanziario di Regione Piemonte ed enti locali. Le attività della Cittadella si intrecceranno con quelle dell’hub del programma “DIANA” (Defence Innovation Accelerator for the North Atlantic) che la NATO ha stabilito di collocare nel capoluogo piemontese, ma con “filiali” a La Spezia e Capua, Caserta. “DIANA” è un acceleratore globale per startup e piccole e medie imprese con lo scopo di sviluppare tecnologie “per la sicurezza e la difesa dell’Alleanza Atlantica”14. Sempre a Torino, presso l’aeroporto di Caselle, ancora Leonardo S.p.A. conta di realizzare gli stabilimenti per l’assemblaggio e i test dei cacciabombardieri di sesta generazione in via di progettazione con aziende militari del Regno Unito e del Giappone. Sempre in Piemonte, a Cameri (Novara), Leonardo sta assemblando per conto del colosso statunitense Lockheed Martin i caccia di quinta generazione F-35 “Lightining II” ordinati dalle forze armate italiane e da alcuni paesi europei. La Cittadella dell’Aerospazio di Torino, gli stabilimenti di Leonardo a Caselle e Cameri sono solo gli aspetti più eclatanti del piano di sviluppo di veri e propri distretti e/o poli militari, aerospaziali, terrestri e navali-sottomarini che sta interessando in particolare Piemonte, Lombardia e Liguria, grazie al contributo finanziario statale e regionale. A ciò si accompagna il sempre maggiore rafforzamento della presenza militare NATO in queste aree territoriali, a partire dal comando dell’Alleanza di Solbiate Olona (Varese) “NRDC-ITA (NATO Rapid Deployable Corps – Italy)” per la gestione di operazioni di pronto intervento terrestri principalmente sul Fronte Sud. Sempre in Lombardia, a Ghedi (Brescia), sorge una delle due installazioni aeroportuali italiane dove sono state stoccate da US Air Force armi nucleari tattiche di ultima generazione, le B61-12, che possono essere impiegate anche da alcuni reparti specializzati dell’Aeronautica Militare italiana. Il secondo scalo è quello di Aviano (Pordenone), ampiamente utilizzato per le operazioni di rifornimento di sistemi d’arma e carburante dei reparti di volo impiegati dagli Stati Uniti d’America nelle operazioni di attacco all’Iran a partire del 28 febbraio 202615. Un ruolo di eccellenza nei piani di guerra USA in Europa orientale, Medio Oriente e continente africano è riservato alle basi militari “ospitate” nella città e nella provincia di Vicenza, a partire da Camp Ederle, dall’ex aeroscalo “Dal Molin” (oggi “Del Din”) e dalla ex base nucleare di Longare. In particolare a Vicenza è stato insediata la 173a Brigata Aviotrasportata di US Army, reparto impiegato dalla seconda metà degli anni Sessanta del secolo scorso in tutti i conflitti che hanno visto impegnati gli Stati Uniti d’America (Vietnam, Iraq, Afghanistan, Ucraina, ecc.). Vicenza è pure sede dell’U.S. Army Southern European Task Force, Africa (SETAF-AF), la struttura dell’esercito statunitense per le operazioni nel Sud Europa e nel continente africano. Pericolosi scenari di guerra sono stati prefigurati dal governo italiano e da alcuni alleati NATO anche per il porto di Trieste: in vista del rafforzamento degli “aiuti” economici e militari all’Ucraina in guerra contro la Russia e della “ricostruzione” del Paese dopo l’auspicata fine del conflitto, Trieste potrebbe essere convertita in “Polo logistico portuale internazionale” pro Kiev16. L’intera regione della Toscana si sta trasformando in un vero e proprio hub strategico per le forze armate italiane, statunitensi e NATO: è in atto il potenziamento dello scalo militare di Pisa San Giusto; la costruzione di una nuova megabase a Pisa e Pontedera per ospitare i corpi d’élite dell’Arma dei Carabinieri; l’istituzione a Firenze (Caserma “Predieri”) di un nuovo Comando per le operazioni della forza di pronto intervento terrestre della NATO (Multinational Division South, MND-S); il sempre maggiore utilizzo della base di US Army di Camp Darby (tra Pisa e Livorno) per il trasferimento di armi e mezzi da guerra nelle aree di conflitto in Medio Oriente. In Puglia si assiste purtroppo al crescente ruolo strategico e operativo delle principali installazioni militari aeree e navali (gli scali di Amendola, Gioia del Colle, Galatina, Grottaglie e i porti di Taranto e Brindisi), in ambito nazionale, NATO ed extra NATO, nonché al sempre più asfissiante intreccio tra forze armate, aziende del comparto militare industriale (Leonardo, Avio, Boeing, ecc.) e i centri di ricerca universitari della regione. Il conflitto in corso in Iran e nel Golfo Persico ha reso ancora più evidente la centralità di due grandi infrastrutture militari ospitate in Campania, il Joint Force Command Naples (JFC), il Comando NATO di Napoli-Lago di Patria (Giugliano) e la Naval Support Activity Naples della Marina Militare USA con quartier generale presso l’aeroporto di Napoli Capodichino. L’area di intervento del Comando NATO JFCricopre l’Atlantico orientale fino al Mediterraneo, i Balcani e l’Europa orientale e l’intero Medio Oriente. NSA Naples è il Comando delle forze navali degli Stati Uniti d’America per l’Europa e l’Africa (NAVEUR-NAVAF) a cui spetta il compito di pianificare e coordinare le attività delle unità di superficie, dei sottomarini e degli aerei in un’area geostrategica ancora più estesa: metà Atlantico, Baltico, Mediterraneo, Caspio, Mar Nero e aree costiere africane17. Più noti al grande pubblico i soffocanti processi di militarizzazione che hanno investito le due grandi isole italiane, la Sardegna con i suoi grandi poligoni di Capo Teulada e Salto di Quirra e l’aeroporto di Decimomannu (Cagliari) impiegato per la formazione dei piloti dei paesi membri della NATO e di alcuni stati mediorientali; e la Sicilia con la grande stazione aeronavale di Sigonella (in prima linea nelle operazioni di intelligence USA e NATO a sostegno dell’Ucraina contro la Russia, di Israele contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza e degli Stati Uniti d’America contro l’Iran), il terminale terrestre a Niscemi, Caltanissetta del MUOS (il nuovo sistema di telecomunicazione satellitare della Marina militare USA), gli scali NATO di Trapani Birgi e Pantelleria. In Sicilia, tra l’altro, è stato avviato il potenziamento infrastrutturale dell’aeroporto di Trapani in vista dell’insediamento della “scuola di formazione” delle forze aeree internazionali che hanno acquistato i cacciabombardieri F-35 e delle basi navali di Augusta (Sicilia) e Messina, onde consentire l’approdo delle nuove unità da guerra italiane e dei paesi partner dell’Alleanza Atlantica. La rilevanza geostrategica delle principali basi militari USA e NATO esistenti in Italia spiega il motivo per cui nessuna di queste sarà smantellata o ridimensionata nei prossimi anni, nonostante l’establishment di Donald Trump spinga verso una riduzione delle forze armate statunitensi schierate nel continente europeo. L’Italia ha fatto e farà ancora da piattaforma di proiezione avanzata statunitense in quelle aree ricche di fonti energetiche fossili (gas e petrolio), uranio, terre rare, principalmente nel Golfo Persico e nel continente africano18. Oggi il Mediterraneo centrale con il Canale di Sicilia è forse ancora più rilevante per gli interessi del capitale finanziario USA e occidentale dello Stretto di Hormuz. Oltre ad essere attraversato dalle rotte delle petroliere e dei mercantili che dal Medio Oriente e dall’Africa raggiungono i grandi terminal dell’Europa settentrionale, il Canale di Sicilia è lo stretto marittimo da cui passano le principali reti di cablaggio intercontinentali, dall’Estremo oriente e dalla Cina fino all’Europa e, attraverso l’Atlantico, fino al Continente americano. Ancora il Canale di Sicilia è attraversato dai grandi oleodotti e gasdotti che trasferiscono in Italia le fonti di energia fossile dall’Algeria e Tunisia. Ad essi potrebbe presto aggiungersi un nuovo gasdotto di 3.300 chilometri di lunghezza (il South2 Corridor) che dal Nord Africa dovrebbe trasportare idrogeno all’Italia, all’Austria e alla Germania. Si tratta di un progetto ritenuto “strategico” dalla Commissione europea per garantire l’approvvigionamento del 20% dell’idrogeno che l’UE prevede di utilizzare a fini energetici entro il 203019. L’importanza della dimensione marittima e soprattutto subacquea del Mediterraneo centrale per il transito delle fonti energetiche e del cablaggio internet o di accesso alle materie prime strategiche è sempre più enfatizzata dagli analisti militari. «A livello globale, il 70% del cibo, dei minerali, del gas e del petrolio per un valore stimato in 400 miliardi di euro si trovano sottacqua», scrive RID – Rivista Italiana Difesa. «Focalizzando l’attenzione sul nostro Paese, il 60% dei collegamenti internet italiani ha origine, o affiora, in sole tre città – Mazara del Vallo, Catania e Bari – e la rilevanza di queste infrastrutture può essere stimata con oltre il 90% dei Big Data passanti al loro interno, per un controvalore, in ambito nazionale, prossimo ai 2.500 miliardi di euro annui, valore in costante crescita. Nelle acque territoriali italiane passano circa 781 km di gasdotti (…) Allo stato attuale, circa il 49% del gas che entra in Italia transita attraverso gasdotti sottomarini, ripartiti rispettivamente al 32% dal TransMed (Algeria-Mazara) che trasporta circa 2,4 mld di m3, al 13% dal TAP (Azerbaijan-Melendugno), con un volume di circa 9,1 mld di m3 di gas annui ed al 4% dal GreenStream (Libia-Gela), con circa 2,8 mld di m3. Il 60% dei punti di affiori dei cavi di telecomunicazione, circa il 50% dei gasdotti sottomarini e il 100% degli elettrodotti transnazionali (operativi o in fase di implementazione) approda esclusivamente in Puglia e in Sicilia»20. Ecco dunque le vere ragioni per cui è stato dato un nuovo colpo di acceleratore ai processi di militarizzazione dei territori e delle infrastrutture logistiche, specie nel Mezzogiorno, e gli Stati Maggiori nazionali, UE e NATO pongono la “necessità” di esercitare un’attenta azione di vigilanza dei fondali marini e di difesa delle infrastrutture subacquee, definite quest’ultime come Critical Undersea Infrastructure “infrastrutture critiche sottomarine”21. Ad un Convegno nazionale sulla “rilevanza del dominio subacqueo” promosso dal CeSI – Centro Studi Internazionali, dalla Marina Militare e dal Ministero degli Affari Esteri (giugno 2024), l’allora Capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio Enrico Credendino ha auspicato «una corsa agli abissi che segua ciò che è stato fatto con la corsa allo spazio, tenuto conto delle enormi affinità tra i due domini in termini di competitività, congestionamento e contesa tra Paesi»22. Al summit NATO di Vilnius (luglio 2023) è stato creato il Maritime Centre for the Security of Critical Undersea Infrastructure all’interno del Comando marittimo dell’Alleanza “MARCOM”, con quartier generale a Northwood, Regno Unito. Il 26 febbraio 2024, la Commissione europea ha emesso la Raccomandazione UE 2024/779 sulle “infrastrutture di cavi sottomarini sicure e resilienti” in vista del rafforzamento dei dispositivi di sicurezza e difesa delle reti. In particolare, i Paesi membri dell’Unione sono stati invitati ad “adoperarsi per approfondire ulteriormente la cooperazione con la NATO per quanto riguarda le infrastrutture critiche di cavi sottomarini, in linea con la dichiarazione congiunta sulla cooperazione UE-NATO, promuovendo la complementarità degli sforzi”23. In ambito nazionale, la Marina Militare ha dato vita a fine 2022 all’Operazione Fondali Sicuri per la “tutela della Energy Security” e il “monitoraggio e sorveglianza delle infrastrutture critiche subacquee”, sotto il Comando centrale della Marina di Santa Rosa, Roma24. Inoltre è stato creato nel 2023 a La Spezia il Polo Nazionale della dimensione subacquea (PNS), che ha come obiettivo principale la valorizzazione del settore militare ed industriale in questo settore, «promuovendo sinergie pubblico-private», tramite la realizzazione di progetti di ricerca, sviluppo e sperimentazione tecnologica di nuovi sistemi d’arma navali e sottomarini25. Il nuovo Polo Nazionale della dimensione subacquea è forse l’emblema più evidente del processo di “israelizzazione” del comparto militare-industriale-accademico italiano, cioè di riproduzione di quel modello bellico inter-istituzionale che si è affermato nello Stato sionista, con le tragiche conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti a Gaza, in West Bank, in Libano, Siria, Yemen, Iran. Il PNS opera in stretta collaborazione con il CMRE (Centre for Maritime Research and Experimentation) di La Spezia, il Centro di ricerca e sperimentazione marittima della NATO in ambito marittimo e subacqueo; inoltre coopera con grandi, medie e piccole aziende del comparto industriale (in particolare Leonardo S.p.A. e Fincantieri S.p.A.), con start up e centri di ricerca accademici come l’Università di Genova. Dal 21 maggio 2025 il Centro militare è stato trasformato in Fondazione di diritto privato. Tra i soci fondatori compaiono il Ministero della Difesa, Difesa Servizi S.p.A., i ministeri dell’Economia e dell’Università, AIAD (Federazione delle aziende per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza), la Conferenza dei Rettori delle Università italiane, AID (Agenzia Italiana Difesa). Presidente è stata nominata Roberta Pinotti, ex ministra della difesa, Pd26. All’affaire plurimiliardario della produzione di sistemi da guerra underwater guarda con sempre più attenzione la holding della cantieristica a capitale statale, Fincantieri S.p.A.. «La minaccia ai cavi sottomarini e ad altre infrastrutture essenziali è destinata ad aumentare; per questo in Fincantieri stiamo investendo nella difesa e nella tecnologia subacquea, ampliando le nostre capacità industriali», ha dichiarato lo scorso anno l’amministratore delegato del gruppo, Pierroberto Folgiero. L’obiettivo è quello di raddoppiare le dimensioni del business subacqueo entro il 2027, con ricavi stimati a 820 milioni di euro27. Non è certamente casuale che solo qualche settimana fa l’assemblea degli azionisti di Orizzonte Sistemi Navali S.p.A., società partecipata da Fincantieri (51%) e Leonardo (49%), abbia nominato come presidente Enrico Credendino, Capo di Stato Maggiore della Marina Militare fino al 28 ottobre 2025 e già Comandante in Capo della Squadra Navale (CINCNAV) della Marina. Credendino, come abbiamo visto, è tra i sostenitori della corsa al riarmo subacqueo e delle future underwater war28. Orizzonte Sistemi Navali opera nel settore dell’ingegneria e della sistemistica navale, progettando e realizzando unità navali militari, in particolare corvette, fregate e portaerei. Con quartier generale a Genova, la società ha registrato un fatturato nel 2024 di 176 milioni di euro. La politica delle “porte girevoli”, cioè il repentino passaggio dalla divisa alla leadership aziendale, caratterizza il comparto militare-industriale-accademico degli Stati Uniti d’America ed Israele. Il sistema Italia prova a scimmiottare il modello pur di affermarsi globalmente nell’ignobile mercato dei produttori e dei mercanti di morte. 1 https://www.eeas.europa.eu/eeas/white-paper-for-european-defence-readiness-2030_en 2 https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/sv/statement_25_673 3 https://aresdifesa.it/via-libera-europeo-per-i-fondi-safe-allitalia/  4 A. Mazzeo, ReArm Europe. L’UE va alla guerra, in 800 miliardi di motivi per dire NO alla Fortezza Europa (a cura dell’Osservatorio Repressione), I libri di Left, Roma, maggio 2025. 5 https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/rearm-europe-ambizione-o-illusione-202521 6 https://www.eeas.europa.eu/eeas/white-paper-for-european-defence-readiness-2030_en 7 https://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2023/03/trasportare-la-guerra-mobilita-militare.html 8 https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-10-2025-0034_IT.html 9 https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/RC-10-2025-0146_IT.html 10 https://www.defensenews.com/global/europe/2026/04/16/eu-pumps-over-1-billion-into-defense-rd-centered-around-ukraine-war-lessons/ 11 https://www.leonardo.com/it/press-release-detail/-/detail/11-03-2025-leonardo-industrial-plan-update 12 https://www.leonardo.com/it/press-release-detail/-/detail/05-11-2025-leonardo-and-rheinmetall-first-contract-to-supply-armoured-vehicles-for-the-italian-army 13 A. Mazzeo, ReArm Europe. NATO e UE si preparano alla Terza Guerra Mondiale, Lavoro e Salute, n. 6, giugno 2025. 14 https://www.diana.nato.int/ 15 A, Mazzeo, Basi aeree Usa in Italia: È guerra! C’è qualcosa di nuovo oggi nell’aria”, Umanità Nova, 22 aprile 2026. 16 https://www.ansa.it/nuova_europa/it/notizie/nazioni/ucraina/2025/09/09/urso-porto-trieste-come-grande-porto-rinascita-ucraina_db68b588-92be-4217-a08d-1c821856e6a0.html 17 A. Mazzeo, Basi militari e Mezzogiorno. La militarizzazione del Sud Italia, in Su la testa. Argomenti per la Rifondazione comunista, n. 29, aprile 2026. 18 A. Mazzeo, La base di Sigonella negli odierni scenari di guerra internazionali, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, 2026. https://osservatorionomilscuola.com/wp-content/uploads/2026/01/Mazzeo-Sigonella-nello-scenario-internazionale-di-guerra.pdf 19 https://www.messinatoday.it/economia/maxi-corridoio-idrogeno-messina-germania-africa.html 20 https://www.rid.it/shownews/6633/cesi-e-marina-militare-stimolano-il-dibattito-sulla-rilevanza-del-quasi-dominio-subacqueo 21 https://www.analisidifesa.it/2024/01/il-contributo-italiano-alle-operazioni-della-nato-per-il-controllo-dei-fondali-nel-mediterraneo/ 22 https://www.rid.it/shownews/6633/cesi-e-marina-militare-stimolano-il-dibattito-sulla-rilevanza-del-quasi-dominio-subacqueo 23 https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:32024H0779 24 https://www.marina.difesa.it/cosa-facciamo/per-la-difesa-sicurezza/operazioni-in-corso/Pagine/Fondali_Sicuri.aspx 25 https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg19/attachments/documento_evento_procedura_commissione/files/000/433/339/Slides_PNS.pdf 26 https://www.difesaservizi.it/polo-nazionale-dimensione-subacquea-riunito-primo-cda 27 https://www.analisidifesa.it/2025/05/folgiero-a-ft-con-minacce-a-cavi-e-infrastrutture-necessario-potenziare-underwater/ 28 https://www.stampalibera.it/2026/06/14/da-super-ammiraglio-a-leader-di-azienda-di-guerra-la-rapida-carriera-di-enrico-credendino/ Antonio Mazzeo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. 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Tolkien contro Tolkien
Un intervento tenuto al Fabcom di Fabriano che ripercorre il trionfo planetario di Tolkien negli ultimi venticinque anni, la sua banalizzazione commerciale sistematica… L'articolo Tolkien contro Tolkien sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
September 2, 2026
L'INDISCRETO
Appello alla mobilitazione “Non dimentichiamoci di Gaza”: mozione per il primo collegio e attività per il primo giorno
Quanto segue è un appello a partecipare alla mobilitazione “Non dimentichiamoci di Gaza” che abbiamo pensato insieme Docenti per Gaza e Scuola per la Pace per l’inizio di questo anno scolastico. Invitiamo a far discutere durante il primo collegio docenti una mozione che: * esprime solidarietà al popolo palestinese e condanna il genocidio e ogni forma di connivenza e collaborazione; * serve a ricordare che la libertà d’insegnamento caratterizza, attraverso una norma di rango costituzionale, la scuola italiana; * impegna e invita a tenere una lezione durante il primo giorno di scuola in solidarietà al popolo palestinese, a partire da 5 attività qui di seguito proposte (vedi mozione). Attraverso questa mobilitazione pacifica ma netta, si intende rivendicare con un atto pratico il diritto d’insegnare liberamente che ci spetta per Costituzione e con cui intendiamo mantenere la nostra postura docente per questo anno che inizia. Questo perché, nonostate le numerose e infondate ispezioni dell’anno scorso non abbiano portato a nulla, il discorso ufficiale del MIM, di molti dirigenti scolastici e di molte università oggi continua nel suo tentativo di: * collaborare con università israeliane e aziende delle armi; * equiparare antisionismo e antisemitismo; * militarizzare le scuole; * reprimere e indurre autocensura nel corpo docente. Ci troviamo in un momento storico in cui come docenti siamo chiamate e chiamati a fare il nostro lavoro con la responsabilità e la coscienza che ci contraddistinguono. Le governances europee investono fondi pubblici nel riarmo invece che nella scuola, i ministeri della difesa studiano come reintrodurre la leva e come diffondere la cultura della difesa, i principali attori statali internazionali tornano a considerare pubblicamente l’utilizzo di armi nucleari per “risolvere i conflitti”. Le forze armate di vari paesi della NATO considerano le menti della popolazione un campo di battaglia. Ciò significa che mettono in atto operazioni militari con l’obiettivo di influenzare le opinioni pubbliche verso un’identità collettiva centrata su un’idea di Patria e di Nemico. L’obiettivo è una società militarizzata che sostenga il loro operato perfino con il voto. Questo è uno degli aspetti che denunciamo come tentativo di “israelizzare la società“. Questo significa autoritarismo e fascismo dai vertici delle istituzioni scolastiche da una parte e lezioni sul cyberbullismo tenuti nelle nostre classi non da noi ma da uomini e donne sorridenti e in divisa dall’altra. Con noi docenti accanto a annuire e a legittimarli. Questa prima mobilitazione è per rivendicare una postura diversa, di resistenza. Per portarla nella tua scuola: * manda in questi giorni una mail alla tua scuola chiedendo l’inserimento della mozione “Non dimentichiamoci di Gaza” all’odg del primo collegio docenti dell’anno. * durante il primo collegio, leggi la mozione e descrivi le 5 attività. Ogni docente, in modo pienamente legittimo, sarà libero/a di sceglierne una da fare in classe il primo giorno di scuola. Se la mozione non viene approvata, coloro che sono comunque intenzionate e intenzionati a portarla avanti possono dichiarare, sempre in sede di collegio, di avvalersi quindi dell’opzione di minoranza (vedi mozione). * il primo giorno di scuola, tieni la lezione che desideri! * quando torni a casa, compila il form per la raccolta delle resituzioni (A QUESTO LINK). Solo in questo modo potremo avere un’idea incontestabile della nostra forza e legittimità. È che un clima di paura e autocensura va in frantumi se rendiamo collettivo e visibile questo atto di pace, educante e politico. Infine, se scegli l’attività degli aquiloni, mi raccomando prova a farne volare almeno uno prima! Perché la bellezza delle idee si traduce spesso nella fatica di capire come caspita si scioglie un nodo mostruoso. E nella gioia di capire quando correre (accelera per farlo alzare). Insomma torniamo bambini e bambine un attimo prima di questo nuovo inizio di anno scolastico. Perché rifiutare un sistema, fare un atto d’amore e insegnare qualcosa… È solo un inizio. Buon vento, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Docenti per Gaza Scuola per la pace – Torino e Piemonte Non dimenticare GazaDownload Mozione-e-attivitàDownload -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Orti urbani a Livorno: contro il cemento, corteo nazionale sabato 5 settembre
di Attac Livorno Mentre a Reggio Emilia si lotta contro il progetto che vuole un supermercato dentro un bosco urbano, a Livorno si riaccende con forza una vertenza gemella, quella degli Orti di Via Goito. A Livorno esiste infatti un Continua a leggere L'articolo Orti urbani a Livorno: contro il cemento, corteo nazionale sabato 5 settembre proviene da ATTAC Italia.
August 21, 2026
ATTAC Italia
Cosa accadrà il 27 agosto
IN ATTESA DELLA SENTENZA DEL CONSIGLIO DI STATO Linda Maggiori – giornalista free lance e, tra l’altro, associata a Weapon Watch – ha pubblicato questo accorato appello di Andrea Maestri, che lei definisce «coraggioso avvocato e attivista dei diritti umani, che mi assiste in questa battaglia per la trasparenza sui traffici di armi dal porto di Ravenna, con umanità abnegazione e professionalità.». Come lei, siamo grati all’avv. Maestri per il suo impegno e riprendiamo queste accorate parole che stanno girando in rete. Siamo al suo fianco in questa rivendicazione di trasparenza come principio democratico che le pubbliche amministrazioni non possono negare al cittadino contribuente. Io non sono nessuno ma sono un avvocato e un attivista per i diritti umani. Il 27 agosto a Roma dinanzi al Consiglio di Stato difenderò il diritto di Linda Maggiori, giornalista d’inchiesta cui l’Agenzia delle Dogane ha negato il diritto di accesso civico generalizzato alle informazioni sui TRAFFICI DI ARMI dal porto di Ravenna abbiamo vinto noi davanti al TAR di Bologna che ha sancito il diritto di conoscere almeno le quantità di armi che transitano dal nostro porto difendendo il diritto di Linda, difendiamo il diritto dei nostri concittadini di sapere se il nostro porto è ancora un porto commerciale oppure, come dice l’Avvocatura dello Stato nel suo atto di appello, uno snodo strategico per le questioni militari e di difesa e quindi la comunità non deve sapere nulla perché prevale l’interesse statale al segreto il 27 agosto sarà una delle udienze più importanti della mia vita e della mia carriera professionale: non ho paura ma sono preoccupato sono convinto che il Consiglio di Stato, applicando le norme, riconoscerà il nostro diritto di conoscere: non può essere negato totalmente il diritto alla trasparenza (che per le Pubbliche Amministrazioni è un dovere) in ambiti particolari come questo, perché significherebbe disapplicare o svuotare di effettività una legge dello Stato che definisce la trasparenza come un corollario del principio democratico e impedire la trasparenza, coprire col silenzio e con un telo nero i transiti di armi dal nostro porto verso Israele significa rendere invisibili all’opinione pubblica possibili, gravissime violazioni della Legge 185/1990 che vieta di armare governi responsabili di crimini di guerra e contro l’umanità impedire la trasparenza significherebbe coprire responsabilità e complicità stiamo toccando i fili dell’alta tensione non lasciateci soli siamo il paese in cui giornalisti e attivisti sono stati spiati col software-spia di Paragon, società israeliana che fornisce servizi di analisi dati e intelligenza artificiale anche per operazioni militari e di localizzazione degli obiettivi da colpire avremmo voluto che la Regione Emilia-Romagna e il Comune di Ravenna intervenissero al nostro fianco dinanzi al Consiglio di Stato per difendere il diritto alla trasparenza dei cittadini delle nostre comunità, locale e regionale: ad oggi nessun intervento ad adiuvandum è stato attivato ma c’è ancora tempo e confidiamo che le istituzioni democratiche del nostro territorio facciano la loro parte anche nelle sedi giudiziarie non abbiamo paura, ma siamo preoccupati perché sappiamo cosa è successo a chi è stato lasciato solo in battaglie di trasparenza che volevano squarciare il velo sui traffici di armi (mentre scrivo, mi vengono in mente Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, uccisi perché stavano lavorando a un reportage sui traffici illeciti di armi e rifiuti tossici tra Italia e Somalia, che avrebbero coinvolto anche interessi politici ed economici internazionali) sul genocidio di Gaza e il massacro dei bambini palestinesi ho scritto un libro-denuncia dopo avere partecipato a due missioni AOI a Rafah nel 2024 e nel 2025 ho sottoscritto la denuncia alla Corte Penale Internazionale nei confronti di Meloni, Tajani e Crosetto e ora sono qui, a difendere il diritto di una giornalista d’inchiesta coraggiosa che con la sua ostinata ricerca di dati e informazioni sta rendendo un servizio prezioso all’opinione pubblica, incontrando ostacoli e subendo persino odiose diffamazioni non potrei essere altrove: sono qui perché qui, a difendere i diritti umani, sono sempre stato e mi ritroverete, Inshallah, anche dopo questa battaglia siamo la voce e la penna di migliaia di giovani che hanno riempito le piazze per chiedere giustizia per il popolo palestinese, siamo giornalisti e avvocati ma anche attivisti tra gli attivisti, che insieme a noi difendono la pace e pretendono la trasparenza lo dobbiamo ai bambini di Gaza, colpiti dai cecchini israeliani o smembrati dalle bombe, lasciati orfani, affamati, mutilati e lo dobbiamo ai nostri figli, cui dobbiamo indicare la strada della giustizia e della pace, l’unica in cui l’umanità può camminare insieme.
August 11, 2026
Weapon Watch
Dibattito sulla militarizzazione della società al festival della Resistenza di Fosdinovo (MS)
VENERDÌ 7 AGOSTO, ORE 19.00 MUSEO AUDIOVISIVO DELLA RESISTENZA, FOSDINOVO (MS) L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università sarà presente al Festival “Fino al cuore della rivolta” che, come ormai da molti anni, unisce le tematiche della Resistenza a quelle dell’attualità attravreso una pluralità di dibattiti. Venerdì 7 agosto Serena Tusini interverrà per l’Osservatorio, in dialogo insieme a Alfio Nicotra della Rete Italiana Pace e Disarmo sul tema della militarizzazione della società; coordina il dibattito Checchino Antonini (Redazione Popoff Quotidiano). Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Fra la via Emilia e il West. Sulle morti di Abdelrahim Fakir e Monica Esposito
(disegno di escif) Le immagini della morte di Abdelrahim Fakir, ossessivamente riprodotte in queste settimane, provocano sulla platea mediatica il medesimo effetto che si ripete dai tempi del super 8 di Zapruder: visione morbosa e contemporaneamente estraniazione, distacco dalla realtà, desensibilizzazione progressiva. Milioni di pc e smartphone hanno contemplato in diretta differita la “morte del marocchino”, nel corso di una sorta di mattanza durata circa un’ora; uno spettacolo che ha ricordato un rituale di morte arcaico, una tauromachia, con le sue preparazioni, le sue criticità, la lotta e alla fine il crollo esanime dell’animale, esausto, sanguinante, matato e finalmente degno di rispetto e pietas. Quello che però più colpisce di quell’orrore, è il pianto di Fakir, prima che l’aggressione abbia inizio, quando non è ancora stato atterrato e schiacciato, quando è ancora solo un semplice essere umano in difficoltà. Ma non sono tanto le lacrime in sé – il meccanismo biochimico scatenato da una crisi isterica, da una depressione, da qualsiasi altra causa innescante: quanto il terribile senso di predestinazione che sembrano evocare quelle lacrime. Fakir pare stia piangendo sulla sua vita (tutto sommato un’esistenza faticosamente ordinaria) e sulla sua morte imminente, come se in quel brutto cortile di garage ci fosse arrivato sapendo che quella sarebbe diventata la scena del crimine, la stanza dei supplizi, la camera delle esecuzioni. Ci arriva piangendo? Si getta a terra in lacrime? Suda, urla, prega o impreca? Non scappa. È in trappola, in un budello pericoloso denominato via Italo Svevo. Dà l’idea terribile (la più terribile) di una specie di ostinata rassegnazione. Il Pilastro è un Golgota a cui si consegna piangendo. Ma Fakir non è Gesù-Isa. È un povero diavolo che sbarca il lunario col facchinaggio. Arrivato in Italia a sette anni, poca scolarizzazione, gap linguistico, familiare, urbano, economico – insomma gap! – e poi il lavoro sotto padrone, sotto cooperativa (il peggior padrone) e l’illusione del mettersi in proprio, probabilmente travolto da tasse e burocrazia. La vita di periferia umida, assolata, vaporosa, stancante e le aspettative al ribasso anno dopo anno, la mezza età passata senza gloria. Ce l’ho fatta? Sì o no? Sono integrato, sono un pezzo di ingranaggio non sbeccato, funzionale, oppure continuo a essere sempre in ritardo, sempre in affanno – un passo dietro gli italiani, dietro i cinesi, dietro gli albanesi, in questa specie di graduatoria del successo che spesso è solo una classifica delle sfighe? Abdelrahim è un piccolo peccatore con qualche modesto precedente penale. Decisamente non è Gesù e nemmeno un Wali (un santo). Però quella specie di sentiero verso la morte, percorso lentamente, ostinatamente, continua a suggestionarmi e mi spinge a cercare una qualche lettura non banale o semplicistica di quell’evento. Il suo corpo urlava e si ribellava ma sembrava anche stancamente rassegnato alla sua fine, come in certi sogni dolorosi e paurosi dei quali si conosce l’epilogo e da cui fortunatamente ci svegliamo sempre un attimo prima che si realizzi. L’anima, il destino, il mistero delle vite incompiute – tutta roba metafisica difficile da masticare e digerire per le nostre piccole menti. Quello che capiamo bene, invece, è il fallimento materiale: cosa succede quando non trovi una collocazione, un posto, un ruolo, soprattutto dentro la società globale più competitiva che sia mai comparsa sulla faccia della terra, dai tempi di Neandertal a oggi? Cosa succede quando si spezza qualcosa dentro – una corda segreta che fa crollare qualche contrappeso, qualche fondale di scena e finisci gambe all’aria, a piangere davanti ai garage di via Italo Svevo? Chi sono i due centurioni che hanno ucciso Fakir? Non ci dicono i nomi. La privacy è tutto, anche se per i morti notoriamente non vale (si è mai vista la tempestiva perquisizione a casa di un morto ammazzato alla ricerca delle sue colpe? cosa cercavano, un chilo di coca che avrebbe giustificato l’omicidio?). Anche loro due, forse, staranno piangendo, assassini sicuramente involontari. Staranno maledicendo l’imperizia della loro impresa? O piuttosto daranno la colpa al marocchino – che non doveva essere lì quel giorno, a fare il matto, proprio durante la loro maledetta ora di servizio in zona? Forse uno dei due stava per sposarsi e ha dovuto rimandare il matrimonio, nell’incertezza dei giorni presenti. Forse l’altro aveva appena acceso un mutuo sanguinoso per comprare ottanta metri quadri (ma fuori Bologna, ad Anzola o Casalecchio, dove il mattone costa meno) e adesso sono entrambi lì, in attesa dell’inchiesta amministrativa e del processo in cui – nell’arco di un decennio, tra appelli e ricorsi – qualche tribunale della Repubblica dovrà solennemente decidere se sono colpevoli di omicidio. E intanto sperano tremando che non ci sia una sospensione delle funzioni e dello stipendio, che manderebbe definitivamente all’aria le loro aspettative di un’esistenza sana, realizzata, nel regno accogliente delle persone perbene. Anche i due centurioni forse si sentono dentro una specie di predestinazione che incrocia la vita e la morte degli sconosciuti in snodi fatali e ineffabili. E in queste cose non c’è scudo penale che tenga. Il sangue resta impresso sullo scudo. Sangue? Battaglia legale intorno al tema del sangue. È effetto dello “strusciamento” sull’asfalto o della pressione sul torace? Mi viene in mente una soluzione salomonica: il sangue intorno alla testa di Fakir sono le lacrime cadute dai suoi occhi increduli e disperati. Che ci sarebbe di anomalo? In un paese in cui spesso le statue piangono gocce di sangue senza motivo, cosa ci sarebbe di strano se un facchino marocchino le producesse mentre lo stanno ammazzando? Lacrime di sangue. Non ha avuto il tempo di piangere e pregare nell’orto degli ulivi, Abdelrahim. Tutto si doveva consumare in un’ora, non in un giorno – i tempi moderni non consentono lunghe trafile che potrebbero stancare lo spettatore.  Fakir conosceva bene Gesù. Tutti i musulmani lo rispettano e Isa è un nome islamico molto diffuso. Non tutti conoscono la profezia sul suo ritorno. Alla fine dei tempi, Isa tornerà in questo piano di esistenza, nella Storia, nella vita del mondo. Non sarà un predicatore inerme, guiderà le armate della Giustizia contro quelle del Male. Impugnerà la spada che pure aveva evocato nel Vangelo. In quei giorni non saremo più divisi per religioni, razze, credi, ceti: solo la Verità contro l’Inganno. E due conti saranno tirati. Ma che c’entrano le grandi profezie antiche, con le piccole morti di periferia? Effettivamente niente. Queste sono storie storte, piccole, sbagliate, anonime, che finiscono inopinatamente al telegiornale solo perché un residente quella mattina aveva il telefono sottomano. Altrimenti a chi sarebbe infischiato di quel corpo sull’asfalto – a parte fratelli, sorelle e nipoti? Ucciso per noi e per tutti in remissione dei nostri peccati. Il Pilastro. Quartiere simbolo. Dà un’idea di solidità, di forza, ma viene sempre nominato quando si parla di “fragilità sociali”, come pudicamente gli amministratori definiscono i poveri, i sottopagati, i pensionati con la minima, gli invisibili che si barcamenano senza documenti. Non era mai stato tanto citato, quel quartiere, dagli anni Novanta, quando assurse agli onori della cronaca per l’omicidio di due carabinieri – la strage del Pilastro, appunto. Nel 1991, due fratelli di una famiglia pugliese – i Santagata – erano stati ingiustamente accusati dell’agguato che poi, si scoprì, era stata impresa della Uno Bianca e del suo nucleo di poliziotti killer. I due fratelli Piter e William Santagata furono arrestati e la famiglia massacrata dai giornali. Si fecero quasi tre anni di galera. Allora il problema della laboriosa Emilia erano i meridionali che non riuscivano a integrarsi dentro l’etica indigena del lavoro, a quel tempo ideologia totalitaria. Vedi i continui rimandi della storia? Clicchi alla voce “Pilastro” e, oltre al povero Fakir, vengono fuori pezzi del nostro imbarazzante passato prossimo. Il 19 luglio moriva Abdelrahim. Tre giorni dopo, il 22 luglio, si spegneva poco lontano, presso l’Ospedale Maggiore di Bologna, la signora Monica Esposito, al termine di due mesi di terapia intensiva. Anche per lei un lungo calvario in coma farmacologico. Gli Esposito sono una famiglia di proletari meridionali trapiantati a Modena negli anni Ottanta. L’assassino è l’italo-marocchino Al Koudri che cercava la strage catartica e ha trovato davanti a sé, una domenica pomeriggio, la povera Monica a passeggio in via Emilia, in quello che è stato il primo attentato del genere in Italia. Invano, da due mesi, stanno provando a collegare Salim Al Koudri a una dinamica di terrorismo jihadista. Inutilmente. A Salim Al Koudri non frega niente dell’Isis, non si è mai interessato di politica, non fa proclami, dice spesso cose sconnesse o incoerenti. Questa sua incollocabilità sta facendo infuriare la destra locale: abbiamo un attentato, abbiamo un cognome arabo, adesso abbiamo anche una vittima, e questo qui che fa, si sottrae alla parte, vuole passare per pazzo? Circolano voci demenziali – tipo che le autorità abbiano ripulito i suoi device per nascondere la verità o che il suo avvocato sia pagato da potenze oscure. Due giorni dopo la morte della povera Monica, il fratello Giovanni convoca una “fiaccolata di commemorazione e vicinanza alla famiglia” in piazza Grande, davanti al Municipio – uno spazio, tra l’altro, che negli ultimi anni ha ospitato molte iniziative internazionaliste e per la Palestina. Non ci sarà nessuna fiaccolata, quella sera, e la commemorazione si trasforma subito in uno sgangherato comizio d’odio contro “gli stranieri”. Il clima è così pesante che persino gli esponenti ufficiali della destra locale si defilano. Cacciato dalla piazza anche l’eroe Luca Signorelli, uno di quelli che il 16 maggio ha bloccato l’attentatore. Giovanni Esposito, il fratello di Monica, registrato dalle emittenti locali, nella sua oratoria appare furioso e determinato. In piazza i vari interventi ripetono cose pesanti contro “quelli lì”: i musulmani, i maghrebini, gli “extra”, i colpevoli di tutto quello che non va nella piccola laboriosa città che senza di loro sarebbe un paradiso in terra. Esposito se la prende pure con il sindaco che ha rinnovato la concessione alla comunità islamica dell’edificio che ospita da sempre la modesta moschea cittadina (in cui forse Al Koudri non ha mai messo piede). Nella sua frustrazione affabulatoria non si rende conto che non c’è alcun nesso tra la morte della sorella e il tema delle moschee, del degrado, delle baby gang e di qualsiasi altra cosa gli passi per la testa e finisca in quel microfono impugnato come un’arma. Una Modena minore, a sua volta piena di fragilità, che urla alla luna tutto il suo malessere. L’avvocato della famiglia Esposito dice che Giovanni ha un passato “di estrema sinistra”. Solo dopo mi ricordo di averlo effettivamente conosciuto nei primi anni Novanta. Ogni tanto girava dentro un vecchio centro sociale occupato in via Prampolini. Era anche un frequentatore della curva del Modena, un luogo che venticinque anni fa aveva quel tipo di imprinting – prima che tutto, anche gli stadi, si convertisse in liquidità e livore. Chissà quante volte da ragazzino si sarà sentito dare del “maruchein”  dai diffidenti autoctoni. Fatto sta che a Modena, per la prima volta, un assembramento “popolare” più o meno autoconvocato ha inneggiato tra gli applausi all’odio etnico. E se la famiglia di Monica Esposito, nella sua pena infinita, ha il diritto di urlare quello che gli pare, la piccola cricca di aspiranti vannacciani che gli fanno da contorno, sta cinicamente giocando sporco. Al Koudri non c’entra niente con il tema della “sicurezza urbana”, che a sua volta non c’entra nulla con il terrorismo. Al Koudri è un giovane laureato di cittadinanza italiana che avrebbe dovuto stare nell’ufficio marketing di un’azienda e/o in cura presso un centro di igiene mentale. Dire che la signora Monica è stata uccisa dai “marocchini” è come dire che Fakir è stato ucciso dal Ku Klux Klan. Sarebbero due cazzate che nascondono la “normalità” tragica di quelle morti e quindi falserebbero la lettura reale della nostra società, una società “malata” in cui chi ha bisogno di essere curato è abbandonato a se stesso, alle sue solitudini, alle sue derive esistenziali, che possono portarti a diventare vittima o carnefice quasi per caso. Attaccarsi alle spoglie di Monica Esposito per lucrare un po’ di voti è indegno – e prima o dopo anche la sua famiglia lo capirà. Lanciare la guerra santa contro i vicini di casa e i colleghi di fabbrica, è la più miserabile delle utopie. Quali traiettorie invisibili legano i destini? Le Moire si stanno divertendo a intrecciare i loro fili lungo la via Emilia. Gli eventi incalzano e non si riesce a connettere le tessere di un mosaico impazzito – resti, macerie e schegge della società globalizzata che nessuno riesce più a tenere dentro un quadro coerente, un qualche tipo di ordine, di narrazione o di senso. La morte diventa l’unico nodo intorno a cui la distratta umanità pare un attimo scuotersi, fermarsi attonita e urlare cose orribili o invocare speranza e giustizia, mentre l’asfalto rattoppato del modello emiliano brucia sotto il sole furioso di piena estate. (giovanni iozzoli)
August 7, 2026
Napoli MONiTOR
San Ferdinando: dietro i proclami, la normale crudeltà. Razzismo, ghetti e business alimentati da ogni parte
Uno sgombero in piena regola, in piena estate, taciuto fino all’ultimo e lontano dal picco della stagione di raccolta degli agrumi ha spazzato via l’ultima tendopoli della Piana di Gioia Tauro – il contrario di quello sbandierato nel 2019 dall’allora ministro dell’Interno Salvini, che con un massiccio dispiegamento di forze aveva obbligato decine di persone […]
August 4, 2026
Campagne in lotta
Solaio (Lucca), dibattito “SolLEViAmoci” contro militarizzazione e ritorno della leva
MARTEDÌ 4 AGOSTO ORE 19 CASA DEL POPOLO DI SOLAIO, VIA SOLAIO 10, PIETRASANTA (LU) Martedì 4 agosto l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università è stato invitato a partecipare al dibattito “solLEViAmoci”, dedicato alla militarizzazione e ai progetti di ritorno della leva obbligatoria, in Italia come nel contesto europeo. Ad organizzarla sono i giovani comunisti, all’interno della festa estiva di Rifondazione comunista di Pietrasanta (LU). Sarà una interessante occasione per confrontarsi con i ragazzi e con le altre realtà invitate sulle proposte di azione e di pratiche di chi come noi non “si arrende” e non accetta la deriva militarista della società. Discuteremo sull’importanza di conoscere e rifiutare il concetto di “difesa totale”, tanto caro al nostro governo, all’UE e alla Nato. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Segnalazioni relative al transito attraverso i porti italiani di un nuovo carico di armi diretto in Israele
di Ibrahim Ossman Pubblicato sul giornale on line in lingua araba The New Arab, di Londra il 30 luglio 2026 (traduzione a cura di Weapon Watch). Negli ultimi mesi si sono moltiplicate le notizie relative al transito, attraverso i porti italiani, di carichi sospettati di contenere attrezzature o componenti militari destinati a Israele, in un contesto in cui la guerra nella Striscia di Gaza prosegue nonostante l’accordo di cessate il fuoco e in cui il conflitto ha suscitato un crescente attenzione sulle catene di approvvigionamento militari legate a Israele. Queste spedizioni sono diventate oggetto di un dibattito politico e giuridico in Italia, con l’intensificarsi delle richieste di un controllo più rigoroso sulla circolazione di materiale militare e a duplice uso. Parallelamente, i sindacati, in particolare quelli dei lavoratori portuali, insieme alla sezione italiana del movimento BDS Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS Italia) e le organizzazioni della società civile, hanno intensificato le loro campagne per monitorare e contrastare tali spedizioni, attraverso proteste, ricorsi legali e pressioni parlamentari, ritenendo che il loro continuo transito possa esporre l’Italia a responsabilità legali ed etiche relative al loro potenziale utilizzo nelle operazioni militari israeliane. In questo contesto, la rete «No Harbour For Genocide» (NHG), impegnata nel monitoraggio dei flussi commerciali internazionali nei porti, in collaborazione con il movimento BDS, ha rivelato che un nuovo carico di armi sarebbe transitato dai porti italiani con destinazione Israele. Secondo i siti di tracciamento, lo scorso 19 giugno sono stati caricati quattro container nel porto di Porto Marghera, nel comune di Venezia, destinati all’azienda israeliana di industrie militari con sede a Ramat HaSharon. «MSC Nita» (IMO 9084607) in navigazione. In base ai dati di tracciamento marittimo, i container sospetti sono stati avvistati a bordo della nave «MSC Nita» il 30 giugno, la quale è successivamente approdata nei porti israeliani. Da allora non sono disponibili informazioni certe sul fatto che il carico sia stato effettivamente consegnato al destinatario. I dati di tracciamento indicano che la nave, tornata a Venezia il 24 luglio, è salpata martedì dal porto di Marghera diretta al porto di Gioia Tauro, nel sud dell’Italia, dove è previsto il suo arrivo oggi, giovedì. I dati relativi al mittente del carico rimandano alla società statunitense Union Technology Corporation (UTC), specializzata nella produzione di componenti elettronici sensibili per la difesa e l’industria aerospaziale israeliana. L’azienda produce, in particolare, condensatori ceramici multistrato ad alta affidabilità (MLCC), e componenti elettronici utilizzati nei sistemi aerospaziali, nella guida e nel controllo dei missili, nelle munizioni e nei sistemi di innesco, oltre che nelle apparecchiature di comunicazione, nei radar, nei sistemi di puntamento, nei computer balistici e nei sistemi di comando e controllo. Essendo prodotti a duplice uso, questi componenti sono soggetti alle normative internazionali e nazionali in materia di esportazione; l’esportazione di alcuni tipi con specifiche sensibili al di fuori dell’Unione Europea richiede infatti l’ottenimento di licenze speciali. La rete NHG aveva già messo in luce in precedenza il ruolo centrale del porto di Marghera nel trasporto di carichi di armi verso Israele, individuando tre principali rotte di trasporto marittimo. Da parte sua, il movimento BDS Italia ha sollevato la possibilità che la nave «MSC Nita» possa eludere le procedure di controllo supervisionate dall’Autorità nazionale per le attrezzature militari e a duplice uso (UAMA), l’ente italiano responsabile della regolamentazione del transito e dell’esportazione di materiale militare. Va ricordato che la destinazione finale del carico è l’azienda israeliana IMI Systems, acquisita dal gruppo Elbit, principale fornitore di equipaggiamenti terrestri e droni per l’esercito israeliano, il che rafforza i sospetti circa la destinazione militare delle attrezzature trasportate. Fiera delle armi a Tel Aviv, 17 febbraio 2026 (Jack Goiz/AFP-The New Arab) Lo stesso gruppo israeliano aveva ricevuto, lo scorso marzo, altre spedizioni provenienti dai porti di Gioia Tauro e Cagliari, prima che tali container fossero sottoposti a ispezione da parte della dogana italiana e della Guardia di Finanza, a seguito di segnalazioni presentate da BDS Italia. Le iniziative parlamentari italiane, sostenute da proteste nei porti, hanno portato alla conferma della natura militare del materiale contenuto nei 27 container precedentemente sequestrati, mettendo in luce la mancanza di un adeguato controllo sulle spedizioni di armi che transitano sul territorio italiano, e la possibile violazione delle disposizioni della legge italiana n. 185 del 1990, che disciplina l’esportazione, l’importazione e il transito di materiale bellico sul territorio italiano. Gli attivisti di BDS Italia hanno dichiarato in un comunicato che «è incredibile che, a quattro mesi e mezzo dai primi fermi, nessuna istituzione locale o nazionale abbia rilasciato alcuna dichiarazione o informazione sul contenuto e sulla destinazione dei carichi ispezionati a Gioia Tauro», Chiedono «la massima chiarezza e trasparenza sul traffico di armi che alimenta il genocidio in corso a Gaza, nonché l’effettuazione di ispezioni sistematiche e il sequestro di qualsiasi carico militare in partenza o in transito nei porti italiani», mettendo in guardia dalla «presenza di una possibilità concreta ed evidente che lo scarico o il trasbordo di tali attrezzature possa contribuire alla commissione di atti di genocidio, in violazione della Convenzione per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidio e delle sentenze della Corte internazionale di giustizia vincolanti per tutti». Il movimento ha inoltre chiesto alle autorità competenti di effettuare ispezioni e verificare la natura del carico e le autorizzazioni rilasciate dall’UAMA. Da parte sua, il presidente dell’Osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei Weapon Watch, Carlo Tombola, ha dichiarato martedì scorso al quotidiano comunista italiano il manifesto che «Israele riesce a essere estremamente attivo nella logistica militare grazie alle sue flotte commerciali», spiegando che alle forti proteste della base popolare non corrisponde un’azione chiara da parte dei governi, e ha sottolineato che «la legge n. 185 è stata emanata proprio per garantire trasparenza sul commercio di armi. Per questo motivo, continueremo la nostra sorveglianza e le nostre denunce». Proteste degli attivisti israeliani alla fiera delle armi di Tel Aviv, il 17 febbraio 2026 (AP Photo/Oded Balilty) In un’altra intervista a «Al-Arabi Al-Jadid», Tombola ha affermato che «a volte vediamo solo un container, come una goccia nell’oceano, diretto verso Israele e pieno di armi, tra le migliaia di container che finiscono a Haifa, Ashdod o all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv». Ha poi aggiunto: «altre volte vediamo anche la nave o l’aereo che effettua il trasporto e, in rari casi, individuiamo la compagnia che spedisce armi, componenti o munizioni verso Israele». Ha sottolineato che «ogni anno dal porto di Genova partono 17.000 container standard (TEU) diretti in Israele. È vero che Genova è il più importante porto italiano, ma sappiamo che almeno altri dieci porti italiani sono stati utilizzati per il transito di armi e componenti destinati a Israele, così come i principali porti e aeroporti europei» . L’attivista italiano ha concluso dicendo: «Se non fosse per questo flusso inarrestabile di rifornimenti, quasi tutti di natura militare per Israele, decine di migliaia di palestinesi non avrebbero perso la vita. La nostra speranza risiede nella possibilità di fermare, o almeno di arginare, questo flusso letale».
July 31, 2026
Weapon Watch